La letteratura invisibile. Pensieri “a briglia sciolta” di Marco Onofrio sul sistema letterario

labirinto

labirinto

Così recita un passaggio di Treno di panna (1981), il romanzo d’esordio di Andrea De Carlo: «noi siamo racchiusi sotto questa cupola di nevrosi in questo ranch di talenti in attesa che arrivi uno con un lazo a tirarci fuori dal branco e portarci finalmente verso la esposizione totale che ricerchiamo e vorremmo evitare allo stesso tempo». È proprio questa, mi pare, la condizione perpetua in cui si dibattono, mordendo il freno, i talenti invisibili: quelli cioè che non vengono aspersi dal crisma dell’ufficialità, l’unico che garantirebbe loro di essere considerati, di vendere copie dei loro libri e, quindi, di impostare la propria attività letteraria su basi professionali.

escher Labirinto

escher Labirinto

 Il passaggio decisivo che consente a uno scrittore di imporsi finalmente come tale (a prescindere dal successo che ne potrà scaturire) è la pubblicazione con l’editore “di peso”. Medium is the message: se lo stesso identico libro lo stampa e tenta inutilmente di diffonderlo il piccolo editore, ottiene un rilievo mediatico – ma soprattutto un prestigio simbolico – incomparabilmente minore. Il pubblico comune tende a valutare sulla base dell’etichetta, prima ancora di leggere una sola pagina. L’editore importante, insomma, è già una garanzia. La gente pensa pressappoco così: “se lo ha pubblicato X [grande editore] allora vuol dire che il libro vale, e che l’autore è bravo”. E viceversa (in assenza di grande editore): “se Y [autore sconosciuto] è davvero bravo come pretende di essere e di imporsi, perché allora non lo pubblica un grande editore?” Quasi che le singole persone, astratte dalla massa, non avessero un cervello autonomo per pensare, e strumenti critici (sia pur minimi) atti a capire che la pubblicazione con il grande editore non è affatto garanzia di qualità: e anzitutto perché non è la qualità l’unico – ma nemmeno il primo – requisito per cui si viene pubblicati dal grande editore.

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

La grande bellezza di Paolo Sorrentino Tony Servillo in una scena

 Ci sono in realtà tanti giochi nascosti che portano un autore alla ribalta della grande editoria. Oltre all’opportunità commerciale che si fiuta, con sempre minore sicurezza, tra le pagine del dattiloscritto “potenziale bestseller”, c’è tutta una filiera di manovre occulte (segnalazioni, scambi di favori, marchette economiche o politiche) dietro alla stupefacente apparizione di certe “meteore”, che magari non verranno neppure distribuite e, appunto, spariranno nel baleno della loro insignificanza; ma intanto potranno dire di essere scrittori professionisti (e tali verranno ritenuti) perché li ha pubblicati il grande editore. Mi si lasci immaginare, a “briglia sciolta”, una di queste situazioni-tipo: il politico che favorisce e protegge da anni il grande editore ha un’amante, una mediocre poetessa, la quale tuttavia vuole togliersi la soddisfazione di vedersi pubblicata da un marchio editoriale di “peso”, acciocché tutti quelli che conosce, e in primis i “colleghi poeti”, muoiano d’invidia; il politico, così, chiede al grande editore di pubblicarle le poesie, e questi non può dire di no.

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

 LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Poco male, si dirà: il libro “imposto” entrerà in un catalogo collaterale,  una sorta di “canale b” di pura rappresentanza, sul quale non si punta e non si investe. La classica marchetta “all’italiana”.  La cosa grave, invece, è che, per la mediocre poetessa pubblicata, ce n’è un’altra di valore che – pur avendo proposto le sue poesie – si vedrà rifiutata o, com’è più probabile, completamente ignorata dal grande editore. Perché al grande editore non interessa in primis la qualità delle cose che pubblica, ma il sistema convenzionale di opportunità che si nasconde dietro la loro eventuale pubblicazione. Conta soprattutto chi ti presenta, e in quale alchimia di convenienze sei inserito come oggetto di cooptazione.

Marco Onofrio legge Emporium 2011

Marco Onofrio legge Emporium 2011

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Scrivevo 6 anni fa nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione:

È il classismo e il nepotismo delle logge
sono i muri invalicabili di gomma
il “dimmi chi ti manda, non chi sei”
da cui le camarille, le consorterie
i privilegi ereditari della casta
e la rabbia conseguente di chi urla
“Adesso basta” (…)

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

 Molte istituzioni, in Italia, sono coperture ideologiche per dare penetrali e posti sicuri ai soliti protetti alto-borghesi, o (le briciole) a piccoli diavoli che agiscono a livello di procacciamento elettorale. I fenomeni visibili della cultura ufficiale (università compresa) sono, per lo più, manifestazioni di movimenti e smottamenti invisibili, gestiti da lobbies, aggregazioni occulte e massoniche: centri di spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che “conta” (autori affermati, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori). La cruda verità è che occorre pescare nell’invisibile per diventare visibili; chi opera onestamente alla luce del sole, confidando solo nella spinta propulsiva delle pagine scritte, resta assolutamente invisibile: anche se pubblica cinquanta libri di valore, anzi, tanto più!

zbigniew herbert

zbigniew herbert

 È in realtà una storia vecchia. La cultura è sempre stata appannaggio dei ceti dominanti, chiamati a formarsi per alimentare, secondo certi criteri di selezione e legittimazione, le classi dirigenti del Paese. Queste sono dunque formate da un corpo sociale omogeneo e tendenzialmente “chiuso”, fondato su un patto di connivenza. La cultura è da sempre il potere invisibile (il “capitale” immateriale: prestigio e rappresentanza) attraverso cui l’élite perpetua la propria posizione e il riconoscimento simbolico dei privilegi di cui gode. Il ricambio generazionale all’interno di questi gruppi chiusi non può permettersi di derogare da una strategia di “cooptazione endogamica”, secondo dinamiche nepotistiche, per cui vengono fatti “entrare” solo i figli del ceto dirigenziale e intellettuale, provenienti da famiglie rappresentative, o comunque agiate, secondo una discendenza patrilineare in grado di garantire la gestione del potere e il mantenimento dello status quo. La cultura è un potere da gestire con cautela e condividere tra sodali fidati, di comprovata e certificata appartenenza.

W.H. Auden

W.H. Auden

 Occorrono “garanzie” per entrare a far parte dei gruppi che, come club esclusivi, si spartiscono questo potere. Garanzie che non risiedono – umanisticamente – nel valore e nel talento dell’individuo, bensì nel livello sociale della famiglia da cui proviene, nella struttura che eventualmente lo sostiene e protegge, nelle segnalazioni che lo precedono, nel potere di scambio che veicola rispetto all’opportunità di proporlo e imporlo alla pubblica attenzione. E il malcapitato talentuoso, privo delle garanzie che contano (ad es. bravissimo scrittore ma di estrazione piccolo-borghese, senza agganci politici, inquietamente “isolato”, forte soltanto delle proprie capacità), verrà fieramente ignorato e, al limite, osteggiato dai gruppi di potere, che vedranno in lui un germe allogeno pericoloso (oltre che un pungolo alla cattiva coscienza del merito mancante) e lo accerchieranno per isolarlo, per farlo sbattere inutilmente e invariabilmente contro i muri di gomma del sistema.

Costantino Kavafis

Costantino Kavafis

 La cultura diventa, così, un luogo simbolico di riproduzione, piuttosto che di promozione e mobilità sociale; sia pur in aperta contraddizione con l’ideologia meritocratica e democratica che, apparentemente, sostanzia il processo di affermazione della borghesia moderna. Si diffonde anzi la prospettiva illusoria di un’accessibilità alle “alte sfere” (niente e nessuno t’impedisce, se vuoi…) nella misura in cui è utile e necessario occultare la realtà oscena di certi meccanismi a doppio fondo. Chiunque, partendo da una posizione allotria, si proponga (capacità e opere alla mano) come se davvero il campo fosse libero e impregiudicato, dovrà poi vedersela con una serie infinita di sbarramenti di ammissione e di iniziazione. Gli individui allogeni sono, su un piano simbolico, “predatori” da bloccare: vengono perciò sottoposti a giri e rigiri logoranti, ore di anticamera, promesse illusorie, indicazioni false o contraddittorie…  nella speranza che desistano, rinuncino, si lascino prendere dallo scoramento. Non è la loro strada, malgrado i meriti eventuali (quanti e quali siano): che tentino altrove, quello deve restare terreno minato, zona off limits.

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

 Ecco il bisogno del mentore: qualcuno già interno al sistema che ti presenti, che ti faccia entrare. Qualcuno che garantisca che sei un “bravo picciotto”, e che una volta entrato ti renderai funzionale alle dinamiche generali, e non darai problemi. Anche Dante ha bisogno di un mentore (Virgilio) per superare gli sbarramenti dell’inferno! I “cavalli pazzi”, cioè gli uomini liberi, confidenti solo nel loro valore e incapaci di prestarsi alle trafile umilianti del vassallaggio, insomma i pochi italiani che ancora credono nel potere dell’autodeterminazione e della meritocrazia, vengono prima o poi accerchiati, isolati e messi all’indice, trascritti segretamente sulla “black list” degli indesiderabili. La “scomunica” li renderà “appestati”, esclusi per sempre da ogni accesso. A costoro non resterà che rinunciare al proprio destino o, come molti fanno, scegliere un Paese meno degenerato. Anche chi denuncia queste cose, violando il patto di omertà, si candida al ruolo di “capro espiatorio”. Tutti gli faranno il vuoto intorno, terrorizzati anche solo di poter lanciare messaggi di condivisione o solidarietà (tanto grande è il condizionamento del sistema). Viene fuori anzi, in questi casi, il solito sciacallo tirapiedi che ne approfitta per fare un po’ di baccano e, aggredendo il capro espiatorio, attirare l’attenzione di chi sta in alto, con la segreta, inutile speranza di guadagnarne la fiducia e riceverne tangibili riconoscimenti.

Mandel'stam a Firenze 1913

Mandel’stam a Firenze 1913

 La più parte dei critici e dei poeti ha, in fondo in fondo, interesse a difendere il proprio sia pur piccolo orticello di prebende e prelazioni, e dunque si esime dal dire apertamente ciò che pensa (ciò che tutti pensano e sanno) per paura di rompere le “uova nel paniere” entro qualche gruppo o gruppuscolo al quale già appartiene o nel quale aspira ad entrare, provocando turbative e/o alienandosi simpatie, nella delicata alchimia di gestione e spartizione dei poteri di rappresentanza. Le dinamiche della “società letteraria” sono a mio parere desolanti: almeno quanto quelle di altri settori della società italiana. Conta sempre meno il riscontro della pagina scritta, il valore intrinseco/oggettivo del lavoro svolto sulle opere (che, peraltro, quasi nessuno legge).

paul celan ingeborg bachmann

paul celan ingeborg bachmann

 Ci sono delle guarentigie sine qua non è impossibile entrare nella casta dell’ufficialità, ma anche essere semplicemente presi sul serio. E si resta pressoché invisibili (come dicevo all’inizio), malgrado i libri scritti e pubblicati, se non c’è nessun potentato politico o massonico o cardinalizio che lavora per imporre il nome dell’autore. O se non c’è uno scrittore affermato che fa da mentore e apre le porte del Tempio. È passato purtroppo questo messaggio: conta più autopromuoversi e, quindi, intessere public relations (presenziare, farsi vedere, farsi conoscere, farsi accettare) che dedicarsi al lavoro vero, sudando sulla pagina per estrarne il meglio che si può. E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche. L’organizzazione dei processi culturali agisce per sopravviventi sacche di feudalesimo, affatto incompatibili con lo sviluppo storico e civile degli ultimi tre secoli. Anche per questo l’Italia, oggi, sembra un Paese senza futuro.

(Marco Onofrio)

127 commenti

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127 risposte a “La letteratura invisibile. Pensieri “a briglia sciolta” di Marco Onofrio sul sistema letterario

  1. Chiara Moimas

    Approvo e condivido ciò che Marco Onofrio ha saputo linearmente esplicitare. E’ storia di ogni giorno; forse la mia generazione, ai tempi della speranzosa giovinezza, poteva coltivare illusioni, ma i nostri figli hanno cozzato in pieno contro il muro, oramai fattosi visibile, del sistema descritto da Onofrio.

  2. Non ricalco il giudizio di Chiara Moimas, ma anch’io approvo e condivido ogni parola di questo scritto chiaro, schietto, veritiero.
    Giorgina BG

  3. Alcuni anni fa uscì uno studio ad opera di una Agenzia Internazionale indipendente con sede a Bruxelles nel quale veniva messo a fuoco il problema del “Sistema Italia”, nello studio era compresa una indagine statistica molto interessante, era stato chiesto a un campione di laureati italiani ai quali era stato stipulato un contratto di lavoro a tempo indeterminato, quali fossero i canali ai quali si erano rivolti per ottenere un impiego. Ebbene, il risultato di quell’inchiesta ha qualcosa di sbalorditivo: su 100 laureati ben 98 dichiararono che avevano ottenuto l’impiego tramite le conoscenze ad «alto livello» della famiglia, dei partiti politici e della Chiesa cattolica (tramite le sue Istituzioni di potere). Soltanto 2 su 100 dichiararono che avevano trovato lavoro senza “aiuto” esterno.
    Lo studio dell’Agenzia concludeva stigmatizzando l’esistenza in Italia di un «sistema Italia» che ormai funzionava come un «sistema automatico» di selezione della classe dirigente, degli alti funzionari dello Stato, della ricerca e delle sue Istituzioni.

    L’inchiesta dell’Agenzia Internazionale concludeva dicendo che un paese dove «l’ascensore sociale è fermo da decenni, alla lunga conduce alla stagnazione economica e alla recessione», e indicava in questo problema la causa principale della corruzione, del clientelismo e dello sperpero di denaro pubblico. L’Agenzia concludeva la sua inchiesta con l’invito a riformare il «sistema chiuso», renderlo «aperto», e comunque «trasparente» in quanto era l’unico modo per rimettere in moto “l’ascensore sociale”, garanzia di base di ogni democrazia.
    L’inchiesta dell’Agenzia concludeva con l’indicazione che i paesi che avevano avuto il più alto tasso di sviluppo economico e sociale negli ultimi decenni (Stati Uniti, Germania, Benelux, Svezia, Giappone) erano anche quelli dove “l’ascensore sociale” funzionava in modo ottimale con finanziamenti alla ricerca, agli studenti poveri ma intelligenti con finanziamenti a carico dello Stato per ciò che riguardava le spese dell’istruzione e dell’Università.

    Per venire a noi, direi che il «sistema letterario italiano», per sua essenza elitario, non fa eccezione, è un «sistema chiuso» dove si entra solo per cooptazione con tanto di fideiussione da parte di Garanti terzi. In Italia il sistema cultura (e il sub-sistema della poesia) è un «sistema chiuso» che, a mio avviso, ha contribuito a mantenere il sistema Italia in una situazione di stagnazione (se non di recessione) culturale generale.

  4. Trovo interessante questo articolo, soprattutto nel passaggio assai condivisibile (assaissimo!!) in cui si parla della riproduzione nel mondo dell’arte della cosidetta scala sociale dagli “importanti” ai reietti” anziché della creazione di un modello nuovo che l’arte invece potrebbe e dovrebbe proporre. Onofrio usa le parole giuste per quella che io chiamo “stratificazione di leccaculo” a ogni livello. Se vuoi essere “importante”. e poi cosa significa essere importante? Il fatto che ti ricorderanno di più dopo morto, o magari anche in vita ti leccheranno il culo?
    il divismo è una brutta roba, soprattutto in un mondo di poveracci qual è quello della poesia (il nostro). Non è soltanto sistema Italia, è questione di lobby di appartenenza. Prova a non essere gay a Los Angeles e poi vedi se sfondi nel mondo della musica, potrai essere anche Mozart, ma non ce la faresti mai. Anche l’arte, vera o fasulla, è sistema di potere. La cultura poi è ufficiale solo grazie ai canali che la diffondono.

