POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte III) Adam Vaccaro, Salvatore Martino, Stelvio Di Spigno, Gian Piero Stefanoni, Antonio Coppola, Matteo Veronesi, Domenico Alvino

buenos aires

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 grattacieli-di-vetro-riflettenti-manhattan-new-york.

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I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

adam vaccaro

adam vaccaro

    adam vaccaro Fronte SeedsAdam Vaccaro

Carovana

Carovana giungeva da chissà dove andando verso
chissà dove – attento non avvicinarti troppo che
ti portano via, dicevano trepide le madri – in quel
accampamento accanto alla fontana dal nome che
sonava quasi onomatopeico – scintillante Ciciliano! –

in concerto con pentole e voci di bambini e urla di
volti scuri, baffi e occhi neri, cercine e zinali chini
intorno a fuochi pentole fumanti e assi traballanti
di farina impastata dalle mani volteggianti di una
maga che – con occhi spiritati s’un dente unico re

duce rimasto al centro della bocca come punzone –
fissandomi mi disse, tu hai nel nome il destino di
– di cosa? dissi spiritando gl’occhi a specchio – di
andare fuori e essere contro – e contro cosa?, ilare
e curioso chiesi – occhi fissi negli occhi di carbone

della bambina attaccata al magico manto del suo zinale –
mentre lei rideva ridiventata con noi bambina tra asini
cavalli e tende delle allegrie accampate, ma mi forava
per sempre anima e memoria un sibilo dal suo punzone:
oh piccolino mio, ma contro tutto il bel mondo che c’è!

(Inedita)
27 febbraio 2014

.
L’ala sottile

Quell’ala sottile che ci raggiunge
e si apre come una vela sull’infinito
non è l’ultimo vento che ti aprirà le mani
ché l‘universo è pregno di mille altri universi
che tu ancora non sai

(inedita)
18.12.2012

COPERTINA SALVATORE MARTINO sonetto  salvatore martino

Salvatore Martino

IX

Sopra un cavallo rosso s’avventura
all’incontro temuto e così forte
il più invocato quello della morte
ma il cavaliere va senza paura

Farnetica una strana congettura
di scardinare le temute porte
il bastione invocato tante volte
domestico rifugio di sventura

Il viaggio della vita è così breve
e così lunga la dimenticanza
la cenere che plasma i nostri corpi

Nel bozzolo di seta siamo avvolti
dal tempo e così privi di speranza
ma il cavallo nel vento è così lieve

XV

Il viaggio che sarà dopo la morte
l’unico attraversato da una mèta
è immagine per noi già consueta
del dio che ha scardinato le tue porte

Tutte le vanità saranno accolte
come polvere fredda di cometa
dentro un ossario azzurro che ci vieta
di esorcizzarlo il furto della sorte

Chissà se lo potremo rimandare
l’incontro da nessuno stabilito
il treno che attendeva il suo binario

Se anche questo viaggio è immaginario
persino l’illusione ci ha mentito
il Nulla attende il nostro naufragare

Da Nella prigione azzurra del sonetto 2009

stelvio di spigno   stelvio-di-spigno-la-nudita
Stelvio Di Spigno

Marca

Quando gli uomini del bar del Crocifisso
rincasarono per le ore troppo piccole
un’auto perse il gusto del paesaggio
perché la notte quando viene è per tutti

e io che guidavo mi girai per vedere
quanto era rimasto nel bagagliaio o sul sedile
da snocciolare agli amici di Fermo:

c’era sempre un triangolo tra Gaeta Formia e Iripinia
mentre partivo da un luogo in cui credevo fermamente
e volevo cambiare strada, ininterrottamente,

ma c’era quel bagaglio che pesava
e inoltre era una notte di pensieri in cantilena
con davanti un futuro di colline e di mare
e un chiosco per chi batte strade nuove e si vuole salvare,

poi ci aiutammo a capire esattamente
che era solo libertà con i suoi neon, può mettere paura
se la incontri per prima,
ma alla fine niente va perduto e ciò che avanza
è tutto amore di una terra in pace.

.
Partire, tornare

Spalle alla poppa del traghetto, nel mare
non c’è altra vita che non sia la nostra.

Spalle alla nave che ci salva, ma la mia mente
è ancora ferma sul treno che mi ha portato qui,
e non c’è niente che la possa distrarre
da quel gemere di binari e ferraglie,
che è giusto il rumore di un viaggio.

Il profilo di Napoli scompare nella sua distruzione,
ma stavolta sono io a girare la testa, per non vedere
quanto intatto resta in me,
mentre con gioia e tradimento lo abbandono.

