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Peter Handke (1942) , Canto della durata (1986) Einaudi, (2015) a cura di Hans Kitzmüller, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

Foto Giorgio Morandi

Giorgio Morandi

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Gedicht an die Dauer di Peter Handke, uscì per Suhrkamp nel 1986 e pubblicato nel 1988 da Braitan, editore di Brazzano (Gorizia). Nel 1995 il libro fu ripubblicato da Einaudi nella collana «I Coralli» e adesso lo troviamo nella bianca Einaudi, 2016 nella traduzione e postfazione di Hans Kitzmüller il quale nello scritto in calce al volumetto riporta un brano significativo dell’autore a proposito del suo rapporto con i «luoghi»:

«Credo nei luoghi, non quelli grandi ma quelli piccoli, quelli sconosciuti, in terra straniera come in patria. Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c’è niente, mentre intorno c’è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non c’è più niente, e non ancora niente. Credo nelle oasi del vuoto, non in disparte, ma qua in mezzo alla pienezza. Sono certo che quei luoghi, pur se non fisicamente frequentati, si rifecondano sempre, già con la decisione di partire e con il senso del cammino».

Certi titoli dei libri di Handke sono emblematici: «Pomeriggio di uno scrittore», «Saggio sul luogo tranquillo» o «Saggio sul cercatore di funghi», lo scrittore austriaco ci ha abituati ad una forma di scrittura che è la modalità per eccellenza per entrare in rapporto di confidenzialità e di comunione con i «luoghi», questo «Canto alla durata», poemetto filosofico in metro libero, piuttosto insolito nella poesia di tradizione italiana, Handke interpreta il ruolo del poeta che narra e riflette su ciò che vede e che sente durante una passeggiata, o durante un periodo di ozio; per la circostanza Handke adotta il principio lucreziano: la poesia come forma più consona della prosa ad investigare il concetto psico filosofico di durata (in tedesco Dauer). Cos’è la «durata», Handke sgombra subito il campo da alcuni possibili equivoci, non è una intuizione, non una epifania, non un momento che sopraggiunge all’improvviso, nulla a che fare con l’estasi, nulla a che fare con l’attimo né con un insieme di attimi, sia pure infiniti che si susseguono uno dopo l’altro senza interruzione o con interruzioni, non ha nulla a che fare con l’effimero e il transitante, anzi, la «durata» è ciò che transita in noi per restarvi, per abitare un angolo della nostra coscienza, la «durata» è ciò che «dura», ciò che non scompare ma resta appena al di sotto della coscienza vigile e che anzi dà una forma alla coscienza vigile; la «durata» è un arricchimento della consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che stiamo per diventare, è un motore in funzione, una forza retroattiva e propositiva, «i luoghi della durata non rifulgono di splendore,/ spesso non sono nemmeno riportati sulle carte/ oppure sono senza nome»; ma può essere anche «il rumore della porta che si apre», oppure può essere un gesto: «nell’attimo in cui tu/ con lo stesso gesto accurato/ col quale dieci anni fa/ appendevi all’attaccapanni/ il cappotto azzurro con cappuccio». «e tuttavia nello stato di grazia della durata/ finalmente non sono più io solo». «Eppure il semplice starsene a casa non basta;/ io devo andare incontro alla durata».

Non c’è dubbio che l’esperienza della «durata» sia una cosa tutta da definire e approfondire a livello filosofico. Già il concetto di «esperienza» è qualcosa che deve essere ancora precisato dal punto di vista filosofico ha affermato Gadamer, nessuno sa che cosa l’«esperienza» sia ma tutti sappiamo che abbiamo delle «esperienze» intorno a cui, però, non sappiamo nulla di definito. Che cos’è una esperienza? Che cos’è una esperienza metafisica? Con le parole di Adorno: «Al posto del problema gnoseologico kantiano, come sia possibile la metafisica, compare quella di filosofia della storia, se sia possibile comunque un’esperienza metafisica».1]

Anch’io penso che senza una «metafisica», gli uomini oggi non possono avere alcuna «esperienza metafisica». Ciò che è indurito, ciò che si è reificato si sottrae ai giudizi esistenziali, rimane il tegumento cosificato delle «espereinze» internalizzate nelle coscienze degli uomini, e a questo si dà il nomignolo, appunto, di «esperienza».

T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. a cura di Alberto Donolo, 1970, Einaudi p p. 336

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Peter Handke

Canto alla durata

“Si era rivolta a me […] e come dall’alto
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto,
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
in cui ci si sente avvolgere,
il momento in cui ci si sente raggiungere
da cosa? Da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondo assieme. […]
Ecco, la durata è la sensazione di vivere. […]
Credo di capire
che essa diventa possibile solo
quando riesco
a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
quando riesco a essere cauto,
attento, lento,
sempre presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
Essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
E questo non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovraumana,
non è guerra, non è un allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.
Sì, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo. […]

Ma anche continuare per anni a essere ben disposto nei tuoi confronti
può darti durata.
Sapermi guardare amichevolmente negli occhi
talvolta mi assolve. […]
Essere indulgente con i miei difetti […]
rabbonirmi, se mi viene fatto un torto,
come mio unico parente,
battermi il petto
in trionfo per una parola felice
al posto giusto
e urlare un «sì» nella foresta della mia stanza
può ringiovanirmi
come una bottiglia di prelibatissimo vino
(con effetto però diverso).

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,
la teiera e la sedia di vimini
per anni lasciata in cantina
o accantonata da qualche parte
e ora finalmente di nuovo al suo posto,
un altro, in verità, diverso da quello originario
e tuttavia al suo posto. […]

Anche a casa mi si fa accanto molte volte
quando cammino su e giù per il giardino
nella neve, nella pioggia, al sole, sotto il temporale,
[…] oppure quando mi siedo nella mia stanza
al cosiddetto tavolo da lavoro –
non per attendere alla mia occupazione, al testo,
ma per fare tutti quei soliti gesti secondari:
spostare indietro la sedia,
dare uno sguardo nel cassetto […]
sbirciare dalla finestra in giardino
dove i gatti lasciano le loro tracce
nella neve profonda e tra l’erba alta,
mentre ascolto da diverse direzioni a seconda del vento
il fischio e il trabalzare
dei treni che percorrono la pianura.

O durata, mia quiete!
O durata, mia sosta! […]

La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ed essere. […]
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.

La durata non stravolge,
mi rimette al posto giusto”.

quel senso di durata cos’era?
era un periodo di tempo?
qualcosa di misurabile?
una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile non controllabile,
inafferrabile non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
e disarmarlo
e se mi considerava un uomo malvagio
l’avrei convinto a pensare
“egli è buono!”
e se esistesse un dio,
sarei stato la sua creatura
finché provavo quella sensazione della durata.

Peter Handke cover

Proprio ieri nel Waagplatz a Salisburgo
nel frastuono della folla sempre intenta a far la spesa,
udendo una voce
come proveniente dall’altra parte della città
chiamare il mio nome,
mi sono accorto in quello stesso istante
di aver dimenticato su una bancarella
il testo della Ripetizione
che stavo portando alla posta
e nel tornare indietro di corsa ho sentito quell’altra voce
che un quarto di secolo prima
nel silenzio notturno di un sobborgo di Gratz,
dall’altro capo di una lunga strada diritta e deserta,
si era rivolta a me con eguale premura e come dall’alto
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto,
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
in cui ci si sente avvolgere,
il momento in cui ci si sente raggiungere
da cosa? Da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono assieme.
“Ci vogliono giorni, passano anni”
Goethe mio eroe
e maestro del dire essenziale,
anche questa volta hai colto nel segno:
la durata ha a che fare con gli anni
con i decenni, con il tempo della nostra vita.
ecco la durata è la sensazione di vivere.

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno coi baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai -,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

*

Sulla durata non si può fare alcun affidamento:
nemmeno la persona religiosa
che va ogni giorno a messa,
neppure chi è paziente, l’artista dell’attesa,
nemmeno colui che ti è fedele
e che senza esitazioni sarà sempre con te,
può avere la certezza per tutta la vita.
Credo di capire
che essa diventa possibile solo
quando riesco
a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
quando riesco ad essere cauto,
attento, lento,
sempre del tutto presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
e questa non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovrumana,
non è guerra, non è allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.

*

Certo, la durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità,
ma non è un’avventura dell’ozio,
non è un’avventura del tempo libero (per quanto attivo).

È dunque connessa col lavoro,
con la fatica, con l’impegno, con la continua disponibilità?
No, perché se avesse una regola
richiederebbe allora un paragrafo
e non una poesia.
Io infatti l’ho vissuta anche viaggiando,
sognando, tendendo l’orecchio,
giocando, contemplando,
in un campo sportivo, in una chiesa,
in molti pissoirs.

*

Eppure l’accenno al giardino di casa
non vuol significare
che si possa raggiungere la durata
con una residenza stabile
e con le abitudini.
È vero che essa deriva da atti quotidiani ripetuti
attraverso gli anni,
ma non dipende dalla permanenza in un luogo
e da itinerari consueti.
Mai ho sentito la durata
standomene al mio solito posto
– in quello star seduto in silenzio
che si dice faccia diventare «santi» -,
mai ho sentito la durata
seduto a un tavolo riservato ai clienti abituali
– i relativi cartellini,
con tutto il rispetto per le trattorie,
mi sono insopportabili -,
non ho mai sentito la durata
consumando le «pietanze favorite»,
ascoltando la «canzone preferita»,
passeggiando lungo la «mia» strada.

Certo, la durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità,
ma non è un’avventura dell’ozio,
non è un’avventura del tempo libero (per quanto attivo).

dal retro di copertina del volume:

Prendendo spunto da Goethe, «maestro del dire essenziale», Handke propone in questo poemetto una sua personale ricerca sul concetto di durata, l’entità che fornisce contorno a quanto ha la tendenza a dissolversi. Connessa al ripetersi degli eventi quotidiani, ma al contempo svincolata dalla permanenza in luoghi o itinerari consueti, la sensazione della durata è l’esito della fedeltà a ciò che l’individuo sente come piú profondamente proprio: fedeltà al divenire di una persona, fedeltà a «certe piccole cose» che ci accompagnano «in tutti i traslochi», fedeltà infine a determinati luoghi, un lago, una piazza, una sorgente alla periferia di Parigi. La durata tuttavia non esiste a priori, bisogna cercarla, andarle incontro, trovare un punto di mai definitiva, instabile quiete. La poesia – dice Handke – è uno dei migliori supporti in questa ricerca interiore. Ed è dunque naturale che questo libro di meditazione filosofica sia stato scritto in versi, quasi per bussare alla porta di quella condizione sapienziale tipica della poesia di ogni tempo.

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Durs Grünbein POESIE SCELTE da Strofe per dopodomani (2011), traduzioni di Anna Maria Carpi e di Cristina Vezzaro – Commento di Massimo Raffaeli

[Opera grafica di Claudia Marini, 2004]

Durs Grünbein è nato a Dresda nel 1962, vive tra Berlino e Roma. Dopo il declino dell’impero sovietico, ha iniziato a viaggiare per tutta Europa, Asia del Sud e Stati Uniti. Dal 2005 è professore di poetica ed estetica alla Kunstakademie Dusseldorf. È membro di diverse Accademie tedesche e dal 2009 membro per merito dell’Ordine per le Scienze e le Arti in Germania. Ha pubblicato quattordici raccolte di poesie, un diario, tre libri di saggi; ha tradotto Eschilo, Seneca e Giovenale. Ha ricevuto i maggiori premi letterari Internazionali, inclusi i premi “Georg Buchner”, “Friedrich Nietzsche”, “Friedrich Holderlin”, “Pier Paolo Pasolini” in Italia, “Tomas Transtomer” in Svezia, e l’European Freedom per la poesia in Polonia. La sua poesia è stata ampiamente apprezzata e acclamata e tradotta in molte lingue. Le traduzioni italiane, a cura di Anna Maria Carpi, sono pubblicate da Einaudi: A metà partita (1999), Il primo anno (2004), Della neve (2005), Strofe per dopodomani (2011).

 Commento di Massimo Raffaeli (da germanistica.it)

 È un luogo comune ricordare come Cartesio ricevette in stato sonnambolico la premonizione della filosofia che avrebbe riassunto nel Discorso sul metodo. Poco più che ventenne, bloccato dalla neve dentro una stamberga dalle parti di Ulm, visse infatti una notte di sogni esaltanti dove presero forma (alla maniera d’un inventum mirabile, così poi scrisse) le intuizioni di una logica capace di fondarsi quale scienza universale. Nel 1619 è già iniziata la Guerra dei Trent’anni e Cartesio, militare di carriera, oscilla tra i cattolici e i protestanti che peraltro egli ama di un amore ben dissimulato: conosce la triste fine di Bruno e Galileo, perciò paventa i fulmini dell’Inquisizione tenendosi in petto l’amore, che durerà una vita, per i Paesi Bassi, vale a dire per la libera manifestazione del pensiero e per la stampa non sottoposta a censura.

D’allora non perdona
il gracchiare dei corvi neri in cattedra.
Né la chiacchiera degli oscurantisti.
Però prudenza, amico! Non viene risparmiato chi combatte.
Se gira il vento, perde le sue penne
anche il più audace uccello. Pensate all’uomo che umiliò la terra
a semplice satellite. D’allora è fuorilegge.
Se ne dicono tante – e si smentiscono – se il potere minaccia.
Fra opinioni uniformi raro giova gridar lieti ‘Ho capito!’
Che lo pagate con la vostra vita,
riflettete, Monsieur.

 È la morale del buon senso, anzi sono le parole gravi e ammonitorie del servo Gillot, voce che risuona a contrappunto in Della neve ovvero Cartesio in Germania (a cura di Anna Maria Carpi, Einaudi), lo splendido poema, agibile come una partitura teatrale, che il cigno nero della poesia tedesca, Durs Grünbein (nato a Dresda nel ’62, noto in Italia per la precedente silloge di A metà partita, Einaudi 1999), dedica al frangente essenziale della vita del filosofo nei modi tanto di una diatriba sul percepire/pensare/scrivere quanto di un’ininterrotta dichiarazione di poetica, sia pure espressa en travesti.

La guerra preme oltre la cornice del quadro; prima che un’eco, essa manda rimbombi ovattati, si manifesta per segni obliqui e sinistri. D’altra parte, il paesaggio appare sempre immobile, chiuso nella morsa del gelo bianco, inerte, nascosto dal dilagare di una luce accecante e rifrangente a oltranza. Non a caso i fenomeni di rifrazione luminosa sono oggetto di studio, per Cartesio; altrettanto non a caso, per il poema di Grünbein, costituisce un possibile modello il capolavoro di Wallace Stevens, Tredici modi di vedere un merlo, asperrima ricerca di un senso esistenziale nella propagazione indistinta del bianco, di un candore niveo che sembra impedire, qui-e-ora, ogni movimento umano, ogni accesso possibile e condivisibile alla verità. L’immagine inaugurale del poema assomiglia la nevicata a una scrittura retroversa, a un nero negativo che scende sulle cose e le contorna, le decifra proteggendole nel manto più soffice. “Placato ogni pensiero, un invito a studiare”, scrive Grünbein: il dialogo continuo tra servo e filosofo ribadisce che non esiste azione cronologica ma appena un discrimine topografico, o meglio un riparo e un diaframma tra dentro e fuori; da una parte sta l’indistinto del freddo, il colore monotono e accecante, il tonfo lontano della guerra, dall’altra il calore recluso di una stanza che sa di stalla, un giaciglio su cui meditare (è noto che Cartesio non si alzava mai prima di mezzogiorno), le pareti umide in cui fissare il diagramma di ascisse-ordinate, sperando nella soluzione del senso.

Figlio del Postmoderno, Grünbein sa bene, di riflesso, che il secolo di Cartesio corrisponde alle vertigini del Barocco: per entrambi, la posta in gioco consiste dunque nell’oltrepassare il troppo pieno che annuncia il vuoto, nell’invocare la tabula rasa come preliminare di una procedura metodica, infine nel cercare di connettere un ordine (il disegno, lo schema, la cifra) laddove tutto quanto si manifestava prima come abnorme caos. Anche per questo il classicista e talvolta solenne Grünbein sfida se stesso e la sua propria maniera cimentandosi con l’esapodia giambica, il verso alessandrino dei poeti barocchi, cioè tentando la chiusura in rima di un universo altrimenti aggettante e centrifugo, nei prolungati e di continuo variati affondi d’un virtuosismo che Anna Maria Carpi, poetessa a sua volta, restituisce con precisione non già per via mimetica (ché ne sarebbero probabilmente discesi gli esangui bisettenari del secentista Pier Jacopo Martello già parodiati da Gozzano) ma sfruttando l’intera gamma del nostro endecasillabo liberamente accorciato e allungato.

Se tuttavia le convulsioni del Barocco nonché, a distanza, gli intasamenti del Postmoderno presagiscono il vuoto e il rigor mortis, la seconda e più breve sezione di Della neve, vera e propria appendice allegorica, fissa l’agonia di Cartesio. Si è ormai nel 1649, la guerra è finita in un atroce pareggio con la pace di Westfalia; stanco, invecchiato, gonfio e rubizzo come il bevitore dipinto da Frans Hals, il filosofo compie il suo ultimo viaggio verso la Svezia della regina Cristina. Lo aspettano, ancora una volta, neve e gelo universali, pari allo scetticismo e all’aperta incomprensione dei suoi simili. Segno che il caos, una volta di più, si mostra refrattario alla chiarezza cognitiva e all’ordine delle severe matematiche. La vittoria del caos, pari alle stragi della guerra, annuncia una volta per sempre la signoria della morte sulla fragilità del corpo e sul flebile lume della ragione. Quel lume appare anzi un residuo, una pura efflorescenza, un fuoco fatuo:

Che cosa oblìa per ultimo un morente? Il proprio nome?
O quando è nato? Come? L’alfabeto?  […]
Lui lucido. Le palpebre pesanti ancor levate, o voluttà, e il gran naso.
Un’effigie barocca, un’effigie da libro.
Poi crollò, riverso, nella neve. E qui congela.
Nessun battito più sotto lo sterno. Descartes, 
encore…

 Durs Grünbein (da Strofe per dopodomani, Einaudi, 2011, traduzione di Anna Maria Carpi)

Che serve applicar l’occhio
a una fessura, a che spiare?
Davanti hai sempre croci e cancelli,
un mondo di settori.
A che pro dei binari, se non
per divergere da qualche parte?

*

Was hilft es, das Auge am Schlitz
eines Türspions zu verdrehn?
Man steht immer vor Kreuzen und
Gittern, einer Welt aus Sektoren.
Wozu sind Schienen da, wenn nicht,
irgendwo auseinanderzugehn?

 

Spudoratezze

E se ti domandano di nuovo  «che cos’è per lei felicità?» ‒
Le riviste con le foto a colori (lifestyle eccetera),
allora dici: aver voglia. Quattro sillabe. Infatti è raro
e prezioso quello stato che si sottrae alla morte.
Cosa c’è di più bello che buttarsi distesi sui lenzuoli?
O uomo o donna, pensate (e con attenzione), che cosa supera
la beatitudine di fare spudoratezze?
                                                              Quest’ansimare
col profumo che riarso aleggia. Lo scatenato
rotolarsi insieme, sorridendo come tanti satiri,
i brividi alla schiena. Il sudore s’imperla alle narici.
E chi lo sente più il tic tac degli orologi. Presto è finito
il caldo e il freddo. Prima che dopo l’atto si distacchino,
lascivia si chiama questo, follia, libidine. – Finché innervosito
dal gridio il vicino non bussa alla parete e grida: fuck!
 
 Unverschämtheit

Und wenn sie wieder fragen  »Was heißt für Sie Gluck?« ‒
Die Magazine mit den bunten Bildchen (lifestyle undsoweiter),
Dann sagst du: Geil zu sein. Drei Silben nur. Denn selten ist
Und kostbar dieser Zustand, allem Sterben weit entrückt.
Was gibt es Schöneres, als sich auf Laken auszubreiten?
Mann oder Frau, denkt nach (und scharf), was übertrifft
Die Seligkeit, es unverschämt zu treiben?
                                                                     Dieses Hecheln,

Bei dem Parfüm, verbrannt, herüberweht. Dies ungezügelte
Sich Ineinanderwühlen, breit wie Satyrn lächelnd,
Am Rückgrat Schauer. Schweiß perlt auf den Nasenflügeln.
Keins hört mehr, wie die Uhren ticken. Gleich ist es vorbei,
Das Heiß und Kalt. Eh sie sich trennen nach dem Akt,
Heißt es: lascivia, Tollheit, Libido. – Bis vom Geschrei
Genervt der Nachbar an die Wand klopft und schreit Fuck!

 
(dalla raccolta A metà partita, a cura di Anna Maria Carpi, Einaudi, 1999)

 
“Ognuno tiene ai propri pensieri”
non era certo un motivo per tanti
andirivieni, per ignorare il fatto che
anche questo poi si dimentica.
Tra poco sarai liquidato, gridano
gli anni all’incredulo.
Poiché la vita fa abilmente il suo corso
senza dar premi. Alzarsi il mattino
col piede sbagliato, acceso in volto,
gli ormoni in circolo,
un torso anatomico davanti allo specchio,
pugni pronti allo scatto, occhi
sbarrati per vedere… che cosa?
 
 da  Durs Grünbein “Nuovi poeti tedeschi” a cura di Anna Chiarloni, Einaudi, 1994

 

Quel mattino

Quel mattino finirono gli anni 80
con i residui degli
anni 70 che parevano
gli anni 60: sobri e turbolenti.
«3 decenni con una speranza spenta…»

Prenditi un negativo (e dimentica): quelle
file che si incrociavano alle
fermate, gli ingorghi nel
traffico del mattino, gesti

tutti congelati all’edicola, i
malintesi («È
ferito?») –
(«Conosce DANTE?»). Li vedevi

aspettare, isolati alcuni dal fulgore del loro
esilio. L’aria (altrimenti
inviolabile)
era piena di scene da
film di Chaplin, un
vortice di pigmenti grigi, giorno e
notte di piogge grigie della
centrale a carbone sopra la

morta somiglianza di tutti gli angeli morti
senza braccia e senza gambe sulle
rovine tutt’intorno. Sì va bene,
pensavi: questo luogo
come qualsiasi altro
qui nella Mitteleuropa
dopo il sorger del sole con

mandrie di nuvole al galoppo e l’intrico di voci
mattutine come colte
dal risucchio

di un porto… È questo? Mentre vai
avanti, ti scaldi, saluti
un paio di estranei sbadigliando
(«Uno che sbadiglia!)» arci-
stufo delle tautologie, della fame, della

lenta introduzione a questa giornata. Continua a leggere

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Rose Ausländer (1901-1988) POESIE SCELTE Patria madre parola a cura di Stefanie Golisch

 

Rose Ausländer

La Bucovina della nascita, l’America dell’emigrazione, la Romania del ritorno, la Germania dell’epilogo: in nessuna di queste terre Rose Ausländer (Czernowitz 1901 – Düsseldorf, 1988) riconosce la sua terra madre. Nel 1939 il suo primo volume di poesie, Der Regenbogen (L’arcobaleno), pubblicato per l’interessamento di Alfred Margul-Sperber. 

Nel 1941, per sfuggire alla deportazione, si rifugia con la madre nel ghetto di Czernowitz. Lì incontra Paul Celan, la cui amicizia avrà grande influsso sullo stile della Ausländer, che riuscirà finalmente a liberarsi del suo tono classicheggiante ed espressionista.

Nella primavera del 1944 l’armata rossa marcia su Czernowitz e Rose Ausländer lascia di nuovo il paese alla volta dell’America, si stabilisce a New York. Le vessazioni e la dura vita di quegli anni di conflitto e persecuzione antisemita hanno sortiscono un influsso molto negativo sulla vita pubblica e privata della poetessa che, delusa dalla storia e turbata nella psiche, prende a scrivere in lingua inglese per tornare al tedesco solo nel 1956, un anno prima di incontrare nuovamente Paul Celan, a Parigi.

Il suo secondo volume di poesie Blinder Sommer viene pubblicato nel 1965, questa volta con grande successo. Nel 1966 Rose Ausländer ritorna in Germania e, pur non conoscendo la lingua italiana, si reca più volte in Italia, in particolar modo a Venezia, che la affascina per la sua atmosfera.

È la lingua tedesca, quella che non ha mai abbandonato – anche se nel periodo vissuto a New York scrive in inglese – la sua vera casa nonostante la miseria, nonostante la persecuzione (è di famiglia ebrea), nonostante la malattia fisica e psichica che la colpisce presto e che negli ultimi anni della sua vita la costringe a letto.
Nonostante tutto, Rose Ausländer è la poeta della speranza che canta, a voce bassa, la vita in tutta la sua bellezza e terribilità. Disse di sé: Mi scrivo nel nulla. «Esso mi conserverà per sempre

pittura Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Bekenntnis

Ich bekenne mich

zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen

zu Regen Schnee
Baum und Berg

Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht

zu Milch und Brot

zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt

zum Menschen

bekenne ich mich

mit allen Worten
die mich erschaffen

Confessione

Confesso

la terra e i suoi
segreti pericolosi

pioggia neve
montagna albero

il sole materno assassino
l’acqua e
la sua fuga

latte e pane

la poesia
che ordisce la fiaba
dell’uomo

confesso

l’uomo

con tutte le parole
che mi creano

Versöhnung

Wieder ein Morgen
ohne Gespenster
im Tau funkelt der Regenbogen
als Zeichen der Versöhnung
Du darfst dich freuen
über den vollkommenen Bau der Rose
darfst dich im grünen Labyrinth
verlieren und wiederfinden
in klarerer Gestalt
Du darfst ein Mensch sein
arglos
Der Morgentraum erzählt dir
Märchen du darfst
die Dinge neu ordnen
Farben verteilen
und wieder
schön sagen
an diesem Morgen
du Schöpfer und Geschöpf

Riconciliazione

Ancora una mattina
senza spettri
nella rugiada scintilla l’arcobaleno
come segno di riconciliazione
Puoi gioire
della fattura perfetta della rosa,
puoi perderti nel verde labirinto
e ritrovarti
in una veste più chiara
Puoi essere umano
senza sospetto
Il sogno mattutino ti racconta
favole tu puoi
riordinare le cose
spargere colori
e dire ancora
bello
stamani
tu creatore e creato

Mutterland

Mein Vaterland ist tot
sie haben es begraben
im Feuer

Ich lebe
in meinem Mutterland
Wort

Patria madre

La mia patria è morta
l’hanno seppellita
nel fuoco

Io vivo
nella mia patria madre
parola

rose-auslander-1

rose-auslander

Nicht fertig werden

Die Herzschläge nicht zählen
Delphine tanzen lassen
Länder aufstöbern
aus Worten Welten rufen
horchen was Bach
zu sagen hat
Tolstoi bewundern
sich freuen
trauernd
höher leben
tiefer leben
noch und noch
nicht fertig werden

.
Non finire

Non contare i battiti del cuore
fare danzare i delfini
scoprire paesi
dalle parole chiamare mondi
ascoltare quello
che Bach ha da dire
ammirare Tolstoj
gioire
tristemente
vivere più in alto
vivere più in basso
ancora e ancora
non finire

.
Nachtzauber

Der Mond errötet
Kühle durchweht die Nacht
am Himmel
Zauberstrahlen aus Kristall

.
Ein Poem
besucht den Dichter

Ein stiller Gott
schenkt Schlaf
eine verirrte Lerche
singt im Traum
auch Fische singen mit
denn es ist Brauch
in solcher Nacht
Unmögliches zu tun

Magia notturna

La luna arrossisce
l’aria fresca attraversa la notte
nel cielo
raggi magici di cristallo

Una poesia
fa visita a un poeta

Un dio silenzioso
dona il sonno
una allodola smarrita
canta nel sogno
anche i pesci cantano insieme
perché si usa
fare cose impossibili
in una notte come questa

.
Noch bist du da

Wirf deine Angst
in die Luft
Bald
ist deine Zeit um
bald
wächst der Himmel
unter dem Gras
fallen deine Träume
ins Nirgends
Noch
duftet die Nelke
singt die Drossel
noch darfst du lieben
Worte verschenken
noch bist du da
Sei was du bist
Gib was du hast

.
Ancora ci sei

Butta la tua paura
nell’aria
Presto
il tuo tempo finirà
presto
il cielo crescerà
sotto l’erba
i tuoi sogni
cadranno nel nulla
Ancora
profuma il garofano
canta il tordo
ancora puoi amare
regalare parole
ancora ci sei
sii ciò che sei
dai ciò che hai

*

Neue Zeichen
brennen
am Firmament

doch

sie zu deuten
kommt kein Seher

und

meine Toten
schweigen tief

*

Nuovi segni
bruciano
al firmamento

ma

non c’è veggente
per interpretarli

e

i miei morti
tacciono profondamente

rose-auslander-una-poesia

Das Weißeste

Nicht Schnee

Weißer die Zeichen
die der Einsiedler
auf die Tafel der Einsamkeit
schreibt

Das Weißeste
Zeit

.
Il più bianco

Non la neve

Più bianchi i segni
che l’eremita
scrive sulla tavola
della solitudine

Il più bianco
il tempo

Wer

Wer wird sich meiner erinnern
wenn ich gehe

Nicht die Spatzen
die ich füttere
nicht die Pappeln
vor meinem Fenster
der Nordpark nicht
mein grüner Nachbar

Meine Freunde werden
ein Stündchen traurig sein
und mich vergessen

Ich werde ruhen
im Leib der Erde
sie wird mich verwandeln
und vergessen

Chi

Chi si ricorderà di me
quando me ne andrò

Non i passeri
che cibo
non i pioppi
davanti alla mia finestra
non il parco nord
mio verde vicino

I miei amici saranno
tristi per un’oretta
e mi dimenticheranno

Riposerò
nel grembo della terra
mi trasformerà
mi dimenticherà

Hoffnung II

Wer hofft
ist jung

Wer könnte atmen
ohne Hoffnung
daß auch in Zukunft
Rosen sich öffnen

ein Liebeswort
die Angst überlebt

.
Speranza II

Chi spera
è giovane

Chi potrebbe respirare
senza la speranza
che anche in futuro
le rose si apriranno

una parola d’amore
sopravvivrà la paura

rose_auslander-2

rose-auslander

Gib mir

Gib mir
den Blick
auf das Bild
unsrer Zeit

Gib mir
Worte
es nachzubilden

Worte
stark
wie der Atem
der Erde

.
Dammi

Dammi
lo sguardo
sull’immagine
del nostro tempo

Dammi
le parole
per riprodurlo

Parole
forti
come il respiro
della terra

.

