TRE POESIE INEDITE di Giorgio Linguaglossa “Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il console?»”I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso” “Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata” – SUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica la sua prima opera poetica, Uccelli (Roma, Edizioni Scettro del Re) e, nel 2000, Paradiso (Edizioni Libreria Croce). Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Dal 1992 al 2005 ha diretto la collana di poesia delle Edizioni Scettro del Re di Roma. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dirigerà fino al 2005. Nel 1995 redige e firma, con altri poeti, Giuseppe Pedota, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna, il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicandolo nel n. 7 della rivista da lui diretta. Nel 2001, pubblica il racconto lungo Storia di Omero nel volume collettivo Via Pincherle – Modelli Narrativi a Confronto, per le Edizioni Libreria Croce. Nel 2002 pubblica il libro di saggi sulla poesia, Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Coedizione Libreria Croce – Scettro del Re). Suoi saggi sulla poesia contemporanea sono presenti in Linee odierne della poesia italiana, a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio (Torino, Quaderni di Hebenon, 2001), e nel volume Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei a cura di Gabriela Fantato (Milano, Bocca, 2004). Nel 2003 viene raggiunto dalla interdizione a pubblicare presso editori a diffusione nazionale. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio.

Roma statua2Ha curato l’apparato critico del numero speciale 33 di «Poiesis» del 2006 dedicato alle traduzioni di alcuni saggi del poeta russo Osip Mandel’stam e di dieci poesie inedite del poeta russo: Il fornello a petrolio (poesie per bambini). Nel 2006 per la poesia pubblica La Belligeranza del Tramonto (LietoColle 2006). Alcuni suoi saggi sulla poesia contemporanea sono apparsi in “Numen” del 2007, quaderno di critica edito dalla rivista di segni contemporanei «Altroverso» di Campobasso. Ha curato le presentazioni critiche dei poeti inseriti nella La poesia degli anni Novanta. Antologia (Roma, Scettro del Re, 2002) ed è presente con alcune composizioni nella Antologia della poesia erotica contemporanea (Roma, Ati Editore, 2006). Collabora in veste di critico con le riviste di letteratura: «Polimnia», «Hebenon»,  «Altroverso», «Capoverso», «I fiori del male», nel 2014 fonda il blog lombradelleparole.wordpress.com – Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, inglese e bulgaro. In quest’ultima lingua è stata pubblicata nel 2007 la traduzione de La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 è apparso il saggio Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia  in Atti del Convegno È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo per le edizioni Passigli di Firenze. Nel 2010 esce La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) l’editore Edilet di Roma; nel 2011 per il medesimo editore esce Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945 2010). Nel 2013 esce il saggio Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, Firenze, e la raccolta di poesia Blumenbilder (Natura morta con fiori) per Passigli, Firenze. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni (Achille e la Tartaruga) e l’Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma)

scena di film

scena di film

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Le poesie fanno parte di una raccolta inedita “Tornare alla corte di Cesare?”, scaturita dalla lettura di una poesia di Zbigniew Herbert (“Il ritorno del proconsole”). La figura retorica sulla quale ho costruito le poesie della raccolta è la “trasposizione” (il traslato), ovvero, il parlare dell’oggi fingendo di parlare di personaggi del lontanissimo passato. Se non si capisce questo non si comprenderebbe nulla delle mie poesie. Il problema indagato è la condizione dell’artista nei confronti del Potere, di qualsiasi potere, anche di quello cd. democratico. Anche la figura dell’Imperatore Giuliano (forse la figura più grande degli ultimi due secoli della storia romana) è stata affrontata in questa prospettiva: il grande riformatore dell’Impero (grande generale e grande amministratore, uomo colto e saggio che vedeva lungo, molto al di là della sua epoca). Ecco, l’avere lo sguardo lontano è proprio di ogni artista, ogni vero artista non può che disprezzare il presente, non può accordare la propria cetra alle regole metriche del Presente. Il tono “salottiero” di cui parla Francesca Diano è quello usato, è vero, ma vorrei ricordare anche l’altra figura retorica fondamentale di molta poesia degli ultimi due secoli (tra cui ci metto Brodskij) : quella della “epistola” che consente di scrivere nel’intimità delle cose che altrimenti non potrebbero essere vergate; il pubblico è lontano, le poesie sono indirizzate quindi ad un misterioso “interlocutore” non ben specificato. Tutte le poesie (almeno le mie) sono sempre indirizzate ad un “interlocutore” posto al di fuori del proprio tempo e del tempo, per questo forse appaiono stranianti (ma non sono il solo, ci sono molti poeti europei che scrivono in questo modo!).
Parlo meglio di me e della mia epoca quando assumo la finzione di parlare di un’altra lontanissima epoca. Tutto qui. Però oggi in Europa ci sono poeti che trovano invece la contemporaneità molto più poetica e preferiscono fare delle poesie sulla Minetti. Oggi Tutto è permesso, la democrazia dispiegata afferma che questo è libertà. Sì, rispondo io, la libertà degli eunuchi.

Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il Console?»

Adesso spero proprio di essere inessenziale,
invisibile, trascurabile come un piccione
che becca tra gli orti del Foro.
«Chi vivrà vedrà», mi dico tanto per consolarmi.
«In fin dei conti il Console può essere sconfitto dai barbari
o dalla guerra civile o da se stesso».
Ma ecco Silla, nel manto di porpora,
sulla biga addobbata,
di ritorno dalla guerra vittoriosa,
l’ennesima guerra tra le mura della Repubblica,
che fa ingresso con le sue legioni,
tra squilli di trombe
e rullio di tamburi sotto l’Arco di Trionfo.
«È il suo trionfo o il nostro?», chiedo al mio fidato amico Claudio
assiepati alla transenna del Foro della Repubblica.
Ogni mattino mi reco in allarme
ai piedi del Campidoglio, negli uffici
del Consolato e cerco il mio nome
tra quelli iscritti alle liste di proscrizione
sperando ch’io sia tra gli assenti.
«E se lo trovassi? – mi chiedo – che cosa farei
se trovassi il mio nome nelle liste di proscrizione?
Andrei subito dal Console per rendergli omaggio?
Lo supplicherei di essere risparmiato?
Rinnegherei la mia fede repubblicana?
O magari reclamerei la mia fedeltà in lui,
nel console vittorioso
che tante volte ha risolto con le armi
il contenzioso?
Mi prostrerei ai suoi piedi a invocare clemenza?».
Così, ogni mattino mi reco pieno
di angoscia al Campidoglio,
ma ormai spero davvero di trovare il mio nome
tra quelli iscritti nelle liste di proscrizione;
finalmente sarei libero, libero di fuggire
o di umiliarmi dinanzi alla toga del Console;
mi getterei ai suoi piedi scongiurandolo
di risparmiare me e la mia famiglia,
lo invocherei di liberarmi della mia angoscia,
di mozzarmi subito la testa o,
peggio ancora, di lasciarmi libero tra gli orti
del Foro, proprio come un piccione.

statua di romano epoca imperiale

statua di romano epoca imperiale

I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso

Druso ha sempre i piedi sporchi nei calzari di cuoio,
il ventre prominente e parla un latino infarcito di dialettismi della Sabina;
inoltre, a tavola non è mai sobrio, ama l’eccesso
in libagioni e in amorazzi con le sue schiave
e con i mori che acquista al mercato al suono di sesterzi d’oro.
Nel Foro non prende mai una posizione
univoca, chiara, ciò che dice in
privato non lo ripete certo in pubblico.
È abile, sfuggente come una biscia, oleoso
come la resina del Ponto Eusino,
dire che non lo amo sarebbe un eufemismo,
una ipocrisia, ma ciò che è più grave,
non riesco neanche a detestarlo.
Mi dico: «Druso è un codardo, un mentitore,
un fingitore, un voltagabbana» ma, ciononostante,
non riesco a detestarlo. Forse che dovrei rimproverargli
il suo faccione impolverato di cerusso?
In fin di conti è un mio simile: un teatrante, un attore,
ha un mento, un naso aquilino, proprio come me.
«Non c’è alcuna differenza – mi dico – tra noi».
Druso ha il volto foderato di cerone da teatro,
scivoloso di biacca, il mento leporino
e gli occhi cisposi per il vino in eccesso
bevuto la notte innanzi, ascolta
ciò che gli torna immediatamente utile,
quando non gli conviene fa il pesce in barile;
dei nostri discorsi sulla res publica
dice «che sì, che no, che forse, che insomma…».
Del resto, sto molto attento quando
nei conviti privati mi porge il cratere colmo di vino,
fingo di bere con un sorriso sordido…
mentre con la coda dell’occhio
sbircio sempre in allarme la porta d’entrata.
Evito di guardare in volto il capo delle guardie
quando fa ingresso in casa di Mecenate
con il suo codazzo di pretoriani e di ottimati profumati.
Anch’io parlo sempre meno in pubblico
dei miei pensieri privati, e in privato
dei miei pensieri pubblici…

sesterzio  romano

sesterzio romano

 

Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata

Come quando sei a teatro e vedi
sul fondale trascorrere delle ombre indecifrabili,
incomprensibili icone, però, che parlano
una loro lingua muta;
geroglifici, criptogrammi, tracce misteriose
degli dèi scomparsi, di infausti eventi;
e credi di riconoscere un profilo,
un volto, una immagine, un segmento,
una mano tesa in aiuto
(o pronta ad impugnare una spada…)
Io Cesare, davanti allo specchio, chiedo a Cesare:
«È il tuo quel volto?», «Sono per te quei segni?»
Il mio dèmone mi dice che «le Moire
sono più antiche del Fato, che la mia filosofia
è aggiogata ad un carro più antico».
Mi dice anche: «guardati dai tuoi generali, Cesare!»*.
«È tua l’immagine che vedi riflessa nello specchio!»
«Una mano compirà quel gesto. Ti colpirà alle spalle.
Una Moira l’ha deciso.
Che tu forse speravi avesse dimenticato.
Ma è lì il gesto, nel nodo che Lachesi ha intessuto nel filato
del tuo manto di porpora, che dimora
nel secchio senza fondo della tua anima».
Mi chiede ancora il dèmone: «È tua quella mano,
la mano che ha impugnato la spada?
La spada chiama altra spada, Giuliano,
l’odio chiama altro odio».
«Sì, chiedo al dèmone: quel volto che vedi riflesso nell’immagine
dello specchio corrisponde alla mia “anima”?».
«Sì, – ha risposto il dèmone –
quel volto corrisponde al tuo profilo,
alla linea sghemba del tuo mento leporino,
alle rughe che hai agli angoli degli occhi
almeno nelle sue linee, diciamo così, generali».
«Sì – ha replicato Cesare – ritengo di essere sempre io
il riflesso di quel volto che ho considerato,
troppo spesso, in modo incongruo, discontinuo,
a volte fraudolento,
scambiando l’effetto per la causa
o la causa per l’effetto.
Sì, sono proprio io quel volto,
il volto che gli dèi mi hanno dato,
il destino che le Moire mi hanno concesso».

roma busto maschile*giunto nel 363 d.c. con il suo esercito a Ctesifonte, Giuliano, a soli 33 anni, fu assassinato da una congiura di alcuni ufficiali cristiani. Ecco il resoconto di Ammiano Marcellino sugli ultimi istanti di vita dell’imperatore:
“Giuliano, giacendo sotto la tenda, rivolse la parola ai circostanti depressi e tristi “é venuto il tempo, amici, di uscire dalla vita. Sono in procinto di pagare alla natura il debito che chiede, non afflitto e addolorato, ma ammaestrato dai pareri dei filosofi su quanto l’animo sia più beato del corpo, conscio che tutti i dolori, come infieriscono sui codardi, così cedono il passo a chi persiste. Non rimpiango alcuna delle mie azioni nè mi opprime il ricordo di un grave delitto, sia quando venivo relegato nell’ombra e nelle ristrettezze, sia dopo la mia ascesa al principato. Ho conservato l’animo esente da macchie, come penso, reggendo l’impero con moderazione. Considerando che il fine di un giusto impero fosse l’interesse e la salvezza dei sudditi, fui sempre alquanto propenso ad una situazione tranquilla. Ora me ne vado lietamente, e ho venerazione per il nume eterno, poiché prendo congedo non dopo una lunga e dolorosa malattia, ma nel mezzo della gloria fiorente”

(Inediti, da Tornare alla corte di Cesare? – 2010)

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19 commenti

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19 risposte a “TRE POESIE INEDITE di Giorgio Linguaglossa “Confessione del poeta Cornelio Viburno: «E adesso che farà il console?»”I pensieri del poeta Gaio Cornelio Gallo a proposito del suo collega Druso” “Monologo dell’Imperatore Giuliano l’apostata” – SUL TEMA DEI PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI

  1. trascrivo un commento che Francesca Diano mi inviò quando lesse la raccolta inedita “Tornare alla corte di Cesare?” :

    Volevo chiederti alcune cose:
    che spazio occupano questi personaggi che parlano?
    Perché questi testi ora?
    Chi è Cornelio Gallo? Quei dialoghi mi piacciono molto. E’ la potenza della fragilità che vince la durezza della rigidità.
    Mi piace il Colosso di Rodi.
    Trovo spiazzante (in senso buono) – ma Jep Gambardella certo no – il miscuglio di aulicità e certi toni salottieri. Ridurre gli archetipi a fauna da salotto è molto interessante. Dà un buon polso dello svuotamento di senso della nostra epoca. I tuoi personaggi, sospesi fuori da ogni tempo e confusi per questo (qual è il loro tempo? non lo sanno) proiettano verso il silenzio le loro domande senza risposta. Il tuo Minotauro, il tuo Prometeo, la tua Arianna non sono i miei. Si sono venduti a un dio straniero che li ha straniati e li ha rovesciati a terra.
    Ma tutto è molto disperato.
    Ecco, un’analisi forse un po’ confusa, e di questo ti chiedo perdono, ma entusiasta, del tuo mondo sulfureo e disperato. Sì, è ciò che è rimasto dell’occidente.