  5. “(…) sono, per lo più, manifestazioni di movimenti e smottamenti invisibili, gestiti da lobbies, aggregazioni occulte e massoniche: centri di spartizione del potere politico/economico che orchestra, senza parer di nulla, le grandi manovre di rappresentanza della letteratura che “conta” (autori affermati, o nuovi ma caldeggiati, sospinti da “ordini di scuderia”, presentati e/o imposti ai grandi editori).”

    Potrei fare qualche nome, ma mi guardo bene dallo scriverlo per non ricevere immediatamente una querela per diffamazione.
    Tuttavia, come scriveva Giuseppe Gioacchino Belli, “e cciò le prove!”
    Giorgina Busca Gernetti

  6. Frequento da sempre e quindi conosco bene un poeta attempatello birbante impertinente , che per aver nei suoi testi amabilmente preso in giro le dinamiche comportamentali di alcuni boss della poesia italiana facendo nomi e cognomi , è stato messo all’indice e quindi rifiutato dai principali editori nell’arco di un ventennio .
    Questo pittoresco eslege mi dice però di non essere ( sentirsi ) minimamente frustrato o animosamente votato a confrontarsi con il teatrino poco commendevole dell’ambiente che lo ha emarginato , anzi : la sua serenità e la sua forza di continuare ad esistere creativamente gli deriva proprio da questa sua diversità etico/sociale , dal suo spirito libero , dal sorriso amaro e giocoso delle sue parole che indicano denunciano e riassumono alla faccia di chi tace e acconsente . Beato lui ….
    leopoldo attolico –

    • Mi sembra che questo poeta NON sia stato emarginato, ma che abbia avuto le palle di emarginare lui l’ambiente del “teatrino poco commendevole”. Secondo me si tratta di trovare una risposta a questo stato delle cose raffigurato con minuziosità, dove il talento non è più la possibilità. Forse l’unica vera risposta è tornare al samizdat.

  7. Se ricordo bene, un’altra Agenzia Internazionale indipendente ha classificato i paesi in base al grado della libertà di stampa in vigore. Ebbene è risultato che l’Italia è al 153simo posto in quella graduatoria e viene dopo il Kenia. Questo ulteriore dato, unito a quello precedente, ci dà l’idea di un Paese “Immobile”, di una dominazione morbida tentacolare che non si dà a vedere, ma che anzi ti lascia la libertà di protesta e anche di dissenso (che resta a livello di assunzione di una posizione individuale, al pari di quegli eccentrici che suonano la chitarra per strada).
    Il guasto italiano è talmente vasto che non è risolvibile. In tutti i campi dove un cittadino getta lo sguardo c’è l’occupazione dei posti di potere da parte delle Lobbies, quale monopolio assoluto derivato per destinazione naturale; questo fenomeno è considerato un dato di fatto, un fatto naturale come la mela che cade dall’albero.
    Il problema può essere risolto soltanto con una rivoluzione sociale e istituzionale che ridisegni la divisione e l’occupazione dei poteri tra Stato e Chiesa (con abrogazione delle regalie che Craxi concesse al Vaticano con il rinnovo del Concordato), rivisitazione dei rapporti che legano lo Stato alle Regioni, con l’abolizione della potestà legislativa concorrente (un vero obbrobrio istituzionale), con il divieto di conferimento del potere legislativo alle Regioni, con l’abolizione di tutti gli Enti inutili, le Università inutili, le Fondazioni private finanziate con i soldi dello Stato, l’abolizione del finanziamento ai partiti e alla stampa di regime, l’abolizione dei consigli regionali… etc.
    Credo che solo in questo modo le energie assopite del Paese si risveglierebbero. La crisi quindi non è solo un fatto economico.

    • Giuseppe Panetta

      Concordo con Linguaglossa, la riforma del Titolo V della Carta Costituzionale è stata deleteria. Adesso pare se ne siano accorti, ma sarà difficilissimo procedere con un’ulteriore riforma con Legge Costituzionale visti gli equilibri precari del nostro parlamento.
      Riguardo alle Università posso confermare per diretta esperienza che è finito il tempo delle vacche grasse. La riforma della Gelmini ha portato almeno un beneficio, cioè le Università non rischiano la chiusura e continuano a ricevere soldi dallo Stato in percentuale al numero di studenti che conseguono la laurea, annualmente, e non più, come in passato, sul numero degli iscritti. E in Italia solo 3 studenti su 10 si laureano nei tempi previsti, per cui molte Università rischiano di chiudere i corsi carenti, minacciati oltremodo dalle nuove Università telematiche, dove paghi, profumatamente, e consegui, agevolmente, il tuo bel titolo.

      Grazie a Marco Onofrio per averci ricordato, ogni tanto fa bene ripassare, lo stato delle cose dell’editoria italiana, un male italiano che ha radici profonde.

      Il poeta Ivano Ferrari ha scritto il poema “Macello” negli anni ’70 ma solo nel 2004 Einaudi lo pubblica. Potremmo chiedere come ha fatto? Come è successo? Anche alla luce di quanto afferma Marco Onofrio sul sistema letterario (letteraio (?)) italiano.

      • almerighi

        Avrà dato via il culo?? Farà parte delle scarse eccezioni che confermano la regola?? E chi lo sa, forse qualcuno si sarà accorto che era bello?? Al tal cardinale piaceva l’ossobuco?? Domande profonde, sì

      • Valerio Gaio Pedini

        io giuseppe onestamente non ho conseguito nemmeno il titolo superiore, per studiare da solo.

        • Giuseppe Panetta

          Caro Valerio, in gergo tu sei un NEET, acronimo inglese per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili. Ora, da buon educatore quale dovrei (dovrei !?) essere, dovrei preoccuparmi ma come si dice “non tutti i mali vengono per nuocere”. Tu continua a studiare come stai facendo e spero che farai in futuro ancora di più.

  8. il sistema feudale è nel materiale genetico degli italiani. Anche negli ambienti di piccolo taglio, non crediate.. ci sono scale ovunque, e due sole categorie: quella di coloro i quali stanno in cima senza doverle mai salire, e quella di coloro i quali non le saliranno mai.
    Allora benedetta sia la internèt. E le lingue straniere.
    E un grazie a Onofrio per le sue belle e apprezzabili incursioni.

    • All’immagine della scala e delle due categorie indicate, io aggiungerei una terza categoria di persone che vogliono salire a qualunque costo, cioè pagando chi pretende denaro, offrendo un altro genere di pagamento che non chiarisco, tanto è ovvio, piegandosi a qualunque bassezza o favore pur di salire faticosamente almeno qualche scalino. Ci sono, ci sono!
      GBG

  9. La digressione antropologica di Giorgina Busca Gernetti non fa una piega !
    Ora il quadro è veramente completo .
    leopoldo attolico –

  10. I meccanismi dell’editoria sono un aspetto dei meccanismi selettivi del lavoro intellettuale in generale. Uno che li ha studiati con grande rigore è Pierre Boudieu. Consiglierei di partire da lì, piuttosto che dalle proprie esperienze che rischiano di mantenere la discussione a un livello impressionistico e anche un po’ lamentoso.
    Solo a mo’ di esempio ho stralciato dal Web questo pezzo scritto al momento della morte di Bourdieu. Da un’idea dei problemi da lui affrontati. Altri più mirati sicuramente se ne troveranno:

    Siamo negli anni sessanta, con Jean-Paul Sartre a sostenere che “l’intellettuale è un tecnico del sapere pratico” e Louis Althusser a descrivere la riproduzione ideologica come opera di apparati. La rivoluzione copernicana di Bourdieu sta nel sostituire alla domanda sartriana “cosa è un intellettuale?”, la domanda “come si diventa intellettuali?”, e quindi “che interesse ha una persona a diventare intellettuale?”. La risposta, Bourdieu la cerca allora nelle inchieste sugli iscritti alle Grandi Scuole francesi, sulle loro origini, le loro pratiche culturali. Da qui nasce Les héritiers: les étudiants et la culture (I delfini, 1964) scritto con il primo dei suoi discepoli, Jean-Claude Passeron, in cui si dimostra come nella società borghese il titolo di studio costituisce l’equivalente di quel che nel feudalesimo era il titolo nobiliare. Simili i meccanismi d’inflazione: all’inizio il titolo più elevato era barone; poi — per compensare l’inflazione di baroni — si dovettero creare i conti, poi i duchi, poi gli arciduchi, poi i principi. Così, a sancire l’appartenenza alla classe dominante, un tempo bastava la maturità classica (indispensabile allora per essere ammessi al corso allievi ufficiali), poi servì la laurea; ora, con l’inflazione di lauree, serve un titolo post-universitario. E se i cadetti della nobiltà venivano mandati nel clero o nelle colonie, quelli delle famiglie borghesi diventano giornalisti, fotografi, pubblicitari.
    “Se è stato necessario ripensare da capo in fondo la sociologia degli intellettuali, è perché, proprio per l’importanza degli interessi in gioco e degli investimenti consentiti, è supremamente difficile, per un intellettuale, sfuggire alla logica della lotta secondo la quale ciascuno si fa volentieri il sociologo — nel senso più brutalmente sociologista — dei propri avversari, nello stesso istante in cui si fa ideologo di sé, secondo la legge delle cecità e delle lucidità incrociate che governa tutte le lotte sociali per la verità” (Leçon sur la leçon, Lezione sulla lezione.

    (http://www.lostraniero.net/archivio-2002/77-aprile-n-22/633-ricordo-di-pierre-bourdieu.html)

    • Gentile Ennio Abate,
      menziono la Sua affermazione che precede un pregevole scritto da leggersi con estrema attenzione.

      “piuttosto che dalle proprie esperienze che rischiano di mantenere la discussione a un livello impressionistico e anche un po’ lamentoso.”

      E’ sicura (quando si da del Lei il femminile è d’obbligo!) che l’esperienza di certe vicende crei solo “impressioni” e non certezze? Dov’è il livello “lamentoso” nella discussione fin qui condotta?
      Molte grazie

      Giorgina Busca Gernetti?

      • Gentile Giorgina Busca Gernetti, indicavo un intricato bosco (quello esplorato da Bourdieu), ma lei preferisce controllarmi il dito. Va bene. Preciso che ho parlato in generale e che di solito, quando si tratta di questi argomenti, mancando oggi una vera ipotesi di lotta politica (o addirittura rivoluzionaria, come prospetta Giorgio Linguaglossa), il rischio è di ripiegare nel lamento o nell’invettiva sterile. O, aggiungo, in discorsi anche ben torniti che restano *inter nos*: tra esclusi, costretti ai samizdat o ai blog. Indisturbati gli dei o i divi continuano le loro faccende. Anche se noi invece di impressioni, avessimo certezze. Manca una cornice che le renda operanti e strumenti capaci di smuovere non il Sistema, che è un’astrazione, ma i suoi reali, singoli rappresentanti, i nostri nemici. Stop.

  11. Chapeau a Marco Onofrio per aver scritto e descritto (fuori dai denti) ciò che è divenuta ‘la cultura’, e nello specifico il mondo dell’editoria, nel nostro Paese. E’ vero, il ‘mezzo’ è il messaggio, e il messaggio non ha più importanza. Dante aveva Virgilio come accompagnatore per superare gli ostacoli dell’Inferno, per ‘andare oltre’, dopo averne tratto insegnamento, e per giungere al Paradiso. Oggi troppi cosiddetti letterati, ma li definirei manager di se stessi, così come i ‘manager della cultura’, vendono l’anima al diavolo per il Dio Denaro. L’alta finanza e gli interessi economici – l’unico vero potere politico rimasto – si sono appropriati della ‘cultura’. Ed è verissimo: la cultura diviene un ‘luogo simbolico’ che è deputata a perpetuare immobile se stessa come ‘status sociale’. La cultura vera, quella ‘che si coltiva’ e che ‘coltiva’ le idee e i loro moti, sviluppi, mutamenti e contributi attivi alla vita sociale e spirituale di una società civile, la si vuole distruggere. E’ un ostacolo, è chiaro. Ed è così che si consuma il declino di un Paese.
    Sono indignata, profondamente, per tutto ciò che mi circonda, che leggo, che vedo. Sono indignata per le scalate al potere delle grandi case editrici; per le vetrine delle più grandi e inflazionate librerie ‘di marca’ piene delle ’50 sfumature di grigio…rosso o altro che sia’, mentre, se ci penso, alcuni testi che per me sono stati molto importanti (non parlo dei classici) li ho trovati – beata serendipity – in mercatini, èditi da case editrici di cui neanche ricordo il nome. Sono indignata.

  12. Giuseppina Di Leo

    D’accordo con quanto dice Ennio: qui non c’è da declinare qualche invito, è un intero sistema che è corrotto, come giustamente mette in evidenza Marco Onofrio. (E come evidenziava Bourdieu).

  13. Ivan Pozzoni

    Perdonatemi. Prescindendo dal fatto che, teoreticamente e praticamente, come ci ha insegnato Lombardi Vallauri con una metafora strepitosa, nessuna forma di rivoluzione è fattibile: se stessimo organizzando una rivolta, mica ve lo verremmo a dire. Semplicemente, vi ci troverete dentro. Saluti a tutti!

  14. L’attività artistica non tecnologica è stata messa da parte, non serve al mercato. Tutto qui. C’è un grande mercato e uno piccolo che ne deriva e dipende. Il mondo dei privilegiati di cui si sta parlando appartiene alla piccola economia: fanno da parcheggio alla cultura umanistica, che altrimenti, forse, sparirebbe. In fondo è segno di una possibilità remota, che qualcosa possa un giorno rinascere. Quel che so del passato è che i mediocri spariscono in fretta, e che i grandi poeti avevano coscienza di scrivere anche per le future generazioni, tempo permettendo. Viviamo nella cultura del business, i geni e le persone di successo son quelli che sanno fare denaro. Ogni epoca si dà la propria arte. Siamo tutti esclusi. Non fosse così, anche i poeti avrebbero la pensione e gli ammortizzatori sociali, e i loro reading, volendo, si terrebbero allo stadio di sanSiro. Il fatto è che non riusciamo a definire criteri diversi di comunità, non sappiamo inventarci un mercato alternativo; forse perché cadiamo nella trappola della cosa pubblica e non accettiamo che la poesia sia scrittura privata, individuale, che si concretizza in solitudine, nella confidenziale lettura: messaggi individuali, se non proprio alla portata, a disposizione di chiunque; ma a tu per tu (poeta e lettore), perché la poesia stabilisce rapporti veri, non ha a che vedere con il successo. Detto in termini commerciali: dovremmo comprendere le finalità di un prodotto che non necessita di pubblico.

    • Ambra Simeone

      Se non necessitasse di pubblico non saremmo qui a parlarne!

      • Quando leggo poesia non sono pubblico, sono una persona. Mi riferisco a questa dimensione soltanto. Questo tipo di rapporto andrebbe reso pubblico: perché e cosa accade quando si legge poesia.

        • D’accordo con Lucio. Si potrebbe dire che solo da un nuovo tipo di “a tu per tu (poeta e lettore”) potrebbe nascere *anche* un nuovo pubblico. Ma non è detto. E non se ne vedono avvisaglie. Scavare in questa direzione, lamentarsi di meno, dismettere polemiche che non raggiungono i bersagli (individuati forse, ma inattaccabili al momento).

