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POESIE SCELTE di Mark Strand (1934-2014) “L’enigma dell’assenza nel quotidiano” da Dormendo con un occhio aperto e l’altro chiuso (1964) da Motivi per muoversi (1968) Traduzioni di Damiano Abeni e Natàlia Castaldi con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

 

Mark Strand aprile 1992

Mark Strand aprile 1992

Il 29 novembre 2014 è morto il poeta americano Mark Strand. Questo post è un atto di stima verso la sua poesia.

Mark Strand (11 aprile 1934 – 29 novembre 2014) è un canadese-americano nato poeta, saggista e traduttore. Dal 2005-06, è stato un professore di inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University. Mark Strand è nato nel Summerside Prince Edward Island, Canada.  I suoi primi anni sono stati spesi in Nord America, mentre gran parte della sua adolescenza è stata trascorsa in Sud e Centro America.  Nel 1957, ha conseguito la laurea,  ha poi studiato pittura con Josef Albers presso la Yale University , nel 1959 tramite una borsa di studio Fullbright , ha studiato la poesia italiana dell’Ottocento in Italia durante il 1960-1961. Ha frequentato i workshop Writers Iowa presso la University of Iowa e l’anno successivo  ha conseguito un Master of Arts nel 1962. Nel 1965 ha trascorso un anno in Brasile come Fulbright Lecturer.

 Appunto

 Scrive Rosanna Warren:

«il protagonista di Strand è un “io”, un personaggio che si sottrae al paesaggio. È una poesia semplice come un teorema, eppure inesauribilmente misteriosa. Come interpretare la reiterata auto asserzione […] che cancella il sé? Forse l’“io” è incorporeo come l’aria di cui prende il posto […] nel suo connubio di astrazione filosofica e linguaggio americano contemporaneo, il poema modula e incarna la riduzione che onora, spostandosi da un “campo” a “campo”, operando espansioni e contrazioni minime alla lunghezza dei versi e consegnando il proprio vuoto all’aria, perché lo riempia dopo ogni strofa».

 Strand osserva il quotidiano con un occhiale mitologico, con un occhio strabico osserva il rovescio che abita l’altro luogo dello spazio; l’io che afferma è lo stesso che nega e rinuncia, che esce da sé e si arresta sui detriti di ciò che resta dell’io: «Mi svuoto dei nomi degli altri. / Mi svuoto le tasche. / Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada»; e ancora: «Adagio esco ballando dalla cassa in fiamme della mia testa. / E chi non è nato e rinato di continuo in paradiso?».

L’io che sta «diventando orizzonte» è una illusione ottica: «lei guardava fisso… / non me, ma oltre me, uno spazio / che poteva essere colmato da qualcuno / che ancora doveva arrivare». (Specchio)

In un’intervista, Strand resta sul piano di una prosaica sobrietà:

 «Non posso definire la mia poesia. Non credo spetti a me. Di certo ci sono certi temi che si ripetono nella mia poesia, aspettative, attesa, delusione, il buio che avanza, tuttavia quando scrivo non ho in mente niente di tutto questo. Non considero il mio lavoro nella sua totalità, mai, ma considero le singole poesie mentre ci sto lavorando. Poi una volta che ho scritto la poesia, non ci penso più. Me ne sbarazzo. E inizio un’altra poesia. Se avessi pensato di avere dei temi sui quali dovevo ritornare ancora e ancora, mi sarei sentito paralizzato. Sarei stato prigioniero di una nozione astratta di ciò che stavo facendo. Sarebbe stata la mia morte. […]».

 Altrove, su “Il sole 24ore” del 3 luglio 2011, con un elzeviro dal titolo Ritrovarsi sull’isola dei poeti, Strand scrive: «È una cosa curiosa: la vita che conduciamo ci consente solo di rado di fermarci a riflettere su ciò che abita nel nostro corpo e, di conseguenza, possiamo diventare così estraniati da noi stessi da aver poi bisogno della poesia per ricordarci che cosa si prova a esser vivi. La nostra abitudine a pensarci in relazione agli altri e a giudicarci in base a come agiamo in un contesto sociale ci rende più vicini allo spirito della narrativa: il comportamento esteriore è più facile da osservare, può essere percepito immediatamente, ed è quindi più semplice giudicarlo. […]».

