POESIE SCELTE di Dmitrij Sergeevič Merežkovskij (1866-1941)  “Il passaggio dal populismo al simbolismo” a cura di Donata De Bartolomeo

rivoluzione d'ottobre i bolscevichi

rivoluzione d’ottobre i bolscevichi

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij – Poeta, narratore e filosofo russo (Pietroburgo 1866 – Parigi 1941). Assieme alla moglie, la poetessa Zinaida Gippius, raccolse intorno a sé, nella sua casa di Pietroburgo, i seguaci delle nuove correnti estetiche e filosofiche, e redasse nel 1903-04 la rivista decadente Novyj put´ (“La nuova strada”). Accanito oppositore del regime sovietico, visse dal 1920 all’estero. M. fu tra gli iniziatori della scuola simbolistica russa e il suo saggio O pričinach upadka i o novych tečenijach sovremennoj russkoj literatury (“Sulle cause del decadimento e sulle nuove correnti della letteratura russa contemporanea”, 1893) può considerarsi il primo manifesto del simbolismo in Russia. Tutta impostata su fondamenti mistici e teologali, l’opera di Merežkovskij si propone di illustrare con esempî storici il cammino dell’umanità verso il futuro “regno dello spirito”, sintesi di paganesimo e di fede cristiana. Sulla teoria dei tre regni, variante mistica della triade hegeliana, s’imperniano, per esempio, le sue due trilogie più famose. La prima (Christos i Antichrist “Cristo e Anticristo”) è composta dei romanzi Smert´ bogov: Julian Otstupnik (“La morte degli dèi: Giuliano l’Apostata”, 1896), Voskresšie bogi: Leonardo da Vinci (“La resurrezione degli dèi: Leonardo da Vinci”, 1901) e Antichrist: Pëtr i Aleksej (“Anticristo: Pietro e Alessio”, 1905). La seconda comprende: Pavel I (1908), Aleksandr I (1911) e 14 dekabrja (“Il 14 dicembre”, 1918). Chiudendo la storia nelle strette cornici dei suoi schemi, Merežkovskij non si fa scrupolo di alterare i fatti. Anche la critica letteraria fu concepita da M. dentro schemi mistici: nella creazione di Gogol´ egli vide una lotta col diavolo e in Čičikov l’Anticristo; Dostoevskij e Tolstoj furono per lui precursori della rigenerazione universale. Negli anni dell’esilio continuò a scrivere romanzi a tesi, come Tajna trech (“Il mistero dei tre”, 1925) e Roždenie bogov: Tutankamen na Krite (“La nascita degli dèi: T. a Creta”, 1926), ecc. Degli ultimi suoi lavori bisogna ricordare gli studî su Napoleone, su Dante, su Agostino. Fedele in principio all’autocrazia (lo zar era per lui l’unto del Signore), Merežkovskij passò all’opposizione dopo la rivoluzione del 1905, ma, allarmato dalle correnti progressiste, piegò a destra e accolse la rivoluzione bolscevica come “regno dell’Anticristo”.

rivoluzione-d'ottobre, Lenin arringa la folla

rivoluzione-d’ottobre, Lenin arringa la folla

Diamo conto di due avvenimenti della giovinezza a cui il poeta attribuiva un particolare significato. Il primo fu l’incontro nel 1880 con Dostoevskj, svoltosi per insistenza del padre che era molto orgoglioso dei versi del figlio. Dostoevskij ascoltò «le tristi poesiole», «tacendo con stizza impaziente» ed infine disse: «Per scrivere bene bisogna soffrire, soffrire!». Il secondo fu l’aspro conflitto del padre col fratello di Dmitrij, Kostantin. a causa dell’uccisione dello zar il 1 marzo 1881 (Kostantin difendeva gli «scellerati terroristi»).

rivoluzione d'ottobre manifestazione

rivoluzione d’ottobre manifestazione

I suoi principali maestri furono Dostoevskij, Poe e Baudelaire, che furono poi iscritti nell’albero genealogico del simbolismo russo del quale Merežkovskij era destinato a diventare uno degli esponenti di spicco. Merežkovskij vedeva la via d’uscita dalla paralisi dell’arte nel ritorno al misticismo e all’idealismo, avverso l’aridità derivante dal fecondo movimento degli anni ’60, il disprezzo per le questioni religiose, l’assenza di un’aura spirituale che favoriva lo spreco dei talenti.

