QUATTRO POESIE di Nazario Pardini  “Ulisse” “Con Venere a settembre” “Il canto di Alceo” “Dallo scoglio di Lèucade” (Poesie su personaggi storici mitici o immaginari)

Invitiamo i lettori interessati ad essere ospitati nel blog ad inviare poesie sul tema: “Poesie su personaggi storici mitici o immaginari”

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

 Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Venere statua

Venere statua

Con Venere a settembre

Dal mare blu, mentr’io miravo intento
il concerto degli organi del cielo
e degli oceanici spazi, spiccò
il vivido splendore di marmorea
bellezza giovanile. I lunghi crini,
sincronici con l’acque speculari
ai golfi di Citera, erano avvinti
al seno di corallo e ai fianchi eburnei
che il mare partoriva. Già ti amai
perlea dagli occhi chiari. Erano i giorni
nei quali mi trovavo a rimirare
le mitiche scogliere. Ed incosciente
immergevo nel cerulo frullare dei marosi
il senso di pochezza
per affogare l’anima. Fu un fremito
il suo morbido apparire al mio stupore.
“Eccoti amore” appena mormorò
muovendo rosee labbra con sottile
malizia sensuale. Io trasalii
ed intonai le rime di superba tensione
al profumo di donna
che attorno diffondeva. Ventilò
lo spirito del canto delle Grazie.
E lei dolce divina recitò
attorno alla Natura delle cose
i versi che il poeta le donò.

Giorni e giorni innocenti nei sentieri
dei pini e degli allori si donò
al mio immemore seno; vissi solo
di lei. Mi ricopriva coi capelli
lunghi e fluenti quali i biondi steli
dei grani mossi dai respiri estivi.
Ma fu settembre: il mare si faceva
sempre di più verdastro, ed il fogliame
cadeva color rame sui suoi fianchi
coperti appena da una veste rosa
che le donava il cielo per pudore.
Abitavamo selve di Citera
folte e selvagge. Appena la stagione
disseminò dintorno le memorie
dei gracili fogliami e il vento freddo
stava per sopraggiungere, lo zeffiro
pietoso si levò.
Stormivano le fronde degli abeti
per cedere il vestiario olivastro
alla sua nuda bellezza.
L’avvolse nel respiro e, con dolore,
la sottrasse ai miei spasimi. Nell’isola
di Cipro la rinvenni. Indifferente
ornava di fulgore i suoi dirupi.

Ulisse pittura parietale

Ulisse pittura parietale

 

 

 

 

 

 

Ulisse
(il ritorno)

Qui tutto è sapido. Lo so! I profumi
dell’isola, il ginepro, la lavanda,
e tu che ho ritrovato. Ho sempre in mente
il volo urlato della procellaria.
Mi strappava la carne. Le sirene
misteriose e adescanti e io che immobile
all’albero maestro volli fendere
i nascondigli fitti del sapere,
i più vogliosi. È questa la mia isola.
Qui alla sera torna a dilatarsi
l’idea dei meriggi e il lungo andare.
E ancora estendo sguardi in lontananze
sperdute. Mi lasciarono nell’anima,
crepata di salsedine, le note
che tornano insolute. È sempre aperta
la sfida tra l’eterno e me che cerco
con gli occhi indolenziti quella luce
che mi soverchia. Ma stasera il mare
riporta chiare voci di Calipso
e di Circe. E il canto di una vergine
fanciulla intenta al suo corredo.
Sento ancora la sua candida pelle
su me adusto di sale. Ritornare
era il mio sogno. Eppure condannati
siamo sempre dai gorghi della vita
che le spoglie depongono. Nell’anima
germinano e si fanno giganti al
calare. Ognuno tiene di Nausicaa
chiusa con sé nel fondo una sembianza
mai defilata. Ed ora salta fuori
e porta dietro ogni contorno d’anni
e di stagioni che non solo amore
significa, ma voglie e nostalgie
che trovano le vie le più nascoste
e avanti a noi si levano. La ciurma
è lì che attende. Ancora salperemo
oltre colonne, questa volta, mitiche
d’impedimento ai sogni. L’ora è giunta.
Se il mio destino vuole che ritorni
ai familiari usi ed ai barlumi
dell’isola agognata, porterò
con me più luminoso il cielo. Se
perire vorrà ch’io debba in mare
straboccante d’immenso sopra i limiti
del mio essere umano, perirà
assieme a me l’eterna primavera
di chi non sentì mai sopita in anima
la voglia del viaggio. Poi tornare
nuovi. O superbi spegnerci per via.

