Marco Onofrio legge “Una donna” di Sibilla Aleramo. Un percorso di evoluzione interiore, fra istanze emancipazionistiche e suggestioni romane

sibilla aleramo

sibilla aleramo

foto d'epoca

foto d’epoca

Sapeva di non essere una «narratrice nata» poiché «irrimediabilmente lirica»; fu tuttavia proprio un’opera di narrativa a sancirne l’esordio letterario e a garantirle un primo lancio di notorietà. Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) racchiude nel tracciato eterodosso di Una donna (1906), a cavallo tra i generi del romanzo di formazione, del diario autobiografico e del saggio, «un pensiero di donna che riflette dinamicamente l’immagine fantastica di sé tra la memoria del passato e l’elaborazione del futuro» (Zancan). La scrittrice di Alessandria plasma la materia del proprio vissuto nella vicenda esemplare di un alter ego femminile e anonimo che si trasfigura per elevarsi, e che lotta coraggiosamente contro le convenzioni di una società retriva per aderire al proprio imperativo interiore, alla legge etica che le comanda di crescere, di evolvere, di diventare ciò che è.

auto d'epoca

auto d’epoca

 La «parte migliore di me che avevo trascurata», ovvero l’«io profondo e sincero» di Rina, mortificato da vicende eteronome – tipiche di un percorso biografico femminile, in Italia, ai primi del ‘900 – risorge, oltre i vincoli della storia, nella sublimazione creativa di Sibilla. La scrittura stessa è il luogo simbolico della “nuova nascita” dalle ceneri dell’umiliante quotidianità: dai fili delle parole viene pazientemente annodato l’itinerario di una rigenerazione che spinge la protagonista a rendere fecondo il dolore attraversato, cioè a raccogliere i frammenti dispersi di un’esistenza per accedere di nuovo al “sogno di pienezza” perduto dopo l’infanzia felice. Come Rina ha avuto, infatti, una fanciullezza «libera e gagliarda», vissuta in solitudine ma aperta agli interessi e agli studi: «M’avvolgeva allora uno di quegli stupori meditativi che costituivano il secreto valore della mia esistenza». E ha assorbito l’indipendenza intellettuale dal padre, spirito libero, laico e anticonformista. La timidezza muliebre lotta dentro lei con un «nuovissimo impulso di audacia indipendente». Sente stretto, perciò, l’ambiente paesano e provinciale, tutto intramato di paure e ipocrisie, della «cittaduzza del Mezzogiorno» (Porto Civitanova Marche) in cui la sua famiglia si è trasferita, a seguito del nuovo lavoro del padre. Sospira di desiderio pensando alla vita della città, dove è già vissuta (a Milano), «col suo formicolio umano, con la sua esistenza vibrante». Il padre la porta in viaggio a Roma e così rivede la folla:

sibilla aleramo

sibilla aleramo

«mi risentivo piccola, insignificante, sperduta, anelante ad apprendere da tutti e da tutto intorno. Ciò mi produsse una emozione forse maggiore di quella che mi destarono i monumenti (…). Fu quel viaggio come il coronamento della mia adolescenza brada, temeraria, trionfante».

Roma le dà il primo accenno di rivelazione: a se stessa e alla vita. La fanciulla comincia a maturare, prendendo orgogliosamente coscienza dell’intelletto e della dignità che la donna racchiude in fondo a sé, e che un impulso irrefrenabile la spinge a sviluppare, a tirar fuori.

«Ero una persona, una piccola persona libera e forte; lo sentivo, e mi sentivo gonfiare il petto d’una gioia indistinta».