rivoluzione d'ottobre 4La poesia di Merežkovskij riflette le tappe del cammino dal populismo al simbolismo; la sua lirica appare come una originale illustrazione del processo di trasformazione qualitativa della poesia populista, la disillusione degli ideali populisti, la consapevolezza «delle illusioni sprecate» di una generazione malata e stanca. I suoi primi versi non escono dalla poetica tardo-populista; ma è con le raccolte Simboli (1982) e Nuovi versi (1896) che si precisa il nuovo poeta simbolista: la tematica notturna, celeste, amorosa, i motivi della ricerca del nirvana, la ricerca dell’introvabile, dell’Oceano Inconoscibile, già preparano la poetica del simbolismo: il concetto della «Bellezza» come essenza segreta del mondo, supremo valore dlla vita in grado di trasfigurare la realtà. L’impostazione «panestetica» (l’arte come suprema realtà) si manifestava anche nel profondo interesse verso il mondo antico.

rivoluzione d'ottobre 1La tesi di Merežkovskij negli anni 1902-1903 criticava i capisaldi della gerarchia religiosa ufficiale, negava molti aspetti del cristianesimo storico, constatava la profonda crisi della cultura del suo tempo e indicava la via di uscita nella «nuova consapevolezza religiosa» destinata a superare la polarità paganesimo – cristianità, anima e corpo, definiti due «abissi» sulla base di sottili e lambiccate interpretazioni di «oscuri» passi degli evangeli, predicando la religione del Terzo Testamento che avrebbe condotto alla compiutezza del messaggio cristiano e alla realizzazione del «regno di Dio in terra». Queste idee attraversano la trilogia Cristo e Anticristo.

rivoluzione d'ottobre manifestazione bolscevica

rivoluzione d’ottobre manifestazione bolscevica

Alcuni circoli intellettuali, attratti dalle idee di Merežkovskij, videro in lui uno dei più attivi costruttori del «futuro religioso della Russia», un «Lutero russo», prendendo però le distanze da un progetto «troppo precoce» per «una primavera troppo lenta». Gli avvenimenti degli anni 1905-1907 gli rivelano il legame niente affatto «religioso» tra l’assolutismo zarista e la gerarchia religiosa. Merežkovskij avverte il pericolo del «gioco rivoluzionario», ma la preveggenza del poeta (in famiglia lo chiamavano Cassandra) era destinata a restare inascoltata. L’Ottobre viene vissuto da Merežkovskij come un enorme tumore maligno le cui metastasi avrebbero invisibilmente invaso tutto il continente. La politica di attesa dell’Europa nei confronti della Russia gli sembra un crimine esiziale. Il 24 dicembre del 1919 Merežkovskij e la Gippius abbandonano Pietroburgo e attraversano la frontiera polacca. Negli ultimi anni di emigrazione Merežkovskij esorterà i governi europei contro quella forza «oriente tenebrae» che veniva da Oriente. Nel suo zelo fu goffo e ingenuo fino a sostenere la possibilità di un accordo con i dittatori Hitler e Mussolini. Muore nell’inverno del 1941 seduto nella sua ampia poltrona di fronte al caminetto della sua casa parigina di Passy.

 (Donata De Bartolomeo)

rivoluzione d'ottobre 3

Dio mio, Ti ringrazio
per ciò che hai concesso ai miei occhi
Tu vedi il mondo, il Tuo tempio eterno
e la notte e le onde e l’alba…
Tormentami con le tempeste –
Ti ringrazio per questo istante,
per tutto quello che comprendo con il cuore,
per tutto quello che mi dicono le stelle…
Dovunque, dovunque io Ti
avverto, Signore – nella quiete notturna
e nella stella più lontana
e nella profondità della mia anima.
Avevo sete di Dio
– e non lo sapevo: mentre con la ragione rinnegavo –
con il cuore Ti sentivo.
E Tu ti sei rivelato a me: Tu – il mondo.
Tu – voce della tempesta. Tu – etere,
Tu – pensiero del poeta. Tu – stella…
Finché vivo, Ti onoro.
Ti amo, anelo a Te,
quando morirò, mi unirò a Te
come le stelle e l’alba mattutina:
voglio che la mia vita sia
una lode incessante a Te,
per la mezzanotte e per l’alba,
per la vita e per la morte – Ti ringrazio!…

(1883)

Io voglio ma non sono capace di amare gli altri;
sono un estraneo in mezzo a loro: più vicini al cuore degli amici
sono le stelle, il cielo, la fredda azzurra lontananza
e la muta tristezza dei boschi e del deserto…
L’anima non si sazia di ascoltare gli alberi;
nelle tenebre della notte posso guardare fino al mattino
e singhiozzare per qualcosa così dolcemente, follemente
come se il vento fosse mio fratello e l’onda mia sorella
e la cruda terra la mia madre carnale…
Intanto, però, non vivo né con l’onda né col vento
ed è terribile non amare nessuno.
Forse il mio cuore è morto per sempre?
Dammi la forza, Signore, di amare i miei fratelli!

