SEI POESIE di UDAYAN VAJPEYI (prima traduzione in italiano) da ADRSHYA JIVAN, LA VITA INVISIBILE, traduzione dal hindi e presentazione di Steven Grieco

 tempio Jain

tempio Jain

Udayan Vajpeyi

Udayan Vajpeyi

(con la gentile consulenza di Dr. Shalini Sharma e Francesco De Mandato)

Udayan Vajpeyi nato nel 1960 a Sagar, nel Madhya Pradesh, è letterato e medico di professione. Vive a Bhopal (dove nel 1984 avvenne il disastro dello stabilimento della Union Carbide). Ha pubblicato diversi libri di racconti, due libri-intervista fra cui Abhed Aakash (Spazio indiviso) con il regista Mani Kaul, e inoltre molti saggi su argomenti filosofici, sulla pittura e la musica, sul teatro classico sanscrito e infine sulle popolazioni tribali originarie del suo stato, il Madhya Pradesh.

Udayan Ragione 18In ambito poetico, notiamo tra le altre raccolte significative, Adrshya Jivan, La vita invisibile, tradotta in francese e pubblicata prima presso Cheyne éditeur nel 2000, e in seguito ripubblicata da Ragage éditeur nel 2007. Da questo volume sono tratte le poesie che seguono.

Sue poesie sono state tradotte in diverse lingue indiane, in inglese, svedese, polacco, bulgaro, e altre. Ha tradotto in hindi testi di Octavio Paz, J. L. Borges, Anton Chekhov, Iosif Brodsky, Philippe Jaccotet, Shuntaro Tanikawa, Balchandran Chullikad, e altri. Dirige la rivista Samas in lingua hindi, ed è membro di diverse redazioni di riviste letterarie e di poetica, fra cui Kavita Asia.

Ha parlato su arte e letteratura a Mosca, Parigi, New Delhi, Heidelberg, Bombay e altrove.

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ARRIVO

“Prepara la casa, che abbia l’aria felice.” Questo disse, o forse fui io a sentirlo. Avevo la febbre, lei era esausta per la giornata. Sulla sua fronte e nell’aria piovosa, un’oscurità fitta. Non c’era nessuno degli ospiti che non ci avrebbe visto litigare. “Prepara la casa, che abbia l’aria felice!” ripeteva di continuo.
L’acqua continuava a bollire sulla stufa.
C’era ancora tempo prima dell’arrivo del treno.
Sulla strada gli ubriaconi borbottavano fra di loro. Nei sobborghi sudici della città i mendicanti avevano preso sonno. Nell’albero del neem la vedova nera tesseva la notte.
Venne la sua voce dalla cucina: “guarda, guarda, il geco morto è tornato in vita e sta correndo sul muro! Alzati! Alzati! Le pareti (di casa) sono ancora piene di polvere e ragnatele!”

Udayan Vajpeyi est né en 1960. Il vit à Bhopal, dans la centre de l'Inde, où il enseigne la physiologie

udayan vajpeyi est né en 1960 il vit bhopal-dans la centre de linde il enseigne physiologie

LA NOTTE

E’ la notte di Tija1, la Mamma, che era dalla Nonna, è corsa a casa sua. Qualcuno dorme sul divano di legno nella veranda. Non sa che il Papà si è già addormentato. La Nonna la redarguisce per piccole questioni. Mi impedisce di dare una risposta. L’immagine di argilla di Parvati2 è già ricoperta di fiori. Le donne cantano i canti devozionali. Papà cammina afferrando le ginocchia con le mani. Vuole rinascere prima ancora di morire. La Mamma si accorge di un singhiozzare soffocato fra i canti; apre la bocca per un po’ d’acqua. Papà si gira nel letto.

Oltre la pelle trasparente della Nonna, appare la vita invisibile di Mamma.

1. Terzo giorno del calendario lunare, giorno di digiuno completo per le donne sposate.
2. La dea madre Parvati praticò durissime austerità e digiuno per sposare Shiva.

udayan vajpayi

udayan vajpayi

FOTOGRAFIA

Sembra che dalla fotografia Mamma stia lanciando fuori uno sguardo furtivo. Sullo sfondo, il fiume è diventato immobile per sempre.
Papà, malato, mormora di fronte ad una sconosciuta: “ormai il leone è sconfitto.”
Il Nonno materno, avvicinandosi al finestrino del treno, saluta Papà che parte in viaggio per farsi curare.
Dentro le lacrime negli angoli degli occhi di Papà trema il viso del Nonno pieno di rughe.
Pur leggendo giorno e notte,1 Mamma non riesce a capire dove è sparito Papà.

