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Iosif brodskij 5

Iosif brodskij a Venezia

 

 Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
Tроянская война
окончена. Кто победил – не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только греки…
И все-таки ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной,
как будто Посейдон, пока мы там
теряли время, растянул пространство.

Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров,
кусты, постройки, хрюканье свиней,
заросший сад, какая-то царица,
трава да камни… Милый Телемак,
все острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.

Расти большой, мой Телемак, расти.
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

 

Mark_Strand april 1992

Iosif brodskij a Venezia

 

Mark Strand

Marsyas

Something was wrong
Screams could be heard
In the morning dark
It was cold

Screams could be heard
A storm was coming
It was cold
And the screams were piercing

A storm was coming
Someone was struggling
And the screams were piercing
Hard to imagine

Someone was struggling
So close, so close
Hard to imagine
A man was tearing open his body

So close, so close
The screams were unbearable
A man was tearing open his body
What could we do

The screams were unbearable
His flesh was in ribbons
What could we do
The rain came down

His flesh was in ribbons
What could we do
The rain come down

His flesh was in ribbons
What could we do
The rain came down

His flesh was in ribbons
And nobody spoke
The rain come down
There were flashes of lightning

And nobody spoke
Trees shook in the wind
There were flashes of lightning
Then came thunder

Marsia

Qualcosa non andava
si sentivano urla
nel buio del mattino
faceva freddo
le urla erano laceranti

S’appressava un temporale
qualcuno si dibatteva
le urla erano laceranti
qualcosa di inaudito

Qualcuno si dibatteva
così vicino, così vicino
qualcosa di inaudito
un uomo si squarciava il corpo

Così vicino, così vicino
le urla erano insostenibili
un uomo si squarciava il corpo
cosa potevamo fare

le urla erano insostenibili
la carne era in lacerti
cosa potevamo fare
cadde la pioggia

La carne era in lacerti
e nessuno parlava
cadde la pioggia
apparvero i lampi

E nessuno parlava
alberi scossi dal vento
apparvero i lampi
poi venne il tuono

(traduzione di Damiano Abeni)

W.H. Auden

W.H. Auden

 

Wistan Hugh Auden

Musée des Beaux Arts

About suffering they were never wrong,
The old Masters: how well they understood
Its human position: how it takes place
While someone else is eating or opening a window or just walking dully along;
How, when the aged are reverently, passionately waiting
For the miraculous birth, there always must be
Children who did not specially want it to happen, skating
On a pond at the edge of the wood:
They never forgot
That even the dreadful martyrdom must run its course
Anyhow in a corner, some untidy spot
Where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse
Scratches its innocent behind on a tree.
In Breughel’s Icarus, for instance: how everything turns away
Quite leisurely from the disaster; the ploughman may
Have heard the splash, the forsaken cry,
But for him it was not an important failure; the sun shone
As it had to on the white legs disappearing into the green
Water, and the expensive delicate ship that must have seen
Something amazing, a boy falling out of the sky,
Had somewhere to get to and sailed calmly on.

*

Sul dolore la sapevano lunga,
gli Antichi Maestri: quanto ne capivano bene
la posizione umana; come avvenga
mentre qualcun altro mangia o apre una finestra o se ne va a zonzo spensierato;
come, quando gli anziani aspettano riverenti, con fervore,
la miracolosa nascita, debba sempre esserci
qualche bambino che non l’avrebbe voluta e pattina
su un laghetto alle soglie del bosco:
non dimenticavano mai
che anche l’orrendo martirio deve compiere il suo corso
comunque in un angolo, in un sudicio luogo
dove i cani fanno la loro vita da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente didietro contro un albero.

Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa ignora
serena il disastro! L’aratore può
aver udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era una perdita grave; il sole splendeva
come doveva sulle bianche gambe inghiottite dalle verdi
acque; e la ricca ed elegante nave che doveva aver visto
una cosa incredibile, un ragazzo cadere dal cielo,
aveva una meta e via passava placida.

(in Another time, 1940 traduzione di Nicola Gardini)

 

Bertolt Breht  LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

Bertolt Breht LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

 

Bertolt Brecht

Il ladro di ciliege

Una mattina presto, molto prima del canto del gallo,
mi svegliò un fischiettio e andai alla finestra.
Sul mio ciliegio – il crepuscolo empiva il giardino –
c’era seduto un giovane, con un paio di calzoni sdruciti,
e allegro coglieva le mie ciliegie. Vedendomi
mi fece cenno col capo, a due mani
passando le ciliegie dai rami alle sue tasche.
Per lungo tempo ancora, che già ero tornato a giacere nel mio letto,
lo sentii che fischiava la sua allegra canzonetta.

 

Mio fratello aviatore

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
sta sulla Sierra di Guadarrama.
È di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.

 

 il binario che porta ad Auschwitz

 

il binario che porta ad Auschwitz

 

 

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

(traduzione di Franco Fortini)

 

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DUE POESIE di Antonio Sagredo “Cirene, Ker… o il mito?” “In cammino…” “Francesca Diano TRE POESIE da “Bestiario” (1981) Silvana Baroni UNA POESIA “Dafne, in assolo, a ricorrenzaSUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

raffigurazione di Polifemo

raffigurazione di Polifemo

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

Cirene, Ker… o il mito?

