Archivi tag: Poesie sull’Isola dei morti o Stige

POESIE di Annamaria De Pietro “Petizione”, “La vana conta degli astragali”,  Steven Grieco “Preveza”, “Firenze, febbraio: sera”, Giuseppina Di Leo “Per mia madre”, Umberto Simone “Seppellendo Afrodite”, Salvatore Martino “ Sopra un quadro di Böcklin”, Rossella Seller “Olocausto”,  Anonimo “Scena della vestizione” SUL  TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Arnold Böcklin (STIGE o ACHERONTE)

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

 Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il 1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.

Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

Arnod BocklinToteninselArnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

Arnol Bocklin Isola_dei_Morti versione originale

Arnol Bocklin Isola_dei_Morti versione originale

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga. L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.

Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de Pietro Magdeburgo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annamaria De Pietro

Petizione

Morte, in vece della falce
che recide i garretti, sia la spada
l’arma che tiene il guanto.
Prendi il cuore soltanto,
non strisci a banda bassa la tua strada
come una nota in calce.

 

La vana conta degli astragali
(profezia bolla chiusa)

L’anno lancia gli astragali, e nel fosso
dentro pianura li conta la rana
quanti le bolle d’aria che nell’aria
rende oltre l’acqua all’aria e sale e varia
la conta e scoppia a tempi a spazi vana,
somma che è zero, conto chiuso in rosso.

(da Magdeburgo in Ratisbona, 2012)

 

Steven Grieco

Steven Grieco

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Steven Grieco

Preveza

Sono tornato a queste acque ipnotiche,
ai promontori azzurri
alle montagne in un velo di foschia

per ritrovare coloro che non vedevo da tempo,
invecchiati,
la lunga strada abbandonata
che va verso il mare
fra i giunchi piegati dal vento;
di nuovo sono entrato negli interni oscuri
nell’ora accecante di mezzogiorno

pensando,
in questo orizzonte di lungomari
e caffè deserti
e uomini disoccupati seduti fuori ai tavolini
come poeti in attesa,
di ritrovare le stesse figure
che affollano lo specchio nascosto delle mie notti.

Ma anche questo è falso,
come se il nostro rischioso oscillare
fra l’identità e il suo inganno
fosse “noi”,
scissi per sempre fra questo e quello:

come se il nostro senso delle cose,
una volta compiuto
(con ogni colore imprigionato nell’azzurro),
non potesse mai più spezzarsi,

mai più trasfigurarsi.

(Questa poesia, nella sua versione originale inglese, è stata pubblicata nel 2012 nella rivista online Mediterranean Poetry).

 

Firenze, febbraio: sera
Per M. and V.

Tredici anni fa, come oggi,
noi tre sediamo al tavolo di cucina
davanti alla finestra,
guardando il sole fermo
sopra chiese e palazzi.

L’aria si accende
con una domanda senza risposta

un uccello scioglie il nostro abbraccio,
divincolandosi dalla pietra si invola
nell’ora dopo ogni addio:

e noi, stupiti, entriamo, figli miei,
nell’imbuto che si apre a dismisura
per intravedere come l’oggi
ignaro di ogni esperienza
gioca pericolosamente
con le tinte dei giorni passati e futuri.

Laggiù, nelle piazze e nelle vie
dilaga il tramonto che si mescola alla luce
dei lampioni,
cento facciate di case avvampano nell’oro,
i folli bevitori di vino si riversano nella notte
con gli occhi illuminati.

Che questo non ci dia dolore:
perché le nostre vite
già disperse in città lontane
come blocchi di pietra in muri impervi

affronteranno lo stesso splendore
quando esso di nuovo viaggerà
verso il nord del mondo.

Nessun inganno ci tradirà.

Ma restiamo adesso, per qualche attimo,
assorti qui: contempliamo
l’oscurità di questo momento.

Un’arancia risplende
sul nostro tavolo – i suoi spicchi
senza numero

(trad. dall’inglese dell’autore)

 

giuseppina di leo

giuseppina di leo

foto di giuseppina di leo, Lisbona

foto di giuseppina di leo, Lisbona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

Agnizione

C’è stato un tempo in cui calanchi erano le parole
scurità apicali infilzavano occhi discendenti lame
bocche orribili. E di un dio non vidi mai la fine.
Mezza pagina era troppo. Né parlarti
spostava lo sgomento dei tre sì e dei tre no.
Su quale fragile armonia s’incammina la rabbia
stesa in alto pressa un tavolo di accordi poche facce
si riconoscono tra gli estranei nel momento del saluto.

