LA MEDITAZIONE POETICA DI WALLACE STEVENS (1879-1955). Due poesie da “Note verso la finzione suprema” PROGETTO UMANO E ‘PROGETTO DEL SOLE’ di Franco  Toscani

wallace stevens

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 da Note verso la finzione suprema, Titolo originale Notes toward a supreme fiction (1942)  trad. Nadia Fusini

IX

The poem goes from the poet’s gibberish to
The gibberish of the vulgate and back again.
Does it move to and fro or is it of both

At once? Is it a luminous flittering
Or the concentration of a cloudy day?
Is there a poem that never reaches words

And one that chaffers the time away?
Is the poem both peculiar and general?
There’s a meditation there, in which there seems

To be an evasion, a thing not apprehended or
Not apprehended well. Does the poet
Evade us, as in a senseless element?

Evade, this hot, dependent orator,
The spokesman at our bluntest barriers,
Exponent by a form of speech, the speaker

Of a speech only a little of the tongue?
It is the gibberish of the vulgate that he seeks.
He tries by a peculiar speech to speak

The peculiar potency of the general,
To compound the imagination’s Latin with
The lingua franca et jocundissima.

IX

Dal farfuglio del poeta al farfuglio
Del volgare va la poesia avanti e indietro.
Va e poi torna, o è insieme

In entrambi? E’ un lampo improvviso,
O il concentrato bagliore di un giorno piovoso?
Esiste una poesia che mai giunge alla parola

E una che vaneggia impaziente?
La poesia è sia particolare che generale?
C’è una riflessione qui, che appare

Come un’evasione, una cosa che non si comprende
O non si comprende bene. Ci sfugge forse
Il poeta, in un elemento che non s’afferra?

Ci sfugge, questo ardente, asservito oratore,
Il portavoce delle nostre barriere più ottuse,
Esponente per virtù di parola, l’attore

Di una parola solo in parte lingua comune?
E’ l’oscuro farfuglio del volgare che cerca.
Vorrebbe, grazie ad una parola speciale, dire

La speciale potenza del generale.
Combinare il latino dell’immaginazione
Con la lingua franca et jocundissima.

wallace stevens harmonium

X

A bench was his catalepsy, Theatre
Of Trope. He sat in the park. The water of
The lake was full of artificial things,

Like a page of music, like an upper air,
Like a momentary color, in which swans
Were seraphs, were saints, were changing essences.

The west wind was the music, the motion, the force
To which the swans curveted, a will to change,
A will to make iris frettings on the blank.

There was a will to change, a necessitous
And present way, a presentation, a kind
Of volatile world, too constant to be denied,

The eye of a vagabond in metaphor
That catches our own. The casual is not
Enough. The freshness of transformation is

The freshness of a world. It is our own,
It is ourselves, the freshness of ourselves,
And that necessity and that presentation

Are rubbings of a glass in which we peer.
Of these beginnings, gay and green, propose
The suitable amours. Time will write them down.

X

Una panca faceva da palco al suo trance, Teatro
Del Tropo. Sedeva nel parco. L’acqua
Del lago era piena di segni artificiali,

Come uno spartito, un’aria più rarefatta,
Un’atmosfera fugace, in cui cigni diventavano
Serafini, santi, mutevoli essenze.

Il vento d’occidente era la musica, il moto, l’energia che spingeva
I cigni in curve lente, una volontà di mutamento,
Una volontà di disegnare volute nel vuoto.

C’era una volontà di mutamento, una necessità,
Un’urgenza, un’offerta, una specie di mondo volatile,
Troppo coerente per essere negata,

L’occhio d’un vagabondo in metafore,
Che ci cattura. Ma il caso non basta.
Il vigore della trasformazione è

Il vigore di un mondo. È il nostro,
Siamo noi, il nostro stesso vigore,
E quella necessità e quell’offerta

Sono i graffi sul vetro appannato da cui spiamo.
Di questi inizi, ingenui e gioiosi, presenta
I confacenti amori. Il tempo li tradirà.

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1. ‘Suprema finzione’ e incanto del mondo. Il romantico

Sugli uomini la pressione della realtà rischia di diventare talmente intollerabile e oppressiva da impedire ogni effettiva capacità di distacco, autonomia e contemplazione. Il poeta, come fratello e amico degli altri mortali (un amico particolarmente affettuoso e soccorrevole), deve essere in qualche modo capace di sottrarsi a tale pressione, alla sua cogenza e violenza, ma al tempo stesso egli è parte del reale, la grandezza della poesia non conduce certo a negare il valore e lo spessore della realtà. Anzi, come “ambasciatore dell’immaginazione”, il poeta ha un unico compito, scrive Wallace Stevens (1879-1955) nel saggio Imagination as value (1949): “i grandi poemi del paradiso e dell’inferno sono già stati scritti, ma rimane da scrivere il grande poema della terra” (AN 216).

