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Costantina Donatella Giancaspero DIECI POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) con un Commento impolitico di Sabino Caronia – La Giancaspero procede per rapporti atonali, le «cose» sono nominate con voce quieta, con le parole più naturali, più disadorne; la lirica sembra formata di rapporti tonico-musicali sospesi sulla intertemporalità

Costantina Donatella Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, Edizioni d’arte Il Bulino (Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013, terza classificata al Premio Astrolabio (Pisa). Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015).

Commento impolitico di Sabino Caronia

Nella poesia di Costantina Donatella Giancaspero musica e poesia convergono in una medesima esigenza espressiva. La «voce» sarebbe la traduzione di una tonalità dominante in linguaggio espressivo. Il fraseggio della musica, di cui la poetessa romana è una dotta cultrice, trova un equivalente nella dislocazione sintattica, nei refrain, nelle «riprese». È questa una sensibilità tipica della più aggiornata poesia odierna, basta pensare alla poesia della svedese Frostenson, della bulgara Ekaterina Josifova, della rumena Daniela Crasnaru, o della italofona Katerina Zoufalova. Una analoga attenzione alle possibilità offerte dal metro spezzato o breve è presente anche in altri poeti europei come ad esempio il «basso continuo» che dà il titolo all’ultima raccolta della poetessa catalana Josefa Contijoch.

Si tratta di una comune esigenza espressiva della poesia europea più aggiornata, e la Giancaspero si muove senza dubbio in questa direzione. Ma da un presagio d’ali (Milano, La Vita Felice, 2015), è un libro d’esordio che spicca per essenzialità di dizione lessicale, strutturale e stilistica. La poetessa romana conosce bene gli effetti del ritmo spezzato, le pause, il singhiozzo sincopato e improvviso, l’uso sapiente della “durata”; è di qui che scaturisce quel rigore formale che impronta di sé il lessico portato allo stadio minimale: quell’ “arredo minimo,/ appena sufficiente/ per abitare” (pag. 43). Il proposito dichiarato, è quello di “ rimuovere tutto il superfluo”, di “possedere il nucleo primigenio del cuore”, di andare dritto all’essenza delle «cose» (pag. 55). Leggiamo a pag. 70:

Come per un ripensamento,
come se
– a metà strada,
a una svolta,
a un tratto -,
ti fermasse un ricordo,
ti volti,
riprendi i tuoi passi
dal viale al portone…

E ti solleva
un vortice di scale
fin su,
fino a me, alla gioia
di avermi
– varcata la soglia –
negli occhi,
in fondo al respiro…

L’Amore
ci vuole uniti,
sempre:
al più breve
distacco, trasale,
s’infuria,
ordisce tranelli.
E siamo colti
alla sprovvista,
presi alle spalle,
di petto,
gettati

viso nel viso...

I singoli fraseggi sono impiegati come intermezzi atonali musicali. È una voce emotiva che parla e sussulta tra un verso e l’altro. La voce, è una sostanza atonale, utilizzata, alla maniera d’un Bonnefoy, come un leit-motiv in funzione della durata.

C’è l’asciuttezza d’un Bonnefoy e Morton Feldman. C’è Mallarmé, il suo “sempiterno azzurro”, posto di fronte al poeta che “più non sa agghindare il pensiero stentato”. E c’è Debussy, ma anche la «voce» di Helle Busacca, i suoi spigoli acustici e semantici.

È presente un residuo di linguaggio pascoliano: il «predatore implume» che in Le Memnonidi corre avvolto nella sua «anima azzurra», e ritorna in quel «sussurro d’ali» (p. 36), in quel «presagio d’ali» (p. 92), di cui ci parla la nostra poetessa romana, ma è un Pascoli passato al setaccio della disillusione della poesia post Satura di Montale, transitato tra le perifrasi semantiche della poesia odierna più aggiornata: tra secchezza di dizione e espressione aforistica.

C’è, in filigrana, come in lontananza nostalgica, Mallarmé: oltre che con L’Azur, soprattutto con Les Fénètres , per il motivo del «cielo anteriore», delle «ali senza piume». Come Mallarmé, infatti, la Giancaspero non può fare a meno di deplorare quegli scrittori che hanno abdicato alla loro estasi infantile e hanno perso, come lei dice, «la memoria dell’infanzia» (p. 52).

La Giancaspero procede per rapporti atonali, le «cose» sono nominate con voce quieta, con le parole più naturali, più disadorne; la lirica sembra formata di rapporti tonico-musicali sospesi sulla intertemporalità. Le “poeticissime” parole di Giacomo Leopardi sono diventate quelle più usuali, consumate, tradite dall’eloquio del quotidiano.

Quella della Giancaspero è una poesia della «soglia» e della «intemporalità», dove i pensieri e le azioni si susseguono senza nesso causale in un susseguirsi di sensazioni e di emozioni. Il metro breve e sincopato dà, paradossalmente, una grande stabilità a questa poesia così esile che sembra destinata a scivolare e crollare da un momento all’altro in balia di un alito di vento. La poesia della «soglia» si trova costretta a muoversi in quella sottilissima fettuccia di spazio che non appartiene né al di qua né al di là, una terra di nessuno dove regna una sorta di sospensione del tempo.

Una poesia che fa del dialogo interrotto l’epicentro del proprio essere in permanenza inquieto e impermanente.

L’azzurro, dunque, il colore della distanza nello spazio e nel tempo, della nostalgia del mondo dell’infanzia «polverosa» (altro aggettivo inquietante della Giancaspero) ma anche del disincanto, apparentemente vicino e infinitamente lontano (si pensi al cielo «ironico e spietatamente azzurro» di cui dice Baudelaire in Le Cygne) dal “purissimo azzurro” di leopardiana memoria. “Per me l’azzurro – ha dichiarato in una intervista la poetessa – è simbolo di purezza, di profondità, di limpidezza interiore”. L’azzurro è il colore che contraddistingue questa poesia, in una tavolozza che varia dall’«azzurro ideale» (p. 27) all’«azzurro estremo, impietoso» (p. 33), fino al «corrotto azzurro» (p. 36); dalla «falla d’azzurro» che fora il cielo (p. 45) alla «infinita specchiera del mare» che «t’inazzurra lo sguardo» (p. 86) e all’«azzurro mare» (p. 91) che «s’impenna / in cupo azzurro / d’onde» (p. 93).

da Ma da un presagio d’ali, (2015)

*

Abbiamo voluto
dal principio
un arredo minimo,
appena sufficiente
per abitare, e le pareti
vuote – nulla
a violarne con altra identità
il solitario
rigore –

Scabra nudità
esposta
alla luce sontuosa
del mattino,
spalancata
all’occhio,
che la ripensa
materia purificata,
ne scava
ardui contenuti:

un senso duro
della vita.

*

Ma nulla
di ciò che siamo
si mostra in superficie.
Nulla
ci riporta la mente,
pure se la pieghi
in se stessa, se la tendi
fino all’inverosimile,
a scandagliare
il nucleo più segreto
della propria sostanza,
a indagare,
per i vaporosi fondali
del sogno,
l’intrinseca realtà:
uno schermo
la trattiene
e ci lascia
celati a noi stessi.

Solo di tanto in tanto
– contraddicendo
la dura condizione –
un cretto
s’apre qua e là,
a intervalli:
ne sbucano
neri spessori,
cubitali caratteri
di un primordiale alfabeto,
oscuro cifrario
della nostra essenza.

*

È qui
tra blocchi
di attediati palazzi,
per vie trafelate
d’ansia, più impetuoso
che altrove il vento,
se giunge da Nord
e s’abbatte
a colpi di frusta
tutt’intorno,
in uno strazio
d’imposte sbattute
e vasi franti,
a sfogare così
la collera propria
e quella del dio
che ce lo scaglia contro.

Sebbene previsto,
annunciato
da ogni bollettino
del tempo,
è un soprassalto
il suo accadimento
che ferma il respiro.

Ma tu,
aspro avversario
del dio che lo governa,
catturane più che puoi;
volgi altrove,
a una cima arida
di roccia,
quel delirio dell’aria,
trattienilo
in una morbida vela,
materia palpitante,

sonoro vessillo del cielo.

*

È domani

Eppure è già domani
a quest’ora fonda
della notte,
quando nei condomini
i muri, che separano vita
da vita, hanno spessori
di silenzio
e dalle strade il buio
rimanda rare sirene,
eco sorda di macchine.
S’impiombano attoniti,
nel vuoto, i binari
della metro di superficie.

È domani,
e non vale la veglia
ostinata, non servono
i rituali del fare
a prolungare l’oggi.
Questo domani,
questo tempo muto, scattato
da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso
sulla zona franca
del sonno, dove, ignoti,
già tanti destini si compiono,
questo è l’oggi.

Tra poco la notte sbiadirà
in un brusio di appannati risvegli
e frulli, alle finestre, cinguettii,
di luce in luce più canori,
fino al sole pieno,
puntato sulla città.
E sarà azzurro,
azzurro estremo,
impietoso, nel suo occhio
fermo, astratto dagli occhi,
dissuasi, volti altrove;

perché altrove li volge
questo Tempo acuminato:
dov’è vita ferita che dispera
la vita, nei quotidiani martiri,
nelle morti suicide per dignità
negata, nelle stragi,
ai tribolati confini,
dove affonda il cuore

e la notte
di un altro domani.
*

Ti alzi,
ti sollevi dall’oggetto
che ti accoglie
– disadorna sedia,
impreziosita
dall’impronta che lasci -.
Così,
allo scadere
del tempo insieme
sei
per andare
– la mente
tesa al distacco
svolge
un dipanarsi
obbligato di vie -.

Ancora abbiamo sostato
in un ritaglio di vita,
appena per vedere
la sera
infittirsi alla finestra
– esaltare
il lume sul tavolo,
la luce imprecisa
del tuo occhio
che si stempera nel sonno –
e disfarsi poi,
a un tremito d’alba,
per un raggio che s’insinua
e sfora
e scrolla il mondo.

Volgimi le spalle, ora,
qui, nello spazio
compreso tra la porta
di casa
e il tuo congedo.
Evita
lo sguardo, la stretta,
schiva il bacio.
Scendi giù

c’è scampo
in fondo alle scale.

*

Nel riquadro
di una vitrea prospettiva
il giorno t’assale
con bagliori
di nascente sole:
lo vedi
insediarsi
nel tuo riluttante
risveglio,
innalzarsi
supremo
sul tuo sguardo prono.

E spandersi intorno,
colmare
le trafelate arterie
del mondo,
fino a un corrusco declino,
allorché tu,
con brandelli
di luce
ancora nella gola
e membra dolenti,
affondi il passo

nel tuo serale cammino.

*

Non ti sostiene,
nell’imminente azzerarsi
dell’ora,
l’illusione
di chi spera
che ogni nuovo anno
sarà
migliore del vecchio.

Ma esplode già,
in fondo alla notte,
il fragore degli spari:
una guerra
di petardi e bengala
s’abbatte e rimbomba,
ebbrezza di fuochi
che impazza;

che oltraggia
lontano
abbagliati orizzonti
senz’eco
di crollate macerie,
né di sangue
profuso,
conteso,
in mortali partite.
*

Nell’ora
più solare del giorno,
guardando oltre
lo scenario
della realtà che appare,
verso una prospettiva
certa
e interiore,
una notte sopraggiunge
senza stelle,
come un’ala
scherma la luce,
placa il clamore
diurno
e ci cattura.

Per un tempo
che cerca scampo
dalla propria definizione,
noi trascorriamo
nella buia consistenza,
ne respiriamo
la segreta fragranza,
finché ci lascia,
ci ricongiunge al giorno
che la disperde
e ci separa.
*

Può darsi
che il vero sia
nello spazio vuoto
tra segno e segno,
nel tempo muto
che attrae
e smorza in sé
tutte le vibrazioni
tra suono e suono.

Può darsi
che sia
nel punto in cui
scompare
ogni riferimento
tangibile di noi,
dove s’interrompe
il filo sommesso
del nostro parlare.

È possibile
che sia
là dove sconfina
dalle cose la materia,
che sia nell’abisso
in cui dilaga,
fuggendo
verso una stasi
eterna di luce.

sabino caronia

sabino caronia

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) .

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Katerina Zoufalova da “Variazioni /su temi femminili”, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga – e “da: Poesie s/fuse… (2006 – 2016)”, inedite – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e musica di Gyorgy Ligeti “Atmospheres” (1961)

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Katerina Zoufalova di origine praghese vive dal 1980 a  Roma,  dove si è laureata  all’Università degli Studi  “La Sapienza” in Lingue e letterature  straniere moderne con una tesi su “Rainer Maria Rilke e Karl Kraus nei diari di Sidonie Nádherný”. Si è occupata dell’insegnamento della lingua e letteratura tedesca in vari licei romani. Si  dedica anche all’insegnamento della lingua ceca e,  in specie, ai progetti dello sviluppo della educazione bilingue dei bambini. Ha collaborato con diverse riviste culturali ceche e italiane. Nel 1992  ha pubblicato poesie in un piccolo volume dal titolo “Variazioni /su temi femminili/”, Praga, ed. Petit Atelier. Alcune di queste poesie sono state arrangiate in musica. Ha tradotto diversi poeti cechi  e curato  progetti internazionali  come ad esempio “Poesia 3×2, Praga – Madrid – Roma”, 2009, edito dal Museo nazionale della letteratura di Praga.  Recentemente le è stata conferita una onorificenza di seconda classe dal Ministero della pubblica istruzione  ceco, per la divulgazione della lingua e della cultura ceche all’estero.

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 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Un tempo avevo un “amico” il quale sapeva a memoria dozzine di poesie e le recitava all’improvviso, nel mezzo di una conversazione. Era una forma di esibizione infantile (almeno così la consideravo). Invece no, mi sbagliavo: era una forma di arroganza intellettuale: come dire, io ho la poesia, eccola… e sciorinava poesie poesie poesie. Ogni tanto io gli chiedevo: “Tu sei sicuro che gli oggetti in poesia stiano là e non altrove da dove li vediamo?”. E lui rispondeva che con le mie idee che gli oggetti non stessero là facevo soltanto degli esercizi filosofici che non mi avrebbero portato da nessuna parte…

Io poi gli chiedevo: “Sei sicuro che tra l’io persona in carne e ossa e l’io poetico non ci sia differenza alcuna?”. E lui mi rispondeva con la solita accondiscendenza che di solito i mediocri e i poveri di spirito hanno verso coloro che non sono mediocri, “che i tuoi dubbi sono esercitazioni filosofiche e che la poesia è discorso diretto alle cose perché la poesia ha questa capacità di farti vedere le cose che tu vedi da sempre e sono sempre quelle…”. Insomma, mi dava le risposte che un tolemaico poteva dare in ordine alle orbite dei pianeti intorno alla terra. Era arcisicuro delle sue evidenze. Era inutile continuare a disquisire con i sordi.