Cogliendo la mia voce che arriva da dietro, mi giro, e ho un sussulto. Papà è lì: anche lui nel sentire la propria voce si gira, sussultando.

Tranquilizzata, Mamma ci guarda dal cielo remoto, silenzioso.

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1. Probabilmente si tratta della lettura del Ramacharitmanas, vedi nota alla poesia “Intervallo” qui sotto.

Udayan Vajpeyi untitled by Hemray

untitled by Hemray

INTERVALLO

La Mamma appiccica gallette di sterco di vacca sul muro dietro casa. Papà esce indossando un abito formale, da ufficio. Nonno in calesse percorre ansimando la salita verso il tribunale. All’incrocio della via, il sarto apre il suo negozietto tremando di freddo, Papà lo vede attraverso il finestrino dell’auto che lo porta lontano da casa.

Mamma recita il Manas1 in due parti: prima quando tutti dormono, poi dopo la partenza di Papà. Nel breve intervallo, l’acqua del tè bolle sulla stufa. La Nonna mi chiama, io accorro, sto in piedi davanti a lei: “chi verrà con lui?” mi chiede lei. Nella stalla Mamma copre le bestie con sacchi di juta.

La camionetta che nel buio della notte trasporta il cadavere di Papà verso la città vicina fa un fruscio simile alle foglie secche.
1. Il Ramcharitmanas, antico poema epico reinterpretato nel 16° sec. dal poeta e santo Tulsi Das, in cui si narrano le gesta di Rama, re giusto che salva la moglie Sita dopo che questa è stata rapita dal demone Ravana, re di Lanka (l’odierna isola di Ceylon).

Udayan foto di Nihal Mathur

foto di Nihal Mathur

IMBRUNIRE

Nella stanza delle preghiere Mamma rompe il digiuno mangiando della frutta. All’interno del quadro, Re Rama si accinge a partire in soccorso di Sita.
Il Papà, indossando dhoti-kurta1, si muove verso la sua auto. Dal lato opposto della strada inizia a farsi sentire la voce di Nonna.
Il Nonno sfoglia silenziosamente alcuni documenti del tribunale. Mamma smette di colpo di mangiare la frutta e si avvia correndo verso la casa del Nonno. Con occhi muti, Nonno vede nascosta in lei la sua piccola figlia.
Ora la casa è vuota. La Nonna prende della farina e la dà a Mamma.

La morte attraversa il cortile poggiando attenta ogni passo sui frammenti d’argento2 del culto.

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1. Pantaloni larghi e casacca in cotone leggero (di colore bianco quando vengono indossati in casa).
2. Frammenti di sfoglia d’argento che si incollano sulle immagini sacre con un po’ d’acqua del Gange, durante il culto alle divinità prescelte.

Udayan Vajpeyi

Udayan Vajpeyi

VENTRE

Il ventre di Mamma si è disteso, come se un’onda dell’oceano fosse venuta a posarsi lì. Io mi tuffo in quest’onda immensa, sono tutto bagnato, vedo la Mamma che dal suo di là mi sorride.

Alla Nonna questo non piace. Mi ingiunge più volte di tornare a riva.

Ignorando tutto ciò, il Nonno mi porta ogni sera ai giardini. Io, nascosto dietro i densi cespugli, vedo sul viso di Nonno approfondirsi l’ombra dell’età.

Dopo la partenza di Papà, l’onda dell’oceano è tornata all’oceano. Nella sabbia sparsa sul grembo di Mamma, le impronte dei miei piedi iniziano a riempirsi.

*

Poeta, autore poliedrico, Udayan Vajpeyi è sempre rimasto fedele nella sua scrittura creativa alla lingua hindi, risolvendo in questo modo la questione delicatissima, che si pone ad ogni scrittore indiano oggi, se comporre nella lingua ancestrale o in inglese, la quale da tempo viene considerata lingua “subcontinentale” a pieno titolo.

Molto ci sarebbe da dire sulla sua poesia, ricchissima. Basti indicare qui l’influenza sul suo stile del linguaggio cinematografico, e questo sicuramente anche grazie alla sua decennale profonda amicizia con Mani Kaul, uno dei massimi rappresentanti del cinema d’arte indiano nella seconda metà del XX sec.