Come andrei, dove andrei, se potessi
far sparire queste macchie solari
che affondano la retina nel buio del nonsenso,
cancellare la nausea di ogni luogo conosciuto,
o soltanto intravisto o immaginato,
perché basta così poco per fare una scoperta…

Ma ancora non so se è più dolce partire o tornare,
mentre gli spruzzi di un mare forza tre
portano il sale del mondo fino al fondo delle labbra,
aspettando che smuova le cose come sono
fino a dove possiamo ancora indovinarle;
perché è questo che si cerca dal mare,
questo aspetta ogni vero navigante.

Mentre il nostro, di mare, mia donna,
si ferma fino a Procida e ritorno.

gian piero stefanoni  gian piero stefanoni copertina
 

 

 

 

 

 

 

 

Gian Piero Stefanoni

La prima cosa

(su alcuni versi di Seferis)
La prima cosa fu il viaggio,
e la casa ed il cane invecchiato che aspetta
per morire il ritorno.

Ma il respiro ed il freddo
che vennero dopo
all’inizio non furono dati;
col cammino tenne dietro il ricordo,
nella navigazione, nel passo
il valico lasciato alle spalle, il carico
sempre più ingombro di rimostranze e paure.

Per questo forse qualcuno
cedette all’attesa segnata sullo scudo
dalle pelli del nemico battuto:
imprese e nomi somiglianti alla propria cacciata
rosa nel volto dai colpi del vento.

(Da Quaderno di Grecia, LaRecherche.it, 2011)

.
Corte

Sei Tu Signore
le mie meraviglie,
il mio viaggio nei luoghi
della Tua incarnazione.

Per quali foreste
mi porterai oggi,
per quale letto di foglie?

Fammi solo essere
e dammi solo un posto
per pregare e renderTi grazie
nelle tue gole, nelle tue rive
in questa terra in cui ancora risuona
e per sempre Santa la Tua scrittura.

Corte- Golfo d’Ajaccio, giugno 2010

(Da Roma delle distanze, Joker, 2011)

antonio coppola

antonio coppola

 

I fiori del male rivista di letteratura

I fiori del male rivista di letteratura

 Antonio Coppola

Un viaggio trasversale

Un viaggio trasversale lo facciamo da anni
con una frequenza insolita, da uomini rupestri;
ci aspetta l’altro viaggio non itinerante, cupo
guidato da un’ala di zolfo d’angelo gay.
Aspettaci in quel buio sordido a spandere
il fiato lungo sugli omeri tra teschi quello di tuo padre
è in prima fila parato a festa per incontri plurimi.
Forsennato e ambiguo giostra nei misteriosi anfratti
dei pianeti a cercare i figli degeneri quaggiù protetti.
Il pianeta è un’orgia di mani, di smorfie mascherate
dove la luce dei candelabri si schianta su visi stravolti.
Il figlio degenere se la spassa menandosela manualmente.

C. Escher colomba

C. Escher colomba

 Matteo-VeronesiMatteo Veronesi

I Elegia della memoria e del viaggio

Non è che memoria ogni viaggio

Diviene
solo immagine pura, soltanto
un fantasma tremante ogni meta
come un’Itaca opaca, un’isola
svanente, appena
toccata, e abbandonata –
così è ogni viaggio, già
tracciato e concluso, partenza
e ritorno, nel giro del pensiero –
così ogni vita, ogni respiro, il verso
che lacera lo spazio come lama
e poi di nuovo regredisce al bianco
lunare deserto dell’origine

E tutto è parola, visione che vibra
e vacilla nel suono che la suscita –
picchi lontani, luminìo di acque
tenui parole affidate alle foglie
e sorrisi specchiati dalla neve –
e ogni viaggio non è che memoria

 

II Da una provincia d’Europa

Le mie città –
il movimento
e il risveglio, o la perpetua veglia
che ho e non ho vissuto

Barcellona
era un piccolo prato senza nome
nel divenire del giorno, nel morire
dell’ora meridiana sulla riga
fra ombra e luce –
lontano
ma presente il bisbiglìo dei canti
e il brulicare dei piaceri, e il porto
dalle grandi navi ferme, dalle mille
luci specchiate, in quello strano
gelo di nuovi marmi –
Parigi
una notte affondata, una spenta
elegia su una carta
sbiadita, il silenzio mattutino
di una vetrina –
Venezia il morire delle insegne
sul tremito delle acque, il lamento senza voce
e il pianto che mi seguiva come un’ombra –
Roma e Firenze un serto di rovine
offerta vana di parvenze mute –
e Milano la città dei morti
che vivono sotterra, inseguendo i loro giorni
divorando le ore
e amano la notte come larve

Ora le chiamo, vuoti nomi, le città che ho fuggito
che non mi hanno chiamato –
vengono da sole a questo tavolo
al rogo fioco della lampada