Wo sich verbergen

Wo
wenn der Regen abspringt
von schmutzigen Ziegeln

wo
wenn der Damm reißt im
Gedächtnis und die
gestauten Wasser hervorbrechen

wo
sich verbergen

wenn sie dich anfallen
ungestüm
und sich verbünden mit
stürzenden Himmeln

.

Dove nascondersi

Dove
quando la pioggia
si stacca dalle tegole sporche

dove
quando la diga si rompe nella
memoria e le acque stivate
irrompono

dove
nascondersi

quando ti assaltano
impetuosi
e s’uniscono con
i cieli cadenti

rose-auslander

rose-auslander

Denn

Denn ich hab dir
nichts versprochen
nur den Docht für die Lampe
und das Kännchen Öl
für gedämpftes Licht
auf dem Tisch
mit den Blutflecken

Den Teppich
kann ich nicht weben
mit diesen Fäden aus Draht

Sag nicht Gute Nacht
die Nacht ist nicht gut
die fremde vergessliche Nacht

Poiché

Poiché non ti ho
promesso nulla
solo lo stoppino per la lampada
e il bricco d’olio
per una luce bassa
sul tavolo
macchiato di sangue

Non posso tessere
il tappeto
con questi fili di ferro

Non dire Buona notte
la notte non è buona
notte estranea senza memoria

Raum II

Noch ist Raum
für ein Gedicht

Noch ist das Gedicht
ein Raum

wo man atmen kann

Stanza II

Ancora c´è spazio
per una poesia

Ancora la poesia
è uno spazio

dove si può respirare

Weil

du ein Mensch bist

weil
ein Mensch eine Muschel ist
die manchmal tönt

weil
du in mir tönst
als wär ich eine Muschel

weil
wir uns kennen
ohne Namen und Samen

weil
das Wort Welle ist

weil
du Wort und Welle bist

weil
wir strömen

weil
wir manchmal
zusammenströmen

Wort Welle Muschel Mensch

.
Perché

tu sei un uomo

perché
un uomo è una conchiglia
che a volte suona

perché
tu suoni in me
come se fossi una conchiglia

perché
ci conosciamo
senza nome né seme

perché
la parola è onda

perché
tu sei parola e onda

perché
noi scorriamo

perché
a volte scorriamo
insieme

parola onda conchiglia uomo

Hoffnung IV

Mein
aus der Verzweiflung
geborenes Wort

aus der verzweifelten Hoffnung
daß Dichten
noch möglich sei

.
Speranza IV

La mia parola
nata dalla
disperazione

dalla disperata speranza
che è ancora possibile
fare poesia

.
Bukowina II

Landschaft die mich
erfand

wasserarmig
waldhaarig
die Heidelbeerhügel
honigschwarz

Viersprachig verbrüderte
Lieder
in entzweiter Zeit

Aufgelöst
strömen die Jahre
ans verflossene Ufer

.
Bukovina II

Paesaggio che mi
inventò

braccia di acqua
capelli di bosco
le colline di mirtilli
nere di miele

Canzoni fratelli
in quattro lingue
in tempi disuniti

Dissolti
scorrono gli anni
alla riva di una volta

.
Dichten

Sieben Höllen
durchwandern

Der Himmel sieht
es gern

geh sagt er
du hast nichts
zu verlieren

Fare poesia

Attraversare
sette inferni

Il cielo
è d’accordo

vai dice
non hai nulla
da perdere

.

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

.

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Ingeborg Bachmann (1926-1973), nota anche come Ruth Keller (Klagenfurt, 25 giugno 1926 – Roma, 17 ottobre 1973) POESIE SCELTE traduzioni di Anna Maria Curci, Maria Teresa Mandalari, Silvia Bortoli

paul celan bachmann

paul celan ingeborg bachmann

http://www.letteratura.rai.it/articoli/ingeborg-bachmann-shakespeare-aveva-ragione/1014/default.aspx

In questo prezioso frammento televisivo, Ingeborg Bachmann legge una poesia dedicata a Praga e spiega chi sono per lei i boèmi. Sono degli “erranti”. La scrittrice racconta in italiano che quando conobbe Praga le venne in mente la frase di Shakespeare (contestata da Ben Johnson) “La Boemia è sul mare”, e di averne capito il senso.

Ingeborg Bachmann nasce nel 1926 in Carinzia, nel cui capoluogo, Klagenfurt, trascorre l’infanzia e l’adolescenza. Dopo i primi studi, negli anni del dopoguerra frequenta le università di Innsbruck, Graz e Vienna dedicandosi agli studi di giurisprudenza e successivamente in germanistica, che conclude discutendo una tesi su Martin Heidegger, dal titolo “La ricezione critica della filosofia esistenziale di Martin Heidegger”. Il suo maestro e’  il filosofo e teoretico della scienza Victor Kraft (1890-1975), ultimo superstite del Circolo di Vienna. Al tempo degli studi ha modo di intrattenere contatti diretti con Paul Celan, Ilse Aichinger e Klaus Demus. Diviene redattrice radiofonica presso l’emittente viennese “Rot-Weiss-Rot” (Rosso-Bianco-Rosso), per la quale compone la sua prima opera radiofonica, Un negozio di sogni (Ein Geschäft mit Träumen, 1952). E’ tuttavia in occasione di una lettura presso il Gruppo 47 che si ha il debutto letterario. Già nel 1953 riceve il premio letterario del Gruppo 47 per la raccolta di poesie Il tempo dilazionato (Die gestundete Zeit). In collaborazione con il compositore Hans Werner Henze produce il radiodramma Le cicale (Die Zikaden, 1955), il libretto per la pantomima danzata L’idiota (Der Idiot, 1955) e nel 1960 il libretto per l’opera Il Principe di Homburg (Der Prinz von Homburg). Nel 1956 vede la pubblicazione invece la raccolta di poesie Invocazione all’Orsa Maggiore (Anrufung des Großen Bären), conseguendo il Premio Letterario della Città di Brema (Bremer Literaturpreis) e iniziando un percorso di drammaturgia per la televisione bavarese. Dal 1958 al 1963 Ingeborg Bachmann intrattiene una relazione con l’autore Max Frisch. Nel 1958 appare Il Buon Dio di Manhattan (Der Gute Gott von Manhattan), insignito l’anno successivo del Premio Audio dei Ciechi di Guerra (Hörspielpreis der Kriegsblinden). Nel 1961 vede la luce la raccolta di racconti Il trentesimo anno (Das dreißigste Jahr), contenente numerosi elementi autobiografici e a sua volta insignito dal Premio per la Critica della Città di Berlino (Berliner Kritikerpreis). Nel 1964 le viene consegnato il premio Georg Büchner (Georg-Büchner-Preis), un anno prima della pubblicazione del saggio La città divisa (Die geteilte Stadt, 1964), ed e’ la stessa repubblica austriaca a onorarne il valore intellettuale e creativo conferendole nel 1968 il Premio nazionale austriaco per la Letteratura (Großer Österreichischer Staatspreis für Literatur). La produzione di Ingeborg Bachmann prosegue con la pubblicazione nel 1971 del romanzo Malina (Malina), prima parte di una trilogia concepita sotto il nome di “Cause di morte” (Todesarten) e trasposta nell’opera cinematografica di Werner Schroeter interpretata da Isabelle Huppert, Mathieu Carrière e Can Togay nel 1991. Solo in forma di frammenti rimangono tuttavia la seconda e la terza parte, Il caso Franza (Der Fall Franza) e Requiem per Fanny Goldmann (Requiem für Fanny Goldmann). Dopo che ancora nel 1972 viene data alle stampe la raccolta di racconti Simultan (Simultan), a cui viene attribuito il Premio Anton Wildgans (Anton-Wildgans-Preis), un incendio avvenuto durante il soggiorno nell’appartamento romano nella notte tra il 25 ed il 26 settembre 1973 la porta alla morte, che avviene il 17 ottobre. Ingeborg Bachmann e’ sepolta dal 25 ottobre 1973 nel cimitero di Klagenfurt-Annabichl. A lei è dedicato oggi il concorso letterario che annualmente si tiene nella città natale in coincidenza della ricorrenza della nascita.

 

Ingeborg Bachmann Hans Werner Henze 1952

Ingeborg Bachmann Hans Werner Henze 1952

Figlia di Olga Haas e Mathias Bachmann, Ingeborg Bachmann nacque nel 1926 in Carinzia, nel cui capoluogo, Klagenfurt, trascorse l’infanzia e l’adolescenza. Dopo i primi studi, negli anni del dopoguerra frequentò l’università di Innsbruck, Graz e Vienna dedicandosi agli studi di giurisprudenza e successivamente in germanistica, che concluse discutendo una tesi su – propriamente, contro Martin Heidegger – dal titolo “La ricezione critica della filosofia esistenziale di Martin Heidegger“. Il suo maestro fu il filosofo e teoretico della scienza Victor Kraft (1890-1975), ultimo superstite del Circolo di Vienna, da cui i membri, in seguito all’omicidio d’uno di loro (Moritz Schilick) da parte di un fanatico nazista e dell’ostilità in seguito dimostratagli dal regime politico post Anschluss erano dovuti fuggire. Nell’epoca dello studio ebbe modo di intrattenere contatti diretti con Paul Celan, Ilse Aichinger e Klaus Demus.

Il rapporto collaborativo e sentimentale tra Paul Celan ed Ingeborg Bachmann è documentato da uno scambio epistolare pubblicato nel 2008.

Presto Bachmann divenne redattrice radiofonica presso l’emittente viennese “Rot-Weiss-Rot” (Rosso-Bianco-Rosso), per la quale compose la sua prima opera radiofonica, Un negozio di sogni (Ein Geschäft mit Träumen, 1952). Fu tuttavia in occasione di una lettura presso il Gruppo 47 che si ebbe il debutto letterario. Da allora in poi Ingeborg Bachmann fu una stella luminosa della letteratura in lingua tedessca. Già nel 1953, all’età di 27 anni, ricevette il premio letterario del Gruppo 47 per la raccolta di poesie Il tempo dilazionato (Die gestundete Zeit).

In collaborazione con il compositore Hans Werner Henze produsse il radiodramma Le cicale (Die Zikaden,1955), il libretto per la pantomima danzata L’idiota (Der Idiot,1955) e nel 1960  il libretto per l’opera Il Principe di Homburg (Der Prinz von Homburg). Nel 1956  vide la pubblicazione invece la raccolta di poesie Invocazione all’Orsa Maggiore (Anrufung des Großen Bären), conseguendo il Premio Letterario della Città di Brema (Bremer Literaturpreis)..

Dal 1958 al 1963 Ingeborg Bachmann intrattenne una relazione con Max Frisch. Nel 1958  apparve Il Buon Dio di Manhattan (Der Gute Gott von Manhattan), insignito l’anno successivo del Premio Audio dei Ciechi di Guerra (Hörspielpreis der Kriegsblinden).

Nel 1961 vede la luce la raccolta di racconti Il trentesimo anno (Das dreißigste Jahr), contenente numerosi elementi autobiografici e a sua volta insignito dal Premio per la Critica della Città di Berlino (Berliner Kritikerpreis). Nel 1964 le fu consegnato invece il Georg-Büchner-Preis, un anno prima della pubblicazione del saggio La città divisa (Die geteilte Stadt,1964), e fu la stessa repubblica austriaca a onorarne il valore intellettuale e creativo conferendole nel 1968  il Premio nazionale austriaco per la Letteratura (Großer Österreichischer Staatspreis für Literatur). Nello stesso anno, tenne a Roma, presso l’Istituto tedesco di cultura, la conferenza intitolata “Il ruolo dello scrittore nella Germania divisa”. Passò poi la serata con il critico letterarioMarcel Reich-Ranicki, come lui stesso ricorda nelle sue memorie.

La produzione di Ingeborg Bachmann prosegue con la pubblicazione nel 1971  del romanzo Malina (Malina), prima parte di una trilogia concepita sotto il nome di “Tramandato” (Todesarten) e trasposta nell’opera cinematografica di Werner Schroeter interpretata da Isabelle Huppert, Mathieu Carrière e Can Togay nel 1991. Solo in forma di frammenti rimasero tuttavia la seconda e la terza parte, Il caso Franza (Der Fall Franza) e Requiem per Fanny Goldmann (Requiem für Fanny Goldmann). Dopo che ancora nel 1972  fu data alle stampe la raccolta di racconti Simultan (Simultan), a cui fu attribuito il Premio Anton Wildgans (Anton-Wildgans-Preis), uno sfortunato incendio domestico, avvenuto durante il soggiorno nell’appartamento romano nella notte tra il 25 ed il 26 settembre 1973, ebbe conseguenze fatali per l’autrice, che ne morì il 17 ottobre.

Ingeborg Bachmann è sepolta, dal 25 ottobre 1973, nel cimitero di Klagenfurt-Annabichl.

*

«E io sono convinta che dove non vengono sollevate le eterne, sempre nuove domande che non risparmiano nessuno sul perché e sul fine ultimo delle cose, e le altre che a queste si legano, compresa, se volete, la questione della colpa, e dove nell’autore stesso non esiste il dubbio, il sospetto, e cioè la vera problematica, là, io credo, non può nascere nuova poesia. […] La realtà acquista un linguaggio nuovo solo tramite uno scatto morale… si ha linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto. Se ci si limita a manipolare la lingua per darle una patina di modernità, ben presto essa si vendica e mette a nudo le intenzioni dei suoi manipolatori.» *

Nel 1961 Ingeborg Bachmann dedica Ihr Worte a Nelly Sachs. Bachmann stessa riferisce in una intervista, a proposito di questa poesia: «Ho scritto Voi, parole, dopo che per cinque anni non mi ero più arrischiata a scrivere una poesia, non ne volevo scrivere più, avevo proibito a me stessa di creare una struttura del genere, quella creazione chiamata poesia […]. So ancora poco di poesie, ma tra le poche cose che so c’è il sospetto. Sospetta a sufficienza di te, sospetta delle parole, della lingua, mi sono detta spesso, approfondisci questo sospetto – perché un giorno, forse, possa nascere qualcosa di nuovo – oppure nulla debba nascere.» *
La traduzione, in questo caso, è davvero (Wahrlich, come recita il titolo di un’altra poesia di Ingeborg Bachmann, dedicata alle parole e a un’altra poetessa, Anna Achmatova) un varcare, che rischia di essere impudico e azzardato, “la soglia dell’altro”. Solo un dettaglio su una difficoltà traduttiva: nel finale, Ingeborg Bachmann gioca con due termini, anzi con uno, del quale conia un plurale estraneo alla lingua corrente. Il sostantivo Wort, parola, ha in tedesco due forme di plurale: Worte, che sta per parole (dette o scritte), qui le destinatarie dei versi, e Wörter, precisamente “vocaboli”. Il sostantivo composto “Sterbenswort”, che letteralmente significa “parola di morte” è usato correntemente con l’articolo negativo “kein” e sta a indicare “neanche una parola”, “neanche un fiato”. Kein Sterbenswort è la negazione della parola, è il silenzio, mentre la contaminazione “Sterbenswörter” è usata qui, a mio parere, con l’intenzione di far risaltare il potenziale distruttivo delle parole, di determinate parole. Anche qui il gioco è tra resa e ribellione. Questa è la mia personale “resa”.

*[Letteratura come utopia – Lezioni di Francoforte, Ingeborg Bachmann. Traduzione di Vanda Perretta]

Ingeborg Bachmann

Ingeborg Bachmann

Voi, parole

Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con venerazione
Voi, parole, su, seguitemi!,
e anche se siamo andati avanti,
troppo avanti, ancora una volta
si va oltre, si va senza fine.

Non sta schiarendo.

La parola si tirerà soltanto
altre parole dietro,
la frase un’altra frase.
Così vorrebbe il mondo,

definitivamente, farsi invadente,
esser già detto.
Non dite il mondo.
Parole, seguitemi,
che non divenga definitiva,
no, questa brama di parole
e botta e risposta!

Non fate, ora, per un po’,
parlar alcuno tra i sentimenti,
lasciate il muscolo cuore
allenarsi in altro modo.

Lasciate, dico, lasciate.

Al sommo orecchio nulla,
nulla, dico, in un sussurro,
per la morte nulla ti venga in mente,
lascia, e seguimi, non mite,
né aspra
non consolatoria
non sconsolatamente
significativa,
e così neanche senza segno –

E, bada, non questo: un’immagine
nella tela di polvere, vuoto ruzzolare
di sillabe, vocaboli di morte.

Neanche una parola,
voi, parole!

(traduzione di Anna Maria Curci)

Ihr Worte

Für Nelly Sachs, die Freundin, die Dichterin, in Verehrung
Ihr Worte, auf, mir nach!,
und sind wir auch schon weiter,
zu weit gegangen, geht’s noch einmal
weiter, zu keinem Ende geht’s.

Es hellt nicht auf.

Das Wort
wird doch nur
andre Worte nach sich ziehn,
Satz den Satz.
So möchte Welt,
endgültig,
sich aufdrängen,
schon gesagt sein.
Sagt sie nicht.

Worte, mir nach,
daß nicht endgültig wird
– nicht diese Wortbegier
und Spruch auf Widerspruch!

Laßt eine Weile jetzt
keins der Gefühle sprechen,
den Muskel Herz
sich anders üben.

Laßt, sag ich, laßt.

Ins höchste Ohr nicht,
nichts, sag ich, geflüstert,
zum Tod fall dir nichts ein,
laß, und mir nach, nicht mild
noch bitterlich,
nicht trostreich,
ohne Trost
bezeichnend nicht,
so auch nicht zeichenlos –

Und nur nicht dies: ein Bild
im Staubgespinst, leeres Geroll
von Silben, Sterbenswörter.

Kein Sterbenswort,
Ihr Worte!
*originale: «Ihr Worte habe ich geschrieben, nachdem ich mich fünf Jahre lang nicht mehr traute, ein Gedicht zu schreiben, keines mehr schreiben wollte, mir verboten habe, noch so ein Gebilde zu machen, das man Gedicht nennt. […] Ich weiß noch immer wenig über Gedichte, aber zu dem wenigen gehört der Verdacht. Verdächtige dich genug, verdächtige die Worte, die Sprache, das habe ich mir oft gesagt, vertiefe diesen Verdacht – damit eines Tags, vielleicht, etwas Neues entstehen kann – oder es soll nichts mehr entstehen.»

(traduzione di Anna Maria Curci)

Nulla verrà più
Nulla verrà più.
Non vi sarà più primavera.
Almanacchi millenari lo predicono a tutti.
Ma nemmeno estate e altre cose
che recano il bell’attributo estivo
nulla verrà più.
Non devi assolutamente piangere,
dice una musica.
Nessun altro dice qualcosa.

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi insita notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi,
occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zampe aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.
Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

da Poesie (Guanda, 2006), trad. it. M. T. Mandalari

Ancora la semina è lontana. Si vedono
terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.
Nella formula di pensieri infecondi
si configura l’universo seguendo l’esempio
della luce, che non sfiora la neve.

Sotto la neve ci sarà anche polvere
e, non disfatto, il futuro nutrimento
della polvere. Oh il vento che si leva!
Altri aratri dirompono l’oscurità.
Le giornate tendono a farsi più lunghe.

Nelle lunghe giornate, non richiesti,
veniamo seminati entro quei solchi storti
e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi
prosperiamo o ci corrompiamo a caso,
docili alla pioggia, e infine anche alla luce.

*

Dei calabroni non farò parola,
perché è facile riconoscerli.
E anche le rivoluzioni in corso
non sono pericolose.
La morte a seguito del frastuono
è ormai decisa da sempre.

Ma guardati dalle celebrità effimere
e dalle donne, dai cacciatori domenicali,
dai cosmetisti, dagli indecisi, dai bene intenzionati,
che nessun disprezzo riesce a scalfire.

Dai boschi recammo sterpi e tronchi,
e il sole a lungo tardò a sorgere per noi.
Inebriata da sequele cartacee
non riconosco più i rami,
né il muschio, che fermenta in cupi inchiostri,
né la parola, nelle cortecce incisa,
schietta e temeraria.

Logorìo di fogli, nastri registrati,
cartelloni neri… Giorno e notte
freme, dovunque sotto le stelle,
la macchina della fede. Ma nel legno,
fintanto ch’è verde, e con la bile,
fintanto ch’è amara, sono intenzionata
a scrivere quello che fu in principio!

Badate a mantenervi all’erta!

La traccia delle schegge volate è inseguita
dallo sciame dei calabroni
e intanto alla fontana
si ribella alla seduzione,
che un tempo ci ha fiaccati,
la chioma.

*

In una notte d’amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola.
Ho imparato di nuovo a camminare,
sono andata alla finestra e ho detto fame e luce
e notte mi stava bene per luce.

Dopo una notte troppo lunga,
ho dormito di nuovo bene,
confidando,

nel buio parlavo più facilmente,
continuavo a farlo di giorno.
Muovevo le dita sul mio viso,
non sono più morta.

Un cespuglio incendiato nella notte.
Il mio vendicatore si è fatto avanti e si chiamava vita.
Ho detto addirittura: lasciatemi morire e pensavo
senza timore alla morte più amata.

(Traduzione di Silvia Bortoli)

da “Non conosco mondo migliore”, Guanda, Parma, 2004

 

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Ernst Meister (1911-1979) – Poesie scelte – “Il rigor mortis delle parole” – Traduzione di Stefanie Golisch con un Commento laconico di Giorgio Linguaglossa

 

ligeti5

Partitura musicale di Gyorgy Ligeti

Il poeta Ernst Meister (1911-1979) nacque, visse e morì a Hagen, una città media in Vestfalia, volutamente al margine della vita letteraria mondana.
Negli anni ’30, Meister aveva studiato teologia, letteratura, storia dell’arte e filosofia prima di essere chiamato al fronte. Dopo la guerra cominciò ad elaborare le sue esperienze sotto forma di poesia e prosa. Dagli anni ’50 in poi, fino alla morte, si dedicò esclusivamente alla poesia. Togliere invece di aggiungere – questo fu il credo di Ernst Meister che nei suoi versi scarni allude alla condizione umana come una eterna domanda aperta.

eclissi sole 5

Gyorgy Ligeti Lux Aeterna (1965) Eclissi di sole

.

Commento laconico di Giorgio Linguaglossa

Nel 1978, interrogato sulla sua poesia, il poeta tedesco diede questa risposta: «La mia poesia dice quello che so, ti dice quello che sai», laconico come sempre e modesto come nessun’altro. Si avverte nella poesia di Meister l’irrigidimento delle parole, quel rigore che proviene dal rigor mortis delle parole che sono state irrogate dal «negativo», e il poeta non fa nulla per dissimulare questo stato comatoso delle parole e della comunicazione poetica. Si avverte una sfiducia totale nella retorica e nei tropi, una attenzione spasmodica alla letteralità di un discorso ridotto ai minimi lessemi, un rigore kantiano e luterano, il rigore di chi ha vissuto l’orrore della seconda guerra mondiale e ne è stato testimone. Collocandosi nella linea che va da Hölderlin a Celan, Meister si pone come erede e testimone esemplare di una poesia che medita sulla impossibilità di poter dire, sulla indicibilità della comunicazione dell’esperienza poetica nella nuova civiltà nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. La prima raccolta, Monolog der Menschen, pubblicata quarant’anni prima, era appunto un monologo corale degli uomini, si avverte la consapevolezza o il timore che la voce singola non possa, non sia in grado di pronunciare il discorso poetico.
Credo, anzi, ne sono convinto, che pubblicare queste poesie nella traduzione di Stefanie Golisch, oggi in una Italia affetta dalla pratica di massa della poesia e dallo smarrimento filosofico e spirituale non può far altro che bene.
Dolorosamente colpito dal suicidio del suo amico Paul Celan nel 1970, Meister tenterà di seguire l’utopia di una dizione prossima all’enigma, scorticata e nuda, che rivela l’influenza delle letture, è stato detto, della teologia protestante e della filosofia di Heidegger, Schopenhauer e Nietzsche.

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Ernst Meister Poesie scelte

.
JETZT
Jetzt.
Jetzt ist lange her.
Jetzt:
September −
nachmittags.

Geruch
warmer Asche.
So, als ob ich,
heute verbrannt,
selber die Asche wär.

Bin ich da?
Bin ich’s nicht?
Tellerrund
und von Äpfeln,
von Birnen schwer
ist das Licht.

Bin.
Bin mit den Blumen da.
Wimpern der Sonnen,
Kerne
in ihrem Pupillenkreis:
Augen,
meinen Augen ganz nah.

Bin nicht mehr?

Des Menschen Tag:
Im bronzenen Dunkel
ein Blitz.

Jetzt:
Ein September,
nachmittags.
JETZT
ist lange her.
 

ORA
Ora.
Ora è tanto tempo fa.
Ora:
settembre −
pomeriggio.

Odore
di calde ceneri.
Così come fosse io stesso,
bruciato oggi,
fossi le ceneri.

Sono qui?
Non sono io?
Rotondo come un piatto
e pesante di mele,
di pere
è la luce.

Sono.
Sono qui con i fiori.
Ciglia dei soli,
noccioli
nel cerchio delle pupille:
occhi,
vicini ai miei occhi.

Non sono più?
Il giorno dell’uomo:
nel buio di bronzo
un fulmine.

Ora:
un settembre,
pomeriggio.
ORA
è tanto tempo fa.

.
SEI DU MEIN SOHN
und zahl mir deine Schuldigkeit.
Ich, Leben, brauche den Tod,
ich, Zeit, die Ohnezeit.
Was plagst du dich,
da doch im Hellen steht
ein Liebesaug?
Du brauchst es nicht zu sehn.

SII TU MIO FIGLIO
e pagami la tua colpevolezza.
Io, vita, ho bisogno di morte.
io, tempo, del senzatempo.
Perché ti tormenti,
che nel chiarore c’è
un occhio d’amore?
Non occorre che tu lo veda.

.
DIE WORTE SIND FERTIG.
Umwunden von deinem Haar
ein jedes.
Dem ist
kein Räuber gewaltig,
wenn schon
die Sinne vergehen
beiden.
Nicht zu
vernichten ist
die Erscheinung.

LE PAROLE SONO FATTE.
Avvolte dai tuoi capelli
ciascuna.
Nessun ladro
può nulla
quando i due
perdono
i sensi.
Non può essere
distrutta
l’apparizione.

.
IM SCHLAF UND
in Schluchten des Schlafs,
wenn du der Einen begegnest,
die sich nach Lüsten
zu erkennen gibt
als die Tote
mit schlagendem Herzen,
als die Mittlere
des gemilchten Raums
voll Gelächter der Knie
und der Schenkel,
und dich wirft alsbald
ins Labyrinth
begreifbaren Traums.

NEL SONNO E
nelle gole del sonno
quando incontri Quella
che si svela
dopo il piacere come
la morta
con il cuore pulsante,
come quella in mezzo
alla stanza lattea
colma di risa delle ginocchia
e delle cosce,
e che ti getta presto
nel labirinto
del sogno comprensibile.

.

DER BLITZ
ist von eigener Hand
und entzündet
dein Haar.
Es komme
Feuersbrunst
Wo das Dach birst,
der Boden reißt.
Komm,
ein Frieren kommt,
das brennendste.

IL FULMINE
nasce nella propria mano
e accende
i tuoi capelli.
Che venga
un incendio
dove scoppia il tetto,
la terra si spezza.
Vieni,
viene un freddo,
il più scottante.

 

eclissi sole 2

eclissi di sole

.

WÜSST ICH, WOHER
Weinen kommt,
aus welchem
Himmelsblau…
Ich wills
Heimweh nennen
nach deinem
Herzschlag.

SAPESSI DA DOVE
viene il pianto
da quale
blu del cielo…
Voglio
chiamarlo nostalgia di casa
dei tuoi
battiti del cuore.

.

WELTLICHES, DAS WIR
lieben, welches
du liebst, war
mächtig genug.
Darum hast du uns
zu Fremdlingen gemacht
der Liebe. Das ist
noch im Tod
die Wunde.

COSE TERRENE CHE
amiamo, che
tu ami, furono
assai potenti.
Perciò ci hai reso
stranieri
dell’amore. Questo ancora
nella morte
è la ferita.

.

DICH MEINE ICH,
vorbei an der bloßen
Begierde, zu sein,
dich, vertauscht
an allen Gliedern.
Sind wir nicht
unseres Staubs
getröstet?
Ach, ich
gedenke an dich
in der Ewigkeitshöhle,
darin ja wohnt
jedermann.

