LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI (Parte II)- Gregory Corso, Ambra Simeone, Bsa, Artin Bassiri Tabrizi, Matteo De Bonis, Valerio Pedini a cura di Ivan Pozzoni con preambolo di Giorgio Linguaglossa

Andy Warhol_Marilyn 1967 serigrafia su carta pezzo unico fuori edzione cm91x91

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«Poetar è dis-umano / poetar è dis-ordine», scrive Artin Bassiri Tabrizi; « La mia penna come / un dildo il cere-bellum», scrive Bsa; «una volta leggendo un poeta contemporaneo, / mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente», scrive Ambra Simeone; «Il poeta, che è per un istante volto di luna, /siede, lungo sentieri limacciosi / e appestati da infernali pozzanghere», scrive Matteo De Bonis; «L’uomo è già distrutto, Dio pur non esistendo si è suicidato», scrive Valerio Pedini.

Mi sembra chiaro che qui siamo di fronte ad una diseconomia valoriale ed estetica. Una generazione che va dai venti ai trent’anni, che ha perduto la propria identità, la generazione che è venuta Dopo il Moderno, e dopo, diciamolo, il fallimento della poesia italiana della Tradizione e della Anti Tradizione, dopo il fallimento della politica degli ultimi trenta quaranta anni, dopo un lunghissimo decennio di strisciante stagnazione e recessione economica dell’Italia. Che altro dire? Che cosa possiamo rimproverare a questi giovani? Io, per rincuorarli, direi che hanno avuto pessimi maestri e che è stata una buona scuola. Non posso dir loro nient’altro. Non gli abbiamo lasciato nulla di duraturo (intendo valore estetico duraturo), nulla che valesse la pena di un impegno; gli abbiamo detto che la poesia è gioco, che si deve occupare dei ritagli e dei detriti, che si deve occupare del proprio corpo, che la poesia è «farsi i fatti propri» come scrive un poeta contemporaneo che va di moda, che la poesia è un atto «irresponsabile», come hanno scritto altri autori, e altre varie corbellerie. Non dobbiamo quindi meravigliarci se questi giovani hanno perduto le coordinate valoriali, politiche ed  estetiche (su quelle etiche non mi pronuncio). Hanno perduto tutto (anzi, gli abbiamo sottratto tutto). Cosa gli è rimasto?. Semplice, le «fondamenta instabili» (titolo di una antologia a cura di Ivan Pozzoni), non gli è rimasto nulla, non credono in nulla, tantomeno alla poesia.

(Giorgio Linguaglossa)

 

Gregory Corso
HO 25 ANNI

Con un amore un delirio per Shelley
Chatterton Rimbaud
e l’affamato guaito della mia gioventù
si è propagato da orecchio a orecchio:
IO ODIO I VECCHI SIGNORPOETI!
Specialmente i vecchi signorpoeti che ritrattano
che consultano altri vecchi signorpoeti
che esprimono la loro gioventù in bisbigli,
dicendo: – Queste cose le ho fatte allora
ma è acqua passata
è acqua passata –
Oh vorrei tranquillizzare i vecchi
dirgli: – Sono vostro amico
ciò che eravate una volta, grazie a me
lo sarete ancora –
Poi di notte nella sicurezza delle loro case
strappare le loro lingue apologetiche –
e rubare le loro poesie.

trad.it. Massimo Bacigalupo
[testo scelto da Ambra Simeone]

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 Ambra Simeone copertina Ho qualcosa da dirtiAmbra Simeone
UNA VOLTA LEGGENDO UN POETA CONTEMPORANEO

una volta leggendo un poeta contemporaneo,
mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente,
che quel che aveva scritto lo aveva scritto per non farsi capire,
cercavo sul dizionario le parole difficili, che intanto mi ero incuriosita,
e forse anche un po’ arricchita, avevo imparato parole nuove,
o meglio parole vecchie, parole che non sentivo dirle più a nessuno,
che scritte mi sembravano ancora più antiche, rimaste lì tra le righe,
pensavo a come scriverle anch’io, per far vedere che le sapevo,
per far impazzire chi le leggeva, che poi come me doveva aprire il dizionario,
e anche lui imparava quella nuova parola, e stava lì a decifrare un codice,
come in guerra, che se non capisci il codice sei morto o giù di lì,
ma se anche dopo imparate le parole che non sapevo, io non ci capivo,
che vorrà dire, mi sono chiesta? che sono ignorante? forse,
io ignoro perché il poeta contemporaneo lo aveva fatto, perché, mi chiedevo?
allora a chi vuole leggermi gli dico qualcosa che forse l’ha fatta anche lui,
che forse voleva proprio farla, che forse non ci aveva mai pensato,
che poi dice cavolo ora la faccio proprio, che allora c’ha proprio ragione!
ecco perché ti scrivo un ammasso di parole sentite per strada,
che il mio racconto se te lo senti dentro oppure no, me lo dirai,
chissà, ma almeno lo sappiamo di cosa stiamo parlando.

AMBRA SIMEONE è nata a Gaeta il 28-12-1982 e attualmente vive a Monza. Laureata in Lettere Moderne, ha conseguito la specializzazione in Filologia Moderna con il linguista Giuseppe Antonelli e una tesi sul poeta Stefano Dal Bianco. Collabora con l’Associazione Culturale “deComporre”. La sua prima raccolta di poesie Lingue Cattive esce a gennaio del 2010 per i tipi della Giulio Perrone Editore di Roma. Del 2013 è la raccolta di racconti Come John Fante… prima di addormentarmi per la deComporre Edizioni. La sua ultima raccolta di quasi-poesie esce quest’anno per deComporre Edizioni con il titolo Ho qualcosa da dirti – quasi poesie. È co-curatore de “Il Gustatore – quaderni Neon-Avanguardisti” che hanno ospitato Aldo Nove, Giampiero Neri, Peppe Lanzetta, Giorgio Linguaglossa, Paolo Nori e molti altri. Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste letterarie nazionali e internazionali tra le quali l’albanese Kuq e Zi, la belga Il caffè e l’americana Italian Poetry Review e su antologie; le ultime due per Lietocolle a cura di Giampiero Neri e per EditLet a cura di Giorgio Linguaglossa.

 

Bsa

Bsa

Bsa
LA POESIA FA IL POETA, IL POETA FA POESIA

La mia penna come
un dildo il cere-bellum riordina,
placa sconquassando teorie
a spada tratta, niente
vasellina ma con sabbia unge, bagna,
calma la rabbia
delle labbra oro-neurovaginali.
Estro non è creatività bensì
intimo sanguinare, mensile o emorroidale. Il dolore
aiuta pel pensiero astrale. Frullo
ora a freddo il fremente Freud: Arte,
ESSENZA SENZA formal tecnica non
si riduce al solo ES.

Poesia, grazie
per il sublime sublimato
io,
sazio e savio e dissolto
che regali.

Sei un bel gioco
per bambini mai banali.

BSA, Oudeis, Anam sono tre nomi usati dal “poeta”. Classe 1989, mai laureato, ha pubblicato i suoi scritti nella raccolta Viaggi diVersi (Poeti e Poesia), e varie volte con deComporre edizioni, in diverse antologie a cura di Ivan Pozzoni.

 

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi
IN MORTE DEL POETA MAI NATO
a Jacques Derrida

Commensale, commensale !
Dammi da bere
e inizierò a narrare

Amico mio, devi sapere
Che noi poeti d’antico mestiere
– mal celati
mai compresi –
con diversi sotterfugi
l’Animo umano sappiam cangiar!

Acciocché possa capire
quel che io ti sto per dire
prova un po’ a immaginare
a quant’è sconfinato il mare

Troverai, con dispiacere
che c’è poco da tacere!
Ahi, lasso, qual buon vento
mena le vele a piacimento

e cangiarlo non si puote
(non importano le quote)
tentennar è criminale
se di fronte hai un bel crinale

senza fronzoli o anatemi
lo smargiasso di sistemi
cosa può dinanzi a noi?

Che poi vedi, oh commensale
la nostra
ingordigia tutto travolge
non solo al mare
essa si volge

Sterpi danzanti
muri vibranti
chioschi dolenti
volti piangenti.

L’orecchio tende l’agguato
la parola, inerme

Esso
si intinge di lusso
si veste di fango

La simmetria di questo pensiero
non esiste, non può d’altronde
esso è rapace
avvilito da quello che gli si mostra :
teste marce, scuotono meccanicamente
l’assenso, come a dimostrarne l’inconsistenza

Sapresti affermare, con viltà
che questo è movimento?
Che questa è possibilità?
Posso forse immergerti in questo specchio unto?

Posso osare
carpire le forme del tuo volto cieco immerso in una sostanziale uniformità di linguaggio
menomare quegli occhi acuminati
sostenere il tuo respiro?

Posso forse, io
– con cotanta perfidia –
chiederti ora, avvolta nei nembi
di mescere, con me, ignave forme di silenzio
di sostare inerte finché tutto sia brullo?

Poetar è dis-umano
poetar è dis-ordine,

Nel ventre del sonno
che ormai tutto tace
noi siam la fornace
già! quella loquace!

Ma senza proventi
marciscono lenti
quei decadenti
che aman poetar

Vieni, anche te!
a esplorare il sentier
insieme al burlier
e al suo destrier

Unitevi in coro,
amanti dell’oro!
agiremo caparbi
sosterremo gli sguardi

Narcisi violenti
scappate, fetenti!
è il turno dell’ombra
le cui stanche membra
tanto pazienti
finirono algenti
disperse dai venti

Oh, commensale
quanto mai vale
questa sporca realtà?

ARTIN BASSIRI TABRIZI è nato ad Assisi il 1992; frequenta Filosofia all’Università degli studi di Perugia e anche il conservatorio F. Morlacchi della stessa città, come studente di pianoforte. Attualmente svolge studi all’Université Paris Pantheon-Sorbonne; a breve si iscriverà all’Università Statale di Milano per la specialistica. È uscito nell’antologia Umane transumanze (deComporre Edizioni).

 

Matteo De Bonis

Matteo De Bonis

Matteo De Bonis
IL POETA

Il poeta, che è per un istante volto di luna,
siede, lungo sentieri limacciosi
e appestati da infernali pozzanghere, su una selce
solitaria.

La sua mente è rivolta verso l’incandescente
forma d’una poesia-conchiglia;
in essa giocherà
un’eco del mare invisibile.

MATTEO DE BONIS è nato a Cosenza il 27 Giugno 1991; è laureando in Filosofia e Storia presso l’Università della Calabria. Nel 2008 ha partecipato al premio letterario ‘Federica Monteleone’ nella sezione dedicata alla narrativa, figurando tra i vincitori. Nel 2011 ha partecipato e vinto la selezione regionale delle Olimpiadi di filosofia. Ha collaborato con numerose riviste on-line di cultura e filosofia. Attualmente s’occupa di tematiche quali i rapporti tra poesia e ontologia e la riabilitazione del sapere estetico. È uscito nell’antologia Fondamenta instabili (deComporre Edizioni).

 

valerio gaio pedini

valerio gaio pedini

 valerio pediniValerio Pedini
POIESIS ET NATURAE: NIETZSCHE E CAPRONI S’INSULTANO, MENTRE BUKOWSKI RIDE- ED IO EVAPORO

“Dio è morto”, inizia così la triste- ma forse non così tanto vicenda
Del litigio dogmatico dei poeti dei mondi- fanculo se l’uno ispirò l’altro-
Fanculo se tutti ispirarono me-nessuno ispira nessuno, perché noi siamo destinati a scioglierci
E la Poesia allora domina nel nostro decadimento- la salvezza del Tutto, in un brodo assiomatico
Di niente-nienti-perdenti-dente
Che macella
Tutto in-giustamente
“Dio si è suicidato”- fa niente che non sia mai esisto, ma si è suicidato!
“Dio è superato”- la Natura domina- il vero Dio lo respiriamo
Dio è pietra che saremo- pietra che già siamo
Una pietra è magmatica e la si può salire, guardando in basso
Dobbiamo scoprire noi
Dobbiamo scoprire il sé, l’io, il noi, ogni pronome personale soggetto è superato, troppo smidollato
Insulto smidollato, vivi secondo natura, conosci i tuoi limiti e la tua saggezza e la tua non saggezza, ignora questa vacua tua poesia-non sarai capace a descrivere la rosa, perché dialogherai solo con te stesso-questa è la tua vacua poesia!
Pregna, pregna dell’umana impotenza
“L’uomo va superato”
L’uomo è già distrutto, Dio pur non esistendo si è suicidato

Ah ah ah,
i coglioni se la litigano,
mentre io mi faccio una sega,
oh, che la poesia sia la natura mi ci gioco le palle
ma mi ci gioco le palle che il miglior modo per descriverla
è descrivere me stesso, snaturalizzandomi un po’
ed è pur vero che i gatti fanno le fusa
mentre si lavano colla lingua,
mentre le puttane vengono stuprate,
mentre la politica rimane sempre uno spreco di tempo,
mentre io mi scolo un po’ del mio sangue,
guastandomi il mio pancreas
in questa morte naturale
non vi è inizio alla poesia, né morte, un arbitrario passatempo per scrivere cazzate,
questa è la filiera della decadenza poetica,
una fiera di hot dog e patatine unte bisunte- patatine, che, a differenza del mio culo, fanno cagare

Dio-tanto è il vostro, non me ne frega un cazzo, mi preoccuperei se fosse il mio- voi credete che io sia pazzo?
Voi credete che sia un porco frustrato che non ha alcunché da fare per vivere in modo sano?
Diamine, mi avete sgretolato tutto, ora umana spezie, della poesia ignoranti, io sgretolo voi- ed evaporo
Alla mia Natura!