Io un giorno però, contravvenendo alla mia regola di gentilezza, gli dissi che con questa concezione ingenua dell’io e dell’oggetto fissi, uno di qua e l’altro di là, non sarebbe stato possibile fare poesia veramente moderna, che non era affatto detto che l’oggetto stia lì da sempre e che aspetti che l’«io» allunghi le grinfie per prenderlo e inserirlo in una poesia, che questa era una concezione tolemaica, aproblematica del rapporto tra noi e gli oggetti del mondo e che seguendo tali presupposti filosofici non si poteva fare che poesia ingenua, ingenua perché fondata sul presupposto che tra l’oggetto e l’«io» poetico c’è solo la poesia che può colmare la distanza che intercorre tra di essi. E aggiunsi anche che occorreva ripensare questo assioma a-problematico che lui invece abbracciava ciecamente con il suo concetto di poesia.

Insomma, infinite e noiose discussioni che avvenivano tra due sordomuti che non potevano capirsi. Un mediocre non potrà mai capire una specie evoluta, capirà benissimo un altro mediocre.

Questo lo dico perché non bisogna mai dare nulla per scontato, la poesia non è né gioco di prestigio né rapporto diretto tra l’io e il mondo. Chi pensa da tolemaico, non farà mai poesia di qualche qualità.

Katerina Zoufalova è un autore italofono. Ormai da tanti anni in Italia che l’italiano è diventato la sua lingua terza, essendo la prima il ceco e la seconda il tedesco; appartiene a quel genere di poeti che, proprio perché situata tra varie lingue, ha profondo rispetto per i limiti e i confini della lingua prima, seconda e terza, e questo dà alla sua poesia il senso di una grande corporeità fisica, di circoscritta delimitazione, di attenzione al significato più che ai significanti; anche la sintassi è studiatamente articolata per mettere in evidenza le frasi dal senso compiuto, quasi dei frammenti separati da punti. La poesia della Zoufalova ha una grande solidità, direi piombatura, parla di «ferita piombata», «draghi umidi», «la dentiera della Medusa», dove gli attanti qualificativi aggiungono una connotazione determinante al sostantivo, ne sono la chiave per entrarvi dentro in quanto «Le frasi sibilano serpenti. / Le parole, uno sputo velenoso». Dietro questa robustezza di costruzione e di precisione («il filo a piombo») c’è lo studio profondo della poesia ceca e tedesca. Poesia che proviene da un’altra lingua, da altre lingue, altre culture poetiche, aspetto questo che ha come modellato la lingua terza della Zoufalova. È dunque una poesia problematica, diretta, essenziale e dilemmatica, che si muove entro la stretta forbice della sfiducia nelle qualità comunicative della «parola» poetica prigioniera della sua perduta nobiltà denominativa e l’equivocità cui è condannata all’apparire nell’universo mediatico. Questa acuta consapevolezza è l’unica guida del fare poetico di Katerina Zoufalova: «E noi, / noi non usciremo dai castelli / che mai abbiamo conquistato, / seminando vuoti di parole nei labirinti». L’unica certezza è l’incertezza. L’unico equilibrio il disequilibrio. L’unica precisione l’imprecisione.

città prague nostalgic 20 tram

prague nostalgic 20 tram

Poesie di Katerina Zoufalova

[da: Variazioni /su temi femminili/, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga]

Cesserà di far male.
Più tardi sfiora il sorriso
la ferita piombata.
Quanto sale inutile sulla guancia.
Durante il racconto
pure il caso
suona banalmente.
.
***
.
Non respirare draghi umidi
che cavi forano il buio.
Ancora una scintilla
pescata dal fondo,
l’ultimo soffio umano.
Gabbiano, il seme sotto l’ala!
Ma dove?
.
***
.
Nella ripetizione
riluce l’antico gesto.
Dopo le vette
più profondi gli abissi.
Con le ceneri
ungerò i pensieri
quando ultimo il Titano
scenderà: la sua parola
già un fruscio di seta.
.
***
.
Il frutto è diviso.
La ratio impotente
non ferma la caduta.
Sollevàti siamo niente,
siamo tutto.
.
***
.
Scoppia la vescica.
Restano seni di donna.
I pori sono laghi:
Gulliver sarebbe affogato!
Batte la dentiera della Medusa.
Le frasi sibilano serpenti.
Le parole, uno sputo velenoso.
Putridi sono gli angoli.
Il tintinnio del cristallo
non scaccia il tanfo,
e sull’argento
incolla la saliva dello zar
i resti dell’ultima cena.
.
***
.

Città Strassenbahn_Praga

Strassenbahn_Praga

[da: Poesie s/fuse… 2006 – 2016]
.
La città s’incurva
per l’ultimo appello
del secolo trascorso.
Profumano gli aghi dei pini
quando nascondono la vista
le foglie già marce.
.
Il pianto del ghiacciaio
avanza inarrestabile fra le stelle danzanti.
.
***
.
Il tramonto tallonava l’efebo.
Il giardino zen
era sfiancato dai suoi stessi passi.
E, lui, scalzo, avanzava nudo,
mentre le rose smarrivano i petali.
Chi sa dove faticava a fiorire il mandorlo,
il suo pensiero non era completo,
ma le radici reclamavano un verde applauso.
Morbida e grigia era l’attesa
del sopravvissuto.
.
***
.
Ginkgo biloba.
.
Il tuo oro ha riacceso nella putrida corona della terra
un ricordo di dicembre
quando gli stiletti di neve
sminuzzavano la gioia alle rose d’ottobre.
Ma tu sei nato nel segno di tuo padre
gobbetto portafortuna o malasorte,
e io, incerta, arrotavo i coltelli.
.
***
.
Ha piegato il capo il vecchio cervo,
l’occhio appuntito del serpente è meno velenoso
quando sul marciapiedi della giustizia
riposa
la piccola carogna di un ratto millenario:
le zampette incrociate nella preghiera
mentre passa la donna dei Sudeti.
.
***
.
Il bacio nel campanile gotico
come volatile molesto,
ma il guano delle rondini
controllano il tempo
nella torre che geme sotto i passi
del congedo.
.
Il cruccio ci rapisce
per donare un solo istante
e per gettarci nell’eremo
dove il mondo si rovescia
per una incrinatura.
.
***
.
I torrenti di lillà
festeggiano la tua nascita.
Le trombe degli angeli
sono ubriache.
Di profumi risuona
la gioia variopinta, ovunque!
.
E chi ci pensa
alla morte!
.
Anche la tua Terra
è piena di tulipani.
Dai cieli
un fiore insolito mi giunge.
Il mio canto
è un ferrigno abbraccio
.
Mai,
così lontana!
.
***
.
Primo avvento.
.
Le ultime bacche
e spoglie di rose…
desolazione.
Trionfi di foglie
sul tappeto marcio…
e ancora si rinasce
dai gorghi del non ritorno,
ma la rosa canina
sulla mano dei bambini
allontana
la morte.
.
.
***
.
Una gemma etrusca fra i sampietrini
come gli sputi di un vagabondo.
Il falco pellegrino non caccerà gli invasori
e danzerà ancora Luminita oltre la foresta,
alla festa delle streghe
dopo la partenza dei sassoni
.
E noi,
noi non usciremo dai castelli
che mai abbiamo conquistato,
seminando vuoti di parole nei labirinti.
.
***
.
Dinanzi a la trifora
di una fortezza diroccata
nella Selva boema
la commozione fa una promessa.
.
Logorata dal pianto dell’istante
si dilegua nel caos
oltre l’orizzonte della bellezza
scoperta con pietoso distacco.
.
.
C’è un’altra musica
sopra il Foro Traiano
quando gli amorini
implorano di essere difesi dai centauri.
.
***
.
Cadete
foglie
e, stupito l’albero,
vi indicherà
il punto più robusto
del tempo:
non aspetteranno
il tuo sguardo
per marcire.
.
E sei, per il tuo timore,
prigioniero
della mia preghiera.
.
***
.
La spalla come un volta gotica
mutava il cielo in silenzio.
I passi erano esperti
lungo la dorsale irremovibile.
.
Presto, prestissimo!
La erre merletta
la gioia d’amare.
Rendete umana
la Sacristia
col vostro volto.
.
***
.
Per non pensarvi, prego.
Per pensarvi, prego.
Per dimenticarvi, prego.
Per non dimenticarvi, prego.
Vi sogno, per non pensarvi.
Vi penso, per sognarvi.
Vi amo e mi pento.
D’avervi, non posso.
Vi desidero.
Vi ho vicino.
Non oso.
Ringrazio il Signore
che ci siete.
.
***
.
Il punto
è un fiocco di neve
che si scioglie
si muta…
in lacrima di rubino.
.
Il rosso
è il cuore che ama
quel punto.

.
***

.
Nei piccoli cortili romani
spensieratamente gioca,
con le amarezze, il vento.
Non suggerire, tu,
orfanella dei tempi e dei luoghi
quando e dove,
mentre dai muri
si sbriciolano le parvenze
degli anni
uniti da un unico pensiero:
va bene così.

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ROMA, VENERDì 11 marzo H. 17.30 Aleph Trastevere, vicolo del Bologna, 72 presentazione del POETA CECO PETR HRUSKA, “Le macchine entrano nelle navi” (ed. Valigie rosse, 2014) Intervengono Katerina Zoufalova, Antonio Sagredo, Silvia Beatrice Bellucci, Giorgio Linguaglossa. Sarà presente l’autore, canterà Yvetta Ellerova. Seguirà coktail – Petr Hruška – “Le macchine entrano nelle navi” (Valigie Rosse, 2014). Prefazione di Jan Štolba, traduzione di Jiří Špicka con la collaborazione del poeta Paolo Maccari – Commenti di Jan Štolba, Antonio Sagredo e Giorgio Linguaglossa

foto Eve Arnold, Silvana Mangano at the Museum of Modern Art, New York, 1956

Eve Arnold, Silvana Mangano at the Museum of Modern Art, New York, 1956

Commento di Jan Štolba dalla Introduzione a “Valigie Rosse

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Petr Hruška, nato nel 1964, è emerso da una generazione che ha ancora pienamente vissuto gli anni della cosiddetta «normalizzazione», l’ultima fase del regime comunista. Erano gli anni di uno strano tempo senza tempo, di acque stagnanti, quando il regime aveva tutto il Paese sotto il suo controllo, la propaganda politico-culturale dominava i media e tramite essi ostentava un’immagine di onnipotente felicità e benessere. È vero che a quest’immagine non credeva nessuno, ma quasi tutti scuotevano la testa in segno dell’ubbidiente assenso e addirittura, a loro volta, lo realizzavano con le loro personali fughe nelle casette di campagna… Gli anni della normalizzazione erano anni della «noia tautologica» (Václav Havel) e della famigerata «calma per lavorare», così esaltata, in opposizione a un qualsiasi moto di disturbo attivato da un’opposizione o da una critica sociale, da Gustav Husák, l’allora presidente della repubblica, il «presidente dell’oblio», come l’ha definito Milan Kundera. gli anni della normalizzazione erano anni in cui apparentemente non accadeva niente. ciononostante il paese era occupato dall’invisibile armata sovietica e decine di dissidenti erano perseguitati senza scrupoli, carcerati ed espulsi in esilio […] le persone si trovarono a dover fronteggiare dilemmi non facili anche in situazioni in cui non rischiavano una diretta repressione. E soprattutto la sfera dell’arte e della letteratura erano strettamente sorvegliate dagli ideologi del regime. Hruška non pubblica durante la normalizzazione, difficilmente sarebbe stato possibile. Per i gusti del regime la sua poesia era troppo cruda e sincera, anche se Hruška non trattava argomenti politici, il regime di allora avrebbe riconosciuto immediatamente la sua voce che parlava libera e senza limitazioni ideologiche. Simili voci erano giudicate automaticamente inammissibili e pericolose: manifestavano infatti la verità interiore sullo stato della società… aprivano spazi umani dentro cui il regime non aveva accesso con le sue goffaggini, gli schemi ideologici e le menzogne.
Lo stretto legame con la realtà: è questa la prima radice della poesia di Hruška. Sorprende come le poesie della sua prima raccolta, Soggiorni irrequieti, siano grezze, come riescano a creare un contatto tangibile con le cose, ma come, allo stesso tempo, siano anche inequivocabilmente, stuzzichevolmente ellittiche. Tali poesie ci rapportano in modo fisico e sensoriale con una ineludibile realtà. Tuttavia, ci permettono di intravedere una certa assenza che si trova invischiata nella realtà: urtiamo fisicamente contro la realtà, ma pur sempre troviamo in essa molto di indescrivibile e di ineffabile. Così, cerchiamo subito di riempire come possiamo questo spazio vuoto… Hruška cerca sin dall’inizio di introdurci nello spazio di questa camera di soggiorno irrequieto, dell’intesa-non intesa con la realtà.
.Petr hruska invitoDEFINITIVO
L’impressione che ci dà la poesia di Petr Hruška è quella dell’immediatezza… Un umile “maglione verde” può diventare il segno di tutti quegli anni che abbiamo vissuto con la nostra compagna. Oppure, un incontro inatteso con la propria moglie nell’oscuro della dispensa di casa può diventare miracoloso: due individui che si conoscono intimamente si incontrano improvvisamente nel buio, come due estranei che si attraggono. Dentro le nostre vite viviamo ininterrottamente altre intime ed eccitanti vite… la poesia di Hruška appare diretta e sempre a portata di mano, ma questo non vuol dire che sia banale o semplicistica. Nelle immagini che strappa alla realtà egli riesce a cogliere il mistero dell’istante con mirabile sottigliezza a svelare lo stato d’aggregazione del tempo fatale che viviamo in ogni secondo della nostra vita […]
Nell’antologia Le macchine entrano nelle navi del poeta ceco Petr Hruška i componimenti si snodano con un potente piglio affabulatorio che sa raggrumarsi in suggestive sintesi liriche, come pure mimare il parlottio delle città contemporanee, con l’irrespirabile inquinamento dei luoghi comuni e di una gremita solitudine […] Hruška si discosta dalla tradizione melico-metaforica della poesia ceca avvicinandosi piuttosto a quella anglosassone, rappresentata da Whitman e Williams, edificata su immagini, sensazioni, visioni. Hruška ha suscitato l’attenzione della critica fin dalla sua prima, aspra e laconica raccolta poetica, Soggiorni irrequieti del 1995) finendo per diventare una delle voci poetiche più rilevanti dell’epoca libera dopo la Rivoluzione di velluto.
Nella sua poesia, la misura della concretezza da sempre si accompagna a una straordinaria capacità di cogliere in ogni evento un sostanziale momento metafisico, una sutura invisibile ma fondamentale dentro l’esistenza umana, dove il quotidiano si incontra con il trascendente […] L’originalità e l’unità della personalità poetica di Hruška si è rivelata in pieno nel volume Zelený svetr (Il maglione verde, 2004) e il premio di Stato conferitogli nel 2013 per la sua ultima raccolta poetica, Darmata (2012).
Con una sorta di delicata crudezza di accenti e di dettagli, Hruška non di rado ricorderà ai lettori l’impeto disarmato di certe immagini di Piero Ciampi, come «il testicolo della nuda lampadina al soffitto». Fenomenico e frizzante, questo libro, di stampo fortemente ciampiano, va a indagare quel reticolato vivo e incostante che è l’umanità.
«Hruška non pubblicava durante la normalizzazione, difficilmente sarebbe stato possibile. Per i gusti del regime la sua poesia era troppo cruda e sincera. Anche se Hruška non trattava argomenti politici, il regime di allora avrebbe riconosciuto immediatamente la sua voce che parlava libera e senza limitazioni ideologiche. Simili voci erano giudicate automaticamente inammissibili e pericolose: manifestavano infatti la verità interiore sullo stato della società, quell’autentica, unica e intima verità dell’uomo».
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Commento di Giorgio Linguaglossa
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Vorrei dire che io non intendo affatto, quando sostengo una tesi pubblicistica della poesia, escludere i poeti che fanno una poesia dei propri ricordi personali, altrimenti sarei uno sciocco oltre che un mediocre analista della poesia (evito di definirmi critico). Però, c’è modo e modo di fare una poesia dell’«io», tutto sta a chiedersi dove sta l’«io», questo presunto e supposto «io», il quale è, com’è noto, una ipotesi psicologica e filosofica della modernità e che la modernità ha dissolto, smantellato e decostruito con le analisi della filosofia recente (Lacan, Derrida, Meyer, Lyotard, Eco, etc). Io vorrei presentare come esempio di una poesia a vocazione privatistica ma con esiti, nella sostanza pubblicistici, una poesia non di un poeta italiano, per non essere accusato di tirare acqua al proprio mulino, e di indicare gli amici, io prenderò ad esempio un poeta europeo, e neanche di massimo livello, perché sarebbe facile citare un grande poeta europeo per esplicitare le proprie tesi. Citerò invece una poesia del poeta ceco contemporaneo (che mi ha fatto conoscere Antonio Sagredo) Petr Hruška in un libro pubblicato da Valigie rosse (2014), traduzione di Jiří Špička con la collaborazione del poeta Paolo Maccari.
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Il maglione verde
dopo tutti gli anni insieme
il maglione verde
né pioviggina
né imbrunisce
mi alzo
da dietro abbraccio
il maglione verde.
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Mi sembra una poesia semplicissima, anzi, addirittura elementare. Una poesia che parla di un “maglione verde”, Un ricordo privato, privatissimo. Eppure, la poesia tocca una corda universale, diventa, alla lettura, il nostro maglione verde, magari brutto e fuori moda, ma il nostro di noi tutti, maglione verde. Per me questa è una ottima poesia pubblicistica.
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foto vuoto in alto.

