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QUATTRO POESIE di Nazario Pardini  “Ulisse” “Con Venere a settembre” “Il canto di Alceo” “Dallo scoglio di Lèucade” (Poesie su personaggi storici mitici o immaginari)

Invitiamo i lettori interessati ad essere ospitati nel blog ad inviare poesie sul tema: “Poesie su personaggi storici mitici o immaginari”

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

 Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Venere statua

Venere statua

Con Venere a settembre

Dal mare blu, mentr’io miravo intento
il concerto degli organi del cielo
e degli oceanici spazi, spiccò
il vivido splendore di marmorea
bellezza giovanile. I lunghi crini,
sincronici con l’acque speculari
ai golfi di Citera, erano avvinti
al seno di corallo e ai fianchi eburnei
che il mare partoriva. Già ti amai
perlea dagli occhi chiari. Erano i giorni
nei quali mi trovavo a rimirare
le mitiche scogliere. Ed incosciente
immergevo nel cerulo frullare dei marosi
il senso di pochezza
per affogare l’anima. Fu un fremito
il suo morbido apparire al mio stupore.
“Eccoti amore” appena mormorò
muovendo rosee labbra con sottile
malizia sensuale. Io trasalii
ed intonai le rime di superba tensione
al profumo di donna
che attorno diffondeva. Ventilò
lo spirito del canto delle Grazie.
E lei dolce divina recitò
attorno alla Natura delle cose
i versi che il poeta le donò.

Giorni e giorni innocenti nei sentieri
dei pini e degli allori si donò
al mio immemore seno; vissi solo
di lei. Mi ricopriva coi capelli
lunghi e fluenti quali i biondi steli
dei grani mossi dai respiri estivi.
Ma fu settembre: il mare si faceva
sempre di più verdastro, ed il fogliame
cadeva color rame sui suoi fianchi
coperti appena da una veste rosa
che le donava il cielo per pudore.
Abitavamo selve di Citera
folte e selvagge. Appena la stagione
disseminò dintorno le memorie
dei gracili fogliami e il vento freddo
stava per sopraggiungere, lo zeffiro
pietoso si levò.
Stormivano le fronde degli abeti
per cedere il vestiario olivastro
alla sua nuda bellezza.
L’avvolse nel respiro e, con dolore,
la sottrasse ai miei spasimi. Nell’isola
di Cipro la rinvenni. Indifferente
ornava di fulgore i suoi dirupi.

Ulisse pittura parietale

Ulisse pittura parietale

 

 

 

 

 

 

Ulisse
(il ritorno)

Qui tutto è sapido. Lo so! I profumi
dell’isola, il ginepro, la lavanda,
e tu che ho ritrovato. Ho sempre in mente
il volo urlato della procellaria.
Mi strappava la carne. Le sirene
misteriose e adescanti e io che immobile
all’albero maestro volli fendere
i nascondigli fitti del sapere,
i più vogliosi. È questa la mia isola.
Qui alla sera torna a dilatarsi
l’idea dei meriggi e il lungo andare.
E ancora estendo sguardi in lontananze
sperdute. Mi lasciarono nell’anima,
crepata di salsedine, le note
che tornano insolute. È sempre aperta
la sfida tra l’eterno e me che cerco
con gli occhi indolenziti quella luce
che mi soverchia. Ma stasera il mare
riporta chiare voci di Calipso
e di Circe. E il canto di una vergine
fanciulla intenta al suo corredo.
Sento ancora la sua candida pelle
su me adusto di sale. Ritornare
era il mio sogno. Eppure condannati
siamo sempre dai gorghi della vita
che le spoglie depongono. Nell’anima
germinano e si fanno giganti al
calare. Ognuno tiene di Nausicaa
chiusa con sé nel fondo una sembianza
mai defilata. Ed ora salta fuori
e porta dietro ogni contorno d’anni
e di stagioni che non solo amore
significa, ma voglie e nostalgie
che trovano le vie le più nascoste
e avanti a noi si levano. La ciurma
è lì che attende. Ancora salperemo
oltre colonne, questa volta, mitiche
d’impedimento ai sogni. L’ora è giunta.
Se il mio destino vuole che ritorni
ai familiari usi ed ai barlumi
dell’isola agognata, porterò
con me più luminoso il cielo. Se
perire vorrà ch’io debba in mare
straboccante d’immenso sopra i limiti
del mio essere umano, perirà
assieme a me l’eterna primavera
di chi non sentì mai sopita in anima
la voglia del viaggio. Poi tornare
nuovi. O superbi spegnerci per via.

