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DIALOGO A PIU VOCI SU VARI ARGOMENTI: La Nuova Ontologia Estetica, il Frammento, il Dopo Satura di Montale, Fernanda Romagnoli, Poesie di Osip Mandel’stam, Kjell Espmark, Anna Ventura, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Commento di Angelo Maria Ripellino a Osip Mandel’stam, Donatella Bisutti

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Giorgio Linguaglossa

16 maggio 2017

[…] Io, da critico militante (oggi il termine è caduto quasi nel ridicolo), della Nuova Ontologia Estetica, non posso che rivendicare la mia funzione non conciliativa, il diritto del critico a non assolvere ad alcuna funzione suasoria e conciliativa e di recitare in pieno la mia funzione di parte, non conciliativa, contraddittoria, che sa di portare in sé una istanza del contraddittorio e del diverso; insomma, per tornare a noi il critico non deve smussare gli angoli e le differenze che intercedono tra la poesia di Luciana Gravina e quella di Fernanda Romagnoli, per dire, ma deve porre la questione come questione problematica, sulla quale operare una scelta, delle scelte, nella consapevolezza che le differenze in poesia non sono un «indifferenziato» agnostico e anomico ma sono il sale della biodiversità della poesia.

onto Fernanda Romagnoli volto

Fernanda Romagnoli, grafiche di Lucio Mayoor Tosi

Anna Ventura

16 maggio 2017 alle 10:25

Altamente lodevole, esemplare, l’attenzione critica che Donatella Bisutti finalmente rivolge ad una voce poetica, quella di Fernanda Romagnoli, trascurata dalla critica di regime,forte della sua stessa ignoranza.C’è tanto oro, nel grigio magma delle parole,oro ignorato e negletto, e che tuttavia talvolta si svena, se c’è qualcuno capace di operare il miracolo.

gino rago

16 maggio 2017 alle 12:06

Condivido in pieno i giudizi di Flavio Almerighi, di Anna Ventura e dello stesso Giorgio Linguaglossa sui finissimi valori di Poesia della Romagnoli e anch’io esprimo ammirazione per Donatella Bisutti per essersene meritoriamente occupata.
Ma in me lavora un tarlo. Che è questo: perché la Romagnoli parla di ‘Oggetti’ e invece Jorge Luis Borges, in un suo componimento tra i più riusciti, parla di ‘Cose’ (“Cosas”)?
L’Ombra delle Parole in più occasioni ha articolato persuasivamente le sue risposte. Ma sarebbero davvero gradite le risposte-meditazioni a questa domandina semplice di Sabino Caronia, di Claudio Borghi, di Salvatore Martino, ma anche degli altri agguerriti lettori del nostro Blog che, di solito, non lasciano commenti.
Non è questione oziosa stabilire ‘una’/ o ‘la’ differenza fra ‘oggetti’ e ‘cose’ nel fare poetico del Novecento lirico non solamente italiano…

egilllarosabianca Kartine

16 maggio 2017 alle 12:24

Avrei voluto non commentare ma, poi perchè no a mio modo Fernanda Romagnoli non é donna non un uomo non una madre si intrattiene molto dentro se e con altro il suo sguardo va oltre, quando lessi “Il tredicesimo invitato”rimasi senza fiato.
Questo é forse il più bell’articolo dell’Ombra per me.
Un poeta tra i grandi la Romagnoli e la Donatella Bisutti affronta argomenti, considerate ancora oggi zone di frontiera dai razionalisti quelli che stanno non solo coi piedi per terra e che nella terra sprofondano fino alla cintola,é questo il regime la linea di confine?

Andrea Margiotta

16 maggio 2017 alle 12:38

Altro critico che ha fatto spesso il nome di Fernanda Romagnoli è Paolo Lagazzi. Ha ragione Giorgio Linguaglossa: due opere poetiche molto lontane, quelle di Gravina e Romagnoli. Personalmente, non saprei per quale “partito” votare. Nei testi critici che contrappuntavano l’opera della Gravina, ho notato il nome di Mario Lunetta (che saluterei, se passasse da queste parti). Ricordo che venne come ospite in un mio programma televisivo, di poeti e cose poetiche, realizzato per la Rai, qualche anno fa. Eravamo praticamente opposti – come idee sulla poesia e, probabilmente, come idee sul mondo o come Weltanschauung – ma riuscimmo a dialogare con lucidità e ragionevolezza (forse perché sono stato, da ragazzo, un militante comunista? Andato via, un paio d’anni prima della caduta del Muro, dunque in tempi non sospetti; e molto prima dell’elegantone Fausto Bertinotti, che – strano scherzo del destino – mi mandò un sms per sbaglio, qualche anno fa…
Dico io: tra tutte le combinazioni numeriche possibili, beccò proprio il mio numero di cellulare?). Che esista un Dio delle cose, un po’ burlone? (Alcuni fisici non credono al caso…). Continua a leggere

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STIGMATA, Antologia bilingue italiano-inglese Shearsman Books, Bristol, trad. Cristina Viti. Presentazione il 9 febbraio 2016, h 19,30, a Swedenborg Hall, 20/21 Bloomsbury Way, Londra. Presentano il libro: l’editore Tony Frazer, Cristina Viti e Ian Seed (prof. all’University of Lancaster and the University of Cumbria). È presente l’Autore. – Gëzim Hajdari / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013, Dodici poesie, con un Commento di Giuseppina Di Leo

Gezim Hajdari Stigmata, Shearsman Books, Bristol 2016Shearsman Books – Gezim Hajdari – Stigmata Translated by Cristina Viti. Bilingual Italian/English edition. Published November 2015. Paperback, 142pp, 9 x 6ins. ISBN 9781848614413 [Download…

SHEARSMAN.COM

http://www.shearsman.com/…/pr…/5914-gezim-hajdari—stigmata

http://www.shearsman.com/shearsman-reading-events

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Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët Cosmo Iannone Editore, 2013 con un Commento di Giuseppina Di Leo

Hajdari Gëzim / Erbamara Barihidhët – 1. ed. – Isernia: Cosmo Iannone Editore, 2013 (Kumacreola: Collana di parole migranti e studi transculturali diretta da Armando Gnisci). – pag. 83 € 10,00. Testo albanese, con traduzione a fronte. In appendice: Monumento dell’erba amara, di Andrea Gazzoni.

Nota dell’autore

 Erbamara, scritta nel 1976 mentre frequentavo l’ultimo anno delle superiori nella città di Lushnje, in Albania, non venne pubblicata dall’editore del regime “N. Frashëri” di Tirana.

Secondo la censura: «i testi della raccolta non trattano il tema del nostro villaggio socialista; l’eroe delle poesie è un solitario che sfugge ai suoi coetanei, all’Associazione dei Pionieri, alla realtà; inoltre nei versi sono assenti le trasformazioni che hanno portato il socialismo in campagna sotto la guida del Partito…». A quell’epoca la silloge aveva come titolo Il diario del bosco. Ho tradotto i testi in italiano nel 1999. Due anni dopo, nel 2001, l’opera è stata pubblicata per la prima volta da Fara Editore. Questa nuova pubblicazione è ampliata ed include testi nuovi rispetto alla prima edizione. Offrendo ai lettori questi versi è come se tornassi indietro di molti anni nel gelido e inospitale inverno della dittatura albanese dove ebbe inizio il mio percorso poetico.

Gëzim Hajdari

gezim hajdari_foto

Gezim Hajdari

Commento di Giuseppina Di Leo

«Sogno la morte ogni volta / che torna la primavera. / I gemiti si perdono piano piano / nella nudità della pioggia. //…». La condizione di profugo si avverte immediatamente sin dalla prima poesia della raccolta Erbamara. Ci sono versi «gioiosi e tristi», di una nudità panica, nei quali il senso della perdita prevale come coscienza di un’età incisa nei segni del corpo («Di fumo e alcool / odora così presto il mio corpo…»).

È una paura antica, di morte, che si fa strada e il poeta la nomina, quasi per scongiurarla: «Chissà quale mare oscuro un giorno / stroncherà la mia voce.». Allora a premere è la precarietà della dimensione umana, che si richiama alla dimensione del tempo e al suo scorrere. Eppure, in questo caso, la parola si fa messaggero del corpo. Il poeta ne è cosciente, e come Eliot in The waste land, vede la morte in ciò che la vita, esibendosi, ci  modella a suo piacimento con i nostri cambiamenti.

Il poeta sa che a sostenerlo e guidarlo è la parola, portatrice del canto della sua terra; mentre, se venisse a mancargli la voce la terra, da materna, acquisterebbe una dimensione famelica, che incessantemente lo divorerebbe. È come se nascondesse un fondo oscuro e ambiguo la poesia della lontananza di Hajdari, una quasi non-esistenza nel disgregarsi del corpo-parola, conseguenza diretta della separazione fisica dai luoghi d’origine. Di tanta morte il poeta continuerà a cantare, e per quella terra che non rivedrà ne avvertirà incessantemente la nostalgia,: «…Percorrerò per l’ultima volta / la strada dove correvo nell’infanzia. / Se sarà al crepuscolo, / le lucciole illumineranno la nuova dimora.» (Mi troveranno nei campi trebbiati).

Si direbbe quasi che un disegno premonitore sia al fondo della vita di Hajdari (la data di nascita del poeta coincide con la morte del dittatore Stalin). Un evento ineluttabile è dunque la poesia, che è poesia del dolore, del distacco dalle origini e perdita della parola. Una parola che era già eco nel suo pronunciarsi («Gli stornelli che scavavano nella roccia / come se fossero impazziti…»).

Persino la morte si mostrerà spietata, né porterà riscatto all’esistenza: «Anche nell’aldilà mi suonerà / la maledizione nell’alba: / «Non avrai mai fortuna, che tu possa morire / per strada, come un cane!…» (Anche nell’aldilà mi suonerà). La morte, nella sua accezione di annullamento del ricordo andrebbe intesa come pensiero immanente che trova il suo posto nel luogo della poesia: essa condurrà un corpo giovane tra le rovine, per riportare in vita, in maniera, se possibile, ancor più atroce, i richiami ancestrali della terra-madre. Solo così agendo, luogo e memoria diventeranno tutt’uno e quasi legami imprescindibili e, in tal modo, con essi, più dolorosi si faranno i ricordi.

I due temi  ricorrenti in Erbamara, tempo e ricordo, sono al centro di tutta la produzione del “contadino” Hajdari. Come scrive Andrea Gazzoni: «L’erba dei campi di Darsìa è amara, ma più vera e più durevole di quell’allucinazione collettiva che è il potere. […] Aruspice che legge i segni delle colline di Darsìa, il poeta di Erbamara colleziona e annota i vaticini per trovare una chiave capace di rompere la maledizione di un presente sempre uguale, a cui ci condanna il «fango incanutito da secoli», il fango che «si unisce all’eterno» impastando la stessa illusoria permanenza del regime dittatoriale. Ma ogni presagio colto è tanto più sinistro quanto è nitido per i sensi. …».

Gezim Hajdari nel suo studio

Gezim Hajdari nel suo studio

Dal momento che ogni cosa è andata perduta e man mano che il ricordo si perde «sul volto del tempo», «Come una pelle nera», il poeta s’impone la ricerca costante de perché, mentre intorno persino i frutti del suo giardino, cadendo, fanno eco «come brutti sogni.» (Nulla albeggia).

Una elegia del dolore è Erbamara: la brutalità degli anni dittatoriali è infissa nel corpo e risuona nella voce. Il destino sembra dunque segnato e lo perseguiterà «come ombra». Eppure la morte non gli fa paura, se consente la libertà del ricordo: «Due cose porterò con me / nel paradiso promesso: / i pianti in primavera delle prede / e i canti dei gitani.» (Ora vago tormentato nel paese).