INTENDO TE,
aldilà del mero
desiderio di essere,
te, scambiata
in tutte le membra.
Non è consolata
la nostra
polvere?
Ah,
ti ricordo
nella caverna eternità
dove
abita
ciascuno.

.

FERNER NACHHALL
der Liebe.
Anfang und Ende
wußt ich vermählt
im Nichts, dem Golde.
Nun aber
ist Ende allein.
Hundsmäßig
eß ich vom Troge,
den aufgestellt
im unteren Zwielicht
der lidlose Engel.

.
ECO LONTANO
dell’amore.
Sapevo
l’inizio e la fine
sposati
nel nulla, nell’oro.
Ma ora
è fine sola.
Come un cane
mangio dal trogolo
che l’angelo senza palpebre
posò
nel basso crepuscolo.

.

EIN KIND
blickt auf die Schale
voll Zeit,
sieht nippen
den grauen großmächtigen
Schmetterling,
ein Kind,
und geht,
schwarze Schafe zu hüten
im Finstern.

UN BAMBINO
guarda la ciotola
colmo di tempo,
vede sorseggiare
l’imponente farfalla
grigia,
un bambino
e va
a pascolare nere pecore
al buio.

*

Atemlos
so weit zu springen:
in die nächste
Nachbarschaft, die
allernächste zur
letzten
gesprochenen Silbe.

__

Senza respiro
saltare così lontano
nella prossima
vicinanza, la
più prossima,
verso l’ultima
sillaba pronunciata

Stefanie Golisch foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.
Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nel 2016 sono in corso di stampa nove poesie di Stefanie Golisch nella Antologia Poesia italiana contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa per le edizioni Progetto Cultura di Roma

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Bertolt Brecht e Thomas Stearns Eliot DUE POETI A CONFRONTO Commento di Alfonso Berardinelli con alcune poesie degli Autori

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

.da il Foglio mercoledì, 19 settembre 2014

Nello stesso giorno, il 2 gennaio scorso, sono apparsi su “Avvenire” un articolo di Fofi in memoria e lode di Eliot (morto nel 1965) e su “Repubblica” una pagina di Asor Rosa in lode e memoria di Brecht. Due anziani e inconciliabili guru della sinistra culturale ripensano al loro passato di lettori ventenni che scoprono per caso due dei più importanti, influenti e discussi poeti del Novecento. Due maestri anche loro inconciliabili della letteratura del secolo scorso: un metafisico cristiano sulle orme di Dante e un cinico dialettico marxista attratto dalla saggezza taoista. Anche a me, per puro caso, nelle settimane precedenti era accaduto di trafficare con Eliot e Brecht, rinnovando la mia simpatia e curiosità per il primo e la mia indifferenza o antipatia (tardive: arrivate a quasi quarant’anni) per il secondo.

Quando è ormai chiaro che la cultura letteraria di oggi ha ben poco in comune con quella novecentesca, viene in mente il Novecento. Parlo di letteratura e non di poesia perché la poesia è, nel suo insieme (critica compresa), precipitata così in basso nella banalità e nell’inconsapevolezza culturale da impedire qualunque confronto con i due autori ricordati. Il 90 per cento della poesia attuale (non solo quella italiana) è soprattutto stupida: e lo è nel modo più evidente quando si sforza di esibire un pensiero, dato che un pensiero stupido è più ridicolmente tale di qualunque non-pensiero.

Bertolt Breht  LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

Bertolt Breht LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Eliot e Brecht sono stati due eccezionali esemplari di poeta intelligente. Pienamente consapevoli, fin troppo, della situazione in cui scrivevano, avevano entrambi una visione del passato storico e del presente sociale così lucida da rischiare l’inaridimento inventivo. Oltre alla spiccata attitudine sia filosofica che realistica, avevano un forte senso dell’umorismo, della parodia e del paradosso, sentivano molto il pubblico e anche per questo hanno scritto opere teatrali. Come poeti intellettualistici e teatrali non sono stati i soli nel Novecento. Filosofici erano anche Antonio Machado e Paul Valéry, teatrali anche Majakovskij e soprattutto García Lorca. La cosiddetta “poesia monologica”, tendente alla pura musicalità e alle fascinazioni associative, usciva così da se stessa acquistando un’energia costruttiva precedentemente quasi impensabile, diventando dialettica e dialogica. Il solo grande erede sia di Eliot che di Brecht sarà Wystan H. Auden, il cui acume analitico è spinto a estremi di sottigliezza e la cui potenza oratoria, allegorica, satirica potrebbe superare perfino quella dei suoi maestri, se non fosse minacciata da una labirintica inafferrabilità di allusioni.

L’eliotiana “The Waste Land” resta l’opera poetica più classica del Novecento. Il chiacchiericcio così domestico e un po’ metafisico di Beckett è già previsto e praticato da Eliot in alcuni inserti dialogati del suo poemetto. Anche in Eliot “En attendant Godot” si gioca a scacchi, si prende il tè, noiosamente ci si lamenta e ci si ubriaca fino a notte fonda. La storia umana non è una marcia trionfale ma, dopo la guerra 1914-’18, è un cumulo di rovine. Il mondo è in frantumi, non si riesce più a connettere niente, l’edificio della civiltà è sconnesso. Nella sua logica di costruzione, The Waste Land è una confutazione in atto della forma-romanzo, della sua tecnica e fiducia nella possibilità di connettere l’eterogeneo (l’“only connect” di E. M. Forster). Se la vita sociale nasce, sopravvive e si perpetua grazie alle sue connessioni istituzionali, comunicative, comunitarie e abitudinarie, quando le connessioni saltano prevale il caos e la conseguente impossibilità di capire.

Il mondo di Eliot è diviso fra mistica e ottusità, comico e sublime, desolazione e redenzione. In questo che è stato il maggiore pedagogo letterario-morale della cultura anglosassone nell’ultimo secolo, la società borghese appare senza speranza: sola salvezza sarebbe il ritorno a una società cristiana, poiché il tempo storico e biografico acquista senso soltanto grazie a ciò che lo trascende. Anche i re Magi, il cui viaggio Eliot racconta in una delle sue poesie più note, vanno incontro a una nascita che per loro, per ciò che erano prima, è una forma di morte: “Fu un freddo inverno per noi, / Proprio il tempo peggiore dell’anno / Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo: / Le strade erano fangose e la stagione rigida, / Nel cuore dell’inverno. (…) Questo considerate / Questo: ci trascinammo per tutta quella strada / Per una Nascita o per una Morte?”.

Bertolt Brecht

Bertolt Brecht

Brecht lo lessi e lo rilessi (il suo teatro però mi ha sempre annoiato), poesie, aforismi, raccontini e teorie estetico-politiche, perché prima avevo letto Fortini, che di Brecht marxista aveva fatto una guida. Le poesie che preferivo però erano le prime, quelle degli anni Venti, o le ultimissime, del tutto disincantate. Ma qualcuna delle “Storielle del signor Keuner”, suo alter ego, le ricordo e le apprezzo ancora. Soprattutto due, quella sul rapporto tra forma e contenuto in arte e quella sul rapporto tra filosofia e comportamento quotidiano. La prima racconta di un giardiniere incaricato di arrotondare una pianta di alloro. Taglia di qua e taglia di là, la forma sferica non sembra mai perfetta e l’alloro diventa insignificante: “Bene, questa è la sfera, ma dov’è l’alloro?”. E’ una storiella che usai contro gli esteti. La seconda contro i marxisti anni Sessanta-Settanta e anche in polemica con Fortini: “Un professore di Filosofia andò dal signor K. a raccontargli della sua saggezza. Dopo una pausa il signor K. gli disse: – Tu siedi scomodamente, tu parli scomodamente, tu pensi scomodamente – . Il professore di filosofia andando in collera disse: – Non è su di me che volevo sapere qualcosa ma sul contenuto di quanto ho detto. – Non ha contenuto, – disse il signor K. – Ti vedo procedere goffamente e procedendo non raggiungi una meta. Tu parli in modo oscuro e dalle tue parole non proviene alcuna luce. Osservando il tuo comportamento, la tua meta non mi interessa”.

T.S. Eliot

T.S. Eliot

Thomas Stearns Eliot

I
Il seppellimento dei morti

Aprile è il piú crudele dei mesi: genera
Lillà dalla morta terra, mescola
Ricordo e desiderio, stimola
Le sopite radici con la pioggia primaverile.
L’inverno ci tenne caldi, coprendo
La terra di neve obliosa, nutrendo
Grama vita con tuberi secchi.
L’estate ci sorprese, piombando sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia; ci fermammo nel colonnato,
E avanzammo nel sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’aus Litauen, echt deutsch.
E da bimbi, quando si stava dall’arciduca
Mio cugino, lui mi condusse in slitta
E io presi uno spavento. Mi disse: Marie,
Marie, tienti forte. E giú scivolammo.
Sulle montagne ci si sente liberi.
Io leggo quasi tutta la notte, e d’inverno me ne vo nel Sud.
(…)

(da La terra desolata, 1926 trad. di Mario Praz)

I
The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keineRussin, stamm’aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the arch-duke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.
(…)

T.S. Eliot

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock
« S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo»
(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)
.
Andiamo dunque, tu ed io,
Mentre la sera è distesa sul cielo
Come paziente eterizzato sul tavolo;
Andiamo, per certe semideserte strade,
Tra mormoranti recessi
Di notti agitate in modesti piccoli alberghi
E ristoranti cosparsi di segatura e gusci d’ostriche:
Strade che si allungano come tedioso argomento
D’insidiosa intenzione
Per condurti a una domanda che opprime…
Oh no, non chiedere “Cos’è?”
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La gialla nebbia che sfrega la schiena sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che sfrega il muso sui vetri della finestra
La sua lingua ha leccato negli angoli della sera,
Ha indugiato sulle pozze formate negli scarichi,
S’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine dei camini,
E’ scivolato sul terrazzo, ha fatto un balzo improvviso,
E vedendo che era una dolce sera di ottobre,
S’è arrotolato attorno alla casa e si è assopito.
E per la verità avrà tempo
Il giallo fumo che scorre lungo la strada
Per sfregare il dorso sui vetri della finestra;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare un volto a incontrare i volti che tu incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutti i lavori e giorni di mani
Che sollevano e versano una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un toast e un tè.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E per la verità ci sarà tempo
Per chiedersi “Oso io?” e, “Oso io?”
Il tempo per voltarsi e scendere le scale,
Con una macchia di calvizie in mezzo ai miei capelli –
(Essi diranno: “I suoi capelli diventano più radi!”)
La mia giacca, il mio rigido colletto sotto il mento,
La mia cravatta ricca e modesta, ma fissata con un semplice spillo –
(Essi diranno: “Ha le braccia e le gambe così sottili!”)
Oso io
Disturbare l’universo?
In un minuto c’è il tempo
Per decisioni e revisioni che un minuto cambierà.

Perché le ho già conosciute tutte, proprio tutte –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho versato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci morenti con un morente tono
A di sotto della musica da una stanza più lontana.
Perciò come dovrei presumere?

E io ho già conosciuto gli occhi, proprio tutti –
Gli occhi che ti guardano in una frase formulata,
E quando io sono formulato, confitto con lo spillo,
Quando sono inchiodato e mi dimeno sul muro,
Allora come dovrei cominciare
A sputar fuori le cicche dei miei giorni e modi?
E io ho già conosciuto le braccia, proprio tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche
(Ma alla luce della lampada si vede una peluria bruna!)
E’ il profumo di un vestito
Che mi rende così digressivo?
Le braccia posate sul tavolo, o avvolte in uno scialle.
Dunque dovrei presumere?
E come dovrei cominciare?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dirò che ho percorso all’imbrunire strette strade
E ho guardato il fumo che usciva dalle pipe
Di uomini soli in camicia, alle finestre affacciati?…

Dovrei essere un paio di artigli rapaci
Che fuggono sul fondo di mari silenziosi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così sereno!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato…stanco…oppure esso finge,
Steso sul pavimento accanto a te e a me.
Dovrei io, dopo il tè, il dolce e il gelato,
Avere la forza di superare il momento della sua crisi?
Ma benché io abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Benché io abbia visto la mia testa (un po’ calva) posata su un piatto,
Io non sono un profeta – e non c’è niente di grande;
Io ho visto per un attimo il lampo della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Valletto porgermi il soprabito, e lo sbuffo
E a farla breve, ho avuto paura.

E varrebbe la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata, il tè,
Tra la porcellana, tra il parlare un po’ di te e di me,
Varrebbe la pena,
Ignorare la questione con un sorriso,
Comprimere l’universo in una palla
E rotolarla verso una domanda opprimente,
Dire: “Io sono Lazzaro, vengo dai morti,
Ritorno per dirvi tutto, io vi dirò tutto” –
Se qualcuno, sistemandole il cuscino sotto la testa,
Dicesse: “Non è affatto ciò che intendevo.
Non è affatto questo.”

E varrebbe la pena, dopo tutto,
Varrebbe la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade irrorate,
Dopo i romanzi, la tazze di tè, dopo le gonne strascicate –
E ciò, e assai di più? –
E’ impossibile dire proprio cosa intendo!
Ma se una lanterna magica proiettasse i nervi sullo schermo:
Varrebbe la pena
Se qualcuno, sistemando un cuscino o gettando via uno scialle,
E girandosi verso la finestra dicesse:
“Non è affatto questo,
Non è affatto ciò che intendevo.”

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

No! Io non sono il Principe Amleto, né voglio esserlo;
Io sono uno del seguito, uno che
Ingrosserà il corteo, farà una scena o due,
Consiglierà il principe; senza dubbio, un facile strumento,
Rispettoso, felice di essere d’aiuto,
Politico, cauto e meticoloso;
Pieno di massime elevate, ma un po’ ottuso;
A volte, per la verità, quasi ridicolo –
A volte, quasi Giullare.

Sto invecchiando…Sto invecchiando…
Rimboccherò i risvolti dei pantaloni.

Dividerò in due i capelli? Oserò mangiare una pesca?
Indosserò pantaloni di flanella bianca, e me ne andrò sulla spiaggia.
Ho sentito le sirene cantare, una ad una.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste cavalcare le onde marine
Pettinando i bianchi capelli delle onde risoffiate
Quando il vento soffia l’acqua bianca e nera.

Abbiamo girellato nella sale del mare
Inghirlandati dalle sirene con alghe rosse e brune
Finché voci umane ci sveglieranno, e noi annegheremo.

(Versione di Paolo Statuti)

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano ...

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano …

Bertolt Brecht

«chi parla è il rifugiato, lo scrittore politico in fuga; il giovane ladro si disegna allora sullo sfondo di una catastrofe universale con la eleganza e l’allegria di un angelo, con una morale non dissimile da quella di Laotse, fondata sulla invincibilità del povero, sulla sua irresistibile libertà segreta. Così il messaggio di morte che il ladro apporta è anche il segno di speranza positiva; perché «vince l’acqua docile / a lungo andare, la pietra tenace». (F.F.)

(Franco Fortini da Introduzione a Poesie di Svendborg Einaudi, 1976)

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Il ladro di ciliege

Una mattina presto, molto prima del canto del gallo,
mi svegliò un fischiettio e andai alla finestra.
Sul mio ciliegio – il crepuscolo empiva il giardino –
c’era seduto un giovane, con un paio di calzoni sdruciti,
e allegro coglieva le mie ciliegie. Vedendomi
mi fece cenno col capo, a due mani
passando le ciliegie dai rami alle sue tasche.
Per lungo tempo ancora, che già ero tornato a giacere nel mio letto,
lo sentii che fischiava la sua allegra canzonetta.

.
Mio fratello aviatore

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
sta sulla Sierra di Guadarrama.
È di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.

.
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

.

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

.
Leggo della battaglia di carri armati

Tu figlio del tintore di Lech che al gioco delle biglie
con me ti misurasti in anni ormai passati
dove sei nella polvere dei cingoli
che per le belle Fiandre ora discendono?

La grassa bomba su Calais caduta,
figlio del tessitore della filanda, eri tu?
O figlio del fornaio del mio mondo d’infanzia
è per te che urla in sangue la Champagne?

.
Quelli che stanno in alto

Si sono riuniti in una stanza.
Uomo della strada
lascia ogni speranza.

I governi
firmano patti di non aggressione.
Uomo qualsiasi,
firma il tuo testamento.

.
Non ti ho mai amata tanto

Non ti ho mai amata tanto, ma soeur,
come quando ti ho lasciata in quel tramonto.
Il bosco m’inghiottì, il bosco azzurro, ma soeur,
sopra stavano sempre le pallide costellazioni dell’Occidente.

Non risi neppure un poco, per niente, ma soeur,
io che per gioco andavo incontro a oscuro destino –
mentre i volti dietro di me lentamente
sbiadivano nella sera del bosco azzurro.

Tutto era bello in questa sera unica, ma soeur,
non fu mai così dopo nè prima –
certo: ora mi restavano solo i grandi uccelli
che a sera, nel cielo oscuro, hanno fame.

.
Il fumo

La piccola casa sotto gli alberi sul lago.
Dal tetto sale il fumo.
Se mancasse
Quanto sarebbero desolati
La casa, gli alberi, il lago!
Anno per anno

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POESIE SCELTE di Gertrud Kolmar (1894-1943)  “La straniera”, “L’ebrea”, “Il rospo”, “Nel lager”, “Solo la notte ti ascolto”. Commenti di Marina Zancan e Antonella Gargano con Lettere alla sorella Hilde traduzione di Giuliano Pistoso

La straniera di Marina Zancan

Auschwitz-

Auschwitz-

La figura di Gertrud Kolmar – proiettata da uno straordinario immaginario poetico e conservata per frammenti dalla scrittura, da quella poetica, forma di una lingua per lei originaria, a quella privata delle Lettere a Hilde – appare a chi legge, e si stempera, per ricomporsi, in immagini di colore, come filtrata da lenti di caleidoscopio. Sepolta a lungo nel silenzio della storia – Kolmar, tedesca ebrea, scrive nella notte della Germania hitleriana e le sue carte, in parte perdute, rimangono a lungo disperse – la figura di questa donna, riflessa nella sua pagina in una pluralità di immagini autoreferenziali, conserva la seducente ambiguità di una bellezza inconsueta, ancora in parte lontana da quella conoscenza che un’indagine sistematica contribuisce a formare. Certamente Kolmar è una voce importante del Novecento europeo: ma, come per lei in vita la parola poetica è stata soprattutto il suo modo di essere, una straordinaria affermazione di sé intessuta da una struggente richiesta di ascolto (“Mi tieni completamente nelle tue mani.” – scrive la poetessa rivolta al lettore – “Come quello di un piccolo uccello, batte il mio cuore / nel tuo pugno.”) totalmente lontana da ogni forma di ambizione mondana, così le sue carte sembrano segnate da un destino parallelo di incontri quasi privati. Stampate, la prima volta, per la cura affettuosa del padre, apprezzate da Walter Benjamin, il cugino con cui Gertrud discute in carte private di cultura e di poesia, le sue poesie raggiungono la scena del pubblico nel ’38, subito cancellate dalle leggi razziali; consegnate da quella data in poi a familiari emigrati, perché le conservassero, le sue scritture, sommessamente riproposte in Germania dopo la guerra, solo negli ultimi anni hanno iniziato ad acquisire visibilità e valore. Lo conferma la loro storia italiana: dobbiamo infatti ad una raffinata ma piccola casa editrice, la Essedue Edizioni, ovvero a Giuliana Pistoso – che ha incon- trato Kolmar quasi per caso – la prima ed unica traduzione italiana di una parte di quelle carte: // canto del Gallo Nero (1990: una scelta tra testi poetici e le lettere a Hilde); Susanna (1992); Notte (1994: pièce teatrale inedita). Un piccolo, prezioso campionario di un corpus vasto e variato nelle tipologie della scrittura, accolto, in occasione degli appuntamenti editoriali, da letture attente e spesso appassionate, ma rimasto ancora quasi necessariamente in un circuito ristretto di lettura. Attraverso questa mostra fotografica presentata sotto il titolo La straniera, si intende offrire gli strumenti di base per conoscere Kolmar.

La scelta dell’immagine poetica da accostare al nome e a quel ritratto – unico, e così caro a lei – dominato dagli occhi (“ora è morta” dice Susanna di Zoe, la principessa-cagna… “e sotto quel pelo vive solo negli occhi”) non è stata semplice, avendo a monte, da parte mia, letture asistematiche, di pura passione: La straniera (in Ritratto di donna, 1938) è una delle tante immagini di sé attraverso cui Kolmar vive nel suo immaginario poetico. Ma è, io credo, una figura essenziale, un’immagine del profondo che conserva e ci svela il nesso che in lei vincola l’esperienza nel mondo alla scelta della parola poetica. Straniera in casa, straniera nell’amore, straniera nella storia: l’esperienza di Kolmar è esperienza di estraneità. Ma, reietta perché diversa, in Susanna (l’ultimo suo testo a noi pervenuto, se si escludono le Lettere a Hilde) Gertrud è la giovane folle, di straordinaria bellezza, sola tra gli esseri umani, ma fusa e confusa tra gli elementi dell’universo: “vivo” – scrive a Hilde il 10 ottobre 1939 – “rifugiandomi sempre più […] in ciò che è essenziale, negli ‘eventi dell’eternità’”. È un ritrarsi privo di rinuncia, un ritorno alle origini della vita dove l’estraneità, fatta propria, assume il valore del gioiello (“io sono il rospo / e porto il gioiello”, // rospo), dove le parole, rinominando le cose, restituiscono alla vita i colori. In questo universo rigenerato in un silenzio che si oppone alla violenza della storia, Gertrud può dire di sé a Hilde: “Oggi, per fortuna, so […] che quello che ho ottenuto valeva quello che ho dovuto pagare (13 settembre 1939).

Auschwitz Ingresso

Auschwitz Ingresso

Gertrud Kolmar e i poeti di Antonella Gargano

Contro l’oblio si intitolava programmaticamente una mostra organizzata nel 1985 dalla “Deutsche Akademie tur Sprache und Dichtung” di Darmstadt e dalla “Universitàtsbibliothek” di Francoforte, il cui ‘quaderno’ riproduceva in copertina Gertrud Kolmar nella famosa fotografia del 1928. Quella stessa fotografia si ritrova su un lessico uscito un anno dopo: un volto – dei suoi occhi “ciascuno è scuro, ed è una stella”, come è detto nella poesia L’ abbandonata – scelto, di nuovo come un programma, ad aprire un repertorio delle scrittrici di lingua tedesca.

Le manifestazioni in occasione del cinquantenario della nascita di Gertrud Kol- mar (una mostra, curata nel 1993 presso lo “Schiller-Nationalmuseum” di Marbach da Johanna Woltmann) e nel centenario della morte (la mostra del 1994, su progetto di Marion Brandt, presso lo “Heimatmuseum” di Falkensee, che venne presentata a Roma nel marzo 1997 in una versione rinnovata ed ampliata) sono il primo, concreto segnale di una attenzione critica a lei rivolta. Ma è anche vero che la silenziosa presenza di Gertrud Kolmar nel panorama letterario di lingua tedesca aveva avuto una sua significativa eco proprio tra i poeti. Nelly Sachs aveva colto la qualità visionaria e la sostanza iconica della sua poesia in un testo dedicato alla Veggente (1942/1943), Johannes Bobrowski aveva costruito attorno ad un verso dell’ Ebrea di Gertrud Kolmar la sua memo- ria della poetessa berlinese (Gertrud Kolmar, 1961) e Christoph Meckel nel 1964, in un volumetto di disegni per Bobrowski, riprenderà come motto quei versi che, in una sorta di curioso domino letterario, ritornano indietro a Gertrud Kolmar.

E d’altra parte, per quanto possa apparire come ‘voce isolata’, tagliata fuori da una circolazione e da un dialogo poetico, l’opera della Kolmar lascia affiorare i segni di precise contiguità: con la poesia di Annette von Croste, come già nel 1928 aveva indicato il ben altrimenti famoso cugino Walter Benjamin pubblicando due sue poesie, a cui l’accomuna una esplorazione della natura fin dentro la sua dimensione biologica e microrganicistica, lungo una linea ideale che passa attraverso Oskar Loerke e arriva fino a Bobrowski, o, ancora, con la più vicina eredità espressionista. Straniera, détaché e sempre ‘altra’, Gertrud Kolmar insiste sulla sua alterità. “lo sono straniera”, così si apre L’ ebrea, e nell’opposizione poetessa/scrittrice sceglie la via più isolata della poesia: “Sono una poetessa, questo lo so; ma non vorrei mai essere una scrittrice”. Eppure la sua poesia va oltre ogni senso di estraneità, di perdita e di morte, indicando un’immagine di sé, nonostante tutto, come “luce di cera per la veglia del secondo mondo”. Proprio questo sembra aver avvertito Bobrowski che chiudeva la sua poesia ‘dilatando’ un verso della Kolmar e aprendolo ad un luogo senza tempo:“non moriremo, noi, / ci circonderanno le torri?”.

 il binario che porta ad Auschwitz

il binario che porta ad Auschwitz

La poetessa

Mi tieni completamente nelle tue mani.

Come quello di un minuscolo uccello, batte il mio cuore nel tuo pugno. Tu che leggi, sta attento
perché vedi, stai sfogliando una creatura. Ma se per tè è fatta solo di cartone,
fogli stampati e colla, allora resta muta, non ti colpisce col suo grande sguardo che dai neri segni guarda cercando;
allora è solo una cosa con il destino di una cosa.

Pure s’era cinta di veli come una sposa, s’era adornata perché tu la potessi amare ed, esitante, prega che, per una volta,
tu cacci via la pigra indifferenza
e trema e sussurra a se stessa:
«Non succederà.» Ti fa un cenno e un sorriso. Chi dovrebbe sperare se non una donna?
Il suo intero mondo è quel solo: «tu…»
Con fiori neri e sopracciglia dipinte,
con catene d’argento, con sete, stellata d’azzurro. Da bambina sapeva cose più belle,
ma le parole più belle le ha dimenticate.

L’uomo è molto più saggio di noi. Nei suoi discorsi parla della morte,
della primavera, delle industrie, del tempo. Io dico: «tu…», solo e sempre: «tu ed io.»
Questo libro è un vestito di ragazza,
può essere bello e rosso o poveramente sbiadito e sempre soltanto da dita amate
si lascerà gualcire, qualche volta macchiare.
Perciò sono qui a mostrare quello che mi è accaduto;
quello che un forte candeggio ha sbiadito senza poter del tutto cancellare.
Perciò ti chiamo. Il mio richiamo è leggero, sottile.
Tu senti quello che dice, ma comprendi quello che sente?

L’ebrea

Io sono straniera.

Perché gli uomini con me non s’azzardino, voglio essere circondata da torri
che portano aguzzi berretti di pietra grigia in alto verso le nuvole.

Voi non potete trovare la chiave di bronzo della tetra scala. Essa gira su di sé verso l’alto come la piatta, squamosa testa sollevata
una vipera nella luce.

Ah, questo muro si sgretola come roccia bagnata per millenni dalle tempeste;
gli uccelli dai rudi colli rugosi
si rintanano nelle profonde caverne.

Sotto la volta di sabbia friabile groviglio di rettili con i petti maculati… Vorrei armare una spedizione esplorativa nella mia originaria, antichissima terra.

Posso la sepolta Ur dei Caldei forse da qualche parte scoprire, l’idolo Dagone, la tenda degli ebrei, la tromba di Gerico.

La tromba che abbattè le arroganti mura, brunisce sepolta, piegata, distrutta,
ma un tempo ho respirato il soffio che produsse il suo suono.

Nelle cassapanche coperte di polvere giacciono senza vita le nobili vesti, morente splendore dall’ala della colomba, l’ottusità di Behemot.

Io le indosso stupita. Sono ben piccola,
lontana dai tempi della loro ricchezza e del loro potere,
ma intorno a me si aprono scintillanti spazi come a difesa ed io in essi mi espando.

Ora mi sento strana e non mi riconosco perché ero già prima di Roma, di Cartagine, perché subito ardono per me gli altari
di Debora e della sua schiera.

Dal vaso d’oro nascosto
corre attraverso il mio sangue un doloroso splendore e un canto vuole chiamarmi con nomi
che siano di nuovo fatti per me.

I cieli gridano colorati segnali. Impenetrabile è il vostro volto:
quelli che, timidi, con la volpe del deserto mi circondano, non lo vedono.

Soffiano gigantesche, devastanti colonne d’aria, verdi come giada, rosse come coralli,
sopra le torri. Dio permette che crollino e tuttavia i millenni ancora stanno.

.

Gertrud Kolmar

Gertrud Kolmar

La straniera

A mia sorella Hilde

.
La città è per me un vino colorato in un levigato calice di pietra
che sta e brilla davanti alla mia bocca
e specchia la mia immagine nella sua cavità.

Esso riflette il suo cerchio più profondo che ognuno conosce, ma nessuno sa perché, ciechi, ci colpiscono tutte le cose a noi quotidiane e usuali.

Davanti a me la rigida parete delle sagge case con il suo «Qui da noi…» sicuro di sè;
il volto di vetro della piccola bottega
si chiude riservato: «Io non t’ho chiamata.»

II selciato ascolta e cerca a tentoni il mio passo pieno di sospetto e di curiosità
e dove il legno si unisce con la colla, là si parla una lingua che non è mia.

La luna palpita rossastra come un assassinio sopra il corpo lontano, sopra la parola smarrita, quando, la notte, contro il mio petto s’infrange il respiro d’un mondo straniero.