(1887)

Invano ho voluto dare tutta la mia anima al popolo.
Sono troppo debole: nell’animo né fede né fuoco…
Il santo odio di morire per la libertà
non mi attirerà:
che mormori il ruscello e splenda nella vastità –
le deboli correnti si placheranno e sboccheranno
non nel mare sconfinato e scintillante
ma nella calma, assonnata palude.

(1887)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij

 Dmitrij Sergeevič Merežkovskij

La morte di Nadson

(letta alla serata letteraria in ricordo di S.J. Nadson)

I poeti in Russia non amano vivere a lungo:
passano veloci come una meteora istantanea,
si affrettano a spegnere la loro fiaccola
oppressi dalla tenebra o dalla schiavitù o dall’infanzia.
Morire in una cupa disperazione è il loro destino,
condannati a perire, non appena balenati
a causa della perfida calunnia, pallottola traditrice,
o in un sordo esilio.

Ed eccone ancora un altro – che pena:
voleva appassionatamente vivere ed è morto a vent’anni.
Come una stella mattutina, come una tenera viola
si è esperto il nostro poeta-martire!
Ha implorato la libertà, si è gettato vivo nella bara
e tutti noi abbiamo visto – pareva che un’ombra si stendesse
sul marmo della bellissima fronte
e invocava la morte – e la morte venne a lui.
Chi è il colpevole? A che scopo infiammarsi.
Noi siamo i colpevoli – noi. Perché non abbiamo conservato
alla patria il cantore, quando ancora potevamo
salvarlo dalla terribile malattia.
Tutti noi, qui venuti alla commemorazione
per onorare il talento col pianto convenzionale –
in quei giorni in cui si spegneva, estenuato dalla lotta,
quando aveva sete di conoscenza, di libertà e lavoro
e ci chiamava in aiuto con folle ansia,
amici, ammiratori, dove eravamo allora?…
Il vano rumore dei giornali e la profetica voce della gloria –
adesso, quando è morto – il tardo alloro del cantore
e i tristi fiori della corona mortuaria –
come tutto gronda di lugubre ironia!…

Chiamatelo, amici, egli non ci sente:
nella tomba, nella sorda tomba dorme ora profondamente
e mentre qui si diletta la vista e l’udito
e si diffonde la musica e risplende il gas luminoso
nel quieto cimitero egli dorme solo
nella sorda mezzanotte.
Le sue labbra si sono serrate e per sempre senza risposta…
Dolente spettro di poeta morto,
perdona, perdona!…

(1887)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e sua moglie Zinaida Gippius

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e sua moglie Zinaida Gippius

 

 

 

 

 

 

Angelo oscuro

Oh, angelo oscuro della solitudine,
soffi di nuovo
e di nuovo sussurri le tue profezie:
“Non credere all’amore.

Hai riconosciuto la mia voce misteriosa?
Oh, mio caro
io sono l’angelo dell’infanzia, l’unico amico
per sempre con te.

Il mio sguardo è profondo, infelice
ma non amaro:
sarà fresco e dolce
il mio bacio.

Soffia come un raggio eterno
e nell’oscurità
come una madre ti cullo.
A me, a me!”

E si compiono le profezie:
oscurità intorno.
Oh, terribile angelo della solitudine,
ultimo amico,

sono colmi di quiete sepolcrale
i tuoi passi.
Quelli che amo con eterna tenerezza,
anch’essi sono nemici!

(1895)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij 3

rivoluzione d'ottobre lenin-manifesto-prop

rivoluzione d’ottobre lenin-manifesto-prop

 

 

 

 

 

 

 

 

Nirvana

E di nuovo, come nel giorno della creazione,
è quieto il cielo azzurro
come se nel mondo non ci fosse il dolore,
come se nel cuore non ci fosse il peccato.
Non ho bisogno di amore e gloria:
nel silenzio dei campi al mattino
respiro, come respirano certe erbe…
Né i giorni passati né quelli futuri
voglio tormentare e contare.
Avvero di nuovo
quale felicità sta nel non pensare,
quale piacere sta nel non desiderare.