 

Nazario Pardini

Nazario Pardini

 

 

 

 

 

 

 

 

Dallo scoglio di Lèucade

E furono le Eumenidi a portarmi
dove non vi è stagione. Ventilava
zefiro eterno l’isola di Lèucade
eternamente dolce nel respiro
di lavanda e di timo. “Dallo scoglio”
mi dissero “Ove siedi ad osservare
gli ampi spazi del mare ricamato
da sciami di gabbiani, si gettavano
gli sfortunati umani per disperdere
reminiscenze estreme. Ed anche Venere
restò meravigliata nel sentirsi
serena dopo il volo. Gli infelici
a Lèucade accorrevano
dai più lontani luoghi. Preparavano
con offerte ad Apollo e sacrifici
la loro prova. Ed erano sicuri
coll’aiuto del dio di sopravvivere
all’eccelsa caduta. Proprio qui,
dove tu siedi, stette il piede tenero
dell’infelice Saffo che Faone
abbandonò. Nel cielo di quest’isola,
lucido ed armonioso, riscontrava
solo dolore; andava su altre sponde
dove il mare violento tormentava
gli scogli dissestati per rivivere
il suo triste destino. Dalla cima,
sfiorata dalle mani
della dimenticanza, si gettò
in quest’onde fatali. Ed Artemisia
regina della Caria ed altre ancora
raggiunsero la meta, ma scambiando
la vita con la morte.” “Mi sovviene
il mio settembre tanto logorante
nei palpiti di umana inconsistenza,
nei flebili lamenti di esistenza,
nei pallidi scolori di tristezza
di un borbottio leggero di rumori
quasi alla fine. Ma non so se vale
di più restare immoti nella stasi
di un eterno sereno che provare
il dolce senso del dolore umano”.
“Proprio il poeta, diciamo di Nicostrato,
gettandosi dall’alto della rupe
non lasciò col patire
il respiro di vita. Forse il dio
volle che poesia perpetrasse, dopo il salto,
il suo divino suono. Ci chiediamo
se più grande pacato che in tormento
come da scoglio umano.” Ed io fuggii
scabro settembre, mese addolorato,
dal sangue che si sperde in ogni dove
dell’ultimo respiro della vita.
Io ti lasciai e un salto nelle oniriche
acque di Lèucade non mi concesse
morte né oblio, ma solo la ricchezza
d’immagini feconde rivissute
da un’anima al di sopra delle povere
storie del giorno. E ti rivissi, vita,
con un sentire lieve e tanto amato
che in ogni fatto lieto o meno lieto,
ma scampato, vidi un superbo dono.

Il canto di Alceo

Il canto di Alceo

Il canto di Alceo

Se a me è cantare, lo farò stasera
sullo splendido fiume che disperde
l’anima chiara dentro il mare di Eno.
Il sole fuoco strugge la sua mole
in mezzo all’onde e il cielo rutilante
è speculare ai gorghi rumorosi
della foce. Diffonde il suo mugghìo
sui pascoli prativi della Tracia
verde e distesa. Ed io farò che appaiano
gli sciami di fanciulle dalle guance
rosate e dai capelli d’oro nelle
tremule note delle ghiaie. I guadi
rifletteranno trepide le cosce
(le sfioreranno mani dolcemente)
lucide come d’olio. E questa sera
nel festino lucente delle coppe
traboccanti del nettare che i colli
dettero generosi, ci faranno
dimenticare l’ardua eccitazione
delle ferali gesta. Sia il simposio
stasiotica fucina e gran sollievo
d’asperità. Leggiadre le figure
d’efebica snellezza còlte d’ansito
quali cerbiatte sussultanti all’ombre
sperse nel bosco o ardue di volute
quali puledre indomite di Tracia
negli scarti selvaggi, ecciteranno
i nostri sensi gonfi di passione.
E prima che la morte
ci getti alla deriva nelle forre
(il nostro crine bianco sarà scherno
di freschi sguardi ai brividi
d’amore) palperemo i corpi freschi
di verginale pelle di fanciulle
esili e generose. I bei tramonti
saranno qui con noi con il respiro
di divini salmastri ad esalare
gli acuti della vita. Il cielo è fulvo,
è rosso, è bianco, è verde per gli svoli
di colimbi, d’aironi e cormorani
che frangono nel rosso della sera
gemme bianche dai frutti alle correnti
del fiume testimone. Menalippo
e tu mio amico, e tu, e tutti voi
che baciati da sorte generosa
vi vedete, cessate di pensare
al torbido Acheronte. Ubriacatevi
e Menalippo tu fallo con noi;
tu forse credi di poter rivivere
questa luce di sole. Riassaggiare
il nettare che turba od i piaceri
del corpo, se una volta nel buiore
sarai dell’Acheronte. Non sogniamo!
Nemmeno la saggezza, neanche quella
valse a Sisifo, seppure figlio d’Eolo,
un re. Alla morte si pensava Sisifo
di avere scampo. Ma sotto la terra
nera, arrivato là oltre Acheronte,
il re figlio di Crono lo tormenta.
“Fugite quaerere!”. Noi siamo ancora
giovani per quel mondo. Non pensiamo
a quel regno. Da là non si ritorna.
Non rivedremo più le iridescenti
luci riflesse sopra i verdi pampini
di un sole vesperale. Sia sommersa
la sorte dall’oblio che l’ebbrezza
ci donerà d’efebico sopore.