Noi ebrei 15.9.1933

gertrud kolmar 2

Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio, voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa, la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato, e – crudeli – ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità, la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei, e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono, gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante, sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare, e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!
Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma, e la mano scarna – le vene come vipere verdi – la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli, l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!
Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele; Oh, potessi – io, fiaccola ardente – levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero. Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.
Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre, tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

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Il rospo

12 ottobre 1933

Il crepuscolo azzurro scende denso d’umidità con il mantello dal largo orlo rosa dorato.
Un pioppo nero si staglia nella morbida luce,
e dolci betulle tremano contro la pallida schiuma.
Come una testa di morto, una mela rotola sorda nel solco, s’accartoccia leggera e perisce la bruna foglia autunnale. Con piccole luci spettrali la città, lontano, s’abbuia.
La bianca nebbia dei prati avvolge i ranocchi.

Io sono il rospo
e amo gli astri della notte. La sera, alto, il Rosso
si gonfia purpureo nello stagno d’improvviso incendiato. Sotto le assi marce della botte per l’acqua piovana
mi rintano accovacciato e grasso;
il tramonto del sole
spia, sofferente, il mio sguardo lunare.

Io sono il rospo
e amo il sussurro della notte. Un delicato flauto
nell’oscillante canneto, nel càrice s’è svegliato, un tenero violino
vibra e scintilla sul ciglio del campo. Tacito ascolto,
mi trascino sulle zampe palmate

sotto una panca fradicia
membro dopo membro fuori dal pantano come un sommerso pensiero
si trae fuori dal groviglio e dal fango. Oltre i cespugli, fra i ciotoli
modesta, buia creatura, saltello;
il rugiadoso gocciolare del fogliame, l’edera verde-nera mi sciacquano via.

Respiro, nuoto
dentro un profondo, tranquillo splendore, umile voce
sotto l’alato piumaggio della notte.
Vieni dunque e uccidi!
Per tè posso essere solo un disgustoso animale:
io sono il rospo
e porto il gioiello.

Nel lager

Quelli che s’aggirano qui sono corpi soltanto, non hanno più anima,
soltanto nomi nel registro dello scrivano, carcerati: uomini, ragazzi, donne,
e i loro occhi fissano vuoti

con lo sguardo sbriciolato, distrutto per ore in una fossa buia,
soffocati, calpestati, picchiati alla cieca.
Il loro gemito tormentoso, il loro pazzo terrore, una bestia, sulle mani e sui piedi, carponi…

Hanno ancora le orecchie
e neppure odon più il loro grido. La prigione distrugge, schiaccia:
nessun coraggio, nessun coraggio più per ribellarsi! Stride leggera la sveglia spaccata.

Si affaticano come dementi, grigi, devastati, separati dall’umanità variopinta,
irrigiditi, timbrati e marcati,
come bestiame da macello che aspetta il beccaio e non conosce che il fetido truogolo e il recinto.

Solo paura, solo orrore nei volti
quando, di notte, uno sparo afferra la vittima… e nessuno ha veduto l’uomo
che silenzioso in mezzo a loro
trascina la croce nuda verso il supplizio.

gertrud kolmar 1

Lettera alla sorella

 Hilde, sorella carissima il 15 12 1942

Un mio conoscente, il dottor H. era uno studioso di Spinoza e un giorno mi ha parlato della sua teoria sulla libertà della volontà umana all’interno della non-libertà. Penso di capire tutto questo attraverso le mie esperienze personali. Non è dipeso da me accettare o rifiutare il lavoro in fabbrica, mi è stato imposto, però ero libera di accettarlo o di rifiutarlo intcriormente; posso eseguirlo con ritrosia o con buona volontà. Dal momento che io l’ho accettato nel mio cuore non me ne sono più sentita soffocata. Ho deciso di considerare questo lavoro un insegnamento e di imparare il più possibile. In questo modo, dentro alla non-libertà, ho scelto la libertà. E così vorrei anche sopportare il mio destino, sia esso alto come una torre o nero e soffocante come una nuvola…

Berlino 23.10.41 ore 4 del mattino

 Lettera alla sorella

Cara Hilde,

Di recente mi ha offerto aiuto un breve, piccolo episodio. Durante la pausa per la colazione (un quarto d’ora circa), mi trovavo nella stanza degli armadi e sedevo tutta sola su una panca vicino a una giovane zingara che non faceva nulla, non parlava, guardava completamente immobile fuori, verso il cortile deserto della fabbrica… Io l’ho osservata: non aveva quella faccia angolosa degli zingari con gli occhi inquieti e scintillanti, anzi i suoi tratti erano morbidi, quasi slavi; era di carnagione abbastanza chiara… E non aveva soltanto l’aria cupa, vinta degli animali, dei vecchi cavalli da tiro. Questo inevitabilmente c’era, ma c’era anche qualcosa di più: una chiusura impenetrabile, un silenzio, una distanza non più raggiungibile da una parola o da uno sguardo del mondo esterno… E ho capito che proprio questo avevo sempre voluto possedere senza riu- scirvi e che se adesso l’avessi niente e nessuno dall’esterno mi potrebbe più toccare. Però mi trovo già su questa strada e ne sono contenta… I reumatismi di papà sono migliorati, anche se non molto… Lui naturalmente sta ancora dormendo.

Un caro saluto!

Trude

Lettera alla sorella

Berlino 1.2.42

Mia cara Hilde,

Se non avessi le esperienze che invece ho vissuto, sicuramente sarei d’accordo con te sulla delusione che «sta in agguato», sull’illusione e la realtà; e per molte donne, forse per la maggior parte, parlo di donne sensibili e forti d’animo, vale quello che tu dici. Invece per me… Mi credi se ti scrivo qui: «Non sono mai stata delusa» e «la realtà è sempre impensabilmente più bella di tutte le illusioni?». Mi credi? Per me è stato così.

Non voglio dire con questo che non mi sono mai sentita infelice, che non ho mai provato dolore. Anzi sono stata molto, molto infelice, ho sopportato anche dolori molto forti e profondi che però ho anche amati come una futura madre può amare i tormenti con i quali viene benedetta dal proprio figlio. Ma tutto questo io l’avevo intuito già prima, l’avevo previsto e sopportato in anticipo, conoscevo il prezzo altissimo che avrei dovuto pagare, quindi delusioni per me non ce ne sono state. Le parole «eterno», «costante» e «fedele» (almeno applicate al mio partner) le avevo cancellate dal mio vocabolario sin dall’inizio. Questo probabilmente era dovuto anche al fatto che io non sono mai stata l’unica, ma sempre «l’altra»… Tu riterrai che fossi troppo modesta, invece non lo ero. Avevo una infiammabilità bassa e prendevo fuoco molto difficilmente – un fuoco che poi si spegneva presto, però, se bruciava (quanto raramente), la brace era forte e durevole. Il mio sentimento diventava allora una specie di re Mida capace di trasformare in oro tutto quello che toccava con le sue mani; si levava grande come un sole e indorava ogni stagno, ogni pozzanghera. E infine non aveva più tanta importanza quello che faceva, come si comporta- va la persona cui era dovuto il suo sorgere, il suo calore, il suo irradiare. Il sole splende sopra i giusti e gli ingiusti…

Con tanti cari saluti anche da papà

Trude

da Gertrud Kolmar, Il canto del gallo nero, prefazione di Marina Zancan, traduzione di Giuliano Pistoso, Essedue Edizioni

campo di concentramento 2La tregua di Primo Levi

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles e io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo. Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa. Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. E’ stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia. Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera. Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni. Continua a leggere

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Archiviato in Autori dei Due Mondi, poesia tedesca

UNA POESIA INEDITA di Stefanie Golisch “Breve elenco dei destini” con traduzione dell’autrice in tedesco e versione in inglese di Peter Douglas con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Ferdinando Scianna fotografia

Ferdinando Scianna fotografia

 Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.
Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La poesia di Stefanie Golisch è il luogo della duplicazione e della moltiplicazione di ogni forma, in essa i “mondi” si compenetrano, si identificano ma solo come identità di relazioni, unità di funzioni; sono trans-significati. Questa “compenetrazione” ha luogo perché qui il poeta non sta di fronte alla morte ma si è posto nel centro di ogni relazione dove ogni cosa viene ricondotta all’unità di un morto mondo poetico. Non dunque l’incapacità di dare Gestalt alla vita è la povertà del poeta, ma il riuscirvi, il riunire ogni forma nella morte della Forma, dove l’estensione spaziale della versificazione si converte nella interversione del poeta che sta come al di fuori della poesia, dove le Gestalten diventano musica, ritmo, canto della povertà, poesia della datità. La Golisch qui arriva alla “mancanza di forma” come suprema virtù della Forma stessa. Ma la “mancanza” non è qualcosa che si può attingere, non è l’ancora da plasmare, è una assenza, una cesura che delimita internamente ogni Forma, è il limite interno della Forma che nemmeno il poeta può oltrepassare:

Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.

Forse nessun poeta contemporaneo italiano è giunto con tanta drastica coerenza come la Golisch a un tale risultato, a una totale mancanza di forma che costituisce il trionfo della Forma stessa. L’imperversare della molteplicità dei destini è il codice segreto che costituisce la struttura del “destino”, se così vogliamo dire. Se, come è stato detto, «la rima è la relazione della gioia», qui è proprio la prosa del verso che diventa la relazione della tristezza del poeta, il quale non può giungere fino al punto di dare forma a una struttura che già da tempo immemorabile ha perduto quella proprietà.

 

Breve elenco dei destini

Ognuno è benvenuto

Franz Kafka,  Amerika

Nella vita non era riuscito a combinare nulla. Ma quando usciva di casa, fischiava sempre.
Per cinque anni aveva ricamato il corredo di una futura regina.
Era bello forte violento. Un semidio tra pallidi mortali.
Dopo il primo, maldestro tentativo di amare decise di lasciar perdere.
È andata con tutti. Gli son piaciuti tutti e lei è piaciuta a tutti.
Avrebbe voluto piovere. Essere la pioggia.
In vita ha fatto il pilota d’aereo. Ora fa le parole crociate.
Scrive una lettera, la mette in una busta e si siede accanto alla buca delle lettere.
Oscillava tra il voler sapere e non sapere chi era.
Era veramente brutta. Perdonava tutto e tutti.
Sono la regina della strada. Costo poco. Il mio regno è infinto.
Suo compito era di dire a un certo punto andate in pace. Ma ci credeva poco.
Le piacevano gli uomini sposati. Sapeva che si sarebbe rovinata e così fu.
Il suo primo amico era un corvo, il secondo un gobbo.
Biografia di un leopardo era il titolo ambizioso dato alla sua opera prima.
Alla domanda perché l’avrebbe sposata rispose perché il cane non abbaiava, quando ti vedeva.
Poco prima di morire, fece chiamare il parrucchiere. Era curioso di vedersi con i capelli ricci.
La roulette era la sua vita. Il suo sistema era infallibile, ma non indovinava mai.
Apriva la bocca solo per mentire. Le sue menzogne incantavano mari monti e donne di tutte le età.
Ha sessanta anni, ma i bambini ancora non vogliono giocare con lui.
Quando passeggia lungo il fiume tiene in mano un sogno da ragazza.
Ecco l’uomo in canottiera grigiastra che fuma alla finestra della cucina.
A ottantasei anni attende ancora.
Sebbene non avesse mai letto l’omonimo racconto di Joseph Roth, lui era il Santo bevitore.
Vista l’indiscutibile complessità delle vicende umane, i suoi discorsi tendevano ad aggrovigliarsi.
Da generazioni la parola aveva atteso di essere pronunciata proprio da lui.
Si chiamava Aphrodita. Da ragazza era stata sposata con un uomo che non avrebbe mai amato.
In terza elementare decise che il mondo non avrebbe mai più riso di lui.
La sua bontà era un pozzo senza fondo. A lungo andare stancava.
Non si vergognava di puntare sulla pietà. Le donne adoravano la sua vitale melanconia.
Avrebbe voluto fare tante cose, ma era anche contento di fare niente.
Era matura anzitempo. Arbitro involontario di una coppia di genitori in perenne battaglia.
Alla domanda su cosa volesse fare da grande, rispose: L’accattone. Il suo desiderio fu esaudito.
Qualcuno doveva raccogliere i volti e le voci del suo paese. Non aveva scelta.
Non conosceva affatto sua moglie, ma la trovava molto bella.
All’età di ottantotto anni è morta la sua psicoanalista. Senza aver risolto il caso.
Le sue capre lo chiamavano Goldfinger.
Tutte le domeniche regala al mondo l’immagine perfetta del gran signore.
Per lei la felicità esisteva soltanto quando trovava la giusta parola per essa.
Ogni volta che qualcuno in paese morì, egli fermava orologio a pendola.
Il suo hobby era il modellismo. Adorava i trenini e diffidava delle donne.
Lo avevano chiamato Eros. Come poteva non ubbidire alle leggi del suo dio?
Chiamami, diceva a ogni persona che incontrava. Ma non rispondeva mai.
Mentre lodava la bravura della moglie, si sfogava nelle braccia generose dell’altra.
Gli sarebbe piaciuto essere almeno una volta oggetto di invidia.
All’età di sessantatre anni prese seriamente in considerazione la possibilità di farsi nichilista.
Adorava gli aeroporti. Avrebbe voluto viaggiare senza mai arrivare da nessuna parte.
Le piacevano i film erotici. Erano il suo purgatorio.
Era nata triste. La gente non si fidava di lei.
Il suo motto era: Credere nell’incredibile. Essere incredibile.
È partito. Ritornato. Ci ha provato. Non ce l’ha fatto. È impazzito.
Pazientemente attendeva i baci distratti di cameriere, infermiere, ex-alunne.
Il suo vizio era il gioco. La morte ebbe esattamente la durata di una partita di scopa.
Gli piaceva vantarsi del fatto che suo figlio era stato concepito sotto la doccia.
Era scettica per natura. Sempre vestita bene, ma senza chic. Aveva un segreto.
Raccoglieva vecchie auto e giovani moglie. La terra era leggera sotto i suoi passi.
Con allegra disinvoltura gli piaceva esclamare questa frase: Che fatica essere uomini!
Il giorno in cui un paparazzo l’aveva ripreso insieme a una starlet in via Veneto. Ecco la vita!
Da giovane aveva comprato una valigia. Bisognava essere pronti per la partenza. In ogni momento.

foto Diane Arbus

foto Diane Arbus

A short list of destinies

Everyone is welcome

Franz Kafka, Amerika

He never managed to get anything done. But whenever he went out he was always whistling.
For five years she had embroidered the trousseau of a future queen.
He was handsome, strong and violent. A demi-god surrounded by mere mortals.
After a first, clumsy attempt at love, he decided to leave well alone.
She would have liked to rain. To be the rain.
He had been a pilot in the old days. Now he does crosswords.
She writes a letter, puts it in an envelope and sits down next to the mailbox.
He was caught between wanting to know and not knowing who he was.
She was really ugly. She forgave everything and everyone.
I am queen of the roads. I don’t charge much. My kingdom knows no bounds.
His job was to say at a certain point go in peace. But he had little faith in it.
She liked married men. She knew that it would ruin her, and it did.
His first friend was a raven, his second a hunchback.
“Biography of a Leopard” was the ambitious title of his first work.
When asked why he’d decided to marry her, he replied that the dog didn’t bark when it saw her.
Just before dying he got someone to call the hairdresser. He wanted to see what he looked like with curly hair.
The roulette wheel was his life. He had an infallible system, but he never got it right.
He opened his mouth only to lie. His mendacity charmed seas, mountains and women of all ages.
He’s sixty years old, but children still don’t want to play with him.
When she walks by the river she holds her girlhood dream by the hand.
There’s the man in the greyish vest, smoking at the kitchen window.
He is eighty-six and still waiting.
Even though he had never read Joseph Roth, he was the Holy Drinker.
Given the infinite complexity of events, she never stopped talking.
For generations the word had been waiting to be uttered just by him.
Her name is Aphrodite. When she was a girl she’d been married to a man who she would never love.
He could have done many things, but he was also happy doing nothing.
In the third grade he decided that the world would never make fun of him again.
His goodness was a bottomless well. It was tiring in the long run.
He wasn’t ashamed to play the pity card. Women adored his passionate melancholy.
She had to grow up quickly. The unwilling arbiter of warring parents.
When asked what he wanted to do when he grew up, he replied, “A beggar.” And his wish was granted.
Someone had to collect the faces and voices of his town. He had no choice.
He didn’t know his wife at all, but he found her very beautiful.
His goats would call him Goldfinger.
Every Sunday he presented the world with the perfect figure of the perfect gentleman.
It was only possible for her to be happy when she found the right words for it.
Every time someone in the town died he would stop the grandfather clock.
He would have liked to have been the object of envy at least once.
His hobby was making models. He loved model trains and he mistrusted women.
They had called him Eros. How could he not obey the laws of his god?
Call me, he told everyone that he met. But he never picked up the phone.
While praising his wife’s virtues, he would give himself to the warm embrace of another.
At the age of sixty-three he seriously considered the possibility of becoming a nihilist.
He loved airports. He would have liked to travel without ever getting to a destination.
She liked erotic films. They were purgatory for her.
She was born sad. People didn’t trust her.
Her motto was: Believe in the unbelievable. Be unbelievable.
He patiently waited for the meaningless kisses of waitresses, nurses and ex-pupils.
Her vice was gambling. Her death took precisely as long as a card game.
He liked to boast that his son had been conceived in the shower.
She was skeptical by nature. She always dressed well, but she eschewed elegance. She had a secret.
With happy nonchalance he liked to exclaim: “How tiring it is to be a man!”
The day a paparazzo caught him with a starlet on the Via Veneto. This was life!
When he was young he had bought a suitcase. One had to be ready to leave. At any moment.

(Traduzione dall’Italiano: Peter Douglas)

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Kurze Liste der Schicksale

Jeder ist willkommen
Franz Kafka, Amerika

Niemals war es ihm gelungen, irgendetwas zu Ende zu bringen. Doch wenn er das Haus verließ, pfiff er stets eine kleine Melodie.
Fünf Jahre lang hatte sie an der Aussteuer einer künftigen Königin gestickt.
Er war schön, stark und gewalttätig. Ein Halbgott inmitten blasser Sterblicher.
Nach einem ersten, ungeschickten Versuch zu lieben, beschloss er, es für immer aufzugeben.
Sie hätte regnen mögen. Der Regen sein.
Im Leben war er Pilot gewesen. Heute löst er Kreuzworträtsel.
Sie schreibt einen Brief, legt ihn in einen Umschlag und setzt sich neben den Briefkasten.
Stets schwankte sie zwischen dem Wunsch zu wissen und nicht zu wissen, wer sie eigentlich war.
Sie war wirklich hässlich. Sie verzieh alles und jedem.
Ich bin die Königin der Straße. Ich bin billig. Mein Reich ist unendlich.
Zu seinen Aufgaben gehörte es, es an einer bestimmten Stelle Gehet hin in Frieden zu sagen. Allerdings glaubt er längst nicht mehr daran.
Sie hatte eine Schwäche für verheiratete Männer. Sie wusste, dass sie einst ihr Ruin sein würden und tatsächlich kam es nicht anders.
Sein erster Freund war ein Rabe, der zweite ein Buckliger.
Biografie eines Leoparden lautete der ambitionierte Titel seines ersten Werkes.
Auf die Frage, weshalb er sie eigentlich geheiratet habe, antwortete er, weil der Hund nicht bellte, wenn er dich sah.
Kurz vor seinem Tode ließ er den Friseur zu sich kommen. Einmal im Leben wollte er sich in Locken sehen.
Roulette war sein Leben. Sein System war unfehlbar und ließ ihn niemals gewinnen.
Aus seinem Mund kamen nichts als Lügen. Diese verzauberten Tage und Landschaften und Frauen jeden Alters.
Er ist nun bereits an die sechzig, und noch immer wollen die Kinder einfach nicht mit ihm spielen.
Wenn sie das Flussufer entlang schreitet, trägt sie in ihren Händen einen Mädchentraum.
Der Mann, der im Unterhemd am Küchenfenster steht und eine Zigarette raucht.
Mit sechsundachtzig Jahren wartet er noch immer.
Selbst wenn er niemals in seinem Leben von Joseph Roth gehört hatte, er war der heilige Trinker.
Aufgrund der unzweifelhaften Komplexität des Lebens waren seine Erörterungen einfach unerschöpflich.
Seit Generationen hatte das Wort darauf gewartet, von ihm ausgesprochen zu werden.
Ihr Name ist Aphrodite. Als Mädchen war sie mit einem Mann verheiratet worden, den sie niemals zu lieben gelernt hatte.
Es gab viele Dinge, die er gerne getan hätte, aber ebenso mochte er untätig zu sein.
Noch zu Grundschulzeiten hatte er beschlossen, dass die Welt niemals wieder über ihn lachen würde.
Seine Gutmütigkeit war ein Fass ohne Boden. Auf Dauer war sie nicht auszuhalten.
Er schämte sich keineswegs dafür, um Mitleid zu heischen. Die Frauen waren hingerissen von seiner melancholischen Vitalität.
Sie war ein altkluges Mädchen. Unfreiwillige Schiedsrichterin ewig sich streitender Eltern.
Auf die Frage, was es denn einmal werden wolle, gab das Kind zur Antwort Bettler. Sein Wunsch sollte in Erfüllung gehen.
Einer musste das Schweigen seiner Ahnen durchbrechen. Er hatte keine Wahl.
Zwar hatte er keine Ahnung, wer seine Frau eigentlich war, aber er fand sie immer noch recht ansehnlich.
Im Alter von achtundachtzig Jahren ist seine Psychoanalytikerin gestorben. Ohne seinen Fall gelöst zu haben.
Seine Ziegen nannten ihn Goldfinger.
Jeden Sonntag schenkt er der Welt das vollkommene Bild eines perfekten Gentleman.
Für sie existierte das Glück nur, wenn es ihr gelang, Worte dafür zu finden.
Jedes Mal, wenn im Dorf jemand starb, hielt er das Pendel der Standuhr an.
Wenigstens einmal im Leben hätte er gerne den Neid der anderen auf sich gezogen.
Sein Hobby waren Modelleisenbahnen. Er liebte die Pünktlichkeit der Züge und misstraute den Frauen zutiefst.
Sein Name war Eros. Wie hätte er nicht den Gesetzen seines Gottes gehorchen können?
Ruf mich an, sagte er zu jedem, der ihm über den Weg lief. Doch er antwortete nie.
Während er seine Frau über den grünen Klee lobte, verlor er sich in den großzügigen Armen seiner wechselnden Geliebten.
Im Alter von dreiundsechzig Jahren begann er ernsthaft darüber nachzudenken, Nihilist zu werden.
Er liebte Flughäfen. Er hätte immer reisen mögen ohne jemals irgendwo anzukommen.
Erotische Filme waren ihr ein willkommener Zeitvertreib, eine Art persönliches Fegefeuer.
Sie war traurig zur Welt gekommen. Die Menschen trauten ihr nicht über den Weg.
Ihr Motto lautete: Ans Unglaubliche glauben. Unglaublich sein.
Geduldig wartete er am Ausgang auf die beiläufigen Küsschen von Kellnerinnen, Krankenschwestern und ehemaligen Schülerinnen.
Ihre Leidenschaft war das Kartenspiel. Ihr Tod hatte exakt die Dauer einer Partie Skat.
In angeheitertem Zustand rühmte er sich gerne der Tatsache, dass sein einziger Sohn unter der Dusche gezeugt worden war.
Sie war von Natur aus skeptisch. Stets korrekt gekleidet, allerdings ohne Chic. Sie hatte ein Geheimnis.
Mit fröhlicher Gleichmut erklärte er gerne zu später Stunde, dass er es müde sei, ein Mensch zu sein.
Der Tag, an dem ein Paparazzo ihn mit einem Starlet in der Via Veneto fotografiert hatte. Das Leben!
Als junge Frau hatte sie sich einen Koffer gekauft und sich reisefertig auf einen Stuhl ans Fenster gesetzt.

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Theodor Lessing e Ludwig Klages: la “maledizione della civiltà” tra Seele (anima) e Geist (spirito), e Tre poesie di Stefan George a cura di Marco Onofrio Traduzione di Fabio Ronci

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Uno degli snodi fondamentali dell’estetica del ‘900 è il rapporto che intercorre tra forma artistica e vita. L’esperienza estetica comporta, come nota Mario Perniola, «un’agevolazione e un’intensificazione della vita, un accrescimento e un potenziamento delle energie vitali» benché la forma artistica «appaia come qualcosa di secondario e di accessorio, se non addirittura di parassitario, rispetto al potentissimo prorompere ed affermarsi spontaneo delle forze vitali». La fecondità di questa pulsione è inesauribile e pressoché inafferrabile: resta in gran parte preclusa alla capacità di “presa” della forma; tuttavia l’arte, proprio grazie alla durevole consistenza della forma, veicola la possibilità di una comprensione più profonda e universale della vita che fugge. La forma può, così, “rappresentare” l’essenza della vita, e riflettere “in vitro” il suo nucleo sconfinato di eternità. La forma artistica borghese tende viceversa a mistificare l’esperienza della vita, “aggiustandola” su schemi preordinati.

L’arte, dopo il 1848, torna ad essere instrumentum regni della nuova borghesia capitalistica, aggressiva e guerrafondaia, che alimenta le mire imperialistiche delle Potenze europee. La “volontà di potenza” degli Stati emergenti ha bisogno strumentale di “forme” per coprire la verità (il fondo bruto dei rapporti di forza), cioè di linguaggi di massa per indottrinare, ammaestrare e anestetizzare i popoli (la “forza-lavoro” a servigio degli interessi oligarchici), per cui questi interessi vengono mistificati in guisa di astrazioni ideali, utili a cementare l’ordine interno della società. L’arte, allora, si qualificherà socialmente e politicamente nella misura in cui saprà affrontare la grande questione sociale, anche sul piano delle forme estetiche: confermando o meno il patto conservativo che presiede alla loro codificazione. Molte correnti artistiche cercheranno di cogliere la verità in modo immediato (naturalismo, impressionismo), o di far esplodere le forme (futurismo, cubismo, espressionismo), o di irriderle (dadaismo), pur di liberare la carica eversiva del vitalismo soggiacente – ovvero il “sogno” latente nel “segno” – censurato e rimosso a fini ideologici. Grandi filosofi – tra cui Dilthey, Simmel, Santayana, Bergson, Foucault, Marcuse – hanno pensato e dibattuto i molteplici risvolti del problema, che in chiave novecentesca deve parte della sua spinta propulsiva alle ramificazioni della nebulosa niciana e, quindi, alle sue fonti eterogenee (classiche e moderne).

Theodor Lessing und Ada Lessing

Theodor Lessing und Ada Lessing

Theodor Lessing (1872-1933), filosofo tedesco di origine ebraica, raccoglie molte suggestioni irrazionali dalla celebre “triade” Schopenhauer-Wagner- Nietzsche, e le elabora in una sua personale Lebensphilosophie: specie ne La civiltà maledetta (Die verfluchte Kultur, 1921), dove analizza il divario incolmabile tra la pienezza della vita e le costruzioni – al confronto sempre parziali e inautentiche – dello spirito umano, limitato dal vincolo dello “stare a fronte” e, di conseguenza, dall’impossibilità di una “conoscenza pura” oltre gli schemi di rappresentazione. T. Lessing parte dal concetto di vita come problema complesso e irrisolvibile. Il mondo è il luogo dove interagiscono vertiginosamente le forze di ogni essere. Ogni essere a sua volta è un campo di forze tra loro in tensione. Occorre distinguere tra forze “attive” e forze “passive”: le prime votate alla libera autoaffermazione; le seconde alla delimitazione delle prime. Le forze passive vogliono passivizzare le attive, depotenziarle. L’uomo è un essere reattivo: non può pensare l’essere se non dal suo proprio punto di vista soggettivo, particolare, sempre “reazionario” e inferiore alla complessità inafferrabile del fenomeno vita. La cultura rappresenta il trionfo delle forze passive, giacché si produce solo a condizione di “violentare” le forze attive, separandole dalla loro potenza di metamorfosi e di apertura al nuovo. Appena sfiorata dal gelo della coscienza, la vita perde l’immediata forza originaria e si spegne, si fossilizza in una forma. Tuttavia, possiamo com-prendere la vita solo imprigionandola in gabbie di schemi e categorie, cioè astraendone, rinunciando a parteciparne direttamente.

Theodor Lessing

Theodor Lessing

La sfera ideale della coscienza è indispensabile all’uomo per difendersi dall’insostenibile spontaneità originaria della vita. Le forze attive della vita, infatti, sono un veleno letale per chi si espone passivamente ad esse nella loro purezza, senza denaturarle attraverso la coscienza. L’uomo vive nel contingente, nel provvisorio, nel casuale, nel possibile: il mondo è un infinito “campo di sorpresa”. La realtà è sempre pronta a divenire antagonista rispetto al volere dell’individuo: nessuno può vivere solo ciò che vorrebbe per sé; nessuno può controllare del tutto il corso degli eventi, o ritenersi al sicuro dall’imponderabile. Tale condizione sarebbe assurda da sostenere fino in fondo: l’uomo ha bisogno di forze reattive capaci di rendere inoffensivo il potere annichilente di quelle attive, cioè di segnare un limite, di “misurare” la propria vita per afferrarla.