Commento di Antonio Sagredo

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Il poeta Petr Hruška è nato a Ostrava (1964), terza città della Repubblica ceca con 300.000 abitanti, situata nella regione della Moravia-Slesia. Centro carbonifero per eccellenza: si estrae carbone dal 1763. Città metallurgica, siderurgica, produce ferro e acciaio. Al tempo del comunismo era detta “Cuore d’acciaio della Repubblica”.
Le miniere furono chiuse gradatamente nel 1989, 1994 e 1998. A testimonianza di quella che fu un tempo vi è un museo di Archeologia industriale. La presenza incombente delle antiche miniere è sentita dal poeta Hruška (che ne scrive in molti versi), poi che la città in gran parte poggia su questi giacimenti di carbone e sulle gallerie delle miniere. Di un altro poeta di Ostrava, Vilém Závada (1905-1982), Angelo Maria Ripellino (nella sua Storia della poesia ceca contemporanea, del 1950) scrive che era “una terra povera, triste, centro carbonifero inquinatissimo… il cielo pesante e fumoso copre tutto d’un grezzo colore di cenere”, che agisce in profondità sul verso di Závada che è “verso pesante e nodoso, spoglio d’ogni melodia, formato di parole dure e scabre”. Il grande critico letterario František Xavier Šalda dice che il verso di Závada è fatto di un “fangoso orrore che ti strangola per intere pagine… ovunque caligine… descrizione pesante [che crea] un verbalismo assillante”.
Petr Hruška è un ingegnere specializzato nella depurazione (1987) che coltiva la sua passione: poesia e letteratura; ma dopo la caduta del regime comunista, alla facoltà di Scienze Umanistiche di Ostrava, consegue un dottorato con una tesi sulla “Prosa e poesia nella subcultura ceca contemporanea” (1990-1994), e un ulteriore titolo accademico (2003) all’Università Masaryk di Brno (tesi su “Il surrealismo del dopoguerra e la reazione al modello d’avanguardia nella poesia ufficiale”). In entrambe le università è lettore di Letteratura ceca. Lavora anche all’Accademia delle Scienze Umanistiche di Praga.
Hruška ha studiato profondamente la letteratura ceca dal dopoguerra in poi, difatti è stato coautore del IV° volume di Storia della letteratura ceca 1945-1989; del secondo volume del Dizionario degli scrittori cechi dal 1945 e del Dizionario delle riviste letterarie ceche e delle Antologie dei periodici e degli almanacchi (1945-2000).
Per cui è storico importante della letteratura ceca. Coltiva le sceneggiature sia in teatro che in televisione, articolista, organizzatore di serate letterarie e festival ed esibizioni culturali a Ostrava e altrove; è anche attore e ha recitato nel cabaret di Jiří Suruvka. Scrive su importanti e storiche riviste ceche, quali Literární noviny, Tvar, Host, Slovenská literatura, ecc. ha vinto il prestigioso Premio Jan Skácel (1922-1989), che fu un grande poeta. Ha collaborato inoltre con poeti e scrittori della sua stessa generazione come Jan Balabán (1961-2010), , Pavel Šmíd, Sabina Karasová, Radek Fridrich, Patrik Linhart e Petr Motýl che è anche pittore , autore teatrale, critico d’arte, ecc. (taluni di questi poeti sono suoi amici personali)
Ha pubblicato varie monografie su poeti cechi, tra cui una importante sull’anziano poeta ceco Karel Šktanc (1928-). Pubblica su varie riviste straniere, e saggi di letteratura in Francia, Paesi Bassi, Russia, Ungheria, Belgio, USA, ecc.
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I suoi libri di poesia pubblicati in Repubblica ceca sono:
1995 – Soggiorni irrequieti – (Obývací nepokoje; Sfinga, Ostrava 1995, ill. Adam Plaček:
1998 – Mesi – (Měsíce; Host, Brno, ill. Zdeněk Janošec-Benda
2002 – La porta si chiudeva sempre – (Vždycky se ty dveře zavíraly; Host, Brno, ill. Daniel Balabán
2004 – Maglione verde – (Zelený svetr; Host, Brno, una raccolta dei tre libri precedenti, più una collezione di prosa Odstavce, ill. Hana Puchová
2007 – Le macchine entrano nelle navi – (Auta vjíždějí do lodí; Host, Brno, ill. by Jakub Špaňhel
2012 – Darmata – (Darmata; Host, Brno, ill. Katarína Szanyi [anagramma della parola Dramata (Drammi)]; con questa raccolta ha vinto il Premio di Stato per la letteratura.
2015 – Una frase – (Jedna věta; Revolver Revue).
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Petr Hruska copPetr Hruška e i poeti e artisti cechi
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Durante la Seconda guerra mondiale in Repubblica Cecoslovacca sorsero diversi “Gruppi” formati da poeti e artisti di varia estrazione culturale e sociale.
Gruppo ’42 (Skupina ’42), con Jaroslav Seifert (Praga 1901 – 1986); Ivan Blatný (1919-1990), Jiří Orten (1919-1941); JiřÍ Kolař (1914-2002); Kamil Bednář(1912-1972) e altri.
Gruppo Ra – 1946 – (legato al marxismo viene sciolto nel 1949) – propugna il Neosurrealismo…
Gruppo dei Poeti cattolici
Gruppo Mladá Fronta (Fronte della Gioventù)
Gruppo Rudé právo (omonimo del giornale di regime comunista)
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Quando Hruška comincia a scrivere sulla poesia e letteratura ceca dal dopoguerra in poi (periodo su cui ha scritto pagine essenziali) tiene presente tutte le istanze che questi gruppi vollero esprimere. Tra le varie istanze è da sottolineare quella che volle ristabilire un nuovo e diverso Surrealismo (del Gruppo Ra), avviando la fase di un secondo surrealismo che non ebbe affatto lunga vita, anche se un critico d’eccezione come Karel Teige scrisse, per la mostra di questo “neosurrealismo” a Praga – tenuta al salone Topič – nel novembre-dicembre 1947: “Questo non è il canto del cigno, ma l’empirico prologo della prossima azione; non è il tramonto, ma l’alba di un nuovo giorno”. (nel Manifesto del 1947 del Gruppo Ra). Frase che Ripellino bolla come “anacronistica ortodossia”. (in A.M.R., Storia della poesia ceca contemporanea, le edizione d’Argo, Roma 1950, pag. 97).
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foto le maschereLa tematica del vivere quotidiano e la sua umanità
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Tenendo presente la naturale inclinazione di Hruška per tutte le vicissitudini umane che si svolgono nella quotidianità, siano esse banali, mortali, consuetudinarie, drammatiche, prive di volontà di riscatto, ecc., (aspetto sostanziale sottolineato nella prefazione di Jan Štolba), ho notato comunque nella sua poesia una tradizione che viene rispettata (senza scomodare K.H. Mácha, il padre della poesia ceca), e che inizia con Božena Němcová, grande scrittrice dell’800, assurta a simbolo della sofferenza del suo popolo. E la poesia ceca va avanti per tutto l’800 su questo tema (influenzata fortemente da una cultura folcloristica che poco concede all’allegria) fino a che il dominio austro-ungarico è sconfitto, e nasce la repubblica cecoslovacca.
La poesia ceca abbandona questo suo triste e malinconico tema dominante anche per l’avvenuta autonomia e sovranità politica di un nuovo Stato: l’euforia è dunque dominante; e infine con la corrente del Poetismo dei primissimi anni ’20 celebra la gioia di vivere in tutte le manifestazioni possibili; ma dura poco poi che le prime avvisaglie (fra tante altre di altri poeti) di una malinconia quasi drammatica che ritorna, sotto altre forme, si hanno col poema di Vitězslav Nezval l’Edison del 1928.
Il Surrealismo e l’espressionismo accentuano questa fine della spensieratezza, e già s’intravede una poesia dalla fine degli anni ’20 in poi (tutte le arti seguono questo andazzo) con presentimenti pessimistici già in parte delineati (faccio soltanto alcuni nomi) con Holan, Josef Hora, Vilém Závada (già su ricordato), František Halas che, alcuni anni dopo, con la sua raccolta Staré ženy del 1935, (Vecchie donne) descriverà i tristi pomeriggi domenicali della gente comune, una esistenza piatta, orizzontale; con Jaroslav Seifert (futuro Premio Nobel, che simbolicamente premia tutti i suoi compagni di strada) che diviene il mesto cantore di Praga.
Il sentimento pessimistico si unisce a un fatalismo che non lascia speranza alcuna, e ancora di più sotto il regime comunista. Assistiamo alla falcidie dei poeti coi loro destini tragici (faccio giusto due nomi) p.e. come il poeta cattolico Jan Zahradníček che muore poco dopo essere uscito dalla prigione; o come quello dell’ amico-poeta Josef Kostohryz (1907-1987), che si fa 14 anni di carcere duro per poi essere assolto per non aver commesso alcunché, e che nel suo poema Mohyly (Tumuli) racconterà la sua esperienza. Insomma, la poesia ceca ritorna al suo secolare destino d’essere poesia tristissima sia per sua implicita natura che per eventi esteriori, e che si esprime alternativamente con versi aspri o melici, tragici o metafisici, baroccheggianti; insomma negli anni bui del dopoguerra in poi prevalgono versi funerei, nerastri, davvero pervasi da presagi oscuri che si cerca di stemperare con contorcimenti linguistici. E infine, dopo la caduta del comunismo, e, per giungere ai giorni nostri, si manifesta con una semplicità disarmante, ma mai banale, come in Petr Hruška, p.e., uno dei maggiori rappresentanti della poesia ceca odierna.
Dal mio punto di vista la poesia di Hruška si origina anche dalle assillanti quotidianità studiate analiticamente… quasi operazioni da bisturi: una vivisezione continua che diviene ossessione e che talvolta sfiora una troppa e calcolata ostentazione di ciò che si osserva, come del resto in tantissimi poeti cechi. E se la poesia di Halas è una poesia segnata da una “tenerezza ferita”, timida e stanca accettazione del provvisorio, una sensitiva mestizia (tklivost), l’angoscia per la fugacità del tempo e per lo sfiorire, la sua amarezza per il disagio dei poveri” (Ripellino), anche Petr Hruška , secondo Štolba nella prefazione a questo libretto, “offre anche tenerezza nella sua poesia”. Questo termine, “tenerezza”, è presente due volte.
È Halas (e non solo questi) che si schiera contro il mielismo (il prefatore Jan Štolba dichiara che anche Hruška è contro il mielismo ), contro le lambiccature linguistiche, contro i vocaboli arcaici, disprezza la melodia e il posticcio ottimismo. Certo, è ovvio che la sua poesia ha aspetti marcatamente distinti da quella di Halas, che è pieno di strabilianti metafore. Certo che il quotidiano umanistico di Hruška non è affatto “malsano” come quello di Halas. L’umanismo di Hruška è invece pervaso da sentimenti misericordiosi, compassionevoli, così come nella poesia Štěkot (L’abbaio) e Co ještě chci (Cosa voglio ancora). Halas non è mai melico (per ripicca verso alcuni suoi accusatori scrisse qualcosa di assolutamente melico:, e lo fece burlandosi dei suoi detrattori). Ma, infine, scrive Halas “la poesia è il sangue della libertà”.
Questa frase lascia in eredità ai poeti cechi e in generale a tutti i poeti slavi e non, che vissero interamente sotto il dominio sovietico (noi sappiamo che furono per primi i poeti russi a sanguinare). Hruška ha fatto una breve esperienza di cosa vuol dire non poter pubblicare sotto un potere che non ti lascia respirare liberamente: aveva 25 anni quando questo potere scompare nel 1989. Poi ha potuto cantare come ha sempre desiderato, ma non ha cantato il trionfo e tutte le su sfaccettature, ha cantato l’alta profondità che si cela nell’umano o nel disumano e che si maschera (ma non tanto) sotto la quotidianità, o sotto la sua “apparente” banalità.
Allo stesso modo, anche Hruška presenta una caratteristica della poesia di Halas che è assenza di verticalità, slanci verso l’alto per celebrare qualcosa… la loro poesia è puramente orizzontale, come il tempo quotidiano che è incapace di darti un sogno, ma solo di descrivere o di rappresentare con le parole lo svolgimento terribilmente eguale del ticchettio temporale, e in questo svolgimento figure concrete che si muovono, quasi automi votati alla rassegnazione di vedere nella propria vita domestica sempre le stesse cose, stessi movimenti, stessi pensieri, ecc. Ma è indubbio che lo stile dei due poeti è diverso: lo stesso tema è ovvio che sia cantato con aspetti poetici completamente distinti.
Come dice Ivan Wernisch della poesia di Hruška: “Lei riesce a scrivere poesia priva di cose inutili e senza fronzoli lirici”. Ma lo stesso poeta conferma: “La poesia non è la decorazione della vita”. Insomma la sua poesia nonostante tutto deve poter “togliere la sicurezza dal lettore e deve demolire qualsiasi estetica lirica”.
Forse per questo motivo che il prefatore Jan Štolba scrive nella introduzione a questo volumetto di poesie di Petr Hruška che il poeta “si discosta non poco dalla tradizione melico-metaforica della poesia ceca avvicinandosi piuttosto a quella anglosassone rappresentata da Whitman e Williams edificata su immagini, sensazioni, visioni”. [William-Carlos]. Lo stesso traduttore delle poesie di Hruška, Jiří Špička, in una e-mail che mi ha inviato dice con candore: ”io non trovo molto Whitman in questi versi; su Williams non mi posso esprimere, perché lo conosco troppo poco”. Personalmente ho dubbi seri circa questo avvicinamento di Hruška ai due poeti americani o alla poesia americana in generale, che è parecchio melica; se mai, senza andare tanto lontano, avvicino la poesia di Hruška a quella concreta e realisticamente quotidiana dell’inglese Philp Larkin; e per finire a certe opere del pittore americano Edward Hopper. E giusto per essere molto più vicino a Petr Hruška, nella sua stessa terra natale, accosto due poeti: Zbyněk Hejda (1930-2013) e Katerina Rudčenková (1976-); spero in futuro che qualche studioso possa confrontare questi tre poeti.
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Poesie di Petr Hruška – “Le macchine entrano nelle navi” – Valigie Rosse, 2014
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(dalla raccolta Soggiorni irrequieti 1995)