Nella sua raccolta Adrshya Jivan, La Vita invisibile, oltre a gettare luce sui complessi rapporti umani che intercorrono fra i membri all’interno della famiglia indiana estesa, Vajpeyi riesce in un’impresa davvero sorprendente: esprimere pienamente l’inesausta continuità della vita, senso tradizionalmente condiviso da tutti gli abitanti del subcontinente indiano, indipendentemente dalla convinzione religiosa o dalla non-credenza. Tale continuità è poi ciò che la nostra coscienza in qualche modo percepisce attraversando di continuo, nel corso della vita, i tradizionali tre stati d’essere individuati dal pensiero indiano antico: la veglia, il sogno e il sonno profondo. (Il quarto stato, turya, di questi completamento e superamento, rimane indicibile e inesprimibile). Ma al pari di ciò, anche la morte, così come la vita terrena, non sono che stadi temporanei all’interno di una durata esistenziale più vasta. Di fronte ad una visione di questa portata, poesia, scienza, filosofia, i travagli dell’umano vivere, tutto si accartoccia.

E malgrado l’ampiezza quasi insostenibile di tale visione, alla quale Vajpeyi si riallaccia pienamente ed esprime in versi di talvolta difficile comprensione, quanta umanità e semplicità nelle poesie qui presentate, quanta pena e fragilità, sempre trattenute dal distacco illacrimato del poeta.

(Steven Grieco)

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). Nel 2016 con Mimesis Hebenon è uscito il volume di poesia Entrò in una perla. Indirizzo email:protokavi@gmail.com

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8 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi

8 risposte a “SEI POESIE di UDAYAN VAJPEYI (prima traduzione in italiano) da ADRSHYA JIVAN, LA VITA INVISIBILE, traduzione dal hindi e presentazione di Steven Grieco

  1. Ivan Pozzoni

    Ringrazio Steven Grieco dell’incommensurabile attività di traduzione e di vivificazione di versi anomali, lontanissimi dalla versificazione italiana. Da antropologo/sociologo dell’arte – non sarei in grado di esserne un buon critico- noto immediatamente, e volentieri, che nel versificare indiano, a differenza che nel versificare italiano, il «soggetto» lirico – come dice Giorgio Linguaglossa- aldilà dello sparire, «oggettivizzandosi», o dell’elefantiacizzarsi, si codifichi come «soggetto» collettivo. La comunità, la famiglia, le donne, Madre, Padre, Nonni, il Gange stesso diventano «soggetti» collettivi, rapporti, inimmaginabili nella poesia italiana contemporanea, basata sul binomio connessione / sconnessione, come se, nel futuro, avesse senso solamente fare worldwideweb poetry o facebook poetry, cioè una poesia orientata a registrare, su facebook, ogni minima vicissitudine monadica esistenziale del c.d. autore (senza che l’autore stesso, come nella famosa filastrocca «Il poverin, che non se n’era accorto, // andava combattendo ed era morto», abbia ancora avuto sentore della sua stessa morte).