(da Poemetti onirici, inedito)

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18 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

18 risposte a “QUATTRO POESIE di Nazario Pardini  “Ulisse” “Con Venere a settembre” “Il canto di Alceo” “Dallo scoglio di Lèucade” (Poesie su personaggi storici mitici o immaginari)

  1. In queste poesie di Nazario Pardini che oserei definire “neoclassiche”, c’è tutta la maestria artigianale di un poeta letteratissimo e coltissimo che ha lavorato da sempre sull’endecasillabo, sulla sua onda sonora, puntando tutto sulle capacità espressive dell’endecasillabo. E certo tra i poeti “neoclassici”, a mia memoria, soltanto Annamaria De Pietro riesce ad esprimersi con un endecasillabo altrettanto “sonoro” e significante.
    Certo, lavorare da sempre su un metro chiuso, comporta una serie di conseguenze, innanzitutto l’innalzamento dello stile, il posizionamento del linguaggio su un piano più alto di quello che si ha nei poeti «letteralizzati», come si dice in gergo critico. Da qui la sensazione di «mare chiuso» che si ha davanti alle composizioni di Pardini, il piacere di assaporare un lessico tra il desueto e il vintage, analogo al piacere di entrare in un negozio di porcellane e di cristalli di Murano, così fragili che il minimo urto potrebbe causare grandi danni. Ed è appunto questa la percezione che io ho dell’endecasillabo di Nazario Pardini, come il tentativo di riposizionare all’indietro l’orologio della Lingua. Giacché questo è un compito che spetta al poeta, quello di decidere se adottare un linguaggio prossimo alla contemporaneità, oppure quello di adottarne uno lontano.
    Quanto sopra per dire che forse è necessario leggere più volte i testi di Nazario Pardini il quale riesce eccellente proprio quando adotta tematiche classiche a lui particolarmente congeniali, soltanto allora si riuscirà a cogliere quella musica, quel particolare profumo dell’endecasillabo perfettamente ritmato e composto come una statua antica che il tempo non ha ancora deturpato.