VALERIO PEDINI nasce il 16 giugno del 1995. Esattamente 18 anni dopo, Valerio, divenuto Gaio, senza onorificenze, decide di patrocinare il suo primo evento culturale da sé, per sé, ma Artiamo lo festeggia male, con la gastrite e l’epilessia e quasi nessuno ad ascoltare, a vedere il frutto del suo lavoro e di quello della sua allora amata pittrice-poetessa Sofia Bollini e della cantante Arianna Meda. Nell’intermezzo ha iniziato a recitare, preferendo l’espressività del teatro di ricerca rispetto al metodismo popolare che comunque gli è utile per i suoi lavori sul movimento; a scrivere, pubblicando in collaborazione col circolo narrativo AVAS Gaggiano, nelle antologie Tornate a casa se potete, Rigagnoli di consapevolezza, Ma tu da dove vieni? (in collaborazione con Mambre). Nell’ottobre del 2013 inizia il progetto Non uno di meno Lampedusa, insieme alle poetesse Agnese Coppola, Rossana Bacchella, Savina Speranza e alla narratrice Aurelia Mutti, con lo scopo di dare una voce poetica e artistica alla tragedia di Lampedusa. Ha contribuito ad un progetto artistico diretto da Agnese Coppola, che tratta del doppio nell’arte e sta facendo studi teorici sulla poesia intesa come caos. Inoltre sta lavorando ad un libro di filosofia, che tratta della mediazione della paura di massa e ad una silloge poetica (Maggiorminore: la disperazione dei diversi uguali). A maggio è uscita la sua prima raccolta poetica, con IrdaEdizioni: Cavolo, non è haiku ed è stato inserito nell’antologia Fondamenta Instabili (deComporre Edizioni) e successivamente sempre con deComporre Edizioni nelle antologie Forme Liquide, Scenari Ignoti, Glocalizzati.

120 commenti

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120 risposte a “LA GENERAZIONE DEGLI ARRABBIATI (Parte II)- Gregory Corso, Ambra Simeone, Bsa, Artin Bassiri Tabrizi, Matteo De Bonis, Valerio Pedini a cura di Ivan Pozzoni con preambolo di Giorgio Linguaglossa

  1. In tutta franchezza a me non sembrano tanto arrabbiati, più che altro sono incazzati con altri poeti, con tutto quel che c’è da incazzarsi guardando cosa c’è in giro non credo sia il caso seguire il Gregory Corso di tanti anni fa, quando la società occidentale era ben altra roba e lo scempio attuale era roba da Orwell.

    La storia accanto
    è povertà infinita,
    se i poeti fuggono e non guardano
    hanno chiuso con la verità.

    • ambra simeone

      caro Flavio allo scempio attuale (che non è più da Orwelll purtroppo) Gregory Corso chissà come avrebbe reagito, non dico come noi per carità!!!!

      ho scelto la poesia di Gregory solo per sottolineare che ogni nuova generazione come afferma Linguaglossa deve avere la possibilità di esprimersi e di dire la propria, a conferma del fatto che anche Corso l’ha detta ai suoi tempi e l’ha detta molto bene!!!!

      ma hai ragione tu, lui ai suoi tempi e nella sua società ancora poteva farlo, mentre oggi e in Italia ancora c’è chi come te dice che una nuova generazione di poeti è meglio che vada a lavorare invece di scrivere!!!!

      un po’ mi vergogno da italiana di quel che hai detto: perché per come la penso io (e qui si che sarò antica) i buoni maestri sono quelli che ti spingono alla crescita, non quelli che ti stroncano senza motivo!

      • Prima lavorare e poi scrivere, è esattamente quel che ho fatto io, e non me ne vergogno affatto.

        • ambra simeone

          caro Almerighi, il tuo mi è sembrato più come un “andate in discoteca a rincoglionirvi e a drogarvi che a fare poesia ci pensiamo noi” questo non mi sta bene, nessuno ha scritto per non andare a lavorare, (qui lavoriamo come dei disperati per 500 euro al mese quando ci va bene) abbiamo scritto per non perdere tempo di fronte la tv!

          è per questo che dovresti vergognarti, per non aver capito qual è il senso profondo della cosa, perché non ci dici da “buon papà” e “buon maestro” la solita ramanzina che hanno propinato anche a te fino a 50 anni? cioè bravo, impegnati e studia che andrai avanti?

          o forse ti hanno detto altro del tipo: “zitto, muto e vai a lavorare che a fare poesia ci pensiamo noi!” e allora ci tratti così perché così ti hanno insegnato? se è così è stato, forse dovresti pensare in maniera diversa, pensa un po’ a quello che avresti voluto che ti dicessero e poi dillo a noi!

          solo così si va avanti con un po’ di fortuna!
          (citazione da Ratatouille, davvero un bel cartone animato, vedilo fa crescere) 🙂

          • no no cara Simeone, la mia battuta non era andate in discoteca ecc. ecc.: era proprio un sano, tranquillo, pulitissimo andate a lavorare, e indignati quanto vuoi come femmina e come italiana o come ti pare

            • ambra simeone

              caro Flavio, mi spiace per te io non sono indignata, la vergogna non è la mia! ti ripeto qui si va tutti a lavorare per pochi spiccioli, forse anche tu, ma prima di disprezzare dei ragazzi che non conosci, dovresti pensarci su più di una volta, perché questo è un blog di poesia non di mestieranti!

              la critica si fa alle poesie non alle persone!

        • Ivan Pozzoni

          Ci saremmo felicemente accontentati del tuo “lavorare”, non c’era bisogno, a tutti i costi, del tuo “scrivere”. Questa battuta – da buon toscano- la devi apprezzare. 🙂

          • a entrambi, non sono un maestro, nè pretendo di esserlo. A te Pozzoni dico, e apprezza la battuta, è evidente che il mio scrivere ti serve solo per le antologie equo solidali che pubblichi a pagamento e a cui anche di recente in privato mi hai implorato di partecipare.

            • ambra simeone

              caro Flavio, non avevo dubbi che non fossi un maestro, lo si intuisce da quel che ci scrivi, la mia era una povera costatazione del fatto!

            • Ivan Pozzoni

              Fortunatamente io non imploro nessuno: alle antologie contribuiscono tutti, belli e brutti, con la loro quota (ho dovuto implorarti, invero, sui pagamenti sempre in ritardo). Pensare che a te ho fatto anche un trattamento da amico, disponibile a mettere io la differenza. Non sei stato neanche in grado di comprendere il senso delle antologie socialiste. Comunque, sì, i soldi dei meno bravi servono anche a sostenere chi, molto bravo, ha meno soldi. Questo si chiama socialismo. Sei stato utilissimo, e ti ringrazio. Uscire al fianco di Aldo Nove ha dato un minimo di lustro al tuo nome, sconosciuto alla maggioranza degli addetti ai lavori. E, se non ricordo male, all’epoca non ti dispiaceva!!! Comunque è sintomo degli inconcludenti gettare tutto in caciara, citare il privato, non riuscire mai a intervenire con un giudizio critico (sempre attacchi ad personam o giudizi di scarso spessore). La cosa bruttissima, terrificante, è che uno che lavora in uno studio di consulenza lavoro attacchi ragazzi giovani scrivendo “andate a lavorare”! Io, sinceramente, mi vergognerei. Ad ognuno la sua coscienza. Stammi bene!

    • Artin

      Egregio Signore,
      perché non esprime, con caratteri comprensibili e chiaramente, cosa la turba in maniera così evidente? Cosa c’è che, in noi, la disgusta così tanto?
      Sarebbe utilissimo, per noi, che lei ci facesse appunto notare in cosa pecchiamo?
      Come facciamo a migliorare se, essendo ciechi, nessuno ci insegna?
      Se, “non vedendo”, nessuno ci presta gli occhi?
      Dannazione, è così difficile sopportare (o supportare) l’altro?
      Fossimo dei criminali! (Che, anche loro, hanno sempre un motivo per cui agiscono).
      Non corre forse il rischio di giudicare tutto troppo in fretta?
      Parlo per me : non mi sono mai posto come il nuovo Sereni, né come il nuovo Majakovskij, è forse impossibile scrivere senza entrare in collisione con queste meteore?
      Detto ciò, lavoro tutti i giorni per pagare la mia ingordigia di libri. A 16 anni soffrivo, in classe, perché mentre leggevo Schopenhauer gli altri a malapena sapevano chi fosse Leopardi.
      Ci mancherebbe solo che, in una vita da Escluso (raté, per dirla come Pavese), mi ritrovo criticato (immotivatamente, poiché non vi reca alcun motivo) per un batterio letterario che ho osato comporre.

      Attendo impazientemente le sue motivazioni, poiché quello che mi spinge a scrivere è proprio l’essere sicuro della mia insicurezza, e della mia vacuità : è per questo che non posso far altro che rispondere con un sorriso alla sua critica, che pare molto più “adolescente” di noi “giovani “”poeti”” “.

      • Non mi turba proprio niente caro signore, mi turba la povera ragazza sulla sedia a rotelle, mi turba lei col suo soffrire leggendo Schopenhauer. Continui pure nelle sue attività.

        • Artin

          Ho 21 anni, “Signore”.
          Scrivo per diletto, e perché da un momento all’altro potrei non esistere più. E la cosa più divertente di tutte : sto continuando a scrivere per tediarla con le mie parole, per farla annegare nell’indifferenza che le creano quest’ultime, o per compiacerla, magari, della sua superiorità.
          La mia attività consiste propriamente in questo per ora, continuare a risponderle in maniera garbata, quasi sensuale, e tentare di penetrare quel piccolo intelletto che si chiude, fiero, nella sua tana., abbracciando quelle poche, minuscole sicurezze con le quali è cresciuto.
          L’uomo del sottosuolo impallidirebbe di fronte a lei!
          Vede, noi non abbiamo queste “sicurezze”, le corruzioni che ottundono quegli occhi tanto aspri che a tutto puntano, meno che a lei stesso.

          Ma come, col suo estro creativo, è ancora qui a perder tempo con noi, misere talpe paroliere?
          Suvvia, ci lasci “Lavorare”.
          A farci schifo, ci pensiamo noi!

        • Elisa Enea

          Gentile Sig. Almerighi. Povera? Povero è chi scrive cose come “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”. Povero di spirito. Poverissimo, come chi scrive “Per me “andare a lavorare” equivale al tuo “studiate, fortificatevi intellettualmente e capirete come stanno le cose in Italia”, arrampicandosi sui vetri. La ringraziamo del “mi astengo da qualsiasi altro commento”: è indice che, in fondo in fondo, anche lei ha un cuore, e sente vergogna di certe affermazioni assurde. Noi, dal canto nostro, abbiamo una dignità. Ringrazio Ivan, che difende sempre i deboli (e – come fanno molti- avrebbe tutto il diritto di badare ai fatti suoi); ringrazio il dr. Linguaglossa, che garantisce spazio ai miei amici, e anche al Sig. Almerighi; ringrazio il Sig. Panetta, che ha espresso con garbo e sensibilità la sua opinione (senza niente togliere al fatto che alcune cose piacciano ed altre non piacciano). Perdonate l’intrusione: non volevo raccogliere pietà: non amo il politically correct. Grazie a tutti! Elisa

  2. ok, ora ho gettato il sasso nello stagno, e non ho la minima intenzione di nascondere la mano: ad alcuni di questi consiglierei volentieri di andare a lavorare

  3. Ivan Pozzoni

    Caro Flavio, se dopo anni e anni di incapacità a organizzare lo Stato, di connivenze con le camorre politiche, di distruzione sistematica del PIL, di fasti craxiani, un uomo di cinquantacinque anni consiglia a dei giovani di trenta di «andare a lavorare», i casi sono tre: o non ha capito niente dell’incipit spietato di Giorgio, o non ha ancora capito che è anche responsabilità sua (gravissima: il non fare niente è gravissima responsabilità) se il mercato del lavoro è stato danneggiato irrimediabilmente è c’è l’80% di disoccupazione giovanile, o non ha capito che il tema della attuale sessione era “rapporti con poeti e poesia”. Potrei risponderti, ritirandoti, con maggiore energia, lo stesso inutile sasso: «stai sui bordi del laghetto comunale a dare da mangiare alle papere», e si libereranno spazi lavorativi da destinare a giovanissimi meritevoli, con lauree, master e dottorati. Per evitare ogni provocazione inutile, non lo faccio. Comunque, sinceramente, dal punto di vista estetico/formale, vedo ogni giorno in molti cinquantenni o sessantenni o settantenni prove poetiche assai peggiori della scrittura di questi ragazzi. Con la fortuna che i ragazzi, anche se dovranno brigare a rimetter a posto la società, il Pil, le strutture del lavoro, cioè il disastro che da voi hanno ereditato, avranno ancora tutto il tempo di migliorare; molti cinquantenni o sessantenni o settantenni, fortunatamente, non ce l’avranno mai. Saluti cordiali

    • Vedi Pozzoni, l’attuale cinquantacinquenne, circa 40 anni fa, a 16 se ne stava tutto il santo giorno a caricare tir per la Germania sotto il sole di luglio, la sera andava a morosa e quell’estate là si è letto tutta l’Odissea. E anche allora c’erano gli scandali, la disoccupazione giovanile, i politici che non sapegvano gestire se non la loro panza, e mancavano i soldi. Quindi piantatela di menare il can per l’aia, di guardarvi l’ombelico e datevi da fare, anche noi abbiamo preso botte in piazza, e il sottoscritto è passato per la stazione di Bologna poco dopo la bomba, tanto per dire. Cosa avete ereditao? o cosa state ereditando? La stessa merda che abbiamo ereditato noi. E ti dirò, se me lo concedessero me ne andrei ai giardinetti anch’io, solo che non mi ci mandano. E comunque cito: “Caro Flavio, se dopo anni e anni di incapacità a organizzare lo Stato, di connivenze con le camorre politiche, di distruzione sistematica del PIL, di fasti craxiani, un uomo di cinquantacinque ecc. ecc.”; chiedimi immediatamente scusa per la bischerata che hai scritto, non ho mai avuto connivenze con camorre politiche, non ho distrutto il PIL e nemmeno ho condiviso i cosidetti fasti craxiani, ok?