è giorno
gennaio
una luce acuta
si può usare in svariati modi
entrare per sbaglio in un vicolo cieco
dove una sorpresa
dove una donna sorpresa e magra
alzerà
gli occhi

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Tutto quel piccolo parco

Da qualche parte ci deve essere
tutto quel piccolo parco
ma per quale via
diomio
nel crepuscolo spicca
il chiodo arrugginito del novembre
nella memoria danno freddo
i cuscinetti delle altalene
e i pali
degli uccelli

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(dalla raccolta “Mesi” – 1998)

Luglio

a Jan Balabán

Alla finestra della camera notturna
come al finestrino del treno
ma fuori sta immobile
il buio dell’albero
dietro la schiena gli animali guardano
sul pigiamino
*
Luglio

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Il maglione verde
dopo tutti gli anni insieme
il maglione verde
né pioviggina
né imbrunisce
mi alzo,
da dietro abbraccio
il maglione verde.

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(dalla raccolta La porta si chiudeva sempre – 2002)

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La porta

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La porta si chiudeva sempre, da sola,
per tutti gli anni, con uno scatto lento.
Ora non si muove di un dito.
Di fronte a lei una donna, raccoglie una larga
sottoveste, colpevole, che di notte è caduta dalla corda.
L’uomo guarda la donna con la sottoveste. Forse il vento.
In un istante della notte.
Tutti e due vorrebbero sapere precisamente quando
è accaduto, tutti e due vorrebbero vivere quell’istante.

Petr-Hruska Premio Valigie Rosse V edizione

petr hruska

La dispensa

Una volta ci imbattemmo uno nell’altro nel buio della dispensa,
catturati a vicenda – con il sangue d’oca e il petrolio,
con le camicie di casa rimboccate,
con gli sporgenti tumori delle patate.
Siamo venuti a predare.
Si sente il respiro colto sul fatto,
il magro filamento di luce, che filtra dal finestrino
giace sotto l’imbarazzo steso fra di noi.
*
Inizio di primavera

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Già stavamo per sederci sul letto. Poi l’uomo si è ricordato
che l’ala posteriore era rimasta aperta. Ha strascicato lungo il corridoio,
attorno ai buchi neri delle officine e degli spazi.
Attorno ai buchi neri delle maniche su un appendiabiti comune.

La casa era spalancata, infilata in se stessa.
La mano sul chiavistello, ha visto accanto ai noccioli
sotto il tetto l’ultimo pezzo di neve.
Giaceva bianco e grosso, come un animale con la testa drizzata,
come una spalla nuda.
Come soltanto, così tanto, poche cose nella vita.
Giaceva bianco e inappropriato, vicino alla porticina dell‘ala posteriore.

Ha strascicato indietro, lento e silenzioso,
tante volte la donna si fosse già addormentata.

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Prima del bagno

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ti sei spogliata
con le mani quarantenni
e ti sei girata
verso i cassetti
dove da un tempo terribilmente lungo
abbiamo creme e rasoi e utensili
ho sviato gli occhi
davanti a quella bellezza,
e ricordo soltanto
il dorso bianco
della monografia di Giotto

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(dalla raccolta Le macchine entrano nelle navi, 2007)

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Mentre siamo in cucina

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Entreremmo nel buio
i rami gialli degli aceri selvatici
si allungherebbero avidi
sull’auto
In un luogo ai margini
ci sarebbe una cappella imbrattata
ma potrebbe anche non esserci
neanche quella lamiera abbandonata alla pioggia
potrebbe non esserci niente
Scenderemmo
staremmo insieme in piedi
irresoluti e fermi
dentro la luce dei fanali e nei maglioni
– uno stupendo fumo della bocca
Solo dopo
scenderei giù,
a chiedere la strada.

*

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Le macchine entrano nelle navi

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Le macchine entrano nelle navi,
nell’alto inguine bianco
che rimane immobile,
nel trionfo assordante del rumore
Funi tese ganci cardini noi due
dopo un lungo viaggio
un lucido strapazzo del metallo
mandriani delle macchine in camicie bagnate
Un tumulto immenso, eppure una calma
della realtà imperiosa
non possiamo strapparci
– appartiene a noi –
da quella sozzura del mare in porto
da fetore dei mezzi pesanti
che entrano lenti nelle navi immobili

*
Dopo l’incidente

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Per ora mettete le cose qui.
Qualcuno ha fatto spazio sulla mensola,
nel cassetto o nell’armadio.
E qualcuno dopo l’incidente
mette qui i suoi oggetti personali,
miseri e orgogliosi.
Non importa che è successo.
Non importa in quale orfanotrofio siamo.
Tutto indietreggia davanti la terribile bellezza
di quel per ora,
in cui qualcuno sta mettendo ordine tra le cose rimaste.

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petr hruska

(dalla raccolta „Darmata“ – 2012)

Cincia

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La prima neve accentua tutto.
La libertà degli arboscelli.
I metri quadrati dei monolocali.
La sottigliezza dei bambini
delle famiglie divise.
La cincia è volata dentro la mia paura
che se fossi morto ora
la mia ultima parola sarebbe
sego

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L’eccedenza del padre

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Quella carne,
quella pesante carne in eccedenza del padre,
che corre verso di voi.
Già state indietreggiando.
Già notate la manica
bruciata del giaccone,
il gomito sporco.
Ma ancora state in piedi,
guardando avanti,
vi dite padre,
un’eterna guardia di notte,
che in questo momento è entrata nella luce;
alabarde e vessilli
disordinati dall’inquietudine.
Ha gettato nuovamente pietre nel buio,
contava e ascoltava,
quando e quale si avrà risposta.
E ora corre qui,
nel vostro crescere,
l’eccedenza del padre.

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L’abbaio

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La madre guarda
il figlio che un’altra volta sta imitando il retriever.
Lui ha ventisette anni,
lei quarantacinque,
tutti e due al mondo fino al collo.
Hanno provato diverse cose,
per lo più tramite annunci e tramite dottori.
Tutti e due plausibilmente credenti.
Tutti e due regolarmente in quel bar ventiquattrore,
reali come un gancio
di bellezza.
Il figlio appoggiato contro il tavolo
la madre che ascolta immobile,
fin dove giunge, qui,
l’abbaio del retriever.

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Un bel tonno

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Un bel tonno
per essere scossi
da quell’insopprimibile argento del pesce
sbattuto sui fogli del giornale
giornale morto per i pesci.
Un bel tonno
che sarebbe bastato per un po‘ di tempo
che una altra volta
avessimo sentito freddo a i polsi,
riguardo al pesante argento del mondo,
portarlo a lungo
le schiene ripide
dei palazzi delle banche
e poi a casa aprire il giornale insieme
i brutti ceffi pre-elettorali macchiati di pesce
danno l’impressione di essere ancora più birbanti
un grande corpo sull’asciutto del giornale,
sull’asciutto del tavolo
Un bel tonno
per increspare
i logori volant del silenzio domestico,
per ricordarsi ad un tratto
tutto quello che cazzo
volevamo qui.

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SETTE POESIE di Otokar Březina traduzione di Antonio Sagredo (A. D. P) e Kateřina Zoufalová  Presentazione di Antonio Sagredo (Parte II)

Museo del poeta

Museo del poeta

 Otokar Březina nasce il 13 settembre 1868, a Počátky, piccola città “nella regione di  Tábor, sulle alture ceche-morave, ai confini con la Moravia, Václav Ignác Jebav,; “più tardi, il grande poeta della vita e della morte e del silenzio, è conosciuto sotto lo pseudonimo di Otokar Březina”. La sua è una famiglia umile, modesta, devota e rispettosa delle tradizioni etico-religiose. Entrambi i genitori, il padre, il calzolaio Ignác Jebavý e la madre Kateřina, erano prima della sua nascita, persone già anziane.  I parenti della madre erano evangelici, ma uno di loro si imparentò con una famiglia cattolica.

Durante i primi anni alla Scuola comunale a Počátky, il poeta si lega di febbrile e tenera amicizia con un suo compagno di scuola così che l’amicizia è il suo primo più importante sentire, la quale è letteralmente, storicamente rilevante per la genesi dell’opera di Březina. A questo suo amico dedicò alcune poesie che si possono considerare i suoi primissimi componimenti poetici. Giovanili componimenti, e già senza luce alcuna, pieni invece di un fatalismo e pessimismo di cui il poeta si nutre. Questi componimenti possono dare la chiave per molti tratti del suo carattere e del suo sviluppo.

Si può affermare che è l’amicizia – per il valore che il poeta a questa conferisce, altissimo e spirituale, ma anche morboso – una delle cause della sua iniziazione alla poesia: il lievito, il fermento di questa iniziazione è la solitudine. La poesia di Březina avrà aspetti più gotici che barocchi. In verità, questi due aspetti, si alterneranno.   Già studente liceale, nella cittadina di Telč  prenderà la  difesa ad oltranza degli eroi e delle lotte nazionali, di Hus (arso vivo nel 1415) e della rivolta hussita, dei fratelli boemi, di Giorgio di Poděbrady: il capo degli ultraquisti ussiti  e futuro Re di Boemia; e infine il desiderio di un nuovo e diverso cristianesimo.

praga ponte carlo

praga ponte carlo

Insomma il poeta  questi anni liceali li vive tra compagni della sua età, e partecipa ai discorsi sulla letteratura e sulle scienze, perfino recita e declama la poesia polacca che d’altronde avrà una influenza, ma non decisiva, sulla formazione del suo verso. Il suo pessimismo è vicino a quello di Giacomo Leopardi e di Alfred de Vigny. Fu grande saccheggiatore costruttivo di biblioteche.

Gli bastarono  una decina di anni per realizzare la sua opera di Poesia, principalmente dall’inizio del 1891 al 1901; poi sino al 1903 e oltre ha prodotto pochi altri versi e prose. La sua prima opera in prosa, che anticipa quella in poesia, va dal 1886 al 1890 fu da lui rinnegata, poi che si trattava in gran parte di imitazioni di vecchi movimenti romantici e zavorre sentimentali.

Bruciò un romanzo, l’Eduard Brunner, nel quale riponeva grandi speranze, e  se non l’avesse fatto, avrebbe avuto non poche difficoltà a fare quei versi che sono il fondamento della poesia moderna ceca.   Ma in prosa scrisse una serie di undici saggi non a caso intitolata Hudba pramenů (La musica delle sorgenti)], che ha affiancata, sostenuta, guidata e modellata una parte consistente della sua produzione in versi dall’inizio del 1897 al 1901, e più oltre. Questi saggi sono scritture che trattano di argomenti religiosi, orfici, esoterici, trascendentali, mistici, teosofici, simbolici ecc., insomma tutto quell’armamentario che sconfina nei misteri e nei segreti insondabili e incomprensibili che sono dietro le creazioni delle opere umane.