Il Mangiaparole rivista n. 1 Scrive Luigi Sampietro su “Il sole 24ore” del 17 luglio 2011, in una interessante recensione alle poesie del poeta americano apparse qualche anno fa per Mondadori: Strand «è un detective metafisico che si sofferma sulle tracce di chi — o di ciò– che ora, qui, è assente e non si vede, ma che deve pur esserci o esserci stato. V’è un lato enigmatico, per non dire enigmistico — oltre che, ben inteso, umoristico, — in taluni momenti della sua poesia».

Con le parole di Strand: «Da qui sgorga la poesia: abitiamo in un posto / che non è nostro, e, soprattutto, non è noi». Sempre con le parole di Strand, veniamo a conoscenza del perché e del quando un poeta cessa di scrivere:

 «Cara Henrietta, visto che sei stata tanto gentile da chiedermi perché non scrivo più, farò del mio meglio per risponderti. Ai vecchi tempi, i miei pensieri sfavillavano come minuscole scintille nel buio quasi assoluto della consapevolezza e io li trascrivevo, e pagina dopo pagina risplendeva di una luce che dichiaravo tutta mia. Sedevo alla scrivania, sbalordito da ciò che era appena successo. E perfino mentre guardavo le luci affievolirsi e i miei pensieri divenire piccoli mausolei senza alcun senso nel lucore residuo di tanta promessa, restavo ancora sbalordito. E quando scomparivano, com’era inevitabile, io ero pronto a ricominciare, pronto a restare seduto al buio per ore ad aspettare anche un’unica scintilla, nonostante sapessi che non avrebbe quasi per nulla emesso luce. Quello di cui non mi ero reso conto allora, ma di cui mi rendo conto fin troppo bene adesso, è che le scintille portano dentro di sé il desiderio di essere sollevate dal fardello della lucentezza. Ed è per questo che non scrivo più, e che il buio è la mia libertà e la mia contentezza» (Una lettera da Tegucigalpa).

 (Giorgio Linguaglossa)

mark strand quote

From Sleeping with One Eye Open (1964)

Sleeping with One Eye Open

Unmoved by what the wind does,
The windows
Are not rattled, nor do the various
Areas
Of the house make their usual racket —
Creak at
The joints, trusses and studs.
Instead,
They are still. And the maples,
Able
At times to raise havoc,
Evoke
Not a sound from their branches’
Clutches.
It’s my night to be rattled,
Saddled
With spooks. Even the half-moon
(Half man,
Half dark), on the horizon,
Lies on
Its side casting a fishy light
Which alights
On my floor, lavishly lording
Its morbid
Look over me. Oh, I feel dead,
Folded
Away in my blankets for good, and
Forgotten.
My room is clammy and cold,
Moonhandled
And weird. The shivers
Wash over
Me, shaking my bones, my loose ends
Loosen,
And I lie sleeping with one eye open,
Hoping
That nothing, nothing will happen.

When the Vacation Is Over for Good

It will be strange
Knowing at last it couldn’t go on forever,
The certain voice telling us over and over
That nothing would change,

And remembering too,
Because by then it will all be done with, the way
Things were, and how we had wasted time as though
There was nothing to do,

When, in a flash
The weather turned, and the lofty air became
Unbearably heavy, the wind strikingly dumb
And our cities like ash,

And knowing also,
What we never suspected, that it was something like summer
At its most august except that the nights were warmer
And the clouds seemed to glow,

And even then,
Because we will not have changed much, wondering what
Will become of things, and who will be left to do it
All over again,

And somehow trying,
But still unable, to know just what it was
That went so completely wrong, or why it is
We are dying.

Mark Strand

Mark Strand

Dormendo con un occhio aperto

Imperturbate dal vento con le sue orchestre,
le finestre
non sono scosse, né dell’abitazione
le zone
più diverse emettono il solito stridore
alle giunture,
capriate, travi portanti,
montanti.
Invece sono mute. E l’acero, capace
a volte di strepitare come un ossesso,
adesso non un suono dalle fronde
diffonde.
Tocca a me stanotte essere scosso,
con addosso
un carico di spettri. Persino la mezzaluna (metà
uomo, metà tenebra), sull’orizzonte,
si distende
su un fianco e getta una luce equivoca
che gioca
sul pavimento, e cala altezzosa
la sua morbosa
sembianza su di me. Oh, mi sento morto,
composto
fra le mie coperte per un tempo interminato,
e dimenticato.
La mia camera è umida e algente,
trattate rudemente
dalla luna, e strana. I brividi
mi di-
lavano, squassano le ossa, ciò che è incerto
in me si fa più incerto,
e io giaccio e dormo con un occhio aperto,
e spero che non accada nulla, nulla davvero.

