UNA POESIA INEDITA di MARIA ROSARIA MADONNA (Palermo, 1942- Parigi, 2002), tratta da “Stige” (1992) Dice la protagonista: la «menzogna» è propria della «lingua dei servi», Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

pompei villa misteri di dioniso

pompei villa misteri di dioniso

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Maria Rosaria Madonna (al Dominus) tratta da “Stige” (inedito)

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Non adularmi per la mia misura,
se sono evanescente; tu dici «che non capisco
la lingua dei famuli…», ma «è che provengo
da un terribile digiuno…».
Tu dici che «non comprendo perché sono pagana?
Che non comprendo la lingua degli iloti?
E tu?, tu, invece, la capisci?».
«Io lo so: tu, convertito al dio dei cristiani,
intendi bene la lingua degli iloti
i tuoi simili, i devoti all’altare di Mitra
e del vostro dio dei cristiani…».
Un sonno leggero sulle mie palpebre.
Adesso sono una gemma (una stella?, una supernova?)
una stella senza profeta, sacerdote senza segreta.
«Sono la tua baldracca?, dimmi;
la tua lussuria osserva la danza araba
del mio ventre, l’ombelico che ondeggia
al suono dei sistri.
Non adularmi per la mia arrendevolezza,
è che sono evanescente e non capisco
la lingua dei servi».

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 (da Stige, 1992)
  madonna 1Notizia per i lettori
A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale Scettro del Re. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con dodici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento.
(Giorgio Linguaglossa)
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giorgio-linguaglossa-15-dicembre-2016
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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Alla lettura della poesia il senso mi sembra inequivoco: C’è il culto di Mitra, ci sono i famuli, gli iloti, ci sono i servi, c’è il dio dei cristiani, i pagani. C’è una voce femminile che parla e che si auto definisce «pagana» e il suo ricco amante, definito con sprezzo, «convertito al dio dei cristiani». È chiaro che siamo proiettati in un altro tempo e, precisamente, nel tardo impero romano. È un colloquio, con tanto di parlato e di frasi virgolettate con frasi urbane, tranquille. Chi parla è, probabilmente, una etèra, una hostess, una accompagnatrice che si rivolge, possiamo dire così, al suo ricco amante benefattore, che potrebbe essere un ricco possidente romano, un ottimate, un latifondista, o un ricco mercante siriaco, un appartenente alla classe degli ottimati, fate voi.

La prostituta che parla è istruita, raffinata e disillusa quanto basta per non credere a tutte le sciocchezze dei culti orientali che reclamano e propagandano la verginità, l’astinenza, la «menzogna»; chi parla sa che le religioni, tutte le religioni, imbastiscono un proprio discorso sulla «verità» e la «menzogna»; forse potremmo dire che la protagonista è una stoica. Dice la protagonista: la «menzogna» è propria della «lingua dei servi», dichiara senza remore al suo amante di essere «la tua baldracca». Capiamo che l’interlocutore è un ricco faccendiere della nuova ideologia della «menzogna» dalla risposta che gli dà la prostituta:

Villa dei misteri pompei Nemesis and the four seasons
Villa dei misteri pompei Nemesis and the four seasons
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” Tu dici che «non comprendo perché sono pagana?
Che non comprendo la lingua degli iloti?
E tu?, tu, invece, la capisci?».
«Io lo so: tu, convertito al dio dei cristiani,
intendi bene la lingua degli iloti
i tuoi simili, i devoti all’altare di Mitra
e del vostro dio dei cristiani…”

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In gioco c’è il problema della «menzogna» (e quindi della «verità») e della «corruzione» (quella vera, quella non da intendersi nel senso carnale ma quella intellettuale, etica, politica ed estetica); tra chi crede «nella lingua degli iloti» e chi, come i pagani, crede nella propria autenticità. È una lotta furiosa tra due ideologie: una, quella del piacere e dell’autenticità, del rifiuto delle ideologie della «verità» e della «menzogna», e l’altra, quella della «menzogna» e della «lingua dei servi», sostenuta  dai servi e dai ricchi latifondisti. La poesia parteggia senza dubbio per le ragioni del mondo che sta per tramontare, un mondo senza «verità» e senza «menzogna»; è un atto d’accusa al nuovo mondo che sta per nascere, quello della «lingua degli iloti» e alla trionfante Chiesa cristiana della «menzogna».