Praga

Praga

Si donò al silenzio e corrispose però con centinaia di suoi conoscenti: poeti, artisti, filosofi. Studiosi di chiara fama e traduttori d’ogni paese invano lo spronarono  a continuare a far Poesia, senza preoccuparsi loro delle ragioni primarie che lo assillavano da tanto tempo… come, in primis, il pericolo di ripetersi e di diventare un pedante impertinente. Poi che  già presagiva la nascita di una nuova anima in lui, che richiedeva una nuova forma, e un silenzio. Rimase orfano d’entrambi i genitori a 22 anni: evento che acuì fortemente il suo pessimismo già malsano, terribile, senza scampo che non gli dava requie, tanto da fargli  desiderare un destino simile a quello di Leopardi, che conosceva molto bene. Un letale e fatale pessimismo gli faceva desiderare la sua morte e quella della Natura stessa, e quel Nulla di Schopenhauer, come unica fede da seguire e in cui credere! Ma la filosofia del tedesco invece gli aprì allora la mente.

Da quel pessimismo se ne uscì fuori con una rassegnazione attiva (al contrario di quella orientale, che è passiva), aiutato da tanti poeti più vitali di lui, come per esempio,  dalla natura vulcanica dell’americano Walt Whitman.    Ma fu lo spirito ditirambico di Nietzsche che gli dette una scossa grandiosa, ma poi infine dovette scegliere, e scrisse: “Non il superuomo di Nietzsche, ma il magico titano di Novalis”.

Otokar Březina

Otokar Březina

 E infine  sono stati i Fiori del male di Baudelaire che migliorarono la sua maniera di far versi, ma dallo spleen e idéal, dal concetto salvifico della mort che possedeva il francese si allontanò poi che ritenne  la sua ebbrezza non dovuta affatto all’uso di alcol e droghe, ma alle immagini allucinatorie del suo stesso fantasticare di cui si nutriva. Quanto amò la corrosiva ironia decadente di Laforgue e lo spirito acuto e sprezzante di Heine! E  Verlaine più di Rimbaud! La musicalità del primo lo affascinava. Altra sua conquista fu che assunse per se, per la sua poesia la limpidezza lirica di Hölderlin, come un corroborante esaltante che gli dette vigore!

Intanto la forma della sua poesia diveniva sempre più raffinata (lezione del suo Maestro Mallarmé), tanto che un eccellente critico, Arne Novák,  sentenziò che possedeva  “il dono eccezionale dell’eufonia…l’instancabile inventiva nella rima, per cui il poeta è riuscito a usare felicemente tutte le più riposte possibilità musicali”.  Fu grande anche il suo amore per la musica di Beethoven da dedicargli versi “eroici”, e per il pittore, il lituano Curljonis, che nei suoi “quadri musicali” si ispirò al tedesco..

Il suo silenzio ebbe inizio nel 1901 fino alla sua morte nel 1929: il suo periodo creativo durò una decina di anni, poi ritenne di non scrivere più versi : questo il suo silenzio: il suo timore di divenire accademico, pedante, ripetitivo; scrisse è ovvio ancora, ma con l’ultima delle sue cinque raccolte, Mani, terminò la sua poesia! Era sicuro di se stesso, di ciò che aveva scritto e donato alla Poesia, così scrisse chiaramente che “Di tutte le rivelazioni che l’arte ha fatto nel corso dei tempi, solo una piccolissima parte si conserva nell’opera d’arte e nel libro. La maggior parte di esse scompaiono con le anime che poterono o dovettero sognare le loro vittorie in silenzio”.

Otokar Březina cop Ecco le motivazioni: il timore di diventare, dunque – troppo barocco, gotico, metafisico, mistico, esoterico, religioso, estatico, analitico, sintetico, orientaleggiante, cosmico, mistagogo, più eretico che cattolico e viceversa, e così via – era reale: tanti gli -ismi che ha dovuto sopportare! E tutti gli stavano stretti! Disprezzò allora tutti gli –ismi che gli avevano  appioppato. Visse solo per amore delle sue parole, i versi, le metafore, le forme, le immagini intricate… si nutrì traverso la sua conoscenza enciclopedica dei pensieri dei filosofi e dei sogni dei poeti del passato, perfino di quelli dei contemporanei, ma con discrezione. Dette loro più lustro depurandoli coi suoi versi, raccogliendo di loro tutto ciò che potesse servire per proiettarli ancora di più nel futuro, dentro e fuori di tutte le arti.

In alcuni luoghi del suo cervello e del suo cuore risiedevano visioni di un rinascimento cristiano (e non cattolico come affermava con dichiarazioni arbitrarie il polemico e bravo scrittore sacerdote Jakub Deml) e di un risorgimento delle opere d’arte di tutti i secoli passati e presenti verso un futuro dove la fratellanza umana si potesse mutare in mistica, cosmica e universale. (questo suo traguardo era il suo ideale… il suo limite!). Non si capacitava che proprio a lui, che non era un presuntuoso, che era nato nel 1868 in un paesino moravo, Počátky, a sud-est di Praga, erano venuti in mente simili grandiosi pensieri con cui costruì, come una cattedrale, i suoi versi a cui attinsero decine e decine di poeti, anche stranieri! R. M. Rilke che lo lesse restò quasi di sasso! L’editore di Kafka, Kurt Wolff lo pubblicò. Fu candidato nove volte al Premio Nobel, senza che muovesse qualcuno o qualcosa per ottenerlo!

La sua vita fu monastica in assoluta solitudine. Ebbe per compagno il Pensiero, fin dalla sua origine, dei Grandi Uomini, che nutrì la sua Poesia, e quanti fratelli ebbe: quelli morti per difendere il proprio e  libero pensiero: i grandi martiri eretici, Jan Hus, Giordano Bruno e tanti altri. Parteggiò per i suoi Fratelli Boemi, per l’insegnamento pedagogico di Comenius! (che ancora oggi detta legge nella Pedagogia!). Studiò e amo i grandi Padri della Chiesa! E i grandi mistici di tutte le terre e i filosofi d’Oriente e d’Occidente: i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, e tutti gli altri vedeva uniti da un infinito abbraccio fraterno!

Dostoevskij e Tolstoj, dopo averli ammirati, li abbandonò perché per aver  troppo scavato nell’animo umano, si smarrirono. Parole di grandissima ebbe stima per Puškin e Lermontov. Rifiutò “le fantastiche teorie di paradisi in terra… dalla repubblica di Platone per finire a Proudhon e Marx” testimoniando una mente aperta e chiaroveggente! Divorò le visioni, le allucinazioni creative di Omero, Dante, Milton, Blake, Poe, Byron! E come Shakespeare, Tasso e Cervantes gli fecero conoscere  l’animo umano! Non posso elencare tutti gli autori che lesse. E poi,  le donne, le poetesse: da Saffo a Gaspara Stampa, alla diletta Emily Dickinson, e la Browning  e tante altre, di cui tanto scrisse nelle sue corrispondenze agli amici, specie alla sua amica teosofa Anna Pammrová. Lesse i poemi tibetani, i canti andini ed egiziani, e Gilgamesh, quasi tutti i poemi dell’antichità, prima di Omero! E i poeti greci e latini: Anacreonte, Catullo ecc. Quante loro tracce nei suoi versi! Forse troppa cultura sostenne la sua Poesia! Quando scrissi la tesi su Otokar Březina: profilo critico (1974-75 – unico relatore A. M. Ripellino) mi andavo smarrendo giorno per giorno per colpa della sua vastissima e profonda cultura!. Impossibile conoscere tutti gli autori che lesse e studiò e amò!

Otokar Březina

Otokar Březina

 Coi poeti contemporanei della sua terra firmò manifesti (gli ultimo anni dell‘800) per il rinnovamento della poesia ceca; ma quelli più giovani di lui, coi loro esperimenti linguistici di primo novecento lo lasciarono indifferente. A Jakub Deml (A.M. Ripellino lo definì “un antenato del surrealismo ceco”), che gli parlava del giovane talentuoso poeta Vítězslav Nezval, rispose “del resto il surrealismo non è nulla di nuovo” aggiungendo che “già in Shakespeare si trova questo linguaggio, come nei pazzi”.

Březina cantò in versi, in cinque raccolte (nomino in corsivo i titoli rispettivi), le oscure e splendenti Lontananze misteriose, le aspettative e le speranze conflittuali degli Albori a occidente, i gelidi Venti dai poli violati dalle prime spedizioni artiche moderne, le esaltanti e mistiche azioni dei Costruttori del tempio, e infine il lavoro festante e faticoso e socialistico di tutte le Mani  liberatrici, con cui  terminò il suo viaggio nella Poesia.

Březina seppe estrarre dal sapere universale una bevanda vitale composita del Pensiero e della Poesia dei secoli passati…  e quante culture e scienze mescolò al suo Presente! Il risultato fu un vino di primissima qualità, come il vino di Hafiz! (che conosceva) – una tecnica magistrale della versificazione che ha sostenuto lo sbalorditivo cromatismo delle sue immagini, che sostiene ancora oggi la poesia ceca. L’uso delle metafore e anafore incessanti il poeta praghese Nezval lo apprese da Březina.

Affermò che il poeta è il creatore di ciò che sorseggia, assapora; beve questa bevanda, la Poesia, inebriandosi, e questo atto stimolò simultaneamente gli umori e le forme dei suoi versi: così si  generò la sua Poesia! Ma questo lavoro di faticosa e riuscita liberazione lo si sente specialmente nella  tecnica versificatoria, nelle strofe rimate (che non sono una prigione!), e nei sonori ritmi, talvolta tortuosi, perfino nella sua grafia precisa, inappuntabile… tecnica eccelsa le filosofie e poetiche unite ai suoi umori che si addensano in oscuri-chiari pensieri e incidono profondamente sulla qualità delle immagini, metafore, altre figure… come il ditirambo dionisiaco dominante, il verso libero, l’alessandrino… e le strofe impeccabilmente rimate e limate, segnano conquiste liberatorie e lezioni a non finire per futuri poeti. Giocò come un invasato (ma controllato) e vinse una partita equilibrando l’ebbrezza dionisiaca col suo desiderio apollineo, preferendo infine  quest’ultimo (Novalis). Per questo poi abbracciò il cammino di una fratellanza e di un ottimismo universali, che gli era congeniale, ma tutto ciò fu distrutto dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Gli sembrò che il mondo (i suoi mondi) gli crollasse intorno, beffeggiandolo, eppure ebbe il coraggio della speranza e nonostante le tragedie, il suo ritornello “dolce è la vita” restò intatto, perché voleva donare una ultima emozione, un sentimento ancora perché non risultassero aridi e freddi i suoi versi. (Tanti furono i poeti e i critici che trovarono i suoi versi… gelidi! Che errore critico!).

Březina fu tradotto in tante lingue; i primi suoii due traduttori furono un polacco e un italiano… glielo riferì l’amica teosofa Anna Pammrová in una lettera del lontano 1896; ed era appena agli inizi della sua produzione poetica. Ha influenzato la Poesia ceca (e non solo) a lui contemporanea e quella dopo di lui profondamente (la stessa azione di Dante o Puškin), come per esempio la poesia di Halas, Holan, Nezval, Seifert, Josef Hora, Zavada, ecc. Anche se il vero fondatore della moderna poesia ceca è stato il romantico Karel Hynek Mácha, vero antesignano del  surrealismo ceco, secondo i poeti surrealisti cechi.

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Era cosciente che le sue metafore erano fuori del comune! Grandi poeti contemporanei stranieri hanno lodato la sua maestria, e di ciò si meravigliò  fortemente. Insomma, ha influenzato profondamente persino l’arte figurativa: artisti e poeti simbolisti e  surrealisti sui quali le sue visioni hanno agito fortemente.   Difatti un suo amico fraterno, il grandissimo scultore František Bílek, che non è secondo affatto ad August Rodin, ed è pure un raffinato disegnatore e pittore, ha subito il fascino dei suoi versi e li ha illustrati con disegni e grafiche, e perfino con straordinarie sculture lignee e di pietra. Tanti artisti hanno illustrato molti suoi libri di poesia,  come Váchal (di cui ho visto tutte le cinque raccolte illustrate a colori pagina per pagina, nel Museo dei manoscritti nazionali in quei primi anni settanta), e poi il cupo Konůpek, che ha prediletto gli aspetti più romantici e dionisiaci del poeta.

Trionfali elogi gli giunsero dal grande critico letterario František X. Šalda. E infine fu definito da uno dei suoi primi estimatori, Sigismund Bouška, già nel 1896, a 28 anni!, “poeta per poeti”, un Maestro!,  a quattro anni dalla sua prima pubblicazione!   Poeta visionario, essenzialmente, comprese come pochi le tensioni tra due secoli: l’800 e il ’900, e che, con la sua alta e profonda cultura, ha sintetizzato la fine di un’epoca della Poesia: Březina è l’ultimissima propaggine romantica e uno degli ultimi grandi poeti simbolisti…  del simbolismo ne vide la fine senza rimpiangerlo affatto!  Notizie recenti riferiscono che fu candidato otto volte al Premio Nobel.

(Antonio Sagredo)

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina biblioteca

Somigliante alla notte…

Di nuovo un dolore lontano fu avidamente assorbito attraverso una gelida
nebbia nello splendore dei miei sguardi, e mi congelava
la rovente esalazione
dei colori nel disco biancastro delle afflizioni. Il mio desiderio,
soffocato, aveva timore di toccare, in un tremore malsano,
i brucianti pensieri delle tastiere.
La mia anima vestiva l’abito del crepuscolo ordito da cocenti raggi,
e scendeva giù il silenzio in giaciture profondissime, sepolcrali,
per il degradare delle scale.
Desolato se ne andava il giorno, salutato dal pietoso scandire
delle ore,
come via da me, dal letto di un morto, nella sua malinconica lontananza.
Solo il dolore mi soffiava con quel respiro profondo
che canta la Risurrezione,
non soggetto al tempo, vittorioso nemico del sogno,
somigliante alla notte che spia con unico sguardo fin dentro
tutte le finestre,
e spalanca a tutti gli sguardi l’unica finestra verso un giorno eterno.
Mi soffiava con un respiro profondo solo il dolore dove giace nascosto
l’urlo di mia madre, e per la misera stanza, come nella mia prima ora,
continuava mostruosamente esultante anche l’ultimo urlo,
che nelle profondità della mia anima
sorveglia la soglia di questo sogno, sempre più irrorata con le lacrime.