Stefan George

Stefan George

La “misura” grazie a cui l’abisso del mondo viene continuamente de-territorializzato in un più prevedibile “ambiente” coincide con il patrimonio dei costrutti dello spirito (norme, valori, cultura, istituzioni) che garantiscono un senso a ciò che di per sé non ne avrebbe, e permettono all’uomo di evitare il contatto diretto con il fuoco velenoso della vita. Per sopravvivere alla propria condizione, l’uomo è costretto a crearsi un mondo compensativo e artificiale, a propria immagine e somiglianza: un “orticello sicuro” dove poter coltivare indisturbato, senza tema di repliche, l’illusione di essere figlio di Dio, dominus dell’universo, unica ragione del mondo, creatura superiore e ineguagliabile, specchio e misura di tutte le cose… Questo provvidenziale rimedio, però, segna anche la sua disarmonia, il suo dover restare sempre e solo “di fronte” alla natura, come un estraneo. Per questo Nietzsche, ne La nascita della tragedia (Die Geburt der Tragödie, 1876), aveva magnificato la compenetrazione dell’ebbrezza dionisiaca e del sogno apollineo, scaturito da quell’ebbrezza, come via maestra per raggiungere l’unione con «l’intima essenza del mondo» (potere metafisico che già Schopenhauer attribuiva alla musica). Scrive Nietzsche, preconizzando la grande riconciliazione con la natura tradita: «Sotto l’incantesimo del dionisiaco non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estranea, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente».

Kirchner 'Cinque donne per strada'

Kirchner ‘Cinque donne per strada’

Lo spirito è la fredda lama che ha reciso il cordone ombelicale tra noi e il grembo materno della natura: da quel momento ci è preclusa l’esperienza autentica (e la reale comprensione) dell’elemento naturale originario. Scrive T. Lessing che l’uomo, in quanto creatura più debole della terra, «deve uccidere la terra stessa per poterla sopportare»: è capace di comprendere solo “violentando” la singolarità dell’essere, riducendone l’alterità, incasellandolo nella legge, adattandolo al patrimonio del già conosciuto.

«Di qualunque tipo siano gli ideali dell’area di civiltà cristiana, – deificazione, innalzamento alla divinizzazione del genere umano, spiritualizzazione della terra, umanizzazione della natura, liberazione dell’elemento naturale, logicità perfetta, perfetta eticità – il loro risultato è sempre stato l’irrigidimento del fluire elementare nella immobile realtà della coscienza spazio-temporale, vale a dire in un mondo di valori, di scopi e di volontà… A questo fine sono stati sacrificati i timori e tremori originari, l’ebbrezza bacchica e l’esuberanza del mondo primitivo. La terra che lentamente si è raffreddata e spiritualizzata appartiene agli imperi freddamente calcolatori del commercio e delle armi».

La vita, dal canto suo, è il regno della complessità e della differenza. Noi, invece di cogliere la «forza originaria» della sua «anima comunitaria dal respiro concorde», «monetizziamo la vita». La vita, di conseguenza, muore istantaneamente: «il suo flusso si fa ghiaccio. Il suo ritmo, armonia calcolabile. Dall’Eros nasce una morale. Dall’anima lo spirito. E tutto diventa validità e denaro. Dov’è finita la nozione del veggente, del saggio del mondo, del profeta, del poeta?»

Two Yellow Knots with Bunch of Flowers - Kirchner, Ernst Ludwig

Two Yellow Knots with Bunch of Flowers – Kirchner, Ernst Ludwig

Contro la conoscenza “secondo spirito”, T. Lessing propone un «aprirsi non cosciente dell’uomo all’essere»: cogliere immediatamente la realtà, senza riflettere, prima che intervengano le forze reattive dello spirito, come accadeva ancora all’uomo prelogico, che per questo viveva nella totalità, in intima unione con il mondo. La Kultur occidentale persegue da sempre il “conferimento aggiunto di senso” e in tal modo sottopone a violenze e arbitrarie deformazioni l’elementare, feconda complessità delle forze attive della vita. “Mens” (mente) in latino è affine a “mentiri” (mentire), così come “Verstand” (intelletto) in tedesco è affine a “verstellen” (alterare): «dal punto di vista del dato naturale, lo spirito agisce sempre in qualche modo selezionando, valutando, violentando».

L’uomo occidentale vuole comprendere tutto, toccare tutto, ha sempre paura di “perdersi qualcosa”: è ossessionato dalla preoccupazione di pianificare il futuro, di ricavare il massimo utile da ogni circostanza. T. Lessing propone in alternativa il modello culturale orientale, giacché «soltanto dall’Oriente può giungere la rinascita della più antica e semplice conoscenza e con ciò il rinnovamento della vita della civiltà smarrita nel vicolo cieco della spiritualità». In Oriente si è conservato un rapporto immediato con l’elemento vitale, non lo si chiude a forza in una gabbia astratta di concetti. In India, ad esempio, “Muni” (sapiente) significa “ammutolito”, colui che tace davanti all’ininterrogabile, rispettandolo in silenzio. È un’esperienza meditativa o mistica (intuitiva e non intellettuale) del mondo, che mira a una conoscenza assoluta. Per i buddisti questa conoscenza procede dal “retto vedere”, cioè da uno sguardo oltrepassante (una visione intuitiva capace di penetrare nell’essenza delle cose) che assicura un’esperienza non sensoriale della realtà. T. Lessing parla, a tal proposito, di Ahmung (sguardo intuitivo), che afferra il “vivente” senza mediazioni intellettive e lo fa emergere, intatto, come «estremo della visione». Il metodo è quello di svuotare la mente dai concetti, per sentire direttamente la realtà e unirsi all’anima del mondo. T. Lessing sostiene la necessità per l’Occidente di un nuovo linguaggio (alternativo a quello tecnicizzato imperante nella Kultur) in grado di esprimere con ricchezza e suggestione di immagini le forze attive dell’esistenza, rispettando la loro complessità originaria.

Ludwig Klages

Ludwig Klages

Anche Ludwig Klages (1872-1956), amico d’infanzia di T. Lessing (ma nel 1899 ruppero ogni rapporto per contrasti ideologici: Klages era diventato apertamente antisemita), nonché suo iniziatore alla cerchia del poeta Stefan George, imputa la decadenza della Kultur al razionalismo. Klages «identifica intuizione e sogno come un affluire di immagini archetipiche che si condensano in aura, ossia in percezione lontana del mondo primordiale». Proprio attraverso la contemplazione di queste immagini archetipiche l’uomo può recuperare la vita originaria del mondo da cui lo spirito lo ha separato. Klages distingue nettamente fra “anima” (Seele) e “spirito” (Geist): l’una calda e vibrante, nel ritmico pulsare della vita universale; l’altro freddo e riduttivo, responsabile della «sottomissione della vita ai concetti del pensare e dell’agire». L’anima è ritmo, abbandono del proprio sé al continuo e inarrestabile flusso del divenire; lo spirito è negazione di ogni fluire, paralisi e sottomissione della dinamicità vitale al potere ordinatore dell’intelletto umano.

Gottfried Benn

Gottfried Benn

La struttura essenziale dell’anima è dinamico-metamorfica, perché si apre al flusso della vita e se ne lascia plasmare. Lo spirito invece è statico e rigido, e conduce all’identificazione del compito umano con la progressiva affermazione della sua identità soggettiva, cioè della sua attività dominatrice e classificatrice sopra un mondo di “oggetti”. Secondo Klages l’anima deve liberarsi dalle catene dello spirito, uscendo fuori dall’io soggettivo e accogliendo questo flusso di immagini primordiali, per riunificarsi con la vita cui ab origine appartiene. Scrive in Dell’Eros cosmogonico (Vom kosmogonischen Eros, 1922): «La via che conduce alla vita passa per la morte dell’io». L’io tramonta nell’anima, che a sua volta coincide con il suo stesso dischiudersi al “mondo delle immagini” prodotte dal divenire della vita in esperienza vissuta. È proprio mediante questa sorta di “introiezione” dell’esperire vitale che, secondo Klages, l’uomo può sfuggire all’annichilimento della vita cosmica perpetrato dal “soggettivismo” dello spirito.

(Marco Onofrio)

Stefan George

Stefan George

Tre poesie di Stefan George (1868-1933)

Komm in den totgesagten Park

Komm in den totgesagten park und schau:
Der schimmer ferner lächelnder gestade
Der reinen wolken unverhofftes blau
Erhellt die weiher und die bunten pfade

Dort nimm das tiefe gelb das weiche grau
Von birken und von buchs • der wind ist lau
Die späten rosen welkten noch nicht ganz
Erlese küsse sie und flicht den kranz

Vergiss auch diese lezten astern nicht
Den purpur um die ranken wilder reben
Und auch was übrig blieb von grünem leben
Verwinde leicht im herbstlichen gesicht.

*

Vieni nel parco, che chiamano morto e guarda:
la luce di coste lontane e sorridenti,
il blu inatteso di nuvole pulite
illumina i laghi ed i sentieri colorati.

Là prendi il giallo profondo, il morbido grigio
delle betulle e del bosco, il vento è tiepido.
le tardive rose non sono ancora appassite,
baciale dolcemente e fanne una ghirlanda.

Non dimenticare nemmeno questi ultimi asteri,
il color porpora attorno alle snelle viti selvatiche

ed anche ciò che è rimasto della verde vita,
sfugge leggero, con viso d’autunno.

(traduzione di Fabio Ronci)

Stefan George

Stefan George

 

 

 

 

 

 

Das Wort

Wunder von ferne oder traum
Bracht ich an meines landes saum

Und harrte bis die graue norn
Den namen fand in ihrem born –

Drauf konnt ichs greifen dicht und stark
Nun blüht und glänzt es durch die mark…

Einst langt ich an nach guter fahrt
Mit einem kleinod reich und zart

Sie suchte lang und gab mir kund:
> So schläft hier nichts auf tiefem grund<

Worauf es meiner hand entrann
Und nie mein land den schatz gewann…

So lernt ich traurig den verzicht:
Kein ding sei wo das wort gebricht.

.
La Parola

Meraviglia di lontano o sogno
Io portai al lembo estremo della mia terra

E attesi fino a che la grigia norna
Il nome trovò nella sua fonte

Meraviglia o sogno potei allora afferrare consistente e forte
Ed ora fiorisce e splende per tutta la marca…

Un giorno giunsi colà dopo viaggio felice
Con un gioiello ricco e fine

Ella cercò a lungo e [alfine] mi annunciò:
“Qui nulla d’uguale dorme sul fondo”

Al che esso sfuggì alla mia mano
E mai più la mia terra ebbe il tesoro…

Così io appresi la triste rinuncia:
Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca

Ein Winterabend

Wenn der Schnee ans Fenster fällt,
lang die Abendglocke läutet,
vielen ist der Tisch bereitet
und das Haus ist wohlbestellt.

Mancher auf der Wanderschaft
kommt ans Tor auf dunklen Pfaden.
Golden blüht der Baum der Gnaden
aus der Erde kühlem Saft.

Wanderer, tritt still herein;
Schmerz versteinerte die Schwelle.
Da erglänzt in reiner Helle
auf dem Tische Brot und Wein.

Una sera d’inverno

Quando la neve cade alla finestra,
A lungo risuona la campana della sera,
Per molti la tavola è pronta
E la casa è tutta in ordine.

Alcuni nel loro errare
Giungono alla porta per oscuri sentieri.
Aureo fiorisce l’albero delle grazie
Dalla fresca linfa della terra.

Silenzioso entra il viandante;
Il dolore ha pietrificato la soglia.
Là risplende in pura luce
Sopra la tavola pane e vino. Continua a leggere

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UNA POESIA di Gertrud Kolmar (1894-1943) Traduzione di Adelmina Albini e Stefanie Golisch

gertrud kolmar 1Ricordo di Gertrud Kolmar

«Non è importante essere felice, ma compiere il proprio destino»

Gertrud Kolmar (10.12. 1894 – marzo 1943) cresce a Berlino in una famiglia della borghesia ebrea. Come tanti altri ebrei assimilati, scopre la sua fede e l’appartenenza al suo popolo proprio nel momento in cui cominciano le persecuzioni razziali.
Il raggio della sua vita,  già volutamente ristretto, diminuisce sempre di più, mentre, nella stessa misura in cui le viene negato il mondo esteriore, Kolmar trova dentro di sé tutta la pienezza: un ampio universo del reale e del surreale, del tragico e del barocco, una fonte inesauribile di vita e di forti sentimenti.
La sua poesia, perfino negli anni Venti, quando per un breve periodo ebbe un discreto successo, non si piegò mai ai gusti letterari del suo tempo, ma fu sempre la massima espressione di una vasta e incorruttibile libertà interiore.
Kolmar, che in seguito ad una drammatica storia d’amore non si era sposata, visse per tutta la vita con i propri genitori. Quando, nei tardi anni Trenta,  le si presenta la possibilità di fuggire dalla Germania nazista, sceglie di rimanere col suo vecchio padre a Berlino. Vive lucidamente tutte le tappe, dalla  emarginazione alla discriminazione, fino all’ultima conseguenza: la deportazione ad Auschwitz nel marzo del ‘43 dove si perdono le sue tracce.
Gertrud Kolmar non si oppone, ma vive il crudele destino del suo popolo con fierezza come un vero olocausto, un sacrificio cioè.  Alla sorella Hilde, emigrata in Svizzera, scrive poco prima della sua morte che non è  importante essere felice, ma compiere il proprio destino.
Come Etty Hillesum, sorella nello spirito, anche Gertrud Kolmar colse nella terribilità della sua sorte la possibilità liberatoria di sfidare se stessa fino in fondo, intensificando, in un arco di tempo relativamente breve, la propria esistenza, in modo tale che la morte non poteva  più minacciare una tale ricchezza.

(Stefanie Golisch)

 

Gertrud Kolmar

Gertrud Kolmar

gertrud kolmar 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Das Tier

Komm her. Und siehe meinen Tod, und siehe dieses ewige Ach,
Die letzte Welle, die verläuft, durchzitternd meinen Flaus,
Und wisse, daß mein Fuß bekrallt und daß er flüchtig war und schwach,
Und frag nicht, ob ich Hase sei, das Eichhorn, eine Maus.

Denn dies ist gleich. Wohl bin ich dir nur immer böse oder gut;
Der Willkürherrscher heißest du, der das Gesetz erdenkt,
Der das nach seinen Gliedern mißt wie seinen Mantel, seinen Hut.
Und in den Mauern seiner Stadt den Fremdling drückt und kränkt.

Die Menschen, die du einst zerfetzt: an ihren Gräbern liegst du stumm;
Sie wurden leidend Heilige, die goldnes Mal verschloß,
Du trägst der toten Mutter Haut und hängst sie deinem Kinde um,
Schenkst Spielwerk, das der blutigen Stirn Gemarteter entsproß.

Denn lebend sind wir Vieh und Wild; wir fallen: Beute, Fleisch und Fraß –
Kein Meerestau, kein Erdenkorn, das rückhaltlos ihr gönnt.
Mit Höll und Himmel schlaft ihr ein; wenn wir verrecken, sind wir Aas,
Ihr aber klagt den Gram, daß ihr uns nicht mehr morden könnt.

Einst gab ich meine Bilder her, zu denen du gebetet hast,
Bis du den Menschengott erkannt, der nicht mehr Tiergott blieb,
Und meinen Nachwuchs ausgemerzt und meinem Quell in Stein gefaßt
Und eines Höchsten Satz genannt, was deine Gierde schrieb.

Und hast die Hoffnung und den Stolz, das Jenseits, hast noch Lohn zum Leid,
Der, unantastbar dazusein, in deine Seele flieht;
Ich aber dulde tausendfach, im Federhemd, im Schuppenkleid,
Und bin der Teppich, wenn du weinst, darauf dein Jammer kniet.

 

L’animale

Vieni qui. Guarda la mia morte, guarda questo eterno patire,
L’ultima onda si perde tremando sul mio pelo,
Sappi che il mio piede aveva delle artigli, sfuggente era e debole,
Non chiedere chi sono io, lepre, scoiattolo, topo.

Perché non importa. Sempre ti voglio male o bene;
Ti chiami despota, inventi leggi,
Confezionati sulle tue membra come un mantello, un cappello.
Entro le mura della città tua abbracci e offendi lo straniero.

Gli uomini che un tempo facesti a pezzi: sulle loro tombe muto ti sdrai;
Per tanta sofferenza diventarono santi, chiusi in un marchio d’oro.
Porti la pelle della madre morta e in essa avvolgi il tuo bambino,
Gli regali giochi che nacquero dalla fronte insanguinata dei torturati.

Viviamo. Siamo bestiame e selvaggina; cadiamo: preda, carne, pasto –
Né la rugiada del mare, né il grano della terra voi concedete senza riserva.
Con l’inferno e con il cielo vi addormentate; quando noi crepiamo siamo carcasse,
Eppure vi lamentate perché non ci potete più uccidere.

Un tempo concessi le mie immagini, alle quali tu rivolgesti le tue preghiere,
Finché tu non abbia riconosciuto l’uomo-dio invece del dio-animale,
La mia prole annientata, la mia fonte incastonata di pietre
La chiamano frase di un essere altissimo ciò che scrisse la tua brama.

Tu hai la speranza e l’orgoglio, l’al di là e oltre la sofferenza anche la ricompensa
Che sfugge intoccabile nell’anima tua;
Ma io sopporto mille e mille volte, nella camicia piumata e la veste di squame,
Sono il tappeto, dove quando piangi, s’inginocchia la tua pena.

 

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.

Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura)

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TRE POESIE di Uwe Greßmann (Germania, 1933- 1969) Ricordo di un poeta: Uwe Greßmann “All’uccello primavera”  a cura di Stefanie Golisch

 uwe gressmann

 Ricordo di un poeta a cura di Stefanie Golisch

 Il padre non vidi mai, la madre per tre settimane all’incirca, per il resto sono vissuto tra estranei. 

                                                                            Uwe Greßmann

Poesie apparentemente piccole. Un poco naif. Chi è l’autore?

Uwe Greßmann nasce nel maggio 1933 a Berlino. Cresce in orfanotrofi. Bambino di salute fragile. Dopo la guerra si ammala di tubercolosi, malattia all’epoca difficilmente guaribile. Senza nessuna guida, abbandona la scuola e comincia a lavorare come manovale, sopravvivendo faticosamente all’estremo margine della società. Greßmann vive a Berlino Est. Nell’euforia politica di quegli anni, per un uomo come lui non c’è posto.

uwe gressmann 2E’ un lettore avido. Autodidatta. Legge tutto ciò che gli capita. Senza sistema. Senza proposito se non quello di comprendere se stesso e di trovare il suo posto in un mondo che non gli aveva assegnato alcun posto.

Vive in sottoaffitto, riempiendo la sua stanza di libri e carte. Scrive senza tregua come se sapesse – e sicuramente lo sapeva – che avrebbe avuto solo pochissimo tempo.

Nonostante che la sua filosofia poetica certamente non fosse conforme alla politica culturale della DDR, nel 1966 pubblica il suo unico volume di poesie sotto il titolo Der Vogel Frühling, L’uccello primavera, una raccolta di delicate liriche senza tempo e senza modelli letterari. Versi apparentemente semplici che nascono però da una profonda conoscenza della sofferenza degli uomini e dei lati oscuri della vita come un si alla vita che abbraccia indistintamente ombra e luce, perdenti e vincitori.

Nel 1969, a 36 anni, muore in seguito alla malattia.

Tempi bui, voce piccola di un uomo solitario, che, come testimoniano coloro che si ricordano ancora di lui, appariva egli stesso come un grande uccello nel suo sempre stesso capotto consunto, una presenza strana, incomprensibile e forse un poco inquietante, facile da dimenticare in un battibaleno.

uwe gressmann

uwe gressmann

 An den Vogel Frühling

Daunen dringen aus dir.
Davon kommen die Blumen und Gräser.
Federn grünen an dir.
Davon kommt der Wald.
Grüne Lampen leuchten in deinem Gefieder.
Davon bist du so jung.
Mit Perlen hat dich dein Bruder behaucht, der Morgen.
Davon bist du so reich.
Uralter, du kommst aus dem Reich der mächtigen Sonne.
Darum kommen Menschen und Tiere, und: Erde,
Dich zu empfangen.
Da du sie eine Weile besuchst,
Sind sie erlöst und dürfen das weiße Gefängnis verlassen,
In das sie der Winter gesperrt hat.
Und davon kommen die Sänger,
Die dich besingen.
Frühling, du lieblicher.
Du richtest den Kopf hoch.
Davon ist der Himmel so blau.
Und es wärmt uns alle dein gelbes Auge.
Und du siehst uns an.
Und darum leben wir.

 

All’uccello primavera

Piume nascono da te.
Da esse sorgono fiori e erbe.

Penne verdeggiano in te.
Da esse sorge il bosco.

Lampade verdi illuminano il tuo piumaggio.
Queste ti rendono così giovane.

Tua sorella, la mattina, ti ha addobbato di perle.
Per questo sei così ricca.

Vecchia, tu vieni dal regno del sole potente.
Per questo vengono uomini e animali e: la terra
Per accoglierti.
Poiché tu venga a trovarli per un breve istante,
Essi sono salvi e possono lasciare la bianca prigione
dell’inverno.

Da te provengono i cantatori
Che ti cantano.

Primavera, amabile.
Tu alzi la testa.
Per questo il cielo è così blu.

Il tuo occhio giallo scalda tutti noi.
Ci guardi.
Per questo siamo vivi.

Ernst Hassebrauk, Landstrasse im Fruehlingswind

Ernst Hassebrauk, Landstrasse im Fruehlingswind

Moderne Landschaft

.
Stahlbäume wachsen auf den Bürgersteigen;
Und es zweigen die Drähte
von Baum zu Baum.
Darunter brüllen
Die elektrischen Tiere
Mit Menschen im Herzen vorüber.
Und so mancher gehet vorbei dort
Und findet nichts weiter dabei;
Denn die steinerne Landschaft
Ist ja auch seine Mutter.

Paesaggio moderno

Alberi d’acciaio crescono sui marciapiedi;
Da albero in albero
Si arrampicano rami di filo di ferro.
Laggiù urlano
Gli animali elettrici
Che tengono uomini nel cuore.
Tanti ci passano
E non trovano nulla di strano;
Poiché il paesaggio di pietra
È anche la loro madre.

Werner Haselhuhn, Herbstliche Baumlandschaft, 1994

Werner Haselhuhn, Herbstliche Baumlandschaft, 1994

An die Sonne

Ein Steuermann bist du
Und schickst die Erde aus dem Hafen.
Daß sie über die Wolken hinweg fahre,
Dein von uns bewohntes Schiff.

Die Flotte der Sterne
Kennen die Menschen wenig.
Und wenn du sie uns auch schilderst:
Wie sollten wir davon auch nur ein Wort verstehen?

Das ist uns eben zu hoch.
Da oben am Himmel.

Al sole

Sei il timoniere,
Tu guidi il mondo fuori dal porto.
Che esso navighi sopra le nuvole,
nella tua nave abitata da noi.

Poco conosciamo noi uomini
La flotta di stelle.
E anche se tu ce la raccontassi:
Come potremo comprendere una sola parola?

E troppo in alto per noi.
Lassù in cielo.

(Traduzione di Stefanie Golisch)

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014.

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POESIA di Iosif Brodskij “Odisseo a Telemaco” POESIA di Mark Strand “Marsyas” POESIA di Wistan Hugh Auden “Musée des Beaux Arts POESIE di Bertolt BrechtIl ladro di ciliege” “Mio fratello aviatore” “Generale, il tuo carro armato è una macchina potente SUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

Iosif brodskij 5

Iosif brodskij a Venezia

 

 Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
Tроянская война
окончена. Кто победил – не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только греки…
И все-таки ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной,
как будто Посейдон, пока мы там
теряли время, растянул пространство.

Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров,
кусты, постройки, хрюканье свиней,
заросший сад, какая-то царица,
трава да камни… Милый Телемак,
все острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.

Расти большой, мой Телемак, расти.
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

 

Mark_Strand april 1992

Iosif brodskij a Venezia

 

Mark Strand

Marsyas

Something was wrong
Screams could be heard
In the morning dark
It was cold

Screams could be heard
A storm was coming
It was cold
And the screams were piercing

A storm was coming
Someone was struggling
And the screams were piercing
Hard to imagine

Someone was struggling
So close, so close
Hard to imagine
A man was tearing open his body

So close, so close
The screams were unbearable
A man was tearing open his body
What could we do

The screams were unbearable
His flesh was in ribbons
What could we do
The rain came down

His flesh was in ribbons
What could we do
The rain come down

His flesh was in ribbons
What could we do
The rain came down

His flesh was in ribbons
And nobody spoke
The rain come down
There were flashes of lightning

And nobody spoke
Trees shook in the wind
There were flashes of lightning
Then came thunder

Marsia

Qualcosa non andava
si sentivano urla
nel buio del mattino
faceva freddo
le urla erano laceranti

S’appressava un temporale
qualcuno si dibatteva
le urla erano laceranti
qualcosa di inaudito

Qualcuno si dibatteva
così vicino, così vicino
qualcosa di inaudito
un uomo si squarciava il corpo

Così vicino, così vicino
le urla erano insostenibili
un uomo si squarciava il corpo
cosa potevamo fare

le urla erano insostenibili
la carne era in lacerti
cosa potevamo fare
cadde la pioggia

La carne era in lacerti
e nessuno parlava
cadde la pioggia
apparvero i lampi

E nessuno parlava
alberi scossi dal vento
apparvero i lampi
poi venne il tuono

(traduzione di Damiano Abeni)

W.H. Auden

W.H. Auden

 

Wistan Hugh Auden

Musée des Beaux Arts

About suffering they were never wrong,
The old Masters: how well they understood
Its human position: how it takes place
While someone else is eating or opening a window or just walking dully along;
How, when the aged are reverently, passionately waiting
For the miraculous birth, there always must be
Children who did not specially want it to happen, skating
On a pond at the edge of the wood:
They never forgot
That even the dreadful martyrdom must run its course
Anyhow in a corner, some untidy spot
Where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse
Scratches its innocent behind on a tree.
In Breughel’s Icarus, for instance: how everything turns away
Quite leisurely from the disaster; the ploughman may
Have heard the splash, the forsaken cry,
But for him it was not an important failure; the sun shone
As it had to on the white legs disappearing into the green
Water, and the expensive delicate ship that must have seen
Something amazing, a boy falling out of the sky,
Had somewhere to get to and sailed calmly on.

*

Sul dolore la sapevano lunga,
gli Antichi Maestri: quanto ne capivano bene
la posizione umana; come avvenga
mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o se ne va a zonzo spensierato;
come, quando gli anziani aspettano riverenti, con fervore,
la miracolosa nascita, debba sempre esserci
qualche bambino che non l’avrebbe voluta e pattina
su un laghetto alle soglie del bosco:
non dimenticavano mai
che anche l’orrendo martirio deve compiere il suo corso
comunque in un angolo, in un sudicio luogo
dove i cani fanno la loro vita da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente didietro contro un albero.

Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa ignora
serena il disastro! L’aratore può
aver udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era una perdita grave; il sole splendeva
come doveva sulle bianche gambe inghiottite dalle verdi
acque; e la ricca ed elegante nave che doveva aver visto
una cosa incredibile, un ragazzo cadere dal cielo,
aveva una meta e via passava placida.

(in Another time, 1940 traduzione di Nicola Gardini)

 

Bertolt Breht  LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

Bertolt Breht LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

 

Bertolt Brecht

Il ladro di ciliege

Una mattina presto, molto prima del canto del gallo,
mi svegliò un fischiettio e andai alla finestra.
Sul mio ciliegio – il crepuscolo empiva il giardino –
c’era seduto un giovane, con un paio di calzoni sdruciti,
e allegro coglieva le mie ciliegie. Vedendomi
mi fece cenno col capo, a due mani
passando le ciliegie dai rami alle sue tasche.
Per lungo tempo ancora, che già ero tornato a giacere nel mio letto,
lo sentii che fischiava la sua allegra canzonetta.

 

Mio fratello aviatore

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
sta sulla Sierra di Guadarrama.
È di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.

 

 il binario che porta ad Auschwitz

 

il binario che porta ad Auschwitz

 

 

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

(traduzione di Franco Fortini)

 

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POESIE SCELTE di Ernst Paul Klee a cura di Valerio Gaio Pedini traduzioni di Giorgio Manacorda e Ursula Bavaj

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Nota critica di Valerio Gaio Pedini
 Se la poetica di Picasso è un intruglio di colori e di sfumature, quella di Ernst Paul Klee, (Münchenbuchsee, 18 dicembre 1879 – Muralto, 29 giugno 1940),  è l’opposto. Si può dire che la sua poesia, come la sua pittura, è acromatica, asettica, a-significativa; se la poesia di Picasso si forma in un luogo esterno, quella di Klee è sempre più interna, in una formazione «foucaultiana» del soggetto.
Possiamo dunque presentare l’opera di Klee, dicendo che si incornicia in qualcosa che è ben privo di cornice, un foglio bianco o nero, un chiaroscuro del significante, una dimensione protozoica della poesia in chiave generativa, in cui l’evoluzione della poesia sta nel renderla più netta possibile, più  infantilistica e in una visione riduttiva del verso, dove la terminologia viene ridotta a soggetto, verbo e complemento, senza la presenta di attributi, che darebbero un impressione troppo artefatta all’opera, troppo sofistica: più le sfumature sono ridotte, più le immagini sono distinte e più distinta è  la personalità del poeta.
Paul Klee

Paul Klee

 Klee poeta, ergo è poeta proprio nella dimensione del suo disegno: il suo disegno è il suo segno e viceversa. Ed è generatore d’arte proprio nella dimensione di se stesso, in una privazione carnale e passionale, verso ad una meta del tutto metafisica ed astratta: l’opposto, ergo, come ho già potuto constatare, di Picasso, poiché come sostiene Greenberg  nel Saggio Su Klee: “Picasso vede il quadro come un muro, Klee come una pagina”. Se il primo aveva una concezione rinascimentale dell’arte come riempimento di uno spazio, il secondo aveva una concezione dell’arte, oserei dire, «proto orientale»  di svuotamento dello spazio, di risalto dell’acromatismo, che delinea un colore a sé stante, una fusione semiotica tra linguaggio ed immagine.
Ed in tutto questo, il ritrovarsi in sé medesimo nella figura contrastante di Dio: un Prometeo condannato a se stesso, si profila una polemica adorativa, lasciata in una sospensione genetica, in cui l’adorazione è dovuta, ma il rifiuto d’essa fa da cornice contrastante:
(…)
Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica
il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

Paul Klee 4

Ma se la genesi di Klee è acromatica e il colore è soggetto e predicato, in un caso diviene attributo: ed il verde diviene colore della natura, colore materno ed astratto, fisico e metafisico e nell’assunto di questo croma universale un nome s’impasta dinanzi agli occhi: Eveline.
Facile da desumere che la donna sia la figura più similare a Dio, e quindi al cosmo e alla terra, basti pensare alle svariate supposizioni mitiche e antropologiche che la vedono raffigurata come cardine sociale, o basti vedere le famose madri della fertilità neolitiche. Ma, senza andare così lontano nel tempo, la donna in una concezione metafisica, con il dolce stilnovo diviene una fonte di beatitudine, di congiungimento con Dio, un’immagine creatrice. E tornando indietro alla storica greca, la creazione artistica è delle muse, divinità femminili. Ducis in fundo, quell’Eveline astratta, quella donna metafisica, incarna il cosmo e diviene arte: da genesi a genesi. Per questo:

.