      • Ivan Pozzoni

        Carissimo, il soggetto della frase non è “Caro Flavio”, è “un uomo di cinquantacinque anni”. Perché dovrei chiederti scusa? Per caso hai la coda di paglia? Sei ancora in grado di distinguere un soggetto (“un uomo di cinquantacinque anni”) da un incipit grammaticale (“Caro mio”, “caro amico”)? Io so scrivere in italiano: se avessi voluto coinvolgerti direttamente nella frase avrei scritto, in corretto italiano: «[…] se dopo anni e anni di incapacità a organizzare lo Stato, di connivenze con le camorre politiche, di distruzione sistematica del PIL, di fasti craxiani, Flavio Almerighi consiglia a dei giovani di trenta di “andare a lavorare” […]», magari, dico magari, ti chiederei scusa (l’offesa del mandare a lavorare la gente non me la dimenticherei così facilmente). Siccome non ho citato Flavio Almerighi, e da giurista, a differenza tua, sto sempre molto attento a ciò che scrivo e dico, chiedi scusa tu della sciocchezza scritta “andate a lavorare”: c’è da vergognarsi, che un uomo della tua età scriva simili bischerate a dei ragazzi (potresti esserne padre) che si stanno sbattendo, scaricando i camion a metà della retribuzione che davano a te, a volte gratis, con due lauree e un master e in una situazione di merda ci si trovano in eredità. E se ti licenziassero – come succede a molti ultra-cinquantenni- e un bischero di dicesse: «vai a lavorare»?!? Come ti sentiresti? Comunque, ribadisco, molti di questi ragazzi scrivono meglio di Flavio Almerighi (qui c’è il soggetto): solo, loro, fortunatamente, hanno margini di miglioramento. Ti consiglio di non mettermi in bocca frasi non mie: è scorretto, e rischioso, in una discussione pubblica.

  4. BSA

    caro almerighi, qui bsa, anni 25. sono cameriere di giorno, di notte carico e scarico camion. ho fatto il giardiniere, il manutentore, l’educatore, l’imbianchino, e altri mestieri meno meritevoli che evito di elencare. ci conosci per caso? sai come passiamo le nostre giornate, pugnette a parte? io non conosco le tue e non mi permetto di giudicarti, cosa molto facile da farsi ben protetti dietro lo schermo di un pc. vi lamentate delle nuove generazioni, poco colte, inette ed altezzose? la scimmia vede, la scimmia fa. e noi scimmiette abbiamo visto voi, poco colti e con ego talmente smisurati da impedirvi non solo di apprezzare il tentativo di giovani di farsi spazio nella cloaca omicida, naturicida, culturacida che avete costruito, di rendervi conto che quello che siamo l’abbiamo appreso da voi. spero vivamente che i tuoi prossimi interventi siano qualcosa di più che un QUEQUEQUEQUEQQUEQQUA NON SAPETE SCRIVERE RITIRATEVI VOGLIO LA MAMMA. chiedo scusa a tutti, di solito evito di rispondere alle persone che squeqqueqquettano su internet, ma questo “andate a lavorare” detto a uno che si fa un mazzo tanto per portare a casa neanche i soldi sufficienti per affittare una stanza (cioè me), mi ha fatto saltare i nervi. certo non cerco nè soldi (altrimenti farei qualsiasi cosa a parte la poesia) nè fama. ok per gli insulti, ma che siano sensati.

    ps: cerchiamo, dato che a quanto pare c’è un ciclo di “eredità di merda”, di spezzarlo. noi giovani ci proviamo, anche negando e combattendo coloro da cui ereditiamo. voi cosa fate per migliorare la situazione, a parte il niente che ho notato finora?

    pps tu a 16 anni leggevi l’odissea, io conoscevo già i testi classici sufficientemente bene da farne una parodia autobiografica (proemio dell’iliade e domanda per te: chi è, quando appare oudeis, pseudonimo da me adottato per un certo periodo, nell’odissea?) :

    Narrami o Diva dell’Ughide Oudeis
    l’ira funesta ch’infinite addusse
    emorroidi sull’ano. Molto anzitempo le mucose
    generoso travolse di sostanze,
    e con augelli ed alieni il trascendente pasto
    di psilocibo lo psicoappetito dell’alma saziò (così di Kore
    l’alto consiglio si adempia), da quando
    primamente disgiunse aspra contesa
    fra Oudeis e se stesso.
    E qual de numi inimicolli? L’Immagine sciapa di sostanza, la Falsità e il figlio
    (Contante
    del falso dio Uomo. Irati all’artista destaron questi Dei un feral morbo
    e l’anima perìa incatenata: colpa d’Oudeis che troppo fece uso
    di sostanze da disperati.

    arrivederci, e riflettiamo anche quando siamo lontani dagli specchi.

    • anche tu sai squeqqueqquettare benissimo vedo, l’unica differenza tra me e te è che io lo faccio col mio nome, tu no, a meno che Bsa non sia un pezzo del tuo codice fiscale, arrivederci e rifletti tu per primo

  5. Ivan Pozzoni

    Per cortesia, chiedete a Almerighi di smetterla: ok sparare giudizi mai critici, sempre banali, ovunque; ok offendere un’intera generazione sul tema caldo del lavoro; ok scambiare bsa (nome che si usa nelle crew, con un significato specifico) con un codice fiscale. Però non vorrei che costui inizi ad offendere anche Corso, scambiandolo con uno dei giovani arrabbiati. Perché Corso, a differenza di noi tutti, lo insulterebbe.

  6. Questi non sono attacchi ad personam, non fa parte del mio modo di sentire o di essere, ma quando leggo versi (?) del tipo “mi è sembrato di capire che non ci avevo capito niente”, oppure “niente vasellina ma con sabbia”, “e cangiarlo non si puote/ (non importano le quote)/ tentennar è criminale/
    se di fronte hai un bel crinale” oppure “Dio-tanto è il vostro, non me ne frega un cazzo, mi preoccuperei se fosse il mio- voi credete che io sia pazzo?”, che giudizio critico debbo espreimere? Su quale nulla? Abbiate pazienza su, ora cambiate il pannolino a Pozzoni che strilla.

    • ambra simeone

      non puoi esprimerti Flavio, hai ragione ti riesce difficile!

    • Ivan Pozzoni

      E rovesciatelo in testa ad Almerighi, che, ancora non si vergogna, e non capisce la gravità di cosa scrive. Perché Pozzoni strilla in difesa di una generazione sfortunata – che non si arrende. Almerighi strilla e basta, e strilla cose assai offensive, a volte abbastanza vili.

    • Ivan Pozzoni

      Che giudizio critico sensato riusciremmo ad esprimere sui bellissimi versi:
      L’ultima volta ero piuttosto a soqquadro, //
      avevo idea del vento, i ricci sulle guance, //
      l’inedito del mare caricato ventre a terra //
      sopra un himalaya d’emozioni […]? Su che nulla, non avendo significato alcuno? Però non mi sognerei mai di consigliare all’autore di “andare a lavorare”. Magari di “studiare, studiare, studiare!”: “studiate, fortificatevi intellettualmente e capirete come stanno le cose in Italia”.

      • Adesso Ivan non esagerare. Se dovessimo passare ai raggi X i nostri versi (di tutti) troveremmo sicuramente molto da dire e disdire. A me piacciono per esempio. Che dire di un verso del primo Luzi “La febbre verde dei cavalli” che Contini considerava come il passo decisivo verso l’uscita dello stesso dall’ermetismo?

        • Ivan Pozzoni

          A me, fanno schifo. Capita! Però, sai, accusare altri di fare schifo, e scrivere versi che (a me) fanno schifo, dal momento che tutti, a volte, scriviamo schifezze, io lo considero scorretto. E, infatti, in Poesie Edite e inedite sul tema dell’Addio (III), me ne sono stato zitto, non attaccando Almerighi. 🙂

          • Dobbiamo temere di più il tuo silenzio, allora.

          • Allora, i casi sono due o questi versi hanno iniziato a farti schifo dal momento in cui mi sono liberamente espresso su questo post, allora sei un cialtrone. Potevi benissimo andare sul post in questione e scriverlo, non mi sarei certo offeso. D’altra parte quando mando i miei testi a Linguaglossa concludo sempre il mio messaggio con un “sempre che non siano ciofeche”. D’altra parte sono uscito sul numero due del Guastatore e su una delle tue antologie cui mi invitasti a partecipare: suppongo che anche allora i miei versi ti facessero schifo, ma pecunia non olet e se è davvero così sei un cialtrone. Scegli tu quale cialtrone vuoi essere. La poesia italiana non trarrà giovamento da certi polli d’allevamento cui ti atteggi a paladino. I veri arrabbiati, Alessando Ansuini, Flavio Toccafondi, Antonio Koch, Silvia Molesini, tanto per citarne alcuni, non abitano certo qui. Non è coi cazzi e con le seghe che si fa poesia di rottura. Ti riporto qua sotto una vera poesia di rottura da giovane arrabbiato, quella sì, e trovamici una parolaccia o un inutile passaggio masturbatorio.

            “Non c’è niente qui.”

            “Come?”

            “Non c’è niente”

            “Guarda meglio.”

            “…”

            “…”

            “Niente. Non c’è niente”

            Conversazione fra due vigili urbani

            “E’ senz’altro meglio non avere una moglie epilettica

            Che scrivere la Terra Desolata, Thomas”

            Biglietto di Groucho Marx indirizzato a T.S.Eliot

            1

            La poesia contemporanea funziona così:

            (nel migliore dei casi)

            Invece di dire il gatto

            Ti ha mangiato la lingua

            Diventa

            Il gatto si è mangiato la lingua.

            2

            Le biografie: ha partecipato: ha vinto.

            È arrivato secondo.

            La poesia non è uno sport, si pratica

            Da fermi, e senza muovere nulla.

            E sicuramente il poeta non vince mai niente.

            3

            Il tuo nome sul libro. Quello vuoi.

            Che altri con altri nomi sui libri

            Dicano

            Ci sei anche tu.

            Poi c’è una forchetta di critici

            Dicono molto preziosa

            Che pesca a caso dal piatto di maccheroni.

            Ne tira su due.

            Loro sono molto contenti.

            In fondo erano pieni di sugo.

            Li divora.

            Li digerisce.

            Quando li evacua

            Loro esultano.

            4

            Un problema enorme come l’inquinamento

            È il fatto che per scrivere bastano

            Un foglio e una penna.

            Propongo che un poeta venga riconosciuto tale

            Solo se dopo aver scalato una montagna

            Riesca a incidere su una pietra levigata i suoi versi.

            I suoi lettori dovrebbero fare la stessa fatica

            Perlomeno per arrivare

            Dove è arrivato lui.

            5

            Lettura di poesia: un poeta con un foglietto

            In mano. Davanti a lui altri dieci poeti.

            Seduti, con le gambe accavallate.

            Il poeta legge con voce tremante,

            con mani tremanti. Che sia maschio

            o femmina non importa. Le mani

            tremano a tutti.

            I poeti che gli sono davanti hanno

            Lo sguardo fisso in terra

            Verso destra

            O verso sinistra.

            Alcuni s’accorgono dei tetti, sembra

            Li scoprano per la prima volta

            Alzando gli occhi al cielo

            Trovandoli interessantissimi.

            Il poeta finisce di leggere.

            Gli altri poeti battono le mani.

            Uno di loro si alza, ora tocca a lui.

            Il poeta che ha letto si mette seduto.

            Si può riconoscere il prossimo che leggerà

            Perché durante la lettura

            Non guarda in basso a destra

            Né a sinistra, né in alto.

            Ha un libro aperto in grembo e ripassa.

            6

            Se non ti piacciono le letture di poesia

            Così come sono, organizzane tu.

            Invita chi vuoi, scegli gli intermezzi

            Che preferisci investi

            In effetti speciali e ricordati

            Di comprare del vino

            E di allestire un buffet.

            Potrebbe venire molto bene

            Tutti si potrebbero divertire

            Alcuni si potrebbero incontrare

            E sposarsi, c’è chi dirà che c’era

            Un’atmosfera da tomba di Giulietta pronta

            Per tutte le parole già dette e per quelle

            Ancora da dire. Poi la serata finirà.

            Spero che tu ti sia divertito.

            Perché domani c’è un’altra lettura

            E purtroppo pare sarà piena di poeti

            Anche quella.

            7

            Vuoi essere ricordato da morto.

            Hai quest’ansia.

            Sai da cosa viene?

            Che in realtà vorresti essere

            Ricordato da vivo ma

            Devi accontentarti.

            8

            La poesia non esiste. Una mucca

            Non la riconosce. Se colpisci

            Una mucca con una scultura

            Puoi ucciderla.

            Ora prova a colpirla con una libro.

            Ma mira agli occhi.

            9

            Mi rimangio quello che ho detto.

            Mi sono tagliato un dito

            Con un foglio di carta sottilissimo

            Su cui avevo scarabocchiato.

            10

            La poesia contemporanea funziona così:

            (nel peggiore dei casi)

            Un signore di 43 anni si alza la mattina

            Ha sognato qualcosa che gli ha lasciato

            Una stranissima sensazione.

            Improvvisamente sente il bisogno di condividere

            Questa sua sensazione.

            Ma i pennelli e la tela costano troppo.

            La roccia è difficile da scolpire.

            Un pianoforte in soggiorno non ci starebbe.

            La pellicola costa carissima e

            I sogni non si fotografano.

            Prova a parlare con la moglie

            Del sogno ma

            Le parole gli escono slegate

            E lei non ha molto tempo di stare lì

            Ad ascoltarlo.

            Allora trova un foglio di carta e una penna e

            Scrive.

            Sa che c’è un esercito di poeti

            Là fuori

            Pronti ad assumerlo.