«Immensa come te, collina, / è la mia angoscia. / Ogni verso ardente che m’ispiri / è amore e tormento.» Il poeta rievoca ovunque l’habitat naturale come termine di paragone della propria esistenza, immedesimandosi con la natura e con gli esseri che la abitano. In particolare, sono le creature della notte quelle che sente a lui più simili, quando si liberano nell’aria e danno vita a «sogni e speranze nel nulla», fino a al confondersi di «grida e voci» (Immensa come te, collina).

Tempo e memoria sono irrevocabilmente persi in «incendi e abissi». Al poeta non resta che domandarsi che fine abbiano fatto i suoi anni giovanili, così lontani come la giovinezza: «Dove si nascondono i miei anni verdi? / Da collina a collina, / la pelle dell’infanzia perduta / suona e trema al vento.» Gli echi del paesaggio della Darsìa chiamano il poeta quasi a volerlo consolare per la distanza che lo separa; solo un dialogo immaginario gli permette di rispondere dicendo che la sua presenza è sempre lì.

L’andamento piano è una costante delle liriche di questa raccolta, ne misura insieme forza e capacità espressiva. Ma, la poesia, è in grado di esaudire il desiderio? Sembrerebbe di no. Difatti, alla domanda: «Mia patria, / perché quest’amore folle per te?», il poeta nega possa esserci un risarcimento per mezzo dei versi che, anzi, segnano la lacerazione tracciandone maggiormente la ferita:

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?
Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.
I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.
Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.
Gezim Hajdari a Udine 2011

Gezim Hajdari a Udine 2011

Meglio però non lasciarsi ingannare, poiché è dal tormento dei versi che nasce il bisogno comunicativo del poeta. Quando la poesia eleva il «luogo» essa funge da anello di trasmissione di un’idea che diventi «condivisibile», come magistralmente sottolinea Gazzoni: «Esilio in patria ed esilio fuori dai confini si richiamano l’un l’altro attraverso la ricorrenza, nell’opera di Hajdari, di posture, situazioni, gesti e stilemi. Ma ora fermiamoci qui, sulla soglia finale di Erbamara, senza addentrarci nella poesia che Hajdari ha composto in seguito. Lasciamo al lettore il gusto di prendere in mano i singoli volumi o l’antologia delle Poesie scelte, leggendo i testi in sequenza come un unico ciclo poetico, coerente e compatto pur nelle sue trasformazioni, tutte direttamente o indirettamente legate alla terra di Darsìa e alla sua memoria. Proprio questa centralità del luogo nella poesia di Erbamara (e poi di tutta l’opera hajdariana) rivela un’istintiva affinità con i poeti che cominciano dal loro luogo particolare, per quanto marginale sia, per farne poi nel linguaggio e nella memoria della letteratura un luogo di tutti, un luogo comune (dicibile, condivisibile, in una parola: traducibile)…».

Nessuno sa se ancora resisto
in quest’angolo di terra arsa
e scrivo a notte fonda ubriaco
versi gioiosi e tristi.
Sogno la morte ogni volta
che torna la primavera.
I gemiti si perdono piano piano
nella nudità della pioggia.
Come brucia in fretta
la mia giovinezza senza richiami!
Ovunque dintorno mi sorridono
rose e coltelli.
Di fumo e alcool
odora così presto il mio corpo.
Chissà quale male oscuro un giorno
stroncherà la mia voce.
*
Mi troveranno nei campi trebbiati
senza respiro tra le labbra,
sdraiato sulla paglia che adoravo
con i colombi che beccano accanto.
Sul volto il fazzoletto bianco di mia madre,
mi porteranno nella stanza natale:
«Povero ragazzo, quanto ha sofferto!»
dirà la gente intorno al mio corpo.
Dopo avermi lavato
con l’acqua fresca del pozzo,
mi metteranno sul carro del grano
tirato dai buoi di campagna.
Percorrerò per l’ultima volta
la strada dove correvo nell’infanzia.
Se sarà al crepuscolo,
le lucciole illumineranno la nuova dimora.
Gezim Hajdari, Siena 2000 (1)

Gezim Hajdari Siena 2000

Anche nell’aldilà mi suonerà
la maledizione nell’alba:
«Non avrai mai fortuna, che tu possa morire
per strada, come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati.
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.

*

Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.

*

Nulla albeggia
sul volto del tempo.

Come una pelle nera
la notte balcanica.

Nell’abisso della valle
polvere i miei desideri,
cenere le mie stagioni.

Cosa cerco
in cima alla collina
di un paese tormentato
e di ubriachi?

Fuori, nel giardino,
il vento fa cadere le cotogne nel fango
come brutti sogni.

Gezim Hajdari Siena 2000

Gezim Hajdari Siena 2000

Appoggiati al muro della casetta,
nell’ultimo giorno d’autunno,
prendiamo il sole che picchia,
io e una lucertola senza coda.

Nulla accade in questa provincia,
gli stessi uomini, gli stessi i volti.
Tutto si trascina con fatica
nel fango incanutito da secoli.

D’ora in poi, nell’arena del gelo,
ci sentiremo soli nella collina cupa.
Io e il falco combatteremo
con i denti e gli artigli.

Sdraiato sulla terra umida
assaporo l’erbamara dei prati.
Negli abissi dei cieli impazziti
si perde il mio sguardo.

Non lontano dalla mia dimora,
dove si fecondano i fulmini,
il vento del mare porta come misericordia
le voci degl’internati nei Campi .

*

Non m’interessa
quale sarà il mio destino.
Se si nasconde qualcosa intorno
no, non voglio saperlo.

Ho vissuto così a lungo
nel mio terrore.
Ho vagato per le strade Hajdaraj
come nella mia tomba.

So ciò che mi attende
dietro ogni crepuscolo.
In un mondo di coltelli
non chiedo di salvarmi.

*

Spesso a notte fonda
entra una strana voce nella mia stanza,
giunge sempre alla stessa ora
dal profondo di un pozzo scuro.

Siede accanto al mio letto
cupa e minacciosa.
Quante volte mi sono svegliato
in ansia e spavento.

«Non ti spaventare fanciullo –
mi ripete ogni volta al buio –
le ombre che ti si affacciano nei sogni,
non sono che chimere.

Vivrai a lungo da guerriero
tra vipere e corvi.
Per compagni di viaggio avrai
solo spine e pietre.

Vai avanti per la tua strada,
non dar retta ai finti oracoli.
Il tuo seme di contadino
inciderà sul fango albanese.»

Poi si dilegua nel buio
del fondo del pozzo scuro,
per tornare ogni notte alla stessa ora
più cupa e minacciosa.

Gezim Hajdari, Siena 2000 (2)

Gezim Hajdari, Siena 2000

Luna,
è fuggita anche questa stagione
senza un bacio
nella notte bianca.

Cielo,
è passato anche quest’anno
senza una ragione,
con la sete dei pozzi prosciugati
nelle nostre labbra nere.

Valle,
sta andando anche questo secolo
come un toro abbattuto,
con il tempo che ci scivola tra le dita
e il canto del cuculo da collina a collina.

*

Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.
*

Mia patria,
perché quest’amore folle per te?

Tu mi hai fatto nascere
per essere la tua ferita.

Dove nascondermi
nella collina brulla?

I miei versi m’inseguono
come vecchi assassini.

Ogni notte si rompe qualcosa
nel profondo del mio ghiaccio.

*

Gli anni si sciolsero,
ad uno ad uno si persero.
A stormi le rondini
nei cieli volarono.

Nel cortile lasciarono
piume e richiami.
Sulle grondaie delle casette
nidi e rumori.

Altri anni giunsero
di tuoni e gioia.
Altri voli di rondini
abbandonarono i nidi.

Nelle colline di Darsìa,
di buio e freddo,
invano attendiamo
una chimera all’orizzonte.

Le primavere fuggirono,
per gli abissi gocciolarono.
Come i cieli grigi
anche noi invecchiamo.

Gëzim Hajdari, è nato nel 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma.
In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera.
Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.
Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.
È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone.
Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3.
Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari.
Dal 1992, vive come esule in Italia.
Opere
Ha pubblicato in Albania
  • Antologia e shiut, “Naim Frashëri”, Tirana 1990;
  • Trup i pranishëm / Corpo presente, I edizione “Botimet Dritëro”, Tiranë 1999 (in bilingue, con testo italiano a fronte).
  • Gjëmë: Genocidi i poezisë shqipe, “Mësonjëtorja”, Tirana 2010
 
Ha pubblicato in Italia in bilingue
  • Ombra di cane/ Hije qeni, Dismisuratesti 1993
  • Sassi controvento/ Gurë kundërerës, Laboratorio delle Arti,1995
  • Antologia della pioggia/ Antologjia e shiut, Fara, 2000
  • Erbamara/ Barihidhët, Fara, 2001
  • Erbamara/ Barihidhët, (arricchita con nuovi testi rispetto alla prima edizione). Cosmo Iannone Editore 2013
  • Stigmate/ Vragë, Besa, 2002. II edizione Besa 2007
  • Spine Nere/ Gjëmba të zinj, Besa, 2004. II edizione Besa 2006
  • Maldiluna/ Dhimbjehëne,Besa, 2005. II edizione Besa 2007
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, Fara, 2005,
  • Poema dell’esilio/ Poema e mërgimit, II edizione arricchita e ampliata, Fara 2007
  • Puligòrga/ Peligorga, Besa, 2007
  • Poesie scelte 1990 – 2007, EdizioniControluce 2008
  • Poesie scelte 1990-2007, II edizione (arricchita con nuovi testi). EdizioniControluce 2014
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007 (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2008
  • Poezi të zgjedhura 1990 – 2007, II edizione (versione in lingua albanese di Poesie scelte), Besa, 2014
  • Corpo presente/ Trup i pranishëm, Besa 2011
  • Eresia e besa/ Nur. Herezia dhe besa, Edizioni Ensemble 2012
  • I canti dei nizam/ Këngët e nizamit(i canti lirici orali dell’800,con testo albanese a fronte). Besa Editrice 2012
  • Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista/ Rroftë kënga e gjelit në fshatin komunist (con testo albanese a fronte). Besa 2013
giuseppina di leo1

giuseppina di leo

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

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Kjell Espmark, POESIE SCELTE da Quando la strada gira (1993), Illuminazioni e da Lo spazio interiore (2014) – La tradita: solo un contorno senza forza, A fianco del suo banco c’è il banco. Traduzione di Enrico Tiozzo, con una Nota critica di Giorgio Linguaglossa

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Kjell Espmark (1930) è tra i maggiori scrittori svedesi della sua generazione. La prima pubblicazione di poesia avviene nel 1956. È anche saggista, romanziere e drammaturgo, ha al suo attivo una sessantina di volumi che gli sono valsi la cattedra di Letterature comparate all’Università di Stoccolma, la cooptazione nell’Accademia di Svezia – dove ha ricoperto per un lungo periodo l’incarico di presidente della commissione Nobel – e una grande quantità di premi nazionali e internazionali. fra le opere più note ritroviamo libri come Vintergata (2007), Det enda nödvändiga – Dikter 1956-2009 (2010) e la sua autobiografia, dello stesso anno, I ricordi mentono, tradotto e pubblicato in Italia nel 2014. Con Aracne ha pubblicato il romanzo L’oblio. Sempre con Aracne ha pubblicato Lo spazio interiore, opera con la quale ha vinto il Premio Letterario Camaiore 2015 – Sezione Internazionale.