  2. Annamaria De Pietro

    Leggo con partecipato piacere i versi di Nazario Pardini.
    E condivido la nota di giorgio Linguaglossa: poesia neoclassica sì, linguaggio che si eleva al di sopra del parlato, al traino del tempo di rigoroso calibro intavolato dall’endecasillabo, e del tema (una classicità equorea e verdeggiante), che in moto retrorso raggiunge, con la sua mossa e calma partitura, lo stampo e il dettato formale del verso, dei versi, del testo.
    L’endecasillabo – qui tuttavia spaziato da non numerose occorrenze di metri più brevi, quasi pause nel respiro lungo – segna e segue una falcata ampia, chiara, un’autosufficienza ritmica e timbrica che sa contenere esattamente quanto impone, ma con leggerezza, una misura certa, fluentemente saggiata e risaggiata, quasi un dovere, il senso nunerato, contato, di un respiro. E gli enjambement, anse di scie seguaci, accompagnano il tempo, spianando al tempo una spaziata ampiezza.
    Gl’incontri numinosi, i viaggi favolosi, le sfide all’impossibile, l’ingresso in un ombroso ignoto abitano una natura onnipresente, fragrante, di vera acqua, vere foglie, vere rocce. Questi luoghi non sono di carta, l’inchiostro è azzurro e verde; neoclassicismo, qui, non è algido esercizio di scuola.
    I metri contati, con tutto quanto è bagaglio della “tradizione” tanto temuta da troppi, non sono pedissequo esercizio di scuola, quando esattamente sono, in identità simultanea e fulminea, la stessa cosa dei temi, dei pensieri, di una risposta al mondo.
    In altra occasione su questo stesso blog espressi il mio pensiero con un nonnulla di bisbeticheria contro gli odiatori dell’armamentario della “tradizione”. Non mi ripeterò qui, ma ritengo necessario ribadire un’opposizione netta, sperimentata nella scrittura, non ideologica ma artigianale (cito Linguaglossa) alle pretese della moda. Sì, moda. E del resto, signori, seguire una moda non è forse un pedissequo esercizio di scuola? Detto anche epigonismo.
    Pardini non è epigono di nessuno. Io personalmente gliene sono grata.

  3. Traggo vantaggio dalla mia sterminata ignoranza in materia. Emulo, non emulo, poco mi importa. Ho letto buona poesia e tanto mi basta.

  4. Maria Grazia Ferraris

    Il ritorno di Ulisse è uno dei temi più intriganti ed affascinanti di tutta la mitologia greca: N. Pardini, forte della sua cultura classica e della sua lunga esperienza poetica, più volte messa alla prova, lo cavalca da par suo. Attualizza il canone classico e lo rivitalizza attualizzandolo magistralmente nella sua poetica, puntando al recupero di una tradizione che ricerca con grande intensità emotiva il canto.
    Notevolissima la capacità di mescolare i tempi: tempi antichi, quelli del mito, e i tempi moderni, quelli dell’eternità di aspirazioni umane, di Odisseo, i tempi letterari del racconto omerico e i tempi storici in cui viviamo. Quasi ad ingannare il tempo, il desiderio, la conoscenza …perfino il bello e il vero che faticano a fondersi.Mi piace rifare con lui questo itinerario di desiderio, di pensiero, di nostalgia, amore… Ritornare: Itaca, l’isola sognata, desiderata, agognata, oggetto di nostalgia e rimpianto, il luogo dove i confini tra la fantasia e la realtà scompaiono, dove i profumi ritrovati ti illudono del tempo immobile…
    Qui tutto è sapido. Lo so! I profumi
    dell’isola, il ginepro, la lavanda,
    e tu che ho ritrovato. Ho sempre in mente
    il volo urlato della procellaria.
    Itaca: nei ricordi isola alpestre, ma non sterile: generosa di grano e d’uva, e di ottimo pascolo verdeggiante, perennemente irrigata, con un porto sicuro…L’isola del desiderio, dove il lungo andare assume significato, le lontananze sperdute ed appetibili tornano gravide di fascino, note insolute nell’animo, la solitudine sconfitta.
    Lo aveva predetto Calipso, la solitaria nasconditrice: non accettava l’orizzonte. Anche quello della sua isola, di quell’isola bellissima e incantata. Eppure non sfuggiva al rimpianto. Portava e porta un’altra isola in lui. È una sfida: né Calipso, né Circe e neppure Nausicaa hanno saputo domarla. Un sogno. Forse la vittoria autentica su Nettuno è stata proprio questa, inimmaginabile: sfidare le Sirene, l’itinerario solitario verso la conoscenza.
    ………..È sempre aperta
    la sfida tra l’eterno e me che cerco
    con gli occhi indolenziti quella luce
    che mi soverchia. Ma stasera il mare
    riporta chiare voci di Calipso
    e di Circe. E il canto di una vergine
    fanciulla intenta al suo corredo….
    Ulisse non conosce compassione. È condannato a affrontare nuovamente i gorghi della vita. Ripartirà. La ciurma attende. È stato un capo, soltanto questo per i suoi, ed è solo, solo come tutti i capi, pieno di voglie e di nostalgie. La solitudine è stata la dea alla quale ha tutto sacrificato. Nessuna delle favolose donne che ha incontrato l’ha saputa domare. L’ha accettata, con sofferenza, sapendo che intorno a lei ogni paesaggio umano o terrestre, si spegne.
    L’ora è giunta. Partirà all’alba, prima che il sole implacabile e il mare indifferente tornino a giocare con le onde eterne, dimentico degli uomini di terra e dei loro crucci eterni e superbi. Se tornerà…tornerà nuovo o superbamente si spegneranno tutti , per via, morta con lui l’eterna primavera.
    ….chi non sentì mai sopita in anima
    la voglia del viaggio. Poi tornare
    nuovi. O superbi spegnerci per via.
    M.Grazia Ferraris