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Pompei immagini del bordello
Pompei immagini del bordello
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Il pensiero del linguaggio ha finito per bucare il Linguaggio. È qui il nocciolo della geniale operazione di M.R.Madonna. La poetessa siciliana buca come un palloncino di gomma l’italiano corrente per retrocedere alla “zona d’ombra e di transito” del latino che si sta corrompendo in un primitivo e rude italiano. Madonna è costretta così a reinventarsi un latino corrotto dalla immissione di teologismi smerigliati e lavorati per farli càpere entro una struttura linguistica integralmente inventata (e «invetriata» come lei scrive). Una Lingua di vetro. Trasparente e inesistente. (L’inesistenza della trasparenza!, o la trasparenza dell’inesistenza!).

L’operazione è indubbiamente geniale, del tutto straniante, e, per la profondità nella quale va a pescare, drastica, totale nel rifiuto della Modernità (quindi rigetto di tutte le ideologie del Moderno) e delle sue rappresentanze artistiche e politiche.

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In mei oculi fragmenta et ferramenta
in mei auri tormenta et placenta
in mea vagina turpitudine et abstinentia
in meae tempie rumoresque et ciarpame.

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(da Stige, 1992)

«Nelle mie tempie rumore e ciarpame». Mi sembra chiarissimo questo punto, detto con un linguaggio che non ha nulla di emotivo o di emozionale, Madonna si affida alla potenza di una Lingua «inventata e invetriata», distillata da una raffinatissima sensibilità metrica, tonale e lessicale. È nella squisita fattura ellenistica della sua lessicalità il segreto di questa poesia. Un unicum in tutto il Novecento italiano.

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affresco, ritratto di Messalina
affresco, ritratto di Messalina

L’idea guida della poesia di Maria Rosaria Madonna è la certezza dell’impossibilità di un linguaggio referenziale che ponga gli «oggetti» là dove la percezione standardizzata li vede: la contezza che il locutore ha cessato di essere il fondatore e il fonatore, che il processo della significazione non è separabile da quello della reificazione dei linguaggi e si costruisce sopra le fondamenta della metafora e della retorizzazione del «soggetto», il quale si scopre (si rivela) quale luogo retorico del linguaggio, chiusura del linguaggio, impossibilità di porre il domandare se non attraverso l’interrogazione delle metafore, dei traslati, in una parola, del linguaggio. Ma anche nelle poesie del dopo Stige vige una interrogazione le cui leggi finiranno con l’autonomizzarsi in immagini e in catene di immagini che si sostengono le une sulle altre in un ordine architetturale claustrale, in una «lingua morta», è stato detto. Ma è appunto la strategia con cui Madonna risponde alla crisi della poesia del tardo Novecento. Volta le spalle al Novecento, sceglie di andare per la strada maestra tracciata dalla poesia modernista europea, abbandona il Modello proposizionale della Ragione poetica del tardo Novecento, opta per una poesia dell’Interrogazione, una Ragione poetica fondata sul traslato, sulla retorizzazione del «parlato» e del «quotidiano» nel «quadrato» del discorso metaforico.

 (Giorgio Linguaglossa)
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9 commenti

Archiviato in Autori dei Due Mondi, poesia italiana del novecento

9 risposte a “UNA POESIA INEDITA di MARIA ROSARIA MADONNA (Palermo, 1942- Parigi, 2002), tratta da “Stige” (1992) Dice la protagonista: la «menzogna» è propria della «lingua dei servi», Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Pasquale Balestriere

    Puntuale e convincente questa analisi di Giorgio Linguaglossa che, a mio vedere, nell’affermazione “È nella squisita fattura ellenistica della sua lessicalità il segreto di questa poesia” dice una profonda verità, perché il segno distintivo, non so se di tutta la poesia di Maria Rosaria Madonna (che non conosco), ma sicuramente di questa, siede in quest’espressività rara e preziosa, ellenistica, appunto.
    Aggiungerei che questa poesia prende comunque corpo e stimolo dalla realtà contemporanea, introiettata e immediatamente proiettata su sfondo antico o forse addirittura incarnata in un contesto situazionale passato, percepito nella sua perenne attualità e nel ripetersi, solo leggermente variato, della vicenda umana, di ogni vicenda umana.
    Si tratta, in ogni modo, di poesia di valore.
    Pasquale Balestriere

  2. antobio sagredo

    Canto di Dulcinea del Moncayo

    Non son l’erede di Giuditta – non sono scema!
    Né d’Ofelia la suicida – ancor più scema!
    Euridice mi fa un baffo, Beatrice mi fa schifo!
    Saffo e la Cenci mi fanno tenerezza, son dura e dolce
    come la Marina, il cancelletto d’Emily m’appartiene,
    corteggio come la Gaspara torri e torroni,
    mi lamento come Patrizia, e canto: medicamentar
    è non dimenticar… anzi!
    Amano le mie quattro labbra sette pugnali in una volta con-ficcar
    (faccio concorrenza ai celebri dolor della passion)
    Teresa mi protegge dall’astratto: ah, quanto è duro il mio marmo!
    Lucia mi rende cieca… d’amor – ne vedo più di cento con furor!
    Son più vergine di Maria… Stuart, che pensate!
    Di Maddalen son la rival… poveri cristi senza pen…

    Don Chisciotte: Ah, Dulcinea! Ah, Stella Mattutina!
    Ah, Mattarel…!
    Ah, Mater Dolorosa!

