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STIGMATA, Antologia bilingue italiano-inglese Shearsman Books, Bristol, trad. Cristina Viti. Presentazione il 9 febbraio 2016, h 19,30, a Swedenborg Hall, 20/21 Bloomsbury Way, Londra. Presentano il libro: l’editore Tony Frazer, Cristina Viti e Ian Seed (prof. all’University of Lancaster and the University of Cumbria). È presente l’Autore. – Gëzim Hajdari / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013, Dodici poesie, con un Commento di Giuseppina Di Leo

Gezim Hajdari Stigmata, Shearsman Books, Bristol 2016Shearsman Books – Gezim Hajdari – Stigmata Translated by Cristina Viti. Bilingual Italian/English edition. Published November 2015. Paperback, 142pp, 9 x 6ins. ISBN 9781848614413 [Download…

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Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013 con un Commento di Giuseppina Di Leo

Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët – 1. ed. – Isernia: Cosmo Iannone Editore, 2013 (Kumacreola: Collana di parole migranti e studi transculturali diretta da Armando Gnisci). – pag. 83 € 10,00. Testo albanese, con traduzione a fronte. In appendice: Monumento dell’erba amara, di Andrea Gazzoni.

Nota dell’autore

 Erbamara, scritta nel 1976 mentre frequentavo l’ultimo anno delle superiori nella città di Lushnje, in Albania, non venne pubblicata dall’editore del regime “N. Frashëri” di Tirana.

Secondo la censura: «i testi della raccolta non trattano il tema del nostro villaggio socialista; l’eroe delle poesie è un solitario che sfugge ai suoi coetanei, all’Associazione dei Pionieri, alla realtà; inoltre nei versi sono assenti le trasformazioni che hanno portato il socialismo in campagna sotto la guida del Partito…». A quell’epoca la silloge aveva come titolo Il diario del bosco. Ho tradotto i testi in italiano nel 1999. Due anni dopo, nel 2001, l’opera è stata pubblicata per la prima volta da Fara Editore. Questa nuova pubblicazione è ampliata ed include testi nuovi rispetto alla prima edizione. Offrendo ai lettori questi versi è come se tornassi indietro di molti anni nel gelido e inospitale inverno della dittatura albanese dove ebbe inizio il mio percorso poetico.

Gëzim Hajdari

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Gezim Hajdari

Commento di Giuseppina Di Leo

«Sogno la morte ogni volta / che torna la primavera. / I gemiti si perdono piano piano / nella nudità della pioggia. //…». La condizione di profugo si avverte immediatamente sin dalla prima poesia della raccolta Erbamara. Ci sono versi «gioiosi e tristi», di una nudità panica, nei quali il senso della perdita prevale come coscienza di un’età incisa nei segni del corpo («Di fumo e alcool / odora così presto il mio corpo…»).

È una paura antica, di morte, che si fa strada e il poeta la nomina, quasi per scongiurarla: «Chissà quale mare oscuro un giorno / stroncherà la mia voce.». Allora a premere è la precarietà della dimensione umana, che si richiama alla dimensione del tempo e al suo scorrere. Eppure, in questo caso, la parola si fa messaggero del corpo. Il poeta ne è cosciente, e come Eliot in The waste land, vede la morte in ciò che la vita, esibendosi, ci  modella a suo piacimento con i nostri cambiamenti.

Il poeta sa che a sostenerlo e guidarlo è la parola, portatrice del canto della sua terra; mentre, se venisse a mancargli la voce la terra, da materna, acquisterebbe una dimensione famelica, che incessantemente lo divorerebbe. È come se nascondesse un fondo oscuro e ambiguo la poesia della lontananza di Hajdari, una quasi non-esistenza nel disgregarsi del corpo-parola, conseguenza diretta della separazione fisica dai luoghi d’origine. Di tanta morte il poeta continuerà a cantare, e per quella terra che non rivedrà ne avvertirà incessantemente la nostalgia,: «…Percorrerò per l’ultima volta / la strada dove correvo nell’infanzia. / Se sarà al crepuscolo, / le lucciole illumineranno la nuova dimora.» (Mi troveranno nei campi trebbiati).

Si direbbe quasi che un disegno premonitore sia al fondo della vita di Hajdari (la data di nascita del poeta coincide con la morte del dittatore Stalin). Un evento ineluttabile è dunque la poesia, che è poesia del dolore, del distacco dalle origini e perdita della parola. Una parola che era già eco nel suo pronunciarsi («Gli stornelli che scavavano nella roccia / come se fossero impazziti…»).

Persino la morte si mostrerà spietata, né porterà riscatto all’esistenza: «Anche nell’aldilà mi suonerà / la maledizione nell’alba: / «Non avrai mai fortuna, che tu possa morire / per strada, come un cane!…» (Anche nell’aldilà mi suonerà). La morte, nella sua accezione di annullamento del ricordo andrebbe intesa come pensiero immanente che trova il suo posto nel luogo della poesia: essa condurrà un corpo giovane tra le rovine, per riportare in vita, in maniera, se possibile, ancor più atroce, i richiami ancestrali della terra-madre. Solo così agendo, luogo e memoria diventeranno tutt’uno e quasi legami imprescindibili e, in tal modo, con essi, più dolorosi si faranno i ricordi.

I due temi  ricorrenti in Erbamara, tempo e ricordo, sono al centro di tutta la produzione del “contadino” Hajdari. Come scrive Andrea Gazzoni: «L’erba dei campi di Darsìa è amara, ma più vera e più durevole di quell’allucinazione collettiva che è il potere. […] Aruspice che legge i segni delle colline di Darsìa, il poeta di Erbamara colleziona e annota i vaticini per trovare una chiave capace di rompere la maledizione di un presente sempre uguale, a cui ci condanna il «fango incanutito da secoli», il fango che «si unisce all’eterno» impastando la stessa illusoria permanenza del regime dittatoriale. Ma ogni presagio colto è tanto più sinistro quanto è nitido per i sensi. …».

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Dal momento che ogni cosa è andata perduta e man mano che il ricordo si perde «sul volto del tempo», «Come una pelle nera», il poeta s’impone la ricerca costante de perché, mentre intorno persino i frutti del suo giardino, cadendo, fanno eco «come brutti sogni.» (Nulla albeggia).

Una elegia del dolore è Erbamara: la brutalità degli anni dittatoriali è infissa nel corpo e risuona nella voce. Il destino sembra dunque segnato e lo perseguiterà «come ombra». Eppure la morte non gli fa paura, se consente la libertà del ricordo: «Due cose porterò con me / nel paradiso promesso: / i pianti in primavera delle prede / e i canti dei gitani.» (Ora vago tormentato nel paese).

«Immensa come te, collina, / è la mia angoscia. / Ogni verso ardente che m’ispiri / è amore e tormento.» Il poeta rievoca ovunque l’habitat naturale come termine di paragone della propria esistenza, immedesimandosi con la natura e con gli esseri che la abitano. In particolare, sono le creature della notte quelle che sente a lui più simili, quando si liberano nell’aria e danno vita a «sogni e speranze nel nulla», fino a al confondersi di «grida e voci» (Immensa come te, collina).

Tempo e memoria sono irrevocabilmente persi in «incendi e abissi». Al poeta non resta che domandarsi che fine abbiano fatto i suoi anni giovanili, così lontani come la giovinezza: «Dove si nascondono i miei anni verdi? / Da collina a collina, / la pelle dell’infanzia perduta / suona e trema al vento.» Gli echi del paesaggio della Darsìa chiamano il poeta quasi a volerlo consolare per la distanza che lo separa; solo un dialogo immaginario gli permette di rispondere dicendo che la sua presenza è sempre lì.

