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Letizia Leone POESIE da “La disgrazia elementare” (Giulio Perrone editore, 2011, Roma) Commento di Gabriella Palli Baroni – dal mito alla poesia

Giorgio Linguaglossa G. Palli Barone Letizia Leone Roberto Piperno 9 marzo 2017

Presentazione del libro La disgrazia elementare Roma, 9 marzo 2017 da sx Giorgio Linguaglossa, Gabriella Palli Barone, Letizia Leone e Roberto Piperno

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012).

Commento di Gabriella Palli Baroni – dal mito alla poesia

A partire da Carte sanitarie, pubblicato nel 2008, Letizia Leone sa affrontare, indagando pagine ingiallite di testi di medicina, i temi ardui e dolorosi della malattia e della sofferenza fisica, coniugando scienza, pur imperfetta e superata da acquisizioni via via più moderne, e poesia.  Una poesia che è del corpo e dell’animo , che ella sa rintracciare nel ritmo dei versi di Avicenna o nella sapienza di Paracelso o nei trattati di anatomia fino a smuovere un tessuto apparentemente impoetico, percorrendolo e  facendolo suo.  La sua parola ardita e orfica, concreta e allusiva fa emergere ora le pulsazioni del “grande circo vascolare” ora le emozioni del cuore e di una musica segreta e antica (“La cura degli Dei”)  e ci accompagna al suo secondo libro La disgrazia elementare. Il titolo è quanto mai significativo dell’ombra che grava sulla vita e che –sostiene in postfazione Plinio Perilli – rende Letizia erede degli artisti postimpressionisti tedeschi (Benn Nold, Schiele, Heckel, Werfel, Celan), ma erede anche dell’arte di un Caravaggio, descritta magistralmente nelle volute barocche degli endecasillabi Largire nero ai fondi da La vocazione di San Matteo. L’arazzo dei suoi versi, che nell’intreccio metrico assai sapiente trova il compenso alla spinta centrifuga e dirompente del pensiero, si dirama  sia all’interno di un conflitto aspro tra la realtà dell’esistenza e la parola, pur fragile, che la attraversa –come scrive- “col solo seme nero d’alfabeto”. È questo “seme nero” che illumina le forze ancestrali e  oscure dell’universo, sfiora e fa emergere i chiaroscuri, penetra gli abissi e il buio, cerca unità nella frammentazione e dispersione delle cose,  trova una “goccia musicale”, una visione: “in alto intorno e dappertutto stelle”. Il contrasto che è alla base del suo versificare si evidenzia subito  nell’ossimoro che apre la raccolta Estasi della macellazione: poemetto o, al modo del Posto di vacanza  di Vittorio Sereni, poesia in otto parti ( e si noti il verso che , unico, pare racchiudere il significato profondo del tutto: “Solennemente dolore”). Ispirati al mito di Apollo e Marsia i versi traducono “dai fogli del mito”, dai “fogli del sogno” ( e si noti la cadenza iterativa e la variazione),  la nascita del canto umano in un’operazione violenta e feroce sì che quella che era “soprattutto pelle/ urlante, rantolante, vibrante / in forti spasmi e scosse” diviene “musica d’angeli inascoltabile”, ma anche “pelle/ pelle eucaristica/ stesa per un nuovo e fiammante corpo tamburo./Lenzuola rosa ad asciugare.” L’attenzione al corpo, qui sottolineata dal forte trycolon con rima interna e che rivela pieghe femminili (“bulbi di sangue, tulipani uterini; “tuorlo”), e le voci che rimandano al sacro (bastino “Tutto si squama/ sfarina in briciole giornaliere / con i chiodi arrugginiti della crocifissione” o “cuore eucaristico” detto del sole), sulla linea  di Pasolini, di Amelia Rosselli , ma anche di Sonia Gentili, entrano in un procedimento stilistico che, sia attraverso metafore accese e sorprendenti accostamenti (“i meravigliosi tagli”; “guaina impregnata di vita in convulsione … con dolcezza”; “le armoniche della lamentazione”; “scorie ardenti della metallurgia”) sia  attraverso tecnicismi e  immagini  molto dure, di metallo, di pietra, di elementi terrestri o di prodotti dell’ingegno (“brusio atomico”; “barri di uranite”; “massa di piombo piceo”; “contatore Geiger”; “sali d’uranio”; “sassi lisci”; “pietre storte”, “scorie ardenti della metallurgia”; “scorie”), affronta la storia del cosmo e dell’uomo come rivelazione di distruzione e sopraffazione, ma soprattutto come confronto tra la materia, la “massa delle cose”,  il “silicio frantumato” e le “vibrazioni” dell’anima e il rifugio della  poesia: “io me la godo come sabbia/ come deserto” in commozioni impalpabili, nell’esilio semplice / della poesia”.

