Andrej Andreevič VoznesenskijDalla vita delle crocette” (Inedito in italiano) traduzione e commento di Donata De Bartolomeo (Prima parte)

 

Andrej Andreevič Voznesenskij, Андрей Андреевич Вознесенский (Mosca, 12 maggio 1933  – Mosca,1 giugno 2010), è stato un poeta russo. Laureato in architettura, scopre, alla fine degli Anni Cinquanta, la sua passione per la poesia. Fin dal 1958 si fece interprete, attraverso i suoi versi, del disagio e delle passioni delle giovani generazioni, sia nella ricerca di ideali da vivere, sia nella forma linguistica più appropriata e più moderna nell’esporli. Esordisce nel 1958 con una raccolta di versi, cui seguì, nel 1959, il poemetto Mastera (“Maestri”), ispirato alla leggenda dell’accecamento dei costruttori della chiesa di San Basilio, con il quale si afferma poeta di vigorosa ispirazione e alto magistero formale. Tra le altre raccolte: Parabola (1960); Mozaika (“Mosaico”, 1960); Antimiry (“Antimondi”, 1964); Vzgljad (“Sguardo”, 1972); Proraby ducha (“Capomastri dello spirito”, 1984).

Dal 1958 cominciò, insieme ad Evgenij Evtušenko, a pubblicare poesie che ebbero riconoscimenti anche da Pasternak e Achmatova. Nel 1978  è stato insignito del Premio Lenin. È stato più volte in Italia, in particolare nel fiorentino cui ha anche dedicato una poesia. Memorabile la sua querelle con il leader sovietico Kruscev, ai tempi della Guerra Fredda, quando il politico dovette cedere alle richieste del poeta e al suo desiderio di poter lasciare il paese e viaggiare per il mondo. Le sue mete furono l’Europa, l’Italia la sua preferita, e gli Stati Uniti che, all’epoca più di oggi, erano l’emblema della libertà. Qui entrò in contatto con i personaggi che negli anni Sessanta tracciarono con le loro variegate espressioni, l’immagine artistica dell’America: Allen Ginsberg, Arthur Miller e Marilyn Monroe.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 Dopo la laurea in architettura Voznesenskij ha iniziato a pubblicare i primi versi nel 1958, alle soglie di quegli anni Sessanta che, se da un lato furono caratterizzati dalla perdita per la letteratura russo-sovietica di eminenti personalità artistiche (basti citare per tutti l’Achmatova e Pasternak), videro dall’altro affermarsi nuove personalità alle quali saranno affidate le future sorti della letteratura, della poesia e della critica.

Voznesenskij aveva inviato già nel 1954 le sue poesie giovanili a Pasternak ma attese il 1960 per pubblicare i suoi primi volumi: Parabola e Mozaika. La sua fama andò prestissimo crescendo al punto da spingere Evtuscenko a dichiararlo il più grande poeta della giovane generazione, accanto a lui e ad Evghenij Vinokurov che, per la verità, erano poeti più maturi avendo debuttato nell’agone poetico nel decennio precedente. Non dimentichiamo che in questi stessi anni (1962) pubblicava il suo primo libro di versi una nuova poetessa, Bella Achmadùlina, e lavorava, sia pure in clandestinità, Iosif Brodskij le cui prime poesie furono pubblicate nel 1965 negli Stati Uniti ma di cui circolavano in patria numerose copie manoscritte.

Kennedy e Kruscev

Kennedy e Kruscev

Diversissimo il destino di questi poeti, condannato Brodskij per parassitismo sociale e lodato Voznesenskij per aver salvato la sua personalità lirica rivestendola di toni sociali che nascondevano il dramma della personalità umana nella nuova società in via di tecnologizzazione.

Nella raccolta di saggi critici Il talento è un miracolo non occasionale (Mosca, 1980), Evtuscenko dice dell’esordio letterario di Voznesenskij: «si cominciano a scrivere versi così come si comincia a nuotare. Chi sguazza da solo nell’acqua bassa, chi si esercita assiduamente in una piscina ricca di cloro sotto la guida di un maestro esperto. ma in ogni caso i primi movimenti nell’acqua sono convulsi, goffi. Voznesenskij ha cominciato subito a nuotare a farfalla – per lo meno il suo sguazzare o i suoi esercizi nel gruppo dei principianti sono rimasti un mistero per i lettori. I forti, sicuri movimenti del principiante hanno irritato quelli che nuotano tutta la vita “a cagnolino” o si dondolano comodamente sulla schiena. Voznesenskij non ha intrapreso il cammino degli sforzi minuziosi da una categoria all’altra – egli ha raggiunto subito il livello del maestro».