L’andamento piano è una costante delle liriche di questa raccolta, ne misura insieme forza e capacità espressiva. Ma, la poesia, è in grado di esaudire il desiderio? Sembrerebbe di no. Difatti, alla domanda: «Mia patria, / perché quest’amore folle per te?», il poeta nega possa esserci un risarcimento per mezzo dei versi che, anzi, segnano la lacerazione tracciandone maggiormente la ferita:

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?
Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.
I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.
Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.
Gezim Hajdari a Udine 2011

Gezim Hajdari a Udine 2011

Meglio però non lasciarsi ingannare, poiché è dal tormento dei versi che nasce il bisogno comunicativo del poeta. Quando la poesia eleva il «luogo» essa funge da anello di trasmissione di un’idea che diventi «condivisibile», come magistralmente sottolinea Gazzoni: «Esilio in patria ed esilio fuori dai confini si richiamano l’un l’altro attraverso la ricorrenza, nell’opera di Hajdari, di posture, situazioni, gesti e stilemi. Ma ora fermiamoci qui, sulla soglia finale di Erbamara, senza addentrarci nella poesia che Hajdari ha composto in seguito. Lasciamo al lettore il gusto di prendere in mano i singoli volumi o l’antologia delle Poesie scelte, leggendo i testi in sequenza come un unico ciclo poetico, coerente e compatto pur nelle sue trasformazioni, tutte direttamente o indirettamente legate alla terra di Darsìa e alla sua memoria. Proprio questa centralità del luogo nella poesia di Erbamara (e poi di tutta l’opera hajdariana) rivela un’istintiva affinità con i poeti che cominciano dal loro luogo particolare, per quanto marginale sia, per farne poi nel linguaggio e nella memoria della letteratura un luogo di tutti, un luogo comune (dicibile, condivisibile, in una parola: traducibile)…».

Nessuno sa se ancora resisto
in quest’angolo di terra arsa
e scrivo a notte fonda ubriaco
versi gioiosi e tristi.
Sogno la morte ogni volta
che torna la primavera.
I gemiti si perdono piano piano
nella nudità della pioggia.
Come brucia in fretta
la mia giovinezza senza richiami!
Ovunque dintorno mi sorridono
rose e coltelli.
Di fumo e alcool
odora così presto il mio corpo.
Chissà quale male oscuro un giorno
stroncherà la mia voce.
*
Mi troveranno nei campi trebbiati
senza respiro tra le labbra,
sdraiato sulla paglia che adoravo
con i colombi che beccano accanto.
Sul volto il fazzoletto bianco di mia madre,
mi porteranno nella stanza natale:
«Povero ragazzo, quanto ha sofferto!»
dirà la gente intorno al mio corpo.
Dopo avermi lavato
con l’acqua fresca del pozzo,
mi metteranno sul carro del grano
tirato dai buoi di campagna.
Percorrerò per l’ultima volta
la strada dove correvo nell’infanzia.
Se sarà al crepuscolo,
le lucciole illumineranno la nuova dimora.
Gezim Hajdari, Siena 2000 (1)

Gezim Hajdari Siena 2000

Anche nell’aldilà mi suonerà
la maledizione nell’alba:
«Non avrai mai fortuna, che tu possa morire
per strada, come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati.
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.

*

Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.

*

Nulla albeggia
sul volto del tempo.

Come una pelle nera
la notte balcanica.

Nell’abisso della valle
polvere i miei desideri,
cenere le mie stagioni.

Cosa cerco
in cima alla collina
di un paese tormentato
e di ubriachi?

Fuori, nel giardino,
il vento fa cadere le cotogne nel fango
come brutti sogni.

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

Appoggiati al muro della casetta,
nell’ultimo giorno d’autunno,
prendiamo il sole che picchia,
io e una lucertola senza coda.

Nulla accade in questa provincia,
gli stessi uomini, gli stessi i volti.
Tutto si trascina con fatica
nel fango incanutito da secoli.

D’ora in poi, nell’arena del gelo,
ci sentiremo soli nella collina cupa.
Io e il falco combatteremo
con i denti e gli artigli.

Sdraiato sulla terra umida
assaporo l’erbamara dei prati.
Negli abissi dei cieli impazziti
si perde il mio sguardo.

Non lontano dalla mia dimora,
dove si fecondano i fulmini,
il vento del mare porta come misericordia
le voci degl’internati nei Campi .

*

Non m’interessa
quale sarà il mio destino.
Se si nasconde qualcosa intorno
no, non voglio saperlo.

Ho vissuto così a lungo
nel mio terrore.
Ho vagato per le strade Hajdaraj
come nella mia tomba.

So ciò che mi attende
dietro ogni crepuscolo.
In un mondo di coltelli
non chiedo di salvarmi.

*

Spesso a notte fonda
entra una strana voce nella mia stanza,
giunge sempre alla stessa ora
dal profondo di un pozzo scuro.

Siede accanto al mio letto
cupa e minacciosa.
Quante volte mi sono svegliato
in ansia e spavento.

«Non ti spaventare fanciullo –
mi ripete ogni volta al buio –
le ombre che ti si affacciano nei sogni,
non sono che chimere.

Vivrai a lungo da guerriero
tra vipere e corvi.
Per compagni di viaggio avrai
solo spine e pietre.

Vai avanti per la tua strada,
non dar retta ai finti oracoli.
Il tuo seme di contadino
inciderà sul fango albanese.»

Poi si dilegua nel buio
del fondo del pozzo scuro,
per tornare ogni notte alla stessa ora
più cupa e minacciosa.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (2)

Gezim Hajdari, Siena 2000

Luna,
è fuggita anche questa stagione
senza un bacio
nella notte bianca.

Cielo,
è passato anche quest’anno
senza una ragione,
con la sete dei pozzi prosciugati
nelle nostre labbra nere.

Valle,
sta andando anche questo secolo
come un toro abbattuto,
con il tempo che ci scivola tra le dita
e il canto del cuculo da collina a collina.

*

Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.
*

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?

Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.

Dove nascondermi
nella collina brulla?

I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.

Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.

*

Gli anni si sciolsero,
ad uno ad uno si persero.
A stormi le rondini
nei cieli volarono.

Nel cortile lasciarono
piume e richiami.
Sulle grondaie delle casette
nidi e rumori.

Altri anni giunsero
di tuoni e gioia.
Altri voli di rondini
abbandonarono i nidi.

Nelle colline di Darsìa,
di buio e freddo,
invano attendiamo
una chimera all’orizzonte.

Le primavere fuggirono,
per gli abissi gocciolarono.
Come i cieli grigi
anche noi invecchiamo.

