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La letteratura invisibile. Pensieri “a briglia sciolta” di Marco Onofrio sul sistema letterario

labirinto

labirinto

Così recita un passaggio di Treno di panna (1981), il romanzo d’esordio di Andrea De Carlo: «noi siamo racchiusi sotto questa cupola di nevrosi in questo ranch di talenti in attesa che arrivi uno con un lazo a tirarci fuori dal branco e portarci finalmente verso la esposizione totale che ricerchiamo e vorremmo evitare allo stesso tempo». È proprio questa, mi pare, la condizione perpetua in cui si dibattono, mordendo il freno, i talenti invisibili: quelli cioè che non vengono aspersi dal crisma dell’ufficialità, l’unico che garantirebbe loro di essere considerati, di vendere copie dei loro libri e, quindi, di impostare la propria attività letteraria su basi professionali.

escher Labirinto

escher Labirinto

 Il passaggio decisivo che consente a uno scrittore di imporsi finalmente come tale (a prescindere dal successo che ne potrà scaturire) è la pubblicazione con l’editore “di peso”. Medium is the message: se lo stesso identico libro lo stampa e tenta inutilmente di diffonderlo il piccolo editore, ottiene un rilievo mediatico – ma soprattutto un prestigio simbolico – incomparabilmente minore. Il pubblico comune tende a valutare sulla base dell’etichetta, prima ancora di leggere una sola pagina. L’editore importante, insomma, è già una garanzia. La gente pensa pressappoco così: “se lo ha pubblicato X [grande editore] allora vuol dire che il libro vale, e che l’autore è bravo”. E viceversa (in assenza di grande editore): “se Y [autore sconosciuto] è davvero bravo come pretende di essere e di imporsi, perché allora non lo pubblica un grande editore?” Quasi che le singole persone, astratte dalla massa, non avessero un cervello autonomo per pensare, e strumenti critici (sia pur minimi) atti a capire che la pubblicazione con il grande editore non è affatto garanzia di qualità: e anzitutto perché non è la qualità l’unico – ma nemmeno il primo – requisito per cui si viene pubblicati dal grande editore.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

 Ci sono in realtà tanti giochi nascosti che portano un autore alla ribalta della grande editoria. Oltre all’opportunità commerciale che si fiuta, con sempre minore sicurezza, tra le pagine del dattiloscritto “potenziale bestseller”, c’è tutta una filiera di manovre occulte (segnalazioni, scambi di favori, marchette economiche o politiche) dietro alla stupefacente apparizione di certe “meteore”, che magari non verranno neppure distribuite e, appunto, spariranno nel baleno della loro insignificanza; ma intanto potranno dire di essere scrittori professionisti (e tali verranno ritenuti) perché li ha pubblicati il grande editore. Mi si lasci immaginare, a “briglia sciolta”, una di queste situazioni-tipo: il politico che favorisce e protegge da anni il grande editore ha un’amante, una mediocre poetessa, la quale tuttavia vuole togliersi la soddisfazione di vedersi pubblicata da un marchio editoriale di “peso”, acciocché tutti quelli che conosce, e in primis i “colleghi poeti”, muoiano d’invidia; il politico, così, chiede al grande editore di pubblicarle le poesie, e questi non può dire di no.

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Poco male, si dirà: il libro “imposto” entrerà in un catalogo collaterale,  una sorta di “canale b” di pura rappresentanza, sul quale non si punta e non si investe. La classica marchetta “all’italiana”.  La cosa grave, invece, è che, per la mediocre poetessa pubblicata, ce n’è un’altra di valore che – pur avendo proposto le sue poesie – si vedrà rifiutata o, com’è più probabile, completamente ignorata dal grande editore. Perché al grande editore non interessa in primis la qualità delle cose che pubblica, ma il sistema convenzionale di opportunità che si nasconde dietro la loro eventuale pubblicazione. Conta soprattutto chi ti presenta, e in quale alchimia di convenienze sei inserito come oggetto di cooptazione.