Nota critica di Giorgio Linguaglossa

Il problema è che «Non si dà la vera vita nella falsa», così hanno sintetizzato e sentenziato Adorno e Horkeimer ne la Dialettica dell’Illuminismo (1947), in un certo senso contrapponendosi nettamente alle assunzioni della analitica dell’esserci di Heidegger, secondo il quale invece si può dare l’autenticità anche nel mezzo di una vita falsa e inautentica adibita alla «chiacchiera» e alla impersonalità del «si». Il problema dell’autenticità o, come la definisce Kjell Espmark, l’«esistenza falsificata», è centrale per il pensiero e la poesia europea del Novecento. Oggi in Italia siamo ancora fermi al punto di partenza di quella staffetta ideale che si può riassumere nelle posizioni di Heidegger e di Adorno-Horkeimer i quali, nella loro specularità e antiteticità, ci hanno fornito uno spazio entro il quale indagare e mettere a fuoco quella problematica. La poesia del Novecento europeo ne è stata come fulminata, ma non per la via di Damasco – non c’era alcuna via che conducesse a Damasco – sono state le due guerre mondiali e poi l’ultima, quella fredda, combattuta per interposte situazioni geopolitiche, a fornire il quadro storico nel quale situare quella problematica esistenziale. Quanto alla poesia e al romanzo spettava a loro scandagliare la dimensione dell’inautenticità nella vita quotidiana degli uomini dell’Occidente. È interessante andare a computare la topologia della poesia di Espmark; di solito si tratta di interni domestici ripresi per linee diagonali, sghembe e in scorcio; le storie esistenziali sono quelle della grande civiltà urbana delle società postindustriali; le vicende sono quelle del privato, quelle esistenziali, vicende sobriamente prosaiche di una prosaica vita borghese; non c’è nessuna metafisica, ma un domesticità e una prosaicità dei toni e delle situazioni Potremmo definire questa poesia di Espmark come una sobria e prosaica epopea dell’infelicità borghese del nostro tempo post-utopico. Emerge il ritratto di una società con Signore e Signori alla affannosa ricerca di un grammo di autenticità nell’inautenticità generale Qui da noi nel secondo Novecento hanno tentato questa direzione di sviluppo della poesia Giorgio Caproni con Il conte di Kevenhuller (1985) e Franco Fortini con Composita solvantur (1995), da diversi punti di vista e con opposte soluzioni, ma sempre all’interno di un concetto di resistenza ideologica alla società borghese, la dimensione esistenziale in sé era estranea a quei poeti come alla cultura italiana degli anni Settanta Ottanta. Per il resto, quella problematica esistenziale che balugina in Espmark, da noi è apparsa per fotogrammi e per lacerti, in modo balbuziente e intermittente, qua e là. Più chiaramente quella problematica è presente nella poesia italiana del Novecento presso i poeti non allineati, in Alfredo De Palchi con Sessioni con l’analista (1967), in Helle Busacca con la trilogia de I quanti del suicidio (1972) ; in chiave interiorizzata, in Stige di Maria Rosaria Madonna (1992); in chiave stilisticamente composta in  Giorgia Stecher con Altre foto per album (1996). Ma siamo già a metà degli anni Novanta. In ambito europeo è stato il tardo modernismo che ha insistito su questa problematica: Rolf Jacobsen con Silence afterwards (1965), Tomas Tranströmer con 17 poesie (1954) e, infine, Kjell Espmark con le poesie che vanno dal 1956 ai giorni nostri. Si tratta di un ampio spettro di poeti europei che hanno affondato il bisturi sulla condizione umana dell’uomo occidentale del nostro tempo. Presentiamo qui una scelta delle poesie del poeta svedese Kjell Espmark nella traduzione di Enrico Tiozzo, lasciando alle poesie la diretta suggestione di quanto abbiamo appena abbozzato.

foto segnali stradali Possiamo paragonare la poesia di Espmark ad una fotografia asimmetrica, dove non ‘è un baricentro, non c’è un equilibrio, ma disequilibrio, frantumi, frammentazioni. Dove ci sono segnali stradali, nebbie che si intersecano con fumi di ciminiere e gas di scarico delle automobili, dove lo spazio verticale è ripreso orizzontalmente. Il vero segreto dell’arte contemporanea è il disequilibrio... magari invisibile ma pervasivo, che si diffonde in tutte le direzioni, come micro fratture che minano dall’interno anche il materiale più resistente. Il disequilibrio, l’estraneità, il perturbante, l’unheimlich, il rimosso, l’inaudito, l’equivoco, la crisi esistenziale vista dal vivo dei personaggi fanno parte integrante della poesia di Espmark.

Abbiamo bisogno di una poesia che abbia nei suoi ingredienti di base quelle «cose» che Lucio Mayoor Tosi ha chiamato con una brillante definizione il “fermo immagine”, il “girare intorno all’oggetto”, la frantumazione, la «fragmentation»; ed io aggiungerei, la sovrapposizione e l’entanglement delle immagini e dei frammenti. Il mondo globale ha prodotto e messo in circolo una miriade di frammenti incomunicabili. Quei frammenti siamo noi. Siamo frammenti de-simbolizzati. Siamo diventati Altro. Utilizzare e assimilare questi frammenti è un atto di vitale importanza non solo per la poesia ma anche per il romanzo. Infatti, ho fatto due nomi di romanzieri che hanno scritto romanzi a partire dalla raccolta di frammenti: Orhan Pamuk e Salman Rushdie. I poeti italiani sembrano alieni da questa impostazione delle problematiche del «poetico». In questi ultimi anni del nuovo millennio sembra configurarsi una nuova sensibilità per la poesia che abbia il suo punto centrale nella problematica dell’esistenza. Non è un caso che questa problematica sia al centro delle riflessioni di questa rivista. Anche in Italia qualcosa sembra muoversi.
Utilizzare i “frammenti” significa piegare la sintassi e la fonetica alla «natura» dei frammenti, cambiare il modo stesso di costruzione del verso libero modulato sull’antico calco endecasillabico, significa fare i conti con un nuovo concetto di “spazio” e di “tempo” metrico, significa la velocizzazione del lessico, e il suo rallentamento…

kjell espmark

Kjell Espmark

Leggiamo questa poesia dello svedese Kjell Espmark nella traduzione di Enrico Tiozzo. Me l’ha mandata il grande traduttore dallo svedese. Leggiamola. E osserviamo la frasi sincopate, i repentini cambi di marcia, le impennate delle analogie, le perifrasi interrotte; i punti di vista che si intrecciano e si accavallano, i fermi immagine, le riprese etc.
Voglio dire che qui abbiamo qualcosa di nuovo come impianto di una struttura, una struttura in versi liberi che perde continuamente il proprio baricentro, che perde l’equilibrio, e che proprio grazie a questa continua perdita di equilibrio metrico e sintattico, paradossalmente, la poesia riesce a mantenersi in un assai precario e nuovo equilibrio. Ecco, questo è un esempio del modo di scrivere una poesia assolutamente moderna.

Ella è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli l’hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza piena di antenne vaganti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
II prezzo per la calma di tutti splendenti come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Ella guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo
quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Ella vomita tutta questa vita falsa
queste giornate dal tanfo di gusci di gambero.

da Lo spazio interiore, traduzione di Enrico Tiozzo (Aracne, 2014)

La tradita: solo un contorno senza forza

Lei è dunque stata un’altra per otto anni
senza saperlo.
Ogni giorno c’è stato un equivoco.
Si aggrappa al lavandino. La stanza da bagno vira di bordo.
L’inaudito non è nel guardare all’improvviso
in un entusiasmo inflessibile come quello degli insetti.
L’inaudito è vedere un pomeriggio
scambiati otto anni della propria vita.
I figli hanno saputo. E sono stati risparmiati. Questo amore
è appartenuto a tutta la cerchia dei conoscenti
una comunanza piena di antenne pendolanti.
Solo lei ne è rimasta fuori.
Il prezzo per la calma di tutti splendente come maggiolini
è la sua esistenza falsificata.
Si guarda il volto trasparente nello specchio.
È del tutto estraneo.
Le mani che diventano bianche intorno al lavandino
non più del suo proprio biancore
non sono sue. Lei non può trattenersi.
E vomita tutti i ricordi menzogneri:
questo volto semichiaro su di lei
sciolto in desiderio e assicurazioni
la sua repentina giovinezza – una gita sulla neve e risate
questi momenti maturi nel cerchio di luce del tavolo da pranzo
quando la voce di lui rendeva reale l’appartamento.
Lei vomita tutta questa vita falsa
questi giornate dal tanfo di gusci di gambero.
Infine siede sul pavimento del bagno
del tutto messa a nudo. Nulla è rimasto degli otto anni.
Solo il sapore di metallo in bocca.
Dovete restituirmi i miei anni!
I bambini se la cavano, inaspettatamente adulti, imbarazzati
dalla retorica, da questi resti di disperazione’
che nemmeno ha parole proprie.
E gli occhi dei vicini nelle maioliche del bagno!
Lei siede avvolta intorno al suo vuoto doloroso.
Cerca di proteggere la sua povertà con la schiena contro tutti quelli che hanno saputo.

A fianco del suo banco c’è il banco

Lei ascolta con tutto il corpo.
Le labbra dell’insegnante si muovono. E lei sente
ma manca tuttavia le sue parole di qualche millimetro
come quando si cerca di prendere una pietra nell’acqua.
C’è un altro mondo, a un palmo di distanza dal suo.
Proprio vicino alla carta della Svezia
pende una carta sulla Svezia –
stesse città e stessi lembi di laghi
stessi campi gialli e verdi
eppure un regno irraggiungibile che risplende.
Adesso discutono, si muovono le bocche.
Certo lei sente. Ma ciò che si dice veramente
passa scoppiettando oltre le sue orecchie
verso chi abita nel paese giusto.

Eppure li può catturare nella pausa
quando raffreddata racconta come presero il padre
che lottava, tirato in ogni direzione.
E la madre che cercava di nascondersi tra le mani.
Tutto viene venduto per venti risate cianciate.
Racconta a gambe aperte, con le calze calate.

Ma nulla viene tolto al suo successo.
Quando poi prende posto nella loro conversazione
incontra quel diaframma sottile
che separa il mondo dal mondo
e quel sorriso che fa così male
perché è fatto per non essere notato.
Se potesse infiltrarsi nella loro Svezia
e cautamente sedersi in mezzo a loro
allora la sedia non diventerebbe una sedia
e lei stessa non diventerebbe reale?
Un passo a lato, non servirebbe di più.
Ma non trova neanche una parola per quel passo.
E la classe sa: lei non la troverà mai.
La lingua tra queste quattro mura
sente la sua vita che verrà.
Lei può lottare fino a smembrarsi tirata in ogni direzione.
In questa grammatica gentilmente inflessibile
ciascuno ha il suo posto finale.

da Quando la strada gira trad. Enrico Tiozzo, Ed Bi.Bo.1993

Impromptu

È un giorno esploso in pezzi.
Abbiamo litigato da annerire l’intonaco
ma abbiamo ritrovato la strada
verso di te, verso di me.
Mi sollevo un po’ in modo che la pelle sudata
frusciando si stacchi dalla pelle
e metto il mio cuore al posto giusto nel tuo:
un piatto di terracotta sopra all’altro.

La finestra è aperta: maggio è blu.
Nella trave sopra noi avanza
la morte un millesimo di pollice, con uno schiocco.
Ma il ciuffolotto rosso sul ramo nudo
canta, canta.
Il piumaggio del petto si muove nel vento.
Quanto più grande è il canto
del corpo tremante!

L’apocalisse silenziosa

Da oblio e indifferenza
vengono i quattro cavalieri
così lisi da secolari riproduzioni
che gli stanchi lineamenti
si possono prendere per pieghe della carta.
I loro zoccoli così silenziosi che la rugiada è intonsa,
il rumore discreto come il russare di un rondinino.

Il primo agita una frusta di paglia
e il verde della giungla si fa bianco.
Il secondo immerge il suo bastone nel fiume
e i pesci affiorano con la pancia all’aria.
Il terzo tira una freccia contro lo spazio
e una luce ignota filtra per la ferita
meravigliato si guarda il braccio che si macchia.
Il quarto apre il suo sacco sulle case
e i molti si accoppiano, ciecamente come mosche,
per riempire la terra ancora e ancora.