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.
In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.
Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.
Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.
È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.
Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3.
Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari.
Dal 1992, vive come esule in Italia.
Opere
Ha pubblicato in Albania
  • Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;
  • Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte).
  • Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010
 
Ha pubblicato in Italia in bilingue
  • Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993
  • Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995
  • Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000
  • Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001
  • Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013
  • Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007
  • Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006
  • Maldiluna/ Dhimbjehëne,Besa, 2005. II edizione Besa 2007
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005,
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007
  • Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007
  • Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008
  • Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014
  • Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011
  • Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012
  • I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012
  • Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013
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giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

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TRE POESIE INEDITE di Wilson HarrisTroy”, “Stretto di Behring”, “Rio delle Amazzoni” a cura di Andrea Gazzoni

Aerial, Forest Canopy, Kaieteur Falls, Potaro River, River, Save Your World, Landscape, Guyana, September 2007, Freshwater; GUYANA; South America; Water; fresh water; horizontal; landscape; waterfall; waterfalls; © CI/

Aerial, Forest Canopy, Kaieteur Falls, Potaro River, River, Save Your World, Landscape, Guyana, September 2007, Freshwater; GUYANA; South America; Water; fresh water; horizontal; landscape; waterfall; waterfalls; © CI/

 Wilson Harris è nato nel 1921 a New Amsterdam, nell’allora Guyana Britannica, da una famiglia nella quale si mescolano elementi europei, asiatici, africani e amerindi. In gioventù ha lavorato in spedizioni topografiche all’interno della Guyana equatoriale, che rimarrà lo scenario principale di tutta la sua opera, anche dopo il suo trasferimento definitivo in Inghilterra nel 1959. Considerato tra i maestri fondatori della moderna letteratura dei Caraibi anglofoni, nonché tra i maggiori scrittori e pensatori del mondo post-coloniale, Harris ha pubblicato ventitre romanzi, due volumi di racconti, un libro di poesie e un grande numero di saggi (vedi la raccolta The Unifished Genesis of Imagination; in italiano è stato tradotto il saggio Creolità: il crocevia di una civiltà? in «Scritture migranti», 3/2009, accessibile qui: http://www.academia.edu/8634080/Wilson_Harris_Creolit%C3%A0_il_crocevia_di_una_civilt%C3%A0_). Palace of the Peacock (tr. it. Il palazzo del pavone, Einaudi 1989) è il suo primo romanzo, capitolo iniziale della tetralogia Guyana Quartet. I suoi romanzi più recenti sono The Mask of the Beggar (2003) e The Ghost of Memory (2006), nei quali si ricapitola vertiginosamente mezzo secolo di una scrittura: un’esplorazione filosofica e visionaria attraverso processi di riscrittura e contaminazione immaginativa di mitologie, storie, cronache, archetipi e paesaggi. All’inizio di questo percorso stanno i versi seminali di Eternity to Season (1954, nuova ed. riveduta nel 1978), con le loro condensazioni metamorfiche di storia, mito, pensiero e natura.

 (Andrea Gazzoni)

[da Wilson Harris, Eternity to Season, London, New Beacon Books, 1978, I ed. 1954]

wilson harris

wilson harris

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Troy

The working muses nourish Hector
hero of time: small roots move
greener leaves to fathom the earth.
This is the controversial tree of time
beneath whose warring branches
the sparks of history fall. So eternity to season
the barbaric conflict of man.

So he must die first to be free.
Solid or uprooted in pain, his bright limbs
must yield their glorious intentions to the secret
root of the heart. And musing waters dart
like arrows of memory over him, a visionary: smarting tears
of the salty earth.

The everchanging branches of the world, the green
loves and the beautiful dark veins in time
must fall to lightnings and be calm in broken compassion:
but the wind moves outermost and hopeful auguries:
the strange opposition of a flower on a branch to its dark
wooden companion. On the gravel and the dry earth
each dry leaf is powder under the wheels
of war. But each brown root has protection
from the spike of flame. Each branch
tunnels to meet a well or inscrutable
history.

To be truly mortal –
must Hector to the immortals climb?

What glory has the almighty promised him?

only this –
capricious lightning of victory.
Achilles rests beside the ancient sea
and death waits in the guise of immortality.

So Hector knows the trunk of man. the branches of heroes and gods
foreshadowing the labour of all.

Loses his spear and groans to leave his love:
so is pursued by a contradiction. The fine blades of grass
point their arrows to his heart:
flowers burn. inexorable stars: his roots serve
to change illusion and forsake
blossoming coals of immortal imperfection.

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Troia

Le muse operose nutrono Ettore
eroe del tempo: radici piccole spingono
foglie più fresche a sondare la terra.
Questo è l’albero controverso del tempo,
sotto i suoi rami in guerra
cadono le scintille della storia. Così dall’eternità alla stagione
il barbaro conflitto dell’uomo.

Così lui deve prima morire per essere libero.
Salde o sradicate con dolore, le sue membra splendenti
devono cedere le loro intenzioni gloriose alla segreta
radice del cuore. E acque assorte si lanciano
come frecce di memoria sopra di lui, un visionario: le lacrime brucianti
della terra salata.

I rami del mondo che mutano sempre, gli amori
verdi e le vene oscure e stupende nel tempo
devono cadere coi fulmini, placarsi nella compassione spezzata:
ma il vento sospinge dei segni, lontanissimi, fausti:
la strana opposizione di un fiore su un ramo al suo oscuro
compagno di legno. Sulla ghiaia e la terra secca
ogni foglia secca è polvere sotto le ruote
della guerra. Ma ogni radice bruna è protetta
contro le punte di fiamma. Ogni ramo
scava gallerie verso un pozzo o un’imperscrutabile
storia.

Per essere davvero mortale –
deve Ettore
agli immortali salire?

Quale gloria a lui l’onnipotente ha promesso?

questa, non altra –
i capricci del fulmine della vittoria.
Accanto all’antico mare Achille riposa
e la morte è in attesa, vestita d’immortalità.

Così Ettore conosce il tronco dell’uomo, i rami degli eroi e degli dei
che adombrano il travaglio di tutti.

E perde la sua lancia e geme lasciando il suo amore:
così una contraddizione lo insegue. L’erba affilata
punta frecce al suo cuore:
i fiori bruciano, inesorabili stelle: le sue radici servono
a mutare l’illusione e a rinunciare
ai carboni in fiore dell’imperfezione immortale.

wilson-harris

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Behring Straits

The tremendous voyage between two worlds
is contained in every hollow shell, in every name that echoes
a nameless bell,
in tree-trunk or cave
or sound: in drowned Asia’s bones:
a log-book in the clouds
names the straits of eternity: the marbles
of ocean and indomitable tides.

So life discovers the remotest beaches in time
that are always present in action: the interior walls of being
open like a mirrorless pool, the ocean’s nostalgia
and the stormy communication of truth turn still deeply
like settlement and root.

Untangled the trees mount to the sky
and the silence is filled with a different wave like sound
that alters dimension. The cool cave of ship
is sudden beached with sun
is drowned in a fluid ecstasy that devours and is devoured in turn
external still profound.

The voyage between two worlds
is fraught with this grandeur and this anonymity. Who blazes a trail
is overtaken by a labyrinth
leading to many conclusions.

The valleys of ocean
are spent
and the mountains stand cloudlike and august, solid and bent
to the sailor on his round. Until they figuratively drown
in an overwhelming sea or a spiritual
mound. So the incomplete discovery of the world
in the blueness of its delicacy
is broken on the beach of its lofty ground
like a wave that meets resistance and must rise unerringly
into an outline or alienation or history
into a bond that both strengthens and severs in the movement of life:
since heaven deepens the immortal sea
like eternity that disguises
a wound.
But earth waits for the continual voyager
who dances on mortal ground.

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wilson harris

Stretto di Behring

Il viaggio tremendo da un mondo all’altro
è dentro ogni conchiglia cava, in ogni nome che è l’eco
di un’anonima campana,
in un tronco o caverna
o suono: nelle ossa dell’Asia sommersa:
nelle nuvole un diario di bordo
dà nome allo stretto dell’eternità: i marmi
dell’oceano e le indomabili maree.

Così la vita scopre le spiagge più remote nel tempo,
sempre presenti e in azione: le mura interne dell’essere
s’aprono come una pozza senza specchio, la nostalgia dell’oceano
e la verità che la tempesta dice si placano, nel profondo,
come insediamento e radice.

Districati gli alberi salgono al cielo
e il silenzio si colma di un’onda diversa, come suono
che cambia le dimensioni. La caverna fresca della nave
è d’un tratto tirata a secco dal sole
è sommersa in un’estasi fluida che divora, divorata a sua volta,
che è in superficie eppure è profonda.