Andrej Andreevič Voznesenskij by_Mikhail_Lemkhin

Andrej Andreevič Voznesenskij by_Mikhail_Lemkhin

 Ma c’è una maestria impersonale quando il poeta assimila almeno le regole della buona creanza – non di più. Voznesenskij «ha confuso le carte». Egli ha unito il russo pereplies[1], le sincopi del moderno jazz e i rombi beethoveniani. Il tragico singulto della Cvetaeva viene frantumato all’improvviso dall’ardita ciciotka[2] del primo Kirsanov. Il fragile tema lirico dai paesaggi quasi alla Zoscenko. Questa asprezza di palpiti ha spaventato gli amanti dei toni piani, affettati. Gli assertori delle regole severe si sono allarmati, scorgendo già nelle prime pubblicazioni di Voznesenskij, e soprattutto in La pera triangolare, un attentato alla poesia russa tradizionale. Fu da loro adoperata sprezzantemente la parolina “moda” per spiegare in qualche modo l’interesse dei lettori per i versi di Voznesenskij: ma i rimandi alla “moda” appaiono spesso rivelare una debolezza di argomentazioni. nonostante le predizioni sarcastiche, il nome di Voznesenskij si è solidamente affermato in letteratura ed i suoi detrattori fanno sorridere come il barone von Grivaldus seduto sempre nella medesima posizione sulla stessa pietra.

Il libro di Voznesenskij L’ombra del suono, che rappresenta in un certo qual modo il bilancio del già lungo lavoro del poeta, appare come la testimonianza del fatto che la sua attività è divenuta nella poesia russa simile a quella parola che non si cancella da una canzone. Assumendo a suo modo l’esperienza della poesia russa, egli stesso ne è divenuto parte.

Mi sembra che senza una analitica comprensione dell’opera di Voznesenskij non sia possibile spiegare i nuovi poeti. Nella psicologia dei lettori si sono in un modo o nell’altro rifratti i suoi ritmi nervosi, le sue metafore intense che sono divenute parte del mondo interiore di molti».

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 Quella di Voznesenskij si palesa quindi come una poesia che se da un lato si riallaccia alla migliore tradizione russa degli anni post-rivoluzionari (Majakovskij, Pasternak, Zabolockij), appare completamente nuova. D’altra parte tutta la generazione dei poeti dell’era chrusceviana e brezneviana aveva operato un drastico ribaltamento della concezione del mondo e del concetto stesso di poesia, giungendo sino alla frantumazione del tabù della sussumibilità della sfera del privato nella prassi artistica ed a questa tematica sempre più laica il pubblico offriva una straordinaria attenzione e compartecipazione.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