sibilla aleramo

sibilla aleramo

Volersi libera e indipendente, però, è contrario all’opinione comune, che a quei tempi considera la donna un «essere naturalmente sottomesso e servile». Le donne sono prone al peso che da secoli le schiaccia: «la cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita». Il destino preordinato di tutte le donne, soprattutto in provincia, è soltanto «amare e sacrificarsi e soccombere». Ovvero: subire sevizie in silenzio e mascherarle sotto un velo di ipocrisia. Non c’è alternativa alla menzogna, alla rassegnazione. I tentacoli sociali avviluppano anche, suo malgrado, la protagonista di Una donna, la quale appunto – a dispetto del titolo del libro – oppone a tale stato di cose la «rivolta selvaggia» di tutta se stessa, che la porta a lottare per non ridursi ad essere “una” donna come tutte, la donna che gli altri vorrebbero che fosse, ma per avere il diritto di diventare semplicemente “la” donna che è – ed è proprio questo che non è concesso. Il primo grande strappo che la allontana dall’infanzia è il tentato suicidio della madre. Il divario si allarga con la scoperta che il padre ha un’amante. L’infanzia muore definitivamente con l’iniziazione sessuale traumatica: subisce uno stupro. Si sposa con un uomo geloso e ottuso che la soffoca e la controlla, e la vuole remissiva. Le nasce un figlio. Il marito la trascura, lei si lascia vincere dalla «smania di vivere» e cede alle lusinghe di un altro uomo. Poi tenta il suicidio con il laudano. Viene salvata per miracolo. Si dà allo studio, alle meditazioni, alla scrittura. Concepisce il Libro capace di «mostrare al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta», un libro autobiografico: «il capolavoro equivalente ad una vita». Coltiva intensamente lo sviluppo della sua vita interiore. Comincia a interessarsi di emancipazione femminile: la parità dei diritti della donna come persona umana di uguale dignità.

«Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia, m’indusse irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale di Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parola femminismo».

Ecco di nuovo Roma, balenante spiraglio di luce in fondo al tunnel di una vita che la violenza della realtà  ha soffocato e riempito di tenebra.

sibilla_aleramo copSin qui il romanzo, dove l’autrice riversa un grumo di vicissitudini in gran parte autobiografiche. Alla fine del febbraio 1902 Rina aveva avuto il coraggio di abbandonare il marito, Ulderico Pierangeli, e il figlio Walter, con cui viveva a Porto Civitanova Marche, per trasferirsi a Roma, dal padre, in zona Pineta Sacchetti. Lì, nell’estate 1902, mette mano ai primi capitoli di Una donna, che conclude in prima stesura l’estate successiva, a casa dello scrittore Giovanni Cena, con cui nel frattempo è andata a vivere, in via Flaminia 45. Il libro prende la sua forma definitiva nel 1904 e viene pubblicato dalla Sten di Torino il 6 novembre 1906. A Roma comincia la seconda vita di Rina/Sibilla; è il luogo fisico e sociale della sua liberazione, lo spazio simbolico della sua esistenza rigenerata che si apre finalmente alla scrittura, alla notorietà, allo scambio intellettuale, all’impegno comunitario (Cena la spinge a prestare la sua opera nelle scuole dell’Agro romano e presso un dispensario di Testaccio). Rina, rinascendo come Sibilla, ha osato ribellarsi al pregiudizio della donna sottomessa al ruolo di madre e moglie: dunque al sottinteso incontrovertibile del sacrificio imposto, da secoli, alle energie creative femminili, con la sistematica repressione dei relativi talenti; e, più in generale, all’idea deprimente di una vita statica e reazionaria, intesa a mo’ di fato immutabile e non di destino fluido in evoluzione, sottoposto per ciò stesso all’incidenza del libero arbitrio, dove cioè non sia possibile cambiare direzione, e quindi chiudere un processo di esperienze per cominciar daccapo, quasi nuovi. Il romanzo mostra, invece, che la vita di un individuo umano è, a prescindere dal sesso, un continuo succedersi diacronico (costituito a sua volta da intersecazioni sincroniche) di morti e rinascite esistenziali, in campiture cicliche legate al ribollire inquieto dell’esperienza: un processo creativo “aperto”. In questa coscienza della complessità del divenire cosmico, e nella serenità di averne giusta parte (per aver adempiuto al proprio imperativo etico interiore) si realizza forse, alla fine del libro, il sogno di armoniosa interezza vagheggiato – post factum – sin dalle prime pagine: malgrado i rimorsi per il figlio abbandonato.

«In cielo e in terra, un perenne passaggio. E tutto si sovrappone, si confonde, e una cosa sola, su tutto, splende: la pace mia interiore, la mia sensazione costante d’essere nell’ordine, di potere in qualunque istante chiudere senza rimorso gli occhi per l’ultima volta.