            (di Alessandro Ansuini)

            • Ivan Pozzoni

              Ascolta: io non sono un critico letterario. Io sono – come chi mi conosce bene sa-, un sociologo/antropologo della poesia (cosa che tu non capirai mai, nella tua assoluta limitatezza): non emetto giudizi nel merito delle vostre poesie. I giudizi li lascio ai critici letterari. La differenza tra me e altri è che altri, a volte, non essendo un critico, non essendo un saggista di spessore, non essendo uno studioso accademico, non essendo un cazzo di niente, emetta giudizi a sproposito su ogni cosa, tipo tuttologo (questa è cialtroneria). Letti i tuoi bruttissimi versi (a mia opinione) sul blog, mi sono fatto i cazzi miei: è mia abitudine segnalare i bei versi altrui, non denigrare i brutti (come, invece, fa un vero ciarlatano opportunista e arrivista). Ho studiato bene il tuo curriculum: sette/otto racolte in trent’anni, nessuna grande monografia, interventi su riviste nazionali di second’ordine (con l’eccezione di Prospektiva, che stimo), nessuna direzione di rivista. Non credo che tu abbia un master in filologia romanza o un dottorato in letteratura italiana contemporanea. Non appena hai saputo dell’uscita di Aldo Nove su Il Guastatore, hai implorato di essere inserito nella stessa rivista. Quando c’è stato da onorare il debito, ti sei fatto rincorrere (come ultimo pagatore in assoluto della tornata). Pecunia non olet: olet Almerighi. Chi sarebbe il cialtrone/ciarlatano? Parlano i fatti: e tutti, in Italia, i fatti li conosceranno bene. Permettimi di non accettare segnalazioni da un luminare della scienza come te: non sarei in grado di sostenerne lo spessore.

            • ambra simeone

              ah, bene ora capisco, anche lei caro Flavio è uno che sa cosa sia la poesia (come quel certo Nota che mi disse in altro blog che la sua era vera poesia, il resto gli pareva un punto interrogativo) quella senza cazzi e senza seghe, senza i quali alcuni tra i maggiori poeti e scrittori mondiali non sarebbero mai diventati tali! (praticamente quasi tutta la beat generation, Bukowski, Miller e molti altri)

              d’ora in poi prenderemo ad esempio ogni poesia che ci propinerà come verità assoluta e inattaccabile (ci faccia altri esempi la prego) senza discutere ma solo accettandola, perché c’è chi sa la verità e la verità è che la poesia è quella che epura alcune parole e ne predilige delle altre… ah, povero vocabolario!

              • Per quel che ne so, gli autori che cita, cara Ambra, non se ne riempivano la bocca sproposito o un tanto al chilo, giusto per colmare vuoti penosi. Buona notte.

                • ambra simeone

                  ecco cosa scriveva il caro Almerighi qualche giorno fa:

                  almerighi
                  3 giugno 2014 alle 12:52
                  Perché tentare ancora una volta di definire quel che per propria stessa natura è indefinibile?

                  ora pare che abbia riempito il vuoto dell’indefinibilità poetica con qualcosa di più definito… finalmente sappiamo cosa sia la poesia! 🙂

                  buonanotte

                  • Ivan Pozzoni

                    Perchè costui è un grande intellettuale: coerente, coerente, coerente. Cambia definizione a seconda dell’interlocutore, dell’interesse, e dell’esigenza. Pecunia non olet, magari: ma i culi, sì!

                    • Bravo Pozzoni, miglior ritratto di te stasso non potevi fare. Buona notte.

                    • Ivan Pozzoni

                      QUEQUEQUEQUEQQUEQQUA NON SAPETE SCRIVERE RITIRATEVI VOGLIO LA MAMMA! (cfr. Bsa) Grande intellettuale: attendo ancora le sue 10 monografie e i suoi 50 saggi in rivista internazionale. Me li manda a dorso di mulo, secondo voi? Bah! L’ignoranza non ha fondo.

                • ambra simeone

                  si vede che non li hai letti approfonditamente!

  7. Elisa Enea

    Gentile Sig. Almerighi,
    mi chiamo Elisa, ho 25 anni, e cinque anni fa sono finita, dopo un bruttissimo incidente, su una sedia a rotelle. Purtroppo – come molti ragazzi della mia età- non avrò mai la fortuna di lavorare, di avere il posto fisso (come magari ha avuto lei una vita intera). Ho il posto fisso su una sedia a rotelle. Leggo un suo commento: «Prima lavorare e poi scrivere, è esattamente quel che ho fatto io, e non me ne vergogno affatto». Io mi vergogno di cosa scrive a ragazzi della mia età; non mi vergogno di continuare a scrivere, a mio uso privato (a volte la scrittura è terapeutica), senza avere mai lavorato. E non scriva – mostrerebbe un surplus di ignoranza- che il mio è un caso specifico: tutti i casi di ragazzi giovani dovrebbero essere casi specifici. La saluto cordialmente Elisa

  8. Caro Almerighi,

    personalmente, tra i 5 giovani poeti presentati da Ivan Pozzoni e i giovani poeti di comunione e liberazione e quelli avanguardisti che non hanno mai letto un rigo di marxismo e si sbracciano a fare i rivoluzionari, personalmente, dicevo, preferisco i primi. E poi la contestazione in poesia è un bene per la poesia, è bene che qualcuno la cominci anche in Italia (paese straordinariamente ostile ai cambiamenti); e poi la poesia la si fa sempre in contestazione di altra poesia non certo per edificare i maestri ma semmai per contestarli, è così che si cresce. E poi ti pregherei di non personalizzare il discorso con la tua (o mia o di altri) biografia, lasciamo ai giovani il diritto di contestare, di ribellarsi, di, anche, partecipare ai premi di poesia (perché che c’è di male se ci sono dei soldi di mezzo?), che i signori padri stanno bene attenti a condividere con chi li incensa e li edifica.

    Io spero che tra questi cinque un giorno salti fuori un Leopardi, lo spero, certo tra di noi caro Almerighi se ci guadiamo intorno, vediamo solo macerie, e fumo di masserizie bombardate.

  9. ah dimenticavo: a mio avviso è erroneo giudicare questi scritti con le categorie estetiche con le quali giudichiamo una poesia, che so, di Montale o che so, di Sandro Penna, non dobbiamo fare questo errore. Qui occorrono altre categorie. O meglio, quello che questi giovani ci chiedono è di non usare contro di loro come fosse napalm le categorie estetiche con le quali leggiamo e giudichiamo la poesia di Montale. Tra Montale e questi giovani c’è di mezzo il mare.

  10. Trovo la poesia di Bsa e quella di De Bonis dei buoni testi, a mio gusto, tengo a precisare.
    Un ritmo sincopato in Bsa, come nel jazz e nel blues, per esempio, con punte di valore: “Estro non è creatività bensì
intimo sanguinare”. E’ una poesia ribaltata, inizia con lo sconquasso, per arrivare con un senso di gratitudine (poesia, grazie per il sublime sublimato) alla dolcezza di un bimbo.

    La poesia di De Bonis invece è più classica, più lirica. Breve, concisa, ricca in immagini, evocazioni, dure, desolate. Anche questo testo si addolcisce nel finale, recuperando quell’eco infinita che la Poesia ripete nel tempo, quasi uguale, ma che nel viaggio sonoro dello spazio, si deforma, o meglio cambia forma.

    Mi permetto di suggerire l’ascolto di questa canzone di Morrissey

  11. Caro Almerighi,
    ti sei mai chiesto perché dopo “La Bufera” (1956) di Montale la poesia italiana non è stata capace di esprimere un libro che sia di livello europeo?, dico che sia presentabile in Europa?…

    Il fatto è che se lasciamo che la poesia sia un mercimonio di palazzo di pochi con altri pochi, se i giovani fanno pseudo poesia ad imitazione dei loro piccoli maestri, l’Italia non produrrà mai più un secondo Montale o un Leopardi.

    Io dico una cosa molto semplice: lasciamo che questi ragazzi facciano un po’ di piazza pulita di tutto il marcio che c’è in Danimarca. Mi chiedo: ma io e te che cosa abbiamo da perdere?.Non siamo inquilini del Palazzo, non siamo neanche vogliamo esserlo i bidelli del Palazzo o i loro portinai. E allora? Perché dovremmo essere noi a difendere i privilegi dei letterati del Palazzo? Possibile che tu faccia questo lavoro (sporco) per conto di chi neanche te lo ha richiesto?

    Io non dirò a questi ragazzi di “andare a lavorare”, dirò loro: “studiate, fortificatevi intellettualmente e capirete come stanno le cose in Italia”.

    • Io non difendo alcun palazzo, e conosci benissimo le difficoltà che incontro solo per avere osato criticare e mettere alla berlina quel ben noto poeta. Per me “andare a lavorare” equivale al tuo “studiate, fortificatevi intellettualmente e capirete come stanno le cose in Italia”, cosa c’è di più onorevole di lavorare? Per il resto mi scuso se ho alzato i toni, mi astengo da qualsiasi altro commento.

  12. Aggiungerei alla perfetta precisazione del sig.Linguaglossa che, confrontando (che brutta parola!) gli stessi poeti “affermati” di oggi” con Montale, vi sarebbe di mezzo comunque il mare ( e dico ciò non per innalzare “gli Arrabbiati”): spero di non essere blasfemo nel ritenere che anche le categorie estetiche mutino col tempo, dato che esse sono comunque riferite a una determinata società;per quanto i problemi cruciali dell’uomo restino gli stessi, è ovvio che la nostra società non sia quella di un Montale o di un Saba.

  13. Però, rileggendo le poesie mi pare che il più arrabbiato dei cinque poeti sia il Pedini. Mi era sfuggito in primo momento il Gaio: “non sarai capace a descrivere la rosa, perché dialogherai solo con te stesso”; ”L’uomo va superato”; “i coglioni se la litigano, mentre io mi faccio una sega”.

    In passato ho celebrato le qualità di Priapo e di Onan in un libriccino. Ne riporto una breve: “Ti tocco aspettando il sonno/ ti tocco come forse ti toccai/in quel liquido che fu/la prima culla./Ti tocco come allora/ma ora cresci a dismisura.

    Tempi che furono. Ora anche io, purtroppo, ahimè, scrivo stracci.

  14. caro Almerighi

    Ho scritto nel mio breve preambolo che «qui siamo di fronte ad una diseconomia valoriale ed estetica». Ho parlato di diseconomia non a caso, mi sembra che il concetto con cui leggere queste composizioni sia quello di “diseconomia”… non più l’economia equilibrata (tot contro tot) delle poetiche dei poeti bene educati o dei poeti maleducati alla Aldo Nove (che poi scrive un libro di ironizzazione alla Madonna quale atto di dissacrazione). Il mio augurio è che questi giovani diventino veramente scapestrati, maleducati, rivoltosi contro tutti i lacché di cui è piena l’Italia letteraria e non; che scrivano “bene” secondo il modello di Elisa Biagini, non è questo che mi auguro, vedo in loro una resistenza alla omologazione di massa del ceto letterario. E questo mi basta.

    Riguardo a Ivan Pozzoni, ci tengo a precisare che il suo lavoro editoriale è meritorio, se chiede agli autori di comprare qualche copia dei loro libri, credo sia il minimo.

    E poi ci sono tantissimi editori che pubblicano gratis, lo dicono anche in tutte le salse e lo ripetono, fanno una tiratura di una copia e te la mandano. Poi se tu richiedi altre copie le devi pagare a prezzo di copertina con il 25% di sconto. Tu sai quanti editori fanno così? E tutti li rispettano. Il lato buffo è che tutti li rispettano.

  15. Ivan Pozzoni

    E ci sono editori che mettono tre disabili in organigramma, li lasciano a casa, e si succhiano la sovvenzione statale; e ci sono editori, che pubblicano aggratis, e si accordano con le associazioni no profit, facendo vincere i concorsi statali ai propri autori, percependo l’intero compenso; e ci sono editori che mettono solamente l’isbn, e non stampano copie; e ci sono editori che stampano coi sussidi universitari; e ci sono editori che chiedono, capitalismus omnia vincit, 1500€ su una plaquette del valore di 300€; e i sono editori… E tutti li rispettano. Il lato buffo è che tutti li rispettano… Bellissimo discorso, molto ampio. Però, non affrontiamolo: di norma finisce che sono io il «cialtrone», pur non essendo titolare di nessuna casa editrice.

  16. Enea, Artin, Bsa, Macchiavelli, Valerio Gaio, Ambra, Ivan (non sono nomi d’arte questi ultimi due ma ci stanno ad Arte) deComporre… pare a me… sfugge a qualcuno… è una armata, e ben equipaggiata. LoL

    • Ivan Pozzoni

      Giuseppe: va’ che Artin, Macchiavelli e Valerio non sono nomi d’arte. Si chiamano davvero: Artin Bassiri Tabrizi (origini iraniane), Mattia Macchiavelli e Valerio Pedini. Sono io che, in realtà, mi chiamo Cialtrone Pozzoni e Ambra, che, in realtà, si chiama Femmina Italiana Simeone: Ivan e Ambra sono i nostri nomi d’arte [apprezzi il ritorno all’ironia?]

  17. Ad Almerighi, Darwin nell’evoluzione della specie sostiene che il sopravvivere della specie e’ data dalla sua capacità di adattamento all’ambiente :or ora posso solo augurarmi che la sua di specie, data la sua incapacità di adattamento, si estingua,per lei e per le altre. Ringrazio panetta e Giorgio e difendo a spada tratta quella generazione che resiste alla discoteca E Lavora per creare qualcosa che nell’insensatezza abbia senso.