Alla lettura Voznesenskij appare poeta «gradevole», versificatore di gran talento; Egli si impunta nell’impedire al suo estro pirotecnico di giostrare oziosamente all’interno delle metafore e delle similitudini, per agganciarle al reale desublimato e per prodursi in rocambolesche variazioni metriche e semantiche che sviano continuamente il lettore, lo sorprendono, lo inchiodano ad ogni verso in una girandola di equivoci e di inceppamenti semantici. L’impressione di dissolvenza, di «deregulation» della costruzione ordinata e gerarchica si fa sempre più evidente e serrata man mano che ci si addentra nel suo lavoro, nei serpeggianti drenaggi metrici e materici, tra gli inciampi delle metafore che fanno scoccare scintille, nel balletto e nella balbuzie dei «dialoghi» così naturali da far pensare estratti dal registratore, costruiti su geometrie scalene o scanzonti, per lo più triangolari, in ripidissima successione paratattica. Il convenzionale della vita quotidiana, quello per intenderci della distinzione tra vero e falso, viene vivisezionato e rimontato con tutti i relativi paradossi e giochi perversi, in una intelaiatura fantastico-surreale lontanissima dalla cantabilità della poesia della sua generazione. La ipernovità di questo nuovo stile doveva apparire ai lettori contemporanei, ad un tempo, estremista ed estranea ai canoni del realismo socialista. Ed invece Voznesenskij creava dall’interno della tradizione la nuova poesia mutuando dalla sineddoche e dalla metafora gli elementi per una poesia anti convenzionale e modernista nutrita di intertestualità dissacratorie e deliranti, in direzione di una orchestrazione sinfonica che si ispirava al «ballabile», ai ritmi jazz, con continui cambi ritmici e timbrici, con la sovrapposizione di note sgargianti e di registri colloquiali convenzionali.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 Voznesenskij porta di colpo la linea melodica della lirica russa al suo naturale capolinea per scoprire le innumerevoli possibilità offerte da una poesia coerentemente «modernista». Con questa operazione Voznesenskij recupera la carica ancora attuale dell’eredità del cubofuturismo russo e l’eredità delle «poesie per bambini» di Osip Mandel’štam , secondo il quale compito del poeta è animare dall’interno le immagini, le similitudini, le metafore ricercando uno sguardo «ingenuo» (per eccellenza lo sguardo infantile) che potesse permettere inconsueti e non-convenzionali associazioni di correaltà e consentisse l’appropriazione artistica del «nuovo» reale. Se in Chlébnikov è uno sguardo infantile che osserva la lingua e in Mandel’štam  lo sguardo infantile costruisce gli oggetti, in Voznesenskij il medesimo sguardo opera un bizzarro montaggio delle immagini e delle locuzioni dialogiche. Il risultato è sorprendente. Un realismo infantile, pirotecnico, surreale basato sulla tecnica del montaggio e del corto metraggio: successione di rapidi fotogrammi dove il caso e l’estro convergono nella liquidazione di ciò che rimaneva della retorica del realismo apologetico sostenuto dalla critica ortodossa e di ciò che restava della retorica del poetismo spalleggiata dalle autorità culturali.

Andrej Andreevič Voznesenskij in recita

Andrej Andreevič Voznesenskij in recita

Potremmo quindi dire di essere di fronte ad un «esistenzialismo pirotecnico», nel senso di una poesia fortemente tramata sull’esistenza, sul mal di vivere di un’epoca e di un’intera generazione. Ma al contempo è questa una poesia che guarda al futuro, che annuncia il futuro, che si pone di fronte al pubblico senza pavoneggiarsi in elegiache tristezze ma con scorci, ellissi verbali, scarti ironici ed allusivi alla situazione del presente.

È un privato scomodo quello che Voznesenskij offre ai suoi lettori: l’amore desublimato, la modernità (sotto le spoglie di una segreteria telefonica), la quotidianità con la «volgarità del ciao» e le radiazioni nei pacchetti del té; tutto viene fatto oggetto di ironia tagliente che si sere della resa poetica di un vocabolario basso, di versi brevi, di invenzioni linguistiche e metaforiche che rendono dura la vita al traduttore. Su tutto pesa il fardello della Storia che, lontanissima dalla poetica dell’Achmadùlina e vissuta ottimisticamente da Evtuscenko, getta una luce sinistra anche sul rimo amore: «Perdona il fatto che in questi giorni / eravamo innamorati».

L’ironia si fa sberleffo della Storia delle crocette, dove l’espediente figurativo consente a Voznesenskij di demolire persino il mito sacro del famoso sabato comunista in cui Lenin «portò la trave». Non c’è invece ironia dell’assoluta rivendicazione della singolarità del ruolo del poeta:

Tutti scrivono, io smetto.

Di Stalin, di Visotskij, del Bajkal,

di Grebenscikov e Chagall

scrivevo, quando non era permesso.

Non voglio finire nel calderone.

Scrive ancora Evtuscenko nell’articolo citato: «per Voznesenskij il poeta è il salvatore non  il salvato. E di nuovo imperiosamente affiora l’immagine del “superamento della palude”, che ricorda l’eterna funzione della poesia: la lotta con la palude, comunque la si chiami».

(Donata De Bartolomeo)

[1]  ballo russo in cui i danzatori si esibiscono in assoli

[2]  danza ritmica

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

(testi tratti da Aksioma Mosca, 1990)

 

 

 

 

 

Volavano due bastoni. Uno verso il Nord, l’altro verso il Nord, l’altro verso
Occidente. Sull’asfalto le loro ombre si sono
Sovrapposte: ne è venuta fuori una crocetta.
-Bastoni, per favore non separatevi, altrimenti io sparirò!
-Scusa, crocetta, per noi è tempo di filarsela.