Franano le cose; si sbriciola la catena; si spargono sul pianeta “semi di decomposizione”; i monumenti sono solo “sacchi amari e calce bianca dirompente”. Ma ecco le rare aperture di luce e di speranza; ecco versi, nell’Ora minerale, che coniugano musica “primordiale” e rinnovata “aurora” della poesia; ecco l’ intensa componente gnomica e etica del dire;   ecco i colori netti, i “rossi”, il “giallo” dell’Eufrate o la “perla nera bovina”; ecco infine la musica di una passione e di un’energia poetica che comunicano profonda emozione; l’emozione di chi si confronta con la verità e non la nega, ma la riscatta: “Mentre tutto continua a sgretolarsi/ c’è materia per una redenzione” (Notte). E, mutuando per Letizia Leone e variando l’epigrafe da Hölderlin a I riti dell’origine: “Ancora restano tante parole  d’oro nel suo affanno”.

Letizia Leone

Poesie da La disgrazia elementare  

Come se tutta l’ingiustizia bastasse seppellirla nei bidoni.
L’ora minerale è paesaggio inutile, non contemplabile, estinzione di ogni fragranza.
Intatta si, la luce. Ma neppure una maceria d’aroma.
I prati sopra alle miniere dell’uranio ad assaggiarli dovrebbero essere amari.
Erba senza colpa.
Erba che, come se niente fosse, affiora
dallo squartamento medievale di un reo legato a quattro cavalli motori. Oltre le urla più atroci non resta fiato.
Solo gelatina e il tappeto lunare della periferia.

Scrittura fredda ora.

***
Non tutto si può lavare con l’acqua,
le barriere d’arido accumulate in atti informi
per esempio,
o il grumo metallifero
dell’Energia di Satana

che tu hai cacciato all’aria
e gli hai fatto intravedere il tempo, immaginandone virtù,
fuoco d’artificio e riscaldamento

ma per lavare le bombe serve solvente
tossico e maschere di carnevale
stai maneggiando piramide, venere, fuoco

si, ma in caverne basse
a mille metri dal marciapiede
nelle buche rubate ai lombrichi.

Nascondi le tinture,
questo brodo incolore
nei barattoli stagni: lo sai che c’è materia passionale
pericolosa
dentro.

***

Uranio grezzo come un tubero
piombato alla calcolata profondità
del letargo. E così
la stessa rabbia incurabile
l’Antica
esaurita nei cori ionici
per secoli cupi di bestemmie
nel posto sacro della menta selvatica.

Prendere atto del veleno
sui piedi nudi delle bestie che brucano
e le orecchie, infiammate
dalle strida dei grifoni.

Il miscuglio delle discariche deborda
nelle vasche

là, dove le mucche andavano a bere.
***

Antonio Enrico Becquerel
spostando i sali d’uranio
di stanza in stanza si stupì di certi ghirigori
sulle lastre
che di solito fotografava il sole

certi scarabocchi stellari, strane primule
delle prime radiazioni, poi

il signor Curie con sua moglie, la signora Maria
da tonnellate di minerale
separarono un pizzico di alogenuro,
appena appena un soffio di Radio
radioattivo
forse in cucina.

Si salutarono tutti e tre al Nobel nel 1903:
i coniugi Curie e il signor Becquerel.

***

La fossa tossica
e ai margini un orto
per insalate di malve e asfodelo

l’antico rito
– che porta sogno in un fatto infelice –
del pasto pitagorico.