Il viaggio da un mondo all’altro
è carico di questa grandezza e di questo anonimato. Chi traccia un sentiero
è raggiunto da un labirinto
che porta a molte conclusioni.

Le valli dell’oceano
sono dissolte
e le montagne si alzano come nuvole, solenni, salde e rivolte
al marinaio nel suo giro. Finché come in un simbolo non sono sommerse
da un incontenibile flutto o da un tumulo
sacro. Così la scoperta incompiuta del mondo
nell’azzurro della sua fragile grazia
si spezza sulla spiaggia del suo terreno rialzato.
Come un’onda che trova resistenza e deve levarsi precisa
in un profilo o un’alienazione o una storia
in un vincolo che si rinforza e recide nel movimento della vita:

perché il paradiso fa più profondo il mare immortale
come l’eternità che traveste
una piaga.
Ma la terra attende il viaggiatore incessante
che sul terreno mortale
danza.

wilson harris

wilson harris

 
Amazon

The world-creating jungle
travels eternity to season. Not an individual artifice –
this living movement
this tide
this paradoxical stream and stillness rousing reflection.

The living jungle is too full of voices
not to be aware of collectivity
and too swift with unseen wings
to capture certainty.

Branches against the sky tender to heaven the beauty
of the world: the store-house of heaven
breaks walls to drop tall streams.

Green islands
and bright leaves lift their blossom of sunrise
and the setting sun wears a wild rose like blood.

This self-same blossom bums the clouds: noonday skies are bitter
broken out of all proportion to individual fire
into the great bonfire of the world.

This massive fury sits timelessly
at the low windows of space.

The deep spirit of innocence
is breathless dreamless maturity:
the trees’ black hands are outstretched
in patience. The wings of a bird
fan the burning air.

External and internal
forces are separate illusions that move
beyond glitter and gloom with knife to cut inner and outer times from each other
Within an animal or god
whose stealth is an immaterial succession
of movements, so vast and precise, as to have no gesticulatory action.

.
Rio delle Amazzoni

La giungla creatrice del mondo
è in viaggio dall’eternità alla stagione. Non è un artificio d’individuo –
questo movimento vivente
questa marea
questa corrente e calma paradossale che risveglia la riflessione.

La giungla vivente è troppo piena di voci
per non sapere della collettività
e con le sue ali invisibili è troppo veloce
per catturare la certezza.

Rami contro il cielo porgono al paradiso la bellezza
del mondo: il deposito del paradiso
spezza le mura, fa cadere le alte correnti.

Isole verdi
e foglie splendenti innalzano il fiore del sole che sorge
e il sole che cala porta una rosa selvatica simile a sangue.

È questo fiore, lo stesso, a bruciare le nuvole: i cieli a mezzogiorno sono duri
spezzati oltre ogni misura di fuoco d’individuo
dentro il gran rogo del mondo.

Questa furia massiccia giace senza tempo
alle finestre basse dello spazio.

Lo spirito profondo dell’innocenza
è maturità senza fiato senza sogni:
le mani nere degli alberi si allungano
con pazienza. Le ali d’un uccello
fanno vento all’aria che brucia.
Le forze esterne, le forze interne
sono illusioni distinte che vanno
oltre il buio e le luci con un coltello a tagliare via tempi di dentro e di fuori, gli uni dagli altri,
nel corpo di un animale o di un dio
il cui passo furtivo è un’immateriale successione
di movimenti, così vasti e precisi, che non ha gesti la sua azione.

 

andrea gazzoni

andrea gazzoni

Andrea Gazzoni (http://upenn.academia.edu/andreagazzoni) è autore di Epica dell’arcipelago. Il racconto della tribù, Derek Walcott, “Omeros” (Firenze, Le Lettere, 2009) e curatore di Poesia dell’esilio. Saggi su Gëzim Hajdari (Isernia, Cosmo Iannone, 2010). Epica, traduzione, teoria della letteratura e Digital Humanities sono al centro delle sue attuali ricerche. Ha scritto articoli nel campo della letteratura italiana moderna e della letteratura comparata, alcuni dei quali dedicati a singole figure come Kamau Brathwaite, Derek Walcott, Wilson Harris, Gëzim Hajdari, Alberto Savinio, Franco Fortini ed Eugenio Montale. Ha tradotto in italiano Diritti di passaggio di Kamau Brathwaite (Roma, Edizioni Ensemble, 2014), e sta curando l’antologia di scritti di poetica Pensiero caraibico (Roma, Edizioni Ensemble, 2015; con testi di Kamau Brathwaite, Alejo Carpentier, Édouard Glissant, Derek Walcott). È redattore della rivista di scambi interculturali «Scritture migranti» (www.scritturemigranti.it). Ha insegnato letteratura e lingua italiana alla University of Oregon, alla Portland State University, alla University of Pennsylvania e nella scuola pubblica italiana. Ha conseguito una laurea in Lettere all’Università di Bologna e un dottorato in Letteratura comparata e traduzione del testo letterario alla’Università di Siena. Attualmente è iscritto al programma di PhD in Italian Studies della University of Pennsylvania.

 

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DUE POEMI di Kamau Brathwaite (1930) “La polvere” “Ali di colomba” da Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014 (Parte II Prima traduzione in italiano)

capanna

capanna

 Nato nel 1930 a Bridgetown, sull’isola di Barbados, Kamau Brathwaite è non solo un poeta di fama internazionale ma anche uno storico, un critico, un editore e un organizzatore culturale che ha segnato mezzo secolo di letteratura caraibica in lingua inglese (della quale è tra i grandi padri fondatori insieme ad autori come Derek Walcott, George Lamming e Wilson Harris) e di cultura postcoloniale. Emigrato in Inghilterra con una borsa di studio per gli studi universitari, si è formato come storico, e ha scritto importanti saggi sulla creolizzazione della cultura caraibica e sulle sue origini africane. Dopo alcuni anni in Ghana, tornato nei Caraibi pubblica tra 1967 e 1969 la trilogia The Arrivants, composta dal poema della diaspora (Rights of Passage), da quello della riscoperta alla radici (Masks) e da quello del ritorno al Nuovo Mondo (Islands). Fonda il Caribbean Artist Movement ed è uno dei fautori di uno scambio culturale sempre più intenso tra i Caraibi anglofoni, francofoni e ispanofoni. Come poeta e critico Brathwaite difende le ragioni della voce e dell’oralità, radicate nel nation language, l’inglese parlato e creolizzato dalle genti delle isole. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 scrive la seconda trilogia, Ancestors, con Mother Poem, Sun Poem, X/Self.  Sia in poesia che in prose narrative che in saggi critici Brathwaite trasporta la sua sperimentazione sull’oralità dentro alla materialità della scrittura, sviluppando il suo Sycorax Video Style, che produce testi come partiture visive.