Mi assillava il Vuoto irregolare all’ora sesta
e la domestica ombra delle Naiadi in calore.
Era cinta alla lingua delle api la loro caccia,
alla carcassa di un leone e della sua criniera.

Le braci di potassio negli occhi di Diomede
e le sue cavalle infuriate che divorano gli uomini
sono corone in cenere di mirto sparse sullo Ionio.
Sono stragi – per Euridice morsa da un serpente!

Lo spettro orfico si gingilla di passi e di sguardi,
cancella le tracce sulle piante e le orme di Mefisto.
La cetra non sa l’estasi del dubbio e la pietà infernale
che distrugge il canto per un ritorno irrevocabile.

E non sai se sono zoccoli nel bosco e corna del grigio frate
che contriti battono la sua parola e la pungente luce – e ora,
basta! Tersite, il codardo, intona un Te Deum e gioca ai dadi,
e dal suo volto ciondola la tossica armilla di una smorfia.

(13/17 novembre 2011)

.
In cammino… dagli occhi di Diomede

Come il cammino sul molo irriverente segue incerto
una luce franta che conduce a un sentiero cieco,
ma un oblio che vai a cercare ha la morte altrove
e non sai il canto di una nostalgia che non ha passato.

Oggi ho ascoltato con le dita il continuo sconforto del mare
sui granuli… le implorazioni e le suppliche, i gridi, e i suoi lamenti,
e compassione ha avuto – lui di me! – con la sua belante letania,
e non la sfida di un gabbiano con uno sguardo in picchiata: amami!

E ho sentito sui malleoli i vagiti asmatici delle sue risacche
e dei cavalli omerici le scintille dalle criniere dei marosi,
dagli occhi di Diomede gli uncini dei suoi furori come braci –
– mi sono ricordato l’infanzia delle vigilie eretiche:

le bestemmie contro gli angeli e tutti gli dei in ogni tempo,
i pugni dei miei occhi contro tutti gli altari e i cristi crocefissi,
le omelie blasfeme da pulpiti e patiboli come frustate inquisitorie
perché interdetto è il condannare per chi il diniego e la smorfia

sono un sacramento nuovo contro ogni verbo irrazionale – ma non ho
timore del puzzo delle scimitarre e dei candelabri, né di quelle croci –
invano attendi una liberazione da questi barbari legami che solo
su questa terra infame sono divisi e uniti per sterminarci tutti!

(Campomarino, 23 luglio 2011, ora prima del nuovo giorno)

roma pasifae

 

 

 

 

 

Francesca Diano

L’ape

Ape regina, emblema del Sole
Creatura di pura luce
Spirito d’oro, nettare regale
Che dalla terra al cielo conduce.
Ape di bronzo, rintocco alato
Delle vergini oracolanti
Donate a Hermes da Febo-Sole
Che stordisce i mortali coi suoi canti.
Ape d’argento, segno immortale
Di vita eterna, di simmetria
Ronzando tracci nell’aria azzurra
Complesse regole di geometria

.
Il cane

Custode dei morti, compagno di veglie
In forma di Ecate appari
Ai crocicchi di notte scortata
Da una muta senza pari.
Silenzioso compagno e muto
Ti adatti ad ogni negazione
Soffochi il gemito sconosciuto
Senza piegarti alla commozione.
Cuchulainn, eroe tetro e fiero
Che rinasce ad ogni luna
Ululando di notte alle foglie
Tra vapori di morbida bruma

 

Il corvo

A novembre, sui prati secchi
Saltellano torme di corvi
Neri principi dell’inverno
Sotterranei signori torvi.
Demiurghi oscuri della rinascita
Sottili signori dell’aria
Formule alchemiche della materia
Che dal mondo dei morti s’irradia

(Inediti, da Bestiario 1981)

 

apollo e dafne

apollo e dafne

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvana Baroni
Dafne, in assolo, a ricorrenza

Dall’ingordo gorgo dell’eco
l’imperioso buio della parola.
Ascoltami Apollo
dai pace a questo urlo
spezza la distanza di questa estrosa
mia giovinezza, rovinosa
virginale rapina d’essere arciere
e freccia e belva.
Furente l’acqua ribolle
è il tuo nome, Apollo.
Grumo di buio l’alloro mi avviluppa
arsa quaresimale a rifugio nel fogliame
con dita tese sull’arco al primo richiamo
io stessa preda imbronciata in arrocco
dietro le quinte dei lauri
io dea della distanza
nella convulsa galleria dei latrati.
Da questo strazio di luna
da questo corpo incompiuto
miro al cervo da un anello di legno.
Chimere si pasciano del mio bersaglio
i gesti del ritardo cadono a grandine
amnesia giù per i dirupi
dell’eterno diluvio.
Non ho scampo
schiava del presente assoluto
non oso voltarmi al tuo domani.
Una sponda di marmo è l’attesa
non altro che albe a imbrunire
traghetti di luce per fori larghi del cielo
a cui s’addossa a sentenza la luna.
Ho in archivio il tuo nome, la voce
il vigore del fremermi accanto
tu corpo d’altra natura che non la mia
io vizio a distanza a certezza di resa.
E ancora t’ho sognato, Apollo
sul ponte a dritta del tuo sole
e che sorpresa la goccia smorfiosa
dal piovasco della tua verde navata!
Il bosco di nuovo un gemito di nati
fiammelle dai bivacchi e sagome
muy adelanti a risveglio a snodarsi
dall’orchestra dei rami.
Apollo! Torna ai boccioli in accensione
morsi vorrei, svestirmi dell’ombre
godere del furioso sequestro della bocca
dell’insistere a sete al traino del tuo sole.
Apollo!
Tu che mi sfrondasti l’anima
abbi pietà della ripulsa verginale
dell’arco mio teso al fulgore dell’ego.
Perso l’abbraccio altro non sono
che un verde scarabocchio nel caglio notturno
un assolo a ricorrenza
dell’assieme voluttuoso abbraccio
alla medesima altra creatura.
Ma la luna è sovrana
io carne fatale della sua bocca
io preda dei profumi e veleni del suo forziere.

