POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte II) Antonio Sagredo, Lucia Gaddo, Giuseppe Vetromile, Chiara Moimas, Patrizio Dimitri, Alberto Figliolia, Gianmario Lucini, Luciano Troisio

buenos aires

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New York bank-of-america-tower

New York bank-of-america-tower

New York bank-of-america-tower

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia tra Atene e Gerusalemme, tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione. «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione»

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

escher

escher

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Mi sorrise Omero con le dita e squame attiche

Si era offuscato il nitrito delle stelle e sul selciato
battevano i tacchi lugliènghe stramature e ammuffite,
se ne andavano le note avvinazzate per i vicoli sfiancate
dai suoni e dagli amplessi… i pentagrammi avevano registrato

gli osanna per i consumatori del divino e dai miracoli
traboccò un vomito di credenze, e le perline nere dei rosari
dai traini alle soglie intoccabili mostravano il lato B delle Madonne
tutte in celeste antico, le carnali mani pietose, negli occhi

il desiderio di un amore troppo consumato tra i crocicchi
e quelle lanterne in porcellana rosse erano i baci schioccanti
al passo di viandanti mentecatti… e l’Incarnato avanzava
con lei che si portava dietro un nugolo di creature spaventose!

Piangeva Omero quando il cratere eruttò i suoi colori
e i frammenti sparsi di Kostantinos il selciato mutarono
in mosaico, e non sappiamo se la farsa bizantina nascose
sotto la pietra i misteri che se eleusini erano – finzioni!

Brindisi, 29 giugno 2014

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

C. escher

C. escher

 

 

 

 

 

 

 

Lucia Gaddo

Colomba bianca

Umido porterò il saluto
del cane nero sulla mano,
liquido di lacrima
che insiste l’occhio del rimpianto

le tessere musive allusive
di quel disegno
non vanno
ricomposte
e svariano
sul pentagramma fluttuante
del vento strisciante della rinuncia
come note di concerto mancato.

Anche ignota va la colomba
bianca del martirio
alta e certa,
che accompagno per l’ala
fuori il giardino:
neppure guarda fra l’ordito
della tenda alla finestra
se sotto il lume ancora stai,
giudice latitante
della mia pena
o se invece apri all’addio
col sorriso dell’ebetudine,
lasciandoci andare,
ospiti di insondabile riguardo,
rifiutando di capire.

(Da Solargento, ‘agnusmei’, 2000)

 

Il lungo sonno dell’anima

Corona di nevosi denti
colse l’alba alpe in uscita.
− Rodare necesse, rodare − suggeriva chiuso il motore
lanciato nel bersaglio dell’appuntamento,
− guarire si può, e càpita di solito,
ma spesso mútila il tempo débito
e rútila il sangue sui muri edificati alle città
e tante strade si scrivono nel fango della lotta
per trovarsi ímpari a gemellare slanci
d’anguilla alla vivenza −

Ma l’unico posto vuoto è quello in ombra,
che non asciuga il dolore
e resta nel gorgo dimesso dell’abbandono;
quello il luogo e il rogo
che l’obbedienza cerca,
l’attratta suggestione
che suggeva tutto il sole del grano
dalla bocca dell’estate
e non resta che autunno a diradare incontri
a comandare i risvegli dell’anima
coatta a tentare ritorni nei sogni
a voler morire nel sonno.

Dunque si sdoppia ancora,
ancora làtita sorella verità,
chiara identità. Trafigge, affligge, infigge
effigie laconica,
misura d’astratto cielo
sfogo di fumo grigio

muníta di qualche storta schiarita,
questa flebile vita.

(da Solargento, ‘nel preludio rosso dell’alba’, 2000)

 

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

 Giuseppe Vetromile

Giuseppe Vetromile

Un viaggio verso le Indie

Parto. Che il vento mi porti fortuna.

M’affido alla guida d’un bravo nocchiero,
esperto di peripli e di tempeste: il mio cuore.
Ma quel nocchiero non so
se di paghe e di sangue nutre le sue tasche
per l’infinito viaggio che ripete il giro dei giorni
attorno alla boa della sera, e forse sghignazzerà
vedendomi distrutto sul cassero di poppa
disperato di raggiungere eldoradi ormai sbiaditi.
Pure, sarò il suo passeggero paziente,
origlierò di nascosto le sue cianciate
sul ponte intriso di lune raggelate.
Mi lascerò andare al suo comando
come timido piccolo mozzo
piegato sulla tolda a sciorinare.

Che la buona sorte mi assista.

Ora non sono che un fantasma d’aria condensa,
come quel velo guardingo che sfoca la luna
se migra di stella in stella in segreto silenzio.
Ma non sono perso: odo nel cieco navigare
una voce di padre antico, un prolungato richiamo
che si spande miglio per miglio, giorno per giorno,
in tutto il mio peregrinare.