          • Non si tratta, secondo me, di nuovo pubblico che potrebbe nascere, ma di abbandono della mondanità (da qualunque parte la si guardi), in quanto non veritiera su quel che avviene tra poesia e lettore. A ben vedere, la ragione per la quale guardiamo con sospetto i poeti che riscuotono successo (in vita), sta nel fatto che trasgrediscono una verità che stiamo dimenticando. In altre parole, anche il fatto stesso di lamentarci indica che siamo caduti in trappola.

            • ma nell’era dei dispositivi elettronici non basta la internet?
              Ma poi, non è tutto subordinato all’interesse? Uno emette, l’altro fruisce là dove è stimolato il suo interesse. Poi, una volta lo stoccafisso era cibo per i poveri, ora è per i ricchi. Somigliantemente oggi la cultura e annessi e connessi è per chi se la va a cercare

        • Ambra Simeone

          allora non bisogna dire che non esiste più un “pubblico” nel senso delle funzioni che bene o male ancora sono legate a questa parola. Diciamo che sono cambiate le dinamiche sociali attorno alla fruizione di un libro, per cui dovremmo coniare una nuova parola che soddisfi questi sensi modificati nel tempo (non va bene persona è troppo generico), non diciamo che non esiste più “chi legge, comprende, discute, commenta e si fa emozionare da un testo”!

  15. In ordine alla questione del «nuovo pubblico», cioè di un nuovo «soggetto», vorrei ricordare la concezione marxiana della produzione estetica.
    La produzione dell’arte per Marx produce un «oggetto» soltanto quando questo «oggetto» può essere recepito dall’uomo in quanto «oggetto».
    Scrive a tal proposito Marx: «la musica stimola soltanto il senso musicale dell’uomo, e per l’orecchio non musicale, la più bella musica non ha alcun senso (non) è un oggetto, in quanto il mio oggetto può essere soltanto la conferma di una mia forza essenziale, e dunque può essere per me solo com’è la mia forza essenziale, e dunque può essere per me solo com’è la mia forza essenziale quale facoltà soggettiva per sé, andando il significato di un oggetto per me… tanto lontano quanto va il mio senso». (328-329)

    citazioni tratte da K. Marx Manoscritti economico-filosofici del 1844 Einaudi 2004

    • Di quale pubblico parliamo? L’unico “pubblico” , se l’intendiamo come platea, della poesia è quello di addetti ai lavori. Come se a una fiera del pane andassero solo panettieri, o se a un concerto andassero solo musicisti.

      • Ambra Simeone

        caro Flavio e caro Giorgio,

        la parola “pubblico” è intesa oggi (più o meno) solo come pubblico della tv o degli stadi! Concordo con voi con questo. Ma secondo me il problema è questo: come chiamare chi discute intorno a faccende letterarie, chi legge (e che magari non scrive, per cui non solo addetti ai lavori), chi critica, chi studia e chi si fa trasportare da un testo, da delle idee? Non abbiamo una parola giusta per chiamare tutto ciò, o meglio chiamiamo tutto ciò con una parola desueta o che ha ristretto il campo semantico solo ad alcuni ambienti.
        Di qui due ipotesi:

        1) non esiste una parola giusta per chiamare tutto ciò, e allora diciamo che non esiste la corrispondente cosa nella realtà a cui questa parola si riferisce (posizione di molti che dicono che un pubblico non esiste)
        2) visto che esistono e vengono pronunciate comunque, molte parole che identificano cose che nella realtà non esistono, (come unicorno per esempio) magari la parola “pubblico” si deve essere semplicemente adattata (come in realtà ha già fatto di sua propria natura) alla società che viviamo…. per cui va anche studiata.

        Magari esistono molti “pubblico” che potremmo chiamare corporazioni o semplicemente gruppi, alveari di soggetti che rispondono solo ad alcuni soggetti.

        Il fatto che non venga affrontato il problema liquidandolo semplicemente dicendo “il pubblico non esiste” si tratta, secondo me, anche qui di stagnazione culturale!

  16. Noto che la discussione sta lentamente virando sul problema del pubblico, che non era – se non per connessione indiretta – il centro di gravità del mio articolo. Dove, come ha colto di rinterzo Linguaglossa, si tematizzava il sistema letterario come epifenomeno del più generale “sistema Italia”. Certamente la cultura, a qualsiasi livello di quantità (cioè di diffusione), può fare i suoi “giri” autonomi ed esplicare i suoi effetti qualitativi. Io, ad esempio, ho finora pubblicato 21 libri e, senza l’appoggio di alcun grande editore o gruppo politico, ho raccolto parecchi riconoscimenti in campo nazionale e internazionale. Tuttavia la mia dimensione professionale di scrittore muterebbe all’istante se uscissi con un grande editore. Cioè: io sarei sempre lo stesso, ma si trasformerebbe (in meglio) la rappresentazione simbolica del mio operato, a livello di ricezione, di considerazione. Un conto dire che hai pubblicato con Pincopallino, un conto che hai pubblicato con Rizzoli: cambia anzitutto il modo in cui vieni preso sul serio. E’ questo che a me dà fastidio: che non conti ciò che uno scrive, o non del tutto, ma l’editore con cui pubblica. Perché l’etichetta e la confezione devono valere a prescindere dal contenuto? La gente (a cominciare dai critici e dai giornalisti) andrebbe educata a leggere le cose in profondità, a oltrepassare certi condizionamenti. Un libro valido è valido anche se lo pubblica Pincopallino Editore; una cagata è una cagata anche se la pubblica Rizzoli. Invece il libro valido viene fieramente ignorato, e sulla cagata magari escono 30 recensioni. Così si ricade per forza nei giri viziosi di un sistema che – in mancanza di strumenti critici alternativi – si presta ad essere pilotato secondo certe logiche, dove appunto il merito non ha il rilievo che dovrebbe avere. Lasciatemi passare una metafora calcistica: io non discutevo degli stadi più o meno vuoti di pubblico, ma ponevo l’accento sull’etica che deve presiedere al fatto sportivo, impedendo che le partite siano truccate, e l’arbitro sia di parte. Scendereste in campo a giocare una gara già decisa a tavolino? Perché dobbiamo assoggettarci ad un sistema che articola le sue manifestazioni non sul libero gioco democratico (la selezione “sana” dei concorrenti) ma su codici e sottocodici di regole occulte, manovrate ad arte sulla base di criteri che – in fin dei conti – con l’arte della scrittura niente hanno a che spartire?

    • Sicuramente come critico, conosco pochissimo la tua poesia, hai molte frecce al tuo arco e la tua analisi in questo articolo è assai puntuale e molto condivisa. E’ chiaro, rimanendo nel mondo della metafora calcistica, che se le partite sono giocate da squadre con calciatori del calibro di Messi, Stankovic o Totti il pubblico arriva, eccome! Il problema è che nel mondo delle lettere e dell’editoria succede esattamente il contrario che nel mondo del calcio. Un Messi della scrittura non trova editore o deve cercare raccomandazioni, uno scazzabubbolo qualsiasi per motivi di potere magari pubblica per Einaudi, tanto per dirne una. E succede così da troppo tempo, pensiamo solo a un Morselli che si suicidò prima.
      Ieri, su un blog che conosci bene anche tu, un “noto” poeta ha pubblicato una traduzione di un brano di Apollinaire a mio avviso, ho finito le commerciali 36 anni fa, molto scolastica. Inizialmente la traduzione ha avuto un coretto di pon pon girls, poi un’autrice ha segnalato un grosso errore. I commenti onesti e “fuori dal coro” sono stati cancellati tutti, il “noto” poeta ha corretto la sua castroneria e anche la mia lamentela per l’oltraggio della cancellazione fatta su commenti onesti è stata cancellata. Tutti vivono felici e contenti. Se anche in rete avvengono episodi così scandalosi, non immagino nemmeno cosa possa accadere nei salottini buoni e chiusi a chiave dove sta chi tiene il cordone. Ciao

    • ad esempio, ho finora pubblicato 21 libri e, senza l’appoggio di alcun grande editore o gruppo politico, ho raccolto parecchi riconoscimenti in campo nazionale e internazionale. Tuttavia la mia dimensione professionale di scrittore muterebbe all’istante se uscissi con un grande editore. Cioè: io sarei sempre lo stesso, ma si trasformerebbe (in meglio) la rappresentazione simbolica del mio operato, a livello di ricezione, di considerazione»(marconofrio71Marco)

      Non me ne voglia troppo Marco Onofrio se faccio notare che il suo è un bell’esempio di ambivalenza.
      Ha pubblicato finora ben 21 libri – che prolificità! – «senza l’appoggio di alcun grande editore o gruppo politico», ma si rammarica (non lo dice, ma la sostanza del suo discorso è questa) di non poter pubblicare col grande editore che gli assicurerebbe maggiore considerazione.
      Se l’atteggiamento di Onofrio è rappresentativo – come credo – del modo di “ragionare” di almeno il 98% di quanti *sono costretti* a pubblicare con piccoli o medi editori, perché respinti dai grandi o perché, consapevoli del quasi certo rifiuto, neppure ci provano a bussare a quelle porte, abbiamo la prova della inattaccabilità attuale del cosiddetto Sistema editoriale. Anche per l’incapacità di questa intellettualità che si lamenta ( è il termine giusto Giorgina Busca Gernetti?) di essere “emarginata” o “censurata”. Così pubblica *per costrizione* presso piccoli e medi editori, ma appena può tenta la carta col grande editore, magari in altre sedi fieramente denunciato per comportamenti da «casta» o per la coltivazione di un «piccolo orticello di prebende e prelazioni».
      Non la metto in termini politici. Se questo è l’atteggiamento prevalente oggi fra scrittori e poeti “d’opposizione”, non ci sono – appunto – le premesse di qualsiasi azione politica (figuriamoci rivoluzionaria).
      La metterei in termini etici: si facciano almeno i conti con le proprie ambivalenze, problematizzandole, discutendole lealmente, invece di occultarle sotto roboanti denunce.
      Bisogna insomma riconoscere che, anche quando ci sentiamo o dichiariamo di essere fuori dal Sistema, in realtà non lo siamo davvero. Siamo sotto sotto ammaliati da esso. Siamo, dunque, ambiguamente più o meno dentro una logica blandamente corporativa, non veramente oppositiva.
      Allora tanto vale, in assenza – ripeto – di una vera possibilità di mutare con un’azione politica questo andazzo, pubblicare dove si può, senza darsi arie di oppositori o di critici. O, uscendo dall’ambivalenza, si ha la volontà e la forza di organizzare una vera, dichiarata, collettiva, secessione dalla grande editoria, decidendo di pubblicare *soltanto* con il piccolo editore e per una chiara scelta politica. O ci si continui a muovere in modi ambivalenti e opportunisticamente abili ( nel senso di “cogliere le opportunità” che possono venir offerte a Tizio e a Caio singolarmente) e stop con le prediche e le invettive.

      • Abate, Lei – come al solito – non ha capito niente di ciò che ho scritto. Io non mi “rammarico” di “non poter” pubblicare col grande editore (le cui costrizioni difficilmente potrei tollerare, libero e intemperante come sono) MA che serva il grande editore per essere presi “sul serio”; dunque esattamente il contrario! E’ un discorso che dovrebbe trovare la solidarietà di tutti gli “invisibili”, quindi anche la Sua. Peraltro, se io puntassi al grande editore ad ogni costo, mi guarderei bene dal pubblicare articoli “sconvenienti” come quello che ho scritto, non crede? E non nasce neppure dal lamento della volpe che non arriva all’uva: credo che ogni lettore onesto e impregiudicato se ne sia potuto rendere conto. A me è sempre piaciuto litigare con chi è più forte di me: non credo che questo temperamento corrisponda al profilo ambiguo (da opportunista) che Lei vorrebbe appiccicarmi addosso (l’opportunista è, viceversa, agnello con i lupi e lupo con gli agnelli). Prediche e invettive le annusa Lei, che non conosce la mia storia e non tralascia occasione per stigmatizzare (in me e in altri) presunti atteggiamenti apodittici o arroganti, anche quando non se ne scorge l’ombra. Lo stesso dicasi per i toni “roboanti”, che non ho mai usato, e per le “arie” da oppositore e critico, che non mi sono mai dato: tutte illazioni che vanno oltre le mie parole, deformandole. Si tolga lo specchio davanti agli occhi quando parla di ciò che “vede”…

        • @ Onofrio

          Dunque nessuna ambivalenza in lei? Lei si rammarica che serva il grande editore per essere presi “sul serio” così, tanto per fare un discorso generale che non la implica per nulla? Magari lo fa soltanto a favore degli “invisibili”?

          P.s.
          Comunque non ho nessuna intenzione di personalizzare la questione. Ho preso solo spunto dalle sue parole perché mi pare che un atteggiamento di ambivalenza esiste ed è molto diffuso.

          • Esiste, ma non mi riguarda. Io ho avuto, pur pubblicando con piccoli editori (di qualità), soddisfazioni che non giustificano alcuna smania di arrivare e sgomitare (comunque estranea al mio modo di essere: chi mi conosce sa che sono agli antipodi del “leccaculo”), tra cui recensioni in quotidiani come La Repubblica e Il Corriere della Sera. Può visitare il mio sito http://www.marco-onofrio.it alla sezione “Rassegna stampa”. Dunque sono motivazioni di ordine generale, è evidente dal tono e dallo spirito delle parole, che mi spingono ad esternare certe intemerate; e anzitutto l’orrore etico che provo per l’Italia di oggi, con le sue metastasi trasversali ad ogni settore. Si legga per esempio la denuncia del sistema universitario italiano, con i suoi sistemi di cooptazione feudale, da parte di un professore “scomodo” di Palermo.
            Al seguente link:
            http://www.eco.unibs.it/~palermo/PDF/la-carriera-di-un-cane-sciolto.pdf

            Sarebbe ora di darci una mossa per cambiare lo stato delle cose.

            • @ Onofrio

              Se l’ambivalenza esiste ( in lei, come in me, come in tutti i cosiddetti “invisibili” o altra definizione per indicare gli scrittori costretti a rimanere oscuri, clandestini, ai margini, con conseguenze non indifferenti sul loro modo di rapportarsi al mondo dei “colleghi” o a quello “globalizzato”), bisogna che sia vista come *problema*. E mai solo *personale*. Quindi a me pare contraddittorio dire che esiste e allo stesso tempo aggiungere “ma non mi riguarda”. Io sono d’accordo a discutere il problema nella sua complessità “politico-personale”. L’orrore “etico” non basta. Quello che manca è proprio un progetto politico ragionato. E perciò ponevo il problema di uscire dall’ambivalenza in modo politico. Cosa non facile, ma irrinunciabile.

              • Io detesto i sofismi, le particolarizzazioni infinitesime che stornano dalla visione globale e dalla fluidità del pensiero olistico. Inutile dire che “non mi riguarda” non significava che io sono privo di ambivalenze tout court (non sarei altrimenti un essere umano), ma soltanto che non è l’ambivalenza “paracula” dove Lei vorrebbe confinarmi lo schermo attraverso cui vanno lette le mie parole. Lei, Abate, difetta di scetticismo preconcetto, e tende sempre a parlare da una cattedra di verità autofondate. Beato Lei! Io non ho le Sue certezze, e ho inteso sollevare un problema generale, al di la dei personalismi, che appunto ci riguarda tutti in quanto cittadini di questo Paese. L’orrore etico non basta, certamente, ma intanto vada a dirlo a quelli che neppure lo provano: non a me che da anni combatto – con i miei mezzi – contro le storture del sistema. I lettori del blog (tranne Lei, a quanto pare) hanno da un pezzo capito il senso autentico del mio discorso…

                • @ Onofrio

                  Ma quali sofismi! Alle «particolarizzazioni infinitesime che stornano dalla visione globale» ricorre lei stesso distinguendo la sua ambivalenza «non “paracula”» da quella forse più plebea degli altri. Io non voglio confinare nessuno in nessun posto né sto su alcuna cattedra né ho le «certezze» che mi imputa. (Ammesso che avere certezze sia un difetto…). Se poi tutti i lettori di questo blog avessero capito il «senso autentico» del suo discorso ( ma finora non vedo pronunciamenti argomentati in merito), la cosa non mi pare lo stesso per lei un buon paravento. Comunque, sia chiaro: io cerco di ragionare con rigore con gli interlocutori che mi sembra abbiano voglia di fare la stessa cosa. Se poi m’accorgo che non ci si riesce, smetto. No voglio mica torturarla, eh!