 

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo. Dicono che sia nato nel Salento decine di anni fa… a pochi chilometri da Giulio Cesare Vanini (a cui ha dedicato un poema mirabile), da Carmelo Be-ne e Eugenio Barba; il primo lo frequentò con discrezione somma, e gli de-dicò versi immortali. Fu frequentatore assiduo di quei teatri d’avanguardia romani e non, di cui conobbe autori e attori; recitò in due spettacoli teatrali: nei drammi lirici del poeta russo Aleksandr Blok e in uno spettacolo del poe-ta praghese Vitězslav Nezval, che inneggiava ai progressi della scienza della comunicazione. Sagredo studiò e visse a Praga calpestando gli acciottolati insieme ai poeti praghesi e a Keplero. I suoi primi componimenti, a 14 anni, in un vagone di terza classe (seppe tempo dopo che Pasternak e Machado viaggiavano nella stessa classe, componendo); distrusse i primi versi, i secondi e seguirono altre rovine; trovò un impiego di ripiego per nascondersi; poi raggiunse una forma inclassificabile tendente al sublime che gli permette di vivere di eredi-tà auto-postuma. Un amico poeta spagnolo, M. Martinez Forega, lo spinse a pubblicare due piccole raccolte di poesia a Zaragoza: Tortugas (Lola edito-rial, 1992) e Poemas (Lola editorial Zaragoza, 2001); sulle riviste: Malvis (n. 1) e Turia (n. 17). Poi nulla più, fino a che da New York, la scorsa estate, gli giunse una proposta di pubblicazione con Chelsea Editions.

francesca diano

Francesca Diano

Francesca Diano è nata a Roma nel 1948 e vive a Padova. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto a Oxford e Londra. Ha insegnato all’Istituto Italiano di Cultura e ha lavorato al Courtauld Insitute. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’University College e ha tenuto lezioni pubbliche sull’arte italiana contemporanea. Dai primi anni ’80 è consulente editoriale e traduttrice letteraria di poesia, narrativa e saggistica per vari editori, tra cui Fabbri, Neri Pozza, Donzelli, Guanda. E’ la traduttrice italiana delle opere di Anita Nair. Studiosa di folklore e tradizione orale irlandese, ha curato l’edizione italiana delle Fairy Legends di Thomas Crofton Croker (Neri Pozza, 1998) e quella anastatica dell’originale (The Collins Press, 1998).

Autrice di saggi, testi narrativi e poetici, nel 2012 ha vinto il Premio Teramo. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese e la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele(Edizioni La Gru, 2013). Suoi testi poetici sono presenti sui blog letterari MOLTINPOESIA, CARTESENSIBILI, LA PRESENZA DI ERATO

Silvana Baroni

Silvana Baroni

Silvana Baroni Vive a Roma. Ha scritto testi teatrali: Le infinite metà del mondo, L’amore è una scatola di biscotti rappresentati entrambi al teatro XX° Secolo a Roma, Liti d’amore con Neruda” ai teatri: La catapulta e  Agorà di Roma.In poesia ha pubblicato: nel ‘92  Tra l’Io e il Sé c’è di mezzo il me– aforismi e grafica- Il Ventaglio; nel ’94  Stagioni Il Ventaglio; nel ‘98 Nodi di rete Fermenti; nel 2001 Ultimamente Fermenti; nel 2002 Il tallone d’Achille di una donna Fermenti; nel ’97 Acquerugiola-acquatinta – haiku e grafica – Dell’oleandro;  nel 2005  Alambicchi – 14 racconti – Manni; nel 2006, Nel circo delle stanze – poesia – Fermenti; nel 2007  Neppure i fossili – aforismi, grafica e pittura – Quasar; nel ’11 Il bianco, il nero, il grigio– aforismi – Joker; nel ’12 Perdersi per mano– poesia – Tracce; nel ’13 Criptomagrittazioni – Onyxeditrice; nel 2013 ParalleleBipedi – aforismi- La città del sole. www. htts://silvanabatroni.it

 

 

 

 

 

 

 

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