  18. Quello nato morto e’ lei, e le do del lei per farti allupare della tua alterigia

  19. Lo offenderebbe anche il caro sagredo, che non si chiama gregory.

  20. Ivan Pozzoni

    Io concluderei. Il mediocre (artisticamente e umanamente) Almerighi, dopo avere preso schiaffi da tutte le parti, offeso («povera») e non risposto ad una ragazza in carrozzella, dato dei somari a tutti voi, qualificata come femmina (in tono spregiativo) Ambra Simeone, dato del cialtrone/ciarlatano a me, e scrittami un’email di insulti che farà il Giro d’Italia (ho 10.000 contatti), merita nuovamente di cadere nel silenzio. Mi sta scrivendo mezza Italia letteraria, che sta ridendo di lui: non esageriamo, ragazzi, non infieriamo su un uomo (artisticamente) neonato e finito, allo stesso tempo. Lasciamolo ruzzare, che si diverta, che strilli, come fanno i ragazzini. Quando ci presenterà tra vent’anni una bella monografia sulla Storia della colonna infame o sul Roman de la Rose, lo dichiareremo, finalmente, maturo. Mi impegno a non rispondere alle sciocchezze provocatorie (da altri stimolate) dell’Almerighi: facciamolo tutti. Questa cosa, io, comunque, non la dimentico: chi mi conosce bene sa cosa voglio dire. Spero solamente che questo tizio, che usa toni tanto dispregiativi coi ragazzi, non abbia figli suoi. Buona notte a tutti!

    • Hai chiesto soccorso all’intero stivale? Hai strillato così tanto? Io non l’ho fatto. La ragazza in carrozzella, convocata in fretta e furia, mai vista su queste pagine è stata un colpo da maestro, complimenti. Io non ho niente da presentare a te se non la mia totale indifferenza. E se speri che questo tizio, come mi difinisci, non abbia figli suoi, mi spiace deluderti, anzi crescono bene, l’importante è che non ti somiglino. Per il resto ti faccio il medesimo augurio. .

      • Ivan Pozzoni

        «Mamma mamma Almerighi mi dice che c’ho le orecchie lunghe»! «Dicci che ce le ha lui!!!» Mi sembra di stare a parlare con un ragazzetto di cinquantacinque anni. Ma dai! ahahahaah

      • Ivan Pozzoni

        L’importante è che somiglino alla mamma.

      • Ivan Pozzoni

        L’ultima cosa, e chiudo: lascia stare Elisa: è da infami.

      • L’offesa a Elisa è ignobile. Almerighi deve chiedere scusa. Sono in tanti a leggere questo blog e non tutti quelli che ci leggono intervengono. Elisa l’ha fatto con “amore” per i suoi amici, la poesia e la cultura che qui dovremmo portare a valore assoluto, inclusivo e mai discriminante.

        • Ivan Pozzoni

          Giuseppe, ti ringrazio della tua iper-sensibilità al tema. Eli, (“La ragazza in carrozzella, convocata in fretta e furia, mai vista su queste pagine è stata un colpo da maestro, complimenti”) ha scritto a chi voleva scrivere, e non abbisogna di scuse. Di scuse obbligate o false, nessuno di noi ha bisogno. Ci è bastato far inquadrare bene l’uomo a tutti (anche coloro che, come dici tu, ci leggono senza intervenire, e mi hanno scritto decine di email e messaggi fb). Sinceramente non so cosa sia successo a colui che consideravo un amico, con cui scherzavo, con cui dialogavo, con estrema cortesia, via email. Probabilmente ordini superiori, o una giornata scoglionata, o il fatto che avevamo smesso di servire. Sono mille i motivi che spingono un uomo a rendersi apparentemente tanto odioso: magari, in futuro, avrà il coraggio di spiegarmi. Io fatico a capacitarmi: colpa mia.

  21. Ricevo da Elisa Enea, alla mia email e pubblico il seguente messaggio. Ritengo che possa interessare i lettori del blog:

    «Gentile dottor Linguaglossa,

    mi chiamo Elisa, sono una cara amica di Ivan, senza nessuna capacità artistica (non scrivo poesie). Se riesce a fare comprendere al Sig. Almerighi, uomo molto limitato e arrogante, che io esisto, che non sono una “povera” ragazza su una sedia a rotelle, che sono una ragazza che combatte, Le sarei davvero grata (anche se non sarò mai in grado di lavorare). Continuare a leggere, sul suo blog, frasi come: “La ragazza in carrozzella, convocata in fretta e furia, mai vista su queste pagine è stata un colpo da maestro, complimenti”, è umiliante, umiliante, umiliante. Probabilmente questo Sig. Almerighi, che non conosco, non avrà mai ruote sotto ai suoi piedi, e camminerà sempre lento, bloccato, elefantiaco. Come tratta i ragazzi? Come tratta Ivan? Ivan ha un sacco di cose da fare, deve ricostruirsi una vita con Ambra (chiamata femmina, in maniera spregiativa) e non smette un momento di occuparsi di tutti noi: risponde ad ogni nostra email, ci consiglia su tutto, non esprime giudizi. E lo vedo sempre, ovunque, chiamato cialtrone. Perché? Cosa fa di male?

    Comunque, dr. Linguaglossa, io esisto. Almerighi non esiste, e non esisterà mai.

    Cordiali saluti, e buona notte

    Perdoni l’intrusione: io non ho mai scritto niente (scrivo solamente cose mie)»

    • Oh, adesso basta. Per avere espresso il mio parere sui lavori di questo post sono stato definito nell’ordine: colluso coi poteri politici mafiosi, col craxismo, leccaculo, servo, elefantiaco, inesistente (sig.na Enea mi spiace per la sua disgrazia, ma non vedo il nesso col buonismo che spande), opportunista, mi è stato augurato di estinguermi, di non avere figli. Bene, se per avere espresso un parere su questa generazione mi sono beccato tutto questo, vuol dire che ho colto il segno. D’altra parte se uno, a parer mio, spara una sciocchezza deve essere ignorato non certo amplificato. Se questi sono i poeti e gli uomini (e donne, non tralasciamo la parità di genere) di cultura, i socio antropologi della poesia, sono veramente contento di essere un semplice diplomato di istituto tecnico. Restatevene ad ululare alla luna tra poeti, e ad accoppiarvi tra voi, non meritate altro. Cordiali saluti.

  22. a tutti gli interlocutori,

    invito tutti i partecipanti al dibattito di attenersi strettamente ai testi e ad evitare di personalizzare la discussione sulle persone. Il distinguo è fondamentale per ottenere una discussione pacata e argomentata, fermo restando che ciascuno di noi ha il diritto di affermare che i testi presentati non piacciono senza essere additati ad eretici o a provocatori. Però è anche necessario, proprio per evitare fraintendimenti, che ciascuno si sforzi di argomentare le ragioni che stanno alla base di un giudizio di gusto. Ogni giudizio di gusto è legittimo, nessuno escluso, ma ogni giudizio di gusto deve essere argomentato.

    Il fatto che i post sulla generazione degli arrabbiati scatenino tanto dibattito lo ritengo positivo, a patto però che alla base ci sia il rispetto per le valutazioni degli altri interlocutori e che si eviti di personalizzare la diversità di opinioni con accuse reciproche che spostano il problema dai testi alle persone. Questo è un modo di procedere errato e anche fuorviante. Ritorniamo dunque alla lettura dei testi.

    Dal dibattito scaturito si capisce però che il vero problema non sono i testi ma è un problema politico. Ebbene, io credo che le nuove generazioni abbiano il diritto di esprimersi liberamente e il blog intende tutelare questo elementare principio di libertà, ma intende anche tutelare chi non la pensa come noi e il principio di una libera espressione delle proprie idee quand’anche queste siano scomode o irritanti.

    E poi, io non credo alla “purezza” del giudizio di gusto, ogni giudizio di gusto in realtà difende un particolare interesse (privato o collettivo); ogni giudizio di gusto è un giudizio politico sul gusto (con buona pace dell’estetica kantiana).

  23. pregherei la gente a comprendere la differenza tra libero giudizio critico, che se non accetto e poco motivato, può essere utile come la carta igienica di Kerouac (magari si scriverà On the shit, titolo più plausibile oramai) e libera diffamazione, che nel diritto non è propriamente un diritto. Se per un commento su due morti, che sentire non possono, mi sono meritato ingiurie prettamente ridicole, una diffamazione su un vivo che cosa merita? Forse la consapevolezza che se l’istituto tecnico non è stato utile a comprendere tale differenza del tutto elementare, è meglio che si faccia marcia indietro e si ritorni in un posto più appropriato: l’asilo. Con questa affermazione non mi giustifico, rispondo a provocazioni, dato che non mi chiamo Durante, meglio noto come Dante e le parole “non ti curar di lor ma guarda e passa” mi sembrano al quanto comode, pur sapendo che Dante a quelle parole non credette mai, se no non sarebbe stato esiliato. Conchiudo con quattro parole di uno che alla cazzate del Duce rispose con la propria morte: “Io odio gli indifferenti”.

    • Ivan Pozzoni

      Valerio, ricordati: c’è Dante, e Dante. ahhahahah Comunque ogni polemica con Flavio Almerighi, che stamattina e in passato si è mostrato un galantuomo, da parte mia è conclusa. Purtroppo tutto è nato da un fraintendimento iniziale, difficilissimo da ricostruire (chiarito tra me e Flavio). Ci tengo ad affermarlo pubblicamente. Saluti a tutti Ivan

      • Ivan Pozzoni

        P.s. Valè, anche te, non iniziare con le cagate sulla diffamazione. la diffamazione non esiste, in presenza dell’offeso: a differenza del delitto di ingiuria di cui all’art. 594 c.p., il delitto di diffamazione può essere consumato solo in assenza della persona offesa. State bboni, se potete!

  24. Mi scuso, ma il mio commento (sotto) si riferiva a questo post e non a quello dove per errore l’ho collocato. Volevo riferirmi proprio a questi commenti. E alle questioni vere da voi trattate. Però in modo pessimo. E volevo rimandarvi a quanto accade ancora adesso a Gaza.
    Possibile che sprechiate tanta intelligenza e indignazione per un commento di Almerighi (tra l’altro amico vostro a quanto pare fino a pochi giorni fa) e non dite una parola su quanto dei potenti criminali stanno facendo con l’appoggio anche del governo italiano? Cosa indica questa sproporzione d’attenzione? Che tipo di “rabbia” è la vostra allora?

    *
    Ennio Abate
    23 luglio 2014 alle 13:36

    Dopo aver letto i commenti di questo post, dedico questa poesia ad Almerighi e ai “giovani arrabbiati”. Un saluto [E.A.]

    SULLA DIFFICOLTA’ DI DIRE DI GAZA IN POESIA (2)
    di Ennio Abate
    http://www.poliscritture.it/2014/07/21/punti-interrogativi/comment-page-2/#comment-2197

    • Abbia pazienza signor Abate, per carità di Dio, lasci perdere.

    • Ivan Pozzoni

      Caro Ennio, tutti noi – incluso Almerighi- abbiamo a cuore la situazione dei deboli che soffrono, a Gaza, in Brasile, fuori dalla Caritas di Milano, in Africa, ovunque. Ritengo, a nome mio (e – spero a nome di ognuno dei blogger), che dove ci sia la sofferenza dei deboli, lì dovranno tuonare versi, azioni, rivendicazioni. Semplicemente, questa sezione del blog aveva un tema: i rapporti tra poeti e poesia. Non appena apriranno una sezione del blog dedicata a Gaza, mi troverai sulle barricate. Apprezzo il tuo saggio richiamo: chiedi a Giorgio di aprire una sezione del blog destinata alla sofferenza dei deboli: ogni giorno ci troverai miei versi.

      • Comunque se proprio vogliamo ricordare un giovane arrabbiato, e come il giovane arrabbiato affrontava sinceramente le questioni legate ai problemi del mondo e ai pacifisti da salotto non possiamo certo prescindere da Simone Cattaneo, ecco cosa scriveva:

        Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
        non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
        se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
        Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
        Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
        i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
        fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
        una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
        strappiamo fegato e reni ai figli della strada
        ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
        Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
        vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
        con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
        Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
        quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
        le loro comode case vuote.
        Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
        non mi interessano un granché.

        • Ah, sì questo è proprio il “giovane arrabbiato” scemo da prendere a modello. Almeno Swift aveva più stile:A modest proposal: for preventing the children of poor people in Ireland from being a burden to their parents or Country, and for making them beneficial to the Public

          • credo proprio che questo “scemo” postumo, ovunque sia adesso Cattaneo, gli farà molto piacere: scemo o no, comunque avaìeva preso posizione, una posizione opinabile se si vuole, ma sempre più coerente rispetto a certo pacifismo da chat o da salotto

            • Di fronte al “pacifismo da chat o da salotto” sta lo “scemo”. Come davanti ad uno strano specchio: ciascuno non s’accorge della propria ombra ma vede bene soltanto quella dell’altro e lo deride; e si crede perfetto.

              • Beh, poteva benissimo dare dello scemo a me e non a Cattaneo, che oltretutto è morto. Ciascuno si accorge della propria ombra nella misura in cui il sole non gli batte in faccia, cordiali saluti.

                • Ivan Pozzoni

                  Gentilissimi, Simone, che diede da inserire a me, cialtrone curatore sconosciuto, i suoi ultimi due inediti (usciti postumi nella mia antologia Demokratika, con Limina Mentis) mi scrisse, qualche giorno prima di suicidarsi (nessuno vuole che si dica che Simone si è suicidato) un’email con questa frase conclusiva: «Spero di incontrarti in una giornata di sole». La sua frase che, come il suo suicidio, mi ha stravolto e mi ha cambiato, mi ha ispirato alcuni versi, usciti in Scarti di magazzino (Limina Mentis):

                  SPERO DI INCONTRARTI IN UNA GIORNATA DI SOLE
                  (in memoriam)

                  Per me, nei battiti affievoliti dall’eco d’una vita ormai succinta,
                  la crisi è stata definitiva, nodo di non ritorno dalle lande dei fantasmi,
                  la crisi è stata definitiva.

                  La cassa integrazione scolorisce, scoloriscono i fallimenti bancari,
                  il crollo della borsa scolorisce, scoloriscono i tassi di interesse
                  nelle terre dove tutto scolora, dove sono diventato buio,
                  a brancolar nell’ombra tra i cavi dei lumini elettrici e briciole feretrali.

                  La crisi è stata definitiva, vittima di un io carnefice
                  feritosi sui cocci dei miei denti aguzzi,
                  m’affretto verso tenebre tetre, smettendo di raccontare
                  i margini, mai rimarginati, delle ecchimosi dell’uomo.