Eveline è un sogno verde fra gli alberi, il
sogno di un bambino nudo nella campagna.
Poi mi fu negato di essere felice, quando
arrivai fra gli uomini per non lasciarli più
Una volta mi sono liberato dalla violenza del dolore
e sono fuggito nei campi assolati, abbandonato
al rovente declivio. E ritrovai Eveline, matura
ma non invecchiata. Solo spossata dall’estate
Adesso lo so. Ma lo intuivo solo quando cantavo.
Siate teneri con i miei doni. Non spaventate
la nudità che cerca sonno.
Paul Klee
Paul Klee
La poesia di Klee assume un moto circolare, che si conchiude da dove inizia e continua in un flusso genetico. È importante e decisivo capire che in Klee vi è un insieme semiologico, tra musicalità, iconismo e letteratura e tutto si traduce nel segno: l’arte diviene una linea, poiché così come un colore può descrivere una scena, una linea la può generare e chiudere.
Ed è strano che sia proprio questa la tendenza del maestro espressionista, è un paradosso che il colore, la sfumatura, l’aggettivo si riduca a verbo, a sostantivo, a vuoto, a chiaroscuro: è un’inversione: se, in altri espressionisti il colore generava il soggetto, con Klee è il soggetto a generare il colore, in una dimensione puramente simbolica. Di contro però si può dire che da qui parte una poetica dell’Io che caratterizzerà tutto il Novecento: dall’ermetismo dell’io sociale, al minimalismo dell’io artistico, fino a chiudersi progressivamente in una disintegrazione dell’io, che diverrà successivamente la chiave del nuovo io anti-individualistico ed anti-sociale.
.
(Poesie tratte da Poesie di Paul Klee, a cura di Giorgio Manacorda, traduzioni di Giorgio Manacorda e Ursula Bavaj; Abscondita; carte d’artisti)
Paul Klee

Paul Klee

 

1915

Dal sottosuolo
sorge la mia stella

dove abita d’inverno la mia volpe?
dove dorme il mio serpente?

.

LINGUA IRRAZIONALE

-E la ragione se ne andò
nella corrente del vino-

1
Una buona pescata è una grande consolazione.

2
L’abiezione cerca anche quest’anno
di scivolarmi dentro.
3
Io devo essere salvato.
Attraverso il successo?

4
Ha occhi o cammina nel sonno
l’ispirazione?
5
Si piegano talvolta per pregare
le mie mani. Ma il ventre
poco sotto digerisce
e il rene filtra l’urina chiara.
6
Amare la musica soprattutto
significa essere infelici.
7
Dodici pesci,
dodici assassini.

(1901)

.

ASINO

il raglio risuona e mi strazia
udite udite che grazia!

Quando tacque l’usignolo
notevole fu il nulla solo.

Cresce sola e isolata
la pianta d’avorio abbandonata.

Pensieri e pensieri si scambia il mare
non c’è più nulla da afferrare.

C’era una volta una cosa
ha chiesto: cosa
contava qualcosa?
da no a niente
nessun ente
comunque oplà
il senso eccolo qua
entrò l’apparenza
dentro la verità
e divenne possibilità.

Paul Klee

Paul Klee

 

UNA SIMILITUDINE

Il sole cova vapori;
i vapori si levano
e combattono contro di lui.

(1899)

.

AD EVELINE

Ti ho promesso di essere
un uomo onesto. Io voglio
sopportare il tuo sguardo. Devo
inginocchiarmi davanti a Dio.
Poi Eveline salvami tu!
Perché non ho nessuno!

Giocavo col veleno
e mi sono avvelenato,
perché ho voluto chiamarmi fuori?
Ma in fondo tenevo troppo
al bene. Maledetta
colpa, forse è maggiore
di quanto pensassi.
Dimenticare lei con te!
Ma prima, se puoi,
mi dovresti perdonare.
Ti saluto in lontananza.

.

ANEDDOTI VERI

Uno
cui nel più grande dolore
cresca una dentatura da belva.

Deve essere una sorta di naufragio,
quando da vecchi
ancora ci si arrabbia per qualcosa.

. (1905)

***

Ridurre!
Vogliamo dire qualcosa
in più della natura e si fa
l’incredibile errore di volerlo dire
con più mezzi invece
che con meno strumenti.

La luce e le forme razionali
sono in lotta, la luce
le mette in movimento,piega
angoli retti,
curva parallele,
costringe i cerchi dentro gli intervalli,
rende l’intervallo attivo.

Da tutto questo l’inesauribile
diversità.

. (1908)

Paul Klee Paesaggio

Paul Klee Paesaggio

La creazione vive
come genesi
sotto la superficie visibile
dell’opera.

A ritroso la vedono
tutti gli intellettuali.

Avanti- nel futuro-
solamente gli artisti.

.

EPIGONO

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

(1902)

Paul Klee, Blue Night 1937

Paul Klee, Blue Night 1937

QUASI UN PROMETEO

Eccomi davanti a te, Giove,
perché ne ho la forza.
Tu mi hai eletto e questo
mi obbliga a te. Sono
saggio abbastanza da pensarti
ovunque, e non cerco
il potente ma il dio buono.
Sento la tua voce dalle nubi:
tu ti tormenti, Prometeo.

Da sempre il tormento è il mio destino
perché sono nato per amare.
Spesso chiedendo e pregando
ho guardato a te: ma invano!

Batta dunque alla tua porta
La grandezza del mio scherno!
E se non basto io,
ti lascio con la tua superbia.
Tu sei grande, è grande
la tua opera. Ma
solo grande all’inizio,
incompiuta.
Un frammento.

Compila!
Allora griderò l’evviva!
Viva lo spazio, la legge
che lo attraversa e misura.
Ma non griderò l’evviva.
Approverò soltanto
l’uomo che lotta.
E il più grande sono io
che lotto con la divinità.

Per i dolori di molti e per i miei
io ti giudico,
per ciò che non hai fatto.
Ti giudica il tuo figlio migliore,
il tuo spirito più audace,
a te affine eppure
tanto da te diverso.

(1901)

.
GUARDANDO UN ALBERO

Gli uccellini sono da invidiare,
evitano
di pensare al tronco e alle radici
beati si dondolano tutto il giorno,
loro che sono leggeri
cantando sull’orlo dei rami.

(1902)

Paul Klee

Paul Klee

Con fiori, io uomo bambino,
voglio incoronare il tuo pallido viso.
Sulle bianche pareti si legge
Che i crisantemi sono vicini.

Le tue fredde labbra hanno bisogno di una lieve febbre,
forse un bacio le difende dall’arsura.

Come sei bella ora, i tuoi colori,
sono solo apparenza di colori.
I miei occhi voraci volevano
raccogliere nuovi fantasmi.

Se morirò brilleranno molli
due fiori notturni nel crepuscolo.

Ai tuoi occhi dolcemente cerchiati
dirò ich glaube e crederò
quel che vedo morendo.

(1902)

 

Valerio Gaio Pedini

Valerio Gaio Pedini

 Valerio Pedini nasce il 16 giugno del 1995, di otto mesi, e viene tempestivamente scambiato nella culla: il misfatto viene subito scoperto. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di organizzare il suo primo evento culturale ad Artiamo (gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare); nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare e a scrivere, uscendo, in collaborazione col circolo narrativo AVAS – Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza e Ma tu da dove vieni?. Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme ad Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e ad Aurelia Mutti. A dicembre conosce Teresa Petrarca, in arte Teresa TP Plath, con cui inizia diversi progetti artistici: La formica e la cicala, Essence e Pan in blues e in jazz. Sta lavorando ad una monografia filosofica: Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali. A Maggio 2014 è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e, successivamente, sempre con deComporre Edizioni, uscirà nelle antologie Forme Liquide, Scenari ignoti e Glocalizzati.

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CINQUE POESIE di Hans Magnus Enzensberger da “La furia della caducità” (1987) con un Commento di Paola Quadrelli traduzione di Claudio Groff

Berlino Ovest - mamma e bambino conversano con un militare di Berlino Est di guardia al Muro. Mario Dondero, Museo di Fotografia Contemporanea, ...

Berlino Ovest – mamma e bambino conversano con un militare di Berlino Est di guardia al Muro. Mario Dondero, Museo di Fotografia Contemporanea, …

  Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, Baviera, 1929) è stato  uno degli esponenti del Gruppo ’47. Dopo avere esordito come poeta elegante e aggressivo con la raccolta Difesa dei lupi contro le pecore (Verteidigung der Wölfe gegen die Lämmer, 1957), si volse con sempre maggior interesse alla saggistica, incentrata sulla polemica nei confronti dell’imperialismo capitalistico e i suoi mezzi di comunicazione di massa (Poesia e politica, Poesie und Politik, 1962). Nel 1965 fondò a Berlino la rivista “Kursbuch”. Nel 1968 si recò negli U.S.A. con una borsa di studio, ma, disgustato dalla guerra americana in Vietnam, si trasferì a Cuba. Si è dedicato quindi a una letteratura di tipo documentario con il dramma L’interrogatorio all’Avana (Das Verhör von Habana, 1970) e col romanzo-collage La breve estate dell’anarchia (Der kurze Sommer der Anarchie, 1972). Tra il 1969 e il 1977 ha scritto in forma di reportage lirico il poema in trentatre canti La fine del Titanic (Der Untergang der T., 1978), sottotitolandolo una commedia con esplicita allusione alla Divina Commedia dantesca. Sorta di visione apocalittica profilata a partire da una meditazione sulle tensioni e i contrasti socio-politici accesisi nei quasi due decenni della sua composizione, La fine del Titanic viene da lui stesso considerata la sua opera maggiore. Ma accanto a questo poema occorre ricordare la raccolta di poesie La furia della caducità (Die Furie des Verschwindens, 1980),con una esplicita citazione da Hegel, uno degli esiti più riusciti della poesia tedesca contemporanea. Una rinuncia all’utopia segna invece gli ultimi suoi volumi, tra cui Mediocrità e follia (Mittelmass und Wahn, 1988).

 il muro di Berlino

il muro di Berlino

 Ha scritto Paola Quadrelli: «Nato nel 1929, Enzensberger appartiene alla stessa generazione di Günter Grass, di Martin Walser, di Christa Wolf e Walter Kempowski; fa quindi parte di quel gruppo di scrittori che contribuirono al rinnovato prestigio della letteratura tedesca nel secondo dopo guerra con testi marcatamente e inevitabilmente politici, poiché scaturiti dal travaglio della Germania negli anni della ricostruzione postbellica, tra crescita economica e rapido oblio del passato nazista.

La “rabbia”, il piglio fieramente aggressivo, lo slancio etico e civile sono le fonti emotive e intellettuali che nutrono le prime poesie di Enzensberger (difesa dei lupi del 1957 e lingua nazionale del 1960), la cui pubblicazione valse infatti all’autore la nomea di angry young man della letteratura tedesco-federale. Nei saggi coevi, raccolti in un volume noto e più volte riedito anche da noi in Italia, Questioni di dettaglio (1962), Enzensberger rielabora con originalità i temi della critica culturale della scuola di Francoforte e affronta con prosa serrata e scintillante l’“industria della coscienza”, ovvero i processi di subdola manipolazione e di omologazione culturale prodotti dai media (celebri la sua analisi del linguaggio dello Spiegel e il saggio sul nascente fenomeno del turismo di massa).

Consapevole di trovarsi in un momento di discrimine epocale per quanto concerne il senso del lavoro culturale e la funzione dell’intellettuale nelle società occidentali, lo Enzensberger dei primi anni Sessanta riflette nei suoi saggi sulla necessaria revisione del ruolo dello scrittore nella moderna società di massa, in cui un’industria culturale conformista e superficiale condanna la letteratura a un ruolo marginale e ne disinnesca ogni potenziale eversivo. Enzensberger rivendica con passione il compito intrinsecamente rivoluzionario della poesia dinanzi alle banalizzazioni dell’industria culturale e difende la specificità della poesia, irriducibile a ogni mandato politico: l’arte è, di per sé, “denuncia della realtà esistente”, “anti­merce”, resistenza al “mondo amministrato”.

Berlino est 1982

Berlino est 1982

 Il compito politico della poe­sia, sostiene Enzensberger con un’affermazione acutamente paradossale nel saggio Poesia e politica, “è quello di sottrarsi ad ogni compito politico e di parlare per tutti proprio nel momento in cui non parla di nessuno: di un albero, di una pietra, di ciò che non esiste.” E di fronte al nichilismo storicistico che riduce le opere d’arte del passato a morti oggetti museali e in tal modo le imbalsama e le neutralizza, Enzensberger evoca con immagini intense il compito anticipatorio della poesia e il suo potenziale utopico: l’opera d’arte è “un torso, le cui membra giacciono nel futuro”. Ai temi di critica della società e della cultura è improntata tutta la produzione saggistica di Enzensberger, da Mediocrità e follia (1988) con gli interventi sulla televisione e sul “trionfo della Bild-Zeitung”, a Zig zag (1997), con i saggi di denuncia degli sprechi nella politica culturale e gli scritti su epifenomeni della società opulenta, come la moda e il lusso.

L’arte di Enzensberger conosce però il suo vertice negli anni Settanta e almeno tre sono i capolavori da ricordare in questa sede: le ballate di Mausoleum (1975), trentasette componimenti dedicati a scienziati, politici e artisti, fautori e al contempo vittime del progresso (da Spallanzani a Ugo Cerletti, da Chopin a Piranesi, da Che Gue­vara a Molotov), La fine del Titanic (1978), un epos in trentatré canti, in cui il destino del transatlantico diventa metafora del fallimento dei miti tecnocratici e scientisti che hanno alimentato la civiltà occidentale negli ultimi due secoli e, sul versante della prosa, il geniale romanzo documentario La breve estate dell’anarchia (1972) che tra scienza documentaria e oral history ricostruisce la biografia dell’anarchico spagnolo Buenaventura Durruti, innestando al contempo un serrato e fecondo confronto dialettico con i movimenti politici degli anni Settanta. 

Siamo ancora di fronte a letteratura politica nella migliore maniera enzensbergeriana, ovvero letteratura che pur non affrontando direttamente questioni politiche e sociali contingenti, rivisita il passato con lo sguardo critico e partecipe del presente ed evoca conflitti e processi che trovano ancora una ripercussione o un’eco nell’attualità. La pro­spettiva dell’autore, che pure partecipò al dibattito politico del Sessantotto tedesco, rifugge da faziosità ideologiche e non propugna palingenesi epocali: Enzensberger man­tiene infatti uno sguardo disincantato e ironico sulle cose e sul mondo, di cui percepisce le follie, le ingiustizie e le insensatezze e di cui coglie, con sensibilità vivissima, la caducità e l’assurda vanità.

Berlino est

Berlino est

 Uno dei temi preferiti della lirica enzensbergeriana è proprio quello dell’apocalisse, della guerra, della catastrofe naturale che tutto travolge e sommerge: si pensi ad alcune liri­che di scrittura per ciechi (1964) come “count­down” o “doom­sday”, allo scenario di morte e distruzione del Titanic, allo smascheramento delle aporie del progresso tecnico-scientifico in Mausoleum, alla raccolta di versi del 1980 che Enzensberger intitola, con una citazione da Hegel, La furia della caducità, sino alle poesie di Musica del futuro (1991), velate da un senso di precarietà e da un tono di tragica ironia, dove il presagio della fine della storia è sostituito dalla coscienza della fine di un’epoca e di un’ideologia. Al contempo, Enzensberger si rivela sempre attento lettore e indagatore del mondo moderno, dai nuovi scenari sociali prodotti dall’immigrazione (La grande migrazione, 1992), al terrorismo islamico (Il perdente radicale, 2006), all’intelligenza artificiale…».

da La furia della caducità SE, Milano, 1987 traduzione di Claudio Groff

Hans Magnus Enzensberger copertinaHans Magnus Enzensberger cop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In visita da Ingres

Oggi avrebbe dipinto per il Comitato centrale, o per la Paramount,
dipende. Ma a quei tempi i gangster sudavano ancora
sotto l’ermellino, e i cavalieri d’industria si facevano incoronare.
E allora sotto con insegne, perle e piume di pavone.

Troviamo l’artista meditabondo. Si è imbottito
di «pensieri eletti e nobili passioni».
Una faccenda faticosa. Poltroncine costose, Primo o Secondo Impero,
dipende: Mento morbido, mani morbide, «grecità dell’anima».

Per sessant’anni questa fredda bramosia, un intenditore dalla testa ai piedi,
fino alla meta: la rosetta all’occhiello, la gloria.

Queste donne, che si contorcono sul marmo davanti a lui
come foche di pasta levitata: i seni misurati tra pollice e indice,
la superficie studiata come peluche,
tulle, taffetà lucido, l’umidore della coda dell’occhio
e narcotico, meglio della Kodak: esposte
alla Ecole des Beaux Atrs, un’eternità venale.

Il tutto a che pro? A che scopo le patacche delle onorificenze,
lo zelo fanatico, le aquile di gesso laccate in oro?

Ottantenne, ha un’aria singolarmente flaccida,
esausta, il cilindro nella sinistra.
«È stato tutto inutile». Via, via, onorato Maestro!
Cosa penseranno di Lei il corniciaio, il vetraio,
la cuoca fedele, il lavacadaveri? Unica risposta:
Un sospiro. Alte sopra le nubi, oniriche, le dita di Tetide
si attorcigliavano come vermi alla nera barba di Giove.
Di malavoglia diamo un’ultima occhiata
all’artista – che gambe che ha! –
e in punta di piedi usciamo dallo studio.

 

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

 

Rhein-Main*

Ding dang dong. Confusione. Annunci in giapponese.
Tra vapori di cherosene i torpidi panzer scivolano
dietro le vetrate, sulla piazzola bollente. Strie
negli occhi, monete nel pugno madido.
Sempre occupato. Poi lasci suonare di nuovo,
a lungo. Dappertutto valige. Esasperato faccio il numero,
riattacco, rifaccio il numero. Finalmente dici pronto, svogliata.
Un ragazzino, un bambinetto con Paperino sulla maglietta
picchia sogghignando contro la porta.
Devo vederti assolutamente. Check-in B 12.
Sì, appena atterrato. E perché? Due giorni. Un momento!
Sei sola? Voci nel fondo, mormorii.
Chi c’è con te? Bugiarda! Il dottor Kabis è pregato
recarsi all’ufficio informazioni. In bagno. Ho detto:
ero in bagno. Quale Bob? Martedì.
Ma te l’ho già raccontato. Dottor Kabis, prego.
Sei proprio strano. Come? Introdurre altri gettoni! Un mucchio
di monete inghiottite furiosamente. Ti scongiuro.
Si inserisce un vecchio. Cimurro, capisce?
Sei noioso. Non è questo il punto. È cimurro.
Ritardi, scioperi bianchi. Perché tieni
la mano davanti al microfono? Non ci sono veterinari
durante il week-end. Macché, è soltanto la radio.
La cornetta appiccicosa. Sto cercando di crederti.
Click. Introdurre altre monete! La parola troncata in bocca.
Attraverso il vetro vedo due suore sulla scala mobile,
tutte bianche, lo sguardo fisso, salire verso il cielo.

* L’aeroporto di Francoforte (N.d.T.)

Hans Magnus Enzensberger 1

 

In memoriam

Dunque, per quanto concerne gli anni Settanta
me la sbrigo in due parole.
Il servizio informazioni dava sempre occupato.
La miracolosa moltiplicazione dei pani
si limitò a Dusseldorf e dintorni.
La notizia spaventosa corse su nastro,
venne registrata e archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
gli anni Settanta si sono ingozzati
e gli è andata di traverso,
nessuna garanzia per i posteri,
turchi e disoccupati.
Che qualcuno li ricordi con indulgenza,
sarebbe pretendere troppo.

 

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

 

Tango finlandese

Ciò che ieri sera fu è e non è
La barchetta che si allontana
e la barchetta che si accosta
I capelli così vicini erano capelli stranieri
Questo è facile a dirsi E’ sempre così
Il lago grigio è proprio il lago grigio
Il pane fresco di ieri sera è indurito
Nessuno balla Nessuno bisbiglia Nessuno piange
Il fumo è dissolto e non dissolto
Il lago grigio adesso è azzurro Qualcuno chiama
Qualcuno ride Qualcuno se n’è andato
C’è molta luce Era mezzo buio
La barchetta non sempre ritorna
E’ la stessa cosa e non è la stessa
Qui non c’è nessuno La roccia è roccia
La roccia cessa di essere roccia
La roccia ridiventa roccia
E’ sempre così Nulla scompare
e nulla rimane Ciò che fu
è e non è ed è Questo
nessuno lo capisce Ciò che ieri sera
fu è facile a dirsi Com’è luminosa
qui l’estate e com’è breve.

Hans Magnus Enzensberger

Ländler

Prego? Come?
Chi ha detto «come»?
E che significa poi
«alla fin fine»?
Questo Ländler è«come»
il ragno nell’ambra
conservato in una luce
che si è oscurata.
Il Ländler nell’ambra
e alcune altre cose
scomparse da tempo
nel secondo movimento: l’immortalità
è qualcosa di mortale.
Prego? Sì. La differenza
tra «natura» e «storia»
forse non merita il chiasso
che ne stiamo facendo,
«alla fin fine».
Ma cosa vuol dire poi Ländler, in questo contesto?
«Naturalmente» ne viene fuori sempre
qualcosa di diverso, di molto diverso
da quanto «noi» volevamo.
Un futuro che il ragno
nell’ambra non ha previsto.
Non esattamente quello che lui «voleva».
Un Ländler che non è più un Ländler:
qualcosa di estinto.
Paleontologia, unica scienza
cui possiamo attenerci,
consolante e inutile.
Gira in tondo,
come quel Ländler
che «alla fin fine»
non si sposta di un passo.

 

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI Poesie di Bertolt Brecht (1898-1956) e Giorgio Linguaglossa su “Il sandalo di Empedocle”

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno ...

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno …

 

Bertolt Brecht

Bertolt Brecht

Berthold Brecht (che poi semplificò il suo nome in Bertolt) nacque ad Augusta, in Baviera, nel 1898 da una famiglia discretamente agiata, della borghesia industriale.
Nel 1917 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Monaco, ma poi passò a quella di medicina perché era più facile, per uno studente di quel corso, evitare il servizio militare. Proprio in quegli anni pubblicò poesie e opere teatrali. Nel 1922 riscosse un discreto successo con Tamburi nella notte e nello stesso anno si sposò con l’attrice Marianne Zoff. Nel 1924 si trasferì a Berlino e nel ’27, fallito il primo matrimonio, si sposò con un’altra attrice, Helen Weigel, da cui ebbe due figli. A Berlino si affermò come drammaturgo e fece amicizia e collaborò con molti musicisti del tempi come Kurt Weil e Paul Hindemith.
All’avvento del nazismo al potere, nel 1933, Brecht con la famiglia dalla Germania in volontario esilio: andò in Danimarca e vi rimase fino al 1939, manifestando idee comuniste, anche se non si iscrisse mai al partito. Alla vigilia della seconda guerra mondiale dalla Danimarca passò in Svezia e di qui in Finlandia e in Russia per approdare, infine, negli Stati Uniti d’America dove si stabilì in California, a Santa Monica, fino al 1946 vivendo quasi totalmente isolato. Sospettato di attività antiamericane, nel 1948 rientrò in Europa e si stabilì a Berlino Est dove, malgrado il suo professato comunismo, fu guardato con sospetto per le sue posizioni polemiche e per il suo individualismo. Tuttavia le sue opere erano rappresentate ovunque e proprio a Berlino egli organizzò la compagnia teatrale Deutsches Ensemble (1949) che divenne ampiamente famosa in tutta Europa. Brecht morì a Berlino nell’agosto 1956 per infarto cardiaco.

 il binario che porta ad Auschwitz

il binario che porta ad Auschwitz

 

Arbeit macht frei

Arbeit macht frei

 

 

 

 

 

 

Bertolt Brecht

Il sandalo di Empedocle

1
Quando Empedocle di Agrigento
si fu procurata la reverenza dei suoi concittadini insieme
agli acciacchi della vecchiaia,
decise di morire. Ma siccome
amava alcuni pochi, che lui riamavano,
non volle dinanzi a costoro annullarsi ma piuttosto
entrar nel Nulla.
Li invitò ad una gita. Non tutti:
questo o quello dimenticò, sì che nella scelta
e in tutta l’iniziativa
fosse commisto il caso.
Ascesero l’Etna.
Lo sforzo della salita
consigliava silenzio. Nessuno sentì la mancanza
di parole sapienti. Lassù
ripresero fiato per tornare al ritmo consueto dl sangue,
intenti al panorama, lieti di essere alla meta.
Li abbandonò, inosservato, il maestro.
Quando ripresero a parlare, non si avvidero
ancora di nulla: soltanto più tardi
qua e là mancò una parola, e si volsero a cercarlo.
Ma già da tempo egli era oltre il dosso del monte,
pur senza troppo affrettarsi. Una volta soltanto
sostò e allora udì
come remota, da dietro la vetta,
riprendeva la conversazione. Le parole
non si potevano distinguere più: incominciava il morire.
Quando fu presso al cratere,
voltò il capo, non volendo conoscere il seguito,
che non lo riguardava più, il vecchio si curvò lentamente,
sciolse con cura il sandalo dal suo piede, lo gettò sorridendo
di fianco, a pochi passi, sì che non troppo presto
lo si potesse trovare, ma pur sempre in tempo; e cioè
prima che fosse marcito. Soltanto allora
venne al cratere. Quando gli amici suoi
furono senza di lui ritornati cercandolo,
cominciò a grado a grado per settimane e mesi
la sua scomparsa, com’egli aveva voluto. C’era
chi l’aspettava ancora mentre già altri
lo davano per morto. Rimandavano alcuni
le loro domande fino al suo ritorno mentre già altri
cercavano da soli le soluzioni. Lentamente, come nuvole
nel cielo si allontanano, immutate, appena più piccole,
e più si fanno, quando non le si guardino, più lontane,
e, se le cerchi di nuovo, già forse confuse con altre, così
s’allontanava egli dalla loro consuetudine, in modo consueto.
Poi sorse una diceria:
che morto non fosse, perché non mortale, si disse.
Il mistero lo avvolse. Si riteneva possibile
che oltre alla sfera terrestre altro ci fosse; che il corso
delle cose umane potesse per un solo uomo mutarsi; e simili chiacchiere.
Ma fu trovato in quel tempo il sandalo suo, di cuoio,
palpabile, consunto, terrestre! Lasciato per quelli
che, se non vedono, subito cominciano col credere.
la fine dei suoi giorni
ritornò naturale. Come chiunque altro era morto.

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano ...

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano …

 

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Altri descrivono invece l’accaduto
altrimenti: quell’Empedocle
avrebbe davvero tentato di garantirsi onori divini
e con una evasione misteriosa, un’astuta
caduta nell’Etna, senza testimoni, fondar la leggenda
che egli non fosse di natura umana né sottoposto
alle leggi della decadenza. Ma che allora
il sandalo gli avesse giocato il tiro di cader nelle mani degli uomini.
(Alcuni dicono persino che sia stato il cratere, irato
per una simile iniziativa, a sputar via semplicemente
il sandalo di quel degenerato). Ma noi qui preferiamo credere
che se realmente non si fosse tolto il sandalo, avrebbe piuttosto
dimenticato soltanto la nostra stoltezza, senza pensare che noi
precipitosamente vogliamo far più buio quel ch’è buio, preferendo
credere a cose insulse, invece di cercare un motivo plausibile. E il monte
– ma non sdegnato però per tanta trascuratezza o nemmeno persuaso
che colui avesse voluto ingannarci per scroccare onori celesti
(ché nulla crede il monte e di noi non si cura)
ma anzi vomitando fuoco come sempre – avrebbe allora sputato
il sandalo e i discepoli così
– già occupati a fiutar qualche grande mistero,
a svolgere profonda metafisica; fin troppo occupati! –
afflitti dovettero a un tratto fra le mani tenersi quel sandalo
del maestro, fatto di palpabile cuoio, terrestre.

