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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte IV) Sabino Caronia, Gabriella Sica,Paolo Polvani, Lidia Are Caverni, Marzia Spinelli, Cristina Sparagana, Stelvio Di Spigno

Albrecht Durer ex-libris 1516

Albrecht Durer ex-libris 1516

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

 

sabino caronia

 

 

 

 

 

 

Sabino Caronia

Adieu

Altera ti ricordo, altera e bella
passare, così passano le stelle.
Sì, ti ricordo, lo ricordo ancora
quel tuo strano, dolcissimo sorriso.

Ma a che serve un ricordo, a cosa giova
la lontana memoria di un sorriso?
Anche i ricordi non sono che mani
che non si toccano, e ogni cosa muore.

 

a Luca Canali

E se pure di noi resta qualcosa,
oltre un nome ed un’ombra senza peso,
tu Catullo, dottissimo poeta,
d’edera cinto il giovinetto crine,
nella valle d’Eliso sorridente
vienigli incontro e tendigli la mano.

 

Gabriella Sica

Gabriella Sica

gabriella sica Le lacrime delle cose

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gabriella Sica

2
Non altro che il tuo lento sparire
alla mia mente, polvere d’amore
al volgere pacificato delle stagioni
come verso l’Ade scivola il tempo
e al prato degli asfodeli quieti
al soffrire dei morti per la morte.

3
Separarsi è l’aprirsi di una crepa
nel terribile sentiero dei morti
è lo spirito che sporca i bei giorni
e rompe come ascia il cielo vasto
è spiluccare i dolci chicchi rubini
dischiusi nel lungo solco nero.

aprile 2004

Da Le lacrime delle cose (2009)

 

Paolo Polvani, 2013 Murge

Paolo Polvani, 2013 Murge

Patrizio Dimitri 3

 

 

 

 

 

Paolo Polvani

Assaggiare il vuoto

Accade che un giorno spalanchi la finestra e senza
consultare l’orizzonte, decidi
di assaggiare il vuoto, di sperimentare
le conseguenze delle leggi gravitazionali.

E io che cosa avrei dovuto più inventare, non basta
saper sorridere, ascoltare non è una condizione sufficiente.
Ci sono congiunture e adesso la cosa mi appare nella sua evidenza.

Spalancare la finestra e dire sì al vuoto, alla sua bocca aperta,
alla fame di te che manifesta. Erano già in riserva le lacrime
e il muro bianco d’ospedale esaurita ogni possibilità.

La bellezza non è un lasciapassare. Volevi essere accolta
hai scelto il vuoto di un cortile, lo spazio
bianco di un lenzuolo.

.

A Pino che se ne va

Così sei morto. Sul pavimento il cacciavite
aspetta le tue mani sporche di grasso e i colpi di tosse
del motore.

E’ nella stanza accanto, dice qualcuno.

Se fosse vero ci daresti un segno: una pinza
che cade, uno sportello che si chiude, una valvola
col minimo rotolio che l’accompagna.
Un colpo sulla scocca.

Ma tu sei morto e tutti ti voltano le spalle, anche i tuoi figli
non ti riconoscono, non riconoscono il tuo silenzio.

Tu continui a guardarli rigirando un sorriso
stranito tra le mani, impacciato
davanti a tanta incomprensione.

La vita ti ha condotto fin qui e adesso
non sta bene che continuiamo a parlarti

sei sceso senza domandare
sei sceso con la faccia buona
quasi chiedendo scusa

e non c’è niente da ridere
niente da ridere.

 

lidia are caverni l'anno del lupo

lidia are caverni

lidia are caverni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Are Caverni

Avresti voluto un bacile per detergere
mani dopo l’abbandono si era consumato
il sacrificio del sole la spada tratta che toglie
via la luce del giorno aprendosi alla sera
al fresco bagliore che confonde voli il lieto
sconfinare della finestra dove non penetri
ombra proveniente dai sogni dall’esalazione
incerta di notti chine per i miei respiri
lo snodarsi lento delle attese a dipanare
gli intrighi dei capelli meduse ormai relitte
sulle spiagge di mari dove i corpi si confondono
persi di ebbrezza.