                  Spero di incontrarvi,
                  in una giornata di sole.

                  I suoi due ultimi testi, inseriti nell’antologia Demokratika, invece, sono:

                  I.
                  A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e
                  il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,
                  cammino sulla strada crivellata di buche come fosse
                  un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,
                  la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado
                  dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori
                  e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.
                  Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.

                  II.

                  Correva con un tanga blu e delle calze di lana nere
                  fra le auto parcheggiate intorno alla stazione Centrale di Milano e
                  gridava sputando – Sono l’eletto sacrificatemi, rimango l’eletto. –
                  Con qualche chilo di troppo, la pancia debordante e flaccida,
                  bianco slavato con i capillari del viso rotti che parevano lampi
                  arancione nei giorni umidi d’estate, si avvicina mentre cerco
                  di salire in auto e pacato mi dice – non sarò mai rimesso in
                  sesto. – Ho ingranato la marcia,
                  sono partito e mi sembra di non averlo più incontrato.

                  Spero di avere fatto cosa gradita ad Almerighi: sinceramente, con l’esempio di Simone, ha colto nel segno. L’unica cosa che “rimprovero” a Simone è di avere smesso di combattere e di essersi suicidato [scusate i miei errori ortografici: ogni volta, su Simone, la vista mi si annebbia e scendono le lacrime]. E che cazzo.

                  • Dài che non sei un cialtrone, sù, si scherzava, però questo tuo rapporto con Cattaneo deve essere stato bellissimo, e ti ringrazio per averlo reso noto

                    • Ivan Pozzoni

                      Vedi che sei te che litighi con tutti (anche con Abate)? 🙂 Apprezzatissimo il tuo riferimento a Cattaneo. Io sono convinto una cosa: il bello di essere UOMINI è che, dopo una sonora scazzottata in piazza, siamo capaci di andare al bar a berci una birra insieme. Gli ominicchi e i quaquaraquà non lo fanno: e adesso che, dopo la sonora scazzottata, ho compreso veramente chi sei, so che non sei un ominicchio o un quaquaraquà. La stessa cosa mi era successa col distintissimo docente Lup. Man. Cav. di Gran Croc. Giuseppe Panetta: ci siamo scazzottati di santa ragione, e, via, immediatamente, al bar a berci una birra insieme. Il bello di essere UOMINI. Io ho avuto la sfortuna di conoscerlo sei mesi prima della morte, con un non fittissimo scambio di email. Poi, il silenzio; la notizia, il restarci di merda. Ricordo un particolare: dopo la morte di Simone scrissi una email al suo indirizzo email, e ricevetti una risposta. Il suo docente delle superiori, con un magone tremendo, si era fatto carico di rispondere a tutte le email arrivate, spiegando a tutti la situazione. Costui, di cui non ricordo il nome, era un UOMO.

                • Non avevo mai sentito prima di oggi il nome di Simone Cattaneo. Non sapevo che fosse un giovane poeta morto (suicida pare) ma un vivente; e mi spiace di aver usato uno sbrigativo ‘scemo’ dopo aver letto il testo proposto da Almerighi. A livello epidermico questa è stata la mia prima reazione. Poi, siccome un’impressione va controllata, mi sono documentato. Ho lettoun post del 2009 di Nazione Indiana a lui dedicato al momento della morte (qui: http://www.nazioneindiana.com/2009/09/15/in-memoria-di-simone-cattaneo/) e aggiungo due cose:

                  1. Sulla poesia di Cattaneo proposta su questo blog da Almerighi.

                  Mi chiedo: basta la “sincerità” per fare una poesia o una buona poesia? No, secondo me non basta. Nessuno che scriva versi con la sola sincerità diventerà un Rimbaud, un Pasolini o un Cecco Angiolieri, scomodato da Linguaglossa e presentato con disinvoltura come il «primo poeta arrabbiato d’Europa»; e dunque – immagino – come nobile “precursore” di quelli che su questo blog si presentano o sono stati presentati con l’etichetta di ‘arrabbiati’.
                  Ma, ammettiamo che la sincerità (vera o finta, perché in poesia quest’aspetto conta meno) possa aver prodotto, «un grande poeta» come Angiolieri. Questo non dovrebbe impedire di cogliere la limitatezza dell’ orizzonte culturale (e stilistico) di Angiolieri rispetto a quello di un Dante. Se il primo è stato capace di dire in poesia *sontanto* una soggettività limitata e aggressiva, il secondo ha reso in poesia la problematica culturale e filosofica di una intera epoca. E proprio trattando di tante cose. O, con le parole sarcastiche di Linguaglossa, «dei poveri e “degli storpi, delle faccende della Palestina di allora e delle questioni di croce dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei buonisti e dei pacifisti, del re di Francia e del re di Spagna».
                  Vi pare una cosa irrilevante? A me no.

                  Una limitazione simile a quella che riscontro in Angiolieri colgo nel testo di Cattaneo. In questi versi (o “non versi” o “antiversi”, come volete definirli) è come se, di un pianoforte, Cattaneo abbia suonato soltanto due tasti: quello della negazione («Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,»; «non ne voglio sapere delle mine antiuomo,»; «Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie »); e quello di un desiderio ossessivo, immediato e primitivo («Voglio solo salute, soldi e belle fighe.»; «Voglio bei vestiti,/una bella casa e tanta bella figa»; «datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati»).
                  Sincero? Sincerissimo nella sua posa maudit, cattivista, cinica. (Anche qui troveremo un termine più esatto rileggendo con attenzione – ammesso che qualcuno lo farà sul serio – la sua produzione).
                  Possono piacere questi versi (che a me non piacciono)? Senz’altro. Ma a un settore limitato del “pubblico della poesia” (oggi di massa). Piaceranno sicuramente a moltissimi, soprattutto tra i giovani che scrivono versi e che sono o si sentono sincerissimi o arrabbiatissimi come Cattaneo. E che dispongono del linguaggio immediato e impoverito della odierna cultura di massa. E che ritroveranno in lui – meglio nel mito forse in costruzione del giovane poeta suicida e, dunque, “coerente” e “antisistema” – una loro immagine, un simile, un’ “anima gemella”. E che nella sua limitata visione (tematica, emotiva, culturale) del mondo, in gran parte coatta e condizionata dalla precarietà materiale e culturale con cui Cattaneo dovette fare i conti, ritroveranno una conferma della loro. E che più facilmente faranno della sua posa o maschera la loro posa, la loro maschera.
                  Non me ne scandalizzo. La crisi sta mettendo tutti negli angoli bui della vita. Soprattutto i giovani. E va anche bene identificarsi personalmente con un poeta maudit invece che con un poeta laureato. Tutti si formano e maturano attraverso identificazioni immaginarie. Ed è più facile ad un giovane lavoratore precario o disoccupato riconoscersi in Cattaneo che diciamo in Shakespeare. Ma è un’amputazione che subisce o si procura. E la sua ricerca (esistenziale e poetica) ne risente. E’ una vita limitata quella che riesce a vivere. E forse se accorge proprio quando tenta di uscire dal piano privato e segreto nel quale è costretto a condurre la sua ricerca poetica e viene in contatto con la sfera pubblica della poesia che è fenomeno pubblico, storico, istituzionale, codificato. A questo punto due sono le strade: o la sua soggettività (esperienza) limitata si cristallizza e accetta di rimanere monca, autistica, narcisistica trovando compensi o riconoscimenti più o meno illusori ( il premio X, la pubblicazione presso Y, la recnsione sul giornale Z) e, magari, riesce a produrre anche qualche bagliore geniale prima di smorzarsi come una candela che non ha più ossigeno; oppure trova il varco per alimentarsi dell’esterno, del mondo, della realtà. E allora matura – con una scelta e un po’ di fortuna. Altrimenti “uscirà di scena”, come scrivono di Cattaneo alcuni che lo conobbero, oppure si affloscerà (secondo la logica che infastidisce Pozzoni: da rivoluzionari a pompieri).
                  “La maturità è tutto”, diceva Pavese. Ed è faticosa. Se Cattaneo fosse riuscito a maturare (umanamente e poeticamente) magari aiutato da quegli amici – veri o falsi – che alla sua morte l’hanno compianto, avrebbe visto per forza che si può *costruire dell’altro*, che quello che negava (anche con alcune buone ragioni, ma anche con una certa cecità e ottusità procuratagli sia dagli altri e dall’ambiente, ma anche dalla propria testardaggine ad insistere esclusivamente nella posa o maschera del cinico indifferente che forse era quella che più loi rassicurava) poteva essere riconosciuto, indagato, assimilato, detto in altro modo, trasformato.

                  2. I commenti letti su Nazione Indiana

                  Ma a Cattaneo forse sono mancati proprio dei veri amici e dei buoni critici. Perché quella che vedo all’opera nei commenti di quanti si sono pronunciati al momento della sua morte è proprio la sterile ”ideologia dell’anti-ideologia” di costoro. Tra essi vedo gli epigoni – consapevoli o inconsapevoli – del “maledettismo” di ottocentesca tradizione o del più recente giovanilismo arrabbiato, molto underground, individualistico e americanizzato.
                  Leggo, rabbrividendo per la loro malafede o ingenuità, queste sintomatiche frasi:
                  – «in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari»;
                  – «Poesia stupenda, soprattutto nei primi versi, dove il suo grido è totale, tale da buttare al macero anche l’estetica»;
                  – « era un poeta crudo e brutale, voce delle nostre miserie».
                  E’ un minestrone confuso dove trovi mescolate in dosi diverse il peggio dei discorsi che si fanno tra poeti e critici:
                  – snobismo antiaccademico («Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace?»);
                  – denuncia qualunquista, che, esentando solo se stessi e pochi amici, attribuisce sempre agli “altri” tutti i difetti: « si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico,»; « un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso»;
                  – rassegnata accettazione del “male di vivere”: «Cattaneo se ne stava tranquillo a sguazzare nel suo male e non contemplava nemmeno la possibilità di un verso, già il recto è pure troppo: anche se “già la prendo nel recto, avrebbe detto lui,»; « quel suo compiacimento per situazioni spesso al limite del masochismo, dello squallore morale, del cinismo più puro e ancora di più duro, in quanto totalmente suo, sincero, e si sente!»);
                  – vitalismo estetizzante: «bellissimi, molto poco “italiani”, strappati dalle viscere.».
                  Pochissime le voci che stanno coi piedi per terra e vanno contro questi clichè che bloccano ogni discorso critico sullo stato della poesia e credo abbiano soffocato la maturazione del giovane Cattaneo.
                  C’è qualcuno che timidamente fa notare che quel cattivismo o cinismo o antibuonismo di Cattaneo « in questo paese è di massa» (e verrebbe da chiedersi: quindi a cosa si ribellava – se era ribellione autentica la sua – visto che il «progressismo borghese» non esiste più). E qualcun altro che trova quelle sue poesie « forti, certo, ma anche acerbe» E qualcun altro ancora che vede Cattaneo nella folla dei tanti poeti allo sbando «che AFFOLLANO gli scantinati popolari o i parcheggi isolati dell’interland più torbido del milanese e si dedicano nelle ore tardo serali al sociale dopo una giornata in fabbrica e ogni tanto scrivono poesie e magari le cantano o le leggono in pubblico nei luoghi più impensabili, come nelle vecchie fornaci in dissesto, meraviglioso esempio di archeologia industriale».
                  Una cosa per me è sicura: da questa poltiglia culturale quel giovane poeta non ha ricavato nessun beneficio. E mi spiace di non averlo incontrato tra i “moltinpoesia”. L’avrei aiutato criticandolo non esaltando il suo “ribellismo”.

                  • AGGIUNTA.

                    SCRAP-BOOK DEDICATO AI “GIOVANI ARRABBIATI” A CURA DI E.A.:
                    JEAN-CHARLES VEGLIANTE,«NESSUN CONTENUTO VALE…SENZA UN LAVORO…SULLA FORMA DELLO STESSO CONTENUTO»

                    da http://www.ospiteingrato.org/nuova-haine-de-la-litterature/#more-1105
                    Nessun contenuto vale – fatta salva la sua funzione informativa secca, beninteso – senza un lavoro (poetico, manco a dirlo) sulla forma dello stesso contenuto. Nessuna espressione basterebbe – a parte per un gradevole rumore dei significanti là usati – indipendentemente dalla forma di tale espressione. E tale forma, ma non è qui la sede giusta per tornarvi sopra, spesso non è affatto “mimetica” (neanche, talvolta, nei casi estremi di imitazione onomatopeica!) bensì segnale di letterarietà, o meta-letterarietà nel generale arcitesto in cui viviamo. Oppure giocoso pretesto a pura immersione nel tripudio del ritmo: l’astratto e concretissimo ritmo (dello stesso Giovenale, si veda, fin troppo scoperto: “coi suoi lari, coi colari e i latrari, loro, batteri birilli, altari a bielle”). Si fa presto a dire “corpo”, o fisicità, se questa componente (tecnica, in fondo) manca.[…] Forse, si è fatta confusione tra mezzo e oggetto (testuale), linguaggio e poesia. Tornano a interessare invece gli studi precisi di sociologia letteraria, a cominciare dalle politiche editoriali, montature varie (editoriali, giornalistiche) di sempre nuove tendenze: i “nuovi realismi” compresi, dopo i “cannibali”, e altri. Viene da pensare, rispetto alla posizione di un realista antico (Flaubert, citato sopra), se non ci sia in atto qui una nuova “haine de la littérature”, entrata però nel campo stesso della Letteratura, grazie a opportune operazioni editoriali, e giornalistiche, ossia economiche. Buono, il cavallo di Troia. E ben atto a guadagnarsi il plauso di chi (alla grossa) sarebbe contro ogni tipo di preparazione, se non altro di lettura altrui, insomma contro ogni speciale impegno, confuso con una qualche vieta “separatezza”. Nelle forme estreme del capitalismo, o post-capitalismo che vogliamo dire, “leggere per vivere” rappresenta infatti uno spreco poco ammissibile, ormai. Leggiucchiamo, piuttosto, per distrarci e seguire le fluttuazioni del mercato e del protagonismo imperante; percorriamo sempre più alla svelta le sempre più sbrigative e febbricitanti nuove proposte; e non disturbiamo nulla se ignoriamo la forma (Flaubert ancora: “credo più che mai all’odio inconsapevole dello stile”), se cerchiamo pseudo-novità degli argomenti trattati. Uso, usura, consumo. Con quel po’ po’ di astio, certo ben comprensibile, contro chi occupa il campo e rilutta a far posto ai nuovi venuti. Il tutto portato via dal fiume in piena evocato sopra, mentre la scrittura vuole, quale che sia, tempi particolari, “separati” per l’appunto. E vedi tutt’altro: velocità frastornata dei vari siti, blog, facebook e twitter che dir si vogliano (aggressivi più che altro, cattivi, inaspriti, narcisistici). E poi, banalmente, lo sai: se non sei informato (degli ultimi ritrovati) non esisti. La grande macchina culturale (o di soft power) è lanciata, con la potenza mediatica moltiplicata dal net, dalle cosiddette reti sociali. E chi la ferma più?