Adesso i quattro corrono per la strada del villaggio,
silenziosi come una nuvolea di polvere.
La nostra lingua
può a malapena vederli e fiutarli.
Solo il sonno ha parole
per ciò che a lungo abbiamo attesa
ma che non osiamo riconoscere.
Il dormiente fa un gesto
come per festeggiare o per difendersi
e senza accorgersene cessa di respirare.

.
Illuminazioni

1.
Stavo davanti alla cattedrale contadina di Lau,
ho aperto di un dito la porta,
preparato al bianco fresco della stanza
e sono impietrito. Forse era l’acustica
e le voci dei visitatori insieme con la fessura –
io non ho alcun bisogno di spiegazioni.
Ma tutta la chiesa era una potente bocca
mormorante di voci di angeli.
non c’era alcuna misericordia in quella musica.

2.
I bambini siedono uno di fronte all’altro,
stranamente bianchi
in una stanza bianca davanti a un pianoforte bianco.
È la nostra sala da pranzo e tuttavia non lo è.
I loro capelli sono così chiari che lo sguardo non li regge
essi ridono bassi e acuti
inaspettatamente si accordano.
Anche la musica sembra bianca.
I bambini possono avere quindici e dodici anni.
Difficile decidere
perché non pesano niente
e l’immagine nega un contesto.
Ma c’è qualcosa di strano nella luce.
È troppo chiaro
anche per queste finestre alte.
Allora si vede come le carte bianche alle pareti
scuriscono nei bordi estremi, s’accartocciano
e fanno passare una fiamma, sempre più.

3.
Con il manico del mio ombrello colante
batto sul sarcofago
e ti invito ad uscire
dalla terza fila
nel sotto Escorial.
Silenzio. La pioggia lassù.

Capisco che mi aspetti
nel tuo regale studio.
La scala serpeggia attraverso gli anni.
Il tuono si raccoglie prima della visita.

4.
In mezzo alla vita questa porta nella tappezzeria:
deve esserci sempre stata
sebbene non ce ne siamo mai accorti.
La apro
– il rumore è come quando si strappa un lenzuolo –
e l’odore di anni inibiti esce con la muffa.
Là dietro c’è una donna mummificata
in una stanza più piccola di un armadio.
I suoi occhi cono al di là di ogni conversazione,
la figura sfocata delle tele di ragno.
Le labbra rugose sussurrano,
bianche di rabbia:
– Non potevi lasciarmi morire!

5.
Siedo sulla scala e «mi» rado.
L’acero che nasconde la strada e il mondo
è un litigioso romanzo russo
in cui c’è la storia di tutto il podere.
Nel capitolo di oggi c’è qualcosa in giuoco.

Tolgo uno strato di schiuma e barba:
non c’è alcun volto dietro.
Devo accettarlo
come la mancanza di un contatto linguistico
con la rondine che proprio ora va sotto il cornicione:
un arco jet che atterra su una stazione di lavaggio auto
ma non vuole accettare una metafora.

È presto, è prima del testo.
Le betulle sono attraversate dalla luce.
È così chiaro che il verde dell’erba si arrende.

«Solo se tu rinunci al tuo nome
puoi uscire fuori nel paesaggio.»

Il cerfoglio vaga, una possibile salvezza.
«Hai solo alcuni minuti di tempo».
Il coniglio nell’erba sta fermo,
la sua gola pulsa:
dice di no ad ogni intervista.

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Rafael Alberti (1902-1999) – POESIE SCELTE. Un poeta tra amore e politica. Una vita segnata dall’impegno e dall’esilio. “Non mi pento, non sarò mai un ex comunista”. Traduzione di Paolo Statuti

 

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Dal sito La Repubblica.it – “Cultura & Scienze”, nel giorno della morte di Rafael Alberti:

Cadix (Spagna). Un arresto cardiaco ha fermato per sempre “quel sagittario irrequieto e vagabondo”, come lui stesso amava definirsi, nella sua casa del sud della Spagna a El Puerto De Santa Maria. Rafael Alberti, poeta, scrittore, pittore esiliato dal regime franchista, aveva 96 anni ed era l’ultimo rappresentante della “Generazione 27”, il movimento cui appartenevano Garcia Lorca e Vicente Aleixandre. Nato il 16 dicembre 1902, lascia giovane l’Andalusia per Madrid, ma rimane attaccatissimo alla sua patria. Si fa strada presto nel mondo dei versi e del surrealismo. Sono del 1929 le dolorose liriche “Sugli angeli” (“Sobre los angeles”). Quegli anni li passa con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso, amici e compagni di strada. Il primo premio importante lo riceve nel 1925 con la raccolta “Marinero en tierra”, un canto d’amore per il mare con cui riceve il premio nazionale della letteratura. Degli anni ’60 sono i suoi “Poemi d’amore”, i versi per “Roma, pericolo per i viandanti”, “Gli otto nomi di Picasso”. Le più recenti rime “Amore in bilico” sono dedicate all’erotismo e alla donna, alla sua nuova e giovane compagna. Ma è l’impegno politico a prendere il sopravvento e a stravolgere tutta la sua vita. Fin dai primi anni Trenta diventa un militante del Partito comunista spagnolo. Studia teatro nell’Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon – scomparsa nell’88 – la rivista rivoluzionaria Octubre. Dal ‘36 al ’39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Francisco Franco, viene costretto all’esilio prima in Francia, poi in Messico, Argentina e Italia. E ogni volta che qualcuno parla di sofferenza risponde: “Non mi pento di niente. Non sarò mai un ex comunista”. In Spagna torna soltanto nel 1977, nella sua città, dove nel 1990 si era risposato con Maria Asuncion Mateo, 44 anni più giovane di lui, e dove oggi il suo cuore si è fermato. Le sue ceneri saranno sparse nella baia di El Puerto De Santa Maria.

(28 ottobre 1999)

Alcune poesie di Rafael Alberti nella versione di Paolo Statuti

Ballata di ciò che disse il vento

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Quando l’uomo si allontana
dagli uomini, viene il vento
che subito gli dice altre cose,
aprendogli le orecchie
e gli occhi ad altre cose.

Oggi mi sono allontanato dagli uomini,
e solo, in questo baratro,
a lungo guardavo il fiume
e ho visto soltanto un cavallo
e ho udito solamente
il tubare
di una colomba smarrita.

E il vento allora si è avvicinato,
come di sfuggita,
e mi ha detto:

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume,
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Ritorno dell’amore recentemente apparso

Quando tu sei apparsa, io soffrivo nell’interno più fondo
di una caverna senza aria e senza uscita.
Mi agitavo nell’oscurità, agonizzando,
udendo un rantolo come battito di ali
di un uccello invisibile.
Hai sparso su di me i tuoi capelli
e io mi sollevai fino al sole e vidi che erano l’aurora
che sul mare aperto a primavera si distende.
Fu come se fossi giunto nel più bel
porto di mezzogiorno. Annegavano in te
i paesaggi più splendenti:
chiare, aguzze vette con rosate
corone di neve, fonti nascoste
nelle ricciute ombre dei boschi.
Ho imparato a riposare sui crinali
e a scendere lungo fiumi e pendii,
a intrecciarmi nei rami tesi
e a fare del sonno la mia morte più dolce.
Mi hai aperto il bosco e i miei floridi anni
di recente venuti alla luce, giacevano
sotto la carezza della tua spessa ombra,
lasciando il cuore al libero vento
e accordandolo al verde suono del tuo.
Già andavo a dormire, e a svegliarmi sapendo
che non penavo in una caverna oscura,
agitandomi senza aria e senza uscita.
Perché tu finalmente sei apparsa.

Ritorno dell’amore nei vividi paesaggi

Crediamo, amore mio, che quei paesaggi
si sono addormentati o sono morti con noi
nel tempo, nel giorno in cui vi abitavamo;
che gli alberi perdono la memoria
e le notti se ne vanno, lasciando all’oblio
ciò che le hanno rese belle e forse immortali.

Ma basta il più lieve palpito di una foglia,
una stella cancellata che respira all’improvviso,
per vederci ugualmente lieti di occupare
i luoghi che ci tennero uniti.
Ed ecco ti svegli oggi, amore mio, al mio fianco,
tra i frutici di ribes e le fragole nascoste
al riparo del forte cuore dei boschi.
Là c’è l’umida carezza della rugiada,
le polveri delicate che rinfrescano il tuo giaciglio,
gli elfi felici di ornare le tue lunghe chiome
e i misteriosi alti scoiattoli che versano
sul tuo sonno il minuto verde dei rami.

Sii felice, foglia, sempre: che tu non abbia mai l’autunno,
foglia che mi hai portato
col tuo lieve tremito
l’aroma di tanta cieca età luminosa.
E tu, stellina smarrita, che mi apri
le intime finestre delle mie notti più giovani,
non cessare mai la tua luce
sopra le tante alcove che all’alba ci addormentavano,
e su quella biblioteca con la luna
e quei libri dolcemente caduti,
e sui vigili boschi che destati cantavano per noi.

Tra il garofano e la spada

(Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui.
Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca.
Una sirena urta contro una mina
e un arcangelo annega, indifferente.

Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.
Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca.
Saltano le cime frantumando la roccia
e si uccide un bosco, inutilmente.

C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo.
Morte alla morte per la morte: guerra.
In verità, pensa il toro, il mondo è bello.

Già i rami bruciano.
Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi
gli occhi e sciogliti i capelli.

La colomba

Si sbagliò la colomba,
si sbagliava.
Per andare al nord, si trovò al sud,
pensò che il grano fosse l’acqua,
si sbagliava.

Pensò che il mare fosse il cielo,
che la notte fosse l’alba,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che le stelle – la rugiada,
che il calore – la neve,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che la tua gonna fosse la tua blusa,
che il tuo cuore – la sua casa,
si sbagliava,
si sbagliava.

Lei si addormentò sulla riva,
tu sulla cima di un ramo.

Pensò che il mare fosse il cielo,
che la notte fosse l’alba,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che le stelle – la rugiada,
che il calore – la neve,
si sbagliava,
si sbagliava.

Che la tua gonna fosse la tua blusa,
che il tuo cuore – la sua casa,
si sbagliava,
si sbagliava.

Ritorni di Chopin attraverso le mani già andate

A mia madre che tutti noi univa
nella musica del suo vecchio piano.

Dapprima era nella sala da pranzo, era nella dolce
sala da pranzo dei sei: Agustin e Maria,
Milagritos, Vicente, Rafael e Josefa.
Da lì mi vengono ora, d’inverno, distanti,
già quasi persi, cancellati dalla memoria i miei,
i fratelli che non sapevo elevare alla mia altezza;
da lì adesso mi giunge questo accordo di acqua,
da lì anche, adesso,
questo notturno ramo di bosco con moto,
questa riva di mare, questo amore, questa pena
che oggi, con un velo di lacrime, mi uniscono a voi,
attraverso le mani felici che furono.

Poi nell’angolo in penombra di una stanza,
lontano dalla sala da pranzo dei sei,
quando di nuovo vicino a voi, perduto,
quasi infinitamente perduto mi sentivo,
molto tardi, già molto tardi,
quando di nuovo arrivava il sonno,
un accordo di acqua, un ramo notturno,
una riva, un amore, una pena a voi
dolcemente mi univano,
attraverso le mani stanche che furono.

E adesso, distante,
più infinitamente di allora, espulso prima
dalla sala da pranzo, più tardi dall’angolo
in penombra della stanza,
tremante,

con il cuore trafitto dall’inverno, Maria,
Vicente, Milagritos, Agustin e Josefa,
uno, il sesto, Rafael, di nuovo si unisce a voi,
con il ramo, l’amore, con il mare e la pena,
attraverso le mani rimpiante che furono.