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

Composti in questa modalità all’inizio del nuovo millennio, i due volumi di MR (Magical Realism) sono la più grande sintesi del Brathwaite poeta-pensatore-lettore-critico, nonché uno dei più grandi, innovativi e profondi studi di letteratura comparata che si possano oggi leggere. Verso la fine degli anni ‘80 una serie di drammatici avvenimenti personali e collettivi danno inizio a quello che lo stesso Brathwaite ha chiamato il suo “tempo del sale”, che infine lo vede lasciare l’arcipelago e cominciare l’attività di professore di letteratura comparata alla New York University, dove in anni più recenti comincia un “secondo tempo del sale”. Brathwaite ha chiamato culural lynching, “linciaggio culturale” – memore di una storia antica di violenza – l’isolamento e il sabotaggio che lo hanno colpito fino a fargli lasciare il suo posto a New York, in particolare con la sottrazione di materiali dal suo archivio personale, che in mezzo secolo ha raccolto non solo il percorso di un artista e intellettuale ma le testimonianze scritte, orali, visive e materiali di una cultura, quella caraibica, che non ha musei o luoghi che preservino le tracce del suo passato. Piegato dalle fatiche e dalle frustrazioni, Kamau Brathwaite continua a produrre scritti che sconcertano per la loro radianza emotiva, intellettuale e visionaria.

andrea gazzoni

andrea gazzoni

[Per una più completa introduzione al quel grande continuum che è l’opera di KB, rinvio allo “Speciale Kamau Brathwaite” pubblicato sul n.2 della «Rivista dell’Arte», pp. 150-212, corredato di traduzioni di poesie edite ed inedite]:

[I seguenti testi sono tratti da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014. Dal tessuto continuo del poema si sono estratte alcune sequenze].

http://www.aliasnetwork.it/pdf_rivistaArte/pdf_N2_marzo2013/N2_marzo2013.pdf ]

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

 Kamau Brathwaite "Diritti di passaggio"

The Dust

Evenin’ Miss
Evvy, Miss
Maisie, Miss
Maud. Olive,

how you? How
you, Eveie, chile?
You tek dat Miraculous Bush
fuh de trouble you tell me about?

Hush!
Doan keep so much noise
in de white people shop!

But you tek
it?

Ev’ry night ‘fore uh gets
into bed.

Uh bet-
‘cha you feelin’ less
poorly a’ready!

I int know, Pearlie,
man. Any-
way, the body int dead.

No man, you even lookin’
more hearty!

A’ready?
Then all uh kin say
an’ uh say it agen:
we got to thank God
fuh small mercies.

Amen,
Eveie, chile.
Amen,
Eveie, chile

an’ agen
I say is Amen.

Miss Evvy, uh wants
you to trus’ me half
pung-a flour an’ two
cake o’ soap till
Mundee come wid de will
o’ de Lord.

Write two
cake o’ soap an’ half
pung-a flour in Olive black balance
book fuh me, Maisie muh dear.
An’ Olive—

doan fuhget ‘bout de
biscuit an’ sawlfish
you daughter Marilyn
come here an’ say that you wish
to tek out las’ month!
Mundee Dee Vee, uh settlin’
up ev’ry brass bill an’ pen-
ny that owin’ this shop, Miss
Olive muh dear.

Hey Mary!
You there?
I int see you there
wid you head half hide
in de dark o’ dat crocus bag. How
Darrington mule?

He still sicky-sicky. An’ now
I hear dat de cow
gone down too. It int give no milk
since las’ Tuesdee.

Is de pes-
tilence, man.
Same kind o’ sickness,
like wickedness, man, dis-
favour de yams.

Is true. Bolinjay,
spinach, wither-face cabbage,
muh Caroline Lee an’ the Six Weeks, too;
greens swibble up an’ the little blue
leafs o’ de Red Rock slips gettin’ dry
dry dry.

Is de pes-
tilence, man.
Mister Gilkes say is a test
o’ de times like the nine-
teen fourteen an’ eighteen
war when they burn out ‘e balls
wid dat yellowin’ mustard gas.

An’ if you as’
me, there soon goin’
to be fresh wars an’ rumours
of wars.

But is
true.

Is
the pes-
tilence, man. You
int hear

the silence? Pastor
say las’ night in the Chapel
that the Writin’ Han’ pun the Wall.

But that isn’t all!
you remember that story
Gran’ tell us ‘bout May
dust?

No! What nother fuss
that?

Well it seem that
they have a mountain near hey
that always smokin’ an’ boilin’
like when you belly got bile.

What you sayin’, chile!

But is
true!

Now how you
know! Any-
body live there? You
know any-
body from there who
live out near here?
Besides, where
exactly you say this place is?

That isn’t you biz-
ness! Besides,
is miles an’ miles
from the peace o’ this

place an’ is
always purrin’ an’ pourin’
out smoke. Some say
is in one o’ them islands away

where they language tie-tongue
an’ to hear them speak so
in they St. Lucia patois
is as if they cahn unnerstan’

a single word o’ English.
But uh doan really know. All uh know
is that one day suddenly so
this mountain leggo one brugg-a-lung-go

whole bloody back side
o’ this hill like it blow
off like they blastin’ stones
in the quarry.

Rocks big as you cow pen hois’
in the air as if they was one
set o’ shingles. That noise,
Jesus Christ, mussa rain down

splinter an’ spark
as if it was Con-
federation.

But you int got to call
the Lord name in vain
to make we swallow
this tale! It int nice,

Olive, man!

It is true!
An’ the Lord God
know that uh sorry.

But it black black black
from that mountain back:
in yuh face, in yuh food,

[in yuh eye. In fac’,
Granny say, in de broad
day light, even de white

o’ she skylight went out.
An’ if you hear people shout!
how they can’t find the way

how they isn’t have shelter
can’t pray to no priest or no leader
an’ God gone an’ darken the day!

Gran’ say that even the fowls in the yard
jump back pun they coops when the air
turn grey an’ the cocks start to crow
as if it was foreday mornin’.

It went dark dark dark
as if it was night
an’ uh fright-
en, you know,

when uh hear things so;
is make me wonder an’
pray: ‘cause uh say

to meself: Olive, chile,
you does eat an’ sleep
an’ try to fuhget

some o’ de burdens
you back got to bear;
you does drink, dance

sometimes pun a Sar’dee
night, meet yuh man
an’ if God bless yuh, beget

Yuh does get up, walk ‘bout,
praise God that yuh body
int turnin’ to stone,

an’ that you bubbies still big;
that you got a good
voice that can shout

for heaven to hear
you: int got nothin’ to fear
from no man. You does come

to the shop, stop, talk
little bit, get despatch
an’ go home;

you still got a back that kin dig
in the fields
an’ hoe an’ pull up the weeds

from the peeny brown
square that you callin’ you own;
you int sick an’ you children strong;

ev’ry day you see the sun
rise, the sun
set; God sen’ ev’ry month

a new moon. Dry season
follow wet season again
an’ the green crop follow the rain.

An’ then suddenly so
widdout rhyme
widdout reason

you crops start to die
you can’t even see the sun in the sky;
an’ suddenly so, without rhyme,

without reason, all you hope gone
ev’rything look like it comin’ out wrong.
Why is that? What it mean?

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

La polvere

‘Sera Miss
Evvy, Miss
Maisie, Miss
Maud. Come stai

Olive? Come sta
la mia Eveie?
Lo hai preso il Cespuglio dei Miracoli
per il guaio che mi hai detto?

Zitta!
Non far ‘sta cagnara
nella bottega dei bianchi!

Ma allora lo
hai preso?

Tutte le sere prima di
andarmi a letto.

Scom-
metto che ti senti
già meno giù!

Non lo so,
Pearlie mia amica. Com’è
o come non è, non è morto qua il corpo.

No amica mia, sembri anche
più sana!

Di già?
Allora posso dirlo
e lo dico ancora:
ringraziamo Dio
per le sue piccole grazie.

Amen,
Eveie mia.
Amen,
Eveie mia

e io dico
ancora Amen.

Miss Evvy, vorrei
segnare la farina mezza
libbra e il sapone
due pezzi finché non è
lunedì se lo vuole
Nostro Signore.