*

Per non smarrire il pezzetto di cielo
vuoto ormai di voli andranno presto
altrove i rondoni nella continua ricerca
nel mirto ti confondi nascosto nell’ultimo
fiore il cuore si stringe che non vedi
gabbiano altero che cacci pulcini fra
le tegole del tetto come fossi aquila
roteante sulle cime che tutte attendono
a sovrastare il mare il guizzare lieto
dei pesci nei fondali trasparenti dove
le ghiaie si consumano per non tacere
le parole masticate a metà già colorate
d’ombra dove non mi trovi.

(inediti, da Brividi di tempo 2007)

 

 

Marzia Spinelli

Marzia Spinelli

marzia spinelli cop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzia Spinelli

Come addii

Non hanno fine le parole degli addii,
le vorremmo perfette come sembravano le cose.
Parlavano ai giorni,
sapendo quanto imperfetto l’avvenire.
Parlano ancora
sciupate in un via vai frenetico,
teso l’orecchio all’oblio. Continua a leggere

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte IV) Steven Grieco, Antonella Zagaroli, Paolo Polvani, Loris Maria Marchetti, Flavio Almerighi, Claudia Zironi, Luisa Gorlani, Giorgina Busca Gernetti

C. Escher colomba

C. Escher colomba

 cornelius escher

cornelius escher

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

foto di Steven Grieco

foto di Steven Grieco

 

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco

Il viaggiatore

Padre,
progenitore, al tuo
cospetto mi avvicinai
quando guardavo in un’isola* forse tua
le gravi alture ammantate di pino,
i dirupi bianco-tenebrosi che stramazzano
laggiù,
nel mare turchese.

Quanti fremiti allora si destarono
nel mio involucro vivente, mattone
su mattone, generazione su generazione,
muovendosi lamentosi e ripugnanti
creando risucchi, correnti di sangue,
riccioli sotto la superficie:
tutta la torma frenetica dell’Ade
che batte i pugni muti dentro il mio torace,
dentro ciò che chiamo “io”.

In antico, i padri dei padri ti avviarono
sulla strada che inizia il Tempo.
Misurandoti con la realtà esterna,
tu la percorresti fino in fondo.

E dopo il travagliato ritorno,
l’ordine in casa tua ristabilito,
la stirpe rinnovata,
cosa poteva rimanere, altro
che la discesa armoniosa, piena di doni,
in una canuta vecchiaia,
la discesa lieve, sfiorata d’angoscia,
nel vasto mare di ombre in attesa.

Preso da una forte commozione
avrei voluto dirti: rifiuta il lento affondare!
rifiuta il destino che fa della tua vita
un arco, da cui vola la freccia infallibile.
Ma tu, fin dall’inizio conoscevi quel bersaglio:
lo raggiungesti, non andasti oltre.
Fin dall’inizio, con i padri dei tuoi padri,
avevi concluso una pace silenziosa, solenne.

Indomito, iroso*, pieno d’estro:
ma rassegnato quando la vita si rivelò un bagliore
nel crepuscolo senza fine dell’esistenza.

Ecco il perché del lungo viaggio, il tuo ritorno,
l’ulivo della discendenza:
il perché del declino, sereno e giusto
nel segno degli antichi:
tutto ti tirava col suo peso di nostalgia
giù, verso una morte greca, arcaica.

Quella stessa morte che oggi ancora noi
viviamo, ma senza alcuna convinzione,
tracannando il bicchiere fino alla feccia,
giorno dopo giorno, generazione
su generazione.

Dopo quasi tre millenni
ne sappiamo molto meno di te:
con muri ciechi davanti agli occhi
sprofondiamo nell’antico sostrato
in cui vibra, più viva che mai,
la tua ombra che ci insegna a morire.