*

La crocetta andava lungo una stradina.
Vede una folla di crocette su un ramo.
-Siete un’assemblea rionale di crocette?
-No, siamo un lillà.
Si rattristò la crocetta. Soltanto, allargò le braccia.
Andò oltre.

*

Cammina, vede: delle crocette nere stavano l’una sull’altra,
formando una figura ginnica.
-Un saluto ginnico, pace al mondo! Posso montare su di voi
per un attimo?
-Prego, noi siamo la grata di una prigione. Aggrappatevi!
-Scusate ma ho fretta.
Soltanto, allargò le braccia.
Diremo dopo in quale direzione si affrettava.

Andrej Andreevič Voznesenskij

Andrej Andreevič Voznesenskij

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

L’uomo discende dalla scimmia. Ma di chi deriva la crocetta?
Dall’uomo. Se metti sotto terra un cadavere (e lo innaffi),
crescerà una crocetta.
Ma molti ritengono che sia un prodotto della terra.

*

La crocetta ha scoperto l’America per prima.
Sedeva sull’albero maestro.

*

Dicono che la crocetta abbia buttato la bomba atomica su Hiroschima.

*

La crocetta aveva paura dell’AIDS. Andò in farmacia. Comprò.
-Ma su quale estremità bisogna metterlo?
-Avete letto la favola “La bertuccia e gli occhiali”? Rassegnatevi alla via sperimentale.

*

Quando le crocette elessero il ministro dell’economia fluviale, questi stava sulla tribuna e, allargando le braccia all’inverosimile, indicava: “Ecco quale pesce pescheremo!”

*

Una donna andò a trovare una crocetta.*
-Crocetta, posso appendere su di te la camicetta? Solo, non
muoverti, altrimenti me la spiegazzerai.
Si spogliò. Si mise a letto. Aspettò un po’. Si addormentò.
La crocetta rimase ferma fino al mattino, aveva paura di muoversi.

*ndt: in russo la parola krestnik (crocetta) è di genere maschile.

*

La crocetta può nello stesso tempo
stringere

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15 commenti

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15 risposte a “Andrej Andreevič VoznesenskijDalla vita delle crocette” (Inedito in italiano) traduzione e commento di Donata De Bartolomeo (Prima parte)

  1. Vorrei far notare come in queste nugae di Voznesenskij si trattino con grande leggerezza la questione delle “crocette”, tematica che potrebbe far storcere il naso a qualche intenditore di poesia abituato ad una poesia giocosa che fa del gioco il proprio tema, qui in ballo ci sono cose molto serie, e soprattutto, c’è la questione dell’immaginazione al Potere, cioè l’immaginazione parla al Potere con le immagini, cosa che il Potere non conosce e non riconosce. In realtà la trasgressione fantastica che qui Voznesenskij mette in atto è qualcosa che va oltre il mondo dell’empiria o della cronaca, il poeta russo salta tutto ciò e arriva al gioco superiore delle crocette, traduce nel suo linguaggio fantastico e nei suoi metaforismi il reale castigato della società sovietica della sua epoca. Un gioco che ci riguarda un po’ tutti, credo:

    La crocetta andava lungo una stradina.
    Vede una folla di crocette su un ramo.
    -Siete un’assemblea rionale di crocette?
    -No, siamo un lillà.
    Si rattristò la crocetta. Soltanto, allargò le braccia.
    Andò oltre.

  2. Geniale questo пересекают (spero sia corretto) !
    Può fare e dire ciò che il poeta non potrebbe né fare né dire con un linguaggio normale.
    Fin dove arriva l’immaginazione!
    Peccato, però, la mancata pubblicazione del testo originale in russo.
    Giorgina BG

  3. Lei è analfabeta e non sa scrivere il suo nome? Bene, si firmi con una “crocetta”.
    Si vota apponendo una “crocetta” sul simbolo prescelto.

    Potrei continuare trovando analogie con la “crocetta”.

    L’America l’ha scoperta per prima la “crocetta” della nave. Geniale.