Giorgio Linguaglossa Letizia Leone gabriella Palli Barone 9 marzo 2017

Presentazione del libro La disgrazia elementare Roma, 9 marzo 2017 da sx Giorgio Linguaglossa, Gabriella Palli Barone, Letizia Leone

Una volta era Dio il creatore dei mondi, e senza dubbio
c’è qualcosa che è più antico del sangue,
ma da qualche tempo sono i cervelli a spingere avanti la terra,
e lo sviluppo del mondo fa la sua strada grazie ai concetti umani,
e al momento è questa evidentemente, la sua strada principale e preferita.
(G. Benn)

Poeta patologo.
Corpi aperti sui tavoli
sterili
anemoni di carne degli obitori
e un cervello sgusciato
la sua forma ancestrale e dedalica
emersa dal sangue
nella tua mano
sotto la volta svuotata come cranio
del sotterraneo
brivido.

Così attecchisce
dentro questa stanza di guerra
l’infinito dei mondi
le sue formazioni
col dorso che affiora dei sogni ionici
quale resurrezione;
o collasso
di chi vuole capire
il senso avido dei presagi
stirando le geometrie sterminate
di pieghe e circonvoluzioni
di un encefalo essiccato.

Allora vedi:
se da un lato il dio sole stria e dardeggia
gli smeraldi sulle coppe regali;
dall’altro
si schiudono di notte occhi bianchi
al diffuso lumine lunare;

se da un lato
spezie odorose azzurrano i cortili
mediterranei;
dall’altro organi grigi galleggiano
nei vasi refrigerati
in magazzini che non hanno luce.

Rientri da solo
attraversi la via ghiacciata
tra i detriti di cocci e di croci
mentre la primavera berlinese scongela
con i cadaveri la neve.

E tu ne rivivi
tutta la malattia di statua
la notte
di ogni morte.

****

Lingua Bovina

Di creature divorate nell’inverno
il disegno l’anatomia
la sagoma di sdegno
di ogni grande animale
Alce di fumo o Ariete
la sua marmorea pelle e rosa lingua
mozzata che posa
sviscerata dal vasto muggito
gonfia del pascolo
come massa di sale
sulla pagina di marmo.

Come si leviga nella sua pelle
ogni arto amputato
il fremito si mura alla narice
questa perla nera bovina –
nell’assaggio di creazione.
Perché una smania esausta dimora
intatta nell’umido delle gramigne
ben salda sotto il portacarte fesso
che è zoccolo quadrupede
alito fiuto calamita e
uncina curve di paesaggi d’erba crollati.

Cose della terra a raccapriccio
allora
nei depositi di carestia
il trauma del freddo ne fodera
alle pareti una figura:
bue preistorico
idea epica di bisonte
che non ha più luogo
asportato a questa luce moderna
(quale insorgenza, quale lusinga!)
della caverna.

***

Notte

Notte in crescita dell’aroma conifero
e di diamanti, certi insetti elettrici
i lampiridi. Specie estinta.
In un istante presente
superiore nocte
col suo nome pieno
com’era d’ossigeno
prima del salasso d’aria.

Forza tellurica
quasi resuscitata notte
tra mani foderate di lattice
che sono a dissodare queste piaghe
di ruggine e terra.

Mentre tutto continua a sgretolarsi
c’è materia per una redenzione:
di notte-madre
che bussa dalla sua catalessi
il fiele giallo della morte
pressato bene al fondo
e misteriosa albeggia
riseminando pipistrelli nei pozzi
di spettri il peso del mondo.

Nox noctis diafana
l’antichissima
al boomerang di una campana
orologio dei succubi
ricettacolo di ceri, roghi
che sciamano ombre quando l’errante
chierico vagante
sorpreso per via
-ricordi?-
si rannicchia nella sua invocazione
di luce.

Ma lui, se chiedesse un’altra volta
il brivido
quel ventre di foglie e buio
con sopra il cratere degli astri?

Da questi luoghi privi di senno
emergono cose, ceppi d’anime
scampati alla fusione
perché la merce dello spirito
è refrattaria
e getta in confusione
chi mai potrà conoscerla
la notte.

Un pensiero ti è caduto
dall’occhio
in questa notte a pendolo
di lampadina nuda.

Antonio Sagredo Letizia Leone sorridono 2

Letizia Leone con Antonio Sagredo con la cravatta di A.M. Ripellino

Biblioteca d’argilla d’Assurbanipal

Dentro la terra
in punta di pensiero vertebrato
– peso penetrato –
aderente all’epidermide delle radici
aorte dell’acqua e della luce
nella battitura di cecità:
ma è solo istinto di forma
quel loro rizoma
che carica i fili nervosi verso
l’abisso.