                  • Abate, lasci perdere… Neanche Lei sa dove vuole andare a parare con i Suoi discorsi, e io francamente ho altro da fare nella vita che perdere tempo con le inutili polemiche da Lei innescate in questo come in altri blog. La mi stia bene.

        • Condivido il pensiero e le parole di Marco Onofrio.
          Giorgina Busca Gernetti

      • “questa intellettualità che si lamenta ( è il termine giusto Giorgina Busca Gernetti?)” (Ennio Abate).

        Quando uno mi scrive STOP due volte , al che io rispondo STOP PER SEMPRE, sarebbe opportuno che lo “stopper” si astenesse dal rivolgermi indirettamente, ma con nome e cognome, ironiche domande come questa. Se ha dubbi sulla correttezza del verbo “lamentarsi”, legga il vocabolario!
        Pregherei lo “stopper” di ignorarmi! STOP
        Giorgina Busca Gernetti

    • Ambra Simeone

      caro Marco,

      quanto detto nel tuo articolo può essere o meno condivisibile… sicuramente ognuno di noi può raccontarne delle belle sull’argomento!
      Per quanto mi riguarda a me piaceva discutere sull’argomento “pubblico” perché la stessa parola “Pubblicare” qui è tirata in ballo. Se non capiamo bene per chi si pubblica un libro (a prescindere o meno da quale casa editrice lo faccia) la discussione si può restringe a una mera lamentela trita e ritrita; mentre il bello del tuo articolo è che apre alla discussione di cose che sembrano non c’entrare con il punto nodale, ma che invece sono le ragioni principali sul quale discutere.

      • marconofrio1971

        cara Ambra,
        l’argomento “pubblico” è certamente cruciale; ma a me sta più a cuore combattere con tutte le forze e tutti gli strumenti possibili la mafia occulta che oggi, in Italia, inquina anche la letteratura (così come tanti altri aspetti della vita civile). Nessuna intenzione di lamentela “trita e ritrita” – se non nell’interpretazione preconcetta di Abate – ma voglia irrefrenabile di denunciare, di sputtanare, di prendere tutti insieme coscienza della situazione per tentare di cambiarla. A costo di essere bandito: ma forse già lo sono da parecchio. Anche Giorgio Linguaglossa lo è. E tutti quelli che rompono il patto di omertà. Io non ci sto.

        • Giuseppina Di Leo

          Caro Marco Onofrio, approvo in toto la tua denuncia.

          • Con i vostri (quelli che si leggono qui o altrove) soli curricula perché non fondare una casa editrice prestigiosa sul nascere e produrre pubblicazioni secondo principi rinnovati da impegno democratico e sostegno ai talenti trascurati e nuove voci talentuose? Nascono case editrici ogni giorno. Allora piuttosto che parlare e dispiacersi delle maggiori politiche editoriali, perché non entrare nel circuito e migliorare fattivamente l’operato dell’editoria? Poi potremo dare scioglimento a tutte le nostre perplessità e dimostrare quanto non sia ancora valido dire che fatta l’Italia bisogna fare gli italiani.
            P.s. visto l’abbondanza dei fraintendimenti dovuti alla natura equivoca della lingua scritta, non sarebbe anche cosa graziosa fare largo uso di emoticon.. se non altro divertente >_<? Allieterebbe la permanenza sul sito

          • Approvo e condivido anch’io la denuncia di Marco Onofrio.

        • Gentile Marco Onofrio,
          ho sempre disprezzato e perciò combattuto (a mio danno, naturalmente) ogni atteggiamento mafioso e omertoso negli àmbiti in cui l’ho scoperto.
          E’ ovvio che condivido pienamente la tua dichiarazione d’intenti !
          Giorgina Busca Gernetti

          • marconofrio1971

            Gentile Giorgina,
            avendo letto e apprezzato (in questo e in altri blog) i tuoi interventi, sempre lucidi e onesti, non avevo alcun dubbio su quale parte della barricata ti avrebbe visto in prima linea, pronta a dare battaglia. Con ammirazione. Marco Onofrio

        • Ambra Simeone

          caro Marco,

          la tua denuncia è condivisibile, come ti dicevo prima ognuno di noi potrebbe raccontarne delle belle secondo le proprie esperienze!

          Ma se dietro a una denuncia si affrontano problematiche che coinvolgono tutto il “sistema sociale” come anche il “sistema Italia” che Giorgio a ragione commentava, non ci vedo poi una causa minore per cui combatte!
          Ognuno affronta le ingiustizie a proprio modo!

          E noi è proprio sul campo del dibattito che ragioniamo delle cose e che le denunciamo, altrimenti saremmo giudici o avvocati! 🙂

          • cara Ambra,
            nessuna “causa minore”, d’accordo con te! Assolutamente plausibile lo sviluppo collaterale che – nel fuoco del dibattito – ha preso il discorso con il problema del “pubblico”, peraltro implicito nella tematica affrontata; tenevo soltanto a dire che a me sta anzitutto a cuore l’urgenza del tema meritocratico 🙂

  17. Abbiamo capito tutti: il blog è Erato e il traduttore improvvido è Luciano Nota.

  18. Valerio Gaio Pedini

    ora possiamo benissimo parlare di feltrinelli che in questi anni ha lanciato autori quali Benni (credo di non aver mai letto un suo libro diverso dall’altro!), Baricco (lo trovai nella sezione sociologia alla Rizzoli!), Moccia (posso fare un bel segno della croce), Serra (che è un cronista, e per quanto sappia fare cronaca, sicuramente non sa scrivere poesie!) e altri. Fabio Volo, oramai, è giudicato un filosofo italiano…e in questo blog possiamo tutti smettere di scrivere, vedendo tali esempi.

  19. La mia personale posizione è questa: io non divido le persone e gli autori in “nemici” o “amici”, in “autori istituzionali” e “autori di opposizione”; io divido le persone e i libri in autori e libri mediocri e autori e libri di qualità.
    Quando leggo un libro semplicemente non guardo all’etichetta dell’editore, non mi faccio influenzare dal logo editoriale. Tutto qui.

    • @ Linguaglossa

      Allora vuol dire che gli autori dei libri di qualità meritano l’etichetta di ‘amici’ e quelli di libri mediocri meritano di essere considerati ‘nemici’ o no?
      Quando si stabilisce una gerarchia di valori comunque una parte si contrappone ad un’altra o no?
      Che poi il linguaggio che usiamo abbia una sua metaforicità e quello che chiamo ‘nemico’ in letteratura non sia la stessa cosa di uno che ti spara addosso su un campo di battaglia c’è bisogno di precisarlo?

    • Valerio Gaio Pedini

      oggettivamente posso ben comprendere tale fatto, ma il problema però sta a monte. Benni se non mi fosse presentato come umorista del secolo, probabilmente non lo contrasterei, perché sarebbe uno dei tanti (qui aggiungo che la poesia di Benni inizialmente mi piacque, poi la rivalutai, poiché trasudava secondo me un’ovvietà estrema ed anche poco creativa) Ora credo però che l’importanza sopra il lato prettamente iberbolico della prosa ci sia…il problema però resta l’immobilità.

  20. Caro Ennio,

    la mia personale gerarchia dei valori è molto semplice, è quello che ho scritto: «io divido le persone e i libri in autori e libri mediocri e autori e libri di qualità».
    Io non divido le persone degli autori in autori “amici” e autori “nemici”, perché non mi interessano le persone (che tra l’altro neanche conosco) ma i testi. Tu, per esempio, hai scritto dei libri che hanno delle qualità, e questo lo dico (e l’ho scritto) a prescindere dai loghi degli editori che li hanno pubblicati, non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo in pubblico, e l’ho anche scritto in alcuni saggi. Ma non ti considero né “amico” né “nemico” ma “autore”.
    Ci sono però dei critici (o critici poeti) che considerano altri parametri (il logo dell’editore, le lobbies di appartenenza, la posizione di potere, le possibilità di scambio etc.), e questo produce non solo confusione ma anche corruzione (intellettuale). In questo contesto micro culturale è difficile per le persone oneste e valide operare, non credi?, è una difficoltà oggettiva. Questa non è una mia lamentazione ma un dato di fatto.
    Se io critico la poesia di un De Signoribus o di un Magrelli, critico la loro poesia non le loro persone. Spero che questo sia chiaro. Pur sapendo che verrò messo all’ostracismo da parte degli apparati editoriali e istituzionali che sostengono quegli autori.

    • @ Linguaglossa

      Ma i testi sono riconducibili alle persone che li scrivono o no? Giudicare un testo è dare un giudizio (magari indiretto) sugli autori. Sostenere che dei testi producono « non solo confusione ma anche corruzione» è affermare (indirettamente) che i suoi autori producono un danno. E invitare ( sempre indirettamente) « le persone oneste e valide» come minimo a stare in guardia. Non capisco perché negare o attutire un conflitto reale.

      Io tengo per buona ancora la lezione di Fortini:
      «Poter dire “verme” a un verme, non è così facile come si crede, se non si è dei volgari cani da guardia di qualcuno, se – voglio dire – non si è migliori dei cani e dei vermi. Ci sarà sempre quacuno pronto a rammentarti che bisogna criticare il meglio e non il peggio, IL PENSIERO E NON LA PERSONA [mia la sottolineatura in maiuscolo], il peccato e non il peccatore. Eppure tu sai che vengono, o si stanno avvicinando, momenti nei quali il pensiero e la persona, il servizio reso a una pubblicistica repellente e l’indentità anagrafica che quel servizio ha reso, tendono a identificarsi […] So bene – non ci vuole una grande sensibilità morale per saperlo – che il disprezzo verso altrui, macchia anche e diminuisce chi disprezza. Nell’ingiuria c’è sempre un autocompiacimento. Ma sono macchie che accetteri di subire volentieri, se servissero a introdurre profondi motivi di divisione, a costringere a scelte rigide, a riconoscerne la inevitabilità salutare» [F. Fortini, Salubre insolenza, in Disobbedienze II, pagg.64-65, manifesto libri , Roma 1996]

      P.s.
      Avvertenza. Ho citato questo passo non per far un elogio indiscriminato dell’aggressività. Proprio perché il conflitto c’è, bisogna prenderne atto e adeguare le parole o il gesto sia al grado raggiunto dal conflitto sia alla valutazione del grado di ostilità da avere verso chi è in contrasto con noi.

  21. Caro Ennio,

    trascrivo quanto ho già scritto: «Se io critico la poesia di un De Signoribus o di un Magrelli, critico la loro poesia non le loro persone. Spero che questo sia chiaro. Pur sapendo che verrò messo all’ostracismo da parte degli apparati editoriali e istituzionali che sostengono quegli autori».

    Mi dispiace per il grande Fortini ma devo dissentire dalla sua posizione. Fortini dice che non bisogna distinguere le opere dalle persone, io invece sostengo il contrario: le persone non mi interessano, io leggo e valuto i testi, qui finisce il mio compito, io non chiamo nessuno a fare le crociate contro le persone, ma cerco di far riflettere chi legge sulla validità o non validità dei testi che legge. Anzi, dirò di più, trovo da subalterno confondere le opere con le persone degli autori; se critico certe opere la mia è una critica che rimane e deve rimanere entro il demanio del letterario, non deve e non può travalicare oltre l’aspetto letterario, altrimenti arriveremmo d’un colpo alla colluttazione fisica (aspetto che mi ripugna profondamente).
    Fortini preso dal suo furor militante purtroppo sbagliava quando non distingueva le persone dalle cose, rivelava così il lato ancora subalterno del suo marxismo critico.

  22. @ Linguaglossa

    Nssun furore miltante!. Per la precisione, nel testo che ho riportato, Fortini dice che *in certi momenti* il pensiero (o l’opera) e la persona tendono ad identificarsi, a sovrapporsi. E nel mio post scriptum ho avvertito, appunto, che bisogna stare molto attenti a stabilire questi momenti e il grado di ostilità da esprimere nei confronti dell’interlocutore. Dove scovi poi questo invito a passare dalle parole alla «colluttazione fisica»? Puoi benissimo dissentire da me e da Fortini. Ma a me pare che tu neghi semplicemente il conflitto delle idee, pur praticandolo abbondantemente quando scrivi del poeta X o Y.

  23. Giuseppina Di Leo

    a Ennio e a Giorgio
    Ma, scusate, Fortini sta mettendo in guardia proprio da coloro che usano la critica a mero scopo utilitaristico… e non mi pare di aver letto male!

  24. caro Ennio Abate,
    se leggi bene le frasi di Fortini che qui trascrivo, ti renderai conto che il poeta milanese metteva in guardia dal fare una “identificazione” tra il pensiero e la persona e, peggio ancora tra l’opera e la persona:

    «…si stanno avvicinando, momenti nei quali il pensiero e la persona, il servizio reso a una pubblicistica repellente e l’indentità anagrafica che quel servizio ha reso, tendono a identificarsi […] So bene – non ci vuole una grande sensibilità morale per saperlo – che il disprezzo verso altrui, macchia anche e diminuisce chi disprezza. Nell’ingiuria c’è sempre un autocompiacimento…».

    È proprio l’opposto di quanto la tua interpretazione sostiene! cioè di usare la critica a mero scopo utilitaristico, come ha ben compreso Giuseppina Di Leo, fare di tutta l’erba un fascio, voler far credere che l’opera e la persona siano una cosa indivisibile. E poi, un conto è la persona privata, un altro è la persona pubblica. Quando si pubblica un libro si diventa, volenti o nolenti, una persona pubblica.