Ritorno dell’amore sulle sabbie

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.
Vanno volutamente piano, intrecciandosi,
le nostre ombre scalze per la strada tra i giardini,
che oppongono agli azzurri del mare i loro verdi.
Tu sei sempre un’apparizione,
sei la luce giunta una buia sera,
quando il giovane senza meta dalla città ritarda,
pensoso, di proposito il suo ritorno a casa.
Tu sei sempre quella che al mio fianco
va cercando il segreto declivio delle dune,
il recondito pendio della sabbia, il celato
canneto che crea
cortine agli occhi marini del vento.
Là sei, là sono davanti a te, controllando
l’alta temperatura delle onde felici,
il cuore del mare ciecamente sorto,
morendo in frammenti di dolce sale e di spume.
Poi, tutto ci guarda allegro, sulle rive.
I castelli in rovina sollevano i loro merli,
le alghe ci offrono corone e le vele,
preso il volo, vogliono cantare al di sopra delle torri.

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

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Bertolt Brecht e Thomas Stearns Eliot DUE POETI A CONFRONTO Commento di Alfonso Berardinelli con alcune poesie degli Autori

Yeats and Eliot

Yeats and Eliot

.da il Foglio mercoledì, 19 settembre 2014

Nello stesso giorno, il 2 gennaio scorso, sono apparsi su “Avvenire” un articolo di Fofi in memoria e lode di Eliot (morto nel 1965) e su “Repubblica” una pagina di Asor Rosa in lode e memoria di Brecht. Due anziani e inconciliabili guru della sinistra culturale ripensano al loro passato di lettori ventenni che scoprono per caso due dei più importanti, influenti e discussi poeti del Novecento. Due maestri anche loro inconciliabili della letteratura del secolo scorso: un metafisico cristiano sulle orme di Dante e un cinico dialettico marxista attratto dalla saggezza taoista. Anche a me, per puro caso, nelle settimane precedenti era accaduto di trafficare con Eliot e Brecht, rinnovando la mia simpatia e curiosità per il primo e la mia indifferenza o antipatia (tardive: arrivate a quasi quarant’anni) per il secondo.

Quando è ormai chiaro che la cultura letteraria di oggi ha ben poco in comune con quella novecentesca, viene in mente il Novecento. Parlo di letteratura e non di poesia perché la poesia è, nel suo insieme (critica compresa), precipitata così in basso nella banalità e nell’inconsapevolezza culturale da impedire qualunque confronto con i due autori ricordati. Il 90 per cento della poesia attuale (non solo quella italiana) è soprattutto stupida: e lo è nel modo più evidente quando si sforza di esibire un pensiero, dato che un pensiero stupido è più ridicolmente tale di qualunque non-pensiero.

Bertolt Breht  LA GUERRA CHE VERRA'. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.

Bertolt Breht LA GUERRA CHE VERRA’. Non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Eliot e Brecht sono stati due eccezionali esemplari di poeta intelligente. Pienamente consapevoli, fin troppo, della situazione in cui scrivevano, avevano entrambi una visione del passato storico e del presente sociale così lucida da rischiare l’inaridimento inventivo. Oltre alla spiccata attitudine sia filosofica che realistica, avevano un forte senso dell’umorismo, della parodia e del paradosso, sentivano molto il pubblico e anche per questo hanno scritto opere teatrali. Come poeti intellettualistici e teatrali non sono stati i soli nel Novecento. Filosofici erano anche Antonio Machado e Paul Valéry, teatrali anche Majakovskij e soprattutto García Lorca. La cosiddetta “poesia monologica”, tendente alla pura musicalità e alle fascinazioni associative, usciva così da se stessa acquistando un’energia costruttiva precedentemente quasi impensabile, diventando dialettica e dialogica. Il solo grande erede sia di Eliot che di Brecht sarà Wystan H. Auden, il cui acume analitico è spinto a estremi di sottigliezza e la cui potenza oratoria, allegorica, satirica potrebbe superare perfino quella dei suoi maestri, se non fosse minacciata da una labirintica inafferrabilità di allusioni.

L’eliotiana “The Waste Land” resta l’opera poetica più classica del Novecento. Il chiacchiericcio così domestico e un po’ metafisico di Beckett è già previsto e praticato da Eliot in alcuni inserti dialogati del suo poemetto. Anche in Eliot “En attendant Godot” si gioca a scacchi, si prende il tè, noiosamente ci si lamenta e ci si ubriaca fino a notte fonda. La storia umana non è una marcia trionfale ma, dopo la guerra 1914-’18, è un cumulo di rovine. Il mondo è in frantumi, non si riesce più a connettere niente, l’edificio della civiltà è sconnesso. Nella sua logica di costruzione, The Waste Land è una confutazione in atto della forma-romanzo, della sua tecnica e fiducia nella possibilità di connettere l’eterogeneo (l’“only connect” di E. M. Forster). Se la vita sociale nasce, sopravvive e si perpetua grazie alle sue connessioni istituzionali, comunicative, comunitarie e abitudinarie, quando le connessioni saltano prevale il caos e la conseguente impossibilità di capire.

Il mondo di Eliot è diviso fra mistica e ottusità, comico e sublime, desolazione e redenzione. In questo che è stato il maggiore pedagogo letterario-morale della cultura anglosassone nell’ultimo secolo, la società borghese appare senza speranza: sola salvezza sarebbe il ritorno a una società cristiana, poiché il tempo storico e biografico acquista senso soltanto grazie a ciò che lo trascende. Anche i re Magi, il cui viaggio Eliot racconta in una delle sue poesie più note, vanno incontro a una nascita che per loro, per ciò che erano prima, è una forma di morte: “Fu un freddo inverno per noi, / Proprio il tempo peggiore dell’anno / Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo: / Le strade erano fangose e la stagione rigida, / Nel cuore dell’inverno. (…) Questo considerate / Questo: ci trascinammo per tutta quella strada / Per una Nascita o per una Morte?”.

Bertolt Brecht

Bertolt Brecht

Brecht lo lessi e lo rilessi (il suo teatro però mi ha sempre annoiato), poesie, aforismi, raccontini e teorie estetico-politiche, perché prima avevo letto Fortini, che di Brecht marxista aveva fatto una guida. Le poesie che preferivo però erano le prime, quelle degli anni Venti, o le ultimissime, del tutto disincantate. Ma qualcuna delle “Storielle del signor Keuner”, suo alter ego, le ricordo e le apprezzo ancora. Soprattutto due, quella sul rapporto tra forma e contenuto in arte e quella sul rapporto tra filosofia e comportamento quotidiano. La prima racconta di un giardiniere incaricato di arrotondare una pianta di alloro. Taglia di qua e taglia di là, la forma sferica non sembra mai perfetta e l’alloro diventa insignificante: “Bene, questa è la sfera, ma dov’è l’alloro?”. E’ una storiella che usai contro gli esteti. La seconda contro i marxisti anni Sessanta-Settanta e anche in polemica con Fortini: “Un professore di Filosofia andò dal signor K. a raccontargli della sua saggezza. Dopo una pausa il signor K. gli disse: – Tu siedi scomodamente, tu parli scomodamente, tu pensi scomodamente – . Il professore di filosofia andando in collera disse: – Non è su di me che volevo sapere qualcosa ma sul contenuto di quanto ho detto. – Non ha contenuto, – disse il signor K. – Ti vedo procedere goffamente e procedendo non raggiungi una meta. Tu parli in modo oscuro e dalle tue parole non proviene alcuna luce. Osservando il tuo comportamento, la tua meta non mi interessa”.

T.S. Eliot

T.S. Eliot

Thomas Stearns Eliot

I
Il seppellimento dei morti

Aprile è il piú crudele dei mesi: genera
Lillà dalla morta terra, mescola
Ricordo e desiderio, stimola
Le sopite radici con la pioggia primaverile.
L’inverno ci tenne caldi, coprendo
La terra di neve obliosa, nutrendo
Grama vita con tuberi secchi.
L’estate ci sorprese, piombando sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia; ci fermammo nel colonnato,
E avanzammo nel sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’aus Litauen, echt deutsch.
E da bimbi, quando si stava dall’arciduca
Mio cugino, lui mi condusse in slitta
E io presi uno spavento. Mi disse: Marie,
Marie, tienti forte. E giú scivolammo.
Sulle montagne ci si sente liberi.
Io leggo quasi tutta la notte, e d’inverno me ne vo nel Sud.
(…)

(da La terra desolata, 1926 trad. di Mario Praz)

I
The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keineRussin, stamm’aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the arch-duke’s,
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.
(…)

T.S. Eliot

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock
« S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo»
(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)
.
Andiamo dunque, tu ed io,
Mentre la sera è distesa sul cielo
Come paziente eterizzato sul tavolo;
Andiamo, per certe semideserte strade,
Tra mormoranti recessi
Di notti agitate in modesti piccoli alberghi
E ristoranti cosparsi di segatura e gusci d’ostriche:
Strade che si allungano come tedioso argomento
D’insidiosa intenzione
Per condurti a una domanda che opprime…
Oh no, non chiedere “Cos’è?”
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La gialla nebbia che sfrega la schiena sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che sfrega il muso sui vetri della finestra
La sua lingua ha leccato negli angoli della sera,
Ha indugiato sulle pozze formate negli scarichi,
S’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine dei camini,
E’ scivolato sul terrazzo, ha fatto un balzo improvviso,
E vedendo che era una dolce sera di ottobre,
S’è arrotolato attorno alla casa e si è assopito.
E per la verità avrà tempo
Il giallo fumo che scorre lungo la strada
Per sfregare il dorso sui vetri della finestra;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare un volto a incontrare i volti che tu incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutti i lavori e giorni di mani
Che sollevano e versano una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un toast e un tè.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E per la verità ci sarà tempo
Per chiedersi “Oso io?” e, “Oso io?”
Il tempo per voltarsi e scendere le scale,
Con una macchia di calvizie in mezzo ai miei capelli –
(Essi diranno: “I suoi capelli diventano più radi!”)
La mia giacca, il mio rigido colletto sotto il mento,
La mia cravatta ricca e modesta, ma fissata con un semplice spillo –
(Essi diranno: “Ha le braccia e le gambe così sottili!”)
Oso io
Disturbare l’universo?
In un minuto c’è il tempo
Per decisioni e revisioni che un minuto cambierà.

Perché le ho già conosciute tutte, proprio tutte –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho versato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci morenti con un morente tono
A di sotto della musica da una stanza più lontana.
Perciò come dovrei presumere?

E io ho già conosciuto gli occhi, proprio tutti –
Gli occhi che ti guardano in una frase formulata,
E quando io sono formulato, confitto con lo spillo,
Quando sono inchiodato e mi dimeno sul muro,
Allora come dovrei cominciare
A sputar fuori le cicche dei miei giorni e modi?
E io ho già conosciuto le braccia, proprio tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche
(Ma alla luce della lampada si vede una peluria bruna!)
E’ il profumo di un vestito
Che mi rende così digressivo?
Le braccia posate sul tavolo, o avvolte in uno scialle.
Dunque dovrei presumere?
E come dovrei cominciare?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dirò che ho percorso all’imbrunire strette strade
E ho guardato il fumo che usciva dalle pipe
Di uomini soli in camicia, alle finestre affacciati?…

Dovrei essere un paio di artigli rapaci
Che fuggono sul fondo di mari silenziosi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così sereno!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato…stanco…oppure esso finge,
Steso sul pavimento accanto a te e a me.
Dovrei io, dopo il tè, il dolce e il gelato,
Avere la forza di superare il momento della sua crisi?
Ma benché io abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Benché io abbia visto la mia testa (un po’ calva) posata su un piatto,
Io non sono un profeta – e non c’è niente di grande;
Io ho visto per un attimo il lampo della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Valletto porgermi il soprabito, e lo sbuffo
E a farla breve, ho avuto paura.

E varrebbe la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata, il tè,
Tra la porcellana, tra il parlare un po’ di te e di me,
Varrebbe la pena,
Ignorare la questione con un sorriso,
Comprimere l’universo in una palla
E rotolarla verso una domanda opprimente,
Dire: “Io sono Lazzaro, vengo dai morti,
Ritorno per dirvi tutto, io vi dirò tutto” –
Se qualcuno, sistemandole il cuscino sotto la testa,
Dicesse: “Non è affatto ciò che intendevo.
Non è affatto questo.”