   In pace con me stessa».

sibilla aleramo

sibilla aleramo

Roma stessa le ha allargato e approfondito lo sguardo; le ha fatto capire, dinanzi a un mondo dove  tout se tient, quanto inutili, ridicoli e dannosi siano gli schemi di rappresentazione con cui l’uomo sociale cerca di ridurre l’infinito che, a dispetto degli argini di contenimento, appartiene per natura ad ogni cosa. È una lezione che la protagonista del romanzo, rinata a nuova vita, impara proprio dal cielo di Roma:

«Nel cielo le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra, le cupole, il fiume e le pinete incise sull’orizzonte, il deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi, tutto era com’esse immerso nella luce meravigliosa e com’esse appariva fluido ed eterno. Anch’io ero già passata sotto quel cielo che ora tornavo a guardare; ed anche in quel mio passaggio di adolescente l’anima s’era sentita dilatare al cospetto dell’infinito azzurro. Non ero la medesima, ancora? Non cominciava ora la giovinezza?»

Roma è il catalizzatore positivo del cambiamento: «l’itinerario di formazione e di crescita della nuova donna riparte da lì». Vi ha sede, da qualche tempo, un periodico femminile: Mulier. La  chiamano a collaborare. Il marito, che nel frattempo ha rotto con il suocero (con cui lavorava), teme di non saper fronteggiare l’ambiente mondano della Capitale. E poi non saprebbe che fare. Si risolve ad impiantare a Roma il commercio di alcuni prodotti locali. Ecco dunque il trasferimento a Roma. Ed ecco il travaso della Città Eterna, siccome affiora, dopo aver sedimentato, dal tessuto sottile dello sguardo, dentro la coscienza:

sibilla aleramo

sibilla aleramo

«Roma appartiene allo spirito che la desidera con volontà, e mantiene tutto quanto le si chiede con vigore d’anima. E forse non era tanto lontano il giorno in cui avrei compreso in un solo sguardo la città unica, l’avrei sentita tutta nel palpito del mio cuore… Frattanto, che ebbrezza e che estasi assistere con mio figlio ai lunghi tramonti di fiamma dalla terrazza del nostro quartierino, con dianzi il fiume e Monte Mario, dopo aver lavorato ore e ore nel silenzio dell’alto studiolo!

   Mi sembra di non poter raccontare quei miei primi mesi di vita romana (…) … Città di esaltamento e di pace!

   Riserbandomi di penetrare poco per volta la bellezza e la maestà dei luoghi sacri, esploravo lietamente le parti moderne, che mi risuscitavano il senso dell’energia umana avuto nella fanciullezza. Ma ad ogni tratto, dalla confusione e dal frastuono della vita febbricitante mi trovavo repentinamente trasportata davanti a quadri di silenzio e di sogno, lontano, in epoche non conosciute quasi, fuorché in leggende. Ed erano anche aspetti improvvisi di civiltà più prossime e più note al mio spirito, e l’impressione talora della presenza di grandi anime non ancora estinte, non ancora lontane dalla terra così improntata di loro. Se ero sola o col piccino soltanto e nulla d’estraneo mi turbava, l’intensità della commozione mi faceva qualche volta salire alla gola un singhiozzo. L’avvenire si velava, s’allontanava: il presente appariva più indecifrabile. Ed io, piccola accanto al mio piccino, quasi dileguavo alla mia stessa coscienza.

   Mi riscuotevano presentimenti vaghi di un’altra parola ancora che la città doveva dirmi. Intorno ai nuclei di pietra che rappresentavano memorie grandiose o attualità mediocri, sapevo che esistevano cinture di miseria, agglomeramenti di esseri che la società fingeva d’ignorare e nei quali intanto fermentava forse il segreto del domani…».

Sibilla Aleramo (1917)

Sibilla Aleramo (1917)

Roma parla di eternità attraverso la sua storia: è un muto colloquio interiore, di segni e simboli, che allarga l’anima e talvolta la confonde, aprendola anche alla contemplazione del futuro, sia pur enigmatico, che trapela dagli squarci di un presente non sempre generoso. È il «cuore del mondo» che parla al cuore dell’Uomo, e lo raccoglie – sparso da ogni luogo – sul più vasto cammino della crescita, dell’evoluzione. A Roma convergono e si incontrano gli spiriti eletti chiamati ad operare il bene, a migliorare il mondo. Uno lo incontra anche lei: una specie di “santone” ieratico (che nella realtà corrisponde a Umano, alias Eugenio Meale) col quale approfondisce la coscienza di una urgente evoluzione sociale, per l’avvento di una nuova epoca, «l’epoca dello spirito liberato».