    Un caro e affettuoso abbraccio
    Francesca Diano

  2. Figura molto profonda per quanto bistrattata dalla storia l’imperatore Giuliano. Imperatore capace, uomo di profondissima cultuta, fu ingiustamente chiamato “l’Apostata” dagli storici di matrice cristiana, ma apostata non era perché non aveva rinnegato niente.
    “Il tuo Minotauro, il tuo Prometeo, la tua Arianna non sono i miei. Si sono venduti a un dio straniero che li ha straniati e li ha rovesciati a terra.
    Ma tutto è molto disperato.”

  3. Questo “altrove” sembra sospeso in un tempo senza tempo , eppure i suoi personaggi sembra di vederli . Questo “qui e ora” credo sia l’aspetto più vistoso dei testi ( a parte la caratterizzazione dei suddetti personaggi ) , in uno con una gabbia metrica che dire rigorosa è poco ; solidale com’è ad un “narrato” che la chiama continuamente/felicemente in causa .
    Grazie
    leopoldo attolico –

  4. Un mondo così lontano e,allo stesso tempo, dei sentimenti e dei timori così umani, così vicini a noi; spesso idealizziamo determinate figure, le priviamo della possibilità di sbagliare…eppure erano umani anche loro. Versi bellissimi.

  5. Valerio Gaio Pedini

    approposito di Giuliano, ricordo il romanzo storico di Gore Vidal: Giuliano.

  6. Nelle sue tre poesie Giorgio Linguaglossa ha creato altrettanti personaggi storici romani vissuti il primo, il poeta Cornelio Viburno, in epoca repubblicana, al tempo del console Silla trionfatore, gli altri due in epoca imperiale: agli albori l’uno, il poeta L. Cornelio Gallo, amico intimo di Augusto, suo luogotenente nella guerra contro Antonio e primo governatore dell’Egitto dopo la sconfitta di Antonio e Cleopatra; a pochi decenni dalla fine l’altro, l’imperatore filosofo Giuliano l’Apostata, ultimo pagano al potere dopo il trionfo del Cristianesimo.
    Ho scritto “ha creato”, benché siano personaggi storici, perché il poeta non ha affrontato ciascuno di essi in modo filologico, come sarebbe stato necessario in un’opera storico-letteraria oppure in una tragedia storica come “Giulio Cesare” di Shakespeare, pur con libertà creativa in quest’ultimo poeta. Non era il suo intento questo, com’è evidente.
    Ha lasciato invece che la sua fantasia creatrice si accostasse del tutto libera a quel tempo lontano per rievocare un momento cruciale della vita di ciascuno: quello che precede la tragedia, la catastrofe, la condanna alla proscrizione (cioè morte), persino la “damnatio memoriae” e il suicidio, oppure l’assassinio da parte dei congiurati. I personaggi stessi rievocano quel mondo e quell’aria di sospetto con una confessione (il poeta Cornelio Viburno), un profondo pensiero (il poeta Cornelio Gallo) e un pacato monologo sulla morte (Giuliano l’Apostata).
    La poesia autentica, in versi lunghi dal ritmo elegante, compare ovunque.
    In quel piccione che non si preoccupa della morte perché non sa che i viventi devono morire tutti e becca il cibo qua e là negli orti, sereno come Cornelio Viburno non più vivere, sospettoso d’essere già iscritto nella lista di proscrizione.
    In quella rievocazione delle serate gioiose tra amici bevendo buon vino, con il sospetto che il presunto amico, repellente anche nell’aspetto fisico, sia proprio quello che lo tradirà, riducendo il grandissimo poeta-guerriero Cornelio Gallo in un essere odiato di cui si cancelleranno tutte le iscrizioni onorifiche e si bruceranno i libri, come se non fosse mai esistito.
    Nelle parole serene dell’imperatore filosofo Giuliano che, non lontano dalla morte, confessa con pacatezza:

    “Il mio dèmone mi dice che «le Moire
    sono più antiche del Fato, che la mia filosofia
    è aggiogata ad un carro più antico».
    Mi dice anche: «guardati dai tuoi generali, Cesare!».
    «È tua l’immagine che vedi riflessa nello specchio!».
    «Una mano compirà quel gesto. Ti colpirà alle spalle.
    Una Moira l’ha deciso.»”.