  2. Steven Grieco

    Un commento acuto, quello di Ivan Pozzoni, sulla poesia di Udayan Vajpeyi. E vorrei che Ivan continuasse la sua riflessione, che la chiarisca ulteriormente.
    Tuttavia, Il radicamento di questa poesia hindi è anche illusoria, poiché la modernità ci investe tutti, senza eccezioni, con la sua immensa force de frappe.
    E allora sottolineo un’altra, correlata questione, ossia il fatto che poeti come Vajpeyi conservano e ampliano una tradizione che sostanzialmente rivendica alla lingua hindi e alle altre lingue neo-arie (hindi, bengali, marathi, malayalam, tamil ecc.) la capacità di veicolare altrettanto bene che l’inglese un certo sentimento profondo dell’India odierna (e del mondo), la sua mirabile e spesso travagliata modernità.
    Certo, usare oggi l’inglese in poesia indubbiamente significa per un poeta di questa parte del mondo aggiungere alla propria capacità espressiva artistica un nuovo elemento culturale, importante e significativo e anche squisitamente “indiano”, ma anche scivolosamente internazionale e per questo motivo più facilmente smarribile.
    I poeti invece che scrivono in lingua neo-aria possono più profondamente attingere all’ethos millenario dell’India così come è stato espresso anticamente nella poesia e nelle arti visive, nel teatro e nel pensiero filosofico, trovando quindi in questo loro ricchissimo passato molti degli strumenti (anche linguistici) che servono per dire il presente.
    Mi permetto di dire che oggi questi poeti riaffermano la loro lingua non molto diversamente da come lo può fare il poeta italiano o spagnolo o svedese. Infatti, dal 12o al 16o sec. circa, le lingue neo-arie che nacquero su suolo indiano spesso si svilupparono attraverso una nascente letteratura di poesia mistica che non solo affrontava la nuova realtà di un paese invaso dall’Islam, ma riaffermava le radici più antiche del paese, quelle che affondano nella civiltà del sanscrito.
    Non diversamente da come avvenne nel 13o sec in Italia con Dante Aighieri e la nuova lingua volgare.
    In fondo, queste sono le radici della modernità, e tutto il mondo euro-asiatico visse nei secoli questa realtà sulla propria pelle. La continuità fra i territori è più grande di quanto non potrebbe sembrare.
    Rimane da aggiungere che sono ovviamente numerosissime anche le scelte cross-culturali e linguistiche fra i poeti subcontinentali di oggi – penso ad esempio, al grande Arun Kolatkar, poeta anglo-marathi, che presto vorrei proporre qui in “L’ombra delle parole”.
    Infine, è interessante notare come, con tutte le sicuramente grandi differenze fra due poeti come Udayan Vajpeyi e Giorgio Linguaglossa, noi possiamo cogliere anche le somiglianze, il sentire comune. Perché i poeti sono poeti ovunque e in ogni tempo, se è vero ciò che afferma la seguente frase nello “Shujing”, trattato cinese sulla poesia risalente al 11o sec. a.C.:
    “la poesia è quello verso cui si muove ciò che è intensamente presente nella mente. Nella mente è “intensità”; quando esce nella lingua, è poesia.”
    Ovunque nelle sue poesie, Linguaglossa vive con significativo rammarico la banalizzazione di alcune significative strutture sociali e culturali della tradizione europea e occidentale (quali forse la famiglia). Vajpeyi invece registra la (incerta) continuità di tali strutture nel suo specifico ambito socio-culturale, e infatti della famiglia tradizionale indiana nota anche il malfunzionamento, che spesso provoca nei suoi membri un senso di soffocamento e di claustrofobia molto simile al disagio esistenziale vissuto dai personaggi delle opere di Albert Camus.

    Una foto degli anni quaranta. C’è mia madre che si affaccia
    sul bordo della cornice: si guarda l’orlo della manica; vertigine;
    (G. Linguaglossa, “Tre fotogrammi dentro la cornice”)

    Sembra che dalla fotografia Mamma stia lanciando fuori uno sguardo furtivo. Sullo sfondo, il fiume è diventato immobile per sempre.
    (Udayan Vajpeyi, “Fotografia”)

    Insomma, il paradiso non esiste da nessuna parte, tutti viviamo la sofferta e incerta modernità (o post-modernità che sia) dei nostri tempi.

  3. Ivan Pozzoni

    Le mie scarsissime conoscenze critiche non mi metterebbero in condizione di fare un’analisi comparativistica – è il talento/fatica immensi di Steven Grieco- tra versificare contemporaneo italiano e e non-occidentale. Noto, a sprazzi, antropologicamente, una forte differenza tra Linguaglossa e Vajpeyi:

    «Una foto degli anni quaranta. C’è mia madre che si affaccia
    sul bordo della cornice: si guarda l’orlo della manica; vertigine;
    (G. Linguaglossa, “Tre fotogrammi dentro la cornice”)»

    Il «soggetto» dei versi è un «oggetto», cioè la fotografia: è la fotografia a contestualizzare ogni movimento dell’«oggetto» «mia madre». Linguaglossa «oggettivizza» il «soggetto», come se desiderasse liberarsene.

    Sembra che dalla fotografia Mamma stia lanciando fuori uno sguardo furtivo. Sullo sfondo, il fiume è diventato immobile per sempre.
    (Udayan Vajpeyi, “Fotografia”)

    In Vajpeyi è Mamma, «soggetto» collettivo (famiglia), a lanciare «fuori uno sguardo furtivo»: in costui si cerca un «soggetto» diverso, collettivo, radicato nella tradizione (metafora del fiume immobile).