(traduzione di Franco Fortini)

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno ...

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno …

 

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Per la poesia nel 1992 pubblica Uccelli (Roma, Edizioni Scettro del Re), nel 2000, Paradiso (Libreria Croce, Roma), nel 2006 La Belligeranza del Tramonto (LietoColle 2006), e nel 2013 Blumenbilder – Natura morta con fiori (Passigli, Firenze). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e Georg Trakl. Dal 1992 ha diretto la collana di poesia delle Edizioni Scettro del Re di Roma. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dirigerà fino al 2005. Nel 1995 redige e firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicandolo nel n. 7 della rivista da lui diretta. Nel 2001, pubblica il racconto lungo Storia di Omero nel volume collettivo Via Pincherle – Modelli Narrativi a Confronto, per le Edizioni Libreria Croce. Nel 2003 pubblica il libro di saggi sulla poesia moderna, Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Coedizione Libreria Croce – Scettro del Re). Suoi saggi sulla poesia contemporanea sono presenti in Linee odierne della poesia italiana, a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Quaderni di Hebenon, 2001), e nel volume Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei a cura di Gabriela Fantato (Bocca, 2004). Per le edizioni Bonaccorso di Verona nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Ha curato l’apparato critico del numero speciale 33 di «Poiesis» del 2006 dedicato alle traduzioni di alcuni saggi del poeta russo Osip Mandel’štam e di dieci poesie inedite del poeta russo: Il fornello a petrolio (poesie per bambini). Alcuni suoi saggi sulla poesia contemporanea sono apparsi in «Numen» del 2007, quaderno di critica edito dalla rivista di segni contemporanei «Altroverso» di Campobasso. Ha curato le presentazioni critiche dei poeti inseriti ne La poesia degli anni Novanta. Antologia (Roma, Scettro del Re 2002) ed è presente con alcune composizioni nella Antologia della poesia erotica contemporanea (Roma, Ati Editore, 2006). Collabora in veste di critico con le riviste di letteratura contemporanea: «Polimnia», «Hebenon», «Altroverso», «Capoverso».
Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese e bulgaro. In quest’ultima lingua è stata pubblicata nel 2007 la traduzione integrale de La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica il saggio Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo» per le edizioni Passigli di Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) con EdiLet di Roma e il romanzo Ponzio Pilato (Mimesis, 2010); nel 2011 esce Dalla lirica al discorso poetico. La Poesia italiana dal 1945 al 2010 (EdiLet); nel 2013 per la Società Editrice Fiorentina esce il saggio Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea.

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Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

Il sandalo di Empedocle

Hanno trovato un sandalo. Sì, proprio un sandalo nei pressi del cratere del vulcano. Corre voce che Empedocle sia scomparso. Non si hanno più notizie di lui. Corre voce che il sandalo trovato sia di Empedocle. Tra gli agrigentini c’è chi crede in un incidente: che il filosofo abbia messo il piede in fallo e sia scivolato lungo la parete interna del vulcano; c’è invece chi è convinto che si sia trattato di un omicidio; che gli abbiano strappato un sandalo e poi lo abbiano spinto giù nel cratere, e poi abbiano lasciato il sandalo tra i cespugli, in bella vista, per sviare il popolo all’idea di un suicidio. Pausania, il fedele discepolo del maestro, chiede un’istruttoria, una udienza pubblica con i cittadini di Agrigento raccolti nell’agorà. E allora avviene che gli agrigentini accorrano nell’agorà per ascoltare le ragioni dei pro e dei contro e decidere sul da farsi.
Sono presenti Ermocrate, il rappresentante delle classi agiate, Crizia, il rappresentante dei sacerdoti e Pausania, il fedele discepolo del maestro.

«Dunque, il sandalo è di Empedocle», ha dedotto Ermocrate rivolgendosi alla folla degli agrigentini.
«Dunque, il sandalo non è di Empedocle», ha inferito Crizia rivolgendosi alla gente agrigentina.

Fu a quel punto che interloquì Pausania, il fedele discepolo del maestro.
«Vi siete chiesti, cittadini di Agrigento, che ci faceva Empedocle nei pressi del cratere del vulcano? Vi sembra credibile e verosimile ipotizzare il maestro che passeggia sulla sommità di un vulcano? E a che scopo l’avrebbe fatto? Per prendere aria fresca? Per fare una salubre passeggiata?».

«Per chiamare gli dèi inferi in suo aiuto», ipotizzò Crizia.
«Per cercare ispirazione nel fuoco», rinforzò Ermocrate.
«È verosimile», riprese Crizia.
«È un’ipotesi attendibile e credibile», confermò Ermocrate.
«Non è vero, quel sandalo non è un qualunque sandalo. Empedocle è stato ucciso e il suo corpo è stato gettato nel cratere del vulcano, tranne il sandalo, che è stato lasciato lì dai suoi assassini affinché apparisse come un suicidio, o un banale incidente».
Così interloquì il fedele Pausania in mezzo agli agrigentini attoniti.

«Dunque, ammettiamo che il sandalo sia davvero di Empedocle – riprese Crizia là dove era stato interrotto – perché Empedocle l’ha lasciato cadere proprio in quel punto, e non in un altro? Che significa ciò?».
Questo chiese Crizia ai cittadini di Agrigento accorsi in massa a vedere il sandalo.
«Sì, è il suo sandalo, non v’è dubbio alcuno», ribadì Ermocrate dall’alto della sua bianca toga.
«Sì, è il suo sandalo», inferì Crizia il quale così proseguì: «lo ha abbandonato lì Empedocle per sviare le indagini».
«Sì, è il suo sandalo», terminò Crizia avvolgendo sulla spalla la sua toga scarlatta.

Il dibattito degli agrigentini intanto si era insensibilmente spostato da Empedocle al suo sandalo. E i cittadini di Agrigento erano divisi e combattuti.

«Ricordate, agrigentini, quando il folle Empedocle voleva imprigionare il vento e ha fatto costruire degli otri di pelle di asino per metterli in cima alle colline per frenarne l’impeto? Ricordate quando indusse una donna in uno stato di morte apparente per trenta giorni per poi farla resuscitare dinanzi a voi?».
Questo disse Crizia aggiustandosi la sciarpa che pendeva dalla spalla, e proseguì:
«Empedocle era un folle che voleva gareggiare con gli dèi, per questo è finito nel vulcano. Voleva essere simile agli dèi. Ma questo è un delitto, ed è punito dagli dèi. La sua smodata arroganza è stata punita. Giustizia è stata fatta. Date agli dèi ciò che è degli dèi e agli uomini ciò che è degli uomini. Che le cose divise restino divise».
Così parlò Crizia in mezzo al silenzio attonito degli agrigentini.
E così interloquì Ermocrate:
«Ricordate, agrigentini, quando il poeta-filosofo voleva abbattere lo stato, abolire la religione e le istituzioni della repubblica, perché – diceva – essere quella la via della notte che conduce dritto alla tenebra?».
E così proseguì Ermocrate:
«Grazie dunque, agrigentini, per averlo cacciato dalla città. Empedocle era un pericolo. Era un cane rognoso che si mordeva la coda. E questa è la sua ultima vendetta. La sua vendetta postuma: l’aver artatamente abbandonato un sandalo sulle rocce laviche e poi scomparire gettandosi nel fuoco del vulcano».
Così parlò Ermocrate in mezzo al silenzio attonito degli agrigentini.

«Insomma, un sandalo è un sandalo. Ormai la questione non ha più importanza. Il sandalo di Empedocle è eguale a qualsiasi altro saldalo. L’importante è che Empedocle si sia tolto dalle scatole! Che si sia gettato volontariamente nel fuoco del vulcano o che vi sia scivolato accidentalmente, a questo punto, non fa differenza. È la stessa cosa».
Così parlò il magistrato Ermocrate, il quale sentenziò:
«Il caso è chiuso».

(Inedito, 2006)

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POESIE SCELTE di Hans Magnus Enzensberger con una nota di Alfonso Berardinelli

 

Berlino

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Enzensberger Hans Magnus (Kaufbeuren, 1929) scrittore, poeta, saggista, autore teatrale, traduttore e giornalista è considerato uno degli intellettuali più importanti del panorama internazionale. Ha scritto anche sotto lo pseudonimo di Andreas Thalmayr e Linda Quilt. Attualmente vive a Monaco. Ha compiuto studi di letteratura, filosofia e lingue presso le Università di Erlangen, Friburgo, Amburgo e alla Sorbona di Parigi. Nel 1955 ottiene il dottorato di ricerca in filosofia con una tesi sulla poesia di Clamens Brentano. Nel primo dopoguerra diviene uno degli animatori del Gruppo 47, movimento intellettuale che annovera tra le sue fila scrittori come Grass, Böll, Celan e che si prefigge di far risorgere la cultura tedesca dimenticata e repressa dal regime nazista. Nel 1965 fonda la rivista “Kursbuch”, tra le più vivaci della Repubblica Federale Tedesca e successivamente, nel 1980, il mensile “TransAtlantik”. Dal 1985 si cimenta anche nell’attività editoriale pubblicando la prestigiosa collana di libri “Die andere Bibliotek”, che attualmente conta circa 250 titoli.

Per i suoi lavori, tradotti in oltre quaranta lingue viene insignito di numerosi premi ed onorificenze, tra cui il Premio Georg Brüchner (1963), il Premio Grinzane Editoria (2001) il Premio Principe delle Asturie (2002), il Premio Lerici Pea (2002), il Premio Merck-Serono (2007), il Sonning Prize (2010).
Einaudi ha pubblicato, negli anni, circa una ventina di suoi titoli, da “Palaver” (Nuovo Politecnico 80, 1976) al recente “I miei flop preferiti” (Supercoralli, 2012). Per la ‘Collezione di poesia’ ricordiamo i titoli che hanno fatto la storia della poesia contemporanea: “Mausoleum” (1979), “La fine del Titanic” (1980), “Musica del futuro” (1997), “Più leggeri dell’aria” (2001) e “Chiosco” (2013).

 

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Estratto da QUI LIBRI n. 19 – POESIA – a firma di Alfonso Berardinelli

…Chi si mette a leggere un poeta, di solito pensa di sapere che cos’è la poesia e cosa aspettarsi. Questo non è un errore e neppure un grave pregiudizio. Con qualche differenza, i poeti che si somigliano sono molti. Enzensberger è certamente un poeta, ha scritto poesie brevi e lunghi poemi. Ma con lui, mi sembra, è meno facile del solito prevedere di cosa parlerà scrivendo in versi. Il fatto è che parla comunque di qualcosa, anche quando si tratta di qualcosa che tende a sfuggire. Per quanto ludico, inventivo, paradossale possa essere il suo linguaggio o metodo, chi legge non deve immaginare che l’autore si accontenterà di sapere, scrivendo, che il linguaggio poetico contiene in sé la Funzione Poetica, che la poesia è preferibilmente priva di contenuti, evita il significato, non comunica pensieri ma combina parole sperando che dal loro accostamento nasca qualcosa, non si sa cosa.
Lo scrittore americano John Updike ha detto una volta che il famoso espressionista astratto Jackson Pollock procedeva esattamente così: accostava il pennello (o le dita) alla tela sperando che succedesse qualcosa. Questo metodo (derivato, mi pare, dal buddismo zen) ha influenzato molto anche le neoavanguardie letterarie europee fra gli anni Cinquanta e Sessanta, che volevano usare le parole come Pollock usava i colori e Stockhausen i suoni…

 enzensberger questioni di dettaglio

Hans Magnus Enzensberger

(da Nuovi poeti tedeschi a cura di Anna Chiarloni,Einaudi, 1994)

Luce residua

Ma sì, ma sì, anch’io sono qua, fra quelli
che resistono. È persino facile,
a paragone di Katowice o Montevideo.
Qua e là resti di campagna,
binari arrugginiti, calabroni.
Un fiumiciattolo, noccioli e ontani,
perché non sono bastati i fondi
per far piazza pulita. Sopra l’acqua lurida
il ronzio dei fili ad alta tensione
non mi disturba. Mi vuol convincere
che potrei leggere ancora un po’,
prima che faccia buio.
E se mi voglio annoiare,
ho la televisione, l’ovatta colorata
sugli occhi, mentre di fuori
i ragazzini suicidi sulle Honda
sgommano in tondo sulla piazza bagnata. Anche il fracasso,
anche la sete di vendetta sono pur un segno di vita.
In questa fioca luce prima del sonno
niente coliche, nessun vero dolore.
Come un lieve crampo nei muscoli
sentiamo, loro e io, sbadigliando,
di minuto in minuto il tempo
farsi più piccolo.

Restlicht

Doch doch, ich gehöre auch zu denen,
die es hier aushalten. Leicht sogar,
im Vergleich zu Kattowitz oder Montevideo.
Hie und da Reste von Landschaft,
rostende Eisenbahnschienen, Hummeln.
Ein kleiner Fluß, Erlen und Haselnüsse,
weil das Geld nicht gereicht hat
zur Begradigung. Uber dem trüben Wasser
das Summen der Hochspannungsmasten
stört mich nicht. Es redet mir ein,
daß ich noch eine Weile lang
lesen könnte, bevor es dunkel wird.
Und wenn ich mich langweilen will,
ist das Fernsehen da, der farbige Wattebausch
auf den Augen, während draußen
die kindlichen Selbstmörder auf ihren Hondas
um den nassen Platz heulen. Auch der Krach.
auch die Rachsucht ist noch ein Lebenszeichen.
Im halben Licht vor dem Einschlafen
keine Kolik, kein wahrer Schmerz.
Wie einen leichten Muskelkater
spüren wir gähnend, sie und ich,
die von Minute zu Minute
kleiner werdende Zeit.

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Utopia (1957)

Il giorno sale, con grande forza
batte i suoi zoccoli tra le nuvole
il lattaio sui suoi bidoni
tambureggia sonate; al cielo ascendono i fidanzati
su scale mobili; selvaggi, con grande forza
si sventolano cappelli bianchi e neri.
Le api scioperano. Tra le nuvole
ruotano i procuratori,
papi cinguettano dagli abbaini.
La commozione domina sia lo scherno
che il giubilo. Velieri
sono piegati dai bilanci.
Il Cancelliere parteggia con un vagabondo
i fondi segreti. L’amore
è consentito dalla polizia,
è promulgata un’amnistia
per coloro che dicono la verità.
I panettieri regalano rosette
ai musicanti. I fabbri
fanno delle croci
ferri per gli asini. Come in un ammutinamento
irrompe la felicità, come un leone.
Gli strozzini, su cui sono gettati
fiori di melo e ravanelli,
si pietrificano. Buttati sulla ghiaia,
abbelliscono fontane e giardini.
Ovunque ascendono mongolfiere
la flotta di piacere e’ pronta a partire;
salite, lattai,
fidanzati e vagabondi!
Scioglietevi! Con grande forza
sale
il giorno.

enzensberger poker-pato

Bildzeitung (1957)

Tu diventerai ricco,
incidifrancobolli Attaccaorologi:
se il centravanti vuole,
per un marco sarà colpita di testa
una grande quantità’ di principi offesi
dote di Turandot pronostico infallibile
Apparecchia la tua tavola:
tu diventerai ricco.

Manotipista Stenocure,
tu diventerai bella:
se il produttore vuole
l’inchiostro di stampa verrà spalmato
tra le cosce una grossa rete
un mostriciattolo indesiderato
Distenditi, asinella;
tu diventerai bella.

Bestia sociale Compagnodivoce
tu diventerai forte:
se il presidente vuole
giù pugni sull’agitatore
scatti di flash sul sorriso del boia
dai botte dunque, metticela tutta
fuori i randelli dalla sacca:
tu diventerai forte.

Anche tu, anche tu, anche tu
arriverai lentamente
alle buste-paga ed alle bugie
ricco, forte ed umiliato
tra ispezioni e caffè
al malto, ben contaminato
di multe, merda,
scorie nucleari:
i tuoi polmoni una gialla scogliera
di nicotina e di calunnia
possa la terra esserti leggera
come il sudario
di raggiro e d’inganno
che compri ogni giorno
in cui ogni giorno ti avvolgi.

enzensberger gedichte

L’altro

Uno ride
si interessa
ha il mio viso con pelle e capelli sotto il cielo
lascia rotolare parole dalla mia bocca
uno che ha denaro e paura e un passaporto
uno che litiga e ama
uno si diverte
uno si dimena

ma non io
io sono l’altro
che non ride
che non ha viso sotto il cielo
e alcuna parola nella sua bocca
ed è sconosciuto a sé e a me
non io; l’altro; sempre l’altro
che non vince e non è vinto
che non si interessa
che non si muove

l’altro
che è indifferente a se stesso
del quale io non so niente
del quale nessuno sa chi è
che non mi muove
questo io sono.

(1964)

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Bibliografia

Questo è scritto per te.
Tortuosità sotto la corteccia,
scrittura tremolante dietro le tempie,
piste di formiche.

Questo non è un artificio.

Circuito stampato,
comunismo
dei polipeptidi,
primule elettroniche,
allodole, secondo un programma.

Prendi e leggi, vecchio suicida.

Manifesti genetici,
permutazioni, gorgheggi.
Ogni cristallo un capolavoro.
Costruire occhi di libellula
non è un artificio
ma le ricchezze del mondo
sono più semplici.

Questa ortica
potrebbe essere di Proust.
Feedback-system di secondo grado,
ultrastabile.

Finché questo libro ti arriverà in mano,
potrebbe essere per leggere
già troppo buio.

Se le libellule
se la caveranno senza di noi,
non lo sappiamo.

Bisogna accettarlo.

Butta via il libro
e leggi.

(1964)

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Ordine del giorno

Telefonare consulente fiscale, lavorare un po’.
meditare sulla foto di una donna
che si è ammazzata.
Andare a vedere quando si è cominciata a usare
l’espressione immagine del nemico.
Dopo il tuono osservare le bolle
che il nubifragio forma sul lastrico
e bere l’aria bagnata.
Fumare e guardare un po’ di televisione senz’audio.
Chiedersi di dove viene il prurito del sesso
durante una squallida riunione.
Pensare per sette minuti all’Algeria.
Dar fuori in bestemmie come un dodicenne
su un’unghia che si è spezzata.
Ricordarsi di una precisa sera,
ventun anni fa, era di giugno,
un pianista nero suonava il cha cha cha
e qualcuno piangeva di rabbia.
Non dimenticare di comprare il dentifricio.
Cercar di capire perché
perché Dio non lascia mai
in pace gli uomini, e neanche il contrario.
Cambiare la lampadina in cucina.
Ritirare dal balcone, con cautela,
la cornacchia fradicia, arruffata, inanimata.
Contemplare le nuvole, le nuvole.
Ma anche dormire, dormire.

da Più leggeri dell’aria traduzione di Anna Maria Carpi

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

Canto Quinto

(da La Fine del Titanic, 1978)

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
comprese le valigie, i cani, i lacché,
le donne anch’esse e persino i bambini,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non parlasse lituano
(non parlava lituano);
non perché fossero ubriachi
(le loro antiquate bottiglie,
avvolte in panni grossolani,
erano state da tempo scolate);
non perché avessero fame
(avevano anche fame):

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.
Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini rachitici,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.

(da La fine del Titanic Einaudi, 1980, traduzione di Vittoria Allliata)

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SEI POESIE di Michael Krüger “La poesia del quotidiano” Commento di Giorgio Linguaglossa

 Michael Krüger BerlinoMichael Krüger copertina

Michael Krüger Il coro del mondo Milano, Mondadori, 2010  pp. 202 € 15,00 traduzione di Anna Maria Carpi

 

 Il linguaggio di poeti come Yeats ed Eliot non è più il linguaggio degli uomini comuni del tempo di Wordsworth ma è un linguaggio «nuovo» che ha acquisito, tramite la rivoluzione dei linguaggi mediatici, una sofisticatissima colloquialità. Quello che Yeats rimprovera a Eliot noi lo potremmo rivolgere a Michael Krüger e, più in generale, alla poesia moderna. Scrive Yeats: «Eliot has produced his great effects upon his generation because he has described men and women that get out of the bed or into it from mere habit; in describing this life that has lost at heart his own art seems grey, cold, dry. He is an Alexander Pope working without apparent imagination, producing his effects by a rejection of all rhythms and metaphors used by more popular romantics rather than by the discovery of his own, this rejection giving his work an unexaggerated plainness that has the effect of novelty».

Michael Krüger

Michael Krüger

«A noi, residuo plurilingue», scrive Krüger spetta un linguaggio poetico talmente logorato dalla civiltà mediatica da essere un qualcosa di assolutamente inutilizzabile (non-orientabile, come il nastro di Moebius), un qualcosa: «che era già stato scartato» scrive il poeta tedesco, secondo il quale il linguaggio poetico è qualcosa che proviene già da uno scarto di qualcun altro e di qualcosa d’altro. Ed è proprio questo il particolare, diciamo così, statuto del linguaggio poetico contemporaneo. Quasi che una posizione di autenticità sia possibile soltanto aggiudicandosi dosi massicce di «scarti»; quasi che la situazione di attesa dell’uomo contemporaneo sia analoga a quella  di chi, poiché «tutti gli aerei atterravano con ritardo/ e non c’erano più decolli», a cui spetta «l’odioso posto in mezzo»; un’attesa che è un intermezzo, un interludio, un interspazio-temporale tra decolli annunciati e cancellati. Come se la cancellazione fosse la spia di una condizione oggettiva per ristabilire il giusto ordine delle cose; è una poesia questa che non deriva più da alcun ordine delle cose, perché non c’è alcuna ragione di un tale principio nella società dell’organizzazione totale e della globalizzazione amministrata. Ciò che spetta alla poesia è esplicitamente indicato nella poesia intitolata «Discorso di un viaggiatore», dove il «viaggiatore», dopo il viaggio, si rende conto che non gli è restato nulla: «Se lei permette, prendo un pezzo di pane e un po’ di vino. Grazie. Adesso mi sento quasi come a casa».

Michael Krüger

Michael Krüger

Diciamo che è la condizione dell’uomo del tardo Moderno quello che sta a cuore a Krüger, e la poesia è soltanto uno strumento (sofisticatissimo) per la rilevazione delle quantità di isotopi di uranio e di cesio che si trovano nell’atmosfera (nella biosfera) dell’ambiente linguistico. Assodato che la democrazia del tardo Moderno è quella che reclama a gran voce che tutte le arti siano eguali, eguali in quanto tutte inessenziali; inessenziali in quanto tutte decorative… e che la tendenza al decorativismo costituisca il piano inclinato di tutta l’arte del tardo Moderno, è un dato difficilmente oppugnabile. Addirittura, risulta problematico financo discorrere di arte nel «reale» del villaggio globale e del villaggio mediatico, che conosce soltanto, come è stato detto,  la diffusione dell’estetico, dato che se ne è perduto il concetto; senza contare che un’arte senza stile quale è quello della poesia del tardo Moderno ricade e rientra nell’estetico per la porta di servizio (non certo per la porta principale). Direi che un’arte senza stile è quella che richiede la diffusione dell’estetico in quanto: che cos’è l’estetico se non un «servizio» che la diffusione dell’architettura e del design permettono all’arte della democrazia dispiegata? Anche se è vero che tutte le filosofie che discettano di un’arte senza stile non sanno quello che fanno (impegnate come sono nell’eutanasia della libertà), in verità, essa sta incondizionatamente dalla parte della comunità servile, orgogliosamente partigiane della techné dei medaglioni.

Michael Krüger

Michael Krüger

La poesia di Krüger ha questo di vero, che si occupa dell’amministrazione degli «scarti» come un amministratore di condominio si occupa dei rapporti millesimali tra i condomini. Il poeta come amministratore del condominio dei propri «scarti», di tutto ciò che è scaduto da tempo ed è perciò inutilizzabile (inutilizzabile innanzitutto per i lettori della borghesia illuminata). Una poesia che cerca se stessa nella discarica indifferenziata dei rifiuti è una «cosa» talmente ostica e inafferrabile da determinare un rifiuto istintivo, lo capisco…  così, la migliore poesia per la Germania è quella che descrive la perdita dei «foglietti»; analogamente, la migliore poesia per descrivere l’«inverno» è quella che «narra» il fatto che il proprietario dell’agenzia di viaggi «ha preso la cassa e ha tagliato la corda», e che «la nettezza urbana» dichiara di non avere problemi, etc. E come vanno le cose con il «quotidiano»? Beh, i rapporti che il poeta tedesco tiene con questa inafferrabile entità sono rapporti del tutto fortuiti, spastici e apotropaici: «In casa tengo la porta solo accostata», per favorire l’entrata della persona che si aspetta, perché «potrebbe darsi che tu venissi. Posso aspettare./ Posso aspettare…». Ed ecco che la poesia si compone più che di esperienze vissute, di esperienze mancate; è la «mancanza» di esperienze significative quella che fornisce il paradigma e il pentagramma iconico entro i quali far svolgere gli avvenimenti del «poetico».

Michael Krüger

Michael Krüger

Se prendiamo atto del retroterra da cui muove questa poesia, allora apparirà chiaro che la forza espressiva dei componimenti di Krüger deriva proprio dalla consapevolezza che l’autore ha del demanio di rottami e di scarti entro il quale la poesia deve provare a rovistare e saccheggiare: le esperienze significative saranno, appunto, quelle che abitano stabilmente il demanio dei rifiuti indifferenziati delle esperienze attingibili dalla generalità, ovvero, attingibili soltanto nella loro manifestazione fenomenica di indirezionalità.

Da quanto precede risulterà chiaro che la poesia di Krüger intende porsi come una zona refrattaria alle tendenze apologetiche del minimalismo europeo proprie del tardo Moderno, che personificano l’esigenza di razionalizzazione del «reale» (che è affetto da quella sorta di dimagrimento permanente che sono le esperienze de-realizzate di cui esso è costituito). «È tutto tranquillo. Non è successo niente», scrive Krüger. Siamo già dentro la dimensione della superficie superficiaria, della direzionalità indifferenziata, della stagnazione permanente.

Michael Krüger 4È chiaro che il non-stile del tardo Moderno sia anche uno stile, anzi, lo stile par excellence del tardo Moderno: lo stile del beota, lo stile omiletico. Forse nessuno come Montale ha compreso così a fondo le questioni legate allo stile da «ectoplasma» nell’epoca della pinguedine dello stile che caratterizzava gli anni Settanta; ma oggi, in pieno tardo Moderno (che più tardo non si può), lo stile omiletico trova il suo corrispettivo sintagmatico nello stile ironico colloquiale che prende in prestito dalla oralità del telefilm e del cabaret la pinguedine della propria irresponsabilità estetica.

Da questi pochi cenni apparirà chiaro come Krüger sia uno tra i pochi poeti europei contemporanei che scrive una poesia di responsabilità estetica, che ha il coraggio di addossarsi tutta la responsabilità derivanti dallo statuto del proprio atto linguistico. Di qui il mio augurio di leggerlo e meditarlo.

 Michael Krüger

Michael Krüger

 

 

Come vanno le cose

È tutto tranquillo. Non è successo niente.
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque d’interrompere gli altri.
Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso,
la ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
È uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
drammatizzazioni della sua indifferenza.
È tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si sono fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio,
si è mutato in invidia. Non vi eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni dei passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole su cosa si è infranta la storia.
Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.

Michael Krüger

Michael Krüger

 

 

 

 

 

 
So già cosa mi aspetta, oltre alla pioggia,
novembre. Il futuro non conosce
nessuna nicchia, anche le domeniche occupa
fino a tutto settembre. Bisogna essere
bambini, per gioire del prossimo aprile,
e maggio, anche se misurato, è pieno
di false attese. E giugno?
Imbrattato di scrupoli,
le circostanze inevitabili della vita.
Ad ore mi si consuma
il tempo, anche ad agosto. Se resto
in vita ci vedremo a dicembre,
non dimenticarti quello che volevi
chiedermi. C’è ancora un giorno libero,
poco prima la fine dell’anno.
Per sempre resterà il desiderio
di non volere sapere quando
ci raggiungerà la disgrazia, che non
è segnata sul calendario.