(1896)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij 2

Zinaida Gippius

Zinaida Gippius

 

 

 

 

 

 

 

 

Esuli

La felicità è nel fatto che gli uomini hanno odiato
hanno considerato il bene male
e sono passati accanto e non hanno visto le tue lacrime
chiamandoti nemico.

La felicità è nell’essere eternamente esule
e, come un’onda del mare
e come una nuvola in cielo, essere bizzarro e solitario
e non avere amici.

Soltanto il sacrificio ignoto è meraviglioso:
come un’ombra voglio avanzare
e sarà dolce il fardello della croce
nel mio cammino sulla terra.

(1893)

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e la Gippius

Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e la Gippius

Le case ed i fantasmi degli uomini –
tutto è confluito in una piana foschia
e perfino la fiamma dei fanali
soffoca nella nebbia morta.
E accanto ai colossi di pietra,
chissà dove gli uomini scivolano
in fretta come pallide ombre

ed io stesso vado in silenzio
dove – non so, come in sogno,
cammino, cammino e mi sembra
che all’improvviso, stanco,
morirò come la fiamma dei fanali
come un pallido spettro, frutto
della nebbia delle notti del nord.

(1889)

Preghiera della natura

Nel pallido oro del tramonto che si offusca,
come il fregio bizzarro di un’antica iscrizione,
si staglia la linea dei monti color lilla scuro.
La misteriosa lontananza avvolta in un sonno profondo
non oserà violare tutto ciò che è nei cieli
e tutto ciò che è sulla terra né con un grido
di felicità né con un mormorio di dolore.
Nascondendosi nella foschia
di un venerabile e umile silenzio
si trasfigurò il mondo in un tempio meraviglioso
dove ogni stella si è accesa come una lampada,
dove come nebbia azzurra fluisce l’incenso
ed i monti si levarono a guisa di un’enorme colonnato,
i millenni sfrecciarono sull’universo…
Pace e amore con inimitabile speranza
la natura invoca ogni giorno al cielo,
quando scende l’ombra celeste,
quando si placa la polvere e il tuono della quotidianità,
cade come lacrime la copiosa rugiada
quando confluiscono le voci della notte
nell’unica armonia di una solenne preghiera
e con sommesso lamento tendono al cielo.

(1883)

Konstantin Bal'mont

Konstantin Bal’mont

Forse a volte hai osservato in una sera di luglio
come allegri sciami di dorati moscerini
risplendono e turbinano sul fiume sonnacchioso
in quell’ora quieta, quando nell’alba color dell’ambra
tutto è bagnato – il giunco, il cielo e l’acqua?…

Così, prima di dover confluire
per sempre nella muta eternità,
senza lasciare dopo di noi
né ricordo né suono né traccia
noi tutti siamo subito colmi di amore e primavera:
dopo – senza sapere perché né dove –
siamo trasportati dalla folla repentina,
come allegri sciami di dorati moscerini
nelle serate di luglio sul fiume sonnacchioso…

(1887)

Cielo azzurro

Io sono estraneo agli uomini e credo
poco alla virtù terrena:
con altro metro misuro la vita,
con altro – con la vana bellezza.

Io credo soltanto nell’azzurro,
inaccessibile firmamento.
sempre unico, semplice
e incomprensibile come la morte.

Oh cielo, fammi essere bello,
in moto dall’alto verso terra
e raggiante e impassibile
e universale come te.

(1894)

Figli della notte

Volgendo i nostri occhi
all’orizzonte che impallidisce,
noi figli del dolore, figli della notte
aspettiamo, forse arriverà il nostro profeta.
E, con la speranza nel cuore,
morendo ci struggiamo
per mondi non creati.
Noi fiutiamo l’ignoto.
Insolenti le nostre parole
ma condannate a morte,
antesignane troppo precoci
di una troppo lenta primavera.
La Resurrezione dei sepolti
e, in una profonda oscurità,
il canto notturno di un gallo,
il freddo del mattino – questo siamo noi.
Noi – gradini sull’abisso
figli dell’oscurità, aspettiamo il sole
vedremo la luce e, come ombre,
moriremo nei suoi raggi.

(1894)

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14 risposte a “POESIE SCELTE di Dmitrij Sergeevič Merežkovskij (1866-1941)  “Il passaggio dal populismo al simbolismo” a cura di Donata De Bartolomeo

  1. Francesca Tuscano

    Purtroppo non ho il tempo di scrivere niente di sensato su un tema così complesso e interessante, perché devo dedicarmi solo ad una traduzione che mi garantisce un tozzo (davvero un tozzo) di pane. Ma è grave che nessuno sembri accorgersi, nel blog, di questo poeta e pensatore davvero centrale (non solo per la Russia), molto giustamente riproposto.