*

Con l’odio serrato nel petto scrivi pure
la nenia per addomesticare le belve
ama il prossimo tuo evitandolo da sempre
erigi l’altare della benevolenza sotto il grido
uccelli auspici colpisci con la fionda;
la lingua di sangue bagnata nel ruscello
scherma il velo alla ragazza
mai amata né tradita, solo schernita.
– h.: 16,40

*

Giovedì 28 marzo 013
Autori poco noti ritraggono il pensiero
per facili associazioni affermazioni sostengono.
Ma lei sentì la veglia che dal mio corpo
il vento stanco le trasmise. In desiderio
in crescendo la mano raggiunse la porta. Eloisa
ha pallidi i lineamenti, le scarpe ai suoi piedi sollevati
come la veste intorno alla coscia sinistra adagiata
su di un lato aspetta il corpo che sussulti
che sia portato fuori all’alba. Ma che nulla resti
che non chiudano la porta. Ci penserà lei stessa dopo
a ribatterla con forza.

(inedito)

 

Umberto Simone

Umberto Simone

 maschera

 

 

 

 

 

 

Umberto Simone

Seppellendo Afrodite

Spranghe coltelli roncole, ecco la mansuetudine
dei Cristiani se vincono! e anche gli schiavi nati
in casa, dopo tanti gai Saturnali in famiglia, un battesimo
basta per farne estranei dagli occhi troppo accesi –
perciò stanotte, in gran segreto, solo,
a una buca scurissima nell’angolo più occulto del giardino
affido i tuoi candori, mia piccola Afrodite,
che hai finora abitato gentilmente il ninfeo, sopra una festa
sussurrante di rivoli e di mirti,
opera luminosa di un allievo fra i più illustri
dell’eccelso Prassitele , ma per costoro opera del demonio,
idolo immondo, sconcia nudità.

Non voglio che i martelli ti spengano il profilo, che disperdano
le armoniose avventure dei tuoi riccioli,
che infrangano per sempre quell’accenno di gesto con il quale,
per malizia, o pudore, o l’uno e l’altra insieme,
non dimentica d’essere, prima che dea, una donna,
inviti al pube in ombra, forse, o forse lo schermisci …
Distruggere? è un momento – mentre occorrono giorni e giorni e giorni,
e una lenta erosione d’amore e di dolore,
perché il marmo di Paro somigli a carne, e quella carne al sogno.
Non lo sanno, i pii barbari: non pensano al miracolo di te
che viva sei davvero spuntata dalla pietra come inventano
sia evaso dalla tomba spezzandone il macigno il loro Re.

Ma adesso sei sparita di nuovo, tutta . Spiano il suolo, elimino
ogni traccia. E rientrando la tua nicchia deserta
è un’orbita spolpata, acque e fronde si sono ammutolite
quasi già strette dal vetroso inverno –
un corpo privo d’anima sembra a un tratto il giardino senza te.
E proprio questo cercano, editto appresso a editto,
odiando e salmodiando, imperatori baciapile in serie:
strapparci vista e voce ed innalzare
una rete spinata di cilici
intorno alla bellezza, e deformarci in angeli con ali
e aureole, e senza i sensi – i musicali,
i colorati sensi. Ma falliranno. Perciò ti preparo.
Coltelli e spranghe e roncole non sono eterni, e invece tu lo sei.
Vincono, i mansueti Cristiani, ma per poco. E tornerai.

E accadrà all’improvviso. Staranno forse costruendo un ponte,
una strada, una casa. Si fermerà il cantiere. Chiameranno
in una lingua ancora sconosciuta,
levandosi il berretto, tergendosi il sudore, gli operai.
Arriva un vecchio, il capo, e s’inginocchia, per guardare meglio –
già s’inginocchia, sì, senza nemmeno
averti vista intera! perché soltanto un che di bianco affiora …
Dalla terra riemergi stavolta, non dal mare.
E felice colui che, delicato,
intimidito, come un inserviente
delle terme di fronte ad una Augusta,
con un’umida spugna indugerà su chiome e spalle e seni,
lavandone via i secoli e l’esilio e le tenebre, lavandone
la polvere sconfitta. Continua a leggere

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SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI  di Böcklin (Stige o Acheronte) – Poesie di Anna Ventura e Laura Canciani

 

Arnol Bocklin Isola_dei_Morti versione originale

Arnol Bocklin Isola dei Morti versione originale

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga.

L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.

Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

Onto Ventura

 Anna Ventura

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi,libri di saggistica .Collabora a riviste specializzate a  quotidiani, a pubblicazioni on line.

Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002).  È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Il suo ultimo volume Tu quoque Antologia poetica (1974-2013) EdiLet, Roma.