Scrivi sapone
due pezzi e farina mezza
libbra nel libro nero dei conti
di Olive per me, Maisie mia cara.
E Olive –

non ti scordare i
biscotti e il merluzzo salato
che Marylin tua figlia
è venuta qui e ha detto che vuoi
saldare l’ultimo mese!
Sì lunedì sì ti pago
tutto il malloppo le carte e gli spic-
ci in sospeso in questa bottega, Miss
Olive mia cara.

Ehi Mary!
Sei tu?
Non ti vedevo laggiù
con mezza testa allo scuro
sotto il saccone di iuta. Come sta
il mulo di Darrington?

Malato è malato. E in più
ho sentito che pure la mucca
se ne sta un bel po’ giù. È da martedì
che il latte non c’è.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Un tipo di malattia uguale,
come una carogneria, amica, stra-
pazza gli ignami.

Vero. Melanzane,
spinaci, i cavoli a grinze,
Anche le mie patate e i fagioli dell’occhio;
la verdura trapassa e nella fila dei cavoli le foglioline
azzurre sono ormai così secche
secche secche.

È la pes-
tilenza, amica mia.
Il signor Gilkes dice che è una prova
dei tempi come nel quattor-
dici diciotto con la
guerra quando bruciavano le palle
con quel gas mostarda tutto giallo.

E se me lo chiedi
a me, lo so che presto
ci saranno altre guerre e voci
di guerre.

Ma è
vero.

È
la pes-
tilenza, amica mia. Non
lo senti tu

il silenzio? Il Pastore
nella Cappella ieri sera diceva
che è la Mano che scrive sul muro.

Ma non è tutto qui!
ti ricordi la storia
che il nonno diceva, la polvere
a maggio?

No! Che altra
roba è?

Be’ sembra che
c’è una montagna vicino qua
che tutto il tempo bolle e fuma
come quando hai la bile nella pancia.

Cosa dici, cara mia!

Ma è
vero!

E come lo
sai? Là qual-
cuno ci vive? Tu
conosci qual–
cuno da là
che vive quaggiù?
E anche, dove dici
che questo posto è di preciso?

Non sono af-
fari tuoi! E poi,
è miglia e miglia
dalla pace di questo

posto
e tutto frigge e tutto fuma
tutto il tempo. C’è chi dice
che è laggiù in una di quelle isole

dove gli si intorciglia la lingua
e sentirli parlare così
nel loro patois di St. Lucia
è come se non sanno capire

neanche una parola di inglese.
Ma non lo so per davvero. Tutto quello che so
è che un giorno di colpo così
questa montagna ha fatto bum-bum-bum-kabumm

Tutta quella maledetta parte di dietro
di questa collina è come scoppiata
come nella cava che fanno saltare
in aria le pietre.

Rocce grosse come il recinto dove tieni le mucche
buttate su in aria come se erano
un pugno di ghiaia. Quel botto,
Cristo santo, deve aver fatto piovere giù

schegge e scintille
come se fosse la Con-
federazione.

Ma non hai da nominare
il nome di Dio invano
per farcela bere questa
storia. Non va bene,

Olive, cara!

È vero!
E il Signore Iddio
sa che ti dispiace.

Ma che nero nero nero
da dietro di quel monte:
ce l’avevi in faccia, nel mangiare,

negli occhi. Infatti,
dice la nonna, in pieno
giorno anche il bianco

della sua finestrella si è spento.
E se senti la gente che grida!
come fanno a non trovare la strada
come fanno a non avere il riparo
a non pregarlo un prete o un capo
e Dio è andato via e ha fatto scuro quel giorno!

Dice la nonna che anche i polli nell’aia
saltavano sopra le stie quando l’aria
veniva giù grigia e i galli via che cantano
come quando è prima di giorno.

Si faceva scuro scuro scuro
come di notte
e hai pau-
ra, lo sai,

quando senti cose così;
e mi fa meravigliarmi e
mi fa pregare: perché io

mi dico: Olive mia,
tu mangi e poi dormi
e provi a scordarti

qualcuno dei pesi
che ha da portare la schiena;
tu bevi, tu balli

a volte un sabato
sera, incontri il tuo uomo
e con la grazia di Dio fai un figlio

Tu ti alzi, vai in giro.
ringrazi Dio che il tuo corpo
non è ancora di pietra,

e le hai ancora grosse le tette;
che hai una voce
buona a gridare

fino al paradiso per farti
sentire: non hai da aver paura di niente
da nessuno. Te ne vieni

alla bottega, ti fermi, due
chiacchiere, dai il saluto
e vai a casa;

hai una schiena che può ancora scavare
nei campi
e zappare e strappare le erbacce
da quel quadra-
tino di terra che tu chiami il tuo;
non sei malata e hai figli forti;

ogni giorno lo vedi il sole
che s’alza, il sole
che scende; ogni mese Dio manda

una luna nuova. La stagione di secca
viene ancora dopo la stagione di pioggia
e dopo la pioggia viene il verde raccolto.

E poi di colpo così
non c’è rima
non c’è ragione

i tuoi raccolti iniziano a morire
non puoi neanche vedere il sole nel cielo;
e di colpo così, non c’è rima,

non c’è ragione, la tua speranza è finita tutta
ti sembra che tutto va storto.
Perché va così? Che cosa vuol dire?

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

Wings of a Dove

Brother Man the Rasta
man, beard full of lichens
brain full of lice
watched the mice
come up through the floor-
boards of his down-
town, shanty-town kitchen,
and smiled. Blessed are the poor
in health, he mumbled,
that they should inherit this
wealth. Blessed are the meek
hearted, he grumbled,
for theirs is this stealth.

Brother Man the Rasta
man, hair full of lichens
head hot as ice
watched the mice
walk into his poor
hole, reached for his peace
and the pipe of his ganja
and smiled how the mice
eyes, hot pumice
pieces, glowed into his room
like ruby, like rhinestone
and suddenly startled like
diamond.

And I
Rastafar-I
in Babylon’s boom
town, crazed by the moon
and the peace of this chalice, I
prophet and singer, scourge
of the gutter, guardian
Trench Town, the Dungle and Young’s
Town, rise and walk through the now silent
streets of affliction, hawk’s eyes
hard with fear, with
affection, and hear my people
cry, my people
shout:

Down down
white
man, con
man, brown
man, down
down full
man, frown-
ing fat
man, that
white black
man that
lives in
the town.

Rise rise
locks-
man, Solo-
man wise
man, rise
rise rise
leh we
laugh
dem, mock
dem, stop
dem, kill
dem an’ go
back back
to the black
man lan’
back back
to Af-
rica.
2
Them doan mean it, yuh know,
them cahn help it
but them clean-face browns in
Babylon town is who I most fear

an’ who fears most I.
Watch de vulture dem a-fly-
in’, hear de crow a-dem crow
see what them money a-buy?

Caw caw caw caw.
Ol’ crow, ol’ crow, cruel ol’
ol’ crow, that’s all them got
to show.