 «Roma, sì, era il centro ideale, la comune patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!».

 Mulier ha i suoi uffici accanto a Piazza di Spagna. Ci va due o tre volte la settimana, e poi svolge il lavoro a casa: rassegna stampa, riassunti di libri o di articoli, traduzioni. Il marito non le perdona di «averlo indotto a gettarsi nel caos cittadino» e attende fiaccamente alle sue attività. E intanto lei, elettrizzata dalla città e dal lavoro (che la fanno sentire utile, parte di un immenso meccanismo e, quindi, viva come non mai) si gode la sinfonia delle stagioni.

sibilla aleramo 6Autunno:

 «L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli (…) prima di riprendere il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo».

 Inverno:

«Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della Trinità dei Monti, coi presepii di Piazza Navona, delizia del mio piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le candide nuvole di petali (…). Lavorando, continuavo a sentirmi alitar nello spirito, in maniera confusa, le idee e le immagini accolte durante la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del fiume».

Primavera:

 «Nella piccola stanza una luce violacea penetrava mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo di nubi dorate».

Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo

 La rivista festeggia il suo primo anniversario con un ricevimento. Il marito resta in un angolo, accigliato e disorientato. «La sua non era più gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era mania d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza». Ma lei resiste, e trova ogni giorno un’ora per rifugiarsi col bimbo a Villa Borghese e, mentre il figlio gioca, legge «riposando ogni tanto gli occhi su le linee melodiose dei grandi pini». Roma, insomma, le ha permesso di crescere, di prendere coscienza, di alzare la testa sul proprio futuro, di lottare orgogliosamente anzitutto per se stessa, e poi per gli altri; di capire cioè – andando e stando nel cammino dell’«incessante ascesa» – che «la vita va vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale». Anche per questo Sibilla ha inteso, con Una donna, scrivere un libro senza ambizioni di “opera d’arte”, ma capace di porsi come “opera di verità”, gravida di lieviti, da cui «l’insegnamento sgorghi limpido per tutti». Così, difatti, si lascia leggere dopo oltre un secolo dalla pubblicazione: come uno straordinario documento storico della condizione femminile in Italia, anche nel dar voce alle prime urgenti istanze dell’emancipazionismo. E lo fa in un modo talmente autentico e sincero, con uno slancio così totalizzante, che il fermento segreto del libro travalica le rivendicazioni di genere, per estendersi all’intera questione sociale. Roma è, ancora, lo scenario umano in cui il processo di elevazione spirituale finisce per coincidere con l’impegno gratuito verso gli altri, con l’impulso di lottare per il sogno di un’umanità liberata e rigenerata. Attraversa le pagine un brivido di indignazione e di denuncia della «realtà spaventevole», e un bisogno conseguente di impegnarsi in prima persona per medicare il dolore del mondo. Ecco ad esempio il riflesso del dispensario di Testaccio, alla penultima pagina del libro:

 «Un mattino, con mia sorella, entrai in uno dei dispensari per i piccoli malati poveri, istituiti da un gruppo femminile. Mi offersi come assistente di turno, due, tre volte la settimana.

  Ma che sgomento, le prime volte! Ignoranza, sudiciume, fame, percosse, facevano di quella povera infanzia dei martiri tragici…»

Sibilla Aleramo

Sibilla Aleramo

E, prima ancora, il degrado che affligge la vita quotidiana a San Lorenzo:

 «La prima volta che penetrai colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo, sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto della distruzione… Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli anditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale, chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da camicie sudicie, lo sguardo ostile… Da quali mai profondità di orrore sorgevano le tremende apparizioni? (…) Scendeva dai piani superiori qualche bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanze spalancate esalavano odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto, uscivano strilli, lamenti, richiami… (…) Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate, necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua vana».