    Guardiamo in “Imbrunire” di Vajpeyi:

    Nella stanza delle preghiere Mamma (1) rompe il digiuno mangiando della frutta. All’interno del quadro, Re Rama si accinge a partire in soccorso di Sita. Il Papà (2), indossando dhoti-kurta1, si muove verso la sua auto. Dal lato opposto della strada inizia a farsi sentire la voce di Nonna (3). Il Nonno (4) sfoglia silenziosamente alcuni documenti del tribunale. Mamma (5) smette di colpo di mangiare la frutta e si avvia correndo verso la casa del Nonno (6). Con occhi muti, Nonno (7) vede nascosta in lei la sua piccola figlia. Ora la casa è vuota. La Nonna (8) prende della farina e la dà a Mamma (8). La morte attraversa il cortile poggiando attenta ogni passo sui frammenti d’argento del culto.

    Gli otto riferimenti sono ad un «soggetto» collettivo che, rapportandosi vicendevolmente, chiude la morte (del «soggetto»?) fuori, fuori dalla «famiglia», in cortile. Gli «oggetti», in Vajpeyi, sono agiti; in Linguaglossa, e nella tradizione occidentale, agiscono. Però, sinceramente, non ho documenti sufficienti a costruire una seria tesi interpretativa sull’arte di Vajpeyi: la mia è una mera interpetazione a sprazzi.

  4. Concordo con la tesi esposta da Ivan Pozzoni. Oggi, in Occidente, nella nostra nuova condizione di esiliati, non possiamo più accedere ad un soggetto compiuto e conchiuso; il soggetto è stato svuotato ben prima di Freud, il primato del soggetto era già stato capovolto da Descartes che gli aveva sostituito “l’io penso”. Non c’è bisogno di scomodare Lacan o Derrida per parlare della morte del “soggetto”. Fatto sta che chi in Italia ancora continua a fare una poesia del “soggetto”, in realtà fa poesia di seconda o terza mano, con una filosofia spicciola e acritica. Il “soggetto” è morto, sia nella poesia che nel romanzo. Al massimo si può andare alla ricerca del “soggetto”, ma si tratta di una avventura davvero perigliosa; ci sono frammenti che, al massimo, attendono di essere ricomposti. Per questo nella poesia occidentale più evoluta l’io poetico ha mutato volto e compiti, al massimo può avere una giustificazione soltanto come “agente”, cioè come un qualcuno che “agisce” dal di dentro della composizione (o del romanzo) per ricercare la direzione o le direzioni di significato delle esistenze.

    Ecco perché la poesia occidentale (e quella italiana con grande ritardo) si è mossa in questa direzione di ricerca. L’elegia incentrata sull’io poetico è una scorciatoia che non porta da nessuna parte. Mettendo al centro della composizione (e del romanzo) il nuovo soggetto de-centrato e de-fondamentalizzato possiamo ottenere una visione più ampia, possiamo intravvedere le cuciture e le scuciture, possiamo “ricomporre l’infranto”, anche se esso è la verità di un “atttimo”, la verità contenuta nelle fotografie delle poesie di Giorgia Stecher, la verità contenuta nel fotogramma di una quartina d’inizio di una poesia di Steven Grieco:

    Tredici anni fa, come oggi,
    noi tre sediamo al tavolo di cucina
    davanti alla finestra,
    guardando il sole fermo
    sopra chiese e palazzi.

    È dal fotogramma, da una fotografia, dallo spezzone di un ricordo infranto che qui in Occidente può prendere luogo una poesia. Non c’è altro da fare, perché il “soggetto” è stato infranto da tempo, dissolto in mille ritagli, in mille frammenti. Il poeta può soltanto tentare di ricostruire i nessi che legano i frammenti disparati e dispersi di un mondo.

    In Oriente, per la poesia indiana la cosa sta probabilmente in modo diverso, loro non hanno ancora pagato sulla propria pelle la scissione, la dissoluzione, la de-fondamentalizzazione del soggetto. Per loro il “soggetto collettivo” ha ancora un senso.