E varrebbe la pena, dopo tutto,
Varrebbe la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade irrorate,
Dopo i romanzi, la tazze di tè, dopo le gonne strascicate –
E ciò, e assai di più? –
E’ impossibile dire proprio cosa intendo!
Ma se una lanterna magica proiettasse i nervi sullo schermo:
Varrebbe la pena
Se qualcuno, sistemando un cuscino o gettando via uno scialle,
E girandosi verso la finestra dicesse:
“Non è affatto questo,
Non è affatto ciò che intendevo.”

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

No! Io non sono il Principe Amleto, né voglio esserlo;
Io sono uno del seguito, uno che
Ingrosserà il corteo, farà una scena o due,
Consiglierà il principe; senza dubbio, un facile strumento,
Rispettoso, felice di essere d’aiuto,
Politico, cauto e meticoloso;
Pieno di massime elevate, ma un po’ ottuso;
A volte, per la verità, quasi ridicolo –
A volte, quasi Giullare.

Sto invecchiando…Sto invecchiando…
Rimboccherò i risvolti dei pantaloni.

Dividerò in due i capelli? Oserò mangiare una pesca?
Indosserò pantaloni di flanella bianca, e me ne andrò sulla spiaggia.
Ho sentito le sirene cantare, una ad una.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste cavalcare le onde marine
Pettinando i bianchi capelli delle onde risoffiate
Quando il vento soffia l’acqua bianca e nera.

Abbiamo girellato nella sale del mare
Inghirlandati dalle sirene con alghe rosse e brune
Finché voci umane ci sveglieranno, e noi annegheremo.

(Versione di Paolo Statuti)

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano ...

Bertolt Brecht Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. e stetti zitto perchè mi stavano …

Bertolt Brecht

«chi parla è il rifugiato, lo scrittore politico in fuga; il giovane ladro si disegna allora sullo sfondo di una catastrofe universale con la eleganza e l’allegria di un angelo, con una morale non dissimile da quella di Laotse, fondata sulla invincibilità del povero, sulla sua irresistibile libertà segreta. Così il messaggio di morte che il ladro apporta è anche il segno di speranza positiva; perché «vince l’acqua docile / a lungo andare, la pietra tenace». (F.F.)

(Franco Fortini da Introduzione a Poesie di Svendborg Einaudi, 1976)

.
Il ladro di ciliege

Una mattina presto, molto prima del canto del gallo,
mi svegliò un fischiettio e andai alla finestra.
Sul mio ciliegio – il crepuscolo empiva il giardino –
c’era seduto un giovane, con un paio di calzoni sdruciti,
e allegro coglieva le mie ciliegie. Vedendomi
mi fece cenno col capo, a due mani
passando le ciliegie dai rami alle sue tasche.
Per lungo tempo ancora, che già ero tornato a giacere nel mio letto,
lo sentii che fischiava la sua allegra canzonetta.

.
Mio fratello aviatore

Avevo un fratello aviatore.
Un giorno, la cartolina.
Fece i bagagli, e via,
lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre,
da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
sta sulla Sierra di Guadarrama.
È di lunghezza un metro e ottanta,
uno e cinquanta di profondità.

.
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

.

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

.
Leggo della battaglia di carri armati

Tu figlio del tintore di Lech che al gioco delle biglie
con me ti misurasti in anni ormai passati
dove sei nella polvere dei cingoli
che per le belle Fiandre ora discendono?

La grassa bomba su Calais caduta,
figlio del tessitore della filanda, eri tu?
O figlio del fornaio del mio mondo d’infanzia
è per te che urla in sangue la Champagne?

.
Quelli che stanno in alto

Si sono riuniti in una stanza.
Uomo della strada
lascia ogni speranza.

I governi
firmano patti di non aggressione.
Uomo qualsiasi,
firma il tuo testamento.

.
Non ti ho mai amata tanto

Non ti ho mai amata tanto, ma soeur,
come quando ti ho lasciata in quel tramonto.
Il bosco m’inghiottì, il bosco azzurro, ma soeur,
sopra stavano sempre le pallide costellazioni dell’Occidente.

Non risi neppure un poco, per niente, ma soeur,
io che per gioco andavo incontro a oscuro destino –
mentre i volti dietro di me lentamente
sbiadivano nella sera del bosco azzurro.

Tutto era bello in questa sera unica, ma soeur,
non fu mai così dopo nè prima –
certo: ora mi restavano solo i grandi uccelli
che a sera, nel cielo oscuro, hanno fame.

.
Il fumo

La piccola casa sotto gli alberi sul lago.
Dal tetto sale il fumo.
Se mancasse
Quanto sarebbero desolati
La casa, gli alberi, il lago!
Anno per anno

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SETTE POESIE di Ekaterina Josifova (1941) Poesia bulgara, traduzione di Alessandra Bertuccelli con un Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

https://www.youtube.com/watch?v=_cnGUT9n5iQ 

Ekaterina Josifova è una delle voci più autorevoli della poesia bulgara contemporanea. Nata nel 1941 nella cittadina di Kjustendil, nella Bulgaria sud-occidentale, si laurea in russo presso l’università di Sofia, lavora come insegnante, giornalista, redattrice e, tra il 1972 e il 1981, come drammaturgo nel teatro della sua città natale. Oltre ad essere una delle figure più significative e innovatrici della poesia bulgara contemporanea, è anche senza dubbio la voce più influente sulle giovani generazioni. Il ventennio tra il 1969 e il 1989 è quello in cui si colloca la sua prima produzione poetica, la quale è fortemente legata all’attività dei poeti Konstantin Pavlov, Nikolaj Kanchev, Bin’o Ivanov, Stefan Gechev, Ivan Teofilov, Ivan Dinkov, Hristo Fotev, Ivan Canev. Ekaterina Josifova è l’unica voce femminile all’interno di questo gruppo intento a sviluppare modalità stilistiche e temi alternativi rispetto a quelli della lirica ufficiale. Gli autori che nel corso degli anni ’90 vengono fatti confluire nel nov avtentizam, espressione coniata dal critico Plamen Dojnov, che letteralmente significa nuova autenticità, si ispirano a temi e a strategie stilistiche le cui basi sono ben rintracciabili nel gruppo dei poeti sopracitati. Del nov avtentizam Ekaterina Josifova è il maggiore esponente. Fra le due tendenze principali di questa corrente  – intimizzazione/ interiorizzazione del mondo vs esternazione/ pubblicizzazione del privato – la Josifova si colloca nella prima. La sfera personale e la normale quotidianeità permeano lo spazio. Nei suoi versi, spesso brevi e spiazzanti, talvolta enigmatici, risiedono ironia e disincanto. (Michail Nedelchev a questo proposito parla di “stoica normalità”).

Le sue poesie, pubblicate in 12 raccolte, sono tradotte in diverse lingue, tra cui il russo, il tedesco, l’inglese, il macedone, il francese, l’ungherese, il turco e l’italiano (La pioggia fuori è la prima raccolta di poesie scelte tradotta in italiano e vincitrice del premio Ciampi “Valigie Rosse”, 2013). Tra le più recenti pubblicazioni dell’autrice: Su e giù (2004), Mani (2006), Questo serpente (2010). precisazioni sulle poesie di Ekaterina Josifova – glinguaglossa@gmail.com – Gmail

“Mi metto in posizione comoda”, “In cerchio” e “Un grido” sono tratte dalla raccolta “La pioggia fuori”. Tutte le altre sono state pubblicate in traduzione per la prima volta sul num. 17 della rivista di poesia “L’Ulisse” nel  2014
Ekaterina Josifova

Ekaterina Josifova

Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

La scrittura letteraria è uno «spazio di morte» ha scritto Blanchot ma uno «spazio» dove protagonista assoluta è la vita. Dal corpo morto della scrittura adesso risorge la vita.
I saggi di questi ultimi anni sul post-contemporaneo di Roberto Bertoldo affrontano una serie di questioni. La domanda che si pone l’opera poetica è: chi è colui che parla e a chi lo dice?

Il post-contemporaneo è una categoria problematica,

priva di collocazione spazio temporale essa abita il «presente» ablativo e il suo luogo di applicazione ermeneutico è l’opera poetica e artistica. Il fatto che salta agli occhi è che la parola della poesia non fonda né stabilisce nulla tranne la propria interrogazione. Un tempo forse la sua finalità era quella di dare un senso più puro alle parole della tribù, oggi questa è una domanda che la poesia rivolge a se stessa. Questa domanda può essere un atto di fede, ma preferirei parlare di dubbio, di ricerca; diciamo che l’interrogazione poetica abita di preferenza il traslato, il discorso indiretto, il discorso implicito, il meta discorso, c’è una sfiducia diffusa sulle capacità discorsive della forma-poesia. Alcuni segni si proiettano su un fondale bianco da cui si diramano una molteplicità di significati possibili. Il significato di questi segni non può essere conosciuto dal poeta, i segni viaggiano nel tempo, o meglio, si diramano in più temporalità, ma l’interpretazione di ciò che il tempo dice diventa sempre più problematico. Il tempo dice: nulla. Dunque, nichilismo.

La «secolarizzazione» che ha investito il discorso poetico lo ha privato, da un lato, del radicamento ad uno sfondo metafisico-simbolico, dall’altro, lo ha reso, nelle sue versioni epigoniche, sempre più riconoscibile, di aproblematica identificazione; tutti i luoghi sono simili, si assomigliano, gli aeroporti,, i cavalcavia, le stazioni ferroviarie, i cinema, gli interni ammobiliati delle nostre abitazioni, le carlinghe degli aerei, i portabagagli delle nostre automobili, le nostre valigette ventiquattrore… tutti i luoghi della nostra vita quotidiana si assomigliano, viviamo in non-luoghi, siamo noi stessi il precipitato dei non-luoghi, di non-eventi, viviamo in temporalità terribilmente somiglianti. Ecco, direi che è esattamente questo il post-contemporaneo.

Nella poesia di Ekaterina Josifova abbiamo in primo piano tutti i dettagli del nostro mondo occidentale: gli interni (divano, cuscino, coperta morbida etc.) per lo più elencati come didascalia di un testo a venire, o che si sta per rappresentare; poi ci sono come ospiti la Musa la quale si fa avanti a dice: «posso aggiustare il fornello. / Posso smontare la serratura», oppure Eraclito di Efeso che gioca agli aliossi con i bambini nel tempio di Artemide; oppure siamo nell’attimo che precede la caduta di un balcone mentre noi stiamo lì; oppure, c’è  «un grido umano», o forse è quello «un uccello notturno»; c’è anche Jack London che scrive qualcosa di irriconoscibile. Tutte situazioni che oscillano tra la normalità e l’assurdo, il quotidiano e l’onirico. Tutte situazioni compossibili. Eventi immaginati, eventi mancati, eventi realizzati che ci dicono molto e di scorcio sulla nostra situazione di contemporanei.

La Josifova dice il silenzio che sottintende il linguaggio, riempie il simbolismo vuoto che marca il tempo morto del testo, il linguaggio,  è la rottura stessa della totalità. Ciò che la lettera dice è nell’involgersi su di sé del linguaggio, che è nel vuoto che il linguaggio ottiene la possibilità di essere significante.