 E, infine, i cenci e il tanfo delle zone popolari, pure intorno alle magnificenze della Roma “ufficiale”:

 «presi la tramvia di San Pietro. (…) Nella piazza, quasi deserta, il colonnato colla sua corona di statue ondeggianti pareva fremere tutto nell’aria vivida e nel gran silenzio. Ci avviammo a piedi verso il borgo Santo Spirito, costeggiammo il muro dell’ospedale; dall’altro lato della strada fanciulli e donne in cenci interrompevano giochi e chiacchiere per guardarmi nella mia apparenza di forestiera e tendermi la mano. Cenci appesi lungo i muri, tanfo nell’aria. Per la salita di Sant’Onofrio ancora cenci, ancora bimbi ruzzolanti, ancora finestre d’ospizi, graticolate. Un gruppo di educande con alcune monache discendeva. In alto, al sommo del Gianicolo, ci fermammo un po’ affannati. Garibaldi, figura di leggenda, campato nell’azzurro, guardava tranquillo la cupola enorme alla sua sinistra.

   Lo sfavillio della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei Castelli mandavano anch’esse barbagli. Tra i monti e Roma la campagna, l’immensità.

   Roma! Forse ogni giorno lì in cima a colle qualche anima sentiva affluire in sé le più possenti energie, vedeva lucidamente segnate le opere da compiere nell’ammasso meraviglioso di pietre così diverse per età e tutte ugualmente scintillanti e significative; ogni giorno forse qualche anima aveva la visione d’una Roma dalla quale, nel tempo, scomparirebbero ogni violenza e ogni laidezza, nella quale le linee armoniose del suolo e del cielo non sarebbero più turbate da un incomposto agitarsi d’uomini fra loro estranei, incompresi, ostili…»

 Marco Onofrio

Annunci

6 commenti

Archiviato in Autori dei Due Mondi, critica letteraria, il romanzo, Senza categoria

6 risposte a “Marco Onofrio legge “Una donna” di Sibilla Aleramo. Un percorso di evoluzione interiore, fra istanze emancipazionistiche e suggestioni romane

  1. Leggere il bel saggio di Marco Onofrio e soprattutto le splendide pagine di Una donna di Sibilla Aleramo, mi ha fatto venire voglia di rileggere il libro.
    Mi era piaciuto molto, letto nei primi degli anni 70 quando si agitavano molti fermenti, anche nell’universo femminile. La nascita di una figlia,l’ arrivo di un figlio, il desiderio di cambiare tutto nell’insegnamento, la scrittura, sempre più intensa, un marito che mi affiancava e condivideva molti dei miei slanci, mi aveva indotta a ritrovarmi nella poesia e nelle istanze di Una donna.
    Ringrazio Marco Onofrio per avermela fatta riscoprire: è stato un libro amato.

    Lidia Are Caverni

  2. Da sempre Roma è stata una città aperta (in tal senso si guadagna il primato di prima città d’Italia), qui è il crogiuolo della modernità, qui Sibilla Aleramo trova il luogo ideale per la propria battaglia proto femminista, riscopre la propria identità e la ragione del proprio essere donna del proprio tempo. Una figura importante questa Sibilla Aleramo perché è l’antesignana di tutte le donne italiane che verranno (tranne la parentesi del fascismo).

  3. Infatti, caro Giorgio, le prime conquiste dell’emancipazionismo femminile subiscono, con il fascismo, una brusca frenata. Quando l’Aleramo pubblica “Una donna” (1906) sono da poco nate a Roma l’“Associazione per la Donna”, il “Consiglio Nazionale delle Donne Italiane” e l’“Alleanza per il Suffragio”. Già anticipate, qualche decennio prima, dalla coraggiosa attività di Anna Maria Mozzoni, queste organizzazioni non governative – con azione di coordinamento internazionale – operano per indurre le donne a prendere coscienza della loro condizione subalterna e per influire sull’opinione pubblica e sulle istituzioni, al fine di dare alle donne dignità di soggetto politico. Il fascismo mal sopporta l’idea di una donna libera e autocosciente, non sottomessa al regime autoritario del maschio. D’altra parte, le donne che (per convenienza o sincera convinzione) appoggiano il fascismo sono e si mostrano succubi del potere virile, che nel duce si sintetizza in maniera esemplare. Basti pensare alla denigrazione misogina che permea, in senso antifascista, molte pagine di “Eros e Priapo” di Carlo Emilio Gadda.