  5. nazariopardini

    Annoto, e incido nel profondo del cuore gli illuminanti, autoptici, freschi, e contaminanti interventi degli amici poeti. Vi si legge un calore umano, una rivisitazione del mito ed una sua collocazione negli spazi temporali senza inizio e senza fine. Dacché il mito non è altro che la spiritualità, l’energia, la debolezza, l’irrequietezza; la voglia di andare, di scoprire, di fermarsi e di fuggire, che sempre hanno giocato le loro carte nella profondità dell’anima umana (cambiano i mulini, ma i venti sono sempre gli stessi). Il linguaggio, d’altronde, non è altro che un secchio con cui si attinge l’acqua da pozzi non sempre eguali. Basta, però, che il secchio sia ampio per dissetare, e che l’acqua sia chiara, sgorgata da polle naturali, e non contagiata da impurità di un moderno consumo. Poi il Bello si respira, si sente a fior di pelle, entra in noi come una romanza pucciniana; ci fa venire i brividi, e non è detto che non ci commuova fino a farci perdere la lucidità. Quella lucidità che è più legata alla ragione che al sentimento; quel sentimento che non ha da dimostrare nulla; ha solo da alimentare la Poesia.
    Il vostro Nazario

  6. marcello mariani

    cerchiamo di non esagerare…. troppo!

  7. Franco Campegiani

    Quanti esempi potremmo rintracciare, nella mitologia, legati alla téchnè? Vogliamo ricordare Efesto, il dio fabbrile della metallurgia? E che dire di Hermes, il dio della velocità e della comunicazione, del commercio e finanche dell’inganno? Nell’opinione corrente, “mito” è sinonimo di immobilismo, ma questo è solo un luogo comune. Cos’altro era la “macchina” per i Futuristi, se non un mito? E quanto grande è stato il debito di tutte le Avanguardie nei confronti del Primitivismo e dell’Arcaicità? Polemizzando contro la mitologia, la cultura contemporanea non ha mai inteso contrapporsi alla mitopoiesi, ovvero al mito che nasce in modi sorgivi e autentici, bensì all’uso arido e manieristico del mito quando decade a fabula ripetitiva. Nazario Pardini non è un mitologo, ma un mitopoieta, un poeta dei nostri tempi che parla dell’uomo d’oggi utilizzando un impianto classicheggiante che non ha alcunché di museale. Non riporta, infatti, la nostra mente all’antico, ma al contrario rinnova l’antico nella modernità.
    Franco Campegiani

  8. sandro angelucci

    I miti sono, per Nazario Pardini, le scaturigini stesse della parola poetica. Intendo dire che simbolicamente rappresentano ciò che il linguaggio comune non può e non riesce a trasmettere; e questo non perché agli stessi si voglia attribuire un che di soprannaturale, al contrario, è proprio l’umano che il Poeta ricerca, e sa che, per trovarlo, deve spogliarlo di ogni superfluità. Si pensi alla prima poesia: Venere è la dea della bellezza per motivi di ordine naturale e, quindi, esssenziali. E’ partorita dal mare e trasformata in bianche scogliere. Con lei si può fare all’amore, con lei gli scogli diventano carne, i “grani mossi dai respiri estivi” sono i suoi capelli sciolti e le “fronde degli abeti” l’abito con cui si riveste. Così Ulisse: oltre i limiti per comprendere che il superomismo consiste nel mai placare l’ansia del viaggio ma con la consapevolezza di “tornare (sempre) nuovi” o, in alternativa “superbi spegnerci per via”. Così, il salto dallo scoglio di Lèucade non concede né morte né oblio ma molto di più (“E ti rivissi vita…”). Così i guadi nel “Canto di Alceo” sono attraversati da “cerbiatte”, quelle leggiadre figure che eccitano i sensi e distolgono il pensiero dal “torbido Acheronte”. Ubriacarsi, certo, non per stordirsi e finire col caderci prima del tempo ma per il desiderio della vera ebbrezza che può donarci solo il vino della vita.