    Giorgina Busca Gernetti

  7. Ringrazio tutti gli intervenuti, ringrazio Giorgina Busca Gernetti la quale con la sua cultura e la sua perizia filologica ha perfettamente inquadrato i personaggi (storici e inventati) nel contesto del loro tempo. Le poesie fanno parte di una raccolta inedita “Tornare alla corte di Cesare?”, scaturita dalla lettura di una poesia di Zbigniew Herbert (“Il ritorno del proconsole”). La figura retorica sulla quale ho costruito le poesie della raccolta è la “trasposizione” (il traslato), ovvero, il parlare dell’oggi fingendo di parlare di personaggi del lontanissimo passato. Se non si capisce questo non si comprenderebbe nulla delle mie poesie. Il problema indagato è la condizione dell’artista nei confronti del Potere, di qualsiasi potere, anche di quello cd. democratico. Anche la figura dell’Imperatore Giuliano (forse la figura più grande degli ultimi due secoli della storia romana) è stata affrontata in questa prospettiva: il grande riformatore dell’Impero (grande generale e grande amministratore, uomo colto e saggio che vedeva lungo, molto al di là della sua epoca). Ecco, l’avere lo sguardo lontano è proprio di ogni artista, ogni vero artista non può che disprezzare il presente, non può accordare la propria cetra alle regole metriche del Presente. Il tono “salottiero” di cui parla Francesca Diano è quello usato, è vero, ma vorrei ricordare anche l’altra figura retorica fondamentale di molta poesia degli ultimi due secoli (tra cui ci metto Brodskij) : quella della “epistola” che consente di scrivere nel’intimità delle cose che altrimenti non potrebbero essere vergate; il pubblico è lontano, le poesie sono indirizzate quindi ad un misterioso “interlocutore” non ben specificato. Tutte le poesie (almeno le mie) sono sempre indirizzate ad un “interlocutore” posto al di fuori del proprio tempo e del tempo, per questo forse appaiono stranianti (ma non sono il solo, ci sono molti poeti europei che scrivono in questo modo!).
    Parlo meglio di me e della mia epoca quando assumo la finzione di parlare di un’altra lontanissima epoca. Tutto qui. Però oggi in Europa ci sono poeti che trovano invece la contemporaneità molto più poetica e preferiscono fare delle poesie sulla Minetti. Oggi Tutto è permesso, la democrazia dispiegata afferma che questo è libertà. Sì, rispondo io, la libertà degli eunuchi.

  8. Molte grazie a Giorgio Linguaglossa
    Giorgina BG

  9. antonio sagredo

    Non ho difficoltà ad ammettere la capacità di far versi di G. L.,di sapere Egli la historia e di saperla cantare… nel senso che sono versi che si prestano a quel “recitar cantando” che Toscanini chiedeva alla sua orchestra, e che fu ripreso con estrema e inimitabile precisione dal Bene. Dunque, mi fa pensare a tratti al Manfred, soltanto che qui il poeta Linguaglossa avrebbe potuto ancora continuare, secondo me accentuando la tensione… chi sa se drammatica. Le ferite di Cesare richiedono allo specchio tolleranza zero, per cui perché l’argento si tramuti in sangue deve inseguire il Tempo non trascorso.

    a. s.

  10. Se lo scopo è quello di fare piazza pulita delle scorie novecentesche, direi che ci siamo. La scelta storica aiuta a creare lontananze. Inoltre lo storicismo è selettivo perché richiede adeguata preparazione. Linguaglossa però non rinuncia alla contemporaneità, solo l’affronta con strumenti di rinnovata potenza. Probabilmente si creeranno contaminazioni stilistiche, e personalmente non so se augurarmelo: immagino valga per la poesia quel che vale per le arti visive, dove i confini si perdono tra arte e artigianato, tra poesia e poesia di bella e colta scrittura. Ma Linguaglossa rompe gli schemi, ricrea. Scrive “Parlo meglio di me e della mia epoca quando assumo la finzione di parlare di un’altra lontanissima epoca”, la parola “finzione” avrebbe tranquillizzato anche Federico Zeri, buonanima.

    • Tuttavia si ha l’impressione di essere al cospetto di un progetto che, svolto lucidamente, malgrado gli scarti discorsivi e le tante impennate, conferisce al canto un alone di freddezza. Non saprei come dire diversamente. Il progetto, che non è semplice individuazione di una poetica, è di grande attualità nelle arti visive, particolarmente da quando gli artisti, ormai quasi tutti influenzati dagli insegnamenti di Duchamp, hanno abbandonato la pittura tout court.

