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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte II) Mark Strand, Marco Onofrio, Anna Ventura, Adam Vaccaro, Ivan Pozzoni, Antonio Spagnuolo, Antonio Coppola, Alberto Figliolia

Ravenna chiesa di San Vitale Teodora- e la corte di Costantinopoli mosaicos-bizantinos-muestran-emperatriz

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

Mark Strand april 1992

Mark Strand april 1992

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mark Strand

From the long sad party

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps toward morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but come back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had noticed.
Then someone said something about the planets, about the stars,
how small they were, how far away.

Mark_Strand

Mark_Strand

Dalla lunga festa triste

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

marco onofrio

marco onofrio

marco onofrio emporium

 

 

 

 

 

 

 

Marco Onofrio

Un grande addio

La vita è l’arte dell’addio:
è lunga l’arte dell’addio
per imparare ad accettarlo
che la vita è tutto un addio
interminatamente
inesorabilmente
istante dopo istante
un grande addio.

 

Anna Ventura

Anna Ventura

 anna_venturaAnna Ventura

Non tu, domani

È il senso dell’addio,
questa nausea leggera,
quasi una spossatezza che,
all’improvviso, viene.
Sai bene che non puoi farci niente:
qualcosa, dentro, si è spezzato.
Non è la fine del mondo, è solo
un altro coccio rotto che si allinea
tra il vasellame che stipa gli scaffali
di questa lunga credenza dove
si chiudono le cose.
Qualcuno – non tu – domani
tenterà un restauro.

.

In un cesto di paglia

Qui c’è un topo di panno rosso,
lungo pochi centimetri
dono di una magica signora
che abitava sopra di noi, al mare:
l’aveva fatto lei, con le sue mani fatate
per regalarmelo
il ventisei luglio del millenovecentoquarantotto,
giorno di Sant’Andrea e mio onomastico.
C’è il vestito di organza verde,
a pallini bianchi, per i grandi balli del Liceo. C’è
Giuseppe De Robertis,
l’iride blu sotto il basco dello stesso colore,
quando mi strizzava l’occhio, a Firenze,
perché lui era la Letteratura e io
una conversa decisa a farsi suora.
Ci sono anche la menta, il farro,
l’olio di frantoio, il pepe e il sale,
gli ingredienti della cucina povera, tutti
in un cesto di paglia:
che non sia solo una metafora.

da Tu quoque Antologia, (Poesie 1978-2013) Edilet, 2014

adam vaccaro

adam vaccaro

 adam vaccaro Fronte SeedsAdam Vaccaro

Presente passato

E mi trascino dietro tante cose
povere cose
orgogliose
inaridite e dense di vita
facce e case
onde sonore profumi
che sogno sempre
di lasciare per sempre
e poi ritrovo
in un angolo inventato
di pensieri e ricordi
di ombre col loro
presente passato.

(1976)

La lingua tra i denti

La luna girando non berrà questo piombo
che la lingua curerà girando tra i denti
quasi un segno d’appuntamenti in un sogno
di tutte le notti (dove) chiacchierando privo
di questa stupida penna che la carta bucherebbe

Mi verrai incontro col tuo viso generoso e
quello scempio di corpo insanguinato abbandonato
all’ignobile richiamo che t’ha lasciato là
carponi sull’asfalto

Chiacchierando mi dirai finalmente
che solo oltre oltre
ci ospiterà la verità

Ah verità verità che hai sempre
così paura d mostrarti e vivi
rintanata
come fossi una ladra ma non sai
che qui ormai è tutto uno show
un bellissimo show dove i ladri
sono lustri e belli come il sole

(E) chiacchierando forando il tuo sguardo
di padre capace con un bacio
d’affogare i miei occhi ti dirò che stupido
stupido destino a non darti mai
di rubare neppure una patata (*)

Tu col viso rosso mi farai
e non fare il fesso
guarda come volo
come volo leggero
senz’ombra di piombo

(aprile 1989)

(*) Il riferimento è al campo di prigionia in Germania, in cui mio padre venne tenuto tra il ‘43 e il ‘45 a raccogliere patate, con la proibizione assoluta di rubarne qualcuna.

Ivan Pozzoni

Ivan Pozzoni

 Ivan Pozzoni Patroclo non deve morireIvan Pozzoni

My brother is dead – frater meus mortuus est

Non ho mai temuto di rinchiudermi in una cella francescana,
frate Leone butterato, 1.83 cm x 90 kg, colosso di porcellana,
a chiedermi come fai ad essere ancora innamorata e attratta,
me lo domando ogni volta che mi accosto un boccone al viso,
ingurgito tutto, desidero invadere il mondo, come un frastornato Narciso,
non mi muovo, disoccupato immerso nel lavoro, mi invento nomade sedentario
non rimanendomi altro da donarti che un bicchiere di Bellini misto ad un abbecedario.