  4. “La crocetta ha scoperto l’America per prima.
    Sedeva sull’albero maestro.” ( Andrej Andreevič Voznesenskij )

  5. Giuseppina Di Leo

    Impossibile poter sceglierne qualcuna di queste “nugae”, come le chiama Giorgio, perché tutte incredibilmente affascinanti nella loro icasticità, capaci di un «esistenzialismo pirotecnico» ( De Donato) che va ben oltre l’immaginazione.
    La stupefacente creatività di Voznesenskij, la “trasgressione fantastica”, non deve però trarre in inganno, ci avverte Giorgio, perché “qui in ballo ci sono cose molto serie”. Cose come il rifiuto del potere che Voznesenskij realizza con le sue “crocette”: la rivendicazione della ragione (e dunque dell’immaginazione) sul “sonno della ragione” (che genera mostri).
    E, a proposito di mostri, un parallelo che mi viene in mente è la rappresentazione, anch’essa “trasgressiva”, che Kundera ci presenta nella comédie del potere (di Stalin) nel suo “La festa dell’insignificanza”.
    Solo mettendo a nudo l’ insignificanza del potere è possibile rendere la misura di quanto insignificante sia non solo chi quel potere detiene, ma anche quanti ne restano soggiogati. Temi non solo di ieri…purtroppo.

  6. antonio sagredo

    Sfoglio l’antologia che possiedo “Nuovi poeti sovietici” a cura di A. M. Ripellino del 1963 (ma la prima edizione è del 1961), questo volume di poesie russe-sovietiche forse è all’origine della mia decisone di studiare la lingua e letteratura russa, e dunque la slavistica in generale, e perciò in primis la filologia relativa. Questo accadde a Lecce, e mi colpì la scrittura del Ripellino in maniera indelebile; anni dopo sarei stao suo allievo, e amico fedele.
    La lettera che lo slavista indirizza all’editore è in effetti una presentazione/introduzione dei vari poeti presenti; e a pag. XXIII dice appunto di A. A. Voznesènskij, di cui centra l’ascendenza primaria: Chlebnikov e Pasternàk; e la dove questo poeta attacca polemicamnete il filisteo, il burocrate (già dai tempi di Gogol’) e i falsificatori, s’avvicina alle invettive e un po’ ai proclami majakovskiani. Non è affatto una arida e scontata polemica poi che l’attenzione del poeta è tutta nell’evidenziare”la vibrazione dei meccanismi stilistici. In altri termini, la sostanza linguistica ridiviene un essere vivo, un personaggio della poesia, al di fuori del contenuto” (Ripellino). Voznesènskij dunque predilige riportare in auge le trascorse tecniche formalistiche: i raccordi tra versi e parole, i ritmi accellerati,l’originalità di nuove metafore, insomma afferma lo slavista “la poesia russa ricupera il gusto dei virtuosismi, gli ingranaggi verbali…” costruendo un “montaggio” alla Pasternàk; e inoltre accentua quel cromatismo dell’arte figurativa propriamente russa, quella sorta di “pittoricismo barocco” presente nella poesia russa successiva e il cui
    antesiganno fu il poeta Deržavin. Insomma per Ripellino Voznesènskij “rappresenta il punto più alto e la più sicura promessa dell’odierna creazione sovietica”.
    Ma quanta e diversa acqua è passata sotto i ponti della poesia russa dopo 50 anni da questa antologia! Intanto abbiamo visto in questi primi anni del nuovo secolo il poeta V. sorridente ricevuto con tutti gli onori da Putin, cioè da quel potere che il poeta russo, mai allineato, ha sempre combattuto: e questo fa molto male!
    Quando si affermò negli anni ’60 la poesia di Voznesènskij e compagni [i migliori furono Evtušènko e Achmadulina (questa poetessa la più coerente con se stessa)] già avanzava la “poesia samizdat” relegata nei sotterranei più occultati e i cui rappresentanti (costretti al nascondimento) per qualità non erano da meno da quelli dell’antologia ripellinania. Cosa resta dunque di Voznesènskij? Forse l’intenzione divenuta azione concreta di aver “demolito”, ma in parte, la poesia realista sovietica coi suoi marchingegni tecnici-poetici, almeno così appare in “Storie delle crocette”; certo è che ha dovuto faticare questo poeta per restare sulla cresta dell’onda popolare: si è in qualche modo saputo riciclare e vivere di eredità, per questo afferma “Non voglio finire nel calderone”. Ma in un certo senso, se non è finito, certo è che la “poesia del samizdat” lo ha ridimensionato moltissimo, nel momento stesso che questa poesia – a causa del crollo comunista – essa stessa si è trovata orfana del potere, smarrendosi e perdendo tutta la sua capacità d’attacco! Questa è stata la fine di questa poesia, mentre gli “anziani” degli anni ’60, più esperti in sopravvivenza, dettano una loro presenza, ma solo apparente, e tradita dalla (sua stessa) storia!
    a. s.
    nb. e in tutto questo calderone spiccano come solitari e unici i poeti A. Tarkovskij e il “detenuto” Šalamov.