  25. Volentieri firmerei un appello per la pace, per Gaza, per l’Ucraina, per l’Africa, per l’America del Sud, per le donne d’India, per quelle coperte fine alle caviglie, per tutto il pianeta, per la deforestazione, per le emissioni inquinanti, per il profitto tout court, per la mafia planetaria, per i barconi dei disperanti, per i Diritti negati ovunque, anche senza essere un premio nobel. Forse, un giorno, quando pioveranno missili su questa falsa bambagia tutti i dormienti si sveglieranno e quelli svegli potranno infine addormentarsi. Ma al momento qui, da noi, piovono balzelli. Abbiamo sostituito i missili con il tritacarne sociale.

  26. Per tornare ai giovani “arrabbiati” e alla loro poesia, alcuni versi di Artin Bassiri Tabrizi possono benissimo essere letti in chiave planetaria, sociologica e d’ordinanza aderenza con temi caldi di questi giorni.

    Ahi, lasso, qual buon vento
    
mena le vele a piacimento
    e cangiarlo non si puote
    
(non importano le quote)
    ( Vedi Barconi di disperanti, traffico umano che a cangiarlo non si (vuole) puote, perché non si rinuncia alle quote)

    E ancora, cito:
    la nostra
 ingordigia tutto travolge
    (…)
    si intinge di lusso

    si veste di fango

    Narcisi violenti

    scappate, fetenti!

    I nuovi poeti, grazie al cielo, ci sono.

  27. trascrivo l’immortale poesia del primo poeta arrabbiato d’Europa: Cecco Angiolieri. Non credo che al poeta toscano importasse niente dei poveri e degli storpi, delle faccende della Palestina di allora e delle questioni di croce dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei buonisti e dei pacifisti, del re di Francia e del re di Spagna… tuttavia, e malgrado ciò, rimane un grande poeta.

    S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo;
    s’ i’ fosse vento, lo tempesterei;
    s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
    s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

    s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,
    ché tutti cristïani imbrigherei;
    s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
    A tutti mozzarei lo capo a tondo.

    S’i fosse morte, andarei da mio padre;
    s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
    similemente farìa da mi’ madre.

    S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
    torrei le donne giovani e leggiadre:
    e vecchie e laide lasserei altrui.

  28. Caro Almerighi,

    grazie per aver postato la poesia di Simone Cattaneo. Bella poesia, davvero fuori dagli schemi di una certa cultura culturalmente corretta che vuole stare dalla parte dei poveri, degli storpi, delle donne in burka, degli sfruttati etc., e che poi, all’atto pratico, quando va al governo è incapace di rinnovare il paese se non addirittura non lo peggiora.

    Simone Cattaneo dice in poesia quello che la poesia gli dice di fare e di essere, non dà retta alle piccole congreghe dei poeti di buona famiglia con le buone cointeressenze alto allocate, che scrivono in un italiano generalista del corpo, del privato e del proprio quotidiano (cose che non interessano nessuno ma che fanno bon ton e appaiono à la page), ma parla, come Cecco Angiolieri, di quello che vorrebbe: cioè donne belle, Mercedes, danaro, e spassarsela, alla faccia dei preti laici e in tonaca: perché l’unico Paradiso è qui, su questa terra, e non altrove, non nei fumi delle ideologie o delle paralogie delle persone che ci fanno la morale e ci scrivono sopra i sermoni religiosi.

    • Ivan Pozzoni

      Perché, allora, Giorgio, si è suicidato? Perché non siamo riusciti a convincerlo di avere un’opportunità, di avere una voce, che la sua voce fosse importante, utile, indispensabile? Perché era un ragazzo, fragile, come tanti altri ragazzi. Ogni volta che leggo un ragazzo giovane che scrive, e non si arrende alla “vulgata” consumistica dell'”ignorante di successo”, mi tornano in mente Simone, o Dominick Ferrante, medaglia d’oro alla memoria, o i molti altri ragazzi poeti che sono morti, e, che, benché siano oramai voci spente, non dovranno mai essere voci dimenticate. Io, nella mia limitatezza, mi adopererò a che i giovani artisti e studiosi, vivi o morti, non si sentano mai abbandonati. Devono crescere, nelle fatiche dello studio e del lavoro, non morire (di fatto o di diritto).

  29. si potrebbe eventualmente dedicargli una piccola monografia su questo blog, magari arricchita e commentata prorpio da quelle voci giovani che ho mandato a lavorare? Secondo me Simone Cattaneo la merita, per me è un libro che mi ha stravolto e alla fine ho riposto dentro uno scaffale, per qualcun altro è stato un amico, una voce, magari diamogliene un po’ anche noi, e soprattutto rimarremmo in tema di giovani, non credete?

  30. allora, caro Flavio,

    occupatene tu, fai una scelta delle poesie di Simone Cattaneo e gli dedichiamo un post monografico. E non dimenticare di inserire anche i due testi riproposti qui sopra da Ivan Pozzoni e che ha pubblicato nei suoi quaderni.

  31. Salvatore Martino

    Con sgomento e un certo fastidio ho letto alcuni di questi commenti ai cosiddetti arrabbiati. Devo confessare che il tono del “dibattito” mi ha fatto persino fatto male, persino l’insulto era di casa. Venendo poi ai giovani poeti mi son sentito stritolare dai loro versi, precipitato io in una lontananza di vecchiezza estrema. Lungi da me giudicare, ma certo nel mio antico delirio di poeta, almeno così vengo creduto da molti, mi sono chiesto se è davvero questa la nuova poesia…e mi sono sentito come appartenente ad una generazione di dinosauri in via di estinzione. E ho cercato di consolarmi con una domanda retorica: ma questa è davvero poesia?

    • Ivan Pozzoni

      Carissimo Salvatore, a domanda retorica, risposta retorica: no. La poesia non esiste, i poeti non esistono, non esiste il pubblico della poesia (cfr. B. Gentili). Rispondo con domanda retorica: la vostra (?!) è davvero poesia? Probabilmente, ne ridiscuteremo tra trent’anni. Buona serata, e un cordiale saluto

  32. cari amici,
    prenderò lo spunto dalle poesie appena pubblicate di Merežkovskij. Ebbene, Merežkovskij e Bal’mont sono importanti perché hanno preparato la strada ai grandi simbolisti come Aleksandr Blok e agli acmeisti come Achmatova, Mandel’stam, Gumilev, Chodasevich, nonché ai futuristi come Majakovskij.

    In fin dei conti, ogni generazione difende se stessa, difende il proprio spazio vitale che si è conquistato con anni di durissimo lavoro e di fortificazione della propria posizione e della propria supremazia. Ogni scuola poetica difende se stessa, ogni tradizione difende se stessa e tenta di screditare l’importanza di altre tradizioni o di altri movimenti. Le istituzioni della poesia sono quelle che decidono (a breve termine) di che cosa è poesia e che cosa non è poesia, decidono sulla gerarchia e sui gradini della gerarchia. Tutto ciò mi sembra molto chiaro.

    Oggi la situazione è tale che se sei giovane e non hai dei santi in paradiso, non troverai mai sbocchi editoriali degni di considerazione, e dovrai accontentarti di piccole e invisibili finestre presso piccoli editori che non contano quasi nulla. Mi sembra del tutto comprensibile che nei migliori tra i giovani e i giovanissimi sia invalsa l’anti-poesia piuttosto che la “poesia”, la quasi-poesia piuttosto che la “poesia” delle istituzioni. Mi sembra comprensibile che tra di essi ci sia della avversione (e anche rabbia) per questo stato di cose colloso e colluso che impedisce loro di crescere e di maturarsi.

    Quanto alla questione Cecco Angiolieri – Dante, mi sembra una provocazione nel dire che si sceglie il secondo sul primo. Lasciamo da parte gli argomenti facili e ad effetto: la poesia di Dante è fuori questione, è di un tale livello che mi sembra scorretto utilizzarla per demolire la poesia dell’Angiolieri la quale, tra l’altro rivela una raffinatissima concertazione dello stile adattato ai suoi bisogni espressivi. Credo che oggi abbiamo bisogno più che mai di un nuovo Cecco Angiolieri, di qui la mia personale stima verso la crudità dello stile di un Cattaneo, il quale non è affatto così improvvisato e peregrino come sembra ad Abate; il suo primitivismo e il suo cattivismo è ben supportato da uno stile denotativo e nominativo (almeno così mi sembra dalle poesie riportate su questo blog).

    Per rispondere a Salvatore Martino, io non so se queste composizioni siano dei capolavori ma so per certo che indicano una direzione, indicano una insofferenza, significano che un certo linguaggio poetologico non li soddisfa, e questo mi basta, non sono io che chiedo loro di essere un Cecco Angiolieri; lo spero per loro, spero per loro che venga fuori tra di essi un nuovo Cecco Angiolieri. Quello che voglio dire è che ascoltare i giovani è utile anche per rinnovare se stessi. Il dialogo tra le generazioni è utile, purché non sia fondato su un voto di scambio, come purtroppo accade se mi guardo intorno, dove ci sono delle operazioni furbastre che attirano i giovani con la proposta di antologie autopromozionali purché si scriva in un certo modo, cioè in modo bene educato e forbito e sottomesso alla curatela delle piccole ridicole lobby letterarie.

    • ambra simeone

      mi trovo d’accordo con Giorgio quando dice “ogni scuola poetica difende se stessa” è giusto che lo faccia, è una cosa naturale, è persino un qualcosa della quale essere entusiasti “non esiste letteratura, religione o filosofia che non sia caratterizzata da aspre accuse e controaccuse, ricordando i tre momenti dello spirito di Hegel che sono l’arte, la filosofia e la religione appunto. Se esiste un diritto fondamentale ad una vita ricca di significato di cui l’arte è parte integrante, non si potrà evitare di urtare la sensibilità morale di qualcuno” (A. Danto)

      non so quanto le poesie di Simone Cattaneo fossero a critica di un certo tipo di società o fossero a descrizione pura e semplice di essa, ma se non avessero urtato lo stomaco di qualcuno non potrebbero essere considerate poesie, mi rivolgo anche a Salvatore Martino. a questo punto c’è veramente bisogno di porsi la domanda è poesia o non è poesia?

      ecco secondo me dove non ci sono accuse e controaccuse non c’è nulla di cui parlare veramente, se non c’è nulla che può farci cambiare idea, non c’è in realtà nessuna idea che duri!

    • Ivan Pozzoni

      Facciamo i Sagredi:

      FIRENZE

      Firenze malsana, ammorbata da turisti,
      ed amori, ammassati in fila indiana,
      nelle tue vie d’arte senza commozioni,
      nell’idiozia dei tuoi uffici informazioni.

      Firenze, museo chiuso alle 07.00 di mattina,
      odore di corallo, odore di latrina,
      città dai mille colli città di uomini ombra,
      scheletri, senza midolli.

      Firenze, n’ho sentite tante all’ombra scomoda,
      un po’ becera, del tuo sommo Dante,
      non credere che il morso mi si secchi
      avend’io sangue di cento e cento Cecchi.

      [scritta il Lame da rasoi, Joker]

      Ricordo che, all’unico concorso italiano a cui, contro ogni mia indicazione/volontà, un’amica cara mi iscrisse, vinsi la menzione/premio della critica (come a San Remo) e una targa (ricordo anche che chiesi, mediante raccomandata, all’organizzazione del concorso: «Ho vinto una targa? Dov’è il resto della macchina?!»). L’addetto alla critica, classico docente di Liceo di italiano/latino di una cittadina abruzzese, motivò la menzione: «Composizione realistica, dissacrante, lontana dai valori consolidati e dai canoni tradizionali: quasi un “carpe diem” del nostro tempo, un “mordi e fuggi” senza impegno alcuno, espressa in un linguaggio moderno, diretto ed essenziale, apprezzabile perché mai volgare, anche se esplicito. Ma sarà poi veramente così cinico l’autore? In questo suo confronto con le regole, non sentiamo l’eco lontana di un certo Cecco?». Più che a Cecco, Claudio Damiani mi ha confrontato con Esenin; Giorgino, non trovando nessuno nella storia della poesia a cui avvicinarmi, mi ha affibiato il nomignolo di Rocambole. Io, invece, ogni giorno, mi confronto con me stesso, con centinaia di “peoti” (cfr. provocazione di Panetta), con l’affitto e con le bollette da pagare. Il che è bello e istruttivo.