.
Il vino dei forti

Da una mano all’altra dei fratelli passiamo il vino dei forti
nel nostro calice;
i tempi lo preservano dal gelo sulle vigne, come il fumo
dei fuochi nel tempo notturno.
I suoi vignaioli erano Tristezza e Solitudine.
All’improvviso sentiremo come accanto a noi respira la
mistica canzone,
e sentiremo sulla bocca la coppa calda per le sue eteree labbra.
La misteriosa corrente si chiude con l’anello dei cerchi
del nostro tavolo,
ci sottrae alle leggi della terra, risponderà al nostro sogno
e la vita, e la morte.
Udremo il mormorio di fiumi invisibili che scorrono per
centinaia di anni.
Vedremo, piegata verso le acque, la nube dell’Eterno che
brilla dalle profondità come il sole.
L’ebbrezza renderà la nostra anima piena di luce, come
l’anima di future genti,
e avvelenati dal sogno moriremo davanti la nostra morte,
per risorgere e vivere di nuovo.
Leggeremo obbedienti il tuo libro, o Eterno, e assegneremo
le parole alle loro immagini.
Nel magico cerchio, grande come l’orizzonte, ci chiuderemo
per evitare l’angustia della notte.
Il tuo torrente spegnerà la nostra casa che brucia tutta
con le fiamme del dolore,
e col tuo lievito gonfierà la pasta di un nuovo pane.
Le nostre lampade saranno sorgenti dell’oblio, che si accenderà
immobile tra i venti.
Le tombe saranno per noi come giardini, e culleremo la
nostra morte con una canzone.
Discorreremo nel silenzio, e il bacio sarà l’incontro invisibile del desiderio.
La nostra risposta sarà l’illuminarsi degli occhi durante
l’abbraccio dei pensieri in lontananza.
Nei raggi del nostro sguardo fisso ciò che adesso è opaco
diverrà limpido.
Non traverseremo le nebbie delle lacrime
fin dentro la terra viva per i paesaggi dei sogni,
che l’uno nell’altro si fondono,
e le lacrime, come la rugiada assorbita dal sole sulla semenza
dei secoli, si solleveranno sopra di noi nelle porpore dei mattini.
Le nostre finestre ci mostreranno i colori lavati dalla tempesta celeste
e il veleno brucerà nei succhi dei fiori tra profumi balsamici.
Le ombre si piegheranno a noi come penne, nelle ali stellate,
che ridono alle lontananze.
I sogni, che per millenni dormivano sconosciuti alle anime,
sveglieremo sotto la copertura
dei colori e delle forme, e si solleveranno dai ghiacciai dei
poli, dalle foreste dei mari,
dalle misteriose officine della materia, e scenderanno da
innumerevoli costellazioni.
Guarderemo la serie di giorni futuri, come per una fuga
di porte vetrate dei saloni
un dietro l’altro, che il sole traversa per venirci incontro
coronato di verdi giardini.
La notte si oscura su di noi come il cielo di un’alcova profumata
degli amanti.
Il passato si dilegua nella lontananza, come il fumo delle
fabbriche della città, che tempo fa lasciammo.
I nostri pensieri avranno la vastità degli spazi, colmi dell’etere,
con cui respirano gli universi. –
Stanchi della luce porgiamo la mano all’Amica
perché ci allontani da questo luogo,
e la nostra morte sarà come la morte di moltitudini purificate.
Simile ai passi che incedono
da stanze profumate fino al tempio durante la Domenica delle Palme.

Simile alla salita sulle navi tra lo sventolio dei vessilli e il
suono delle musiche nelle orchestre.
Simile alla partenza degli eserciti verso terre conquistate,
a cui gettano rose dalle finestre.
Simile alla lieta risposta del coro dopo le parole del sacerdote
annebbiate dal mistero.
Simile al bacio che continuerà più a lungo di tutti i sistemi dei mondi.
Simile al grido di tutte le canzoni nascoste in tutti i passati
e futuri universi e anime,
e alla mescolanza di tutti i passati e futuri giorni e notti in
un unico giorno in cui non vi sarà notte.
Da una mano all’altra dei fratelli passiamo il vino dei forti
nel nostro calice;
le stelle, che vi cadevano fiorite, si gettino fin nei nostri occhi.
La punizione dei deboli sarà che scorderanno il proprio
nome durante il risveglio,
e il compenso dei forti che, nell’oscurità splendente, ricorderanno
le isole della loro prigionia.

Otokar Březina 4
Martiri

La terra respirava nelle notti dei felici, il respiro dei vigneti
li conduceva fin nei sogni,
secolari orologi delle città hanno suonato la mezzanotte,
sonnecchiavano i boschi e le acque;
soltanto le anime dei diseredati vigilavano melanconiche
presso i loro fuochi insanguinati.
Martiri del corpo, per i quali il lamento delle più profonde
sorgenti è il brusio dei battiti del sangue
e i passi delle ombre nei momenti del silenzio. Verso di
loro soffiano le parole dello Sdegnato
dagli infuocati cespugli che arsero nelle oscurità del loro essere,
e i venti, che durante la sete smaniavano di bere, saziano
solo la sete delle fiamme.
Martiri dell’amore: per loro il Giorno è continuato nella
notte, ma ha perso la sua luce.
Si sono smarriti nei magici giardini che si ingigantivano
davanti gli sguardi della loro pazzia
ed erano più rigogliosi dei giardini della terra, e le foreste
dei fiori si avvinghiavano in alto
per riempire lo spazio, per succhiare tutto il rosso dei
mattini e gli splendori occidentali,
da un orizzonte all’altro si propagavano con ventaglio di
ombre, pescavano le stelle nei calici,
avviluppavano l’universo nell’oscurità e, dalle sue profondità
con le tempeste, turbinavano
e crescevano migliaia di profumi infuocati e avvelenati,
e nella notte misteriosa,
erravano verso i confini di mondi sconosciuti – al centro
di ogni cosa, malinconici,
smarriti nella bellezza dei tramonti; la loro voce agonizzava
nel silenzio
e nessuno rispondeva; lontano giaceva il regno della donna
inaccessibile da secoli; soltanto da quell’impero turbinavano
gravosi venti
e si avvicinava nella notte della loro estate lo splendore,
la luce zodiacale prima del mattino.
Martiri del silenzio: che il Mistico uccello sentivano cantare.
I secoli sono mutati in secondi,
e quando si sono destati sono tornati nelle città, nessuno
più conosceva il loro nome;
le loro parole erano per i fratelli soltanto movenze di labbra
e gioia dei taciturni,
quando hanno bevuto il vino, e gli hanno risposto pietosamente
con segnali.
Schiavi venduti secoli prima della nascita: vincoli dei Padri
penetrati nella loro carne e nel loro sangue sciolti;
morivano lentamente per le fatiche delle loro speranze e,
con loro, fino all’esaurimento dissodavano la terra,
troppo delicata per poter sopportare i loro passi, fiorita
per la danza dei non-nati.
Martiri del peccato: i Misteriosi che invano cercavano se stessi,
chiedevano la direzione del cammino a se stessi,
alla propria ombra ironica.
Volevano conoscere i loro volti abbassati verso lo specchio di sangue
e scorgere nelle lacrime femminili il sorriso delle proprie
labbra serrate dall’agonia.
Il silenzio in fiamme si inaridiva nei loro pensieri. I silenzi
delle tombe e del tempo
come l’eco collerico della loro allegria.
I silenzi dei giuramenti e della gravezza
sulle labbra dei moribondi. E quando durante le feste
della luce uscì fuori Amore
per baciare le anime, l’ombra della colpa cadde sulle loro
guance e le mutò in invisibili.
Martiri della miscredenza: che sentivano nel sogno più
splendente le vicinanze delle più profonde oscurità,
e temevano di sognare, e languivano durante le notti del
sole e dell’anima per la veglia delle anime;
ascoltavano la voce del sangue durante la confessione di
un amore purissimo, ma non credettero alla verità,
che suonava loro simile al discorso dei dolori con le speranze.
Martiri dell’altissimo struggimento: i loro sogni erravano
di stella in stella
e morirono prima di aver raggiunto gli ultimi mondi. Sulle
bilance dei venti
pesavano i fiori terrestri, e anche quelli più eterei cadevano
sconsolati verso terra,
e la loro malinconia era attesa come il risveglio di uno smarrito:
i loro mattini aspettavano la luce del giorno, la luce attendeva la sera,
e le sere le notti, e le notti la confessione del silenzio,
e il silenzio i dialoghi delle stelle, e le stelle l’arrivo
di un altro tempo:
ma come potranno portare i venti terrestri la risposta di
un altro tempo a causa della gravità? Continua a leggere

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CINQUE POESIE di Otokar Březina (1868-1929)  traduzione di Antonio Sagredo (A. D. P-) e Kateřina Zoufalová

Museo del poeta

Museo del poeta

 Otokar Březina 2Otokar Březina poeta ceco (1868-1929) – A.M. Ripellino definisce Jakub Deml “un antenato del surrealismo ceco”, in Storia della poesia ceca contemporanea, Le Edizioni d’Argo, Roma, 1950, p. 40. Grandi slavisti si sono occupati del poeta Otokar Březina, come Ettore Lo Gatto (il suo saggio Un poeta ceco moderno è del 1931); poi Luigi Salvini, Renato Poggioli, Bruno Meriggi hanno tradotto alcune poesie. Recentemente il giovane Ernesto Evangelista (La funzione semantica del verso libero nella poesia di Otokar Březina). Segnalo i lavori importanti sul poeta del boemista Petr Holman; e l’aiuto ricevuto dal poeta cattolico Josef Kostohryz, nei primissimi anni ’70.

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina nasce il 13 settembre 1868, a Počátky, piccola città “nella regione di  Tábor, sulle alture ceche-morave, ai confini con la Moravia, Václav Ignác Jebav,; “più tardi, il grande poeta della vita e della morte e del silenzio, è conosciuto sotto lo pseudonimo di Otokar Březina”.    La sua è una famiglia umile, modesta, devota e rispettosa delle tradizioni etico-religiose. Entrambi i genitori, il padre, il calzolaio Ignác Jebavý e la madre Kateřina, erano prima della sua nascita, persone già anziane.  I parenti della madre erano evangelici, ma uno di loro si imparentò con una famiglia cattolica.

   Durante i primi anni alla Scuola comunale a Počátky, il poeta si lega di febbrile e tenera amicizia con un suo compagno di scuola così che l’amicizia è il suo primo più importante sentire, la quale è letteralmente, storicamente rilevante per la genesi dell’opera di Březina. A questo suo amico dedicò alcune poesie che si possono considerare i suoi primissimi componimenti poetici. Giovanili componimenti, e già senza luce alcuna, pieni invece di un fatalismo e pessimismo di cui il poeta si nutre. Questi componimenti possono dare la chiave per molti tratti del suo carattere e del suo sviluppo.

  Si può affermare che è l’amicizia – per il valore che il poeta a questa conferisce, altissimo e spirituale, ma anche morboso – una delle cause della sua iniziazione alla poesia: il lievito, il fermento di questa iniziazione è la solitudine. La poesia di Březina avrà aspetti più gotici che barocchi. In verità, questi due aspetti, si alterneranno.

  Già studente liceale, nella cittadina di Telč  prenderà la  difesa ad oltranza degli eroi e delle lotte nazionali, di Hus (arso vivo nel 1415) e della rivolta hussita, dei fratelli boemi, di Giorgio di Poděbrady: il capo degli ultraquisti ussiti  e futuro Re di Boemia; e infine il desiderio di un nuovo e diverso cristianesimo. Insomma il poeta  questi anni liceali li vive tra compagni della sua età, e partecipa ai discorsi sulla letteratura e sulle scienze, perfino recita e declama la poesia polacca che d’altronde avrà una influenza, ma non decisiva, sulla formazione del suo verso. Il suo pessimismo è vicino a quello di Giacomo Leopardi e di Alfred de Vigny. Fu grande saccheggiatore costruttivo di biblioteche.

Otokar Březina

Otokar Březina

 Gli bastarono  una decina di anni per realizzare la sua opera di Poesia, principalmente dall’inizio del 1891 al 1901; poi sino al 1903 e oltre ha prodotto pochi altri versi e prose. La sua prima opera in prosa, che anticipa quella in poesia, va dal 1886 al 1890 fu da lui rinnegata, poi che si trattava in gran parte di imitazioni di vecchi movimenti romantici e zavorre sentimentali. Bruciò un romanzo, l’Eduard Brunner, nel quale riponeva grandi speranze, e  se non l’avesse fatto, avrebbe avuto non poche difficoltà a fare quei versi che sono il fondamento della poesia moderna ceca. Ma in prosa scrisse una serie di undici saggi non a caso intitolata Hudba pramenů (La musica delle sorgenti)], che ha affiancata, sostenuta, guidata e modellata una parte consistente della sua produzione in versi dall’inizio del 1897 al 1901, e più oltre. Questi saggi sono scritture che trattano di argomenti religiosi, orfici, esoterici, trascendentali, mistici, teosofici, simbolici ecc., insomma tutto quell’armamentario che sconfina nei misteri e nei segreti insondabili e incomprensibili che sono dietro le creazioni delle opere umane.

    Si donò al silenzio e corrispose però con centinaia di suoi conoscenti: poeti, artisti, filosofi. Studiosi di chiara fama e traduttori d’ogni paese invano lo spronarono  a continuare a far Poesia, senza preoccuparsi loro delle ragioni primarie che lo assillavano da tanto tempo… come, in primis, il pericolo di ripetersi e di diventare un pedante impertinente. Poi che  già presagiva la nascita di una nuova anima in lui, che richiedeva una nuova forma, e un silenzio!

   Rimase orfano d’entrambi i genitori a 22 anni: evento che acuì fortemente il suo pessimismo già malsano, terribile, senza scampo che non gli dava requie, tanto da fargli  desiderare un destino simile a quello di Leopardi, che conosceva molto bene. Un letale e fatale pessimismo gli faceva desiderare la sua morte e quella della Natura stessa, e quel Nulla di Schopenhauer, come unica fede da seguire e in cui credere! Ma la filosofia del tedesco invece gli aprì allora la mente. Da quel pessimismo se ne uscì fuori con una rassegnazione attiva (al contrario di quella orientale, che è passiva), aiutato da tanti poeti più vitali di lui, come per esempio,  dalla natura vulcanica dell’americano Walt Whitman.  Ma fu lo spirito ditirambico di Nietzsche che gli dette una scossa grandiosa, ma poi infine dovette scegliere, e scrisse: “Non il superuomo di Nietzsche, ma il magico titano di Novalis”.