  7. Giuseppina Di Leo

    …quindi anche le “crocette” sono andate a farsi benedire! Grazie per l’approfondimento Antonio.

    • “Geniale questo пересекают (spero sia corretto) !
      Può fare e dire ciò che il poeta non potrebbe né fare né dire con un linguaggio normale.”
      Così avevo scritto ieri nel primo pomeriggio. Ora, dopo l’interessante approfondimento di Antonio Sagredo sulla poesia russo-sovietica, di cui lo ringrazio, non posso che ribadire la stessa asserzione con questa aggiunta: se non c’è più chi impedisce a uno scrittore di fare, scrivere e dire ciò che pensa, pena il “Gulag” o peggio, che senso ha inventare uno “stratagemma” come quello delle “crocette” per esprimere il proprio pensiero, persino le proprie critiche?
      La libertà ha condannato a morte le “crocette”!
      Giorgina Busca Gernetti

  8. L’unica Crocetta rimasta è presidente della regione Sicilia

  9. Fermo restando quanto afferma con cognizione di causa Antonio Sagredo che la poesia del Sasmidat abbia (nel breve periodo) messo in soffitta la poesia di un Voznesenskij che partiva da altri presupposti, diciamo pur sempre all’interno del sistema sovietico, possiamo dire che a noi lettori di “Storia delle crocette” , posti nel 2014, queste composizioni ci si presentano con una straordinaria carica di freschezza, come se il tempo trascorso in vece di farle invecchiare le abbia ringiovanite e ce le consegni croccanti di forno. La storia della ricezione della poesia ci fa di questi scherzi (e gli studi sulla ricezione della poesia l’hanno ben chiarito), che quello che noi oggi crediamo sia poesia, magari tra 30 anni sarà ricevuto come semplice scrittura letteraria. La poesia (lo ripeto sempre) non è come 2+2=4, valido sempre sia oggi che domani e posdomani; quello che oggi ci appare poesia domani sarà derubricato a semplice scrittura di servizio; ciò che noi oggi riconosciamo come poesia, domani sarà irriconoscibile o, al massimo, sarà considerato un documento letterario.
    La poesia di Voznesenskij dopo un periodo di oscuramento, oggi, torna a parlarci, torna a farsi sentire con la sua straordinaria carica di trasgressione fantastica. E questo è l’importante.

    • “La crocetta andava lungo una stradina.
      Vede una folla di crocette su un ramo.
      -Siete un’assemblea rionale di crocette?
      -No, siamo un lillà.
      Si rattristò la crocetta. Soltanto, allargò le braccia.
      Andò oltre.”

      Infatti, al di là di ciò che ho scritto nelle precedenti risposte sulla necessità di una specie di “linguaggio cifrato” ( per Voznesenskij le “crocette”) per esprimere il proprio pensiero in un regime dittatoriale, la poesia sopra trascritta ha un fascino particolare in quei lillà fioriti su un ramo. Si dimentica (non del tutto) la privazione della libertà di pensiero e d’espressione per gustare la fantasia creativa di un poeta che popola il mondo di “crocette” (maschili) capaci di restare immobili tutta la notte per non sciupare una camicetta femminile.

      Giorgina BG

  10. antonio sagredo

    Ho voluto storicamente inquadrare le successioni degli eventi: ogni evento ha la sua strada e tra di loro si intrecciano; è ovvio che la traduzione della De Bartolomeo è degna di nota, come già altre volte ho scritto, e fa bene a continuare a proporci cose inedite, che servono a me come ai futuri slavisti!; ho voluto dunque soltanto più o meno chiarire come varie “poesie” si muovevano nello stesso tempo: lo stesso tempo storico eguale per tutte loro, e ognuna delle “poesie” reagire secondo i diversi protagonisti, che non di rado erano in collisione tra di loro (vivificando per questo la stessa poesia russa).Lo stesso Ripellino sarebbe restato sbalordito della evoluzione di questa poesia (che come poche al mondo ha dato poeti-martiri! Da noi sono mai esistiti i poeti-martiri?). Evoluzione? Vi sarebbe da dire tanto: pro e contro. Ma mi fermo qui.

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