    Sandro Angelucci

  9. Pasquale Balestriere

    Arrivo buon ultimo, amico Nazario, franto nel corpo per spossanti ( e dunque non retoriche) vendemmie, che ottundono ogni potenzialità della mente, mentre pesanti e torpide cascano le spalle. Arrivo ultimo, sì, ma per dire cosa? Che la tua poesia, spesso in forma di colloquio/racconto, di inno o di parènesi, abita fuori di ogni tempo che non sia quello della pura e semplice creazione artistica. E l’incanto che ne scaturisce ha vita assolutamente autonoma, travalica barriere e confini inventati da piccoli uomini per categorizzare (e imprigionare) l’arte. Il tuo canto ampio, dovizioso, panico trova sollecitazione e sponda nel mito, paradigmatico e solenne, nella natura, fervidamente vissuta e interiorizzata, in un humus culturale intriso di quella classica humanitas che tutto comprende e nobilita e, per finire, in un animo sensibilissimo e disposto ad emozionarsi. Perché senza emozione non c’è -mai- vera poesia.
    Complimenti, Nazario!
    Pasquale Balestriere

    • nazariopardini

      Sei grande, Pasquale; lo dice la tua esegesi che, con i suoi etimi di sapore virgiliano e con la sua potenza esplicativa, abbraccia e va oltre le intenzioni del mio canto. Va oltre perché lo può, dacché è nutrita da un profondo pozzo di significanze classiche che si traduce generosamente nelle espansioni umane, umanistiche, e nuove, dei tuoi canti saggiamente attualizzati. Ad cellas vino abundantes semper! Amico.

      Nazario

      • Umberto Vicaretti

        Le quattro poesie di Nazario Pardini hanno innescato un dibattito con interventi, tutti, estremamente interessanti, a cominciare da quello di Giorgio Linguaglossa, che definisce “neoclassiche” le poesie di Nazario Pardini, analizzandole esclusivamente sul piano formale e linguistico, saggiamente evitando di riaprire la stucchevole querelle su poesia-non poesia, mode, avanguardie/retroguardie e l’inevitabile armamentario di supporto; circostanza, questa, che avrebbe comportato il rischio di un’ennesima discussione sul sesso degli angeli, in cui tutti (e non solo gli sprovveduti) finiscono per guardare il dito, piuttosto che la luna.
        Di straordinaria, risolutiva chiarezza, a questo proposito, il commento di Annamaria De Pietro, che fa giustizia di ogni dietrologica malizia critica e di ogni forzatura, per così dire, “classificatoria”; ciò in quanto la poesia di Pardini non ha bisogno di etichette o tabulazioni, né rappresenta un reperto archeologico da numerare e seriare, come si fa per i pezzi ed i frammenti da museo. Con plastica epifania, poi, Franco Campegiani “rassicura” gli “archeologi” e i cercatori del pelo nell’uovo: “Nazario Pardini non è un mitologo, ma un mitopoieta”; mentre Sandro Angelucci, con didascalica evidenza, può affermare che “I miti sono, per Nazario Pardini, le scaturigini stesse della parola poetica”.
        Per finire, Pasquale Balestriere (penultimo, please!…) ci conforta con una delle sue intuizioni di chirurgica, luminosa nettezza: “(la poesia di Nazario Pardini) abita fuori di ogni tempo che non sia quello della pura e semplice creazione artistica”.
        Per quanto mi riguarda, ho già avuto modo, recensendo “Alla volta di Leucade”, di esprimere la mia opinione, che ripropongo, sulla poesia di Nazario Pardini: “Sul piano stilistico-formale, notevoli risultano la ricchezza sontuosa del lessico, la padronanza della metrica, il ricorso privilegiato e dominante all’endecasillabo; quest’ultimo come, starei per dire, scelta di campo, rifiuto di ogni avanguardismo, moda, sperimentalismo, avventurismo. Un endecasillabo luminoso e fonicamente accattivante, armonioso e ampio, sostenuto da una naturale e mai artificiosa declinazione delle varie figure retoriche. La nobiltà di un linguaggio alto e aulico finisce per dare alla poesia di Nazario Pardini, paradossalmente, un crisma di rivoluzionaria modernità, se vi sappiamo individuare e “leggere” originalità e invenzione, purezza visionaria e inesausta forza creativa”. Quanto alle quattro poesie qui proposte, devo confermare che i versi di Nazario Pardini sono di una levigatezza e di un nitore (come per sinestesia) “canoviani”. C’è solo (ma ce ne sarebbe moltissimo) da aggiungere, come avverte con lapidaria annotazione Annamaria De Pietro, che “Pardini non è epigono di nessuno”. Volendo “giocare” su questa verità chiarissima e rielaborarne i lemmi, si potrebbe filosoficamente sostenere la tesi opposta: che, cioè, Nazario Pardini “è” l’epigono di Nessuno; il Nessuno che ingannò Polifemo, il Nessuno, sempiterno Ulisse, tenacemente conteso dalla sua Itaca e dal desiderio della conoscenza, dell’azzardo e della scommessa; la scommessa mai definitivamente vinta, mai definitivamente persa. L’Ulisse/Pardini che felicemente abita la classicità e il mito.