    • @ Linguaglossa e Di Leo

      No giochiamo a prendere il frammento di citazione che fa comodo alla nostra posizione. Io non sono affatto un sostenitore della “critica a mero scopo utilitaristico” (?) né faccio di ogni erba un fascio. Mi pare che si sia troppa fretta da parte vostra a smentire la mia interpretazione. E forse è stata troppo stringata la mia precedenti citazione dello scritto di Fortini.
      in quello scritto di Fortini Il conflitto era riconosciuto e portato avanti senza reticenze e giri di parole.
      Ne riporto (scannerizzando in fretta e scusandomi di qualche refuso) perciò una parte più ampia:

      Poter dire «verme» a un verme, non è così facile come si cre-
      de, se non si è dei volgari cani da guardia di qualcuno, se – voglio
      dire – non si è migliori dei cani e dei vermi. Ci sarà sempre qual-
      cuno pronto a rammentarti che bisogna criticare il meglio e non
      il peggio, il pensiero e non la persona, il peccato e non il peccato-
      re. Eppure tu sai che vengono, o si stanno avvicinando, momenti
      nei quali il pensiero e la persona, il servizio reso a una pubblici-
      stica repellente e l’identità anagrafica che quel servizio ha reso,
      tendono a identificarsi; come d’altronde fa ogni giorno, l’ammi-
      nistrazione giudiziaria.
      La situazione morale e intellettuale, prima ancora che poli-
      tica, del nostro paese, qual è espressa ogni mattina e ogni sera dai
      quotidiani e dagli audiovisivi è tale che un certo numero di per-
      sone (una delle quali sono io che scrivo) prova sentimenti di
      schifo e di disprezzo – certamente ricambiati – per un certo
      numero di appartenenti alla propria medesima corporazione.
      Nel nostro caso, facitori di opinione, giornalisti, filosofi. o ex filo-
      sofi, studiosi o ex studiosi, e simili. Tali sentimenti non hanno,
      nella situazione nostra, quasi mai a che fare (e questo mi pare il
      punto eminente) con le ostilità tradizionali all’interno delle cor-
      porazioni (accademiche, giornalistiche, ecc.) e neanche con le
      divisioni partitiche o di setta. Essi si sono sviluppati e sono dive-
      nuti irrimediabili (nel senso di non-mediabili) nel corso dei pas-
      sati vent’anni, come lo erano stati nel ventennio fascista. E per
      tre fattori: il primo è nella mancata interpretazione politica e non
      mitologica del quindicennio 1967-1982, per i motivi che sappia-
      mo e che quotidianamente rigurgitano nella idraulica nazionale;
      il secondo è perché tutto un personale di servizio «intellettuale»,
      promosso ai media proprio grazie a quella mancata in-
      terpretazione, è solidale nella difesa interpartitica dello stato di
      cose vigenti e si divide solo per la recitazione di alcune gags o parti in commedia; il terzo – prodigiosamente enfiato dall’infantile o infame trattamento ormai corrente degli eventi dell’Est
      europeo; ma, consoliamoci, in Francia è anche peggio – è nella
      ipertrofia democraticistica secondo la quale si debbono ri-
      spettare tutte le opinioni, anche le più turpi, lasciar parlare anche
      i mentitori pubblici, rimandare le conclusioni perché «il nostro
      tempo sta per scadere» e quindi pregiare l’equilibrio e l’ironia, la
      ragionevolezza e il buonsenso e lasciare l’insolenza a qualche
      pagliaccio televisivo, pagato per questo.
      Ne viene che nelle conversazioni si è sempre più portati a
      selezionare (come ai tempi di Papini e di Bottai, di Ansaldo e di
      Vallecchi e di Ciano) i propri vicini dividendoli fra coloro per i
      quali A. e B. e C. e D. sono spregevoli (e – in questo dissento da
      Agamben * – non perché siano pubblicisti e non eminenti filosofi
      o sociologi o specialisti di qualche specialità; anzi) e quelli con i
      quali è meglio non sfiorare neanche l’argomento.
      Venga finalmente, come la chiama un poeta, «la sacrosanta
      rissa». Rammento lo schiaffo ben assestato da mio padre, uomo
      mitissimo, quando, dopo anni di umiliazioni, ebbe a incontrare
      in un luogo affollato del centro di Firenze, la mattina successiva
      all’arresto di Mussolini, 1943, un tale che da lungo tempo gli ave-
      va tolto il saluto e che gli si era fatto incontro sorridendo, anzi to-
      gliendosi il cappello. So bene – non ci vuole grande sensibilità
      morale per saperlo – che il dispreszzo verso altrui, macchia anche
      e diminuisce chi disprezza. Nell’ingiuria c’è sempre un autocom-
      piacimento. Ma sono macchie che accetterei dì subire volentieri,
      se servissero a introdurre profondi motivi di divisione, a costrin-
      gere a scelte rigide, a riconoscerne la inevitabilità salutare. Solo
      conforto, in questo senso, mi è la certezza che fra i più giovani il
      disprezzo assume la forma della indifferenza, della ignoranza
      benefica e volontaria, dell’ odio sorridente e quasi ignaro di sé.
      E un’ultima parola. Di quella mezza dozzina di persone,
      miei parigrado intellettuali e pubblicisti, ai quali va da parte mia
      un gesto di ripugnanza e disistima pari a quello di Agamben per-
      ché non mi (non ci) ammorbino più a lungo, non ho scritto i
      nomi e i cognomi. Non l’ho fatto anzitutto perché chi mi cono-
      sce sa già di chi sto parlando. E poi perché non voglio dare al
      «manifesto» noie giudiziarie né a costoro il piacere di trascinarmi
      davanti al giudice. Se non fossi certo che essi sono ben discerni-
      bili ai miei lettori, dovrei dubitare della mia analisi del presente.
      Dovrei credermi solo, quando invece sono certo che non è vero.
      21 gennaio 1990

      ( F, Fortini, Salubre insolenza, in DISOBBEDIENZE II, p.63-66)

      * Nota. L’articolo è, come si vede, intitolato “ Salubre insolenza” e parteggiava per Giorgio Agamben, che aveva risposto per le rime su “il manifesto del 19 gennaio 1990 all’oggi imperante Galli della Loggia qualificandolo come un rappresentante del «nuovo clero dei mediocrati”, giudicato «la specie più stolta, ignorante, e ribalda.

  25. Giuseppina Di Leo

    Ennio,
    Il testo va letto con molta attenzione, di questo non c’è dubbio(e mi riprometto di rileggerlo con più calma non appena possibile), e tuttavia resto dell’opinione che Fortini utilizzi un linguaggio di tipo retorico per dire. attenzione, guardate che la critica sta diventando appannaggio delle consorterie’… correggimi se sbaglio.

  26. Terenzio

    E’ bene comprendere che non si tratta di circostanze estemporanee, né di una generica tendenza alle consorterie, ma di una vera e propria organizzazione a delinquere organizzata dalle sinistre sulla base delle antiche istruzioni fornite dal kgb, su cui la magistratura è costretta a indagare a frammenti, perché si tratta della più grande coalizione di feccia mai messa in piedi in una nazione civile.
    Se obbedisci e ti metti a quattro zampe, casa, soldi e lavoro, immeritato.
    Altrimenti, persecuzioni, e sabotaggio.

  27. caro Ennio Abate,

    hai fatto bene a pubblicare per intero l’articolo di Fortini che è un capolavoro di argomentazione stringente e convergente sul problema che gli stava a cuore, quella consorteria dei «nuovi mediocrati» (che si distinguono l’uno dall’altro solo per il ruolo occupato all’interno di una medesima squadra) sempre pronti a fare da cassa di risonanza delle virtù del ceto letterario dominante («Di quella mezza dozzina di persone, miei parigrado intellettuali e pubblicisti, ai quali va da parte mia un gesto di ripugnanza e disistima»); concordo pure sulla stigmatizzazione che fa Fortini di un Galli della Loggia qualificandolo come un rappresentante del «nuovo clero dei mediocrati”, giudicato «la specie più stolta, ignorante, e ribalda».

    Concordo con le parole di Fortini: «La situazione morale e intellettuale, prima ancora che politica, del nostro paese, qual è espressa ogni mattina e ogni sera dai quotidiani e dagli audiovisivi è tale che un certo numero di per-
    sone (una delle quali sono io che scrivo) prova sentimenti di schifo e di disprezzo – certamente ricambiati – per un certo numero di appartenenti alla propria medesima corporazione. Nel nostro caso, facitori di opinione, giornalisti, filosofi. o ex filosofi, studiosi o ex studiosi, e simili».

    Concordo sulla diagnosi di Fortini secondo la quale «tutto un personale di servizio «intellettuale», promosso ai media, è solidale nella difesa interpartitica dello stato di cose vigenti». Situazione oggi aggravata dal fatto che un enorme numero di pubblicisti mediocrati, a causa della crisi economica, è rimasta senza occupazione intellettuale, sono insomma dei disoccupati intellettuali che vanno ad affollare il nuovo proletariato di rinforzo che non ha altra scelta che quella di appoggiare il ceto letterario dominante e fungere da cassa di risonanza delle grandi ed auree opere letterarie di quella casta.

    Concordo pure sul fatto che ogni giorno c’è «sempre qualcuno pronto a rammentarti che bisogna criticare il meglio e non il peggio, il pensiero e non la persona, il peccato e non il peccatore. Eppure tu sai che vengono, o si stanno avvicinando, momenti nei quali il pensiero e la persona, il servizio reso a una pubblicistica repellente e l’identità anagrafica che quel servizio ha reso, tendono a identificarsi; come d’altronde fa ogni giorno, l’ammi-
    nistrazione giudiziaria».

    • Catia

      Che c’entra Galli della Loggia?! Avercene.
      Il bisogno di simpatia è la rovina dell’indipendenza intellettuale, ma le consorterie di oggi poggiano su basi strettamente economiche, in continuità col mondo del mercato e con le stesse dinamiche perverse.
      E’ naturale che si cerchi l’affinità e che nell’affinità si corrobori ciò a cui si è aderito.
      Ma il lavoro intellettuale che conta è quello retribuito, e per essere retribuiti bisogna essere servi, o avere almeno 60 anni, avendo acquisito da tempi migliori un’autorità. Questo è il punto.
      Per cui forse è più libero Galli della Loggia di Fortini, altrettanto non si può più dire per il giornale su cui scrive.

  28. Catia

    E, vorrei aggiungere, ciascuno dovrebbe essere polo nucleare a sé, senza ambire a fare il satellite di nessuno. Le cose di valore prima o poi vanno da sé. Van Gogh, Tomasi di Lampedusa, nessuno ha avuto quello che gli spettava al momento opportuno, proprio perché gli spettava.

  29. @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    parliamoci chiaro. Queste tue concordanze con le posizioni espresse nell’articolo da Fortini a me fanno piacere. Perché ho sempre pensato alla sua figura come a quella di un Virgilio dantesco, guida nella selva oscura della storia, e alla sua opera come una miniera, dove alcune vene di materiali preziosi sono state indicate con precisi contrassegni (cristiano/marxisti per brevità), che possono servire – anche quando non condivisi ! – a proseguire il nostro lavoro di scavo. Eppure in esse manca qualcosa. Non è un caso che in questo tuo elenco di sì non ci sia il punto più etico-operativo e autocritico, che per me è questo:

    «So bene – non ci vuole grande sensibilità morale per saperlo – che il disprezzo verso altrui, macchia anche e diminuisce chi disprezza. Nell’ingiuria c’è sempre un autocompiacimento. Ma sono macchie che accetterei dì subire volentieri, se servissero a introdurre profondi motivi di divisione, a costringere a scelte rigide, a riconoscerne la inevitabilità salutare».

    E’ un punto secondo me fondamentale, specie se riferito al contesto concreto di questa nostra discussione. La sua ragionata accoglienza comporterebbe:

    1. l’accettazione piena del momento conflittuale anche nella critica letteraria, su cui a parole sembriamo tutti concordare;

    2. la individuazione dei nemici da contrastare concretamente, nominandoli perciò con precisione. Nel caso dello scritto fortiniano del 1990 si trattava di Galli della Loggia, esemplare quasi ripugnante del «nuovo clero dei mediocrati», «la specie più stolta, ignorante, e ribalda» (definizione e giudizio di Agamben, per la precisione, condivisi in pieno da Fortini). Questa individuazione spazzerebbe via quel genere di critica “totalizzante”, che vedo esemplificata proprio qui da Marco Onofrio. Il quale parla con un’approssimazione bassamente sociologica di «sistema letterario», di «giochi nascosti», di «grande editoria», di «marchette economiche o politiche», di « soliti protetti alto-borghesi», di « “cooptazione endogamica”» e sembra ancora credere nell’«ideologia meritocratica e democratica ». (L’opera di Pierre Bourdieu, a cui ho rimandato, sarebbe il giusto correttivo…);

    3. uno stile nella polemica politico-letteraria d’alto profilo (che tu stesso sottolinei in Fortini:« un capolavoro di argomentazione stringente e convergente sul problema che gli stava a cuore»), assolutamente incomparabile con quello sciatto e un po’ pettegolo che impera oggi nei mass media ma anche nei commenti “alternativi” di molti blog ( questo compreso, a dire il vero). Proprio perché Fortini ha individuato il nemico con precisione (cosa che tu ti rifiuti di fare dicendo che per te non ce ne sono e che il critico ha da distinguere solo tra opere di qualità e opere scadenti, negando così – come ti ho già detto – «semplicemente il conflitto delle idee, pur praticandolo abbondantemente quando scrivi del poeta X o Y»), sa poi sapientemente «adeguare le parole o il gesto sia al grado raggiunto dal conflitto sia alla valutazione del grado di ostilità da avere verso chi è in contrasto con noi».
    Nessun estremismo “miltante” o parolaio, dunque. E, infatti, proprio perché non estremista né parolaio, Fortini può approvare tanto la «salubre insolenza» di Agamben nel contesto anni Novanta quanto «la sacrosanta rissa» (richiamo a Sereni) e, in altro contesto, «lo schiaffo ben assestato da [suo] padre, uomo mitissimo, quando, dopo anni di umiliazioni, ebbe a incontrare in un luogo affollato del centro di Firenze, la mattina successiva all’arresto di Mussolini, 1943, un tale che da lungo tempo gli aveva tolto il saluto … ecc»;

    4. la capacità, nel momento stesso in cui si critica il nemico politico-culturale, di tener conto e gestire quella che ho chiamato l’ambivalenza della nostra condizione intellettuale, senza fingere che non esiste o ammettendola a fatica e a mezza bocca. E infatti Fortini lo dice con il massimo di lealtà e assumendosi tutto il peso e la responsabilità della “macchia” di dover disprezzare l’altro, se la cosa serve « a introdurre profondi motivi di divisione, a costringere a scelte rigide, a riconoscerne la inevitabilità salutare». Cioè a far chiarezza, a delineare un campo di amici e un campo di nemici, evitando di pestare l’acqua nel mortaio della denuncia “ a briglia sciolta”. (Cosa che – in tutta sincerità – non ho visto né nella tua polemica verso De Signoribus né verso Magrelli, trattati a mio avviso al pari di nemici senza che si capisca bene perché lo siano davvero e in che misura).

  30. cara Catia,

    il tuo ragionamento segue il famoso adagio «chi fa da sé fa per tre», io ti auguro di avere lo stesso successo (post-mortem) di Van Gogh e di Tomasi di Lampedusa.

  31. caro Ennio Abate,

    quando io ho criticato la poesia di un De Signoribus e di un Magrelli, il primo a darmi addosso sei stato proprio tu, affermando che lanciavo il sasso e nascondevo la mano, e, addirittura, per il De Signoribus mi hai accusato di perseguire una «persecuzione» diretta alla sua persona.

    Se proprio lo vuoi sapere, sono proprio questi personaggi che mi considerano un loro «nemico» perché ho osato criticarli. A riprova di ciò narro un aneddoto: di recente, il Magrelli, invitato a far parte di una Antologia di poesia contemporanea, alla richiesta di sapere chi erano i partecipanti e saputo che c’erano anche mie poesie, ha risposto al curatore dell’Antologia: «Se c’è Linguaglossa non ci sarò io», lasciando intendere tutto il suo livore nei miei riguardi per essermi permesso di criticare la sua poesia.

    Come vedi, io, come ho sempre fatto, i nomi li tiro fuori, non mi schermo dietro un anonimato di comodo. Di contro, tengo a precisare che non mi interesso e non mi sono mai interessato delle persone private ma delle persone pubbliche, ovvero, di loro in quanto autori di opere di poesia. E questo è un distinguo fondamentale che contrassegna la mia posizione di civiltà; altrettanto non si può certo dire della compagine mediocratica che, dietro le quinte, e dietro lo schermo omertoso del silenzio, ha deciso di espellermi dalla lista di coloro che saranno pubblicati dagli editori a diffusione nazionale.

    Tutti sanno, anche se non hanno il coraggio di denunciarlo, come funziona il “sistema poesia” in Italia: che se ti azzardi a criticare le opere del ceto letterario dominante vieni cancellato dalla lista dei pronubi e inserito in quella blacklist degli esclusi a vita.
    Rispetto ai tempi di Fortini la repressione delle voci fuori dal coro di consensi è diventata ben più severa e capillare. Sarei curioso di conoscere, se fosse possibile, l’opinione di Fortini, dall’aldilà sulla situazione de quo che certo ha subito, diciamo, una involuzione verso l’imbarbarimento.