    (da maestrina, o forse da chi è immersa nella traduzione e traslitterazione dal russo dalla mattina alla sera, correggo solo un refuso – Gippius e non Gippus; è importante per chi magari non la conosce e vuole cercarla…)

  2. «Noi… figli dell’oscurità, aspettiamo il sole», questi versi di Merežkovskij preannunciano e preparano quelli di Mandel’stam: «Moriremo nella diafana Petropoli / dove non tu governi ma Proserpina». Il «sole» cui anelava Merežkovskij purtroppo si era rivelato, la rivoluzione d’ottobre aveva fatto ingresso con i suoi lutti e le sue tragedie. I poeti che seguiranno, quelli dell’acmeismo, intendo, non dovranno far altro che proseguire sulla strada tracciata da Merežkovskij, sviluppando le intensità, la densità semantica e metaforica. La grande poesia russa degli anni Dieci e Venti del Novecento non sarebbe stata possibile probabilmente senza avere un poeta come Merežkovskij nel retroterra.

  3. antonio sagredo

    Stai tranquilla, Francesca: in campagna non ho documentazione necessaria sul poeta simbolista, ma sono riuscito a raccogliere queste tesimonianze:
    Così scrivevo nell’autunno del 2011 al filosofo ateista polacco Andrzej Nowicki (1919-2011):

    Carissimo Andrzej,

    felicissimo di risentirTi: questo è segno di buona salute. Non conosco il saggio della Kralowa: sarei felice se puoi spedirmelo, e di collocarlo poi nella fondazione “Ripellino”. Mereškovskij lo conosco abbastanza bene: sono mie antiche letture. Il prof. Lo Gatto (1890-1982) (maestro di Ripell…) scrisse nella sua “Letteratura russo-sovietica” molte pagine sul poeta-filosofo russo ; possiamo dire che sono pagine quasi definitive, per cui il mio intervento non aggiunge nulla; egli fu amico di Vjaceslav Ivanov, e di tanti altri. Mi disse che parlava spesso con lui di Mereškovskij: non so se questi dialoghi siano stati scritti.
    Dovrei avere qualcosa di questo simbolista della prima generazione, un minore!, nella mia biblioteca. Comunque come poeta è ritenuto minore; più intricante e valido come filosofo.

    Ti abbraccio
    Antonio Sagredo
    —————————

    e dal Corso su Pasternàk, 1972-73 di A. M. Ripellino:
    [“Si capisce subito che siamo in un campo molto vicino a quello di Majakovskij: cioè la derisione del costume borghese ma, più che derisione è lo spregio del costume borghese, il quale copre di orpelli e tramuta in kitsch, e in manicomio qualsiasi cosa. È una di quelle poesie in cui Pasternàk inconsciamente risponde all’epoca. Non solo, ma satireggia, diagonalmente, il filisteismo che purtroppo è sempre presente, rivoluzione o no. E nello stesso tempo si ricollega ad una tendenza tipica delle lettere russe, quella antiborghese; la lotta contro il borghesismo come categoria mentale è presente in tutta la letteratura russa, da Dostoevskij a Berdjaev . Berdjaev dice addirittura:
    che non si può immaginare uno scrittore russo che non spari contro il costume borghese.
    Come categoria mentale, quindi Pasternàk si inserisce ottimamente in questa linea”].
    (nota n°. 200 di A. S.).
    A questi due scrittori bisognerà aggiungere il nome di D. S. Merežkovskij (1865-1941 ). Scrittore che ha “una evidente limitazione clamorosa poi che si scaglia contro il borghese filisteo che è, per Merežkovskij, l’europeo occidentale”, in E. Lo Gatto La letteratura russa-sovietica, ed. Sansone/Accademia, Milano 1968, p. 19. Fu poeta che tradusse tragici greci, p.e., Eschilo, Sofocle e fu studioso del Rinascimento italiano. Scrisse “romanzi di vita egiziana antica” ; e la famosa Trilogia : Cristo e l’Anticristo, Giuliano l’Apostata, poi il Leonardo da Vinci e Pietro e Alessio; poi una opera su Tolstoj e Dostoevskij. (da. E. Lo Gatto, Letteratura russa, ed. Paolo Cremonese in Roma, MCMXXVIII-VI, pp. 192-193).
    —————————