Ecco perché ripenso il tuo viaggio
intorno alla realtà, come raggiungesti
i punti illimitati del suo tondo.
Chiuso in quel globo smisurato,
roteando nella tragica prigione,

ti saluto, padre,
rendo omaggio a te,
capostipite nel Tempo.

* L’isola a cui penso nel 4° verso è Lefkàda (Leucade). L’etimologia del nome Odiesso è, secondo alcuni, “l’iroso”.

Antonella Zagaroli poetessa

Antonella Zagaroli

Nel viola nel giallo nel lilla
e nel mio sogno il bianco.
Silenzio
Non voglio né dormire, né sognare
Mi vesto di luce solo per parlare
A te che guidi e segni le entrate.

Il mio cammino è ora lento
Mentre sfoglio i resti dei miei abiti

Come gli antichi vapori dei treni
non voglio fuggire oltre il mio stesso avvenire.
E’ una strada contorta per riempirmi la vita
ma non sono succhiata né frantumata.
Ho un cerchio che induce al ritorno

E quando gli alberi muoveranno il vento
nel celeste, salirò nel mio bianco
Io,
diventata una soglia corrosa

Cercherò non più barriere ma l’angelo
mare dei miei tuffi notturni

Là un cieco rientra senza bussare,cerca una giostra nuova,
dentro il petto: “Perdono, ti perdono luce che ho perso!
vorrei dal mondo in corsa un piccolo faro
per splendere verde”.

(aprile 1997)

antonella zagaroli

antonella zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Libero concerto di violini e tamburi nel folto che nasconde e allontana

Mi avvicino con saltelli silenziosi
non voglio disturbare le falene sui vetri
nella locanda per vecchi viandanti e antichi pastori

danzano Strauss

fanciulle con lunghe trecce ritmano la loro gioia
sulla punta dei piedi

soltanto il campanello del richiamo rimane sordo;

(agosto 2003)

Grace Nichols 10

 SANYO DIGITAL CAMERAPaolo Polvani

Compagni di viaggio

Lungo la spiaggia di Ansedonia ci accompagnano,
allegre e un po’ insolenti, le orme di una piccola volpe.

Forse adesso ci scruta dalla macchia con lo sguardo fisso.
Forse stanotte annuserà le nostre orme,
così disordinate e tracotanti.

Quanti compagni di viaggio invisibili
sulla strada, quanti fratelli.
I disagi del viaggio
Erano in conto i disagi del viaggio,
le frenate improvvise, lo spaventoso fragore
delle gallerie, tutto quell’andare
di asfalti luccicanti, di castelli
fiammeggianti sul filo dell’orizzonte,
tante parole lanciate a sbriciolarsi
contro l’esuberanza dei tir. Ogni viaggio
è disseminato d’ insidie e i paesaggi
splendenti sono inghiottiti dalla notte.

Viaggiare è anche la scoperta delle nuvole,
la meraviglia di un volo radente
che abbaglia le pupille. E’ anche
un balbettio di coordinate, un ansimare
che condensa la pioggia, un’inesausta
sequenza di dimenticanze, un risvegliarsi
nel luogo esatto da cui eravamo partiti.

relatività cornelius escher

relatività cornelius escher

 Loris Maria Marchetti

Loris Maria Marchetti

Secolo che muore

Sarai Circe o sarai Calypso
(visto che né Nausicaa né Penelope
potrai più essere) mi chiedo
mentre veglio il tuo sonno e le tue spalle
in quest’alba inopinata della Spezia
e il margine di gioco è molto esiguo
anche se investe sentimenti o sensi
e così forte è il sapore convincente
della tua pelle torrida di sole e di passione
fino a sconfiggere l’afrore
marcio del porto e inopportune
zaffate di focaccia e farinata…
Circe o Calypso – partirà una nave
ma non a Itaca volgerà la prora,
segreta è la sua destinazione
o forse ignota e cambia di natura senza posa –
mercantile, da guerra, piratesca… –
come nei sogni.