  11. “accentuando la tensione… chi sa se drammatica.” (Antonio Sagredo)

    Se avesse voluto creare questo clima per tutti e tre i personaggi, Giorgio Linguaglossa avrebbe potuto farlo con facilità. La tensione sarebbe stata senza alcun dubbio drammatica, profondamente tragica, dato ciò che realmente accadde dopo le scene rappresentate. Non direi tanto del primo, di cui non si sa nulla, ma si immagina che, oppositore politico di L. Cornelio Silla, al trionfo assoluto di lui sarebbe stato iscritto nelle liste di proscrizione: la morte sarebbe stata sicura, ma quando ? Ecco la situazione drammatica che lo fa andare ogni giorno a leggere con trepidazione quelle liste in cerca del suo nome. Però il Poeta non ha voluto questo tono drammatico.
    Ancor più facile sarebbe stato creare un tono drammatico per il poeta G. Cornelio Gallo, di cui ho già scritto nel mio commento precedente la “damnatio memoriae”. Posso aggiungere che, oltre al già detto, Ottaviano, ormai Augusto e Princeps, lo costrinse al suicidio e obbligò il poeta Virgilio a cancellare l’ultima parte delle “Georgiche” tutta dedicata ai trionfi dell’amico Gallo, governatore dell’Egitto. Egli la sostituì con la “Fabula Aristaei” e il mito di Orfeo ed Euridice. Obbedire o morire!
    Ammetto che sospettare una punizione così totale sarebbe stato inimmaginabile, ma quando si arriva molto in alto la schiera degli invidiosi aumenta e medita la vendetta: riferire ad Augusto frasi pronunciate contro di lui da Cornelio Gallo, forse un poco alterato dal vino, forse una vera e propria calunnia. Gallo non poteva non sospettare che avrebbero tentato in ogni modo di farlo cadere dal trono nella polvere.
    Nella poesia di Giorgio Linguaglossa la meditazione di Cornelio Gallo con la coppa di vino in mano, offerta proprio dall’amico repellente, sarebbe potuta essere profondamente tragica come un passo dell’ “Otello” di Shakespeare, ma evidentemente egli non ha voluto creare una tragedia.
    La stessa cosa vale per l’imperatore filosofo Giuliano, fedele alla sua religione pagana e fortemente osteggiato dai Cristiani, ormai liberi di professare la loro religione e capaci di ordire una congiura di generali contro di lui. Il monologo di Giuliano davanti allo specchio è pacato, quieto, proprio di un filosofo che affronta la morte ingiusta con la stessa serenità di Socrate e di Seneca.
    La libertà del poeta sta anche nello scegliere il tono elegiaco o tragico per le sue composizioni su vicende certamente tragiche, tanto più che l’intento di Giorgio Linguaglossa, come lui stesso ha scritto, era di mettere in luce il rapporto fra il poeta e il potere, gli intellettuali e il potere, spesso drammatico fino allo scontro e alla tragedia.

    Giorgina Busca Gernetti .

  12. Ad Antonio Sagredo,
    comprendo la resistenza che hai ad entrare dentro i meccanismi retorici e stilistici delle tre poesie (e in genere della mia poesia); tu parti dall’angolo visuale della tua poesia, critichi la poesia degli altri a partire dal punto di arrivo della tua poesia. Ma questa visuale è errata, è il punto di vista di un poeta che legge un altro poeta e lo disapprova perché non scrive come lui. Il problema è che la tua poesia, il tuo stile punta tutto sulla recitazione di un attore sul teatro, è una poesia orale pronunciata da un unico attore; la mia invece è una poesia-dialogo che presuppone la voce di più attori, è una poesia argomentativa, polifonica (è piena di dialoghi) direi didattica, ottica nel senso che deve essere letta a tavolino. La tua invece è una poesia legata alla oralità che fa uso (con grande maestria) degli espedienti poetici del significante portati al diapason della massima espressività. Laddove tu cerchi il punto più alto (con corti circuiti di fonemi e di lessemi), io punto al punto più basso (con una poesia ragionante e didattica). Sono vie diversissime, ognuna ha la sua legittimità. Tu (dal tuo punto di vista stilistico) scrivi che avrei dovuto cercare la “drammatizzazione”; io invece (dal mio punto di vista) tendo ad evitare del tutto la drammatizzazione perché voglio spingere il lettore ad entrare dentro la problematica centrale che le poesie affrontano, voglio la partecipazione attiva dl lettore, e questo mi spinge naturalmente ad evitare ogni retorizzazione che allontanerebbe l’attenzione del lettore dal problema che viene affrontato. E il problema principe di queste tre poesie è la contrapposizione della libertà di pensiero e di azione del poeta a fronte del Potere che quella libertà deve comprimere e sopprimere (ne va della sua stessa esistenza), sono due forze contrapposte che non possono essere smussate; lo scontro è inevitabile. Come ha ben ricordato Giorgina Busca Gernetti Gaio Cornelio Gallo fu destituito dall’imperatore Augusto e indotto al suicidio, e le sue opere distrutte. Questo è il riflesso condizionato cui obbedisce il Potere, ogni Potere, anche il più infimo e abietto (come il nazismo e il bolscevismo), anche nelle nostre democrazie parlamentari.
    Chi intende riformare dall’alto questo stato di cose (vedi l’imperatore Giuliano) sarà costretto a fare le spese con il meccanismo del Potere (Giuliano fu assassinato da una congiura dei suoi generali cristiani). Dunque, non so se la mia poesia sia bella o brutta, riuscita o non riuscita ma affronta questo problema, che è ancora il problema della nostra attuale democrazia parlamentare (ma in realtà democrazia delle lobbies, ovvero oligarchia).
    Non mi meraviglia quindi che tu non abbia in simpatia la mia poesia che fa uso dell’epistola (come Brodskij del resto, da te ridimensionato a poeta di non grande statura); io invece considero Brodskij uno dei miei punti cadine, insieme a Herbert della poesia europea, e li considero tali anche e soprattutto per le qualità stilistiche della loro poesia, le vette più alte della poesia europea degli ultimi decenni, a mio modesto avviso.
    Cmq ci sono anche in Italia poeti che seguono la stessa direzione di ricerca poetica (penso a Francesca Diano ad esempio).