Al punto del nulla più si muove
segni
imbottiti di sepoltura
serrano intatto un nutrimento
d’amido
un umore
nell’amalgama di barite e cenere.
E’ una traversata cieca dello spirito
col solo seme nero d’alfabeto
per arrivare così
senza nessun coagulo di sangue
la bocca sigillata di chi ha dormito la morte
piena ancora di sonno in velluto
dell’azzurro abbagliato
segreto secreto
sulle crete.

***

Da “LARGIRE NERO AI FONDI”
(Caravaggio, Vocazione di San Matteo. 1599-1600 Roma, San Luigi dei Francesi)

Il quadro tela del contemporaneo
tempo come oro avaro mercenario
trattato a chiara d’uovo è pavimento
resistente vernice ai vuoti d’aria

di rapina.

***

Il montatore di scheletri
(L’azione)

Dall’arteria aperta di luce erosa
raggio morto del dio mitraico avanza
il corpo ombra del cielo minore
– a pugno – solida massa di Cristo.

Fin dove arriva il cerchio cerebrale
leggerezza e peso dati – nel cono –
dalla caduta dei gravi lacrima
il più vivo planetario il suo sudore

quell’oro di sangue sulla spina
che scioglie in colature illuvie scure
articolazioni della materia
dure matematiche dei cristalli.

Nella stanza caravaggesca il tratto
stringe ogni gioioso stato d’animo
del montatore di scheletri e i ciechi
labirinti armati per i Pinocchi.

***

Che muro d’ossa ti usura, chiude a terra?

Iaculo, dardo, bisecante accetta
su frutti caduchi e Io sono la luce
decapitata, fetta, nell’incerto
crepuscolo dei sensi e dell’assenza

quel puro paragone oltre l’umano
i nudi piedi a che pianure aeree
della mente assiderata, affondo
lieve di palma scorticata gonfia

papilla. Ma che lucidità…festa
del tatto. O fredde paglie alpine o fresco
vegetale a irritare il plantare.
Sei fiaccato apostolo magro sciacallo

di un te stesso morto paralisi
dell’allegranza di carezze, passo
fermo all’analisi del mondo e tutto
evapora: àncore !
piedi !
àncore !

Gabriella Palli Baroni risiede a Roma. Scrittrice e critica, si è dedicata in particolare a studi sulla letteratura del Novecento e sulla poesia contemporanea. Collaboratrice di numerose riviste, da “Nuovi Argomenti” a “Poesia”, da “Il Ponte” a “Il Caffè illustrato”, da “Moderna” a “Strumenti Critici” a “Poeti e poesia”, ha curato di Attilio Bertolucci il carteggio con Vittorio Sereni Una lunga amicizia. Lettere 1938-1982 (Garzanti 1994) e, con Paolo Lagazzi, il Meridiano Opere (Mondadori 1997); Ho rubato due versi a Baudelaire. Prose e divagazioni (Mondadori 2000); l’antologia Dagli Scapigliati ai Crepuscolari (Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato 2000); la riedizione di Fuochi in Novembre (San Marco dei Giustiniani 2004); Riflessi da un paradiso. Scritti sul cinema (Moretti & Vitali 2009); Lezioni d’arte (Rizzoli 2011) e, con Paolo Lagazzi, Il fuoco e la cenere. Versi e prose dal tempo perduto (Diabasis 2014). Curatrice con altri autori del Meridiano L’opera poetica di Amelia Rosselli (Mondadori 2012), ha pubblicato inoltre Tavolozza di Emilio Praga (Edizioni Nuova SI 2008), e il carteggio Giuseppe Ungaretti –Vittorio Sereni, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto 2013). Suoi versi si leggono in poeti e paesaggi (2008) e poeti domani (2010) (XIV e XV Biennale Internazionale di Poesia di Alessandria).