Michael Krüger nel 1974

Michael Krüger nel 1974

Michael Krüger 10

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel cortile, presso i bidoni della spazzatura, nell’angolo oscuro,
dove gli ubriachi del bar “Miracolo” vomitano
quando le parole nella giungla
dei loro ruvidi trionfi, hanno massacrata uno a calci,
alle quattro del mattino, lo potevo sentire. E ho visto
come la sua testa rimbalzava sull’asfalto bagnato
e come le sue gambe dondolavano al ritmo
dei calci. L’importante è non sporcarsi le mani.
Lui giaceva là. appallottolato e gettato via
come molte altre cose che ci danno fastidio,
il pugno come duro cuscino sotto la testa.
Quando mi avvicinai alla finestra, la luce alle spalle,
e alzai la mano, la cui ombra stranamente lunga
si proiettò tremolante sulla vittima, gli aguzzini
guardarono in su: se voglio continuare a vivere qui
in zona di guerra, dovrò cambiare nome.
Capita spesso ora da queste parti,
dice il poliziotto, che piegato sulle ginocchia traccia un cerchio
col gesso attorno all’uomo ancora vivo, scatta una foto, poi
lo gira a fatica sulla schiena, in modo che la sua testa
guardi verso l’alba, la lotta dei vivi
si fa più dura. Vogliono la guerra. La inscenano
per essere pronti in caso di emergenza.
Così come nel corpo del potere cresce l’impotenza
e nel linguaggio dell’ordine un altro linguaggio,
che si rifiuta di formare le frasi giuste
che ognuno capisce, così cresce dietro il muro
della pace una piccola guerra. E’ un fatto,
è così com’è, e adesso se ne torni su a letto,
e se suonano, non apra
la porta. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia tedesca

PAUL CELAN (1920-1970) POESIE SCELTE traduzioni di Giuseppe Bevilacqua, a cura di Giorgio Linguaglossa

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Paul Celan

Paul Celan (Cernăuţi, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), poeta rumeno ebreo, di madrelingua tedesca, è nato nel capoluogo della Bucovina settentrionale, oggi parte dell’Ucraina, figlio unico di Leo Antschel-Teitler (1890-1942) e di Fritzi Schrager (1895-1942). Sin dall’infanzia, trascorsa quasi interamente a Cernauti (oggi Czernowitz), caratterizzata dall’educazione rigida e repressiva del padre, apprende la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca in particolare grazie alla madre. I primi scrittori ai quali si appassiona sono Goethe, Rilke, Rimbaud; coltiva un certo interesse per i classici dell’anarchismo, quali Gustav Landauer e Koprotkin, che preferisce decisamente alla lettura di Marx. Nel 1938, conseguita la maturità, decide di iscriversi alla facoltà di Medicina a Tours, in Francia. Il treno sul quale viaggia sosta a Berlino proprio durante la Notte dei cristalli. È in questo periodo che Paul inizia a scrivere le prime poesie (poi confluite nell’antologia postuma “Scritti romeni”), intensificando la lettura di Kafka, Shakespeare e Nietzsche. Tornato in patria, a causa dell’annessione della Bucovina settentrionale all’URSS, non può più ripartirne; si iscrive perciò alla facoltà di romanistica della locale università. Poco più tardi, nel 1942, in seguito all’occupazione tedesca della Bucovina, Celan vive direttamente le deportazioni che condussero gli ebrei di tutta Europa all’Olocausto.

paul celan ingeborg bachmann Il giovane Antschel (Celan, il suo nome d’arte è l’anagramma del suo vero cognome in ortografica rumena Ancel, ideato solo nel 1947) riesce a sfuggire alla deportazione ma viene spedito in diversi campi di lavoro in Romania; perderà però definitivamente i genitori, catturati dai nazisti: il padre muore di tifo e la madre viene fucilata nel campo di concentramento di Michajlovka, in Ucraina. Nel 1944, dopo aver lavorato perfino come assistente in una clinica psichiatrica, pur di sfuggire alle deportazioni, con la conquista da parte delle truppe sovietiche, torna a Czernowitz per completare gli studi nella facoltà di anglistica; nel 1945, dopo aver donato tutte le sue prime poesie a Ruth Lackner, attrice e suo primo amore, lascia la città natale annessa all’URSS, e si trasferisce in Romania a Bucarest, dove lavora come traduttore e conosce alcuni importanti poeti romeni, fra cui Petre Solomon; è di questo periodo la pubblicazione della prima versione di Todesfuge. È però costretto a fuggire nuovamente, attraverso l’Europa, a causa delle persecuzioni del regime comunista; raggiunge prima Vienna, dove pubblica la sua prima silloge ufficiale, “La sabbia delle urne”, e un breve saggio di movente psicoanalitico, “Edgar Jenè e il sogno dei sogni”, poi trova ospitalità in Francia, a Parigi, dove si iscrive all’École normale supérieure. Nel 1950 pubblica una raccolta di aforismi, intitolata “Controluce”. Si sposa nel 1952 con la pittrice Gisele de Lestrange e pubblica il suo scritto più famoso, Mohn und Gedächtnis, contenente la celeberrima poesia Todesfuge, cioè “fuga (termine musicale) della morte” ma anche molte poesie di ispirazione più romantica. Si appassiona in questi anni alla lettura di Heidegger, che segnerà profondamente il suo percorso poetico; ha anche frequenti contatti con René Char e, poco dopo, con la poetessa Nelly Sachs.

paul-celan Nel 1953, ormai inseritosi nel tessuto culturale francese, subisce gravissime accuse di plagio da parte della vedova del poeta Yvan Goll; Celan riuscirà a scagionarsi, ma questa vicenda minerà profondamente le sue condizioni psichiche, già provate dagli avvenimenti dell’infanzia e del periodo bellico.
Sempre più frequenti divengono in quegli anni i contatti con gli ambienti culturali tedeschi, con il Gruppo 47 (anche in seguito a una breve relazione, risalente al 1948, con la poetessa Ingeborg Bachmann) e altri poeti e scrittori. Occasione di questi incontri sono diverse letture pubbliche di poesie (peraltro inizialmente accolte con una certa freddezza dagli esponenti del gruppo 47) e, in particolare, alcuni premi, fra i quali quello della città di Brema, nel 1958, in occasione della cui consegna Celan descrive la sua poesia come “un messaggio in bottiglia”.
In particolare dalla metà degli anni cinquanta si dedica, anche al fine di mantenersi economicamente, a una intensa attività di traduttore da varie lingue: traduce Emil Cioran, Ungaretti, Paul Valéry e altri. I contatti con la Germania, dopo il premio dell’associazione industriali (1956) e quello di Brema, divengono sempre più frequenti. Nel 1959 diviene lettore di lingua tedesca all’ENS, attività che proseguirà fino alla sua morte. Un progettato incontro con il filosofo Adorno non riesce; conosce invece il critico letterario Peter Szondi, che gli dedicherà significativi scritti.

paul celan bachmann

Paul Celan

 Nel 1960, in occasione della consegna del premio Georg Büchner, pronuncia un importante discorso sul valore della poesia, dal titolo Der Meridian. Nel 1962 subisce il primo ricovero in clinica psichiatrica, derivante da un pesante sentimento di angoscia; gli sono vicini, in questo periodo, il poeta Yves Bonnefoy e lo scrittore Edmond Jabes. Proprio in questo periodo, fra i frequenti ricoveri in clinica, concepisce le sue massime opere poetiche, la prima, ispirata all’epitaffio di Rilke, “La rosa di nessuno”, e la breve silloge “Cristallo di respiro”, illustrata dalla moglie ed esposta in edizione di lusso al Goethe Institut di Parigi, nel 1965. Nel 1967, in seguito a un progressivo peggioramento delle sue condizioni psichiche, si separa dalla moglie, dalla quale aveva avuto due figli, Francois nel 1953 (morto dopo pochi giorni di vita) ed Eric nel 1955. Sempre nel 1967, dopo aver tenuto pubblica lettura delle sue poesie a Friburgo, incontra nella baita di Todtnauberg il filosofo tedesco Heidegger, cui chiederà, senza successo, un ripensamento sulla sua silenziosa complicità col nazismo.

cancianiDapprima vicino al movimento studentesco del 1968, se ne allontana temendone la svolta violenta e ideologica; nel 1969 finalmente riesce a compiere il suo primo viaggio in Israele; svolge inoltre alcune letture pubbliche, fra le quali ancora una a Friburgo, presso Heidegger, che il poeta rimprovera aspramente per la disattenzione con cui lo ascolta.
Nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970 si toglie la vita gettandosi nella Senna dal ponte Mirabeau, prossimo alla sua ultima dimora di avenue Zola. Il suo corpo sarà ritrovato i primi di maggio, a pochi chilometri dal ponte. Gli eventi successivi a quella notte, che rientrano a giusto titolo in una biografia, sono scanditi dalla pubblicazione delle sue ultime raccolte di poesie: Lichtzwang che uscirà nel mese di giugno del 1970, già da tempo consegnata all’editore, Schneepart, composta nel 1968 e licenziata nel 1971, infine Zeitgehöft, che comparirà, davvero postuma nel 1976, ricomposta ed intitolata sulla scorta di una cartella ritrovata in avenue Zola, ma non ordinata dall’autore.

campo di concentramento 2.

Todesfuge, ovvero “Fuga di morte” rappresenta la più famosa poesia dell’autore: è un acutissimo grido di dolore: la realtà del campo di concentramento, la condizione dei prigionieri, la banale crudeltà dei carcerieri nazisti. Il titolo, originariamente TodesTango, coniuga la morte con il ritmo musicale proprio della Fuga, che Celan si propone di riprodurre nell’andamento dei suoi versi; in esso è da vedersi anche un richiamo diretto all’imposizione umiliante, inflitta dai nazisti agli ebrei prigionieri dei campi, di suonare e cantare durante le marce e le torture.

Celan scrisse questa poesia pochissimi anni dopo la fine della guerra, tratteggiando quindi una descrizione a caldo dell’evento; Todesfuge divenne quindi l’emblema poetico della riflessione critica intorno all’Olocausto, soprattutto essendo stata scritta da un ebreo, che aveva conosciuto la realtà dei lager, e tuttavia in lingua tedesca – la lingua materna di Celan. Celan stesso non mancò di dare lettura pubblica della sua poesia, in Germania, e di concederne l’inserimento in alcune antologie; successivamente però si rammaricò dell’eccessiva notorietà di questo testo, la cui diffusione poteva costituire anche un modo troppo facile da parte dei tedeschi, a suo avviso, di liberarsi del senso di colpa per i crimini nazisti. In questo quadro va ricordato anche il celebre verdetto di Adorno, secondo il quale non è più possibile scrivere poesie, dopo Auschwitz: in questo senso Todesfuge, e tutta l’opera poetica di Celan, costituisce una vera e propria resistenza a questa condanna, un tentativo disperato e tuttavia lucidissimo di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio.

campo di concentramento 3.

La poesia contrappone due donne: Sulamith, ebrea prigioniera del campo, e Margarete, amante ariana dell’ufficiale della Gestapo. La lirica si apre con un ossimoro dal significato tanto innaturale quanto sconvolgente: schwarze Milch, “latte nero” simboleggia l’esperienza atroce della privazione del cibo e di tutto ciò che è necessario per vivere; inoltre l’ossimoro ritorna spesso all’interno del testo, così come gli avverbi di tempo ed alcuni verbi, mettendo in questo modo l’accento sulla monotonia che tristemente accompagnava i lavoratori dei campi di concentramento. Ed è ancora un vortice di parole che si ripetono ad inquadrare l’attenzione del lettore sulle fosse che vengono scavate, in terra e nelle nuvole, pronte ad ospitare i resti degli ebrei, controllati a vista dagli occhi blu degli uomini che “giocano con i serpenti” e che “scrivono ai capelli d’oro”, palese riferimento alla razza ariana predicata da Hitler.
campo-di-concentramento 1Nel corso del testo vi sono alcuni riferimenti biblici, di cui Celan era un esperto, ma soprattutto ritorna una frase che verrà in futuro ripresa e riutilizzata in altri contesti, fino a diventare un vero e proprio slogan dell’antifascismo in Germania: der Tod ist ein Meister aus Deutschland, cioè “la morte è un maestro (che viene) dalla Germania”.

La lirica si chiude, infine, con un ultimo ritorno, e poi si interrompe, quasi a simboleggiare la mancanza di parole per descrivere ulteriore dolore, solo un ultimo richiamo a Margarete dalla chioma dorata, e a Sulamith dalla chioma… in cenere.

I tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith.

campo di concentramento.

Fuga di morte
da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

 

Todesfuge

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne
er pfeift seine Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar
Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften
da liegt man nicht eng

Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen

Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister
aus Deutschland
dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith

 

Paul-Celan

Paul-Celan

Con alterna chiave

da “Di soglia in soglia” (“Von Schwelle zu schwelle”)

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del vento che via ti spinge
s’aggruma attorno alla parola la neve.

 

Mit wechselndem Schlüssel

Mit wechselndem Schlüssel
schließt du das Haus auf, darin
der Schnee des Verschwiegenen treibt.
Je nach dem Blut, das dir quillt
aus Aug oder Mund oder Ohr,
wechselt dein Schlüssel.

Wechselt dein Schlüssel, wechselt das Wort,
das treiben darf mit den Flocken.
Je nach dem Wind, der dich fortstößt,
ballt um das Wort sich der Schnee.

cassandra_1.

Nei fiumi a nord del futuro

da “Virata di respiro” (“Atemwende”)

 

Nei fiumi a nord del futuro
getto la rete che tu,
esitante, carichi
di ombre scritte
da pietre

 

In den flussen nördlich der Zukunft

In den flussen nördlich der Zukunft
werf ich das Netz aus, das du
zögernd beschwerst
mit von Steinen geschriebenen
Schatte.

 

Celan Paul

Paul Celan

Da Brancusi, in due

da “Fotocostrizione” (“Lichtzwang”)

Se di queste pietre una
lasciasse trapelare
ciò che la nasconde:
qui, accanto,
dalla gruccia di questo vecchio,
si schiuderebbe, come ferita
in cui ti dovresti tuffare,
solitario,
lontano dal mio grido, già
sbozzato anch’esso, bianco.

Bei Brancusi, zu zweit

Wenn dieser Steine einer
verlauten ließe,
was ihn verschweight:
hier, nahebei,
am Humpelstock dieses Alten,
tät et sich auf, als Wunde,
in die du zu tauchen hättst,
einsam,
fern meinem Schrei, dem schon mit-
behauenen, weißen.
magritte-1Mandorla

Nella mandorla – cosa sta nella mandorla?
Il nulla.
Nella mandorla sta il nulla.
Lì sta e sta.

Nel nulla – chi sta? Il re.
Lì sta il re, il re.
Lì sta e sta.

Ricciolo ebreo, non diventare grigio.

E il tuo occhio – per dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta davanti al nulla.
Sta verso il re.
Così sta e sta.

Ricciolo d’uomo, non diventare grigio.
Mandola vuota, blu regale.

Mandorla

In der Mandel – was steht in der Mandel?
Das Nichts.
Es steht das Nichts in der Mandel.
Da steht es und steht.

Im Nichts – wer steht da? Der König.
Da steht der König, der König.
Da steht er und steht.
Judenlocke, wirst nicht grau.

Und dein Aug – wohin steht dein Auge?

Dein Aug steht der Mandel entgegen.
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
Es steht zum König.
So steht es und steht.
Menschenlocke, wirst nicht grau.
Leere Mandel, königsblau.

 

germaniae_antiquae_libri_tres_plate_18_clc3bcver[1]Corona

da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

È tempo.

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde,
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten;
wir sehen uns an, I
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.
Es ist Zeit.

 

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UNA POESIA DI GOTTFRIED BENN (1886-1956) “La bocca di una ragazza” – Commento di Walter Siti  

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L Edwin Kirchner autoritratto

L Edwin Kirchner autoritratto

da la Repubblica del 13 aprile 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Schőne Jugend
Der Mund eines Mädchens, das lange im Schilf gelegen hatte,
sah so angeknabbert aus.
Als man die Brust aufbrach, war die Speiserő hre so lő cherig.
Schließlich in einer Laube unter dem Zwerchfell
fand man ein Nest von jungen Ratten.
Ein kleines Schwesterchen lag tot.
Die andern lebten von Leber und Niere,
tranken das kalte Blut und hatten
hier eine schő ne Jugend verlebt.
Und schő n und schnell kam auch ihr Tod:
man warf sie allesamt ins Wasser.
Ach, wie die kleinen Schnauzen quietschten !

1912

 

Bella gioventù

 

La bocca di una ragazza, che era rimasta a lungo nel canneto,
appariva tutta rosicchiata.
Quando le venne aperto il petto, l’esofago era crivellato di buchi.
Si trovò infine in una pergola sotto il diaframma
un nido di giovani topi.
Una piccola sorellina era morta.
Gli altri vivevano di fegato e reni
bevevano il freddo sangue ed era
quella passata qui una bella gioventù.
E bella e rapida venne anche la loro morte:
furono gettati tutti insieme nell’acqua.
Ah, quei musini come squittivano !

(traduzione di Ferruccio Masini)

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La descrizione è di una crudezza quasi insopportabile: la bocca rosicchiata della ragazza stesa sul tavolo dell’obitorio, il petto squarciato e l’esofago fitto di lacerazioni. Poi, fonte di massima provocazione, cuore terroristico del testo, la nidiata di topi scoperta sotto il diaframma. Ribrezzo e sorpresa, anche se quel “rosicchiata” poteva servire da indizio. I topolini si nutrono di fegato e reni, e bevono il sangue che si è fissato nelle ipostasi del cadavere. Contrariamente a quel che si può pensare, la coagulazione del sangue è un processo attivo e quindi nei morti il sangue resta liquido; la descrizione è tecnica, fatta da qualcuno che se ne intende. Una femmina della nidiata è già morta. Il gioco tra morto e vivo è la struttura portante della poesia: c’è un corpo morto, quello della ragazza, che si fa contenitore di vita  –  i topolini trascorrono, in quel ricovero accogliente, una bella gioventù. In un testo così terribilmente letterale l’unica metafora forte (la “pergola” per indicare l’aggetto del diaframma che fa da riparo) suggerisce il rigoglio naturale del fogliame. Ma la morte, incarnata nella sorellina, giace accanto alla vita; e la bella gioventù finisce con una bella morte  –  il “shon und schnell” (coppia allitterante) tuffo nell’acqua; la ragazza nel canneto c’era rimasta a lungo, i topolini muoiono subito. Se per sottrarci all’orrore c’eravamo rifugiati nell’ottica dei topi, incuranti di ciò che li nutre e innocenti di ogni beffarda proiezione umana, è proprio da quell’innocuo punto di vista che arriva l’ultima stilettata: noi stessi siamo quei poveri musini squittenti, condannati a morte mentre escono da un cadavere.

Gottfried Benn 1918

Gottfried Benn 1918

Sono loro che vengono puniti per la profanazione, o è l’autore che si punisce (sadomasochisticamente) per la propria sarcastica crudeltà ? Quando Benn scrisse questa poesia aveva ventisei anni, e non era stato un poeta precoce; le poesie di Morgue (parola francese che indica l’obitorio) sono praticamente le sue prime. “Si avventarono tutte nello stesso momento”, così Benn in una pagina autobiografica, “prima di esse non esisteva nulla… alla fine restai vuoto, affamato, barcollante e me ne uscii in silenzio dal grande sfacelo”. A quel tempo era ufficiale medico a Berlin-Spandau; l’esperienza della dissezione anatomica diventa l’ordigno che fa esplodere una visione del mondo. Queste poesie sono uno sfogo, una liberazione dallo shock. Il “man” impersonale (“le si aprì il petto…si trovò”) racchiude un “ich”: in un’altra poesia della raccolta parla di un autista di birreria a cui qualcuno (forse per scherno) ha messo in bocca un fiorellino  –  “io”, scrive Benn, “devo averlo urtato asportando palato e lingua” e “io, ricucendo, glielo sistemai nell’addome”. Anche lì la vita, fragile, a contrasto col ripugnante ingombro del cadavere. E lo sberleffo, la stridula allegria.

gottfried benn

gottfried benn

Gottfried Benn nel suo studio

Gottfried Benn nel suo studio

Siamo agli inizi dell’espressionismo tedesco, di quella cattiveria splatter che intende smascherare l’ipocrita barbarie borghese e il putrido opportunismo socialdemocratico; esasperando la freddezza chirurgica dei veristi (in fondo pietosa e solidale), Benn arriva a un nichilismo che riduce l’uomo alla propria carne: “la corona della creazione, il maiale, l’uomo”. Da bravo figlio ribelle di un pastore protestante, i suoi cadaveri tagliati scientificamente sono una mostruosa e irridente palinodia della resurrezione dei corpi. Della ragazza, nel nostro testo, si mettono in evidenza la bocca e il petto, cioè i luoghi canonici dell’erotismo; il tavolo dell’obitorio come alcova e altare, da cui si origina la vita. Per una di quelle scelte che illuminano un destino, Benn deciderà di lavorare, per trent’anni, come specialista in malattie veneree; costretto a visitare ogni giorno “Dio rovesciato sui genitali come un copriformaggio”. Faccio fatica a considerare questa un’atroce poesia realistica: mi pare piuttosto un atto di misticismo rovesciato, una meditazione sui novissimi (cioè sulle realtà ultime della religione su cui affaticarsi laicamente). Un nero mistero con sacrificio finale. Non c’è regolarità metrica e l’unica rima (Ratten  –  hatten) è casuale; i tagli metrici sono determinati dall’oltranza stessa della visione, come se fosse necessario riprendere fiato dopo ogni sequenza. Continua a leggere

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POESIE SCELTE DI KARL KRAUS  da “Worte in Versen” (Parole in versi, 1916-1930) traduzione di Katerina Zoufalova e Alberto Di Paola (psed. Antonio Sagredo)

 

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(trad. di Kateřina Zoufalová e di  Alberto Di Paola (pseud. Antonio Sagredo) – 1989)

 Karl Kraus nasce a Jicin [Boemia] nel 1874 e muore a Vienna nel 1936 da una agiata famiglia ebrea. Fu a Vienna dal 1877 svolgendo una intensa attività giornalistica. Nel 1899 fondò «Die Fackel» (La Fiaccola) che fu subito popolarissimo e a cui nei primi anni collaborarono tra i tanti Wedekind, Liliencron, Altenberg, Strindberg. Dal 1912 ne fu direttore unico. Famose le sue letture pubbliche durante le quali presentava scritti suoi e di altri. Kraus divenne coscienza e giudice del suo tempo, temuto odiato e venerato.

Stabilitosi in Svizzera nell’estate del 1915, iniziò qui il suo sterminato dramma satirico-apocalittico contro la guerra, Gli ultimi giorni dell’umanità (Die letzen Tage der Menschheit, 1922). Pubblicò anche nove quaderni di liriche Parole in versi (Worte in Versen, 1916-1930). Alla fine della guerra aderì alla socialdemocrazia. Memorabili le sue battaglie contro il giornalismo corrotto e la repressione poliziesca dei movimenti operai, riflesse nella commedia Gli invincibili (Die Unüberwindlichen, 1928); la polemica contro il giornalismo condannato come prosti tuzione dello spirito dell’affarismo si trova in Tramonto del mondo per magie nere (Untergang del Welt durch schwarze Magie, 1922). Ha scritto volumi di aforismi, e scritti sul linguaggio (Letteratura e menzogna , Literatur und Lüge, 1929; La lingua , Die Sprache, 1937). La sua tendenza è verso il satirico, con una raffinata tecnica della citazione e una scrittura rapida e incisiva, incline al paradosso.

Per il centoquarantesimo anno dalla nascita di Karl Kraus pubblichiamo in anteprima in traduzione italiana sue poesie tratte da Worte in Versen .

 sidonie nadherny

sidonie nadherny

 

 

Il prato nel parco*

Come tutto mi diviene senza tempo. E là dietro indugio
sbalordito e nel disegno del prato sto fermo,

come il cigno nello specchio verde.
E questa era la mia terra.

Quante campanule! Ascolta e guarda!
Lui, l’ammiraglio, sta su questa pietra
da molto tempo. Deve essere domenica
e tutto risuona d’azzurro.

Non voglio continuare. Fermati, piede vanitoso!
Finisci la tua corsa davanti a questo miracolo.
Un morto giorno si sveglia.
E tutto resta così antico.

16 novembre 1915

 

Viaggio nella valle Fextal

Quando il tuo sole illuminò la mia neve
era domenica nell’azzurra Engandina.

Ardeva l’inverno e il gelo era cocente,
spruzzavano senza fine le scintille dal ghiaccio.

Tutto il presente irrompeva scricchiando,
danzava la luce con la musica della slitta in corsa.

Andavamo da qualche parte nel passato,
al di là d’ogni stagione.

Ogni cosa che iniziò sgarbatamente, ci attraversava sereno,
un giorno d’argento ringraziava il raggio dorato.

In un regno sommerso conduce l’incanto.
Come morbida prepara la vita il sogno infantile!

Colma di antichi giochi è la bianca valle;
i monti raccogliamo come cristalli di rocca.

Nessun abisso divide oggi gli elementi?
Un fiume di fuoco lega la terra e l’aria.

Viviamo diversamente. Se continua così
è come essere in un altro pianeta!

Svanisce ondeggiando ogni spazio nella luce.
Così il sogno scivola lieve verso la morte.

Il tempo non recinta nella riserva alcun dolore per noi.
Se i capelli sbiancano, ci sarà buona neve.

L’inverno ci riscalda. La vita è un giorno,
che il vento di Silvaplana ama chetare.

Nessuna meta, è soltanto un riposo che si donava felicità,
se una volta la slitta s’arresta davanti a una tomba.

29 gennaio 1916

Brutto SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

Per l’onomastico

Dimmi, non ha il tuo nome, ogni giorno
che vivi, nella mia vita?
Non ringrazia la mia semina il tuo buon seme,
se oggi, se domani, cercherai di raggiungermi?
Ancora sento come tu sollevi
nel senza-nome, nel senza-giorno, il paralitico,
Iddio crede in te. Così dico amen!

25 giugno 1916

All’ascoltatrice

Che nessuno disturbi la mia ultima gioia!
La gioia, leggere a lei? No.
Ma lei vuole essere più grande, dell’ ascoltare me.
Ho solo per me una gioia:
guardarla, come mi sente leggere!
29 ottobre 1917

Quando cade una stella

Qualsiasi cosa che io abbia mai detto nelle altezze,
mi rigetta indietro?
Oggi s’è frantumata una stella
e resta un pezzo di terra.

Ogni cosa che si sottrasse allora
nella mia notte dalla sfera del cielo
e si decise in un istante per un viaggio
in un paese troppo terrestre –

ah, splende in una direzione,
che mi disturbò profondamente il cuore.
E la mia poesia
non mi appartenne, non mi ha ascoltato.

Dolori, come al di là di tutte le frontiere
strappai la natura all’universo!
Quale ingannevole splendore!
Ahimè, accompagna questa caduta.

Quale rivolta sotto le stelle,
lacera l’eternità!
Tutte le altezze, tutte le lontananze,
tutti i cuori sono abbandonati.

E si lamentano per l’ora,
dove con limpida furia
trasfigurato dal cerchio adesso
s’affretta un ospite amato da Dio.

Memore del grande passato,
pieno di luce, cosciente del valore
piangiamo la perdita imperscrutabile
delle sorelle smarrite.

E noi miriamo delle loro strade
ancora l’ultima traccia luminosa.
Che addio! Che rimprovero
alla mortale natura!

Quale caduta nella barbarie,
così le mostra il ritorno a casa!
Una volta generò una creazione ariosa
per la sua voglia di formare lo spirito.

Imbrunisce. L’occhio non vede più
la splendente meteora.
E verso il non folle sentire
guardo io nella notte, lassù.
9 aprile 1920

*Per Karl Kraus il Parco di Janovitz, separato dal mondo da «un muro dove si posa il cielo», era il paradiso, Vienna l’inferno. Là, nella splendida proprietà dei baroni Nádherný von Borutin, non lontana da Praga, tra lillà in fiore, faggi, abeti, piccoli corsi d’ acqua che sfociano in uno stagno solcato da cigni, tutto era perfetto, incorrotto, tutto era poesia e magia, mentre nella capitale dell’ Impero austro-ungarico dilagavano irrimediabilmente corruzione, stupidità, pregiudizi, ipocrisia, doppia morale. Così, tra due poli estremi, all’inferno e in paradiso, «l’irato mago, il bianco pontefice della verità dalla voce di cristallo», autore dei più celebri e graffianti aforismi del Novecento, visse la sua esistenza fatta di battaglie in nome della giustizia, di odio feroce contro il governo e la stampa, di incessante guerra alla guerra. Ma anche di amore, di un’ unica, grande passione, sofferta e senza limiti, per Sidonie, la bella e sensibile castellana di Janovitz. Una storia d’ amore d’ altri tempi, venuta alla luce solo negli anni Settanta del Novecento, che rivela, come scrisse Elias Canetti, un «nuovo Kraus», tenero, appassionato, implorante. Iniziò con il classico colpo di fulmine per entrambi, fu avversata dal fratello della giovane baronessa, Karl, che le faceva da tutore, da pregiudizi di classe e anche razzisti, da malevole insinuazioni. Fu costellata di colpi di scena come il matrimonio di Sidonie con il conte Guicciardini di Firenze, andato a monte all’ ultimo momento, nel maggio del 1915, per l’ entrata in guerra dell’ Italia, e quello da operetta con il fatuo cugino Max Thun, che non durò nemmeno sei mesi. In pubblico Karl e “Sidi” si davano del lei, nessuno doveva sapere dei loro incontri clandestini, delle loro romantiche passeggiate notturne per il parco, delle loro fughe improvvise in automobile in Svizzera e nelle Dolomiti. Si conobbero a Vienna l’ 8 settembre del 1913 al Café Imperial e fu proprio Max Thun a presentarli. Kraus allora, a trentanove anni, con la sua rivista Die Fackel, era diventato lo scrittore austriaco più popolare e più temuto del suo tempo; lei, a ventotto, aveva una discreta cultura, era sportiva, collezionava viaggi per il mondo e teneva un diario in cui registrava i suoi incontri. In quella prima, memorabile serata andarono al Prater in carrozza, sotto le stelle. «Lui riconosce la mia natura», annotò subito lei commossa e più tardi ammise che «Kraus le era entrato nel sangue». Nel novembre dello stesso anno lo invitò a Janovitz e lui ne rimase incantato, passarono insieme il Natale e il fine anno; la notte, quando il fratello di Sidi e la servitù dormivano, lui scivolava di nascosto nella sua stanza da letto, poi passeggiava con lei nel buio sul grande prato che cantò in una sua celebre lirica ( Wiese im Park ). Da allora il Parco di Janovitz divenne parte integrante di un grande amore a cui solo la morte pose fine, fu lo scenario da favola di una storia drammatica a cui la guerra fece da contrappunto, come attestano le oltre mille lettere che lo scrittore inviò a Sidonie Nádherný per ventitré anni (furono pubblicate in Germania nel 1974).

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