????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????? Non si può dire che Stevens non avesse, anche come uomo e nel suo lavoro, un senso solido della realtà. Com’è noto, il grande poeta americano fece un’importante carriera dirigenziale ad Hartford nel Connecticut, in cui risiedette per tutta la vita e da cui si allontanò pochissimo, solo per motivi di lavoro, per brevi vacanze in Florida o per rapide scappate nelle librerie e gallerie di New Jork. Egli divenne vicepresidente di una delle massime compagnie di assicurazione americane, la “Hartford Accident and Indemnity Company” (il suo ramo specifico professionale era l’assicurazione del bestiame trasportato al mercato), dove lavorò sino agli ultimi anni di vita. A proposito del suo rapporto col denaro, c’è un epigramma dal significato inequivocabile: “Money is a kind of poetry” (OP 165, AN 16).

Wallace-Stevens-Walk-Blackbird-1 Ora, Stevens riuscì a coniugare questo suo pragmatismo tipicamente americano a una straordinaria, vitalissima e feconda passione poetica. Il senso della realtà, per non scadere a realismo cinico e opportunistico, non può non risolversi – pensiamo qui al Musil de L’uomo senza qualità – nel senso della possibilità: a questo serve, fra l’altro, l’immaginazione poetica.
Wallace-Stevens-Quotes-1 Stevens distingue tra l’“evasione in senso peggiorativo” o elusione (che si ha quando il poeta è slegato dalla realtà e l’immaginazione non aderisce ad essa) e l’ “illusione benigna” (la “suprema finzione” della poesia), che arricchisce il mondo e aiuta tutti gli uomini a pensare e a vivere (cfr.AN 38,104-7;CP 120,L 402-3). A questo proposito Massimo Bacigalupo ha osservato che la “suprema finzione” stevensiana può essere utilmente messa in relazione al grande tema leopardiano dell’ “illusione” (cfr. AN 26). Per Leopardi, tutto il bello e il buono di questo mondo sono “pure illusioni”, senza le quali però non vi può essere poesia e si afferma la barbarie tra i popoli . Egli scrive nello Zibaldone : “Pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni. (…) in ogni sentimento dolce e sublime entra sempre l’illusione, ch’è il più acerbo dolore il vedersi togliere e svelare” (Z 56). Per lui, il vero filosofo, che non è un illuso ed è lucido a proposito del reale, ama le illusioni, al contrario del falso filosofo che le disprezza (cfr. Z 477).

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 Se gli uomini credessero di più in “supreme illusioni” o “enti immaginari” come la generosità, la sensibilità, la giustizia, la fedeltà, la corrispondenza di amorosi sensi, etc., per Leopardi nel mondo vi sarebbe certamente meno infelicità; gli uomini sensibili continuerebbero a seguire delle illusioni, “perché nessuna cosa è capace di riempier l’animo umano, ma non è meglio una vita con molti piaceri illusorii, che senza nessun piacere? non si vivrebbe meglio se nel mondo si trovassero queste illusioni più realizzate, e se l’uomo di cuore non si dovesse persuadere non solo che sono enti immaginari, ma che nel mondo non si trovano più neanche così immaginari come sono? in maniera che manchi affatto il pascolo e il sostegno all’illusione. E dall’altro lato, non c’è maggiore illusione ovvero apparenza di piacere che quello che deriva dal bello dal tenero dal grande dal sublime dall’onesto. Laonde quanto più queste cose abbondassero, sebbene illusorie, tanto meno l’uomo sarebbe infelice.” (Z 113-4).