Che Iddio mi aiuti.

Per questo mare, al mattino indosserò navigli,
progettando nuove rotte. Giunto a sera,
raccoglierò pochi relitti, un’oncia di terra sacra,
il diario di bordo mai scritto, la fragranza
dei pini marittimi lungo le spiagge, il ricordo
di tentate avventure…

Di terre emerse sognerò latitudini segrete,
da non dirne in giro se non al termine
di questo lungo navigare verso occidente

Raggiungerò mai le Indie?

 

Verso l’oriente

Ora che è svanito il sogno della terra, il sogno d’atomi
derelitti, nel cuore di cianfrusaglie quotidiane, dimmi:
prenderai anche tu la via di Damasco, per attenderti
un fulmine d’amore che ti sconvolga?… Oh, Saulo Saulo,
quanta pena lascerai sul cumulo di parole a capoletto,
quanti credi reciterai fino a massacrarti l’anima
di certezze irraggiungibili?… Ma sei pronto:

di te termina qui ogni confine, e l’antro della sera
immalinconisce il tuo colore vespertino. Hai preparato
un bagaglio di stoffa bruna, ma nella pasqua non c’è
vestiario, non occorre altro indumento se non la forza
di andare: di morte in morte, di vita in vita.

Lascia quindi la tua roba nell’ufficio, la vestaglia
e le scale per le stelle, il giardino degli aranci
incoltivati e il capitolo di carta appena cominciato.
Ora che la tua terra è un sogno, persa qui tra
mille e mille storie inconcludenti, vedrai luce

alla tua finestra, domani, diritto il viaggio nuovo
verso l’oriente.

Parigi foto di chiara moimas

Parigi foto di chiara moimas

chiara moimas a Parigi

chiara moimas a Parigi

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Moimas

Transito

Piedi scorticati
sulla crosta del mondo
in un transito
fugace e doloroso.

Nessuna impronta.

Tracce di sangue
essiccate.
Cellule a brandelli
mescolate a quelle
di intere legioni
di scalzi viandanti.
Unni celti longobardi
turchi francesi
in una ridda di cromosomi
hanno disseminato di vita
questo lembo di terra.
Pellegrini in cerca di fede
vanitosi poeti del grand tour
hanno deposto lo sperma
nelle alcove di queste contrade.
Trovate la polvere
delle loro ossa
nel mio DNA.
Il test del carbonio mette
a dura prova la memoria
della specie.
Le voci in eterno
percuotono
pareti di silenzio
imbrigliate dentro reti
si scindono in spasimi
libere vagano
narrando storie
di ricorrenti illusioni.
Sete nella gola
del risveglio
e per noi
impazienza di andare.

 

la via della seta

Più non s’impolvera
la via della seta
percossa da zoccoli
inquieti
non vibra nel fermento
di idiomi e di colori.
Sabbie roventi ed inospitali
monitorate in ogni duna
che il vento trasforma
coprono il sonno
degli scorpioni.
Sorvegliato
l’andare dei fiumi:
dai detriti delle secche
al dissetante gorgoglìo
del disgelo.
Sciami di satelliti
stanano ogni vivente
sospiro. Conoscono le pieghe
della nostra vagina.
Arcane verità mendichiamo
camuffati da colti viandanti.
Strategie di conquista
elaboriamo
su terreni già seviziati
da orde di invasori.
Che cosa stiamo cercando
nei dedali del mondo.

Tutto è già stato domato
a nostro uso e consumo.

Patrizio Dimitri 3
patrizio dimitri

patrizio dimitri

 

 

Patrizio Dimitri

Dea Citroën

La Déesse è da principio un nuovo Nautilus
Roland Barthes

La Pontina è un imbuto
nel Lazio meridionale
sfiora le sue nere città
come un vento funebre
un lento corteo di abitacoli
necrologio stradale
di lavori in corso
dove vive e viaggia
a singhiozzo il destino
oscillano lievi i tir
i camioncini della frutta
le corriere sonnolente nel mattino
tintinnano invano
le bombole del gas
e i talismani appesi.
In quella fila di follie
io sono un pendolare
della morte a bordo
di una fiammeggiante Deesse
Dea Citroën
la figlia del 55.

(da Fisiologia domestica Ladolfi Editore, 2011)

Prossima fermata

Stride e tintinna
il nuovo megabus vacilla
sulle onde della strada
è ormai carcassa
dalle morte sospensioni
il rumore di catene fa tremare
la colonna vertebrale.
E`un concerto di lamiere
bulloni e viti musicali
sotto qualcosa cede
s’apre un varco d’emergenza
lo spettro della voce annuncia
la prossima fermata
senza nome.