Crow fly flip flop
hip hop
pun de ground; na
feet feel firm

pun de firm stones; na
good pickney born
from de flesh
o’ dem bones;

naw naw naw naw. Continua a leggere

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Kamau Brathwaite (1930) da Diritti di passaggio Poesia caraibica in lingua inglese – cura e traduzione di Andrea Gazzoni Roma Edizioni Ensemble 2014 (Parte I Prima traduzione in italiano)

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

isola dei Caraibi

Nato nel 1930 a Bridgetown, sull’isola di Barbados, Kamau Brathwaite è non solo un poeta di fama internazionale ma anche uno storico, un critico, un editore e un organizzatore culturale che ha segnato mezzo secolo di letteratura caraibica in lingua inglese (della quale è tra i grandi padri fondatori insieme ad autori come Derek Walcott, George Lamming e Wilson Harris) e di cultura postcoloniale. Emigrato in Inghilterra con una borsa di studio per gli studi universitari, si è formato come storico, e ha scritto importanti saggi sulla creolizzazione della cultura caraibica e sulle sue origini africane. Dopo alcuni anni in Ghana, tornato nei Caraibi pubblica tra 1967 e 1969 la trilogia The Arrivants, composta dal poema della diaspora (Rights of Passage), da quello della riscoperta alla radici (Masks) e da quello del ritorno al Nuovo Mondo (Islands). Fonda il Caribbean Artist Movement ed è uno dei fautori di uno scambio culturale sempre più intenso tra i Caraibi anglofoni, francofoni e ispanofoni.

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

Come poeta e critico Brathwaite difende le ragioni della voce e dell’oralità, radicate nel nation language, l’inglese parlato e creolizzato dalle genti delle isole. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 scrive la seconda trilogia, Ancestors, con Mother Poem, Sun Poem, X/Self.  Sia in poesia che in prose narrative che in saggi critici Brathwaite trasporta la sua sperimentazione sull’oralità dentro alla materialità della scrittura, sviluppando il suo Sycorax Video Style, che produce testi come partiture visive. Composti in questa modalità all’inizio del nuovo millennio, i due volumi di MR (Magical Realism) sono la più grande sintesi del Brathwaite poeta-pensatore-lettore-critico, nonché uno dei più grandi, innovativi e profondi studi di letteratura comparata che si possano oggi leggere. Verso la fine degli anni ‘80 una serie di drammatici avvenimenti personali e collettivi danno inizio a quello che lo stesso Brathwaite ha chiamato il suo “tempo del sale”, che infine lo vede lasciare l’arcipelago e cominciare l’attività di professore di letteratura comparata alla New York University, dove in anni più recenti comincia un “secondo tempo del sale”. Brathwaite ha chiamato culural lynching, “linciaggio culturale” – memore di una storia antica di violenza – l’isolamento e il sabotaggio che lo hanno colpito fino a fargli lasciare il suo posto a New York, in particolare con la sottrazione di materiali dal suo archivio personale, che in mezzo secolo ha raccolto non solo il percorso di un artista e intellettuale ma le testimonianze scritte, orali, visive e materiali di una cultura, quella caraibica, che non ha musei o luoghi che preservino le tracce del suo passato. Piegato dalle fatiche e dalle frustrazioni, Kamau Brathwaite continua a produrre scritti che sconcertano per la loro radianza emotiva, intellettuale e visionaria.

andrea gazzoni

andrea gazzoni

[Per una più completa introduzione al quel grande continuum che è l’opera di KB, rinvio allo “Speciale Kamau Brathwaite” pubblicato sul n.2 della «Rivista dell’Arte», pp. 150-212, corredato di traduzioni di poesie edite ed inedite:

http://www.aliasnetwork.it/pdf_rivistaArte/pdf_N2_marzo2013/N2_marzo2013.pdf ]

[I seguenti testi sono tratti da Kamau Brathwaite, Diritti di passaggio, cura e traduzione di Andrea Gazzoni, Roma, Edizioni Ensemble, 2014. Dal tessuto continuo del poema si sono estratte alcune sequenze]

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Preludio

Tamburo pelle frusta
che batte, il sole padrone il suo
filo di lama
che scotta, le tese
superfici delle cose
io canto
io grido
io gemo
io sogno
di questo

Polvere vetro ghiaia
i sassi del deserto:
si spostano le sabbie:
per il mondo
riarso l’acqua cessa
di scorrere.
Marce
le carcasse
della carovana dalle ruote
roventi.
Sfatti i cammelli
nella stessa
loro merda
fanno risorgere far-
falle che
danzano a mezzogiorno
senza speranza
senza speranza
d’un mattino.

Presto
la roccia
la pelle
d’elefante dei massi
trascinati in letti
di fiume ora
secchi, valli
di morte.
Qui la creta
il carbone fresco si attacca
al vetro, crea
tintinnii, lampi di silice,
figli di stelle.
Qui la fresca
rugiada cade
la sera
i corvi chiudono
gli occhi li aprono
sul ceppo
del tronco violato
dal fuoco
guastato dal suo
oro.

Kamau Brathwaite "Diritti di passaggio"

Kamau Brathwaite “Diritti di passaggio”

Innalza ora
i nuovi
villaggi, tu
devi mischiare sputo
con sporco, sterco
a saliva e
sudore: muri
rotondi di fango si ergono
nell’alba domani
città cinte di mura
sorgono
dalla savana e
dal letto di roccia del fiume:
O Kano Bamako
Gao

Ma popolazioni di mosche
sorgono dalle città
del bestiame: succhia
sangue il Try-
Panosoma. Caglia
il latte in
mammelle in
capezzoli in
bocche. Le mosche
mordono e piagano:
compatti con dorsi
d’argento gli sciami che portano
silenzio, l’esile
proboscide del marcio.
Nell’harmattan
rovente

Kamau Brathwaite 4corpi morti si posano
e tremano
ceduti alla coltre
che ricopre e riscalda
contro il calore dell’ultimo
freddo; fino a che a un tratto scoppiate,
le zone nere che ronzano che sono
state silenzio, roteano attraverso la
luce, lasciata a de-
comporsi la carne che hanno coperto
di canali e di buchi come polvere
sotto gocce di pioggia, terra
sotto la pioggia.

Ma non c’è
pioggia che venga
mentre marcisce
la carne, mentre sciamano
mosche. Ma più in là delle
viscere secche del letto
del fiume, guarda!
Gli alberi
sono freschi, laggiù
le foglie sono
verdi, laggiù
brucia il sogno
di una fontana,
giardino di odori,
teneri vicoli.

Così innalza innalza
ancora i nuovi
villaggi: tu
devi mischiare sputo
con sporco, sterco
a saliva e
sudore, per fare
la malta. Intrecci
di foglie per il
tetto e tralci
di vite.
Ma le strutture compatte
si spaccano, il legno
marcisce, anche la morbida
malta rimane mortale,
in trappola nel suo sale,
nelle sue fondamenta instabili d’acqua.
Così concedici, Dio,
che questa casa resista
ai quattro venti
alle stagioni che cambiano
al verme che esplora.

Concedici, Dio,
liberazione sicura da chi ruba
e rapina e da chi sparge congiura
e veleno mentre intinge
nel piatto con noi.
Concedici, anche, fuochi caldi, buone
mogli e figli grati.

Ma il fuoco troppo caldo divampa.
Le fiamme bruciano, seccano, spaccano,
divorano le foglie secche della casa
rovente. Le fiamme ingannano le stagioni,
i vermi, i tradimenti dei nostri vicini,
i nostri catenacci, le nostre sbarre, le nostre preghiere,
i nostri cani, il nostro Dio. La fiamma,
quell’idolo rosso, è il fabbro
del nostro potere: la fiamma dà forma al legno; con le polveri,
al ferro. Allungato il ferro
in spade si stende,
in lance, in punte brunite
che domano le terre selvagge, gli occhi, i nitriti.

La fiamma è il nostro dio, la nostra ultima difesa, il nostro pericolo.

La fiamma brucia il villaggio, lo abbatte.

Grace Nichols 6

 

 

 

 

 

Prelude

Drum skin whip
lash, master sun’s
cutting edge of
heat, taut
surfaces of things
I sing
I shout
I groan
I dream
about

Dust glass grit
the pebbles of the desert:
sands shift:
across the scorched
world water ceases
to flow.
The hot
wheel’d caravan’s
carcases
rot.
Camels wrecked
in their own
shit
resurrect butter-
flies that
dance in the noon
without hope
without hope
of a morning.