Tu sei il mare
e io non sono Ulisse –
non è questione di pelle o di sale
il peso della terra mi sprofonda:
non sarò io il capitano della nave,
neppure il timoniere,
l’immensità dei tuoi dominî acquatici
non saprò perseguire…
tu stupenda, che dormi imperturbabile
il tuo sonno animale, mostruoso
e indifferente
come i tuoi inattingibili fondali.

«Circe o Calypso» ti modulo all’orecchio
in un sussurro (o forse lo ripeto
a me stesso), mentre il vento notturno
ci schiaffeggia e ci esalta compiaciuto
e io ti serro in una stretta irresolubile
sul ponte della nave che fa rotta al Pireo:
ma non c’è interferenza del destino
o del caso, è un modesto ripiego
(non so quanto felice) operato
d’accordo per protrarre la scelta.
Incalza la domanda
la risposta ritarda
il breve scalo andrà a comporsi
come un incandescente souvenir.

(da Concerto domestico, Edizioni Joker, 2002)

.
Verità di Odisseo

a Elettra Bianchi

In attesa di ritornare ad Itaca
(o di sbarcarvi per la prima volta?)
sperimentasti mille approdi e mille
soste. E da coloro che ti offrivano amore
senza fine sempre fuggisti non reggendo
legami troppo lunghi. Solo una volta
in barba ai vaticinî di Tiresia
il cuore ti diede la certezza di poterti
trattenere, che non era più il caso
di proseguire fino a un’isola che forse
avevi governato solo in sogno od intravisto
da bambino navigando con tuo padre:
ma là dove pensasti di fermarti
l’amatissima ospite di turno
il cui nome mai volesti rivelare,
regina o dea, fu lei a rifiutarti
generosa di tutto, non d’amore.
Il tuo destino ti recava ad Itaca
che, reconquista o nuovo porto fosse,
era la certa mèta di quel viaggio.
Non necessariamente
fissato come l’ultimo.
(da Regesti del cosmo, Edizioni dell’Orso, 2011)

buenos aires

buenos aires

flavio almerighi

flavio almerighi

 Flavio Almerighi

chilometro diciannove
chilometro diciannove,
com’è stare al mare
a quattordici anni
arenato di fresco
tra gente disabitata
e stuzzichini lievi,
dopo sbronza perenne
senza risposte
spenti tutti gli ulissi,
cercare strada
piccole deviazioni
per andare via
a perdersi sui binari
di un’estate esitante,
e provocare forti ritardi Continua a leggere

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA MUSICA O SUGLI STRUMENTI MUSICALI di Antonella Zagaroli, Paolo Polvani, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo Zanovello, Lidia Are Caverni, Eugenio Lucrezi, Loris Maria Marchetti, Annamaria De Pietro, Leopoldo Attolico, Ambra Simeone

picasso astratto musica

picasso astratto musica

 

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella Zagaroli

“Potrei entrare nel labirinto
in quel vortice dove tutto si confonde
e il bianco accoglie ogni senso,
forse mi scoprirei come sono

nuda vertigine profumata.

Per rivelare la cadenza al ritmo
ti incontrerei sugli scogli, vergine madre mia”.

(1998)

 

“canto e brindo
con chi sa ascoltare nomi in risonanza,
all’orecchio strumento m’inchino.”

Fra tenerezza e turbamento
madre e suo nutrimento,
dai pori della terra semente aria

la maschera ritrova il suo senso,
nella corda d’altalena
nell’occhio della memoria, a schegge:

“Arresa al mondo possibile
dischiudo il crocicchio claustrale
per te, elisir accoccolato entro ogni cunicolo.”
Da Primo alfabeto 2002
È l’ora rosa
rintoccano le foglie
sui dorsi dei cavalli
su pietre che evaporano
vita solitaria,
nella dimora a bocciolo
avanza il centro che accoglie,
lascia inermi.