Mark Strand

Mark Strand

da Motivi per muoversi (1968)

The Man in the Tree

I sat in the cold limbs of a tree
I wore no clothes and the wind was blowing
You stood below in a heavy coat
The coat you are wearing

And when you opened it, baring your chest
White moths flew out and whatever you said
At that moment fell quietly onto the ground
The ground at your feet

Snow floated down from the clouds into my ears
The moths from your coat flew into the snow
And the wind as it moved under my arms
Under your chin, whined like a child

I shall never know why
Our lives took a turn for the worse, nor will you
Clouds sank into my arms and my arms rose
They are rising now

I sway in the white air of winter
And the starlings cry…lies down on my skin
A field of ferns covers my glasses; i wipe
Them away in order to see you

I turn and the tree turns with me
Things are not only themselves in this light
You close your eyes and your coat
Falls from your shoulders

The tree withdraws like a hand
The wind fit into my breath yet nothing is certain
The poem that has stolen these words from my mouth
May not be this poem.

Mark Strand

Mark Strand

L’uomo sull’albero

Sedevo tra i rami freddi si un albero.
Ero senza vestiti, soffiava vento.
Tu eri lì sotto, con un cappotto pesante,
il cappotto che hai adesso.

E quando l’apristi, scoprendoti il petto,
tarme bianche presero il volo, e ciò che dicesti
in quel momento cadde a terra in silenzio,
la terra ai tuoi piedi.

La neve scendeva dalle nuvole fin nelle mie orecchie.
Le tarme del tuo cappotto volarono nella neve.
E il vento, sotto le mie braccia, sotto il mento,
piangeva come un bambino.

Non saprò mai perché
le nostre vite volsero al peggio, e neanche tu.
le nubi mi affondarono nelle braccia e le braccia
si sollevarono. si sollevano ora.

Oscillo nell’aria bianca invernale
e lo strido dello storno mi si stende sulla pelle.
Un campo di felci mi copre gli occhiali: li pulisco
per poterli vedere.

Mi giro e le foglie mutano colore con me.
Le cose non sono solo se stesse in questa luce.
Tu chiudi gli occhi e il cappotto
ti cade dalle spalle,

l’albero si ritrae come una mano,
ilo vento si adatta al mio respiro, ma nulla è certo.
La poesia che mi ha rubato queste parole dalla bocca
potrebbe non essere questa poesia.

Eating Poetry

Ink runs from the corners of my mouth.
There is no happiness like mine.
I have been eating poetry.
The librarian does not believe what she sees.
Her eyes are sad
and she walks with her hands in her dress.
The poems are gone.
The light is dim.
The dogs are on the basement stairs and coming up.
Their eyeballs roll,
their blond legs burn like brush.
The poor librarian begins to stamp her feet and weep.
She does not understand.
When I get on my knees and lick her hand,
she screams.
I am a new man.
I snarl at her and bark.
I romp with joy in the bookish dark.

.
Mangiare poesia

Cola inchiostro dagli angoli della mia bocca.
Non c’è felicità pari alla mia.
Ho mangiato poesia.
La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani chiuse nel vestito.
Le poesie sono scomparse.
La luce è fioca.
I cani sono sulle scale dello scantinato, stanno salendo.
Gli occhi ruotano le orbite,
le zampe chiare bruciano come stoppia.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.
Non capisce.
Quando mi inginocchio e le lecco la mano,
urla.
Sono un uomo nuovo.
Le ringhio, abbaio.
Scodinzolo di gioia nel buio libresco.

(Traduzione di Natàlia Castaldi, 2009)

Moon

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon appears
between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page
where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known
into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised
at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page
close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

.
Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare
lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente
lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso
dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni
al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina
chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.