  13. antonmio sagredo

    Caro George,
    su Herbert che stimo tantissimo non ho mai avuto da ridire, tra l’altro superiore ai due nobel polacchi… Herbert come punto obbligato è accanto a Lesmian e Norwid. Per il resto, forse hai ragione, ma su Brodskij resto inamovibile, e Ti assicuro che non sono presuntuoso: l’ho guardato bene negli occhi una sera a cena da amiche slaviste… non mi convinceva quando parlava del suo esilio: di poeti torturati in esilio nella loro stessa terra ne ho conosciuto a decine! E nessuno si lamentava che il Potere non avesse permesso un viaggio all’estero dei propri genitori: questo era troppo per il Potere! Gli è andata tutto sommato bene. E per finire non ho simpatia anche per quei poeti e scrittori che andavano in Russia, come: Louis Aragon, Pablo Neruda, George Amado, che trovavano sempre grandi accoglienze, benessere, cuccagna, mentre gli altri naturalmente soffrivano, e venivano torturati e uccisi… e sono considerati grandi. Grandi in che cosa?
    Ma il mio appunto su di Te era più che positivo nel senso che avrei desiderato un poema lungo e dialogato come lo è il Manfred di Byron: i presupposti c’erano! La distinzione (o differenza) tra noi due è solo apparente, come è lo specchio e il suo opposto. Quando scrivi: “ Voglio la partecipazione attiva del lettore…” induci il lettore al dramma (al tuo dramma poetico). Né ho dato un giudizio sulla Tua poesia quando scrivi:” Dunque, non so se la mia poesia sia bella o brutta, riuscita o non riuscita”. Non è questo che volevo intendere… ma la mia destinazione è essere spesso frainteso, ma la destinazione è egiziana e assolve la palma che si inchina al vento dominante.

  14. Giuseppina Di Leo

    “il problema principe di queste tre poesie è la contrapposizione della libertà di pensiero e di azione del poeta a fronte del Potere che quella libertà deve comprimere e sopprimere (ne va della sua stessa esistenza), sono due forze contrapposte che non possono essere smussate; lo scontro è inevitabile” (Linguaglossa).

    Un messaggio senza dubbio forte, di grande valenza etica. Ma la sua collocazione fuori dal nostro tempo, con la riproposizione di latori del messaggio per mezzo di figure così lontane, fa pensare ad una allegoria: gli stessi termini del discorso sono capovolti. E paradossalmente, oggi, a mancare sono non solo gli uomini disposti a tanto pur di salvaguardare un bene così unico, quanto il sentimento (la misura) di ciò che una scelta così importante comporta.