    • Ivan Pozzoni

      Per mia modesta visione – come tu sai bene, Giorgio, mandiamo avanti il nostro dialegesthai da anni- l’obiettivo (la missione?) dell’intelle(a)ttuale è fare tabula rasa di ogni forma di poesia contemporanea occidentale che, non essendosi ancora accorta della defondamentalizzazione del «soggetto» e della delegittimazione dell’autore, continua, in crassa ignoranza (maggioranza) o in furbo epigonismo (minoranze dominanti), a versificare con «soggetto» lirico al seguito. Prima – come dicevamo- dobbiamo spezzare i fili spinati delle trincee dei c.d. «soggettivisti» ad oltranza (con la famigerata forma di arditismo che, da me mal spiegata, è stata considerata da Giuseppe metafora… troppo ardita!). Come? Denunciando, rocambolescamente, fino all’esasperazione, con ogni mezzo (antologie, riviste, collettanei, blogs, microeditoria socialista), anche con l’estremizzazione (à la Sanguineti), il contesto consumistico che consente il «soggettivismo» italiano, ignorante od epigonico, e che tiene distante ogni tentativo di classificazione ritica di esso, come dovrebbe esser fatto da chiunque, come un man dead walking categoriale. Buttata all’aria la scacchiera, messe in crisi le nozioni tradizionali di «poesia», «autore», «pubblico», «arte», smascherata la categoria zombie del «soggettivismo», ci sarà da ricostruire o da strasbattersene: o – e Giorgio non mi trova d’accordo- seguendo le avanguardie europee sulla strada dell’«oggettivismo»; o, seguendo una visione radicale della comunità caratteristica del mondo occidentale antico, cioè rifondando, sulla scia di una Rehabilitierung der praktischen Poesie, un reale «soggetto» collettivo (non un «soggetto» lirico mascherato, come nella c.d. «poesia civile»). Questa rifondazione non andrà fatta dalla civitas (logos) o da oi barbaroi/monti (thumos): andrà fatta dalla chore, come «luogo» liminale. Il «soggetto» collettivo esprimerà, allora, una «poesia» chorastica, liminale tra «ragione» ed «empirismo», totalmente anti-metafisica e storicistica, come tratto distintivo del mondo occidentale (e non, ad esempio, dell’India di Vajpeyi).

  5. Vorrei aggiungere un elemento consussistente a quanto detto finora e che, forse, può sommarsi ai tasselli fin qui enunciati, per delineare un quadro più completo dei versi di Vajpevi, portati a nostra conoscenza da Steven Grieco, anche in rapporto alla Nostra versificazione.

    A me pare che Il “soggetto collettivo” nelle poesie di Vajpevi , sia dato anche, e soprattuto, dal permanere delle tradizioni e della religione, che ancora in India hanno un valore trascendentale e non ordinario come, invece, si registra in questo nostro Occidente preoccupato a sostituire ogni appartenenza con il profitto. Nei fotogrammi di Vajpeyi il quotidiano è scandito dal rapporto con il divino. L’acqua per il te, l’abito formale di papà, il dhoti-kurta, i sacchi di juta per le bestie nella stalla, i documenti del tribunale, suono strettamente connessi con la statua di Parvati, con la foto di Re Rama, con l’acqua del Gange e i canti devozionali. I componenti della famiglia del poeta, nel trapasso, sono diventati anch’essi delle divinità, Lares familiares: “Il ventre di mamma si è disteso… Mamma che dal suo di là mi sorride.”

    Condivido pienamente l’analisi che Pozzoni ha fatto in prima battuta. Quale poeta occidentale, mi domando, metterebbe mai nei propri versi l’immagine di un sant’Antonio, o di una delle tante madonne che abitano i luoghi di culto del nostro occidente, con la stessa sacralità di Vajpevi ? Noi che abbiamo sostituito Dio, troppo ingombrante, troppo presente, con santi, sante e Madonne a cui chiediamo di inginocchiarsi, loro davanti a noi e non noi davanti a loro.

    In “Album”, di Giorgia Stecher, ricordato da Linguaglossa, e senza entrare nel merito della questione sparizione del soggetto (concordo con Giorgio in questo), mi sento di dire che in quello gli avi sono “eroi” più che divinità. E’ proprio un pensiero tutto occidentale quello di affiancare alle divinità (monetizzate e quindi svuotate di ogni sacralità) le figure laiche degli eroi, anche catturati in una qualche posa buffa, con un cappello che pare “un secchio capovolto” (foto di mia madre).

  6. antonio sagredo

    Seguo da spettatore molto inquieto i commenti dei vari poeti col mio occhio di bue e ascolto solo appalusi dai loggioni… ” semplice come un muggito” (V. M.)
    a. s.

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