(Traduzione di Natàlia Castaldi, 2009)

Mark Strand

Mark Strand

The Man in the Mirror

I walk down the narrow,
carpeted hall.
The house is set.
The carnation in my buttonhole

precedes me like a small
continuous explosion.
The mirror
is in the living room.

You are there.
Your face is white, unsmiling, swollen.
The fallen body of your hair
is dull and out of place.

Buried in the darkness of your pockets,
your hands are motionless.
You do not seem awake.
Your skin sleeps

and your eyes lie in the deep
blue of their sockets,
impossible to reach.
How long will all this take?

I remember how we used to stand
wishing the glass
would dissolve between us,
and how we watched our words

cloud that bland,
innocent surface,
and when our faces blurred
how scared we were.

But that was another life.
One day you turned away
and left me here
to founder in the stillness of your wake.

Your suit floating, your hair
moving like eel grass
in a shallow bay, you drifted
out of the mirror’s room, through the hall

and into the open air.
You seemed to rise and fall
with the wind, the sway
taking you always farther away, farther away.

Darkness filled your sleeves.
The stars moved through you.
The vague music of your shrieking
blossomed in my ears.

I tried forgetting what I saw;
I got down on the floor,
pretending to be dead.
It did not work.

My heart bunched in my rib-cage like a bat,
blind and cowardly,
beating in and out,
a solemn, irreducible black.

The things you drove me to!
I walked in the calm of the house,
calling you back.
You did not answer.

I sat in a chair
and stared across the room.
The walls were bare.
The mirror was nothing without you.

I lay down on the couch
and closed my eyes.
My thoughts rose in the dark
like faint balloons,

and I would turn them over
one by one and watch them shiver.
I always fell into a deep and arid sleep.

Then out of nowhere late one night
you reappeared,
a huge vegetable moon,
a bruise coated with light.

You stood before me,
dreamlike and obscene,
your face lost
under layers of heavy skin,

your body sunk in a green
and wrinkled sea of clothing.
I tried to help you
but you refused.

Days passed
and I would rest
my cheek against the glass,
wanting nothing but the old you.

I sang so sadly
that the neighbors wept
and dogs whined with pity.
Some things I wish I could forget.

You didn’t care,
standing still while flies
collected in your hair
and dust fell like a screen before your eyes.

You never spoke
or tried to come up close.
Why did I want so badly
to get through to you?

It still goes on.
I go into the living room and you are there.
You drift in a pool
of silver air

where wounds and dreams of wounds
rise from the deep
humus of sleep
to bloom like flowers against the glass.

I look at you
and see myself
under the surface.
A dark and private weather

settles down on everything.
It is colder
and the dreams wither away.

You stand

like a shade
in the painless glass,
frail, distant, older
than ever.

It will always be this way.
I stand here scared
that you will disappear,
scared that you will stay.

L’uomo nello specchio

Cammino sulla passatoia dell’ingresso.
La casa è pronta.
Il garofano all’occhiello

mi precede come una minuscola
esplosione perenne.
Lo specchio
è in soggiorno.

Tu sei lì,
bianco in volto, serio, gonfio.
La voluminosità sciolta della tua chioma
è opaca e fuori luogo.

Sepolte nella tenebra delle tasche,
le mani sono immobili.
Non sembra che tu sia sveglio.
La tua pelle dorme

e gli occhi giacciono nel blu
abissale delle orbite,
impossibili da raggiungere.
Quanto tempo ci vorrà?

Ricordo come restavamo lì in iedi
a desiderare che la lastra
si dissolvesse tra di noi, e come
guardavamo le nostre parole

appannare quella superficie
melliflua e innocente,
e quanto ci spaventammo
quando i nostri volti s’offuscarono.

Ma era un’altra vita.
Un giorno mi hai voltato le spalle
e mi hai lasciato qui ad affondare
nell’immobilità della tua scia.

Con l’abito che fluttuava, la chioma
che si muoveva come le alghe
in una baia poco profonda, andasti
alla deriva dalla stanza dello specchio,

poi in ingresso, e quindi all’aria aperta.
Pareva ti sollevassi e ricadessi
con il vento, e l’ondeggiare
ti portava sempre più lontano, più lontano.

Il buio ti riempiva le maniche.
Le stelle ti solcavano
La musica vaga dei tuoi gemiti
mi fioriva nelle orecchie.