 

Nazario Pardini

Nazario Pardini

 

 

 

 

 

 

 

 

Dallo scoglio di Lèucade

E furono le Eumenidi a portarmi
dove non vi è stagione. Ventilava
zefiro eterno l’isola di Lèucade
eternamente dolce nel respiro
di lavanda e di timo. “Dallo scoglio”
mi dissero “Ove siedi ad osservare
gli ampi spazi del mare ricamato
da sciami di gabbiani, si gettavano
gli sfortunati umani per disperdere
reminiscenze estreme. Ed anche Venere
restò meravigliata nel sentirsi
serena dopo il volo. Gli infelici
a Lèucade accorrevano
dai più lontani luoghi. Preparavano
con offerte ad Apollo e sacrifici
la loro prova. Ed erano sicuri
coll’aiuto del dio di sopravvivere
all’eccelsa caduta. Proprio qui,
dove tu siedi, stette il piede tenero
dell’infelice Saffo che Faone
abbandonò. Nel cielo di quest’isola,
lucido ed armonioso, riscontrava
solo dolore; andava su altre sponde
dove il mare violento tormentava
gli scogli dissestati per rivivere
il suo triste destino. Dalla cima,
sfiorata dalle mani
della dimenticanza, si gettò
in quest’onde fatali. Ed Artemisia
regina della Caria ed altre ancora
raggiunsero la meta, ma scambiando
la vita con la morte.” “Mi sovviene
il mio settembre tanto logorante
nei palpiti di umana inconsistenza,
nei flebili lamenti di esistenza,
nei pallidi scolori di tristezza
di un borbottio leggero di rumori
quasi alla fine. Ma non so se vale
di più restare immoti nella stasi
di un eterno sereno che provare
il dolce senso del dolore umano”.
“Proprio il poeta, diciamo di Nicostrato,
gettandosi dall’alto della rupe
non lasciò col patire
il respiro di vita. Forse il dio
volle che poesia perpetrasse, dopo il salto,
il suo divino suono. Ci chiediamo
se più grande pacato che in tormento
come da scoglio umano.” Ed io fuggii
scabro settembre, mese addolorato,
dal sangue che si sperde in ogni dove
dell’ultimo respiro della vita.
Io ti lasciai e un salto nelle oniriche
acque di Lèucade non mi concesse
morte né oblio, ma solo la ricchezza
d’immagini feconde rivissute
da un’anima al di sopra delle povere
storie del giorno. E ti rivissi, vita,
con un sentire lieve e tanto amato
che in ogni fatto lieto o meno lieto,
ma scampato, vidi un superbo dono.

Il canto di Alceo

Il canto di Alceo

Il canto di Alceo

Se a me è cantare, lo farò stasera
sullo splendido fiume che disperde
l’anima chiara dentro il mare di Eno.
Il sole fuoco strugge la sua mole
in mezzo all’onde e il cielo rutilante
è speculare ai gorghi rumorosi
della foce. Diffonde il suo mugghìo
sui pascoli prativi della Tracia
verde e distesa. Ed io farò che appaiano
gli sciami di fanciulle dalle guance
rosate e dai capelli d’oro nelle
tremule note delle ghiaie. I guadi
rifletteranno trepide le cosce
(le sfioreranno mani dolcemente)
lucide come d’olio. E questa sera
nel festino lucente delle coppe
traboccanti del nettare che i colli
dettero generosi, ci faranno
dimenticare l’ardua eccitazione
delle ferali gesta. Sia il simposio
stasiotica fucina e gran sollievo
d’asperità. Leggiadre le figure
d’efebica snellezza còlte d’ansito
quali cerbiatte sussultanti all’ombre
sperse nel bosco o ardue di volute
quali puledre indomite di Tracia
negli scarti selvaggi, ecciteranno
i nostri sensi gonfi di passione.
E prima che la morte
ci getti alla deriva nelle forre
(il nostro crine bianco sarà scherno
di freschi sguardi ai brividi
d’amore) palperemo i corpi freschi
di verginale pelle di fanciulle
esili e generose. I bei tramonti
saranno qui con noi con il respiro
di divini salmastri ad esalare
gli acuti della vita. Il cielo è fulvo,
è rosso, è bianco, è verde per gli svoli
di colimbi, d’aironi e cormorani
che frangono nel rosso della sera
gemme bianche dai frutti alle correnti
del fiume testimone. Menalippo
e tu mio amico, e tu, e tutti voi
che baciati da sorte generosa
vi vedete, cessate di pensare
al torbido Acheronte. Ubriacatevi
e Menalippo tu fallo con noi;
tu forse credi di poter rivivere
questa luce di sole. Riassaggiare
il nettare che turba od i piaceri
del corpo, se una volta nel buiore
sarai dell’Acheronte. Non sogniamo!
Nemmeno la saggezza, neanche quella
valse a Sisifo, seppure figlio d’Eolo,
un re. Alla morte si pensava Sisifo
di avere scampo. Ma sotto la terra
nera, arrivato là oltre Acheronte,
il re figlio di Crono lo tormenta.
“Fugite quaerere!”. Noi siamo ancora
giovani per quel mondo. Non pensiamo
a quel regno. Da là non si ritorna.
Non rivedremo più le iridescenti
luci riflesse sopra i verdi pampini
di un sole vesperale. Sia sommersa
la sorte dall’oblio che l’ebbrezza
ci donerà d’efebico sopore.

(da Poemetti onirici, inedito)

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