Annego la mia fragilità in cocktail di alcool, Delorazepam e Paroxetina,
mi immergo nella lotta sondando Bauman, distante da una generazione allevata a cocaina,
convertendomi in menestrello – dovrei assomigliare a un elfo, non ad un troll-
canto con la sgraziata cacofonia, in un capannone industriale, di una fresatrice Bosch,
sperso auf Das Narrenschiff, sperimentati tutti i vizi, e, adesso, avanti marsch
con amore, casa, affitto, bollo, benzina, neutralizzato anarchico in dolce quarantena,
mi batto, cotidie, a disinfettare i tuoi sogni da trentenne minacciati da cancrena.

Non è che la bruttezza mi avvantaggi sul carattere, schivo come Salinger
il successo di The Catcher in the Rye, non riuscendo a trasformarmi in challenger
delle angoscianti sfide di ogni giorno, morto di fame vs. morto di fame,
mi avvicino ad essere l’anti-eroe omerico zittito da Odisseo, Tersite,
soffrendo mal di testa atroci dovuti a calci in culo e sinusite,
barcollo, senza mai mollare, ai ripetuti cali di energia:
governi corrotti, disoccupazione e riforme inutili fanno una bella sinergia.

Giano bifronte è morto nell’utero d’una vita baldracca
che non desidero affrontare coi lamenti striduli d’una checca,
resto da solo, davanti alla tastiera, condannato a smettere di battere a quattro mani,
troppo spesso, sciocco arrogante, m’arrogo d’esser Gulliver tra lillipuziani,
e non considero un disonore, ogni volta, debuttare a fianco d’un debuttante,
significa che l’arte non è morta, infettata dalla necrosi del contante. Continua a leggere

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte II) Antonio Sagredo, Lucia Gaddo, Giuseppe Vetromile, Chiara Moimas, Patrizio Dimitri, Alberto Figliolia, Gianmario Lucini, Luciano Troisio

buenos aires

buenos aires

New York bank-of-america-tower

New York bank-of-america-tower

New York bank-of-america-tower

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia tra Atene e Gerusalemme, tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione. «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione»

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

escher

escher

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Mi sorrise Omero con le dita e squame attiche

Si era offuscato il nitrito delle stelle e sul selciato
battevano i tacchi lugliènghe stramature e ammuffite,
se ne andavano le note avvinazzate per i vicoli sfiancate
dai suoni e dagli amplessi… i pentagrammi avevano registrato

gli osanna per i consumatori del divino e dai miracoli
traboccò un vomito di credenze, e le perline nere dei rosari
dai traini alle soglie intoccabili mostravano il lato B delle Madonne
tutte in celeste antico, le carnali mani pietose, negli occhi

il desiderio di un amore troppo consumato tra i crocicchi
e quelle lanterne in porcellana rosse erano i baci schioccanti
al passo di viandanti mentecatti… e l’Incarnato avanzava
con lei che si portava dietro un nugolo di creature spaventose!

Piangeva Omero quando il cratere eruttò i suoi colori
e i frammenti sparsi di Kostantinos il selciato mutarono
in mosaico, e non sappiamo se la farsa bizantina nascose
sotto la pietra i misteri che se eleusini erano – finzioni!

Brindisi, 29 giugno 2014

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

C. escher

C. escher

 

 

 

 

 

 

 

Lucia Gaddo

Colomba bianca

Umido porterò il saluto
del cane nero sulla mano,
liquido di lacrima
che insiste l’occhio del rimpianto

le tessere musive allusive
di quel disegno
non vanno
ricomposte
e svariano
sul pentagramma fluttuante
del vento strisciante della rinuncia
come note di concerto mancato.

Anche ignota va la colomba
bianca del martirio
alta e certa,
che accompagno per l’ala
fuori il giardino:
neppure guarda fra l’ordito
della tenda alla finestra
se sotto il lume ancora stai,
giudice latitante
della mia pena
o se invece apri all’addio
col sorriso dell’ebetudine,
lasciandoci andare,
ospiti di insondabile riguardo,
rifiutando di capire.

(Da Solargento, ‘agnusmei’, 2000)

 

Il lungo sonno dell’anima

Corona di nevosi denti
colse l’alba alpe in uscita.
− Rodare necesse, rodare − suggeriva chiuso il motore
lanciato nel bersaglio dell’appuntamento,
− guarire si può, e càpita di solito,
ma spesso mútila il tempo débito
e rútila il sangue sui muri edificati alle città
e tante strade si scrivono nel fango della lotta
per trovarsi ímpari a gemellare slanci
d’anguilla alla vivenza −

Ma l’unico posto vuoto è quello in ombra,
che non asciuga il dolore
e resta nel gorgo dimesso dell’abbandono;
quello il luogo e il rogo
che l’obbedienza cerca,
l’attratta suggestione
che suggeva tutto il sole del grano
dalla bocca dell’estate
e non resta che autunno a diradare incontri
a comandare i risvegli dell’anima
coatta a tentare ritorni nei sogni
a voler morire nel sonno.