Cercai di dimenticare ciò che vedevo;
mi lasciai andare sul pavimento,
fingendomi morto.
Non servì a niente.

il mio cuore, stretto nella gabbia toracica
come un pipistrello, cieco e codardo
scandiva dentro e fuori
un solenne, irriducibile nero.

Le cose che mi hai costretto a fare!
Camminavo nella calma della casa,
richiamandoti.
Tu non mi rispondevi.

Seduto su una sedia,
fissavo a vuoto la stanza.
Le pareti erano spoglie.
Lo specchio non era niente senza di te.

Mi sono sdraiato sul divano
e ho chiuso gli occhi.
I miei pensieri decollavano al buio
come languide mongolfiere,

e a uno a uno e li guardavo rabbrividire.
Immancabilmente cadevo in un arido
sonno profondo.

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POESIE SCELTE di Mark Strand – da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio La metafisica del quotidiano, traduzione di Damiano Abeni e nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa

Il Mangiaparole rivista n. 1 Mark Strand (nato l’11 Aprile 1934) è un canadese-americano nato poeta, saggista e traduttore. Dal 2005-06, è stato un professore di inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University.

 Mark Strand è nato nel Summerside Prince Edward Island, Canada. His early years were spent in North America, while much of his teenage years were spent in South and Central America. I suoi primi anni sono stati spesi in Nord America, mentre gran parte della sua adolescenza è stata trascorsa in Sud e Centro America. In 1957, Nel 1957, ha conseguito la laurea. Strand ha poi studiato pittura con Josef Albers presso la Yale University , nel 1959 tramite una borsa di studio Fullbright , ha studiato la poesia italiana dell’Ottocento in Italia durante il 1960-1961. Ha frequentato i workshop Writers Iowa presso la University of Iowa e l’anno successivo  ha conseguito un Master of Arts nel 1962. Nel 1965 ha trascorso un anno in Brasile come lettore.

Molte delle poesie di Mark Strand sono incardinate nel tema della innominabile nostalgia dell’uomo contemporaneo, una nostalgia che non può essere detta o rivelata senza tradire la nominazione. L’Itaca dell’uomo contemporaneo è il senso di quella antica nostalgia che è stata dimenticata, la nostalgia che sta prima dell’estraneazione, in quella zona franca che non fa più parte della storia individuale e neanche della storia dei nostri sogni: una dimensione, appunto, innominabile, intransitabile a ritroso, ma neanche percorribile in avanti, circondati come siamo da un buio fitto che non consente di riconoscere una direzione. Nella  poesia di Strand si trova tutto ciò che il poeta ha frequentato nella sua vita: le baie, i campi, barche, gli appartamenti grigi e anonimi negli agglomerati urbani etc e i pini e i sogni della sua infanzia su Prince Edward Island. Strand è stato paragonato a Robert Bly per il suo uso del surrealismo, ma la vera origine del suo surrealismo del quotidiano gli deriva piuttosto dalla attenta lettura iconografica della pittura di Marx Ernst, Giorgio de Chirico e René Magritte. Una poesia dunque che si nutre dell’arte figurativa, una traduzione e una riconfigurazione di quella iconografia nella poiesis. Le poesie di Strand utilizzano un linguaggio diretto, colloquiale e concreto, una sintassi regolare, un verso ampio di origine narrativa privo di rime e di un metro riconoscibile ma non per questo meno musicale. In una intervista del 1971, Strand ha detto, «Mi sento molto una parte di un nuovo stile internazionale che ha molto a che fare con la semplicità di dizione, un certo affidamento sulle tecniche surrealiste, e un elemento narrativo forte.»

(Giorgio Linguaglossa)

da Mark Strand L’uomo che cammina un passo avanti al buio (Poesie 1964-2006) Oscar Mondadori, 2007, pp. 392 € 15 – traduzione di Damiano Abeni

Mark Strand

Mark Strand

 

The tunnel

A man has been standing
in front of my house
for days. I peek at him
from the living room
window and at night,
unable to sleep,
I shine my flashlight
down on the lawn.
He is always there.

After a while
I open the front door
just a crack and order
him out of my yard.
He narrows his eyes
and moans. I slam
the door and dash back
to the kitchen, then up
to the bedroom, then down.