  15. caro Anthony Sagredo,

    premesso che non mi permetterei mai di rimbeccare nessuno per aver espresso valutazioni critiche sulla mia poesia (la critica deve essere libera di esprimere le proprie valutazioni), così non mi permetto di contestare la tua lettura delle tre poesie. Certo, tu dici (giustamente dal tuo punto di vista) che c’erano le possibilità di «un poema lungo e dialogato come lo è il Manfred di Byron: i presupposti c’erano!»; ed io ti rispondo che sì, c’erano, ma a me stava a cuore fare una poesia didattico-espressiva, una poesia ragionante, dove dei personaggi (due poeti, uno inventato e l’altro realmente esistito, e un imperatore) si trovano di fronte alle probabili conseguenze del loro agire politico. Le conseguenze, per tutti e tre, è la morte fisica, la soppressione violenta e brutale della loro individualità. Il mio è un “tentativo” (non so se e quanto riuscito) di introdurre nella poesia italiana così tanto dipendente dall’espressione lirica monologica, di un altro modo di fare e di intendere il discorso poetico, di introdurre un discorso poetico polifonico (fitto di dialoghi e di immagini) e di scavo psicologico. È il tentativo di riappropriarsi delle qualità della narrativa e iniettarle nel discorso lirico per rinnovare dall’interno il discorso lirico (appiattito tra sperimentalismo e lirismo). Non so se questo tentativo sia riuscito e fino a che punto, ma il tentativo andava fatto.

    Moto acutamente ha scritto Francesca Diano: «Trovo spiazzante (in senso buono) – ma Jep Gambardella certo no – il miscuglio di aulicità e certi toni salottieri. Ridurre gli archetipi a fauna da salotto è molto interessante. Dà un buon polso dello svuotamento di senso della nostra epoca. I tuoi personaggi, sospesi fuori da ogni tempo e confusi per questo (qual è il loro tempo? non lo sanno) proiettano verso il silenzio le loro domande senza risposta».

    Dentro lo «svuotamento di senso della nostra epoca» non resta altro da fare che restituire IL SENSO al discorso poetico, questo credo è il compito più pressante che spetta alla poesia oggi. Di luddismi e di ludismi in questo tardo Novecento e in questi ultimi anni ce ne sono stati così tanti che ci hanno annoiato, estenuato, bisogna assolutamente uscire fuori dall’idea che si possa fare poesia della cronaca rosa e sulla cronaca rosa o bianca che sia. Bisogna dire ad alta voce che c’è un altro modo di fare poesia.

  16. marcello mariani

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    Linguaglossa:
    “ma a me stava a cuore fare una poesia didattico-espressiva, una poesia ragionante”
    ————————————————————————–
    …delle Ceneri di Granisci, e cioè del recupero di una linea di poesia ragionante ed eloquente, che lo porterà a una più decisa rottura con l’ermetismo. Pasolini …
    ———–
    La poesia di Marcoaldi è stata recentemente definita da La Capria una poesia ragionante, una poesia cioè che da un “pensiero ragionato” …-
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    L’allegoria della Poesia di Dante Gabriel Ferretti … insieme morale e di straordinaria cantabilità, ragionante ed espressivamente audace).
    ———————
    Ludovico Ariosto
    A ridurre le dilettose storie cavalleresche e gli scherzi capricciosi a poesia, e la piccola poesia erotica o narrante e ragionante a più complessa poesia, a far …
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    Saggistica di Luigi Carotenuto “Il saggio, come la poesia, è un … continuamente con il linguaggio e la dialettica ragionante, poeti loici che …
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    …soprattutto un grande poeta: un poeta che ha avuto la spaventosa, dolorosa energia necessaria per andare, ….. produce poesia ragionante più o meno come Fortini
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    …. Vestasi ora questo senso con frase Poetica , e il brio , la ‘vivacità , e la spiritosa … il Poeta , se quel personaggio in mezzo all’affetto gagliardo , e ragionante .

  17. Anch’io, caro Giorgio, parto dal mio osservatorio – ma come potrebbe essere altrimenti? – per commentare questa epifania di personaggi zampillanti nel nostro presente. A me qui vengono in mente due eccellenti accostamenti: da un lato Kavafis che, come scrisse Nelo Risi per un volume Einaudi sul poeta di Alessandria, attraverso l’atto scrittorio rappresenta “l’essenzialità di un conflitto del personaggio evocato drammaticamente”. Dall’altra la mente corre allo Schwob delle Vite immaginarie. Completi con l’osservazione presente la biografia – possibile nota biografica – calata in un passato per noi eccellente. Di Brodskij si è già detto nei precedenti commenti.
    La lingua del dramma qui necessita – per congiungere i piani temporali – quell’ombra colloquiale che è l’ordito dei testi. Un ribollire sotto le ceneri: che è poi la vita nel suo scorrere, quando l’agire e l’agito restano appesi al pensiero, faticano a mescolarsi. E la parola (parola monologata) è l’unica possibile soluzione perché l’icona così disegnata non si dissolva per sempre nel suo passato.

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