    • «… Questa individuazione spazzerebbe via quel genere di critica “totalizzante”, che vedo esemplificata proprio qui da Marco Onofrio. Il quale parla con un’approssimazione bassamente sociologica etc.»
      …noto con divertita commiserazione che il signor Abate, evidentemente non pago delle mie precedenti risposte, continua a chiamarmi in causa – anche quando non direttamente interpellato – per operare ai miei danni una “deminutio capitis” finalizzata a bilanciare i consensi solidali che il mio articolo sta sollevando. Che poi sia lui (portabandiera, anzi: “fanalino di coda” di armature ideologiche autofondanti) a tacciarmi di “critica totalizzante”, beh, è davvero straordinario! Sarei curioso di sapere perché (mirando a cosa) – ogni volta che una qualsivoglia analisi della situazione letteraria italiana, in poesia o in prosa, tocca alcuni gangli nevralgici del sistema – il signor Abate comincia a intessere la sua trama di capziose sottigliezze terminologiche, tentando di demolire riga per riga ogni capo d’imputazione, pur di erigersi a difensore dei poteri dominanti…

      • @ Onofrio

        Il “signor Abate” si serve degli scritti del “signor Onofrio” come esempi della temperie culturale odierna, senza mai “commiserarlo” o sminuirlo. Quando il “signor Onofrio” smettera di scaricare le prevenzioni che ha nei confronti del “signor Abate” addosso al medesimo, si potrà forse cominciare a ragionare.

        • Abate già Le ho detto di non parlarmi guardandosi allo specchio. La riprova di ciò: Lei continua a presumere interpretazioni dei miei “scritti” (quante mie pagine ha letto, quanti miei libri?) e, oh, ne azzeccasse una, almeno per beneficio di cabala! I miei scritti sono affatto lontani dalla “temperie culturale odierna”, sia quelli poetici, sia narrativi, sia critici. E anche l’articolo politicamente scorretto che ha originato questa bella discussione è quanto di più lontano dagli standard socio-culturali della realtà contemporanea, dove trionfano gli opportunisti e i leccaculi. Lei ragiona da proiettivo: tenta inutilmente di sovrappormi rappresentazioni non dico imprecise e sfocate, ma addirittura opposte a ciò che io sono come uomo e come autore. E poi sarei io il “prevenuto”? Senza contare i toni sottilmente sgradevoli delle Sue risposte, stendendo – peraltro – un velo pietoso su quella apertamente offensiva di ieri pomeriggio (“corri, ragazzo, corri”) che l’amministrazione del blog ha prontamente cancellato. Però, se vuole continuare questa inutile polemica, io sono a Sua disposizione: possiamo andare avanti all’infinito…

          • @ Onofrio

            Chiudo. All’infinito ci vada da solo. Un caro saluto.

          • Mi sento in dovere di intervenire. Sono una lettrice di questo blog, che trovo estremamente interessante (e ringrazio innanzitutto Giorgio Linguaglossa, insieme a coloro che lo rendono attivo). Non riesco a seguirlo assiduamente ma, appena posso, ‘vengo’ qui per leggere poesie ed apprendere (non essendo un’addetta ai lavori) dalle vostre recensioni, critiche e dai vostri scambi di idee. In un blog è ovvio (e necessario) che vi siano opinioni contrastanti. Ma queste dovrebbero essere sempre basate sui principi di un rispetto reciproco, di onestà intellettuale e di educazione. Non posso allora rimanere in silenzio, per quanto appena premesso, dopo aver letto i continui interventi del Sig. Abate, interventi che non solo paiono cadere in molte contraddizioni, ma che sembrano essersi diretti in modo particolare contro l’articolo di Marco Onofrio. E’ ovvio che non vi è alcun bisogno di difendere Onofrio, che si difende benissimo da solo. Ma sinceramente non vedo dove sia la sua ‘critica totalizzante’ né, nel suo articolo, trovo traccia di una qualche ‘bassa sociologia’. Ciò che ha scritto mi sembra davvero chiaro ed esplicito. Si può essere d’accordo o meno (io lo sono e, da quanto letto, non sono la sola), ma non mi sembra opportuno cercare di ‘affibbiare’ dietrologie. Ho letto quasi tutte le opere di Onofrio e, avendone lette anche di molti altri autori(di sicuro non sono ai vostri livelli, ma posso dire di aver letto davvero molto nella mia vita) posso dire che Onofrio è tutto fuorché rappresentativo della temperie culturale odierna. Chi lo conosce, ha la fortuna di conoscere non solo un poeta di grande valore, ma anche un uomo di onestà davvero rara, e di una generosità enorme. Per anni l’ho visto non solo scrivere, ma cercare con tutte le proprie forze di promuovere poeti e scrittori in cui intravedeva un talento e spendersi, in tutti i modi, per portare avanti progetti culturali di cui non era lui il protagonista, ma in cui credeva. E senza attendersi nulla in cambio. Quanti possono dire la stessa cosa?

            • Signora o signorina Pompei,
              se parla di «molte contraddizioni» nei miei interventi, sarebbe segno di « rispetto reciproco, di onestà intellettuale e di educazione» indicarle. Ho espresso le mie opinioni in dissenso con quelle espresse da Onofrio in questo suo articolo (non ho sfiorato nemmeno le sue 21 opere), sottolineando più volte che non intendevo colpire la sua persona. Se poi egli sia, nel suo antagonismo alle istituzioni letterarie, « rappresentativo della temperie culturale odierna», come io ritengo, o no è oggetto di discussione. Non mi pare un’offesa.

              • Caro Signor Abate,
                è certo che può essere oggetto di discussione se un autore sia rappresentativo o meno della temperie culturale odierna. Ma allora può essere in discussione anche il fatto di indicare Onofrio come rappresentativo di quest’ultima perché “pesta l’acqua nel mortaio della denuncia “ a briglia sciolta”. Forse a lei non sembrerà un’offesa, ma sono certa che qualunque lettore di buon senso ne colga la connotazione negativa (dispregiativa? attributiva di una ambiguità sospetta?). Lei si riferisce al ‘solo’ articolo di Onofrio. E’ vero. E afferma di aver scritto più volte di non voler colpire la sua persona. Ma proprio qui è la contraddizione. Nei suoi numerosi interventi il lettore attento avverte esattamente il contrario. Se poi vorrà l’elenco esatto delle ‘prove’, gliele fornirò in altro momento. La mia non vuole essere una polemica gratuita, bensì un invito a porre attenzione all’utilizzo delle parole e ad evitare inutili preconcetti che non aiutano nessuno, tanto meno un dialogo, come quello di questo blog, che mi è parso sempre aperto e rispettoso.
                Un saluto,
                Antonella Pompei

                • Gentile Antonella Pompei,
                  certamente nella polemica politica e culturale alcune battute hanno una connotazione più o meno negativa. Ma un po’ d’ironia o di sarcasmo non guastano. Altra cosa è l’offesa. Se poi il «lettore attento» da lei invocato non lo è così tanto da non capire che io – non solo ironizzando ma anche argomentando – ho criticato le posizioni politico-culturali di Onofrio e non la sua persona son fatti suoi.
                  Visto però che lei si è assunto il compito di arbitra a fin di bene («La mia non vuole essere una polemica gratuita, bensì un invito a porre attenzione all’utilizzo delle parole e ad evitare inutili preconcetti che non aiutano nessuno»), quando stilerà l’elenco delle mie contraddizioni (presunte o reali, vedremo…), valuti anche se le sembrano «basate sui principi di un rispetto reciproco, di onestà intellettuale e di educazione» da lei invocati, e soprattutto argomentate, le affermazioni del suo amico Onofrio del tipo:
                  – Abate, Lei – come al solito – non ha capito niente di ciò che ho scritto (16 ottobre 2014 alle 23:08);
                  – Lei, Abate, difetta di scetticismo preconcetto, e tende sempre a parlare da una cattedra di verità autofondate.( 17 ottobre 2014 alle 11:36);
                  – Abate, lasci perdere… Neanche Lei sa dove vuole andare a parare con i Suoi discorsi, e io francamente ho altro da fare nella vita che perdere tempo con le inutili polemiche da Lei innescate in questo come in altri blog (17 ottobre 2014 alle 12:55);
                  – noto con divertita commiserazione che il signor Abate, evidentemente non pago delle mie precedenti risposte, continua a chiamarmi in causa – anche quando non direttamente interpellato – per operare ai miei danni una “deminutio capitis” finalizzata a bilanciare i consensi solidali che il mio articolo sta sollevando. Che poi sia lui (portabandiera, anzi: “fanalino di coda” di armature ideologiche autofondanti) a tacciarmi di “critica totalizzante”, beh, è davvero straordinario![…] il signor Abate comincia a intessere la sua trama di capziose sottigliezze terminologiche, tentando di demolire riga per riga ogni capo d’imputazione, pur di erigersi a difensore dei poteri dominanti… ( 18 ottobre 2014 alle 17:36);
                  – Abate già Le ho detto di non parlarmi guardandosi allo specchio. La riprova di ciò: Lei continua a presumere interpretazioni dei miei “scritti” (quante mie pagine ha letto, quanti miei libri?) e, oh, ne azzeccasse una, almeno per beneficio di cabala!( 18 ottobre 2014 alle 20:40).
                  Un saluto

                  • Caro Abate, ma allora ha cambiato idea: vuole seguirmi all’infinito della polemica! Bene. Dunque, la Sua parzialità preconcetta è chiaramente scoperta nell’ultima risposta alla signora Pompei. Lei enuclea dal contesto le cose che Le ho scritto, tentando inutilmente di sottacere gli stimoli che le hanno provocate. Non le ho scritte di punto in bianco, attaccando gratuitamente (come viceversa ha fatto Lei), ma come reazione alle Sue parole, e soprattutto al tono sgradevole che le caratterizzava. Chissà perché poi le Sue provocazioni dovrebbero essere giustificate da “un po’ d’ironia o di sarcasmo”, laddove invece le mie conseguenti reazioni sarebbero contrarie ai principi del rispetto, dell’onestà intellettuale, e dell’educazione. Ma Lei si ostina a rispondere colpo su colpo. Io sono qui, pronto.

                  • Gentile Sig. Abate,
                    attesto che si ripete la prassi: lei affibbia alle persone intenzioni che esse non hanno. Non sono arbitra proprio di nulla…se non della mia ragione. Un ‘invito’ non equivale ad un’autoinvestitura. Forse non è un lettore attento…
                    Lei parla di ‘un pò d’ironia e di sarcasmo’. Io parlavo di connotazioni dispregiative che SONO una offesa. Altrimenti non si spiegherebbero tanti discorsi e polemiche generate da termini quali ‘lavavetri’ o ‘negro’ piuttosto che ‘nero’. Chi è in fondo un lavavetri? Una persona che, semplicemente ‘lava i vetri’. E’ un mestiere. Come mai è divenuto nel linguaggio comune un insulto? Mi è accaduto di sentire usare questo termine da una donna italiana che lo rivolse ad un ragazzo nero, originario del Kenya, uno studente di una mia classe di ragazzi immigrati, cui stavo tenendo un corso di lingua italiana. Quella signora appellandolo in questo modo, mentre lui stava andando alla lavagna, era convinta di fare sfoggio di simpatia, con una battuta per lei ‘innocente’ ed ironica. Quindi, La prego, non tenti di esercitarsi in ‘giochi di parole’.
                    Vedo che ha fatto un preciso elenco delle frasi di Onofrio. Peccato che siano estrapolate dal ‘contesto’, quindi non se ne possa, così come scritte, comprendere l’origine, il discorso da cui sono scaturite, quindi, in finale, il reale significato. Ma questo è già stato rilevato.
                    A questo punto posso elencare qualcuna delle sue, di frasi:
                    – “Non me ne voglia troppo Marco Onofrio se faccio notare che il suo è un bell’esempio di ambivalenza”. La presunta ambivalenza non è argomentata da altro se non dalla seguente frase:
                    – “Ha pubblicato finora ben 21 libri – che prolificità! – «senza l’appoggio di alcun grande editore o gruppo politico», ma si rammarica (non lo dice, ma la sostanza del suo discorso è questa) di non poter pubblicare col grande editore che gli assicurerebbe maggiore considerazione.” Questa non è una argomentazione. E’ solo l’espressione di ciò che si crede di aver letto fra le righe. Dov’è il rammarico nell’articolo di Onofrio? Lei stesso afferma: “Non lo dice”, ma lei è sicuro che ci sia…Fa anche una notazione sulla prolificità dell’autore, che, per carità, sarà dettata anche questa da ‘simpatico sarcasmo’ (o da invidia? Anch’io posso esprimere ciò che ‘credo di aver letto fra le righe). Continua con le presunte ambivalenze:
                    – “si facciano almeno i conti con le proprie ambivalenze, problematizzandole, discutendole lealmente, invece di occultarle sotto roboanti denunce.” Denuncia, certo, che lei definisce come ‘roboante’, laddove un aggettivo di questo tipo, considerando il contesto del suo discorso è, di nuovo, connotato negativamente. Ciò che ha scritto Onofrio denuncia uno stato delle cose, e segnala una indignazione per tale stato. Non mira a ‘fare gratuito rumore’, ergo..non è roboante.
                    – “Allora tanto vale, in assenza – ripeto – di una vera possibilità di mutare con un’azione politica questo andazzo, pubblicare dove si può, senza darsi arie di oppositori o di critici.”
                    – “ci si continui a muovere in modi ambivalenti e opportunisticamente abili ( nel senso di “cogliere le opportunità” che possono venir offerte a Tizio e a Caio singolarmente) e stop con le prediche e le invettive.” Si ribadisce l’ambivalenza e l’opportunismo dell’autore in questione. E anche la precisazione dell’avverbio usato (‘nel senso di cogliere le opportunità..) non serve a mitigare l’accusa di opportunismo. Semmai la rinforza.
                    Non vorrei ma continuo, perché purtroppo il Signor Abate continua…
                    – “Dunque nessuna ambivalenza in lei? Lei si rammarica che serva il grande editore per essere presi “sul serio” così, tanto per fare un discorso generale che non la implica per nulla? Magari lo fa soltanto a favore degli “invisibili”? Comunque non ho nessuna intenzione di personalizzare la questione.” Non ha intenzione di personalizzare la questione? Allora perché tutti quei “Lei? Lei?” Tutto il suo discorso si basa sulla personalizzazione e, purtroppo, su preconcetti.
                    Deve darle molto fastidio il fatto che qualcuno denunci uno stato delle cose così negativo come quello attuale e lo faccia così…’gratis’…senza alcun fine recondito.

                    P.s.: le chiedo scusa per non aver scritto nel dettaglio giorno e ora delle citazioni che la riguardano. E’ vero..non sono stata altrettanto precisa rispetto a lei…
                    Antonella Pompei

  32. ma quanto è lunga ‘sta diatriba, anzi pseudofaida…
    ma dico la scrittura è una grazia, l’arte è una grazia– quante parole inutili sperperate e vuote abisso per dire aria e aria e arie..
    Uno se c’ha la grazia di scrivere alcunché di valore lo farà comunque, e qualcuno lo scoverà in vita e post vitam.. e se nessuno lo scova, avrà scritto per se stesso, per vivere, per il piacere di sentire la vita, per il piacere di ramazzarsi i cacchi (germogli infruttiferi d’alberi coltivati) propri.. anche Bach senza Mendelssohn sarebbe magari e con ogni probabilità passato a miglior vita per l’eternità, invece è sopravvissuto opulento e più ricco che mai… bonanima! Che è, ci doveva avere paura di finire, di terminare, di non lasciare traccia?
    Le pubblicazioni e le case editrici non si fanno da sole. Qualcuno ha aquistato e acquistato e acquistato.. così come chi disprezza compra. Mai detto fu più veritiero e privo di cinismo di questo.
    E scusate l’ommissione.
    Con tutto quello di cui si può parlare… bah

  33. @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    1.
    De Signoribus e Magrelli ti considerano «nemico»? E tu come li consideri? A questa domanda dovresti rispondermi in modo chiaro, senza quell’ambiguità o reticenza che mi pare di cogliere nella tua precedente affermazione, che all’ingrosso – ora non vado a ricopiarla dai commenti – suona così: io non distinguo amici e nemici nel mio lavoro critico ma opere di qualità da opere scadenti. Posso sbagliarmi, ma a me pare un sotterfugio diplomatico. O, come ho cercato di dire, un modo di praticare l’inimicizia – cosa per me legittima se ragionata – senza riconoscerla in pieno e senza graduarne nella scrittura i colpi.
    Se tu considerassi De Signoribus e Magrelli dei nemici politico-culturali per le loro idee politiche e di poetica o per i loro comportamenti nelle istituzioni culturali che oggi ci ritroviamo, per me faresti bene a combatterli. Resterebbe comunque aperto il problema della qualità e fondatezza delle critiche che gli rivolgi o gli hai finora rivolto.