    e dal Corso su Mandel’štam di A. M. Ripellino del 1974-75:
    [“A questo periodo, anno 1909, appartiene l’apparizione di Mandel’štam nella famosa Torre di Ivanov . Nella Torre di Ivanov, Mandel’štam conosce molti scrittori. Il poeta Pjast dice che:
    Mandel’štam si presenta nella torre ad una lezione di Ivanov sulla struttura dei versi insieme ad un poeta, che finì poco dopo suicida, Victor Gofman; era un giovane del tutto armonioso, snello, con abito civile, il quale impennava continuamente la testa non proprio in alto, ma indietro: tanto sentimento di dignità ribolliva e chiedeva di esprimersi in questo giovane corpo.
    Dopo la lezione Mandel’štam recitò i suoi versi e fu lodato come era consuetudine di Ivanov. Ma l’atteggiamento sacerdotale di Ivanov non ebbe influsso su di lui, benché egli in certe cose risentisse della sua lezione. In questo periodo conosce pure i Merežkovskij. Zinaida Gippius * lo ricevette nel suo salotto, e gli disse che non l’avrebbe più ricevuto fino a quando non avesse scritto dei versi belli:
    Se in futuro scriverete dei bei versi, io vi vedrò, ma per il momento non ha senso.
    Poi quando lesse su altre riviste altri versi migliori lo invitò nel suo salotto odoroso di tuberosa-lubin, ma Mandel’štam non volle andarci per orgoglio; ciò non impedì però alla Gippius di raccomandarlo agli amici, tanto che in un primo momento nelle redazioni pietroburghesi chiamavano Mandel’štam “Il piccolo ebreo di Zinaida”.
    Nella Torre di Ivanov Mandel’štam conobbe anche Anna Achmatova, nella primavera del 1911. Nacque un’amicizia, la più profonda e duratura, che continuò per tutta la vit+a.
    —————————-
    * Zinaida Gippius (1867/69-1944). Poetessa, fu moglie di Merežkovskij e musa del primo simbolismo russo; la sua poesia oscilla tra un quotidiano mediocre e una sorta di metafisica malsana colma di sortilegio e misteri. Il primo incontro tra la Gippius e Mandel’štam non fu tra i più cordiali; in seguito il poeta la snobbò.
    ————————-

    • Francesca Tuscano

      Ecco, Antonio, queste parole: “Comunque come poeta è ritenuto minore; più intricante e valido come filosofo.”, le condivido in pieno. Quando ho scritto che i conti con Merežkovskij li si deve fare, mi riferivo innanzitutto al suo pensiero (che, come tu ben sai, si inserisce in un periodo molto interessante della storia del pensiero russo, complesso e contraddittorio, sul limite del baratro, come avrebbe ricordato Blok o detto mirabilmente l’Achmatova – il baratro che stava tra la fine della “vecchia” Russia e l’Ottobre di cui nessuno seppe dire come Chlebnikov, Majakovskij o Mejerchol’d). Un pensiero che, come quello di altri (e tra i primi Fëdorov, che influenzo anche Majakovskij, ad esempio), si può comprendere solo all’interno delle riflessioni sull’ortodossia che si confrontavano con il pensiero dei grandi della filosofia occidentale (contemporanei). Insomma, il discorso è lungo (come ci insegna Ripellino, ma anche Lo Gatto), e una volta sarebbe davvero bello riuscire a farlo (parlando anche di Florenskij, ad esempio). Torno alle traduzioni che mi danno il pane! (ah! a proposito, riguardano tutte Leonardo da Vinci… sarà anche per questo che in questo periodo ho un “debole” per Merežkovskij?…). A presto!