L’«evento» nella scrittura della poetessa bulgara è uno spazio bianco dove qualcosa potrebbe biforcarsi in più direzioni, o non avvenire affatto, dove tutto è sospeso nell’aleatorio. Direi che la scrittura è uno spazio di morte che ci informa su quel pianeta lontano e sconosciuto dove abbiamo ben saldi i piedi. Fare poesia con il metro libero è simile a camminare su una corda a 100 metri dal pavimento. La Josifova ci riesce con una naturalezza sorprendente, cammina sul filo senza ricorrere ad appoggi (a zeppe, ai facili tropi), sta qui la classe di una poesia, che sa camminare con le proprie gambe senza avere la supponenza di voler pronunciare parole o sentenze definitive, senza voler apparire gnomica o aforismatica, dice cose assolutamente normali, con una voce assolutamente normale, non alza mai il tono, non carica mai il lessico, non alza mai la voce. È la poesia di un eccellente poeta, inoltre, non è poesia né maschile né femminile (come va di moda presso il sottobosco italiano), non pretende di disvelare verità sbalorditive o transmentali. Sì, è vero, non usa la metafora perché la Josifova preferisce la fedeltà alla parola referente, è una scelta di posizione, una opzione estetica. E poi lo straordinario coraggio di pronunciare una vocale e andare subito dopo a capo. A me sembra di una audacia straordinaria, quanti poeti possono permettersi una simile disinvoltura? 

 traduzioni  a cura di Alessandra Bertuccelli

Mi metto in una posizione comoda

Sul divano, il cuscino, la coperta morbida,
i libri.
Anche l’illuminazione è buona.
Non viene nessuno,
ma non perdo la speranza
che entri e che dica
in tono di rimprovero:
e anche questo governo è caduto
e tu leggi Lao Tsu.
Al che rispondo:
esattamente.

Doni

Hai una scure e un’isola.
L’isola ha un albero.
Proprio quanto basta per scavare una piroga.
Sali nella barca.
Ti stacchi dalla riva puntandovi il ramo più dritto dell’ex albero.
La corrente giusta afferra la barca.
La ferma sulla costa del continente.
Ti metti a vivere lì. No, non sulla riva, in città.
La barca è marcita da tempo.
Non sai il nome – non lo chiedi -di quell’isola.
Né di quell’albero.

Ekaterina Josifova

Ekaterina Josifova

Coercizione

Ti chiede lei, nel caso ideale, in una cella singola
con uno strumento, ad esempio un violino
e ti dice: esci di qui quando saprai suonare.
O in una cella con un cinese:
uscirai quando inizierai a parlare il cinese.
Non hai mai voluto che scrivessi una poesia.
Ma è utile:
posso aggiustare il fornello.
Posso smontare la serratura.

Gioco degli aliossi

Il gioco degli aliossi esige destrezza, velocità e allegria.
Eraclito di Efeso
amava giocare agli aliossi con i bambini di Efeso, e per di più
nel tempio di Artemide. Per quanto la conosco
penso non avesse niente in contrario. I giochi
degli adulti sono non solo giochi, le opinioni
preconcette e non meritevoli di attenzione.
Quello che invece merita sgorga dal
Dissenso.
Questo scrisse quello stesso Eraclito,
accusato di volontaria cripticità e chiamato l’Oscuro.

Ekaterina Josifova

Ekaterina Josifova

Ci siamo buttati

Gli strumenti sono impazziti, sono apparse delle scritte
Pericolo di collisione! – con l’esclamativo
Sugli schermi non si vede nulla
Trenta secondi alla collisione, annuncia la voce regolare
Tutti gli allarmi sono accesi
Ma sugli schermi niente
Nella confusione
Il genio ha gridato: datemi
Una finestra normale!
Ci siamo buttati
Io più vicino, sono saltata per prima sul bancone e
Ho visto sul normalissimo tetto di fronte
Un normalissimo gatto e su di lui,
In picchiata,
Normalissime rondini
Tre secondi alla collisione
In quell’attimo
Il balcone ha cominciato a cedere.

.
In cerchio

Jack London, l’allegro Jack, l’uomo di successo,
forse segretamente annoiato
—–dagli uomini forti e dai lupi
(e un po’ prima della fine)
scrisse approssimativamente una cosa del genere:
In una clinica psichiatrica,
di pomeriggio, in un momento vuoto
(all’incirca,
—-quando inizia a riempirsi il circolo)
ogni giorno una grassa, una brutta,
———-ragazza minorata,
seduta beatamente con le mani in grembo,
———-in cerchio con un’altra
decina di grasse, brutte
———-ragazze minorate,
dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Poco dopo un’altra grassa,
———-brutta, ragazza
minorata dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Dopo un altro po’ si sente la terza:
“Quanto sono…”
E così
via.

Ekaterina Josifova copertina

Un grido

Non è così vicino, non può capire uno
Che è un grido umano?
Può essere un uccello notturno o un uccello in generale
Che imita
Il grido umano,
Un uccello canterino
O qualcosa di totalmente diverso, ad esempio
Un grido umano
immaginato
o
un grido umano, ma
addormentato, un grido nel sonno e
quindi niente di male,
è
solo qualcosa di notturno,
l’ho sentito.

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POESIE SCELTE di Gyula Illyés (1902-1983) traduzione di Umberto Albini con un Commento di Valerio Gaio Pedini

 

Gyula Illyés poeta, prosatore, drammaturgo ungherese (Rácegrespuszta 1902-Budapest 1983). Di origine contadina ma inseritosi nelle sfere più alte della vita intellettuale, Illyés si fece interprete di tutte le tensioni sociali dell’Ungheria. Implicato alla fine della I guerra mondiale in un moto insurrezionale per una radicale riforma agraria, dovette espatriare e vivere per alcuni anni a Parigi, dove strinse amicizia coi poeti dell’avanguardia. Tornato in patria, divenne capostipite degli scrittori sociografici, tutti fautori della riforma agraria (si vedano le sue prose autobiografiche Il popolo delle puszte, 1936) che, riunitisi dopo la II guerra mondiale nel Partito nazionale contadino, videro frustrate le loro aspirazioni a causa della kolkosizzazione imposta dai sovietici. Illyés è autore della più penetrante biografia-monografia su Petöfi, di cui condivisse gli ideali poetici, come quello della libertà. Nonostante questo irrefrenabile anelito alla libertà, la concezione di vita di Illyés è pessimistica. Secondo Un periodo sulla tirannide (1956) l’individuo non può sfuggire alla coercizione nemmeno attraverso la morte; secondo la tragedia I puri (1970), ambientata nel Duecento degli albigesi, l’annientamento dell’espressione materiale di un’idea annienta l’idea stessa. Nella lirica e nella maggior parte delle sue prose, nonostante la grande varietà dei temi, la fonte principale dell’ispirazione di Illyés è la reminiscenza. Solo nelle mirabili disquisizioni sulla morte, Nella barca di Caronte (1972), i lumi della sua penetrante razionalità sono rivolti al futuro. Altre opere: la raccolta di drammi Umanizziamoci (1977) e la silloge poetica Testamento particolare (1978).

Budapest città vecchia

Budapest città vecchia

Commento

Fu studiando l’opera poetica di Miklos Radnoti e di Gyula Illyés che compresi presto la grandezza della poesia ungherese, ed è di Illyes che ora mi accingo a fare un commento. Illyés  (1902-1983) è stato dalla critica considerato poeta contadino (possibile?), poeta sociale, poeta impressionista (possibile?). Ma pare che poi alla fine ci si debba arrendere ed iniziare a prendere i testi e a scomporli progressivamente, per carpirli, e poi rigettarli interi, per gustarli in toto, affinché il motto della Gestalt “il tutto è più della somma delle parti” abbia una certa funzionalità sotto il profilo strettamente critico. Mi accingo a prendere delle parti, delle singole parti, affinché si noti poi il tutto, ben più eloquente delle singole parti.

Quando Umberto Albini nel 1967 curò il volume Poesie per Vallecchi Editore, introducendo le sue traduzioni, comprese e affermò un fattore importante per inquadrare la poetica di Gyula Illyés: “Forse il segreto dell’arte di Gyula Illyés poeta ‘contadino’ consiste nella sua capacità di mescolare e alternare elementi così contradditori come idillio e collera, elegia e furore, impeto di riforma e primitiva felicità”.

Da qui mi sorge la definizione poetica definibile con il termine Contrasto, poiché senza un contrasto nel verso, la poesia è scialba, insapore: la poesia con la culinaria ha questo in comune: un piatto salato risulta più saporito e gustoso se gli si accosta un qualcosa di dolce. Una poesia solo salata, come una poesia solo zuccherosa arrischia di provocare una tremenda gastrite poetica.

Invece Gyula Illyés non ha tali sbavature, nella sua poetica riecheggia tutto il contrasto della migliore poesia Latina e Greca, ove il bucolico si alterna ad un concetto di dissapore meccanicistico e lì si profila lo scontro “natura-industria”, “contadino-operaio”.

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Vedi come fuma già la nostra vecchia Mecsek.
La corrente della nebbia autunnale si getta ai suoi piedi
In schiume dense. Scuote un vento beffardo
I rami striduli degli alberi, le ultime frutta,

incorona di antichi dolori le nostre giovani teste.
Scende su noi adagio l’inverno, Anna… e una tristezza  secolare
Vola, freddo messaggio, dalle valli del Kapos mute ormai.
Ascolta, solo la pavoncella pigola, raduna i suoi figli per il viaggio.

Una settimana ancora e sarà brullo il paesaggio,
e di nuovo cadrà sudicia pioggia, spazzerà via il tappeto di porpora
delle strade addobbate come chiese…gli zoccoli
delle bestie sguazzeranno nel fango cinereo,

gorgogliando singhiozzerà l’acqua giù per la gronda…
Ma non versiamo lacrime! Si dissolve questa bufera
Per i suoi veleni e un silenzio fecondo calerà
Come neve sui sogni della semente…Attizza il fuoco,

tessi  le tue braccia scure attorno al mio collo,
e canta il concerto ininterrotto dagli uccelli, canta
gli agnelli ricciuti ruzzanti, un paesaggio che resista
da cui il bruno mietitore porti via la spiga come un figlio.

Gyula Illyés

Gyula Illyés

La poetica di Illyés, si delinea in un bucolicismo mica poi più di tanto bucolico, tratta temi sociali del mondo contadino reso schiavo dal capitale.E con questa spinta morale, incisa in contrasti di dissapore, si profila una situazione che alterna stagnazione a dignità, in una ritmica che non stanca. Sembra che con quest’ars popolaresca l’accostamento allo stridente Bartok della musica folkloristica slava vada a genio, tant’è vero che Illyés ne fa una poesia (Bartok), di cui inserisco i primi versi:

Cacofonia? Per loro, ma per noi
Consolazione.
Cacofonia? La parola-bestemmia
Dello schianto , per terra, di un bicchiere
Il lamento  di una lima che geme
Stretta fra i denti di una sega,
sono studiati da voce e violino,
che non ci sia serenità né pace
nell’elegante sala da concerti
dorata e riservata, finché manca
nei cuori foschi di dolore.

Budapest panorama

Budapest panorama

È della parola quale «bestemmia» che Illyés trae la sua forza, ed in questa bestemmia trasuda una guerra secolare e la morte, che non ha mai dimensioni di retorica posticcia e di patetismi. Forse che la poesia di Illyés trasuda di un orrido tutto suo, credo si debba assodare, ma resta un orrido pieno di grazia. Quindi è assodato che la poetica di Illyés, coprendosi col suo“manto contadino”, ha una molteplice funzionalità, e anche quando si chiude resta aperta e quando si apre è ascendente concettuale e metaforico. Ed è con questa poetica che l’altare dell’impressionismo quale purezza crolla, direi che l’arco è teso, come in Van Gogh, ad impressionismo che s’indirizza all’espressionismo: un poeta isolato, che racchiude le forme europee, ma che rappresenta la nazionalità magiara distrutta.

Sei magiaro? Non sei neppure quello,
sei solo un servo triste.

Le lacrime, il dolore, il bel tormento:
sono di chi ha le terre.

Se tu fossi tedesco, garriresti,
forse, di fanatismo,

oscilleresti con migliaia, come
sul prato i fili d’erba.

Forse, se fossi ebreo, maledizioni
Scaglieresti piangendo

E quando cessa la brezza leggera,
morresti con milioni.

Sei ungherese? Precipita allora,
come la foglia

fra centomila cuori doloranti
dall’albero degli avi,

che non ti custodisce , non ti nutre,
che forse è già abbattuto.