    2. E’ sulla qualità e fondatezza delle tue critiche, che ti contrastai su De Signoribus, o ho avanzato adesso delle riserve a proposito di Magrelli. (Ci potremmo tornare su e in dettaglio in altre occasione o scrivendoci in privato, se lo ritieni opportuno allo scopo di non intasare questa discussione rimettendo sul tavolo un contenzioso tra noi troppo bruscamente sospeso… da te, devo aggiungere).

    3. Non a te rivolgevo l’appunto di non tirare fuori i nomi. Mi riferivo – mi spiace nominarlo ancora, perché sembra che ce l’abbia con lui personalmente, mentre è la sua ideologia che tento di criticare – ai pensieri “a briglia sciolta” di Onofrio. Né ho mai caldeggiato una polemica con le «persone private» o ti ho accusato di « di perseguire una «persecuzione» diretta alla sua [nel caso. De Signoribus] persona» .
    Ti ricordo che lo scritto che portò poi alla rottura della nostra collaborazione era intitolato: « PER UNA LETTURA NON PERSECUTORIA DELLA POESIA DI DE SIGNORIBUS» (Cfr. http://moltinpoesia.wordpress.com/2013/09/17/discussioneancora-sulla-poesia-di-eugenio-de-signoribus/comment-page-1/#comment-7831). Della poesia, non della persona!

    4. Proprio perché lo stato del cosiddetto «sistema poesia» è penoso, parcellizzato, confuso, regredito, bisognerebbe contrastarlo affinando ancor di più gli strumenti critici e concentrarli su bersagli precisi e non generici, ricostruendo «uno stile nella polemica politico-letteraria d’alto profilo». Come faceva appunto Fortini. E non sa fare – ma anche qui posso sbagliare – la pur simpatica «generazione degli arrabbiati» da te (forse troppo) incoraggiata.

    P.s.
    A Fausto Torre. Mi spiace, questa non è una diatriba o pseudofaida: è un tentativo di costruire un tipo di critica adeguata ai complicati problemi che ci sono cascati addosso.

  34. caro Ennio Abate,

    lo ripeto ancora una volta:

    1) nelle mie funzioni di critico io mi occupo dei testi di poesia e non delle persone degli autori.

    2) Quando De Signoribus e Magrelli scriveranno un libro di sufficiente livello estetico me ne occuperò senza alcuna reticenza o pregiudizio.

    3) Se continueranno a scrivere libri di modesto livello estetico me ne occuperò senza alcuna reticenza o pregiudizio.

    4) Il concetto di “nemico” applicato ai testi di poesia è una barbarie.

    5) Se c’è qualcuno che si è comportato da barbaro sono proprio coloro i quali hanno stilato la blacklist dei poeti che non dovranno mai comparire presso un editore a diffusione nazionale.

    6) E per finire, noto la strana coincidenza che ogni qual volta critico negativamente un autore di palazzo come De Signoribus e Magrelli, tu non hai esitato ad accorrere in loro difesa, ma non mi risulta che tu abbia preso le difese d’ufficio per autori che io ho criticato ma che non hanno il privilegio di appartenere al palazzo.

    • Caro Giorgio,
      se leggessi bene il nostro voluminoso e pregresso scambio su De Signoribus, ti accorgeresti che non ho fatto nessuna difesa d’ufficio di quel poeta, ma ho cercato di mostrarti gli eccessi soggettivistici della tua critica nei suoi confronti. Stralcio dal link prima indicato:

      “mi pare talmente proiettiva e ipersoggettiva [la critica di Linguaglossa a De Signoribus] da fargli perdere il controllo critico e una certa distanza dal testo e dall’autore.
      Cosa proietta Giorgio su questo testo di De Signoribus? Direi una sua visione di fondo nicciana e paganeggiante in aspro contrasto con la visione del testo di De Signoribus, indubbiamente d’ispirazione religiosa o con echi religiosi e utopici. Mi pare che sia questo contenuto che egli non tollera, non sopporta. E che farebbe bene a criticare. Ma non a travisare, finendo per dire più di sé come critico che del testo e dell’autore esaminato.
      Criticare non è tartassare, non è processare (le intenzioni religiose o d’altro tipo dell’autore esaminato), non è liquidare, non è disprezzare né il testo esaminato (fino a giudicarlo «non poesia») né (in seconda istanza) la persona che stiamo valutando”.

      L’oggetto esaminato era quel tuo testo, non De Signoribus.

      Quanto a Magrelli ti trascrivo, per un opportuno confronto con le critiche a lui mosse su questo blog, una mia (secondo te) “difesa d’ufficio” di quell’autore apparsa su LE PAROLE E LE COSE:

      Ennio Abate
      25 settembre 2012 a 22:13

      «ALTRIMENTI NON PUOI PARLARE»!
      TANTO DI CAPPELLO A SPECIALISTI E COMPETENTI (VERI), MA…

      Magrelli sarà intelligentissimo, coltissimo, bravo poeta. E avrà letto non 8.000 bensì 16.000 dei libri di teoria, di narrativa, di poesia che ci consiglia di leggere prima di parlare. Eppure, incoraggiato dal suo compiacente intervistatore, sbaglia a indirizzare la sua lezione a lettori e blogghisti e difende un’astrazione – la Competenza – proprio in un momento in cui è palese il trionfo dell’Incompetenza mascherata da competenza. (Vedasi – è solo un esempio tra i tanti – le errate previsioni sulla Crisi che ci affligge da parte degli economisti con Nobel o senza).
      È giusto allora in questo momento fare l’elogio dei Pierini? Ci salveranno loro dal caos che ci ha invasi? Prima di rispondere inviterei Magrelli e i suoi colleghi (quegli “intellettuali” su certe cose fin troppo silenziosi e a cui il nostro appello «Noi accusiamo» non ha fatto neppure il solletico) a un esame di coscienza o almeno ad una riflessione supplementare. E nel frattempo mi permetto alcune domande per stimolarli: dalle vostre cattedre si possono oggi dire o vietare autorevolmente alcunché? È sicuro – lui, Magrelli – di essere competente su tutte le cose che tocca nell’intervista? E lo sono, altrettanto e di sicuro, tutti i suoi colleghi d’università? E gli argomenti, che qui porta a sostegno della sua tesi e del suo divieto, sono solidi?

      Ne dubito per almeno due ragioni:

      1. Non mi risulta che quel «sistema di selezione, che un tempo funzionava» e di cui Magrelli tesse un idealistico elogio, funzionasse ancora quando egli e un’altissima percentuale dei suoi colleghi universitari entrarono nelle varie “infornate” sulla diligenza universitaria. Magrelli è del 1957. E sarà, assieme ad altri, entrato come competente nell’università almeno dopo il ’68. E, dunque, in regime di “liberalizzazione”, in tempi cioè che, secondo la logica del suo discorso, dovrebbero essere considerati abbastanza sospetti quanto a selettività. Entrò/entrarono nel tempo delle vacche grasse. E quando venne quello delle magre, hanno sbattuto la portiera in faccia a masse di dottorandi ora condannati al precariato a vita. E fanno lezione a masse di studenti destinati alla stessa sorte. E da allora – credo – che il discorso sulla Competenza ha preso quota ed è condotto con la pervicacia di cui egli fa mostra nell’intervista.

      2. Varie e ricorrenti sono state, persino sulla stampa, le denunce di nepotismi e clientelismi partitici nel reclutamento del personale e nella gestione delle “nostre” pubbliche università. Quanto giovino tali pratiche alle crescita o alla conservazione delle competenze lo si capisce a volo.

      È sicuro, allora, il Magrelli che oggi i competenti siano competenti e gli incompetenti incompetenti? Tutti? È certo che lui e tutti i suoi colleghi che pilotano le università abbiano letto gli 8000 libri (misura standard sia pur iperbolica da lui fissata) prima di aprire bocca su questo e quello o su tutto? E che queste letture (ammesso che siano state fatte rigorosamente) abbiano significato e significhino produzione di scienza originale o efficace divulgazione e mai polverosa erudizione che appesantisce i cervelli e gonfia il petto?

      Aggiungo qualche altro ragionamento:

      1. A uno davvero competente, che frequenta persone competenti e tiene acceso con la competenza sua e altrui il sacro fuoco del sapere (letterario, politico, filosofico, poetico), quale danno mai potranno arrecare le opinioni dei lettori o dei commentatori di un blog, fossero pure tutti incompetenti o “aggressivi”? Se stupide, male argomentate o inconsistenti, si squalificano da sole e al massimo danno fastidio. Possibile, invece, che egli invochi addirittura un divieto?

      2. Lo scarto tra competenti e incompetenti (in tutti i campi però, non solo in quello letterario o dei blog) è solo una maschera (da interpretare) delle divisioni della nostra società. Mi chiedo: è vietando agli incompetenti (presunti o effettivi) di parlare che si risolve il problema di una buona o migliore elaborazione e trasmissione culturale, oggi inquinate o ridondanti o perfino menzognere (e per ragioni un po’ più serie, di cui gli incompetenti non sanno dir nulla, ma che i competenti eludono)?

      3. Fortini, il cui insegnamento politico Magrelli disdegna, era per il dialogo del filosofo (il competente) col tonto. Cosa è cambiato da indurre Magrelli a tessere le lodi dei competenti e a silenziare i tonti? E cosa dell’idea di società o del ruolo degli intellettuali in essa?

      4. Sarà di certo più piacevole parlare solo tra competenti o fra chi su una questione ha voce «in capitolo». Ma non siamo più nella Chiesa del medioevo. E non esiste da tempo un universalismo e un sapere unitario gestito esclusivamente da riconoscibili e riconosciuti competenti in una bella Istituzione riconoscibile e riconosciuta. Le cose si sono complicate. O mi sbaglio? E spesso i competenti ufficiali le sparano grosse e prendono lucciole per lanterne. E, dato il ruolo di potere pubblico riconosciutogli (da competenti – veri o presunti – loro alleati per ragioni di classe, di ceto, di corporazione, di mafia o per ragion di Stato), fanno sicuramente più danni degli incompetenti senza potere.

      5. Appare davvero contraddittorio che da una parte Magrelli si dichiari illuminista e dall’altra sveli tanta nostalgia per una gerarchia quasi chiesastica programmata per discutere solo al suo interno. Mi fa dubitare sia della natura del suo illuminismo sia del suo recente passaggio da Ponge a Brecht.

      6. Che personalmente se ne sbatta dei pareri dei lettori può essere reazione umana e comprensibile. (Però non ci credo: se ne sbatte solo dei pareri di certi lettori, a naso quelli ostili o troppo critici e che lo mettono o potrebbero metterlo in difficoltà). Ma volere imporre (magari con toni sornioni e paradossali, in modo da attenuare la portata ideologica del suo messaggio) nei residui spazi pubblici un divieto assoluto («deve essere vietato al lettore di parlare»), ha qualcosa di reazionario e di insopportabile. No, non sta bene oggi sparare sui blog. Non tutte le domande o le osservazioni o le obiezioni, che i lettori anche incompetenti fanno, sono stupide o fanno perdere tempo o sono dettate da risentimento, invidia o frustrazione. La pratica del *todos caballeros*, se è questo che scandalizza, non è cominciata coi blog, che sono venuti ben tardi, semmai con il ’68 e proprio nelle università, cioè nei supposti Templi delle Competenze. Anzi, per essere precisi: con la sconfitta del ’68. Ed è durata finché ha fatto comodo a certe politiche clientelari sorte all’ombra del «compromesso storico».

      Conclusione. Criticare (diritto sempre rivendicato e da rivendicare da tutti quelli che non hanno «voce in capitolo» e sempre condannato dalle clericature d’ogni epoca) anche nello spazio minimo di un blog è il minimo che si possa fare oggi. Visto che proprio quella «funzione ermetica del critico, quasi uno psicopompo», esaltata da Magrelli, è venuta ampiamente meno negli ultimi trenta-quarant’anni (cfr. post “Otto tesi sugli intellettuali” di R. Luperini). È una critica “scalza”, malvista, e pur essa un po’ “sporca” quella dei blog (e dei commentatori dei blog). Ma supplisce il vuoto creato dal silenzio sulle cose di sostanza di troppi competenti ben pagati. E in parte apre strade che l’accademia snobba o teme. Quanto poi alle risse che si scatenano sui blog, io non so dove viva Magrelli, ma mi pare che abbondino in ogni luogo e sarebbe il caso di indagarne le ragioni e di distinguere tra rissa e conflitto di idee, piuttosto che lamentarsene o invocare censure.

      (http://www.leparoleelecose.it/?p=6763#comment-46315)

  35. caro Ennio Abate,

    è bizzarro che tu, proprio tu imputi a me di fare una critica personalistica delle poesie di De Signoribus e di Magrelli o di altri lasciando prevalere, tu dici, una vis polemica diretta più sulle persone piuttosto che sui testi, quando poi sei tu a non accorgerti (dal tuo pezzo postato sopra è evidente) che sei tu che personalizzi i temi e gli argomenti sulla persona dell’autore di volta in volta preso in esame.

    Io mi sforzo sempre di restare al commento dei testi, cerco sempre di evitare di inoltrarmi nell’esegesi delle dichiarazioni di un autore che prescindono dai testi poetici.

    Quello che tu scrivi nel pezzo postato qui sopra su Magrelli è ampiamente condivisibile (e io lo condivido), hai centrato bene l’arroganza (e anche l’ingenuità) della dichiarazione degli 8000 libri e dell’altra dichiarazione di voler zittire i blog non allineati che si permettono di criticare il magister della poesia italiana (da cui si evince anche la piccolezza del personaggio in questione), ma poi, stringi stringi, quando si toccano certi autori di Palazzo, è più forte di te, devi prendere le loro difese d’ufficio. Sei un bastian contrario: fai il contrario di quello che dici (e viceversa).E non ti accorgi che la «funzione ermetica del critico, quasi uno psicopompo» esaltata da Magrelli è proprio quella che lui desidera: una critica che sia una anamnesi spirituale del testo, una critica che sia ancella e sussidiaria al testo considerato come magico. C’è in questa concezione del Magrelli tutta l’arroganza e l’ignoranza di ciò che è la critica militante nella società libera che tu hai ben colto. C’è in Magrelli l’arroganza del conservatore del proprio posto nel Palazzo e dei propri privilegi… e tu? Credo che tu pur denunciando questo lato sgradevole del Magrelli, stenti a prenderne atto e, alla fin fine, ritorni all’ovile…

  36. @ Linguaglossa

    Caro Giorgio,
    purtroppo non ci capiamo e io non voglio distrarvi dal vostro lavoro né distrarmi dal mio. Perciò replico per l’ultima volta qui. Poi, se hai voglia di proseguire la discussione con me, possiamo scriverci in privato. Non per nascondere alcunché, ma per rispetto dei lettori di questo blog che, forse giustamente infastiditi dal concentrarsi della discussione tra due o tre interlocutori, immaginano diatribe, pseudo faide e personalismi inesistenti. Ti ripeto: io non ti imputo « una vis polemica diretta più sulle persone piuttosto che sui testi», ma (e mi riferisco alla nostra polemica su De Signoribus, che puoi ricontrollare al link indicato) alla qualità della critica che movevi ai suoi testi. Quanto al mio presunto ritorno all’ovile, che dirti? Abito in una periferia, a Cologno Monzese, e di ovili non ne vedo.