        Umberto Vicaretti

        • Scrivere sulle poesie di Nazario Pardini, qui pubblicate non molti giorni fa, forse, ma senza sicurezza, ultima dopo così dotti, analitici, talora didascalici, senza dubbio tutti pregevolissimi commenti, ora alla struttura metrica, ora ai miti rievocati nei versi, ora alla Poesia di Nazario in generale, è impresa quasi autolesionistica, dato che io non sono un critico né accademico né di professione. Nazario Pardini, amico da tempo, lo sa.
          Ho apprezzata subito la sua Poesia, prima ascoltata a La Spezia forse nel lontano 1998, in seguito letta nei suoi libri in varie occasioni.
          Suscitava in me ammirazione la fluidità dei suoi versi tutti endecasillabici oppure uniti ai settenari, come nella migliore tradizione poetica dal Petrarca a tutto l’Ottocento e oltre. Egualmente ammiravo la sua capacità di “cantare” argomenti personali o miti greci con emozione sua ed emozione del lettore,
          Senza emozione difficilmente c’è vera Poesia. Ci può essere artigianato pregevole, esercizio scolastico, vari prodotti nati dalla professione praticata da anni, ma non c’è Poesia.
          In Nazario Pardini, invece, è presente con autenticità ed eleganza formale, ricchezza di lessico, naturalmente di tono alto come si conviene a chi scrive in metrica tradizionale, aggettivazione raffinata.
          Si è già parlato di “mitopoiesi” nei vari commenti su Nazario Pardini, che non è un ammuffito antiquario (nel senso deteriore del termine, ben s’intende) alla ricerca di reperti millenari, ma un uomo sensibilissimo capace di una “poesia mitopoietica”, in cui dà prova d’essere cultore dell’antico e contemporaneamente moderno nello spirito.
          La prova di questa compenetrazione fra due mondi lontani è soprattutto nella poesia su Venere. Evito di fare paragoni con il poemetto neoclassico “Le Grazie” di Ugo Foscolo e leggo più volte, con piacere e ammirazione, l’avventura numinosa del Poeta presso il mare nella solarità estiva e nella sua fine ai primi passi dell’autunno, che la fa svanire a poco a poco insieme con la splendida Afrodite Anadiomene.

          Giorgina Busca Gernetti

  10. nazariopardini

    Cosa dire dei magistrali interventi di due veri poeti quali Vicaretti e Giorgetti. Le parole si fanno magiche; sono parole che maturano dentro dopo travagli esistenziali e che si traducono generosamente in Poesia. Sono parole conquistate con fughe emotive, parole che lievitano su presenze rimaste a decantare, parole che restano a sorprendere, ad emozionare, a convincere.

    Grazie
    Nazario

    • Nazario Pardini è ampiamente scusato se, nello scrivere direttamente sul Web, per un refuso, come spesso capita a me, un cognome che credo sia mio è divenuto Giorgetti, invece che Gernetti.

      Giorgina Busca Gernetti

      • nazariopardini

        Carissima Giorgina Busca Gernetti,
        proprio a te è indirizzato il mio ringraziamento e sono molto dispiaciuto della gaffe che ho commessa. Forse scrivendo direttamente sul blog, e preso dalla briga di rispondere in fretta, sono caduto nell’imperdonabile e non voluto errore. Ma tu sai quanti sono gli anni che ci conosciamo e in quante occasioni ho avuto l’opportunità, l’onore ed il piacere di scrivere il tuo nome.