    Sancho Panza: TROIA MIA!
    COPULA MUNDI… PER LA MADONNA!

    antonio sagredo

    Vermicino. 21 settembre 2005

  3. caro Sagredo,

    la tua poesia, meglio sarebbe chiamarla contro-poesia, o obtorta-poesia,nasce da una costola di Madonna, ma prende il volo e va per proprio conto verso gli effluvi della luna, insegue la luna come Orlando furioso la inseguiva in groppa a Ippogrifo… solo che tu stai in groppa a Ronzinante e più sali nel ciel più ti scalmani con la tua fervida e folleggiante fantasia che ti porta a destra e a sinistra contemporaneamente, di qui una certa diplopia, una certa dis-connessione del tuo linguaggio che insegue la tua fantasia correndo pericoli mortali di essere disarcionato da Ronzinante e finire sulla terra con la zucca rotta. Va bene così Sagredo: metà Teofilo Folengo metà Rabelais, mezzo Don Chisciotte e mezzo Sancho Panza…

  4. alberto sparapizza

    Proprio dalla costola non direi, e se costola di certo non di una Madonna qualsiasi, caro Linguaglossa… la Poesia grande di Sagredo nasce come non si sa come sia nato l’universo! Questo Poeta potrebbe definirsi un abitante di Saturno che una volta raggiunto dalla sonda di Cassini, la rigetta indietro quando si informa che è giunta dalla Terra (Terra? si domanda – Cosa è? Ah, quel puntino!

  5. antonio sagredo

    Don Chisciotte ha l’artrosi: il menisco del deserto
    è pure una vergogna per il suo cammino e il suo bacile.
    Come resero folli i suoi sogni i Libri della Cavalleria! ***
    Il suo cuore era miniato come i libri del Medioevo!
    Le quattro labbra di Dulcinea come mulini a vento
    furono il sudario di marmo delle sue imprese erotiche.
    La finzione eretica fu il trionfo di Santa Clitoride.

    Dulcinea, la Bella, soffriva di visioni in fotocopia,
    fu una femmina fatale, cavaliera, esperta di aste armate.
    Su una veronica tracciò i punti cardinali
    – ah, anima candida! – dei suoi viaggi erogeni.
    Pianse la Colomba nell’alcova – pietre!
    Era tranquilla, statuaria come una Iside sedotta dai misteri,
    lubrificava di continuo le sue quattro ali
    perché potessero le sue ginocchia sacrileghe
    sollevare il Cavaliere in alto – pozzo o luna –
    e abbattere i malleoli del suo Minotauro!

    Vermicino, 20/09/2005
    ———————————————–
    Costola, George: no! Ha ragione Sparapizza (che cognome strano!)
    io credo nata da una colonna tortile!

  6. Su Sagredo, d’altronde, mi pare di aver posto una questione importante: potremmo trovarlo al più inclassificabile. Il suo barocchismo è una repulsione costante ad esso, lo innalza e lo sommerge nell’ombra, per poi farlo riemergere, quando meno ce lo si aspetta: ed è proprio questo che lo rende essenzialmente mirabolante.

    Valerio Gaio Pedini

    • Asino Crusca

      Il barocco, infatti, trionfò in Spagna, con Luis de Góngora y Argote. Sagredo è spagnolo e barocco a tutto tondo (come la Sagreda Familia). Grande Saturnino, attende con immensa lascivia una sonda inserita da Nadia Cassini. Sagredo: metà Folengo, metà Rabelais. Quindi? Balengo?

  7. antonio sagredo

    Valerio, sei il secondo che mi definisce “inclassificabile”!

  8. copio e incollo questo messaggio giuntomi da Laura Canciani:

    caro Giorgio,
    ho letto, per caso, questa splendida poesia di Maria Rosaria Madonna e ne sono rimasta affascinata. Che tempra! Che linguaggio! Trovo davvero che sia una poesia insolita, molto diversa dal genere di poesia che si scrive oggi.

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