  37. Caro Ennio Abate,

    tu scrivi che hai mosso rilievi «alla qualità della critica» che io ho rivolto ai testi di De Signoribus e di Magrelli, sì, può darsi che io sia un mediocre critico, non mi ritengo il Gianfranco Contini della critica italiana. A questo punto però dovresti tu scrivere una critica ai testi degli autori in questione (e non tentare di continuo di screditare la persona di Linguaglossa o di Marco Onofrio), se scriverai degli articoli sulla poesia degli autori in questione, saranno ben accetti da questo blog e anche postati in esso.
    Quello che infastidisce dei tuoi interventi è l’esplicito tentativo di dimidiare la buona fede intellettuale mia e di Marco Onofrio, di personalizzare ogni questione testuale traducendola in questione personale. E questo, consentimi, non è né elegante né accettabile. Nella contesa tra te e me io non ho mai inteso screditare la tua statura di intellettuale e la tua buona fede, invece tu lo fai in continuazione, forse non te ne accorgi, ma se non ne hai consapevolezza questo è un aggravante e non una scriminante.
    Quello che poi colpisce (e non solo me) delle tue esternazioni è che tu prendi sempre le difese dei poeti di apparato ma mai dei poeti che non fanno parte dell’apparato e non godono della sua protezione indiretta.

    • Caro Giorgio Linguaglossa,
      io avevo fatto dei rilievi precisi a quel tuo scritto su una poesia di De Signoribus, ma l’intento di screditarti ce l’hai visto solo tu.Ti considero nella stessa area socio-culturale mia (quella degli intellettuali” periferici”, per dirla in breve) e con te mi misuravo e misuro da pari a pari. Pensavo di poter lavorare ad un progetto comune. Il tentativo di collaborazione è fallito. Comunque penso ancora che il lavoro critico migliore possa oggi sortire soltanto da una “critica dialogante” ( la formula che uso da tempo e che adottai – se ricordi bene – nei confronti dei tuoi libri all’inizio della nostra conoscenza). Per me il dialogo critico comporta un continuo, faticoso “batti e ribatti”. Senza però sconti. Proprio perché i poeti o i critici da contrastare (mai come “mucchio”) sono più forti e attrezzati di me e di te, io insistevo sulla necessità che il mio e il tuo lavoro critico fossero ben argomentati, ben pensati, espressi con un linguaggio chiaro ed essenziale. E se vedevo delle debolezze (a mio giudizio, ovviamente) nel modo di condurre la critica da parte tua, mi sentivo in dovere di fartelo notare e non di sorvolare. E altrettanto m’aspettavo da te nei confronti dei miei scritti. Forse è questo che può infastidire o apparire sgradevole nei miei interventi. Ma dire che, insistendo a criticare anche gli amici o i potenziali alleati, sarei inelegante (!) o prenderei “le difese dei poeti di apparato” è davvero fuori luogo. Cercare di attrezzare al meglio quanti pretendono di contrastare poteri politico-culturali consolidati e ostili non può essere confuso con una volontà di screditare. Io vorrei essere efficace, non elegante. Incisivo non vittimistico. E da quell’apparato poi sono lontano molto più di te e di altri che intervengono su questo blog. E tu lo sai bene. Per ultimo, non vedo perché io non possa intervenire criticamente sui testi proposti da te o da altri su questo blog o debba dirottare il mio spirito critico sui testi di De Signoribus o di Magrelli. Con Magrelli l’ho fatto quando c’è stata un’occasione che mi ha stimolato. Con De Signoribus lo farò, se l’occasione si presenterà. Di poeti “non d’apparato” mi occupo anch’io. (Vedi quanto ho scritto su Nadia Campana sul sito di Poliscritture).

  38. caro Ennio Abate,

    permettimi di farti notare come la definizione che mi hai affibbiato di “intellettuale periferico” sia intimamente offensiva. Che cosa significa “periferico”?, che non conto niente?, e “periferico” rispetto a che cosa, e a chi?; permettimi di farti notare che anche nelle definizioni che tu dai di me c’è sempre (implicita) l’intenzione di un dimidiamento e di screditamento della mia attività di critico. Forse perché non faccio parte di alcun apparato di potere?, ti prego quindi, se proprio vuoi adoperare un epiteto, di definirmi “intellettuale non allineato”, definizione credo più corrispondente a verità. Anzi, sarebbe preferibile non apporre dietro o prima il mio nome alcun epiteto (come del resto io faccio con tutti i miei interlocutori).
    Spero che questo ping pong tra te e me e tra te e Marco Onofrio finisca qui anche perché della personalizzazione ed estremizzazione delle nostre posizioni non interessa nessuno.

  39. @ Limnguaglossa

    Se persino una frase come “ti considero nella stessa area socio-culturale mia (quella degli intellettuali” periferici”, per dirla in breve)”, la ritieni quasi un’offesa e salti sistemanticamente i punti che continuamente ho proposto alla tua attenzione per incentivare il dialogo tra noi, vuol dire proprio che è ora di chiudere, dopo che con Onofrio, anche con te.Tolgo il fastidio. Buon lavoro a tutti voi e buona fortuna.

  40. Preciso che ‘@ Limnguaglossa’ è un errore di battitura. Non si sa mai che si veda un’offesa anche in questo.

  41. Ho perso il segno. Si potrebbe ricominciare? A me pare che questa “inutile” discussione, inutile in quanto ognuno dei tre attori rimane ancorato sulle stesse posizioni senza cedere di un millimetro, possa essere continuata in privato. Grazie

    • Perfettamente d’accordo con Lei, Giuseppe. Ma non siamo stati né io né Linguaglossa a creare turbative inutilmente polemiche nella discussione. Pare comunque che il fenomeno sia stato riassorbito. Un cordiale saluto

  42. Pare non si trovi facilmente un punto per l’attracco. E’ una difficoltà evidente ma riguarda la critica, e la poesia se l’intendiamo come merce, perché merce diventa quando arriva allo scoglio del business. Dunque si tratterebbe di economia, di piccoli e grandi mercati, di centri commerciali e mercatini delle pulci. E’ evidente che tali mercati non possano convivere nella stessa sede, ne va della loro immagine. Ai grandi mercati non possono interessare 20 persone che dibattono in un blog, tantomeno 20 ribelli che sputano sull’extralusso. D’altro canto la rete ha i suoi limiti, basti pensare all’esordio del Movimento5stelle: le notizie rimbalzano velocemente arrivando a tutti ma il dibattito si fa impossibile quando i partecipanti diventano milioni. A quel punto servono altri mezzi. Oppure altre sponde.
    In mancanza di isole vergini l’unica soluzione è cambiare pianeta. Il più vicino alla poesia sta nell’universo personale, che è quello da cui deriva e quello dove tenta di arrivare. Il rapporto è one-to-one, tra autore e lettore (non tra brand e target). Nel linguaggio commerciale lo si tenta con il marketing relazionale, una sorta di relazione personale col singolo consumatore. Bene, siccome però non stiamo parlando di dentifrici ma di cose che riguardano l’uomo e la sua esistenza nell’universo, direi che il “prodotto” è vendibile tanto quanto può esserlo un’esperienza esistenziale. In altre parole, posso comperare facilmente un libro ma non posso sapere con certezza cosa mi accadrà leggendolo, esattamente quel che succede quando acquisto il biglietto per un viaggio esotico. Meglio allora se si hanno più informazioni sull’autore, e meglio ancora se con fotografie. Anche Onofrio ne fa uso in questo articolo, beninteso tutta gente morta e sepolta, come a voler rassicurare i restanti che non vi sarà concorrenza. Alla comunicazione mediatica non importa chi sei e cosa fai, ma cosa cosa hai fatto e chi sei diventato. A questo mondo ogni autore è un nuovo prodotto.
    Tutto questo vi fa schifo? anche a me. Infatti vivo da poco tempo in un paesino di pochi abitanti; qui ho conosciuto uno scultore che, dopo aver avuto un certo successo a Milano, si è ritirato. La sua casa è piena di opere ma credo che sarebbe capace di sparare al primo critico prezzolato che si presenti alla sua porta. Da qui ricomincia la sua storia, e la mia che non c’è mai stata: nell’isola che non c’è. Ma se pensate che si tratti di eremitaggio vi sbagliate. Do ragione a Linguaglossa quando parla di qualità, è una scelta avventurosa e alternativa anche la sua. Ma secondo me queste sono le premesse per nuove forme di mercato e conviene insistere. Serve più creatività e attenzione. E attenzione perché la cosa pubblica è inquinata e andrebbe detto, o ricordato, che la poesia è salute. Questo secondo me è il messaggio da dare ai mezzi, senza compromessi.

  43. Giuseppina Di Leo

    Sono d’accordo con te Lucio che occorre fare delle scelte se si vuole cambiare, e che ciò può avvenire cambiando in primo luogo l’idea che quello che ci propinano è direttamente proporzionale all’interesse di chi propone, cosa che, peraltro, qui è stata detta e ribadita, sebbene alla fine non ci si è capiti, pur essendo dello stesso parere (cosa che almeno a me dispiace sempre).
    Ed è importante quel tuo porre l’accento sull”attenzione”, perché è da lì che bisognerebbe iniziare sempre per ppoter discernere e decidere.

  44. caro Lucio Mayoor Tosi,

    non siamo solo “20 persone che dibattono sul blog”, mi fa piacere informare i frequentatori del blog che la media delle visualizzazioni oscilla tra le 600 e le 700 con punte di 800.
    Ciò vuol dire che la “qualità intellettuale” paga, non è vero che somministrare ai lettori pessima poesia e pessima critica sia la stessa cosa che somministrare ottimi prodotti culturali, e per di più senza fare differenza alcuna tra i prodotti se non per la loro qualità estetica intrinseca. I lettori intelligenti sanno apprezzare un prodotto di qualità.

  45. Gentile Lucio Mayoor Tosi,
    anche io come Linguaglossa, che ha in mano il polso del blog, credo che non siamo solo in 20 ad interagire su questo blog. Una parte esigua ci mette la faccia, me compreso, altri, e sono la maggioranza, leggono e basta. Rispettabili quelli che fruiscono come quelli che dibattono, magari discutendo animatamente o persino litigando. E’ la vita.
    Anche io, a rischio di ripetermi, considero oggi la poesia merce o merda (non è mia questa definizione ma la adotto) quando per merda si indica non la bassa qualità ma l’esser fuori da certe dinamiche di potere costituito o, come indica Lei, di business. In questo blog ci sono molti poeti di valore che probabilmente non vedranno le loro opere e i loro nomi in cataloghi prestigiosi, ma con tenacia continuano il loro lavoro di ricerca. E chi glielo fa fare?
    Riguardo ai critici, io li perdono, diceva un autore che ho frequentato, e anche io li perdono, ma solo perché anche io, come tutti, e quindi anche Lei, siamo critici. Io, per esempio, a differenza di Lei, ho lasciato l’idillio del paesello per il taglio metropolitano. Lei criticherebbe la mia scelta? E da quale punto di vista?

    • Non la criticherei affatto. A mio parere, togliersi dalle ragnatele del provincialismo è pari a non cedere alla mondanità uniformante della città. E’ questione di testa. Vi seguo con amicizia e gratitudine, lo farei anche se vivessi sulle vette dell’Himalaya. E, credetemi, non c’era in me un atteggiamento di sufficienza nel dire delle 20 persone che dibattono: discutevo soltanto di mezzi e proporzioni, forse nel tentativo di aggiustare a modo mio la polemica sollevata da Onofrio. Quanto alle fotografie: sono necessarie, è il mezzo che lo richiede perché è un ibrido, se vogliamo l’evoluzione della rivista. Personalmente abbandonerei ogni timidezza e mostrerei anche i volti dei poeti in vita, intendo anche quelli meno noti o sconosciuti. Accolgo volentieri l’invito a partecipare con opere d’arte, e manderò qualcosa di mio per il vostro archivio. Grazie.

      • “la polemica sollevata da Onofrio”
        Come è stato scritto e successivamente ripetuto dall’interessato,
        Marco Onofrio la scritto un articolo che è stato pubblicato in q

        • Mi scuso con i lettori, ma non so come il mio commento si è “autopubblicato ” prima che io finissi la frase. Quindi ricomincio.
          *
          “la polemica sollevata da Onofrio”
          Come è stato scritto e successivamente ripetuto dall’interessato,
          Marco Onofrio ha scritto un articolo che è stato pubblicato in questo blog. La polemica è stata sollevata da chi ha continuato a rispondere sollevando sempre nuove (o vecchie) obiezioni lunghissime, persino divise in paragrafi, cui Marco Onofrio e Giorgio Linguaglossa non potevano non rispondere.
          Questo per chiarezza, poiché io, volente o nolente, ho letto tutto.
          Giorgina Busca Gernetti

  46. Aggiungo, per chi si occupa della parte grafica del blog, che forse Lucio Mayoor Tosi ha ragione nel dire che le immagini dei poeti stramorti non giovano o meglio potrebbero essere lette come icone irraggiungibili e quindi moralizzatori. Ci sono molte altre immagini che si possono usare, magari di giovani pittori o grafici che non hanno la fortuna, come molti poeti di questo blog, di avere cataloghi e quotazioni. Lo so è un lavoro in più, ma gioverebbe alla veste grafica.

  47. marconofrio1971

    Trascrivo un commento di Aldo Onorati (scrittore e dantista) al mio articolo: «Caro Marco Onofrio, ho letto il tuo editoriale sulla cultura (sic!) italiana e mi associo alle tue coraggiose dichiarazioni. Ho 75 anni compiuti e ne ho viste di cose scandalose! E di mediocri premiati dalle camarille e dalle cosche mafiose! Però, sono spariti. Come spariranno presto tanti di quei non-autori che oggi vincono premi e pubblicano con editori di peso, senza meritare tutto ciò (ma in Italia la parola “merito” sembra vogliano cancellarla anche dal vocabolario). La storia si ripete. Vedi Italo Svevo, vedi Proust bocciato da Andre Gide, vedi Lampedusa stangato da Vittorini, vedi Leopardi posposto a Carlo Botta in un premio dell’epoca, e così tanti, da Van Gogh a Melville, da Bach a Dante. I più grandi sono respinti dagli editori perché non si sottomettono alla moda; i lettori seguono le cose già dette; le novità più sono alte e più anni impiegano per farsi capire e gustare. Insomma, come dice Schopenhauer (altro immenso pensatore riconosciuto alla fine della vita), la vera gloria vene sempre dopo la morte (Foscolo pure scrive: “Giusta di gloria dispensiera è morte”). Lasciamoli illudere, gli intrallazzatori: il tempo non sarà sensibile ad alcuna raccomandazione e sarà finalmente giudice imparziale». Aldo Onorati

  48. Pingback: ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL RAPPORTO TRA CULTURA E POLITICA IN ITALIA di Roberto Onofrio | L'Ombra delle Parole

  49. ombra

    simpatico ritrovar in un unica pagina due riferimenti fondanti la casa editrice che dirigo: innanzitutto “a briglia sciolta” (che quando l’ho aperta nel 2004 ho mutuato in un abrigliasciolta tutto minuscolo e tutto attaccato) e poi “l’ombra delle parole”, personale riferimento al mio soprannome.

    ma soprattutto, la condivisione di un panorama molto faticoso per chi non ritiene di agire in un mercato!

    grazie!

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