Dopo gli scrosci al buio
rrurr rrurr rrurr rrurr
la tortora si risveglia alla pienezza.
La riconducono primitive dee
danzando
in mezzo a parole senza pelle.

Dal flauto l’alito cresce alto
sfiora il confine al cielo
ridiscende
lentamente
in ogni organo,
torna a terra in continuità.

Da Venere Minima 2010

 

violino_Barroco

violino_Barroco

Paolo Polvani

La violoncellista

La violoncellista estrae dal pozzo della notte
un alveare volante, le rotaie
della metropolitana, un tonfo,
un garrulo stuolo di cornacchie,
il vento che gonfia le lenzuola, il vento
che fa di marzo un maestro di nitidezze.

L’archetto si profuma di laghi.

La violoncellista ci abitua ad ogni sorta di miracolo marino
la testa gonfia di singhiozzi
percorre le incongruenze delle periferie
i sussulti dei treni inghiottiti dalla nebbia
i tornanti scoscesi dell’amore.

La violoncellista esibisce a volte un sorriso che non è di questo mondo
ricorda le beatitudini del bosco
siepi di rosmarino spalancate sulle palpebre.

Ma io voglio vedere le sue gambe voglio vedere
se l’alba le disegna una città di mare sulla fronte.

Paolo Polvani, Murge 2013

Paolo Polvani, Murge 2013

L’ultima dimora di Tchiajkovski

Di Tchiajkovski abbiamo visto l’ultima dimora
passando in pullman di sfuggita
e ora è qui che ci abbaglia
ci fa lacrimare seduti
e dimenticare che ci ospita la pancia luccicante di un teatro.

Le passeggiate lungo i viali della Neva.
Le bocche che si cercano sono finestre sigillate
che scoprono i denti in un ghigno obliquo.
Queste sono le carezze che distribuisce il violino.

Le pozzanghere riflettono il cielo
di una profonda estate
cielo di velluto e smalto col fiato di uccelli fiduciosi.
Questi sono i vibranti schiaffi dei timpani.

I fulmini che scaglia il flauto si nutrono dei brividi
che costeggiano la vita come un mare perenne,
grigio e tormentato e austero Baltico,
solcato da battelli e dalle barbe dei loro capitani.

I caldi abbracci degli ottoni convergono all’ombra dei palazzi
interrogandosi sulla direzione della notte,
sui messaggi del vento,
sul moto ondoso delle morti e sul brulicante
prato delle rinascite.
Il maestro cavalca l’onda del fiume scintillante
ne conosce le anse fruscianti d’erba, i segreti anfratti,
conosce le carezze dei salici fulgenti.

Ma è il sole che si agita e che ci fa tremare.
L’orchestra invita il sole a splendere più forte.

 

musica tra gli egiziani

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

Quaresimale
(pausa)

Chiasmo stupore e sogno.
La lingua balbetta precisi rigori
parole di fiele da stille di miele
suoni d’inverno in converse primavere.

Per due soldi e un rancio di pane
sul punto solleva a gola d’organo
il basso la nota del pianto cattedrale.

(da Slowfeet, Gelsorosso 2010)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Il silenzio, silenzio non è. Se in questo silenzio
si ferma il giorno. Nell’ora della compieta
le parole fanno parentesi graffe
senza testa né coda;
tra riquadri luminosi evidenzia la pietra
i solitari profili umanoidi restano assorti in posa.
Dicono che tutto viene rimandato, pazientemente
separano note taciturne da porre al fondo dell’io
da chissà quale piano virtuale racchiuso dentro.
Ora, che un acuto bizzarro scaccia via anche il sole.

(2010 / 18 giugno 2014)

Stradivari 1681

Stradivari 1681

Lucia Gaddo Zanovello

Volúmine

Tiene cosí alto il tono
questa verità
che assorda
vibrando
tutte le stelle dei sentimenti
che trapungono
di malinconica meraviglia
il cobalto della notte.