    • Gentile Marco Onofrio, autore di questo pregevolissimo articolo su Sibilla Aleramo, è vero che il Fascismo ha fatto regredire la donna alla condizione di “massaia” o “massaia rurale, se viveva in campagna, affidandole i soli compiti di moglie sottomessa e madre del maggior numero di figli possibile: al settimo figlio avrebbe ricevuto un premio!
      Sono numerose le vecchie fotografie in bianco e nero in cui sono ritratte famiglie-tipo con il padre, la madre ormai sformata dalle maternità, una all’anno circa, e numerosi figli in ordine d’altezza, talora anche una decina.
      Anch’io sono madre (di una sola figlia) e non disprezzo affatto questa mia condizione, tutt’altro. Però ho fatto anche altre cose nella vita, purtroppo non tutto ciò che avrei voluto perché la condizione della donna anche oggi, in certi ambienti provinciali, è ancora ostacolata dalle donne della generazione precedente, che hanno accettato supinamente la loro condizione di sudditanza all’uomo e di servitù alla famiglia, perciò pretenderebbero di imporla alle donne più giovani ed emancipate (non sto certo alludendo a mia madre!).
      C’è ancora molto da fare per una vera uguaglianza tra uomo e donna, ciascuno nel proprio ruolo e con la propria dignità rispettata reciprocamente.
      Avevo letto molto anni fa il libro rivelatore di Sibilla Aleramo e la ringrazio di averne riportati molti brani che ho gustato anche nella descrizione di ambienti, di stagioni e soprattutto di progressiva liberazione dai condizionamenti.

      Giorgina Busca Gernetti

  4. antonio sagredo

    Plaudo al lavoro di Marco Onofrio (di solito a tutti i suoi lavori… puntigliosi ed efficaci)… Sibilla Aleramo m’è sempre parsa come una figura femminile fuori del tempo per quanto immersa nel suo tempo! In un certo senso una metafora, lei, che ha dovuto uscirsene fuori da ogni legame social-politico, e di costume… persino gli affetti intimi erano per lei legami quasi inaccettabili. Vi sono informazioni che non conoscevo in questo lavoro, poi che in passato avevo soltanto approfondito (e preferito) il rapporto Sibilla-Campana e che dunque mi aveva oscurato una visione più ampia del suo (di lei) fare in quella epoca -sinistra per motivi ovvi -, ma esaltante perché era il momento storico adatto per distruggere almeno quanto della donna si presentava, in ogni sua azione e parola, col carattere del “succube”… non solo verso l’uomo, anche verso quelle regole che ne limitavano il movimento fisico e di pensiero, specificatamente femminili.
    a. s.

  5. Ringrazio Marco Onofrio per questa sua lettura critica – estremamente interessante – del libro di Sibilla Aleramo. Grazie per avermelo fatto conoscere. Della poetessa avevo letto solo il famoso epistolario con Dino Campana. Ora ho scoperto molto di più, e si è destato il desiderio di leggere “Una donna”. Una grande donna…Sibilla…Leggendo i brani citati da Marco due percorsi/direzioni di idee mi hanno pervaso: la rilevanza del cammino esistenziale ed interiore che ha condotto Sibilla ad elaborare le sue sofferenze di vita e a tras-formarle, per andare ad alimentare – ‘oltre’ il suo dolore – da un lato la sua vita intellettuale, dall’altro la denuncia e l’impegno in prima persona per i più deboli; in secondo luogo la profonda attualità della sua lotta interiore. Quante donne, tuttora (e anzi, sopra tutto oggi) vivono quella condizione di avvilente, frustrante subalternità e nullificazione della propria coscienza, del proprio io più profondo, nell’impossibilità di ‘poter dire’, di ‘poter raccontare’ se stesse, quando non, addirittura, nell’annientamento fisico da parte di fidanzati, mariti, compagni o padri che non riescono ad accettare il loro ‘essere’ in quanto tale, in quanto vita indipendente dalle proprie?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...