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELL’ADDIO (Parte V) Alfredo De Palchi, Luciano Troisio, Giorgio Linguaglossa, Salvatore Martino, Patrizia Cremona, Paolo Carlucci, Roberto Piperno, Silvana Baroni

Orfeo Giorgio De Chirico

Orfeo Giorgio De Chirico

«Il tema dell’addio. L’addio è una piccola morte. Ogni addio ci avvicina alla morte, si lascia dietro la vita e ci accorcia la vita che ci sta davanti. Forse il senso della vita è una sommatoria di addii. E forse il senso ultimo dell’esistenza è un grande, lungo, interminabile addio».

grattacieli-new-york

grattacieli-new-york

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfredo De Palchi

Potessi rivivere l’esperienza
dell’inferno terrestre entro
la fisicità della “materia oscura” che frana
in un buco di vuoto
per ritrovarsi “energia oscura” in un altro
universo di un altro vuoto
dove
la sequenza della vita ripeterebbe
le piccolezze umane
gli errori subordinati agli orrori
le bellezze alle brutture
da uno spazio dopo spazio
incolume e trasparente da osservarla io solo

rivivere senza sonni le audacie
e le storpiature
persino le finestre divelte
i mobili il violino il baule
dei miei segreti
tutti gli oggetti asportati da figuri plebei
miseri femori.

(21 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

alfredo de palchi

alfredo de palchi

 

 

 

 

 

 

 

Le domeniche tristi a Porto di Legnago
da leccare un gelato
o da suicidio
in chiusura totale
soltanto un paio di leoni con le ali
incastrati nella muraglia che sale al ponte
sull’Adige maestoso o subdolo di piene
con la pioggia di stagione sulle tegole
di “Via dietro mura” che da dietro la chiesa
e il muro di cinta nella memoria
si approssima ai fossi
al calpestio tombale di zoccoli e capre

nessuna musica da quel luogo
soltanto il tonfo sordo della campana a morto.

(22 giugno 2009, da Paradigm, Chelsea Editions, 2013)

New York grattacieli nel bosco

New York grattacieli nel bosco

luciano troisio

luciano troisio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luciano Troisio

haiku dell’addio

Di lei
non m’importa un corno.

(Mi manca il suo
coniglio al forno).

Addio

Addio fidanzate adorate
che ci volete azzerare.
Addio amici morenti
che non è più possibile nemmeno visitare.

Unisce lo strazio
dell’amaro congedo, ma
peggior della Livella di De Curtis
è tremendo l’addio a -poniamo-
un genitore maisempre incistato nella demenza.
Mai più mai più ti riconoscerà.

L’angoscia per un volto inebetito
vagante oppiomane stupito
cuce un CD di care espressioni
ti affida in cartella compressa
l’assoluto di tutte le lente
finali disperazioni.

(inediti)

giorgio linguaglossa

giorgio linguaglossa

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

L’allievo Tu I torna dalla guerra

Quando tornai a casa, dopo il tempo
dell’invasione dei tartari,
mi rallegrai che la mia casa fosse stata risparmiata,
mi rallegrai nel trovare mia moglie,
in piedi, in cucina, che mi scaldava
il tè nel bricco che bolliva sul fornello,
il fedele domestico, più vecchio e più magro…
c’era financo lo sgabello
ancora intatto sul quale un tempo
poggiavo i piedi dopo pranzo,
mi rallegrai nel trovare Zerco,
il mio cane, che mi venne incontro
scodinzolando,
(lui sì, mi aveva riconosciuto)
mi rallegrai nell’ascoltare i racconti
di mia moglie circa i morti dei vicini,
le uccisioni, le depredazioni inaudite
e le vicende degli amori clandestini
che erano fioriti in quegli anni cupi…
mi rallegravo del cinguettio dei passerotti
sugli alberi, che il mondo
continuasse a girare come prima.
Mi rallegravo io stesso
di essere sopravvissuto in tutti quegli anni
dell’invasione barbarica.
«Dopo tutto è il male minore
essere ancora in vita
– mi dicevo per rassicurarmi –
e c’è un male peggiore,
quello di non esserlo più, in vita»;
ma non riuscivo a persuadermi,
a capacitarmi del tutto e guardavo
dalla finestra aperta
i rami del mandorlo fiorito che uscivano
dal buio ed entravano nella finestra
così, senza cercare nulla, senza volere nulla.