I weep like a schoogirl
and make obscene gestures
through the window. I
write large suicide notes
and place them so he
can read them easily.
I destroy the living
room furniture to prove
I own nothing of value.

When he seems unmoved
I decide to dig a tunnel
to a neighboring yard.
I seal the basement off
from the upstairs with
a brick wall. I dig hard
and in no time the tunnel
is done. Leaving my pick
and shovel below,

I come out in front of a house
and stand there too tired to
move or even speak, hoping
someone will help me.
I feel I’m being watched
and sometimes I hear
a man’s voice,
but nothing is done
and I have been waiting for days.

.
Il cunicolo

Un uomo sta fermo
davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
È sempre lì.
Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.
Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.
Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino del vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,
sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.
da “Dormendo con un occhio aperto”

(1964)

Mark Strand

Mark Strand

From the Long Sad Party
from “The Late Hour”

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We begin to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away.

 

Dal lungo party triste
da “The Late Hour”

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.

Mark Strand

Mark Strand

Keeping Things Whole
from “Sleeping with one eye open”

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

Tenendo le cose assieme

da “Sleeping with one eye open”

In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

Mark Strand

Mark Strand

 

 

 

 

 

 

 

What it was
from “Blizzard of one”

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened – a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

Cos’era da “Blizzard of one”

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

mark strand quote

 

 

 

 

 

Black sea
from “Man and camel”

One clear night while the others slept, I climbed
the stairs to the roof of the house and under a sky
strewn with stars I gazed at the sea, at the spread of it,
the rolling crests of it raked by the wind, becoming
like bits of lace tossed in the air. I stood in the long
whispering night, waiting for something, a sign, the approach
of a distant light, and I imagined you coming closer,
the dark waves of your hair mingling with the sea,
and the dark became desire, and desire the arriving light.
The nearness, the momentary warmth of you as I stood
on that lonely height watching the slow swells of the sea
break on the shore and turn briefly into glass and disappear…
Why did I believe you would come out of nowhere? Why with all
that the world offers would you come only because I was here?

 

Mare nero
da “Man and camel”

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

 

Mark Strand

Mark Strand

 

 

 

 

 

 

 

The Remains
from “Darker”

I empty myself of the names of others. I empty my pockets.
I empty my shoes and leave them beside the road.
At night I turn back the clocks;
I open the family album and look at myself as a boy.

What good does it do? The hours have done their job.
I say my own name. I say goodbye.
The words follow each other downwind.
I love my wife but send her away.

My parents rise out of their thrones
into the milky rooms of clouds. How can I sing?
Time tells me what I am. I change and I am the same.
I empty myself of my life and my life remains.

Ciò che resta

Mi svuoto del nome degli altri. Mi svuoto le tasche.
Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.
Di notte metto indietro gli orologi;
apro l’album di famiglia e mi guardo bambino.

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.
Dico il mio nome. Dico addio.
Le parole si inseguono nel vento.
Amo mia moglie ma la caccio.

I miei genitori si alzano dai troni
nelle stanze delle nuvole. Come posso cantare?
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e resto lo stesso.
Mi svuoto della mia vita e rimane la mia vita.

Mark Strand

A piece of the storm

from “Blizzard of one”

From the shadow of domes in the city of domes,
A snowflake, a blizzard of one, weightless, entered your room
And made its way to the arm of the chair where you, looking up
From your book, saw it the moment it landed. That’s all
There was to it. No more than a solemn waking
To brevity, to the lifting and falling away of attention, swiftly,
A time between times, a flowerless funeral.
No more than that
Except for the feeling that this piece of the storm,
Which turned into nothing before your eyes, would come back,
That someone years hence, sitting as you are now, might say:
It’s time. The air is ready. The sky has an opening.

Frammento di tempesta

Dall’ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, implacabile,
è entrato nella tua stanza e si è fatto strada fino al bracciolo
della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro l’hai scorto nel’attimo in cui si posava. Tutto qui.
Niente altro che un solenne svegliarsi
alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell’attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. niente altro
se non per la sensazione che questo frammento di tempesta,
fattosi niente sotto i tuoi occhi, possa ornare,
che qualcuno tra anni e anni, seduta come adesso sei tu, possa dire:
«È ora. L’aria è pronta. C’è uno spiraglio nel cielo».

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