  4. antonio sagredo

    L’incapacità di saper cogliere nel popolo (russo) quei concreti valori e rivendicazioni che da secoli in Russia s’erano ammucchiati senza soluzione alcuna e che al minimo ri-sollevamento erano schiacciati nel sangue (prima zarista, poi ideologia filistea comunista che tanto disprezzò Majakovskij) è la principale caratteristica del simbolismo russo, di cui la prima generazione fu la maggiore espressione di questa stessa incapacità. Chiusi i simbolisti nel loro pensiero filosofico-poetico – pur sprezzando il borghese, ma con parole evanescenti! – che si ri/costruirono per edificare la loro “Torre d’avorio”, non seppero anche in poesia e filosofia risolvere il secolare problema russo che si sintetizza nella domanda fatale/letale ” Che fare?”. Cosa fare il poeta simbolista lo seppe ben concretizzare come nei versi del “Cielo azzurro”, dove l’evanescenza e la diafanità regnò sovrana! La languidezza del loro comportamento quotidiano unita alla psiche malata (velenosa patologia degli oscuri pensieri, come in F. Sologub nel “Demone meschino”!) amministrava le loro parole “poetiche” che generavano mondi lontanissimi dai “realia”: fu dunque il primo simbolismo un fallimento totale
    delle loro aspirazioni: Quella “torre d’avorio” cominciò a sgretolarsi quando apparve un nuovo poeta (Aleksandr Blok) tormentato inizialmente dai simboli ereditati dai suoi predecessori di corrente: di questi simboli che non possedevano né capo né coda e totalmente, malsanamente astratti da ogni concretezza, Blok comprese subito l’inutilità e la vanità, e cominciò a distruggere a colpi di sarcasmo, di ironia, di parodia e con parole beffarde tutto l’edificio simbolista – compreso quello della seconda generazione a cui apparteneva – I suoi compagni “simbolisti” mai gli perdonarono il voltafaccia che fu manifesto in una sua opera teatrale “BALAGANCIK”, dove lo sfondamento di una velo/finestra fittizio diviene segno e segnale dello svelamento di tutto il simbolismo russo. Blok continua l’opera di distruzione
    dei valori simbolici oramai esausti e inutili con altra opera teatrale “La SCONOSCIUTA”. “. A questo punto il Merežkovskij è annichilito: in esilio a Parigi (dove morirà nel 1941 davanti al fuoco filisteo di un camino) vedrà come in film muto (egli stesso ammutolito!) la tragedia dei poeti russi uccisi e deportati da durante la Rivoluzione fino alla sua fine e continuata dopo con gli orrori dei campi di sterminio stalinisti. Paradossalmente si sarà detto (lui, uno scaduto della e dalla Storia) che aveva ragione a rifugiarsi nella torre d’avorio dove si sentiva protetto senza ancora una volta percepire il Tempo degli eventi drammatici che fanno la Historia e che gli si era svanita davanti, poi che rifugiatosi (insieme alla compagna Zinaida Gippius) nel “cielo azzurro” non ne aveva visto nemmeno il reale colore del rosso sangue! – Che dire delle poesie tradotte (a parte il valore positivo delle traduzioni, scontato) qui presentate? Esse servono e sono utili come testimonianza dell’ottusità di alcuni poeti che regolarmente macchiano di malsano la Poesia stessa: pensate all’”acquazzone luminoso” di Pasternàk o alla majakovskiana“Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”, e di tanti altri poeti straordinari, e confrontate la puerilità della poesia di Metežkovskij!

  5. Francesca Tuscano

    Non sono d’accordo su moltissime cose, Antonio. Spero di riuscire ad avere il tempo, tra qualche giorno, di motivare il perché, dal momento che ciò che dici merita una “discussione” molto seria. Adesso devo tornare alla traduzione che mi dà il pane (per quanto poco…). A presto, però (spero)…!

  6. Non sono esperto in cose russe, ma leggo con grande piacere queste pagine e seguo la discussione.
    Anche io avrei voluto scrivere, come Merežkovskij, “Io voglio ma non sono capace di amare gli altri; sono un estraneo in mezzo a loro.” Se lo facessi, se lo scrivessi (come sicuramente qualcun altro ha scritto, mi sfugge il nome o non è importante, ne ho lette tante…) non passerei per decadente ma per un emerito cretino.
    Penso, spesso, che i poeti non facciano altro che dire le stesse cose con forme e immagini diverse, con linguaggi aderenti al loro tempo. E’ una contrazione, me ne rendo conto, e leggendo il post di Sagredo sono andato subito a ricercare Block, ed ecco che trovo lo stesso concetto della poesia di Merežkovskij, in una di Block. Quest’ultima però mi tocca nel profondo. 

    Come è penoso andare fra la gente
    e fingere di non essere morto
    e raccontare a chi non ha vissuto
    il giuoco falso e tragico del male;
    e contemplando il proprio incubo notturno
    scoprire un’armonia nel discordante
    mulinello dell’essere, ché solo
    nei riflessi dell’arte l’uomo vede
    l’incendio senza scampo della vita…

    (trad. di R. Poggioli)

    Come sono diversi i due poeti. Merežkovskij afferma”Invano ho voluto dare tutta la mia anima al popolo” ed è finito davanti a un caminetto, Block, invece, scrive un’apocalisse (I Dodici) e muore per mancanza d’aria.