Dirige la collana di poesia “Flores”per la  Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate  in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di  Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004.

tra i critici che si sono occupati di lei in saggi monografici: Francesco Di Gregorio, in Letture novecentesche (Roma, ED. dell’Urbe, 1983; Alfredo Fiorani in La tela di Penelope (Chieti, Noubs, 1997); Liliana Porro Andriuoli in Certa et arcana, la poesia di Anna Ventura tra certezza e senso del mistero (Chieti, Tabula Fati, 2001); Vittoriano Esposito, in Itinerario letterario di Anna Ventura, Avezzano, Centro Studi Marsicani,  2005.

 

Lo Stige

Lo Stige, il passaggio; tutto
è livido, intorno. Solo
il nocchiero infuriato
ha gli occhi rossi.
Le anime bianche
stanno quiete, ormai
hanno finito di decidere.
Ma il passaggio
non è mai senza speranza:
si va verso l’ignoto, dove,
da vivi,
non è lecito accostarsi: un luogo
dove tutto si dimentica, oppure
tutto ritorna, intatto, libero
da paure e pregiudizi:qui
potrò ritrovare, forse,
tutto quanto ho perso, in vita,
per viltà, per pigrizia,
per sfortuna, per ossequio
all’ordine preposto.
Qui siamo uguali, anche nel coraggio,
e nessuno abbandona
il suo bagaglio, quello
da cui non vuole separarsi.

(Inedito)

 Il gusto della metamorfosi     

Al bruco che si fa farfalla si apre
la meraviglia del mondo: dall’ombra
alla luce, dal chiuso all’aria aperta,
dal silenzio alla musica dei suoni. E poi
C’è l’ebbrezza del volo.
Il tempo porterà a conclusione
Questo ciclo di vita luminosa:le ali
si faranno vizze, il respiro
sempre più pesante. Ma,
all’ora della schiusa,
la farfalla
ha appreso il gusto della metamorfosi,
ne ha intuito il valore.
Perciò affronta, serena,
l’azzardo dell’ultimo volo.

Laura Canciani

Laura Canciani

 

 

 

 

 

 

 

 

Laura Canciani

 Laura Canciani è nata a Cermes (Bolzano) nel 1934. Le sue radici profonde sono friulane. Vive a Roma. Ha pubblicato in poesia: L’aquila svolata (Forum, finalista al Premio Viareggio 1983), Da questi occhi (Il Ventaglio, Premio Donna Città di Roma, 1986), Il dono e la meraviglia (Amadeus, 1989, Un bouquet d’ombre (Biblioteca cominiana, 1994), Aperta all’infinito (Biblioteca cominiana, 1998), Lo stesso angelo (Fermenti, 1998), Reato di parola (Manni, 2004), Il contagio dell’acqua (Passigli, 2010). Ha vinto il Premio di Poesia Profezia, Cisternino 1998 e il Premio Renato Serra, Santa Severa 1991. Sue poesie sono state pubblicate in diverse antologie, tra cui «Storia dell’arte italiana in poesia», Sansoni, 1990; l’Altro (Centro Internazionale Alberto Moravia, 1995); Melodie della terra a cura di Plinio Perilli (Milano, Crocetti, 1997); La donna, gli amori a cura di Gabriella Sobrino e Antonietta Garzia, (Loggia de’ Lanzi 2001); Poesia degli Anni Novanta (Roma, Scettro del Re, 2000) a cura di Giorgio Linguaglossa, e riviste letterarie tra cui «Hortus», «L’Ozio», «Versicolori», «Pagine», «Poiesis», «Arsenale», «Poesia».  Ha collaborato con la rivista «Poiesis» con testi critici sulla poesia contemporanea. Una trattazione estensiva della sua poesia è presente in Appunti Critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte a cura di Giorgio Linguaglossa(Roma, Scettro del Re, 2002), in Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) del 2011e in Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2013), sempre a cura di Giorgio Linguaglossa. È in corso di stampa per Passigli di Firenze Essere nella parola.

 Stige, il fiume emerso

 Acheronte Flegetonte

Lo Stige e Caronte dagli occhi
di brace: care tracce,
reminiscenze dei banchi tarlati
dei maestri amati
odiati (nel senso assoluto)
dei compagni debordanti… di quello più sensibile
– come se Cristo non fosse mai nato –
e morto
e risorto, tra bende fluttuanti.
Entra Giovanni «e vide e credette».
Ora quelli gessati si dibattono
giù nella barca e sulle rive
tra onde sempre più nere,
veloci nebbie velenose.
Cosa dicono? Cosa dicono? Cosa?
Non c’è anima non c’è logica?
Il valore è irresponsabile?
Dimmi, quali sono le voci del tuo abisso?
Quale mistero
Apparizione di fiume limpidissimo,
gocce incarnate su di me
sanguinante dentro dentro:
il remo è un ramo

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