(dall’ebook Tutto è visibile pubblicato online da LaRecherche.it)

 

alberto figliolia

foto di alberto figliolia, strada

foto di alberto figliolia, strada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alberto Figliolia

Un tempo

Un tempo percorsi le vie della Cina in sidecar
e credetti di solcare le distanze del Tempo
contando i passi di pietra sulla Grande Muraglia.
La nebbia mi avvolgeva protettiva
fra il respiro delle foreste e argentine lacrime,
fra pagode incastonate nel silenzio e torbidi stagni.
Lapidi di eroi giacevano sui cigli delle strade impunite
come orti improvvisati e macerie senza padroni.
I mercati si erano susseguiti
nell’arco di paesi fatiscenti e città arroganti
(persino un castello francese negli ideogrammi del vento)

e il sidecar mi aspettava
nell’angolo di un remoto villaggio
assieme al cane dei ricordi scampati al massacro,
assieme a una birra in solitudine.
La campagna era come il nastro di un’ipotesi
a snodarsi nella colpevole corsa delle ore.
Un tempo camminai per la Città Proibita
e toccai il lamento d’inchiostro dei torturati
e bagnai le dita nelle piaghe di un ustionato,
tutt’intorno si esibivano moncherini
e un bambino dal culo nudo dormiva
in grembo alla madre devastata.
Un tempo cercavo di capire.

Australia

La terra rossa del sogno
là dove camminano gli antenati,
il dolce tonante ronzio
del didjeridoo…
respiro primordiale, circolare;
la buia gola dell’anima
che cerca un sole.
Lucertole sapienti nella polvere
che brilla.
Infiniti punti a disegnare
l’aria
e l’aria a generare creature
della notte, ibride,
echi nella mente.
In quale era, Australia, si generò
il tuo mistero?
Nell’era delle pietre musicali,
in quella delle squame pulsanti
e del sangue telepatico
o delle ombre multiple?
Tu, isola di cieli rovesciati
e rocce ancestrali,
fra orizzonti di sabbia
e termiti parlanti,
oceani inesplorati,
cancelli magici
e tramonti come nell’alba
dell’uomo.
O perdersi in te,
nelle segrete boscaglie,
nei piedi nudi
della tua saggezza,
nel caldo marsupio
di pensieri lenti,
nell’armonia delle ore
latenti,
nell’oblio che tutto sa
e comprende,
nelle vie dei canti…

Grace Nichols 11

Gianmario Lucini, 2012

Gianmario Lucini, 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianmario Lucini

Sta ancora assopita l’anima dei greci
antichi a Gerace e guarda verso il mare
da rocchi e capitelli di colonne portate
lassù seguendo lo sparviero
nei tempi dei mori e dei pirati.
San Giovannello è la chiesa più bella
una piccola chiesa più antica di un millennio
muri toccati da mani e voci
che ancora parlottano nel vento
ed ogni pietra delle case e dei selciati
racconta storie e meraviglie ignote
ad ogni codice e ad ogni commentario;

sta viva la storia nel cuore di Gerace
mentre in alto si consuma poco
a poco il castello dei Normanni
e nell’azzurro sembra gridare
Elì, Elì, lemà sabachtàni?

(Gerace, 2008)

 

Per capire cosa chiede
a lui questo cielo
l’uomo percorre strade e ripercorre
i segreti del mondo senza posa

e s’arresta e riprende
il suo andare come andare di formica,
di volto in volto e di voce
in voce s’insinua e in sogni e veglie,

ammassa in scrigni tesori
e mai si ferma a ricordare
il primo volto, la prima voce,
il primo bacio che lo trasse dall’arcano

vagito della sua domanda
– l’uomo, l’essere che fabbrica
il suo inferno ubriaco di luce –.

(Trapani, 15 febbraio 2013)

Grace Nichols 10

luciano troisio

luciano troisio

Luciano Troisio

Il viaggio è il più triste dei piaceri

1
I viaggi in sé sono noiosi.
Sgradevoli per chi ha difficoltà di adattamento.
Ovvio che guardare non significa vedere
e vedere non significa né capire né giudicare.
Una gran parte dei turisti sembra assolutamente impermeabile
a tutto ciò che non appare sotto forma di borsette,
tessuti di seta, foulards, cappelli, dorate d’argento scatolette.

[In Vietnam ho scoperto l’esistenza degli accendini Zippo
(usati dai soldati americani),
dagli antiquari a Hoi An ne ho visti parecchi con incisioni erotiche.
Vengono circa 50 dollari, sono molto ricercati,
bisogna essere accorti perché esistono falsi e imitazioni.
Come ex collezionista devo essere indulgente
se li avessi scoperti 30 anni fa forse li avrei collezionati anch’io.
Immagino i cataloghi, le “posizioni” più rare e costose.