    • @ Linguaglossa

      Caro Linguaglossa,
      da ora in poi non verrò più a rompere le uova che tu e i frequentatori di L’OMBRA DELLE PAROLE depositate nei panieri dei vostri post e commenti. Contenti voi di litigare e dialogare soltanto tra di voi. Ma alcune ultime obiezioni, prima dell’adieu, me le concedo:

      1. Non è affatto comprensibile che i giovani o i giovanissimi (migliori o mediocri o pessimi) si debbano recludere nel ghetto dell’anti-poesia o della quasi-poesia; e fingere, autoingannandosi, come la volpe di Esopo, che la poesia (l’uva) non sia matura, soltanto perché coi loro salti non la raggiungono (e di questo, però, danno soltanto la colpa agli “altri” senza curarsi dei loro limiti);

      2. È pessima cosa per dei poeti e/o critici, specie se adulti, attizzare nei giovani l’«avversione» e la «rabbia», che già hanno in proprio e in abbondanz; ed alimentare benevolmente e paternalisticamente il loro pregiudizio: che ad impedire la loro crescita e maturazione (altra cosa è la visibilità, il successo, che ne sono il surrogato) sia esclusivamente lo «stato di cose colloso e colluso» che essi hanno di fronte. Tanto più quando loro – gli adulti (o i vecchi come noi) – non hanno «santi in paradiso» né possono offrire loro «sbocchi editoriali degni di considerazione»; e, anzi, pure loro si sono dovuti accontentare di «piccole e invisibili finestre presso piccoli editori» che, a tuo parere, «non contano quasi nulla».

      3. Senza un progetto (e un progetto non è mai solo “anti”), senza un’analisi della situazione – scientifica, sì, e non moralistica come traspare da quella tua generica aggettivazione («stato di cose colloso e colluso») – si mette su al massimo – ammesso che vi riesciate – la solita cordata o armata Brancaleone (alla Grillo per intenderci; ma Grillo è un milionario…) anche nel campo della poesia.

      4. È penoso e rischioso lasciare intendere che solo con la rabbia (o la sincerità) si uscirà dalla crisi della poesia. O che solo puntando su emozioni o visceralità, i giovani cresceranno e matureranno. La maturità non verrà mai solo per via di negazione; o puntando solo su rabbia e sincerità. La maturità verrà *anche e soprattutto* dall’intelligenza del reale.

      5. Sul confronto che ho fatto tra la poesia di Angiolieri e la poesia di Dante, come spesso facevi anche ai vecchi tempi della nostra collaborazione, divaghi.
      Il mio intento non era quello di «demolire la poesia dell’Angiolieri» (ecco che torna ossessivo il tuo abituale atteggiamento “anti”…). Volevo e vorrei far capire che, oltre alla poesia “all’Angiolieri” che nasce da «una soggettività limitata e aggressiva» (o, se vogliamo, solo o soprattutto lirica), c’è un’altra tradizione poetica, appunto la dantesca, capace di rendere in poesia (almeno per me) “qualcosa di più”: «la problematica culturale e filosofica di una intera epoca». E non si vede perché dei giovani debbano essere spinti a guardare esclusivamente alla prima (più attraente e facile in base alla temporanea consonanza “rabbiosa” e “ribelle”) e non ad imparare, con fatica e studio, *anche* dalla seconda, che coglie di più della realtà e del mondo e non si ferma all’io lirico e ai suoi patemi o alle sue idiosincrasie.

      6. La tua stima « verso la crudità dello stile di un Cattaneo» è il sintomo del tuo irrimediabile estetismo. Del «primitivismo» e «cattivismo» di quel giovane cogli solo la superficie; e non la interroghi (eppure sei un critico e un adulto). Non ti chiedi se e quanto «primitivismo» e «cattivismo» fossero posa o maschera (coatta per giunta, come ho cercato di dire); e se quel giovane, poi suicida, chiedesse “altro” (ma non al “sistema”, a quelli che gli stavano attorno e vicini). E non riusciva a dirlo. Né i vicini, respiranti soltanto “l’ideologia dell’antideologia” (anche su questo nella tua risposta sorvoli), furono in grado di capire. Insomma, non vedi, a differenza di Pozzoni, che su questo almeno è “umano, troppo umano” che Cattaneo «era un ragazzo, fragile, come tanti altri ragazzi»; e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse con la sua critica e non semplicemente lisciasse il suo falso/vero ribellismo.

      Adieu

      • Ivan Pozzoni

        Ennio,
        «Contenti voi di litigare e dialogare soltanto tra di voi». Proprio perché sono stufo di litigare, e, come consiglia l’amico Flavio, mi tocca andare a lavorare, non ho molto tempo da dedicare all’arte nobilissima del bloggare. Proprio, se mi ci tiri dentro, l’importante è che non mi minacci querele, mi viene spontaneo confrontare due testi:

        «Non è affatto comprensibile che i giovani o i giovanissimi (migliori o mediocri o pessimi) si debbano recludere nel ghetto dell’anti-poesia o della quasi-poesia; e fingere, autoingannandosi, come la volpe di Esopo, che la poesia (l’uva) non sia matura, soltanto perché coi loro salti non la raggiungono (e di questo, però, danno soltanto la colpa agli “altri” senza curarsi dei loro limiti)» [Ennio Abate]

        e

        23 “O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
        24 con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
        25 rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere
        26 questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini,
        27 ma legge divina e giustizia. Bisogna che tu tutto apprenda:
        28 e il solido cuore della Verità ben rotonda
        29 e le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è una vera certezza.
        [Parmenide].

        Il discorso di Ennio Abate (2014) e il discorso della famigerata Dea di Parmenide (VI secolo a.c.) sui rapporti poesia/poeta mi sembrano avere moltissimi tratti comuni. Quindi, benché io sia uno studioso di antichistica (suggestioni etico/politiche nella cultura classica), mi trattengo, dichiarandomi incompetente, e lascio sviscerare il discorso ai filologi classici.

        • Salvatore Martino

          Che noia queste diatribe! Così spietatamente colte. E se cercassimo con umiltà, amore, dedizione, e studio e gioia di scrivere fra tutti un paio di versi memorabili, a prescindere dal sesso, dalla data di nascita, dal luogo dove ognuno ha incontrato la luce!

          • Ivan Pozzoni

            Caro Salvatore, parafrasando un film celebre tra i giovani, Smetto quando voglio: “Lo sapevo, sei laureato!” – “Sì, ma [la cultura] è stata un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole”.

          • La luce sig. Martino? Con il caro bolletta che ci si ritrova? Qualche mese fa si sono presentati a casa mia quelli di Sorgenia (non è un’acqua miracolosa, ma una multinazionale dell’energia indebitata fino al collo e pare salvata dalle banche) e in mia assenza hanno fatto firmare a mia madre, povera donna con alzheimer, un passaggio di fornitura. Mi ci è voluto l’avvocato per farli desistere. La luce!!!

            • Salvatore Martino

              Caro Panetta la sua ironia è davvero esaltante…ma forse lei non ha capito a quale luce mi riferivo.

            • Sorgenia

              Buongiorno Giuseppe, potrebbe gentilmente fornirci maggiori dettagli sull’accaduto all’indirizzo sorgeniarisponde@sorgenia.it?
              La nostra società da quest’anno ha concentrato la nuova vendita dei propri servizi solo a clienti con Partita IVA. Per questa ragione non è possibile che si trattasse di agenti da noi incaricati. Al fine di effettuare i dovuti approfondimenti, le chiediamo quindi di mandarci ulteriori riferimenti sulla visita ricevuta, utili a consentirci di fare chiarezza e prendere i provvedimenti necessari,
              Grazie.

              • ENEL

                Buongiorno, il Sig. Panetta èha cambiato gestore, risolvendo tutto coi i vostri uffici competenti. Chiediamo cortesemente, onde evitare atteggiamenti di concorrenza sleale, di smettere di contattarlo. Cordiali saluti

                • e-ni

                  Buongiorno, si informa che il sig. Panetta ha ri-cambiato utenza nel rispetto del nomadismo clientelare che vede più operatori concorrere, in una sana competizione, a fornire i propri servizi al sig. P., il quale provvederà con la sua gentile adesione a risolvere in parte la crisi Ucraina.

                  Saluti

          • Se poi vuole un po’ di luce, che queste piccole fiammelle la annoiano, le offro quella della Luna, che è gratis e con techne:

            una
            sono una
            non certo trina
            mi vesto di crinolina
            e cresco da notte a mattina
            deambulante dea creta dell’universo
            sono la luna di quando crescono le fragole
            la luna di quando i cervi perdono le corna
            minimo falcetto lievito nel sommerso
            madreperla nell’immenso concesso
            e porto fortuna porto sfortuna
            sono di fiume e di laguna
            nel cielo di china
            non sono trina
            sono una
            una

            (Inedito e senza diritti d’autore)

            • Salvatore Martino

              La sua poesiola, il suo divertissement per un brevissimo abbaglio mi hanno materializzato la faccia di Dylan Thomas che accende una sigaretta…come lei saprà il grande poeta gallese si divertiva, ma la suggestione era profonda, a costruire geometriche figure con i suoi versi. Le auguro vivamente di seguire quelle orme poeticamente altissime e di regalarci versi che nessuno potrà dimenticare.

              • Non posso competere con Dylan Thomas, ma con Lei sì. Con un Jolly, diciamo?

                Omonimia

                Che cognome il mio
                scritto su qualche cattiva stella
                una cometa senza coda
                e bruciata in un santino di sangue.

                Faccio una ricerca
                per puro edonismo
                e scopro di essere intrigato
                con la ‘ndrina
                per un traffico di olio
                annacquato a Crotone.

                Di essere un politico
                a Catanzaro col centrosinistra
                e col centrodestra a Reggio.
                L’omonimia sbuca da facebook
                e divento un calciatore, un corridore
                un poeta, un falegname.

                Sono ovunque, tentacolare
                detto legge nel mutismo
                e cecità di tutti.

                Persino testimone
                contro dell’Utri- pensa un po’-
                e ho mille conti aperti
                nelle Cayman, a Montecarlo:
                nome in codice “Monsignore”.

                L’omonimia mi perseguita anche in USA
                mentre non trovo corrispondenza
                in Russia e nei Balcani.

                Ne sono certo, c’è un Panetta, purtroppo
                in Colombia che tratta farina felicitates.

                Così come uno come me
                che chiede il pizzo, traffica in armi
                o accende la miccia dell’intimidazione.

                Sono ovunque, persino nella tomba
                per uno sgarro imperdonabile

                ( apparsa in forma diversa su “L’Impoetico mafioso, CFR Edizioni 2010)

                Ma questa singolar tenzone potrebbe non essere gradita agli amministratori del blog, né ai giovani a cui questa pagina è dedicata, per cui, scusandomi, dopo questa sua provocazione e mia risposta, cedo le armi.

      • caro Ennio Abate,
        i tuoi commenti sono sempre acuti e spigolosi e sono ben accetti, ma ti ricordo che sei stato tu a nominare, a proposito dei poeti arrabbiati e di Simone Cattaneo, la poesia di Dante e di Shakespeare per contrapporla a quella “minore” di Cecco Angiolieri. È una tua considerazione, e ben ci sta, ma non è la mia.

        Io evito sempre di tirare in ballo i giganti disquisendo dei contemporanei, perché lo trovo un metodo fuorviante e farei anche un pessimo servizio sia ai giganti che ai contemporanei.

        Un altro mio precetto è che cerco sempre di aderire al testo, non discostarmi dal testo. L’unica cosa da me scritta che esula dai testi è stato l’augurio che tra di essi un giorno uscirà fuori un nuovo Cecco Angiolieri o un nuovo Leopardi. Non mi sembra di essere stato offensivo verso nessuno, no?

  33. Provocatoriamente, alla anti-poesia di Ivan (il concetto in lui è ben strutturato e ne comprendiamo novità, ragioni e meriti) rispondo con una “Peosia”.

    Ai giovani arrabbiati dico che hanno tutto il diritto di manifestare il loro disappunto, di affinare la tecnica, qualsiasi essa sia (come ha fatto Ivan), di trovare una propria “voce” e di tenersi ben lontani da certe trappole: “There’s always free cheddar in a mousetrap, baby… (Tom Waits, Blood Money, 2000).

    Manifesto per la diffidenza! (Mea Culpa)

    Tu, poeta, che navighi nel mondo informe
    della letteratura, novello Sirio -mille timori, poche certezze-
    con quel “bisogno” indecifrabile del verso,
    quando la lingua ti è nemica
    e viaggi con accanto una musa low cost.

    Non leggi nessuno, per non inquinarti, dici.
    Un rifiuto morale che ti difende da ogni pietà
    chiuso nel tuo blog con qualche citazione ad effetto
    così che, come ogni privilegio di trasformazione,
    da poeta diventi “peota”, e ti iscrivi a facebook.

    Chi è il peota? Il peota è il nemico della lingua.
    Il peota ha smarrito ogni dolore umano.
    Vive nel profondo opposte passioni
    e ama sordidamente muto solo i propri versi.
    Apre centinaia di volte al giorno il suo profilo
    fagocitato dalla magnitudine apparente.

    Scrive “peosie” e riempie il calco vuoto
    di vane ipocrisie. Ha perduto per sempre
    ogni pianto interno e rabbuiata la bellezza.
    Il peota investe tanto, paga caro ogni verso
    alle associazioni a delinquere di stampo poetico.

    E’ un vero peota, dicono gli amici e i parenti
    comprando qualche copia della sua peosia
    che quando non è nemica della lingua
    è un’oscena messa in piega di qualche sosia.
    Una luna di pietra pomice.

    Giuseppe Panetta

  34. ”If you want to tell the untold stories, if you want to give voice to the voiceless, you’ve got to find a language. Which goes for film as well as prose, for documentary as well as autobiography. Use the wrong language, and you’re dumb and blind.”

    ”A poet’s work is to name the unnameable, to point at frauds, to take sides, start arguments, shape the world, and stop it going to sleep.”

    ”Literature is the one place in any society where, within the secrecy of our own heads, we can hear voices talking about everything in every possible way. The reason for ensuring that that privileged arena is preserved is not that writers want the absolute freedom to say and do whatever they please. It is that we, all of us, readers and writers and citizens and generals and goodmen, need that little, unimportant-looking room. We do not need to call it sacred, but we do need to remember that it is necessary.”

    Salman Rushdie

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