Marco Onofrio legge Emporium 2011

Marco Onofrio legge Emporium 2011

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Scrivevo 6 anni fa nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione:

È il classismo e il nepotismo delle logge
sono i muri invalicabili di gomma
il “dimmi chi ti manda, non chi sei”
da cui le camarille, le consorterie
i privilegi ereditari della casta
e la rabbia conseguente di chi urla
“Adesso basta” (…)

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

 Molte istituzioni, in Italia, sono coperture ideologiche per dare penetrali e posti sicuri ai soliti protetti alto-borghesi, o (le briciole) a piccoli diavoli che agiscono a livello di procacciamento elettorale. I fenomeni visibili della cultura ufficiale (università compresa) sono, per lo più, manifestazioni di movimenti e smottamenti invisibili, gestiti da lobbies, aggregazioni occulte e massoniche: centri di spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che “conta” (autori affermati, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori). La cruda verità è che occorre pescare nell’invisibile per diventare visibili; chi opera onestamente alla luce del sole, confidando solo nella spinta propulsiva delle pagine scritte, resta assolutamente invisibile: anche se pubblica cinquanta libri di valore, anzi, tanto più!

zbigniew herbert

zbigniew herbert

 È in realtà una storia vecchia. La cultura è sempre stata appannaggio dei ceti dominanti, chiamati a formarsi per alimentare, secondo certi criteri di selezione e legittimazione, le classi dirigenti del Paese. Queste sono dunque formate da un corpo sociale omogeneo e tendenzialmente “chiuso”, fondato su un patto di connivenza. La cultura è da sempre il potere invisibile (il “capitale” immateriale: prestigio e rappresentanza) attraverso cui l’élite perpetua la propria posizione e il riconoscimento simbolico dei privilegi di cui gode. Il ricambio generazionale all’interno di questi gruppi chiusi non può permettersi di derogare da una strategia di “cooptazione endogamica”, secondo dinamiche nepotistiche, per cui vengono fatti “entrare” solo i figli del ceto dirigenziale e intellettuale, provenienti da famiglie rappresentative, o comunque agiate, secondo una discendenza patrilineare in grado di garantire la gestione del potere e il mantenimento dello status quo. La cultura è un potere da gestire con cautela e condividere tra sodali fidati, di comprovata e certificata appartenenza.

W.H. Auden

W.H. Auden

 Occorrono “garanzie” per entrare a far parte dei gruppi che, come club esclusivi, si spartiscono questo potere. Garanzie che non risiedono – umanisticamente – nel valore e nel talento dell’individuo, bensì nel livello sociale della famiglia da cui proviene, nella struttura che eventualmente lo sostiene e protegge, nelle segnalazioni che lo precedono, nel potere di scambio che veicola rispetto all’opportunità di proporlo e imporlo alla pubblica attenzione. E il malcapitato talentuoso, privo delle garanzie che contano (ad es. bravissimo scrittore ma di estrazione piccolo-borghese, senza agganci politici, inquietamente “isolato”, forte soltanto delle proprie capacità), verrà fieramente ignorato e, al limite, osteggiato dai gruppi di potere, che vedranno in lui un germe allogeno pericoloso (oltre che un pungolo alla cattiva coscienza del merito mancante) e lo accerchieranno per isolarlo, per farlo sbattere inutilmente e invariabilmente contro i muri di gomma del sistema.

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis

 La cultura diventa, così, un luogo simbolico di riproduzione, piuttosto che di promozione e mobilità sociale; sia pur in aperta contraddizione con l’ideologia meritocratica e democratica che, apparentemente, sostanzia il processo di affermazione della borghesia moderna. Si diffonde anzi la prospettiva illusoria di un’accessibilità alle “alte sfere” (niente e nessuno t’impedisce, se vuoi…) nella misura in cui è utile e necessario occultare la realtà oscena di certi meccanismi a doppio fondo. Chiunque, partendo da una posizione allotria, si proponga (capacità e opere alla mano) come se davvero il campo fosse libero e impregiudicato, dovrà poi vedersela con una serie infinita di sbarramenti di ammissione e di iniziazione. Gli individui allogeni sono, su un piano simbolico, “predatori” da bloccare: vengono perciò sottoposti a giri e rigiri logoranti, ore di anticamera, promesse illusorie, indicazioni false o contraddittorie…  nella speranza che desistano, rinuncino, si lascino prendere dallo scoramento. Non è la loro strada, malgrado i meriti eventuali (quanti e quali siano): che tentino altrove, quello deve restare terreno minato, zona off limits.