  E infine  sono stati i Fiori del male di Baudelaire che migliorarono la sua maniera di far versi, ma dallo spleen e idéal, dal concetto salvifico della mort che possedeva il francese si allontanò poi che ritenne  la sua ebbrezza non dovuta affatto all’uso di alcol e droghe, ma alle immagini allucinatorie del suo stesso fantasticare di cui si nutriva. Quanto amò la corrosiva ironia decadente di Laforgue e lo spirito acuto e sprezzante di Heine! E  Verlaine più di Rimbaud! La musicalità del primo lo affascinava. Altra sua conquista fu che assunse per se, per la sua poesia la limpidezza lirica di Hölderlin, come un corroborante esaltante che gli dette vigore!

   Intanto la forma della sua poesia diveniva sempre più raffinata (lezione del suo Maestro Mallarmé), tanto che un eccellente critico, Arne Novák,  sentenziò che possedeva  “il dono eccezionale dell’eufonia…l’instancabile inventiva nella rima, per cui il poeta è riuscito a usare felicemente tutte le più riposte possibilità musicali”.  Fu grande anche il suo amore per la musica di Beethoven da dedicargli versi “eroici”, e per il pittore, il lituano Curljonis, che nei suoi “quadri musicali” si ispirò al tedesco.. Il suo silenzio ebbe inizio nel 1901 fino alla sua morte nel 1929: il suo periodo creativo durò una decina di anni, poi ritenne di non scrivere più versi : questo il suo silenzio: il suo timore di divenire accademico, pedante, ripetitivo; scrisse è ovvio ancora, ma con l’ultima delle sue cinque raccolte, Mani, terminò la sua poesia! Era sicuro di se stesso, di ciò che aveva scritto e donato alla Poesia, così scrisse chiaramente che “Di tutte le rivelazioni che l’arte ha fatto nel corso dei tempi, solo una piccolissima parte si conserva nell’opera d’arte e nel libro. La maggior parte di esse scompaiono con le anime che poterono o dovettero sognare le loro vittorie in silenzio”.  Ecco le motivazioni : il timore di diventare, dunque – troppo barocco, gotico, metafisico, mistico, esoterico, religioso, estatico, analitico, sintetico, orientaleggiante, cosmico, mistagogo, più eretico che cattolico e viceversa, e così via – era reale: tanti gli -ismi che ha dovuto sopportare! E tutti gli stavano stretti! Disprezzò allora tutti gli –ismi che gli avevano  appioppato. Visse solo per amore delle sue parole, i versi, le metafore, le forme, le immagini intricate… si nutrì traverso la sua conoscenza enciclopedica dei pensieri dei filosofi e dei sogni dei poeti del passato, perfino di quelli dei contemporanei, ma con discrezione.

   Dette loro più lustro depurandoli coi suoi versi, raccogliendo di loro tutto ciò che potesse servire per proiettarli ancora di più nel futuro, dentro e fuori di tutte le arti.  In alcuni luoghi del suo cervello e del suo cuore risiedevano visioni di un rinascimento cristiano (e non cattolico come affermava con dichiarazioni arbitrarie il polemico e bravo scrittore sacerdote Jakub Deml) e di un risorgimento delle opere d’arte di tutti i secoli passati e presenti verso un futuro dove la fratellanza umana si potesse mutare in mistica, cosmica e universale. (questo suo traguardo era il suo ideale… il suo limite!).

  Non si capacitava che proprio a lui, che non era un presuntuoso, che era nato nel 1868 in un paesino moravo, Počátky, a sud-est di Praga, erano venuti in mente simili grandiosi pensieri con cui costruì, come una cattedrale, i suoi versi a cui attinsero decine e decine di poeti, anche stranieri! R. M. Rilke che lo lesse restò quasi di sasso! L’editore di Kafka, Kurt Wolff lo pubblicò. Fu candidato nove volte al Premio Nobel, senza che muovesse qualcuno o qualcosa per ottenerlo! La sua vita fu monastica in assoluta solitudine. Ebbe per compagno il Pensiero, fin dalla sua origine, dei Grandi Uomini, che nutrì la sua Poesia, e quanti fratelli ebbe: quelli morti per difendere il proprio e  libero pensiero: i grandi martiri eretici, Jan Hus, Giordano Bruno e tanti altri. Parteggiò per i suoi Fratelli Boemi, per l’insegnamento pedagogico di Comenius! (che ancora oggi detta legge nella Pedagogia!). Studiò e amo i grandi Padri della Chiesa! E i grandi mistici di tutte le terre e i filosofi d’Oriente e d’Occidente: i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, e tutti gli altri vedeva uniti da un infinito abbraccio fraterno! Dostoevskij e Tolstoj, dopo averli ammirati, li abbandonò perché per aver  troppo scavato nell’animo umano, si smarrirono. Parole di grandissima ebbe stima per Puškin e Lermontov. Rifiutò “le fantastiche teorie di paradisi in terra… dalla repubblica di Platone per finire a Proudhon e Marx” testimoniando una mente aperta e chiaroveggente! Divorò le visioni, le allucinazioni creative di Omero, Dante, Milton, Blake, Poe, Byron! E come Shakespeare, Tasso e Cervantes gli fecero conoscere  l’animo umano! Non posso elencare tutti gli autori che lesse.

   E poi,  le donne, le poetesse: da Saffo a Gaspara Stampa, alla diletta Emily Dickinson, e la Browning  e tante altre, di cui tanto scrisse nelle sue corrispondenze agli amici, specie alla sua amica teosofa Anna Pammrová.

   Lesse i poemi tibetani, i canti andini ed egiziani, e Gilgamesh, quasi tutti i poemi dell’antichità, prima di Omero! E i poeti greci e latini: Anacreonte, Catullo ecc. Quante loro tracce nei suoi versi! Forse troppa cultura sostenne la sua Poesia! Quando scrissi la tesi su Otokar Březina: profilo critico (1974-75 – unico relatore A. M. Ripellino) mi andavo smarrendo giorno per giorno per colpa della sua vastissima e profonda cultura!. Impossibile conoscere tutti gli autori che lesse e studiò e amò!  Coi poeti contemporanei della sua terra firmò manifesti (gli ultimo anni dell‘800) per il rinnovamento della poesia ceca; ma quelli più giovani di lui, coi loro esperimenti linguistici di primo novecento lo lasciarono indifferente. A Jakub Deml (A.M. Ripellino lo definì “un antenato del surrealismo ceco”), che gli parlava del giovane talentuoso poeta Vítězslav Nezval, rispose “del resto il surrealismo non è nulla di nuovo” aggiungendo che “già in Shakespeare si trova questo linguaggio, come nei pazzi”.

 Březina cantò in versi, in cinque raccolte (nomino in corsivo i titoli rispettivi), le oscure e splendenti Lontananze misteriose, le aspettative e le speranze conflittuali degli Albori a occidente, i gelidi Venti dai poli violati dalle prime spedizioni artiche moderne, le esaltanti e mistiche azioni dei Costruttori del tempio, e infine il lavoro festante e faticoso e socialistico di tutte le Mani  liberatrici, con cui  terminò il suo viaggio nella Poesia.

   Březina seppe estrarre dal sapere universale una bevanda vitale composita del Pensiero e della Poesia dei secoli passati…  e quante culture e scienze mescolò al suo Presente! Il risultato fu un vino di primissima qualità, come il vino di Hafiz! (che conosceva) – una tecnica magistrale della versificazione che ha sostenuto lo sbalorditivo cromatismo delle sue immagini, che sostiene ancora oggi la poesia ceca. L’uso delle metafore e anafore incessanti il poeta praghese Nezval lo apprese da Březina.

   Affermò che il poeta è il creatore di ciò che sorseggia, assapora; beve questa bevanda, la Poesia, inebriandosi, e questo atto stimolò simultaneamente gli umori e le forme dei suoi versi: così si  generò la sua Poesia! Ma questo lavoro di faticosa e riuscita liberazione lo si sente specialmente nella  tecnica versificatoria, nelle strofe rimate (che non sono una prigione!), e nei sonori ritmi, talvolta tortuosi, perfino nella sua grafia precisa, inappuntabile… tecnica eccelsa le filosofie e poetiche unite ai suoi umori che si addensano in oscuri-chiari pensieri e incidono profondamente sulla qualità delle immagini, metafore, altre figure… come il ditirambo dionisiaco dominante, il verso libero, l’alessandrino… e le strofe impeccabilmente rimate e limate, segnano conquiste liberatorie e lezioni a non finire per futuri poeti!

   Giocò come un invasato (ma controllato) e vinse una partita equilibrando l’ebbrezza dionisiaca col suo desiderio apollineo, preferendo infine  quest’ultimo (Novalis). Per questo poi abbracciò il cammino di una fratellanza e di un ottimismo universali, che gli era congeniale, ma tutto ciò fu distrutto dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Gli sembrò che il mondo (i suoi mondi) gli crollasse intorno, beffeggiandolo, eppure ebbe il coraggio della speranza e nonostante le tragedie, il suo ritornello “dolce è la vita” restò intatto, perché voleva donare una ultima emozione, un sentimento ancora perché non risultassero aridi e freddi i suoi versi. (tanti furono i poeti e i critici che trovarono i suoi versi… gelidi! Che errore critico!).

  Březina fu tradotto in tante lingue; i primi suoii due traduttori furono un polacco e un italiano… glielo riferì l’amica teosofa Anna Pammrová in una lettera del lontano 1896; ed era appena agli inizi della sua produzione poetica.    Ha influenzato la Poesia ceca (e non solo) a lui contemporanea e quella dopo di lui profondamente (la stessa azione di Dante o Puškin), come per esempio la poesia di Halas, Holan, Nezval, Seifert, Josef Hora, Zavada, ecc. Anche se il vero fondatore della moderna poesia ceca è stato il romantico Karel Hynek Mácha, vero antesignano del  surrealismo ceco, secondo i poeti surrealisti cechi.

  Era cosciente che le sue metafore erano fuori del comune! Grandi poeti contemporanei stranieri hanno lodato la sua maestria, e di ciò si meravigliò  fortemente. Insomma, ha influenzato profondamente persino l’arte figurativa: artisti e poeti simbolisti e  surrealisti sui quali le sue visioni hanno agito fortemente.

Difatti un suo amico fraterno, il grandissimo scultore František Bílek, che non è secondo affatto ad August Rodin, ed è pure un raffinato disegnatore e pittore, ha subito il fascino dei suoi versi e li ha illustrati con disegni e grafiche, e perfino con straordinarie sculture lignee e di pietra. Tanti artisti hanno illustrato molti suoi libri

di poesia,  come Váchal (di cui ho visto tutte le cinque raccolte illustrate a colori pagina per pagina, nel Museo dei manoscritti nazionali in quei primi anni settanta), e poi il cupo Konůpek, che ha prediletto gli aspetti più romantici e dionisiaci del poeta.   Trionfali elogi gli giunsero dal grande critico letterario František X. Šalda. E infine fu definito da uno dei suoi primi estimatori, Sigismund Bouška, già nel 1896, a 28 anni!, “poeta per poeti”, un Maestro!,  a quattro anni dalla sua prima pubblicazione!   Poeta visionario, essenzialmente, comprese come pochi le tensioni tra due secoli: l’800 e il ’900, e che, con la sua alta e profonda cultura, ha sintetizzato la fine di un’epoca della Poesia: Březina è ultimissima propaggine romantica e uno degli ultimi grandi poeti simbolisti…  del simbolismo ne vide la fine senza rimpiangerlo affatto!  Notizie recenti riferiscono che fu candidato otto volte al Premio Nobel.

(nota di Antonio Sagredo)

Otokar Březina

Otokar Březina

Otokar Březina 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POESIE di Otokar Březina

Siesta

Il sogno dei grigio-azzurri tornò a vivere nelle ombre della neve,
ma i bagliori si assopirono nei giallo-rosei;
nelle gallerie della luce l’aria si distese negli strati irrigiditi,
e si placò il sibilo degli assi della ruota lamentosa dei venti.
Il riposo di linee bianche discese lentamente sul paesaggio
nel vestito di campi rigonfi e di boschi morti per incuria;
il volo degli uccelli non disegnava ragnatele nell’azzurro,
per il freddo, nel vapore bianco, non si condensava il respiro dei viventi,
e si è trascinato sul campo, come una nube, solo un Grande Pensiero
che parlava per il gioco delle ombre, per il sogno delle luci
e la voce del silenzio,
per l’unione delle forze e il dominio melanconico,
che dalla musica di onde nevose respira fin nelle anime umane.

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Otokar Březina con il presidente Masaryk

 

 

 

 

 

Da misteriose lontananze

Mi canta nell’anima da lontananze eterne
una canzone monotona,
un’ottava bassa della mia tastiera
malinconica le suona.
Mi scorre sulle labbra e nel riso
come il gusto del mio vino,
e da uno stelo spezzato
nella lacrima amarognola del latte.
Il soffio ritmico dei ricordi
nei desideri delle danze bacchiche,
la sua nostalgia si spegne lentamente
stregata, nelle risonanze.
Il sogno-veglia fermenta il mio sangue
nella voluttà e sulle solitudini,
e mi cresce nei lunghi adagi
e nelle note oscure.
E affaticati dalla quiete dei raggi
non si addormenta,
e mi succhia e mi ingabbia nelle volte oscure
dei suoi suoni,
come nugoli di insetti in vortici metallici.
O lontananze e notti,
svenimenti e sogni! Dove non si attaccherebbero
le sue note? E con quale potere
rovinerò dentro me stesso, l’indistruttibile?
Il suo contatto come ala gelida
mi soffia sul viso
nei confessionali, davanti agli altari
e nei silenzi sepolcrali delle biblioteche,
ai miei colori mescola l’olio,
suona con le ali della mia ispirazione,
canta beffardamente nella mia afflizione,
eterno, monotono,
e sulle piastre roventi della mia vita
fermenta lo scroscio spumoso
della mia bevanda mortale, da cui berrò
il Mistero della vanità.