Dunque si sdoppia ancora,
ancora làtita sorella verità,
chiara identità. Trafigge, affligge, infigge
effigie laconica,
misura d’astratto cielo
sfogo di fumo grigio

muníta di qualche storta schiarita,
questa flebile vita.

(da Solargento, ‘nel preludio rosso dell’alba’, 2000)

 

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

 Giuseppe Vetromile

Giuseppe Vetromile

Un viaggio verso le Indie

Parto. Che il vento mi porti fortuna.

M’affido alla guida d’un bravo nocchiero,
esperto di peripli e di tempeste: il mio cuore.
Ma quel nocchiero non so
se di paghe e di sangue nutre le sue tasche
per l’infinito viaggio che ripete il giro dei giorni
attorno alla boa della sera, e forse sghignazzerà
vedendomi distrutto sul cassero di poppa
disperato di raggiungere eldoradi ormai sbiaditi.
Pure, sarò il suo passeggero paziente,
origlierò di nascosto le sue cianciate
sul ponte intriso di lune raggelate.
Mi lascerò andare al suo comando
come timido piccolo mozzo
piegato sulla tolda a sciorinare.

Che la buona sorte mi assista.

Ora non sono che un fantasma d’aria condensa,
come quel velo guardingo che sfoca la luna
se migra di stella in stella in segreto silenzio.
Ma non sono perso: odo nel cieco navigare
una voce di padre antico, un prolungato richiamo
che si spande miglio per miglio, giorno per giorno,
in tutto il mio peregrinare.

Che Iddio mi aiuti.

Per questo mare, al mattino indosserò navigli,
progettando nuove rotte. Giunto a sera,
raccoglierò pochi relitti, un’oncia di terra sacra,
il diario di bordo mai scritto, la fragranza
dei pini marittimi lungo le spiagge, il ricordo
di tentate avventure…

Di terre emerse sognerò latitudini segrete,
da non dirne in giro se non al termine
di questo lungo navigare verso occidente

Raggiungerò mai le Indie?

 

Verso l’oriente

Ora che è svanito il sogno della terra, il sogno d’atomi
derelitti, nel cuore di cianfrusaglie quotidiane, dimmi:
prenderai anche tu la via di Damasco, per attenderti
un fulmine d’amore che ti sconvolga?… Oh, Saulo Saulo,
quanta pena lascerai sul cumulo di parole a capoletto,
quanti credi reciterai fino a massacrarti l’anima
di certezze irraggiungibili?… Ma sei pronto:

di te termina qui ogni confine, e l’antro della sera
immalinconisce il tuo colore vespertino. Hai preparato
un bagaglio di stoffa bruna, ma nella pasqua non c’è
vestiario, non occorre altro indumento se non la forza
di andare: di morte in morte, di vita in vita.

Lascia quindi la tua roba nell’ufficio, la vestaglia
e le scale per le stelle, il giardino degli aranci
incoltivati e il capitolo di carta appena cominciato.
Ora che la tua terra è un sogno, persa qui tra
mille e mille storie inconcludenti, vedrai luce

alla tua finestra, domani, diritto il viaggio nuovo
verso l’oriente.

Parigi foto di chiara moimas

Parigi foto di chiara moimas

chiara moimas a Parigi

chiara moimas a Parigi

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Moimas

Transito

Piedi scorticati
sulla crosta del mondo
in un transito
fugace e doloroso.

Nessuna impronta.

Tracce di sangue
essiccate.
Cellule a brandelli
mescolate a quelle
di intere legioni
di scalzi viandanti.
Unni celti longobardi
turchi francesi
in una ridda di cromosomi
hanno disseminato di vita
questo lembo di terra.
Pellegrini in cerca di fede
vanitosi poeti del grand tour
hanno deposto lo sperma
nelle alcove di queste contrade.
Trovate la polvere
delle loro ossa
nel mio DNA.
Il test del carbonio mette
a dura prova la memoria
della specie.
Le voci in eterno
percuotono
pareti di silenzio
imbrigliate dentro reti
si scindono in spasimi
libere vagano
narrando storie
di ricorrenti illusioni.
Sete nella gola
del risveglio
e per noi
impazienza di andare. Continua a leggere

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ANTOLOGIA III PER IL PARNASO – Francesca Diano, Antonio Sagredo, Alberto Figliolia, Maria Grazia Insinga, Francesca Tuscano, Ivan Pozzoni, Antonio Coppola, Marisa Papa Ruggiero, Francesco Tarantino

Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-Mantegna

Francesca Diano

Congedi.FOTO FRANCESCA 2
Viatico in undici stazioni

I
L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me. Continua a leggere

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