    Nella mia anima giace un tesoro,
    la cui chiave è affidata solo a me!
    Hai tutte le ragioni, mostro ubriaco!
    Lo so bene: la verità è nel vino.
     
    (La Sconosciuta trad. di A.M.Ripellino)

  7. carlo freccia

    Caro Panetta BLOK; BLOK!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! non BLOCK!

  8. Errore fu! un block mentale. Capita. Sia clemente con i suoi dardi educativi.:-))

  9. Francesca Tuscano

    Chiedo scusa per l’ennesima intrusione “immotivata”, ma mi sembra un po’ limitante, per quanto “leggero”, Giuseppe, liquidare Merezkovskij mettendolo davanti ad un caminetto. L’Ottobre non fu una scampagnata e ognuno reagì come seppe e come volle. Ma il valore del pensiero del Simbolismo russo e di Merezkovskij, per quanto lontano e non riducibile a categorie a noi note, è indiscutibile. Poi, certo, di Merezkovskij, come (mutando il mutabile) di Pound o di Céline si può dire tutto e il contrario di tutto. Ma mi sembra che pochi di noi (forse nessuno) attualmente possa liquidarlo con tanta semplicità. E Blok sarebbe stato il primo a dirlo.

  10. No Francesca, non avevo nessuna intenzione di liquidare Merežkovskij con leggerezza. Hai proprio ragione a dire che ognuno nell’ottobre reagì come poté o volle. Chissà come avrei reagito io, mi domando. Non sono esperto in materia e tendo a ribadirlo, leggo, confronto, ragiono e sulle poesie qui presentate posso parlare. Merežkovskij ha preferito la fuga “Il santo odio di morire per la libertà non mi attirerà”.

    La preghiera iniziale la trovo stucchevole, meglio il cantico di San Francesco, insuperabile.

    Della poesia “Cielo Azzurro” che mi pare sia considerata la punta di diamante di Merežkovskij, ma posso sbagliarmi, non credendo nell’azzurro (mi ricorda Berlusconi, anche se è scorretta da parte mia questa operazione) salvo solo “credo poco alla virtù terrena”, non potendo essere io estraneo agli uomini, mi servono per scriverci.

    Tra i due, Blok, come dico io, mi dà tanti schiaffi come i simbolisti francesi che mi hanno picchiato duro quando ero adolescente.

    Ma io ho fame di conoscere e quindi attendo volentieri le tue considerazioni in merito, quando sarai più libera dal tuo lavoro.

    • Francesca Tuscano

      Quando avrò un po’ di tempo (ma quando?????) mi piacerebbe molto scrivere di pensiero e di poesia russe, magari con Antonio Sagredo (che ha avuto la fortuna di avere come maestro il maggiore degli slavisti italiani, Ripellino). Chissà?

      ps. il confronto tra Blok e Merežkovskij, comunque, non può reggere – con Blok è difficile fare paragoni in assoluto. E’ stato uno dei maggiori poeti del Novecento, e non solo russo…

  11. antonio sagredo

    Tutto m’aspettavo in questi commenti sul poeta russo in oggetto, tranne che la citazione del nome di quella miserabile persona, e questo inficia anche i commenti non specialistici di taluni interventi: bisogna starsene ognuno nel proprio cortile, non sconfinare: pena strafalcioni e altro. Dire di ciò che si sa, e tacere e ascoltare, far parlare chi sa e non giudicare come se si fosse padrone della materia altrui! Gli slavisti – quelli seri – sanno di quel che parlano con competenza, e nonostante opinioni differenti illuminano le menti di coloro che non sanno di culture slave, e di cui tanto poco si sa. Non è la semplice lettura di autore slavo che ci deve permettere di affermare: io so tutto di quei mondi! Invece pochissimo si sa: noi, slavisti, facciamo fatica ad esporre ai non-specialisti la complessità di quei mondi…
    per cui l’umiltà che mi distingue o ci distingue (ma non tutti gli slavisti posseggono) deve essere lezione presente. Come l’intervento di un lettore di questo blog qui ha fatto dire di un autore ceco che è un grande poeta surrealista, quando invece è solo un epigono! Non ho potuto fare a meno di intervenire e mettere qualche tassello al posto che gli compete. Grazie A. S.

  12. Giuseppe Panetta

    Sono al buio.

    Hai ragione, Antonio, chiedo scusa, non so stare senza ironia e spesso dovrei mordermi la lingua.

    Mi son fatto leggere in russo La Sconosciuta. Così da immaginare quella sera nella Torre d’avorio.

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