Wallace-Stevens-Quotes-2 Pur disilluso e amaro sulla nostra condizione, Leopardi così non cessa di invitarci con forza a una vita più ricca e felice. Con l’immaginazione l’uomo coglie una seconda dimensione degli oggetti: “All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.” (Z 1196).

sunny-breakfast

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 A queste fini osservazioni di Leopardi fa eco Stevens, in Esthétique du mal (pubblicata nel 1945 in plaquette e poi raccolta nel volume del 1947 Transport to Summer ), allorché si sofferma sui rischi di immiserimento della percezione e di perdita della sensibilità corsi dallo sguardo superficiale dei realisti incapaci d’incanto: “Perdere sensibilità, vedere quel che si vede,/ come se la vista non avesse le sue accortezze miracolose,/ udire solo ciò che si ode, un solo significato,/ come se il paradiso del significato cessasse/ di essere paradiso, questo vuol dire immiserirsi./ Questo è il cielo spogliato delle sue fontane” (H 378-9).
L’invito è qui esplicito al pieno dispiegamento e all’esercizio di quei sensi umani “educati e raffinati” che valorizzava Ludwig Feuerbach nel secolo XIX.

Coffee Oranges

Coffee Oranges

 Non si tratta qui di un aut-aut secco, di scegliere fra realtà e immaginazione; ognuno dei due termini rivendica ciò che gli appartiene nell’interdipendenza e nell’inscindibilità della loro relazione (cfr. AN 83,99,109). Si tratta piuttosto, come Stevens scrive nelle Notes toward a supreme fiction (il poema del 1942 che è senz’altro una delle opere più significative del Nostro, poi raccolta in Transport to Summer ), di “includere le cose/ che a vicenda si includono”, di cogliere il rimando continuo fra realtà e immaginazione, la totalità, “The complicate, the amassing harmony” (H 482-3).
wallace stevens harmonium 1Per capire la necessità dell’immaginazione, Stevens si e ci ripropone, nel saggio The noble rider and the sound of words (1941, compreso poi in The necessary angel , 1951), un interrogativo che fu di Shakespeare: “come potrà la bellezza difendersi da tanta furia?” (cfr. AN 23,110). Il poeta americano insiste molto sul fatto che l’immaginazione, se vuole essere produttiva, vitale e nobile, deve alimentarsi alla fonte della realtà.

Wallace-Stevens Quotes La nobiltà dell’immaginazione (cfr. AN 80-1,109-112,23) consiste in particolare nella preziosa risorsa della mente capace in qualche modo di reagire e di sottrarsi al mondo impoverito e infiacchito. In una delle sue ultime poesie, A mythology reflects its region, Stevens pone la questione della verità dell’immagine in modo assai suggestivo, al di là della problematizzazione meramente negativa offerta da Heidegger nel saggio Die Zeit des Weltbildes, facente parte di Holzwege : “L’immagine deve essere della natura del suo creatore./ E’ la natura del suo creatore accresciuta,/ esaltata. E’ lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca/ ed è lui nella sostanza della sua regione, / legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi / o di sotto i suoi monti” (MM 192-3).
Wallace-Stevens-mind-Meetville-Quotes L’immaginazione non tradisce la realtà, di cui è anzi un potenziamento, un accrescimento soprattutto se si sottrae all’ipoteca romantica che la sminuisce e svilisce: “L’immaginazione è uno dei poteri più grandi in mano all’uomo. Il romantico la sminuisce. L’immaginazione è la libertà della mente. Il romantico non riesce a usare questa libertà. L’immaginazione romantica sta all’immaginazione come il sentimentalismo sta all’emozione” (AN 212-3). Affinché non sia vano e infruttuoso, il desiderio va commisurato alla realtà. “Exile desire / For what is not” (“Esilia il desiderio/ per quello che non è”, MD 96-7), è una raccomandazione del poeta in Credences of Summer (1947).

Wallace Stevens. Photo of Robert Frost and Stevens at the Casa Marina Hotel in Key West, ca. 1940

Wallace Stevens. Photo of Robert Frost and Stevens at the Casa Marina Hotel in Key West, ca. 1940

 Per la precisione, da un lato Stevens prende le distanze, in una poesia come Sailing after Lunch (in Ideas of Order ,1935, H 150-1), dal romanticismo deteriore, dall’altro egli rivendica il “nuovo romantico” come fondamentale, perché “la poesia è essenzialmente romantica” (L 277, H 625-6). A questo proposito, nell’ Introduzione a Il mondo come meditazione, ha scritto M. Bacigalupo: “L’eroe di Stevens è la mente umana alla ricerca d’un modus vivendi anche minimo, e questo non può darsi se non attraverso un superamento dell’inimicizia fra mente e materia, il ristabilirsi della cuginanza fra uomo e luna. Ma non si tratta (…) di riesumare l’organicismo deistico dei romantici, di raffigurare uomo e natura come parti d’un tutto vivente, bensì di preparare l’uomo alla sua cancellazione escludendo rigorosamente ogni proiezione antropomorfica, scalzando cioè la ‘pathetic fallacy’, come la battezzò John Ruskin. Cancellazione che si compie ad esempio in The course of a particular , testo che può sembrare disperato ma che si fonda sulla convinzione che solo attraverso la disperazione, un azzeramento quasi Zen del significato, passi la via di ‘ciò che è sufficiente’” (MM 15).