Il nobile antiquario indigeno
francofono, capello biondoplatino
pacato distaccato: li prenda, sono rari, amusants.
Notoriamente è assai grave la situazione
quando un collezionista non attribuisce più
valore alla collezione.
Si finisce sempre per alludere ad altro;
il destino o la naturale evoluzione
è finire fuori (tema). Intanto pensavo:

possedere significa immortalità
non possedere allude alla brevità.
Imperioso il Nome muta.]

2
Il viaggio è il più triste dei piaceri
(scriveva Madame De Stael citata da De Amicis)
per molta gente anziana occidentale è l’ultima spiaggia
della comunicazione possibile
una volta andati le care compagne gli amici,
ridotti all’osso gli eventi dialogici al di fuori del banco salumi.
Tenuto anche conto che i vecchi spesso hanno caratteracci
non resta che viaggiare in gruppo.

Chi il gruppo non sopporta s’en va solo,
è esposto a truffe continue, pericoli
non può permettersi errori perdite temporanee di memoria di indirizzi.
In questo senso il viaggio costringe a stare in forma,
sulla difensiva continua, conservare biglietti da visita,
rammentare date, orari, password.

3
Io per me, pur venerando gli orti dei limoni
amo i viaggi che portino ad antichi siti.
Vie sacre Ming, Han eserciti di terracotta, piramidi Maya, abbandonate città
blindati tesori, Opere d’Arte Patrimonio dell’Umanità.

In tal modo evito sincronicamente
incontri urbani con bruta gente
la peggiore che ci sia
che fa soltanto shopping adora il calcio
odia l’archeologia.

Inoltre in viaggio (per il momento)
di non riuscire a scrivere evito lo sgomento.

*
Variante facoltativa:
4
Sottratto forse a influssi menagramo
a colte patavine fattucchiere
docilmente descrivo quanto amo
maraviglie incantevoli
leggere.

(Saigon, 19 gennaio 2008)
One day tour

Brevi intense escursioni di un giorno
sei sette ore, tickets & lunch inclusi.
Prevalenza di coppie d’ogni età,
speranze o delusioni verificate,
parrucchiere macellai ragionieri commercialisti
operai boscaioli pescatori idraulici (la vera feccia)
evasori deviatori ferroviari dell’Unione Europea
vedove amerinde che hanno incassato l’assicurazione
ragazzi fatti sparuti, attenti al centesimo
vite implodenti per caso convergenti
tensioni affioranti, ma lo stare
comunque sei ore insieme in van prossemico
è (nel suo complesso) pedagogico.

Mediocrità nella media,
cruciali domande sottese ai silenzi,
alle molte birre.
Compagne sfiorite, giovani soltanto callipige
pezzi di carne, scorfani si presume simpatici.
Rari i soli, i sorrisi.

Controlli prove collassi
interessi in comune dentro ai mini a nove posti,
s’accavallano eventi dialettici:
chi vuole il villaggio dei cesti chi dei vasi
chi è stanco di stupa e anela al colore dei mercati ortofrutta
fastosi di bucintori vegetali di arcimboldi irregolari
si contemplano compromessi
ci sono i maniaci del milione di Buddha
pantalonaie stiliste propense al cotonato
altri collezionano solo ragazze delle minoranze
i colti sentenziano che non si deve.

Il gruppo è saggio, si configura omogeneo branco
famiglia oculata allargata
ogni piccola aggiunta al programma
proposta da ruffiane efficienti vecchiotte americane
probabilmente dell’élite ebraico-progressista
viene contrattata energicamente,
l’assemblea delibera miserie all’umanità
il collettivo non paga non cede
ai ricatti dei cupi avidi drivers.

Non sapendo combattere (in inglese)
trovo utile e congruo, condivisibile,
appiattirmi sulla parsimonia di gruppo:
è meglio rimanere compatti.

[A fine programma
via stellarmente.]

(Phonsavan, 21 dicembre 2007)

 

1 Commento

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Una risposta a “POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ (Parte II) Antonio Sagredo, Lucia Gaddo, Giuseppe Vetromile, Chiara Moimas, Patrizio Dimitri, Alberto Figliolia, Gianmario Lucini, Luciano Troisio

  1. marcello mariani

    per Antonio Sagredo non ho più parole… poi che gli sono amico da tantissimo tempo, gli ho chjiesto telefonicamente: “ma come fai ancora a comporre in una età in cui i Poeti hanno già da tempo tirato i remi in barca?!” – Mi ha risposto: ” Ulisse mi fa un baffo! Non cerco né isole, nè donne perchè da tempo mi hanno rubato i remi, e allora la mia barca è in balia, non di me, ma di se stessa!”.

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