Soon
rock
elephant-
hided boulders
dragged in now
dry river
beds, death’s
valleys.
Here clay
cool coal clings
to glass, creates
clinks, silica glitters,
children of stars.
Here cool
dew falls
in the evening
black
birds blink
on the tree
stump ravished
with fire
ruined with its
gold.

Build now
the new
villages, you
must mix spittle
with dirt, dung
to saliva and
sweat: round
mud walls will rise
in the dawn
walled cities
arise
from savanna and
rock river bed:
O Kano Bamako
Gao

But populations of flies
arise from the cattle
towns: blood sucking
Try-
Panosoma. Milk
curdles in
udder in
nipple in
mouth. Flies
nibble and ulcer:
tight silver-
backed swarms bringing
silence, the slender
proboscis of rot.
In the hot
harmattan,

dead bodies settle
and quiver
given up to the blanket
that covers and warms
from the heat of the final
cold; until suddenly burst,
the buzzing black zones that were
silence, swirl through the
sunlight, the left fest-
ering flesh they had covered
runnelled and holed like dust
under raindrops, soil
under rain.

But no
rain comes
while the flesh
rots, while the flies
swarm. But across the
dried out gut of the river-
bed, look!
The trees are
cool, there
leaves are
green, there
burns the dream
of a fountain,
garden of odours,
soft alleyways.

So build build
again the new
villages: you
must mix spittle
with dirt, dung
to saliva and
sweat, making
mortar. Leaf
work for the
roof and vine
tendrils.
But square frames
crack, wood
rots, smooth mortar
too remains mortal,
trapped in its own salt,
its unstable foundations of water.
So grant, God
that this house will stand
the four winds
the seasons’ alterations
the explorations of the worm.

Grant, God,
a clear release from thieves,
from robbers and from those that plot
and poison while they dip
into our dish.
Grant, too, warm fires, good
wives and grateful children.

But the too warm fire flames.
Flames burn, scorch, crack,
consume the dry leaves of the hot
house. Flames trick the seasons,
worms, our neighbours’ treacheries,
our bars, our bolts, our prayers,
our dogs, our God. Flame,
that red idol, is our power’s
founder: flames fashion wood; with powder,
iron. Long iron
runs to swords,
to spears, to burnished points
that stall the wild, the eyes, the whinneyings.

Flame is our god, our last defence, our peril.

Flame burns the village down.

 

Kamau Brathwaite

Kamau Brathwaite

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tom

Così tanti semi
produce il cotone

di così tanti semi
i nostri padri han bisogno.

Crescete, terre
del cotone

andate fino alle terre
lungo il fiume

dove la cassava
cresce veloce

dove la schiena
malata si secca, dove nessuno

sa se è vivo
o se è morto.

Suona
blues del cotone

le rugiade
si seccano al sole

sul verde
sull’erba
sul pascolo

e qualcosa che hai visto
sull’umida erba
sul pascolo fresco

richiama il sogno salato
le onde gialle distese
sulla nostra riva

Annega le urla, riva
dai fresco alle piaghe da frusta,
quel sogno conservalo puro

perché noi che niente abbiamo conquistato
lavoriamo
noi che niente abbiamo innalzato
sogniamo
noi che tutto abbiamo dimenticato
danziamo
e osiamo ricordare

i sentieri che non ricorderemo
di nuovo: Atumpan che parla e i rami del rac-
colto, tutte le tribù degli Ashanti a sognare il sogno
di Tutu, Anokye e il Seggio Dorato, innalzato
in Paradiso per la nostra nazione con il lavoro
del fulmine e dell’ascia lucente: e ora niente

Kamau Brathwaite copertinaniente
niente

così lascia che io canti
niente
ora

lascia che ricordi
niente
ora

lascia che io soffra
niente
per ricordarmi ora

dei miei figli perduti

ma lascia
che sorgano
o uomo
o dio
o alba che sale

lascia che i figli miei
sorgano
nel sentiero
del mattino
in piedi e avanti
per la strada
del mattino
percorrano i campi
nel sole
del mattino,
vedano l’arcobaleno
del Paradiso:
richiamo
del lutto
curvo di Dio.

Ma senza
aiuto i figli miei sono
catturati senza
guida sono
istruiti senza
senso e senza
frutto e
con dolore

o stanca
la fiamma
amari
i fiori schiusi
sbocciati
lungo il sentiero
cieco

E io
il timido Tom
loro padre
loro fabbro
con il piede che è in fallo

dichiaro
la loro vergogna
il loro potere
che manca

ma stanca
o stanca
non c’è crepa
che si apra
nella catena
non c’è fiamma
amara
che marchi
la mia furia.

Così io che non ho creato
niente, solo queste erbacce senza
valore e questi semi senza
intenzione, lavoro;
io che ho innalzato
solo su fango, solo su sabbia,
solo su sale senza fortuna,
sogno;
io che tutto ho dimenticato
muovo le labbra “Padrone, sì
Padrone, sì
Capo, sì
Boss”
e tengo in mano
il cappello

per nascondere
il cuore

sperando che gli occhi dei figli
imparino un giorno

non il verde soltanto
non l’Africa soltanto
non la tenebra soltanto
non la paura
soltanto
ma Cortez
e Drake
Magellano
e quel Ferdinando
il marinaio
che fino a questa terra ha perforato i mari salati.

foto di Nihal Mathur

foto di Nihal Mathur

 

 

 

 

 

 

 

Tom

So many seeds
the cotton breeds

so many seeds
our fathers need.

Grow on, cotton
lands

go on to the bottom
lands

where the quick
cassava grows

where the sick
back dries, where no one knows

if he lives
or dies.

Blow on
cotton blues

sun
dries the dews

on the green
on the grass
on the pasture

and something seen
on the wet grass
the cool pasture

recalls the salt dream
the yellow waves awash
on our shore.

Drown the screams, shore
cool the lashed sore,
keep the dream pure

for we who have achieved nothing
work
who have not built
dream
who have forgotten all

dance
and dare to remember

the paths we shall never remember
again: Atumpan talking and the harvest branches,
all the tribes of Ashanti dreaming the dream
of Tutu, Anokye and the Golden Stool, built
in Heaven for our nation by the work
of lightning and the brilliant adze: and now nothing

nothing
nothing

so let me sing
nothing
now

let me remember
nothing
now

let me suffer
nothing
to remind me now

of my lost children

but let them
rise
O man
O god
O dawning

let my children
rise
in the path
of the morning
up and go forth
on the road
of the morning
run through the fields
in the sun
of the morning,
see the rainbow
of Heaven:
God’s curved
mourning
calling.

But help-
less my children are
caught leader-
less are
taught fool-
ishness and use-
lessness and
sorrow

O weak
the flame
bitter
the flower-
blossoms blown
in the blind
path

And I
timid Tom
father
founder
flounderer

speak
their shame
their lack
of power

but weak
O weak
no crack
in the chain
starts
no bitter
flame
marks
my wrath.

So I who have created
nothing but these worthless
weeds, these need-
less seeds, work;
who have built
but on silt, but on sand,
but on luckless salt,
dream;
who have forgotten all
mouth “Massa, yes
Massa, yes
Boss, yes
Baas”

and hold my hat
in hand

to hide
my heart

hoping my children’s eyes
will learn

not green alone
not Africa alone
not dark alone
not fear
alone
but Cortez
and Drake
Magellan
and that Ferdinand
the sailor
who pierced the salt seas to this land.

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