Erma salì
profetica e perfetta
èmato enfiando nelle vene
igneo sguardo
a contemplare
l’errante errare
di quest’isola nel mare
che ha radice qui nel centro
dell’abisso che non vedi.

Canta ora con un’eco di risacca
a squarcia fiordo dentro il cuore
della musica interiore

la ridico come posso,
ma è una rana dentro il fosso
che una luna ha tinto in rosso.

(da Memodia, 2003) Continua a leggere

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POESIE INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Paolo Polvani, Eugenio Lucrezi, Franco Fresi, Fortuna Della Porta, Giuseppe Panetta, Corrado Bagnoli, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro

Magritte elective affinities 1933

Magritte elective affinities 1933

 anna_ventura

Ut pictura poesis. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Ogni natura morta ci parla, parla di noi, che siamo fuori quadro. Essa è assenza che attende la presenza umana, o meglio, è una presenza umana che è scomparsa, ed è rimasta l’assenza. E l’assenza ci parla con il proprio apparire, il proprio essere là.

Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Il coniglio bianco

C’è un coniglio bianco
sulla mia scrivania. Mentre,con la destra,
scrivo, con la sinistra
mi accerto
che il coniglio stia sempre al posto suo:
c’è.
Perché è di coccio,
pesante come un sasso, e nulla
lo smuoverebbe dalle cose
che tiene ferme col suo peso. Perché
questo è il suo compito:
tenere ferme le cose. Un giorno
avvenne un incantesimo:
il coniglio aveva cambiato consistenza:il pelo
era vero,
bianco, morbido e setoso, la codina
si muoveva.
Ci guardammo negli occhi,
io e il coniglio:
eravamo entrambi vivi,ma
non avevamo sconfitta la paura.

Frida

Quando ti hanno estratta dal forno,
Frida,
intatta come se stessi dormendo,
tutte le tue scimmiette
si sono messe a ridere.
Perché è questo,
il loro modo di piangere.

 

lidia are caverni l'anno del lupo

lidia are caverni

lidia are caverni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Are Caverni “L’albero di pietra”

(febbraio 2010)

L’albero di pietra non germogliava
foglie né fiori lungo il viale solo
le radici vivevano abbarbicate al suolo
linfa che penetrava il cuore dilatava
le vene da troppo tempo spente arrossava
le guance ridando giovinezza come in una nuova
emozione potevano le mani protendersi rami
d’improvviso ricoperti di verde l’osmosi
era compiuta mancavano gli uccelli
il tenero levarsi del nido.

*

L’albero di pietra recava ferite
le rughe del tempo troppo aveva
vissuto al margine del bosco
sfidato il vento la pioggia folte chiome
fiorite in primavera ambito dagli insetti
colmo di frutti in estate cercato dagli uccelli
era sceso l’oblio la calcificazione del cuore
si era arrestata la linfa che lo rendeva
leggiadro dure cortecce custodivano
il tronco restavano radici il lento ingravidarsi
di terra.

*

L’albero di pietra sfidava il tempo
tacevano gli umori dei rami i nodi che
generavano germogli protendendolo al cielo
non aveva più occhi per guardare
lo svolgere dei giorni le notti fredde
irrorate di stelle gli insetti andavano
altrove il becchettio degli uccelli o nidi
per teneri scoiattoli denti che foravano
boscaglie macchine calpestavano radici
ignorando il suo vivere lo spento fluire di vita.

*

Sull’albero di pietra erano stati
tracciati nomi che il tempo non
cancellava piccoli cuori trafitti
ricordo di antichi amori gelosamente
li custodiva come fosse teca che nel ventre
ospita il frutto da lasciar cadere in estate
perché il suo essere restasse a guardare
radici il timido affiorare del germoglio
che gli avrebbe donato vita silenzioso
scorrendo nel suolo lucido serpente che
la sua preda cerca.