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

Nella poesia Re-statement of Romance Stevens opera una “riaffermazione del romantico” che non ha più nulla a che fare con la retorica umanistica e con la impostazione armonicistica dei rapporti fra uomo e cosmo: “La notte non sa nulla dei canti della notte./ E’ quel che è come io sono quel che sono:/ e nel percepire ciò percepisco meglio me stesso/ e te. Solo noi due possiamo scambiare/ ciascuno con l’altro quel che ciascuno ha da dare./ Solo noi due siamo uno, non tu e la notte,/ né la notte e io, ma tu e io, soli,/ tanto soli, così profondamente con noi,/ così distanti dalle solitudini casuali,/ che la notte è solo sfondo ai nostri io,/ supremamente fedeli ciascuno al suo diverso io,/ nella luce pallida che ciascuno getta sull’altro” (H 196-7).

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 2. Il ‘gioiello inaccessibile ‘. Il tema dell’ ‘ignorant man’: Stevens e Jaccottet

Con la poesia intesa come “suprema finzione”, Stevens intende sottolineare il valore dell’illusione poetica, la sua caratteristica essenziale di ampliamento e arricchimento della realtà. La poesia è altro dall’ “essenziale povertà della vita”, “gli autori sono attori, i libri teatri” (OP 167, 157, MM 222), ma la poesia non è eterna, è anzi pienamente parte del mondo.
Il linguaggio della poesia è povero e ricco insieme, le parole non sono imperiture, son poca cosa, ma valgono nella misura in cui esprimono qualcosa del grande Tutto cui apparteniamo. Le poesie di Ariel appartengono a lui stesso nella misura in cui sono anche “opere del sole” e parte del pianeta: “Il suo io e il sole erano tutt’uno/ e le poesie, opera del suo io,/ erano non meno opera del sole./ Non importava che sopravvivessero./ Quel che contava era che portassero/ qualche lineamento o carattere,/ qualche abbondanza, anche se appena percepibile,/ nella povertà delle loro parole,/ del pianeta di cui erano parte” (cfr. The Planet on the Table , H 582-3, MM 108-9).

Yeats-Quotes-

Yeats-Quotes-

La “suprema finzione” della poesia è “una soddisfazione nell’irrimediabile povertà della vita” (OP 167). Nella povertà della condizione umana, il linguaggio risplende come il nostro più prezioso e caratteristico tratto. In Esthétique du mal e altrove Stevens ne è perfettamente consapevole: “Natives of poverty, children of malheur,/ The gaiety of language is our seigneur” (H 382-3). Come scriveva Hoelderlin in Brot und Wein , quando l’uomo “dà un nome a ciò che più ama,/ ora, ora debbon per questo parole come fiori nascere”.  Davvero l’artista è “un amoureux perpétuel del mondo che contemplando arricchisce” (AN 106); senza questo apporto decisivo il mondo sarebbe desolato.

 Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh ('W.H.') Auden by Louise Dahl-Wolfe

Christopher William Bradshaw Isherwood; Wystan Hugh (‘W.H.’) Auden by Louise Dahl-Wolfe

Convinzione dell’autore è che l’illusione di vivere prevalga sulla vita stessa e che la realtà si risolva nel pensare sé stessa, sia ciò che ne facciamo, “un’attività dell’immaginazione più augusta” (MM 170-1).

La poesia è la “finzione suprema”, da non intendersi come vana illusione o rinunzia alla realtà, ma come tensione alla purezza di una parola non raggiunta, al dire essenziale, più dicente. La “supreme fiction” vuole anzi essere canto della terra, “the poem of pure reality”, di chi non cerca nulla oltre il reale, poesia delle cose che nasce a partire dal cuore delle cose. Credere nella “suprema finzione” vuol dire allora confidare in una sorta di estensione della realtà, in una “illusione” di cui resta difficile stabilire esattamente il valore. Ma intanto, scrive il poeta in una lettera all’amico Church: “Il primo passo verso la finzione suprema dovrà essere quello di liberarsi di tutte le finzioni già esistenti. Una cosa risalta di più nell’aria chiara, che se ricoperta di fuliggine” (L 430-1).