Ardono più vivi
di loro i loro spettri
sulla mia pagina vana, in questo lembo
sperduto di provincia da cui parlo

domenico alvino  Domenico Alvino
Domenico Alvino

Me ne vado

Io me ne vado quando torno
e quando parto resto un poco
a pendere che si spezza
a momenti.
Anche voi fate visi
se torno
accoglienti d’una festa
dimenticata nei miei occhi
da quando urtai di spalla
a una porta chiusa
ché non resistevo
a pensarlo in terra
con la faccia arresa
alla boccola
o da che mi cadde
rotolando dal guanciale
il capino della bimba
e il cervello
che non mi vedevo
nel cranio vuoto senza lei
o da che mi apparve improvvisa
mia madre a Capri
che mi chiamava dalla barca
e si raccolse presso lei
tutta la solitudine.
Anche allora
in quella festa dimenticata
e risorta sui vostri volti
giro sui tacchi
ed esco dalla porta chiusa.
È una nuova patologia:
mal di partenza irreversibile
che consuma i ritorni
mi cancella da voi
vi cancella via.

(Roma, 25 marzo 2005)

.
La lasci andare

La lasci andare via
mentre resta
il suo alito
sulla porta che poi chiudi
così un’ape che s’incinge
lascia lui di fuori
su una rosa che avvizzisce
e la sequenza ammuta dei giorni
pochi
eretti nello spavento
dei corpi
che si danno
col loro dentro
a morte…
come lei ora
nella discesa delle scale
una rampa
e un’altra
e subito a pian terreno
con il cuore annientato
la lasci
la lasci andare via…

(Roma, 20 febbraio 2013)

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2 commenti

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2 risposte a “POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte III) Adam Vaccaro, Salvatore Martino, Stelvio Di Spigno, Gian Piero Stefanoni, Antonio Coppola, Matteo Veronesi, Domenico Alvino

  1. ricevo a trascrivo il seguente commento di Luciano Troisio:

    «Complimenti a tutti incluso l’acuto Linguaglossa.
    l’Estraneità fa riflettere fin dall’etimologia. Le radici Ex (extra), Es (eso, esotico) alludono subito a una distanza, per non dire allontanamento sia spaziale che metaforico. C’è il fuori (veneziano: foresto, che vien da fora). L’extraneus è straniero e quindi strano. Qui non oso nemmeno aprire la parentesi sul diverso.

    L’estraneità in connotazione giuridica (estraneo ai fatti) potrebbe in certi casi essere parente del turista che va fuori, ma rimane totalmente “estraneo” a quello che vede (gli basta una palma, magari obliqua, e una bibita colorata con ombrellino sul bordo). All’opposto c’è chi si affanna a raggiungere i topoi celebri, cerca di capire l’altro ma si rende conto che risulta difficile se non impossibile; e che comunque “bisogna pensare”. Il che non rilassa.

    Banalizzando l’altissimo Platone, accortamente tirato in ballo, il metéchein risulta adattissimo al viaggiatore. Lo era anche prima di Cristo quando gli ulissidi (mangiatori di loto) erano un po’ turisti e molto di più mercanti. Sono convinto che la Grecia classica debba molto all’Asia. L’arte di vagare, per terra e per mare, nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano, era già allora in bilico perfetto tra l’ hic et nunc (il greco to de ti) e il Mistero. Il comperare, il saper vendere, ha costretto alla medietà e all’astuzia, a relazionarsi con l’altro, a mettersi nei suoi panni, a sollucherarlo pur partecipando del Mistero. Almeno in parte. (Oscillare come Machiavelli: di giorno rubagalline e di notte con preziose vesti curiali). È il destino di tutti noi viaggiatori e reporter svagati/attentissimi.

    Ma non posso trattenermi dall’estrapolare un’immagine di notevole efficacia: infatti, non sarà sfuggito a nessuno qui il sovrastante rombo di un affascinante mezzo di trasporto che “fora il video” e unisce in itinerario unico tutti i testi altrettanto affascinanti: il sidecar in Cina. Ah, il sidecar in Cina, quanto è inebriante! E per di più sottende di avere a destra una stupenda morosa: l’ho fatto anch’io nel 1983, da Pechino all’Inner Mongolia. Grazie mille a quel poeta! Ci sento perfino una grata colonna sonora! Un caro abbraccio. Perché egli trasporta ed eleva tutta l’antologia in quell’area/aura (tuttora) californiana e beat; trae con sé e ce la dona, l’impagabile aristocratica ilare gioia di quando, un millennio fa, eravamo giovani»

    Luciano Troisio.

    • Molto interessante il commento di Luciano Troisio.
      Ho qui sotto citate due frasi che mi toccano personalmente, cosa che prima o poi, non so quando, sarà evidente in un mio scritto sul tema.
      L’Estraneità fa riflettere fin dall’etimologia. Le radici Ex (extra), Es (eso, esotico) alludono subito a una distanza, per non dire allontanamento sia spaziale che metaforico.”
      “L’arte di vagare (…) in bilico perfetto tra l’ hic et nunc (il greco to de ti) e il Mistero.”

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