 

Wallace Stevens Coffee Oranges 

Paolo Polvani

Paolo Polvani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Polvani

Mela e bottiglia negli occhi di un gatto

Certi giorni la casa approda a un’immobilità perfetta.
Sul tavolo il gatto naufragato nel sonno dischiude
l’incandescenza dello sguardo e nelle pupille nasce
la mela addormentata nel rosso; affoga
dentro un vuoto di parole, un velluto di quiete;
divampa un verde di bottiglia ormeggiato sopra la tovaglia
in un porto privo di suono, muto di onde,
che affonda in una tranquilla polvere.
La casa si nutre del suo silenzio. Angelo
custode è un gatto.

 

Cosa accade alla casa
quando esco sbattendo la porta

Ci sono parole che ancora volteggiano nell’aria
prima che i loro vuoti involucri si adagino
in un residuo di polvere lungo le pareti.

Piccoli insetti diventano padroni del silenzio.
La poltrona trattiene il vuoto della forma, i quadri
mantengono un rigido riserbo.
Sul pavimento lucido un filo parla la lingua dell’esilio.
La finestra registra il profilo delle nuvole.
Il frigorifero senza preavviso si mette a borbottare.

Si assiste alla declinazione degli oggetti
durante la parabola del sole. Nella luce
si affaccia una pantofola, cerbiatta
timida prossima alla consunzione.

Il suono del postino irrompe nel vuoto della casa,
lo riempie di uno splendido interrogativo.
Il clamore del traffico accarezza le sedie in cucina.

Nei bagni le tubature se ne infischiano delle voci
dei vicini ed emettono brevi gorgoglii, guaiti
appena pronunciati, sospiri, soffi.

Forse risuonano dei passi, forse una vecchia paura
ancora aleggia nelle stanze.
Le tovaglie conservano i loro vividi colori.
Ci sono dita che si attorcigliano all’attesa.

 

natura morta di Van Gogh 1887

natura morta di Van Gogh 1887

 

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

Eugenio Lucrezi

Turner alla Tate Britain

In un punto centrale del tragitto
tra il molle autoritratto a ventiquattro
anni e la maschera secca che lo ferma
morto anni dopo e dopo molti venti,
nebbie e tempeste, un acquarello
ritrae due tinche, un persico e una trota
composte in lieto stile e in armonia
di cose morte che sono state vive.
Chiaroscuro aggraziato, quasi non
reminds the gap che esiste tra i due stati.

 

Ofelia (campanula)

Théodore Agrippa D’Aubrigné, Que de douceurs d’une douleur!

Dopo la brina, dentro la rugiada,
fai capolino, timida campanula,
spunti, reclini il capo e muori, cadi
vivida ancora e vai nella corrente,
povero San Giovanni decollato,
povera Ofelia senza la corona,
non sei bella da morta, né decente,
nessun pittore ravviva la tua grazia,
nessun serto di spine sul tuo capo,
povero fiore, povera campanula!

wallace stevens harmonium 1

Franco Fresi

Franco Fresi

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Fresi

Dopo la tempesta.

…e come contraltare
allo scampato pericolo,
il piccolo equipaggio della Roma
80 un freddo sorseggia
torbatino algherese al bar del porto.

Borbotta il mare scampoli di risacca
contro la banchina di ponente.
Non è buono il mare. Né cattivo.
Non pensa. Ci si può innamorare
perdutamente, ma non fidarsene.
Anima ermafrodita lo fa instabile.
Calmo,
può essere felice e generoso,
ma nell’ira il mare è solitario.
Non vuole testimoni alla sua lotta
con il vento, nemico e cantastorie.
Non sopporta
che uomo o elemento
turbi la sua regale indifferenza.

Efisio di Villacidro
li ha dipinti sulla vela
quella paura livida e quel tuono
d’onda. Ne ho colto
di trascorse bonacce il pentimento
e d’altri tùrbini furibonda minaccia.

L’anima vegetale dei colori

Nel ricordo di un’ora di tramonto
il sole rosso come la tua bocca
t’insanguina il sorriso mentre stacchi
dal ramo spoglio l’ultima albicocca. Continua a leggere

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