Wallace-Stevens-Quotes-2La “finzione suprema” consta nelle Notes toward a supreme fiction di tre momenti (“Deve essere astratta”, “Deve mutare”, “Deve dare piacere”), a cui se ne doveva aggiungere un quarto, “Deve essere umano”, che invece l’autore non ha scritto (e su ciò torneremo). Il “poema essenziale”, la “poesia delle cose”, l’astrazione cari a Stevens si ricavano a partire dal “cuore delle cose”, grazie all’allontanamento di quella nebbia razionalistica che ci impedisce di scorgere più originariamente le cose stesse. Ci si vuole qui liberare da ogni falsità per accedere alla vita ordinaria e comune dell’uomo, definita “il gioiello inaccessibile” di cui la poesia è la “difficile ricerca” (L 521). L’astrazione maggiore consiste nel ritrovare la vita normale, nel riconciliarsi con la realtà, “è il volto/ difficile, anonimo, dell’uomo comune” ( N 76-7, H 456-7). Il potere di astrazione del poeta coincide per Stevens con la sua capacità di “trascinare con sé (…) anche quella realtà su cui tanto insistono gli amanti del vero” (AN 98). Nadia Fusini ha parlato, in rapporto alla nozione di décréation di Simone Weil, di “procedimento decreativo” della poesia di Stevens, per cui essa, con la sua povertà di dizione e di retorica, è molto vicina al carattere ordinario e comune della realtà (AA 11). Secondo Fusini, l’astrazione stevensiana, nel suo sforzo di pervenire, tramite riduzione, alla “prima idea” intesa come apertura originaria dello sguardo umano sulle cose, è accostabile all’epoché fenomenologica di Husserl (cfr. N 128). L’astrazione “traduce l’idea di de-creazione in quanto quel procedimento che risveglia appunto le forze della creazione. E’ sì riduzione, epoché che sospende e sradica: ma anche risveglio” (Fusini, N 138).

Wallace-Stevens QuotesPossiamo a questo punto comprendere l’elogio stevensiano dell’ “ignorant man” (nelle Notes egli parla di “the courage of the ignorant man”, H 468-9), ossia dell’uomo libero dai pregiudizi ideologici, dai dottrinarismi, da quei paraocchi teorici e culturali che impediscono di godere e vivere appieno la realtà: “può essere – scrive il Nostro nella poesia The Sense of the Sleight-of-Hand Man (Il senso del giocoliere ), compresa in Parts of a World (1942) – che solo l’uomo ignorante/ abbia qualche possibilità di unire la sua vita/ alla vita che è sensuale, sposa perlacea, la vita/ che è fluida persino nel bronzo più invernale” (H 294-5). E nelle Notes : “Tu devi ritornare ignorante/ e rivedere il sole con occhio ignorante,/ chiaro vederlo nella sua idea./ Non mai supporre fonte dell’idea/ una mente inventrice, e non comporle/ un padrone titanico avvolto nel suo fuoco” (H 442-3).

Questi sono anche i temi sviluppati da Philippe Jaccottet nella raccolta del 1957 L’Ignorant , in cui l’uomo “ignorante” è il figlio della povertà in attesa che “a una a una le menzogne scompaiano” per avviarsi verso la ricchezza reale; ed è pure l’inquieto che si apre all’ascolto e rimette in questione le presunte certezze con cui tentiamo di mettere le brache al mondo. L’ “uomo ignorante” di Stevens e di Jaccottet rifiuta il dominio, non ha perso freschezza e capacità di stupore, è conscio dei propri limiti, aperto all’incommensurabile ricchezza del mondo, ad ogni cosa bella e buona, parla e pensa col cuore.