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

 Ecco il bisogno del mentore: qualcuno già interno al sistema che ti presenti, che ti faccia entrare. Qualcuno che garantisca che sei un “bravo picciotto”, e che una volta entrato ti renderai funzionale alle dinamiche generali, e non darai problemi. Anche Dante ha bisogno di un mentore (Virgilio) per superare gli sbarramenti dell’inferno! I “cavalli pazzi”, cioè gli uomini liberi, confidenti solo nel loro valore e incapaci di prestarsi alle trafile umilianti del vassallaggio, insomma i pochi italiani che ancora credono nel potere dell’autodeterminazione e della meritocrazia, vengono prima o poi accerchiati, isolati e messi all’indice, trascritti segretamente sulla “black list” degli indesiderabili. La “scomunica” li renderà “appestati”, esclusi per sempre da ogni accesso. A costoro non resterà che rinunciare al proprio destino o, come molti fanno, scegliere un Paese meno degenerato. Anche chi denuncia queste cose, violando il patto di omertà, si candida al ruolo di “capro espiatorio”. Tutti gli faranno il vuoto intorno, terrorizzati anche solo di poter lanciare messaggi di condivisione o solidarietà (tanto grande è il condizionamento del sistema). Viene fuori anzi, in questi casi, il solito sciacallo tirapiedi che ne approfitta per fare un po’ di baccano e, aggredendo il capro espiatorio, attirare l’attenzione di chi sta in alto, con la segreta, inutile speranza di guadagnarne la fiducia e riceverne tangibili riconoscimenti.

Mandel'stam a Firenze 1913

Mandel’stam a Firenze 1913

 La più parte dei critici e dei poeti ha, in fondo in fondo, interesse a difendere il proprio sia pur piccolo orticello di prebende e prelazioni, e dunque si esime dal dire apertamente ciò che pensa (ciò che tutti pensano e sanno) per paura di rompere le “uova nel paniere” entro qualche gruppo o gruppuscolo al quale già appartiene o nel quale aspira ad entrare, provocando turbative e/o alienandosi simpatie, nella delicata alchimia di gestione e spartizione dei poteri di rappresentanza. Le dinamiche della “società letteraria” sono a mio parere desolanti: almeno quanto quelle di altri settori della società italiana. Conta sempre meno il riscontro della pagina scritta, il valore intrinseco/oggettivo del lavoro svolto sulle opere (che, peraltro, quasi nessuno legge).

paul celan ingeborg bachmann

paul celan ingeborg bachmann

 Ci sono delle guarentigie sine qua non è impossibile entrare nella casta dell’ufficialità, ma anche essere semplicemente presi sul serio. E si resta pressoché invisibili (come dicevo all’inizio), malgrado i libri scritti e pubblicati, se non c’è nessun potentato politico o massonico o cardinalizio che lavora per imporre il nome dell’autore. O se non c’è uno scrittore affermato che fa da mentore e apre le porte del Tempio. È passato purtroppo questo messaggio: conta più autopromuoversi e, quindi, intessere public relations (presenziare, farsi vedere, farsi conoscere, farsi accettare) che dedicarsi al lavoro vero, sudando sulla pagina per estrarne il meglio che si può. E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche. L’organizzazione dei processi culturali agisce per sopravviventi sacche di feudalesimo, affatto incompatibili con lo sviluppo storico e civile degli ultimi tre secoli. Anche per questo l’Italia, oggi, sembra un Paese senza futuro.

(Marco Onofrio)

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