Otokar Březina cop

 

 

 

 

 

 

 

 

Rincrescimento

Io ho nella mia anima il rincrescimento di quello che è incatenato al letto,
– quando da un’altissima torre vibra un vittorioso suonare di campane,
(davanti al Corpo del Signore eresse altari di gigli
e concesse il fiorire, nei candelabri d’argento, di fiamme
trasparenti e malaticce negli incendi del sole),
– quando i passi delle folle si smorzano nei verdi tappeti
dei fiori
e nei ritmi rotti da un fragrante canneto si agitano per i
caldi vapori delle acque,
– quando il saluto dei giardini si diffonde da corone di
fanciulle
e un grazie della vita quando, pieni di gloria, navigano
sulle onde dei fumi a vele spiegate
nel corale del Mistero dell’Altissimo.
Io ho nell’anima il rincrescimento di un sovrano impoverito
di immense distese,
quando stanco della vita sente il crepitio delle spighe sui
declivi dei campi:
– delle ciocche di aghi d’argento setacciate dal vento,
– della splendente nuvola d’insetti bizzarri posarsi su steli
sonori,
– delle sere stanche per i profumi che riposano sui vigneti;
egli sente dal fragore delle falci la sua campana a morto,
le canzoni funebri dalle grida di forza;
di chi sarà la raccolta del grano, dove si sono rappresi i
raggi dei giorni nelle lucide squame
e nei grappoli nerastri il sangue della terra?
Chi soffiò il gelo sulla mia finestra e annebbiò il puro canto
dei colori?
Le lucerne serali si accenderanno nelle sale bianche sopra
la mia camera,
gli specchi col sorriso restituiranno i lieti rossori dei volti
vetri gelidi infiammeranno la neve di seni inumiditi,
l’aria colmerà le grida di risa e di profumi.
Ritmici colpi delle danze!
E ho ancora nell’anima il rincrescimento del prigioniero
nel giorno delle feste di maggio,
il rincrescimento dell’amante presso la soglia del tempio
nel giorno del fidanzamento,
il rincrescimento dell’esiliato nei tuoni dei cannoni, che
accoglie i vascelli coi vessilli dell’adirata lontananza,
il rincrescimento dell’esausto dalla ricerca dei sogni durante
i primi azzurramenti dell’aurora,
il rincrescimento degli sguardi stanchi per la vana attesa
prima della partenza,
il rincrescimento dei visi avvizziti che non arrossirono per un bacio,
il rincrescimento dello straniero commosso per l’innocente
abbraccio del canto di Natale,
il rincrescimento dello strumento musicale appeso sopra
il letto del maestro morto,
il rincrescimento dei fiori che nessuno ha colto e sacrificò
nei vasi sugli altari,
Il rincrescimento della luce che si spense nella lampada solitaria
e che nessuno accese nell’alcova degli amanti.
Le ore del mio passato mi abbandonarono e io per loro
non ho colto i fiori,
i giorni mi giungevano fiduciosi e non li ornai di rose, e
per loro non ho mietuto i raggi immaturi,
è giunta la stagione dei crepuscoli, il vento dello Sconosciuto
si alza nei viali
e nemmeno una canzone allegra mi risuona dalla lontananza.

(dalla raccolta Misteriose lontananze, 1895)

Otokar Březina

Otokar Březina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La leggenda di colpe misteriose

Il chiarore delle mie ore future illuminò questo istante nei sogni
e con tutte le luci dei lampadari si è sparso nelle magnifiche
sale dei miei giorni;
là scaturiva la musica delle mie future primavere e delle
tenerezze nascoste,
là scintillava il riso delle labbra che mi inebriavano e il respiro
che ingannava,
e negli occhi, dove mi aspetta la mutezza della voluttà,
là ardevano pieni di desiderio.
Ma inutilmente camminavo là dove tremava nei vertiginosi ritmi
la canzone della Vita. Mi seguiva dietro l’Ombra di Qualcuno
che davanti a me si univa;
di sala in sala veniva e dovunque entrava si spegneva il calore luminoso,
si oscuravano gli specchi e fremette il desiderio, la voce di
una musica trionfale cadde giù
fin nelle più basse ottave e si fuse in un’angoscia silenziosa.
O anima mia, da dove è venuto Lui? E chi sa quanti secoli trascorse
con le anime dei miei antenati prima di giungere sino a me?
Su quante tavole nuziali ha disteso come una tovaglia un
tappeto funebre?
Su quanti sorrisi rosei ha soffiato il suo gelido respiro sotterraneo?
E in quante lampade illividiva oscuramente con fiamme
di sale e d’alcool?

Otokar Březina 1

 

 

 

 

 

 

Umori

Il fruscio stanco del calore si distese sul ramo con gravezza
e pendeva senza moto poi che il bosco schiacciato respirava
nei malinconici intervalli, e un torrente amaro di sudore
gli fluiva con aspro profumo da vegetazioni frante.
Avanzava pallida la stanchezza sotto gli alberi immoti,
sedette al mio fianco, i presentimenti sospirò sul viso,
mi sommerse negli sguardi la malinconia della domanda eterna
e parlava con la mia anima, con la lingua delle parole morte.
Il fiore di un sole stramaturo appassì nei bianchi calori,
nei crepuscoli dei rami tremava e con foglie azzurre cadeva
nei silenzi apatici la muta estenuazione, si accese nel musco
e col deliquio mi cullava nel bagno di un respiro misterioso,
come se sotto le onde il sangue fosse sgorgato lentamente
da vene aperte.

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POESIE SCELTE DI KARL KRAUS  da “Worte in Versen” (Parole in versi, 1916-1930) traduzione di Katerina Zoufalova e Alberto Di Paola (psed. Antonio Sagredo)

 

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(trad. di Kateřina Zoufalová e di  Alberto Di Paola (pseud. Antonio Sagredo) – 1989)

 Karl Kraus nasce a Jicin [Boemia] nel 1874 e muore a Vienna nel 1936 da una agiata famiglia ebrea. Fu a Vienna dal 1877 svolgendo una intensa attività giornalistica. Nel 1899 fondò «Die Fackel» (La Fiaccola) che fu subito popolarissimo e a cui nei primi anni collaborarono tra i tanti Wedekind, Liliencron, Altenberg, Strindberg. Dal 1912 ne fu direttore unico. Famose le sue letture pubbliche durante le quali presentava scritti suoi e di altri. Kraus divenne coscienza e giudice del suo tempo, temuto odiato e venerato.

Stabilitosi in Svizzera nell’estate del 1915, iniziò qui il suo sterminato dramma satirico-apocalittico contro la guerra, Gli ultimi giorni dell’umanità (Die letzen Tage der Menschheit, 1922). Pubblicò anche nove quaderni di liriche Parole in versi (Worte in Versen, 1916-1930). Alla fine della guerra aderì alla socialdemocrazia. Memorabili le sue battaglie contro il giornalismo corrotto e la repressione poliziesca dei movimenti operai, riflesse nella commedia Gli invincibili (Die Unüberwindlichen, 1928); la polemica contro il giornalismo condannato come prosti tuzione dello spirito dell’affarismo si trova in Tramonto del mondo per magie nere (Untergang del Welt durch schwarze Magie, 1922). Ha scritto volumi di aforismi, e scritti sul linguaggio (Letteratura e menzogna , Literatur und Lüge, 1929; La lingua , Die Sprache, 1937). La sua tendenza è verso il satirico, con una raffinata tecnica della citazione e una scrittura rapida e incisiva, incline al paradosso.

Per il centoquarantesimo anno dalla nascita di Karl Kraus pubblichiamo in anteprima in traduzione italiana sue poesie tratte da Worte in Versen .

 sidonie nadherny

sidonie nadherny

 

 

Il prato nel parco*

Come tutto mi diviene senza tempo. E là dietro indugio
sbalordito e nel disegno del prato sto fermo,

come il cigno nello specchio verde.
E questa era la mia terra.

Quante campanule! Ascolta e guarda!
Lui, l’ammiraglio, sta su questa pietra
da molto tempo. Deve essere domenica
e tutto risuona d’azzurro.

Non voglio continuare. Fermati, piede vanitoso!
Finisci la tua corsa davanti a questo miracolo.
Un morto giorno si sveglia.
E tutto resta così antico.

16 novembre 1915

 

Viaggio nella valle Fextal

Quando il tuo sole illuminò la mia neve
era domenica nell’azzurra Engandina.

Ardeva l’inverno e il gelo era cocente,
spruzzavano senza fine le scintille dal ghiaccio.

Tutto il presente irrompeva scricchiando,
danzava la luce con la musica della slitta in corsa.

Andavamo da qualche parte nel passato,
al di là d’ogni stagione.

Ogni cosa che iniziò sgarbatamente, ci attraversava sereno,
un giorno d’argento ringraziava il raggio dorato.

In un regno sommerso conduce l’incanto.
Come morbida prepara la vita il sogno infantile!

Colma di antichi giochi è la bianca valle;
i monti raccogliamo come cristalli di rocca.

Nessun abisso divide oggi gli elementi?
Un fiume di fuoco lega la terra e l’aria.

Viviamo diversamente. Se continua così
è come essere in un altro pianeta!

Svanisce ondeggiando ogni spazio nella luce.
Così il sogno scivola lieve verso la morte.

Il tempo non recinta nella riserva alcun dolore per noi.
Se i capelli sbiancano, ci sarà buona neve.

L’inverno ci riscalda. La vita è un giorno,
che il vento di Silvaplana ama chetare.

Nessuna meta, è soltanto un riposo che si donava felicità,
se una volta la slitta s’arresta davanti a una tomba.

29 gennaio 1916

Brutto SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

SCHMIDT-ROTTLUFF_Jahre

Per l’onomastico

Dimmi, non ha il tuo nome, ogni giorno
che vivi, nella mia vita?
Non ringrazia la mia semina il tuo buon seme,
se oggi, se domani, cercherai di raggiungermi?
Ancora sento come tu sollevi
nel senza-nome, nel senza-giorno, il paralitico,
Iddio crede in te. Così dico amen!

25 giugno 1916

All’ascoltatrice

Che nessuno disturbi la mia ultima gioia!
La gioia, leggere a lei? No.
Ma lei vuole essere più grande, dell’ ascoltare me.
Ho solo per me una gioia:
guardarla, come mi sente leggere!
29 ottobre 1917

Quando cade una stella

Qualsiasi cosa che io abbia mai detto nelle altezze,
mi rigetta indietro?
Oggi s’è frantumata una stella
e resta un pezzo di terra.

Ogni cosa che si sottrasse allora
nella mia notte dalla sfera del cielo
e si decise in un istante per un viaggio
in un paese troppo terrestre –

ah, splende in una direzione,
che mi disturbò profondamente il cuore.
E la mia poesia
non mi appartenne, non mi ha ascoltato.

Dolori, come al di là di tutte le frontiere
strappai la natura all’universo!
Quale ingannevole splendore!
Ahimè, accompagna questa caduta.

Quale rivolta sotto le stelle,
lacera l’eternità!
Tutte le altezze, tutte le lontananze,
tutti i cuori sono abbandonati.

E si lamentano per l’ora,
dove con limpida furia
trasfigurato dal cerchio adesso
s’affretta un ospite amato da Dio.

Memore del grande passato,
pieno di luce, cosciente del valore
piangiamo la perdita imperscrutabile
delle sorelle smarrite.

E noi miriamo delle loro strade
ancora l’ultima traccia luminosa.
Che addio! Che rimprovero
alla mortale natura!

Quale caduta nella barbarie,
così le mostra il ritorno a casa!
Una volta generò una creazione ariosa
per la sua voglia di formare lo spirito.

Imbrunisce. L’occhio non vede più
la splendente meteora.
E verso il non folle sentire
guardo io nella notte, lassù.
9 aprile 1920

*Per Karl Kraus il Parco di Janovitz, separato dal mondo da «un muro dove si posa il cielo», era il paradiso, Vienna l’inferno. Là, nella splendida proprietà dei baroni Nádherný von Borutin, non lontana da Praga, tra lillà in fiore, faggi, abeti, piccoli corsi d’ acqua che sfociano in uno stagno solcato da cigni, tutto era perfetto, incorrotto, tutto era poesia e magia, mentre nella capitale dell’ Impero austro-ungarico dilagavano irrimediabilmente corruzione, stupidità, pregiudizi, ipocrisia, doppia morale. Così, tra due poli estremi, all’inferno e in paradiso, «l’irato mago, il bianco pontefice della verità dalla voce di cristallo», autore dei più celebri e graffianti aforismi del Novecento, visse la sua esistenza fatta di battaglie in nome della giustizia, di odio feroce contro il governo e la stampa, di incessante guerra alla guerra. Ma anche di amore, di un’ unica, grande passione, sofferta e senza limiti, per Sidonie, la bella e sensibile castellana di Janovitz. Una storia d’ amore d’ altri tempi, venuta alla luce solo negli anni Settanta del Novecento, che rivela, come scrisse Elias Canetti, un «nuovo Kraus», tenero, appassionato, implorante. Iniziò con il classico colpo di fulmine per entrambi, fu avversata dal fratello della giovane baronessa, Karl, che le faceva da tutore, da pregiudizi di classe e anche razzisti, da malevole insinuazioni. Fu costellata di colpi di scena come il matrimonio di Sidonie con il conte Guicciardini di Firenze, andato a monte all’ ultimo momento, nel maggio del 1915, per l’ entrata in guerra dell’ Italia, e quello da operetta con il fatuo cugino Max Thun, che non durò nemmeno sei mesi. In pubblico Karl e “Sidi” si davano del lei, nessuno doveva sapere dei loro incontri clandestini, delle loro romantiche passeggiate notturne per il parco, delle loro fughe improvvise in automobile in Svizzera e nelle Dolomiti. Si conobbero a Vienna l’ 8 settembre del 1913 al Café Imperial e fu proprio Max Thun a presentarli. Kraus allora, a trentanove anni, con la sua rivista Die Fackel, era diventato lo scrittore austriaco più popolare e più temuto del suo tempo; lei, a ventotto, aveva una discreta cultura, era sportiva, collezionava viaggi per il mondo e teneva un diario in cui registrava i suoi incontri. In quella prima, memorabile serata andarono al Prater in carrozza, sotto le stelle. «Lui riconosce la mia natura», annotò subito lei commossa e più tardi ammise che «Kraus le era entrato nel sangue». Nel novembre dello stesso anno lo invitò a Janovitz e lui ne rimase incantato, passarono insieme il Natale e il fine anno; la notte, quando il fratello di Sidi e la servitù dormivano, lui scivolava di nascosto nella sua stanza da letto, poi passeggiava con lei nel buio sul grande prato che cantò in una sua celebre lirica ( Wiese im Park ). Da allora il Parco di Janovitz divenne parte integrante di un grande amore a cui solo la morte pose fine, fu lo scenario da favola di una storia drammatica a cui la guerra fece da contrappunto, come attestano le oltre mille lettere che lo scrittore inviò a Sidonie Nádherný per ventitré anni (furono pubblicate in Germania nel 1974).

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