        Nazario

        • Non ti crucciare, Nazario, perché so benissimo che hai scritto e pronunciato correttamente il mio nome in molte occasioni, per esempio a Pisa durante la premiazione del concorso “Il Portone” 2005, nel quale mi scrivesti una splendida prefazione per il libro di poesie “La memoria e la parola”, autentico esempio di profonda empatia tra poeti. Grazie!
          Giorgina

          • Carissimo Nazario,
            la tua e-mail, inviatami ieri sera dopo che hai letto il mio commento nel blog, è la prova più luminosa che ci conosciamo bene per nome, per sentimenti, per culto della Poesia. Ti ringrazio molto per le parole lusinghiere che mi riservi, forse troppo alte per me che ti ho sempre seguito con ammirazione. Ecco la e-mail:

            “Carissima, grazie infinite per il commento scaturito da una voce fra le più rappresentative del panorama letterario attuale. Da una voce che da anni seguo con entusiasmo, con umiltà, e con voglia di apprendere. Quella di un grande, sincero, competente critico oltre che immensa poetessa. Di una schietta amica.”

            Ho tralasciato i saluti privati
            Giorgina

  11. nazariopardini

    Ricevo per e-mail dal poeta ed amico Umberto Cerio e pubblico:

    Non torniamo indietro nel mito, non viviamo nel mito, con la poesia di Nazario Pardini. E’ il mito che vive in noi. L’importanza del mito (se vogliamo viverlo a rovescio) ci viene chiarita, da un lato, dall’opinione di Nitzsche quando egli ci dice che “l’uomo, oggi, privato del mito si aggira famelico fra il suo passato e deve scavare freneticamente alla ricerca di radici…, dall’altro lato dall’opinione di Robbe-Grillet che afferma:” In ogni circostanza, in questo preciso momento, la società in cui vivo è una società di miti…. Essi possono essere vissuti come “situazioni, affezioni, avventure storiche” del nostro animo (R: Di Virgilio). Pertanto questi quattro poemetti di Nazario Pardini mi sembrano andare oltre il clima neoclassico. Il Neoclasicismo si è tuffato nella mitologia classica, ma l’ha appena sfiorata, senza viverla veramente, facendone una scorza superficiale. La poesia di Pardini vive nel presente, dentro il mito stesso, bagnandosi fino alle radici del calore del personaggio-mondo, come con “Venere a settembre”. Venere è l’amore non solo sognato, è più che una dea vivificatrice, ma è colto nel trasalimento di una “superba tensione/il profumo di donna” (di una donna vera) fino alla sua scomparsa:”Ma fu settembre: il mare si faceva/sempre di più verdastro” (non più verde) “L’avvolse nel respiro, e, con dolore,/la sottrasse ai miei spasimi”. In “Ulisse”, vi è la storia di un uomo, non sogno, ma uomo che respira la vita: ”Se perire vorrà ch’io debba in mare/straboccante d’immenso sopra i limiti/del mio essere umano, perirà/ assieme a me l’eterna primavera…” In “Dallo scoglio di Lèucade”: ”Proprio qui,/dove tu siedi stette il piede tenero/dell’infelice Saffo che Faone/abbandonò”… Infine, nel “Canto di Alceo”: ”E prima che la morte/ci getti alla deriva nelle forre/il nostro crine bianco sarà scherno/di freschi sguardi ai brividi d’amore”…E parlando dell’Acheronte ”Non sogniamo!…Noi siamo ancora giovani/ per quel mondo. Non pensiamo a quel regno./ Da là non si torna”. Ecco la grande poesia di Pardini. C’è il sogno, la bellezza del mondo, il gusto della certezza, il profumo dell’amore, il dramma della vita. E la coscienza della fine. “Non rivedremo più le iridescenti/luci riflesse sopra i verdi pampini/di un sole vesperale”. Respiro su respiro e la scansione della vita e della morte. Quanto di più vero e di più umano si può trovare nella poesia, dove la limpidezza del dire e del verso nel suo sereno distendersi, sono effetti e condizione del pensiero poetico? Un pensiero che per di più non si chiude, ma che va alla ricerca dell’oltre, fino al respiro dell’Universo “di chi non sentì mai sopita in anima/ la voglia del viaggio. Poi tornare/ nuovi. O superbi spegnerci per via”.

    Umberto Cerio

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