(da La filosofia del the, inedito)

salvatore martino

salvatore martino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Martino

Da un sogno emerso dalle nebbie

Metropoli di fossili allagate
abitatori ignoti sulla porta
e dovunque il tuo nome
inciso dalla mia follia
inseguito richiamo
testimonianza ambigua del tuo passo

O mio compagno astrale
pontile remoto dell’insonnia
la voce tua per folgorare il muro
e quel sicuro naufragare
o mio compagno astrale
del mio corpo tenevi ambo le chiavi

In cerchio incalza il nostro treno
fino a consumare
a cadere stremato di vagoni
o mio compagno astrale
non andartene docile alla nebbia
verso una meta che non ha colore
nel vento che discioglie ogni dolore

Da Le città possedute dalla luna (1996)

salvatore martino copertina la fondazione di ninivo

Quel pomeriggio quieto di settembre

Disteso lungo il mio cuscino
il fiato assorbito alla mia bocca
forse non siamo che un sogno impossibile
che cerca la sua notte
-mi ripeti –
un verso inciso da un poeta in una stanza
un punto di luce nebulosa

Descrivimi l’orbita dei tuoi mattini
che più non accendono la casa
altri passi e rumori
si attardano a investigare
storie che cercano
un nome diverso da tradire
numeri trascritti
su pagine che mai non leggeremo
verso un giardino
che suonerà straniero ai nostri occhi

Era un pomeriggio
quieto di settembre
era l’infinita separazione

Da “ La metamorfosi del buio

Patrizia Cremona

Patrizia Cremona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrizia Cremona

I

L’aria si è quasi spaventata e adesso inghiotte
l’estraneità della pioggia.
Anche le mani s’infiammano in fulmini
sottili.

II

«… Poi di scatto si riprende
col suo battito contrario,
gettando via lamenti
per fermare con la sua mano,
il tempo». La mente cade giù:
perciò rinasco o muoio
sempre fuori della luce. Continua a leggere

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ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA (VIII) – Renato Minore, Laura Canciani, Antonella Antonelli, Gino Rago, Ivan Pozzoni, Francesco De Napoli, Carla Guidi, Roberto Piperno, Luciano Troisio, Mariano Menna, Rossella Seller, Domenico Alvino, Ivano Mugnaini, Claudia Zironi, Danilo Mandolini

renato_minore 3Parnaso 1  Renato Minore

Non esistere
sarà forse impossibile.
Nel multiuniverso-patchwork,
a pochi millimetri
dal nostro presepe,
un altro lo replica
con lane di pastori,
scintillio di stagnola,
verde muschiato,
neniette a ricarica.
La luce batte e rimbalza

come in gabbia.
Mai lo vedremo,
mai sapremo
se ancora nella santa notte
le streghe alzino la selce
per fare malie
se chi nasce vince
l’esitare del vuoto.

2Laura Canciani

da L’aquila svolata (1982)
Canciano Canciani

Sono tanto stanco sotto questo sole
e le braccia dei dodici figli
lo adagiarono piano. Sentì il
letto odoroso oltre il bosco
oltre la stalla, sentì il cuore
scoagulare, calma dei colori
senza vento…
Intorno al suo letto di ferro battuto
– uccello intarsiato dalle piume di fuoco –
i dodici figli, anche quelli lontani
i morti i bambini, le femmine in fondo
le figlie in convento, colombe
arruffate straziate…
Disse a qualcuno: ti dono
il mio lungo patire – e pianse
abbandonato il volto ancora bello
bianco scarnificato. La notte insonne
bruciava senza vento la
fronte ghiacciata, il varco del respiro
un crescere affogato, quando
le ali intarsiate si levarono
con sfarzo sulle membra martoriate:
gli alberi il cielo la luna ghiacciata
il vuoto paiolo la madre la terra
bambino sperduto che vaga nel buio
nelle voci chiamanti – additate –
dei vivi e dei morti…
(l’alba nasceva a ustionare la vita)
giunse le mani: chiamate la mamma. Il volto
percosso da quell’unico buio
i capelli raccolti di vergine antica
la sposa avanzò, i passi accecati.
«Come sapevi tacere tu» – e – per l’ultima volta
aprì la mano:
si udì il lamento della madre
succhiata – madre impotente a succhiare la vita –
Allora si mosse la prima campana
compagna sgomenta e smarrita
disse: «vi sento ma non vi vedo più»
e giacque più abbandonato
dormiente o come fosse morto
più bianco e scarnificato.
Appeso al muro un orologio antico
batteva testardo, pareva impazzito…
Il primo dei figli – Daniele –
che lo regolava quando era bambino
«fermatelo» – disse –
il vecchio fu un’onda urlante, spiegata
«guai fermarlo!»
e si ruppe sulla roccia destinata
la giovinezza ha forse solo
questo dono della sorte

essere così lontana così
disgiunta dal pensiero della morte Continua a leggere

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