*

Franco Toscani, saggista e insegnante di Filosofia, vive e lavora a Piacenza, dove è nato nel 1955, è membro del comitato scientifico della sezione Emilia-Romagna dell’Istituto italiano di Bioetica, fa parte del consiglio di redazione della rivista “Testimonianze” ed è redattore della rivista “Filosofia e Teologia”.  Co-autore nel volume di AA.VV., Vita e verità. Interpretazione del pensiero di Enzo Paci , a cura di S. Zecchi, Bompiani, Milano 1991. Ha introdotto vari libri di poesia e con G. Zambianchi ha curato il volume postumo di poesie di N. Vegezzi, Terra e carne d’amore , Grafic Art, Piacenza 1995. Nel 2003 ha pubblicato, presso l’editrice Blu di Prussia di Piacenza, una plaquette di poesie, dal titolo La benedizione del semplice (“Prefazione” di C. Sini).Ha collaborato a riviste e a giornali come  “il manifesto”, “Quotidiano dei Lavoratori”,  “Libertà”, “Il Nuovo Giornale”, “Unità Proletaria”, “In-oltre”, “La Balena Bianca”, “La tribù”, “aut aut”, “Alfabeta”, “Nuova Corrente”, “AlfaZeta”,  “Studi Piacentini”, “Città in controluce”, ”dalla parte del torto”, “Qui – Appunti dal presente”,“Testimonianze”, “Filosofia e Teologia”, “Dharma”,”Odissea”, “Koiné”, “La clessidra”, “La Stella del Mattino”. E’ autore con S. Piazza del libro Cultura europea e diritti umani  (Cleup, Padova 2003). Un suo saggio è contenuto nel volume di AA.VV., Il tempo e il soggetto  (Cleup, Padova 2003), di cui è  curatore insieme a G. Olmi e S. Piazza ; tre suoi saggi compaiono in AA.VV., Sulla via della polis infranta , a cura di S. Piazza, Cleup, Padova 2004. Nel 2004 ha curato con G. Zambianchi il volume La rivolta e l’incanto. Poesia, pittura e scultura in Nello Vegezzi ,Editrice Kairos, Piacenza. Del 2010 è il volume (co-autore S. Piazza) Fede e pensiero critico nell’età globale. Testimonianze per una civiltà planetaria, Cleup, Padova. Nel 2011, per le edizioni Odissea di Milano, pubblica i saggi Gandhi e la nonviolenza nell’era atomica e Luoghi del pensiero. Heidegger a Todtnauberg. Del 2012 è il libretto ‘L’azzurro della scuola degli occhi’. Terra e cielo di Hölderlin e  di Heidegger, CFR, Piateda (So).

 

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2 commenti

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2 risposte a “LA MEDITAZIONE POETICA DI WALLACE STEVENS (1879-1955). Due poesie da “Note verso la finzione suprema” PROGETTO UMANO E ‘PROGETTO DEL SOLE’ di Franco  Toscani

  1. Lucia Gaddo Zanovello

    Sul valore delle cosiddette illusioni (la bellezza stessa non è forse una di queste?) purché saldamente ancorate al reale, concordo pienamente e sono convinta che, sembra paradossale, avremmo un mondo più ‘sano’ se si lasciasse più spazio alla follia.
    È proprio il poeta, come l’artista in genere a creare mondi possibili, a volte i soli mondi vivibili.
    In fondo l’immaginazione può essere considerata come un altro senso, oltre a quelli noti che si contano sul palmo della mano. Per me è reale anche il mondo immaginato, esattamente come quello reale (ma una realtà inconfutabile poi, esiste davvero? Forse la realtà non esiste, esiste solo ciò che immaginiamo sia) come è reale quello creato dal pittore o quello creato nel teatro.
    Sono reali sofferenza e commozione anche se ispirate dagli attori che ‘rappresentano’ e interpretano vicende e personaggi. ‘Brucia’ tutto quello che si vive sulla pelle, qualunque sia la fonte dell’esperienza.
    Le “supreme illusioni” alle quali si fa cenno qui sono le sole a permettere sprazzi di felicità.
    L’affermazione di Wallace Stevens che “nel mondo delle parole, l’immaginazione è una forza della natura” è una geniale constatazione di quel che avviene con l’arte. A volte basta guardare con gli occhi di un bambino. La beata ignoranza a volte ‘veste’ le cose naturalmente di emozione, le vede con maggiore libertà.
    Estremanente interessanti il saggio di Franco Toscani, le poesie e le meditazioni di Wallace Stevens sulla poesia riportati in questo post.
    Grazie
    Lucia Gaddo Zanovello

  2. antonio sagredo

    Wallace Stevens e Robert Frost io li lessi più di 40 anni fa. L’impressione che ne ebbi fu di una simbiosi apparente… apparente ma tanto distanti erano i loro mondi! Entrambi si distanziano sia per l’immaginazione concreta nel primo, astratta nel secondo – sia per il fatto irreversibile che per il secondo non è il poeta a creare i mondi, ma viceversa. Questa impressione io conservo, e non l’ho cambiata per ignoranza mia e presunzione… intanto altri poeti americani prendevano ilo loro posto.
    a. s.

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