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Azzardo che alcuni colleghi «ingenui» e abituati alla strana ars paragonica, trovando analogie col poeta contadino russo per eccellenza, o meglio col poeta proprietario terriero Esenin, inizierebbero a muoversi in un vortice di paragoni, ignorando il semplice fatto che due poeti, seppur possono avere analogie di vicissitudini, hanno diversità stilistica e di percorso poetico: però mi duole dire che qui erro, e commettendo un reato critico, mi slancio in un paragone,valutando i due poeti nella fase finale del loro percorso poetico similari, e con similarità intendo che, andando avanti e facendo scorrere le pagine dei due poeti contadini si nota che il fervore poetico si disperde, entrando sempre più in un vortice dell’intimo: un intimo che in Esenin resterà lirico-contadino e in Illyés crepuscolare e metafisico.
Ma è proprio arrischiandomi a fare un simile commento inusuale per la critica che mi sbilancerei in un reato critico di pessimo gusto, quindi devo contraddirmi ed utilizzando le parole di Albini, conchiudere questo appunto che dovrà pur essere continuato in altri fronti: “Non vorrei operare una divisione netta tra il primo Illyés, soprattutto irruento e veemente, e un ultimo Illyés più assorto e raccolto, tra un primo Illyés più interessato alle leggi che governano la società e un ultimo Illiés soltanto pensieroso o turbato delle leggi che regolano l’esistenza. Tumultuosità e ardore, anche messianico, non si sono mai spenti nel poeta: subito in apertura di Uj Versek , un ‘opera del 1961, il richiamo a Mosè:

guarda l’avvenire come un Mosè
e anche mille volte bruciato non può essere ucciso

è indice di una continuità di passione. E l’Illyés degli anni ruggenti non è solo fiamma e passione che arde, violenza d’impulsi che a volte si acquieta per agreste dolcezza: in una lirica come Sei lieve, dove è assente ogni venatura bucolica, l’elemento fondamentale è il fuggevole, il caduco”.

(Valerio Gaio Pedini)

(Poesie tratte da Poesie di Gyula Illyés, Vallecchi, Collana Cederna, traduzione di Umberto Albini)

 

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Canta poeta

Sulle mie orme trotterella un vitello mite,
sono qui, arrivo dalle colline,
il sole ha cinto la mia fronte dura di una corona rossa,
come Arione,
e mi hanno mandato a cantare.
Al mio canto l’aria si riscalda, brilla di miraggi,
se parlo dei miei sogni.

Punto diritto innanzi a me, ogni tanto mi fermo, sotto il gelso,
dove sta all’ombra, in una brocca di argilla,
la dolce acqua da bere, medito, non trovo pace in nessun luogo,
cammino, commino sempre, il ritmo
dei miei passi culla i miei freschi pensieri,
i miei sentimenti nuotano in onde morbide
sopra i campi di segala.

Ai miei piedi la terra sorride di arguti segreti;
è mia questa terra, mi ha allevato.
Il sentiero tra i campi o il terriccio di seta furono le miei fasce
Sotto i cespi di patate chiocce.
Il cielo mi faceva il bagno e mi cambiava con le sue calde dita,
mentre mia madre zappava giù dalla valle.
Sono cresciuto con gli alberi, le giovenche, i venti, con migliaia
Di fratelli di latte chiassosi.

La sera torno a casa stanco, al mio fischio si ferma la lepre,
mi saluta: vivi bene, fratello!
All’imbrunire sboccia il mio cuore, si copre di rugiada.
Sto seduto presso l’uscio della soffitta o su un covone di fieno,
sognando dell’altra patria delle cicogne.
Dirigo i concerti della notte, quello delle rane, dei cani,
e sul fare dell’alba, quello degli uccelli.

Ma talvolta la mia fronte si oscura, la corona mi cade
Con uno schianto.
Nel fumo del comignolo il naso mi ricorda la pelle
Bruciata di Giorgio Dozsa:
come se avessi mangiato un boccone del suo corpo, lo stomaco si ribella,
il mio sputo è vetriolo,
coll’aiuto di Dio potreste vedere come corrode, nero.

(1928)

 

Saluto da Vienna

Sulle case operaie, ancora i segni
Dei colpi di mitraglia. A parte questo,
l’ordine regna sovrano. E’ protetta,
la cara Vienna, da Dio e da Fey.

Nelle vetrine scintillanti, perle
E salsicce, in collane luminose.
E silenziosi passano i pezzenti
Dinanzi ad esse con sguardi di cane.

E’ pace dappertutto. Brilla dentro
L’anima dei fucili, sui cannoni.
Con volti lisci giacciono i ribelli
Al cimitero, ben allineati.

Suonano le campane, Il nipotino
Dell’eroe della lotta contro i Turchi
Borioso sfila in testa alle sue truppe,
che han domato fornai e lavandaie.
(1935)

 

Gyula Illyés

Gyula Illyés

Lettera

…Non c’è speranza, insomma: vivo come
I poveri, saltato il pasto,
sino alla sera di fame.
Solo il tempo mi pensa ,qui.
Non ho voglia di illudere
Neppure per affetto: «chi?», dimmi.

Nel petto il cuore è un fanciullo precoce;
sa e vede tutto, come me.
In due così stiamo seduti: briciole
Sulla tavola e stelle alla finestra,
l’unica mia finestra, mi chiariscono
dove sono. Mi sporgo
come dal treno: ed il fruscio dei tigli
scende la corsa veloce del secolo.

(1936)

Tra due fattorie

Sulla carta la matita scricchiola (c’è sabbia nell’aria):
schizzo impressioni, girovagando a piedi,
per te, mia patria. Seguono le mie orme
i posteri, e, più in qua, due gendarmi a cavallo.

(1936)

 

Filologia: su una pagina bianca di una grammatica vogula

Balena un lampo, si avventa un turbine, ardendo, attraverso la steppa,
dentro vi sgambetta e suona il violino un figlio di Satana,
il cielo rimbomba: pie genti che rientrate a casa la sera, inginocchiatevi!
Con fragore un dio sinistro si precipita dall’oriente.

Ma passe lieve sul paesaggio-rapide si dissolvono le nuvole,
venere appare in cielo e comincia la sua lieta danza.
Laggiù, in fondo al villaggio, la finestrella di un’osteria
Cola nella sera fresca una luce giallognola e un canto fioco,
che a tratti s’arresta.

Davanti all’osteria una panca. Su di essa sono seduti nove
angeli custodi
pagani: non possono entrare-così come vuole usanza
antica-
in un luogo impuro, e attendono i loro padroni
e ciascuno racconta, amareggiato, il suo triste destino.

Ti supplico con polenta e dolcetti- si sente dal vicinato
La litania di un contadino che leve al cielo le braccia, lamentandosi:
tu, dio potente, fammi passare il mal di schiena…e alza la polenta,
la depone, la mangia.

…Dice la religione della tribù che chi è morto
Ancora per quaranta giorni frequenta i posti abituali,
accompagnato da un angelo e dalle sue azioni: giustifica le cattive,
commenta abbondantemente le buone a messo divino.

Ecco, un vogulo sta attraversando la collina e discute con un angelo,
accennando a un cespuglio folto: si arrestano lì,
il buon vogulo diventa rosso, alza le spalle…
ma già si sono messi d’accordo, si danno la mano e spiccano di colpo il volo.

Si sparge un dolce profumo. La pace è così profonda che i cavalli
Si sdraiano sul ventre nelle stalle, il toro arcigno respira
Come un lattante, nel buio il vitello cerca la madre, mugge la vacca triste:
per un istante si sveglia tutta la Siberia…

Ragazzo, ti piace questo paesaggio? Ti sono venuti a noia i rombi feroci dell’Occidente
E il cielo coperto dal fumo degli schianti,
pensi che troverai quiete in questo paesaggio, sopra il quale la luna
traghetta proprio ora nella tua barca una vergine morta?

Voglio arrivare ad un paesaggio così calmo e anche più calmo.
Sotto un cielo così si distenderebbe la mia fronte ansiosa
E scorderebbe le amare memorie, le leggi stolte di un mondo vuoto:
sguscerebbe nel mio cuore un po’ di serenità libera.

Avrei un cavallo, gli allenterei le briglie sul collo morbido,
lontano dalle strida dell’Europa, camminerei lento, solo
nell’irraggiungibile terra nativa: seguirei coraggioso
il mio impulso verso la segreta madre , il cui volto, da sempre

vive nel mio cuore, intorno al cui grembo trema la calda patria delle favole,
Me ne andrei canticchiando, ridacchiando sottovoce, mi fermerei ogni tanto;
getterei, saldo sul cavallo, un ultimo sguardo dietro di me, e poi,
svanendo nel sogno, diverrei anch’io, lentamente un allegro eroe delle favole…

(1936)

Gyula Illyés

All’anima pannonica

Terra dell’armonio, Pannonia! L’andiyo
Della fortezza ha di marmo il pancaccio
Per le frustate, e rimanda al villaggio,
come una tromba, le grida e i gemiti.

Ho meditato su questo gioiello,
pensando su chi mai sperimentarlo,
a quale peccatore fare urlare
le colpe: i padri miei eran soldati.

Ma l’incertezza mi assalì: qualcuno
Non ci vedrebbe me disteso? Iservi
Della gleba miei padri, in me fremettero:
giustizia, non crudele ritorsione!

(1947) Continua a leggere

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SETTE POESIE di Otokar Březina traduzione di Antonio Sagredo (A. D. P) e Kateřina Zoufalová  Presentazione di Antonio Sagredo (Parte II)

Museo del poeta

Museo del poeta

 Otokar Březina nasce il 13 settembre 1868, a Počátky, piccola città “nella regione di  Tábor, sulle alture ceche-morave, ai confini con la Moravia, Václav Ignác Jebav,; “più tardi, il grande poeta della vita e della morte e del silenzio, è conosciuto sotto lo pseudonimo di Otokar Březina”. La sua è una famiglia umile, modesta, devota e rispettosa delle tradizioni etico-religiose. Entrambi i genitori, il padre, il calzolaio Ignác Jebavý e la madre Kateřina, erano prima della sua nascita, persone già anziane.  I parenti della madre erano evangelici, ma uno di loro si imparentò con una famiglia cattolica.

Durante i primi anni alla Scuola comunale a Počátky, il poeta si lega di febbrile e tenera amicizia con un suo compagno di scuola così che l’amicizia è il suo primo più importante sentire, la quale è letteralmente, storicamente rilevante per la genesi dell’opera di Březina. A questo suo amico dedicò alcune poesie che si possono considerare i suoi primissimi componimenti poetici. Giovanili componimenti, e già senza luce alcuna, pieni invece di un fatalismo e pessimismo di cui il poeta si nutre. Questi componimenti possono dare la chiave per molti tratti del suo carattere e del suo sviluppo.

Si può affermare che è l’amicizia – per il valore che il poeta a questa conferisce, altissimo e spirituale, ma anche morboso – una delle cause della sua iniziazione alla poesia: il lievito, il fermento di questa iniziazione è la solitudine. La poesia di Březina avrà aspetti più gotici che barocchi. In verità, questi due aspetti, si alterneranno.   Già studente liceale, nella cittadina di Telč  prenderà la  difesa ad oltranza degli eroi e delle lotte nazionali, di Hus (arso vivo nel 1415) e della rivolta hussita, dei fratelli boemi, di Giorgio di Poděbrady: il capo degli ultraquisti ussiti  e futuro Re di Boemia; e infine il desiderio di un nuovo e diverso cristianesimo.

praga ponte carlo

praga ponte carlo

Insomma il poeta  questi anni liceali li vive tra compagni della sua età, e partecipa ai discorsi sulla letteratura e sulle scienze, perfino recita e declama la poesia polacca che d’altronde avrà una influenza, ma non decisiva, sulla formazione del suo verso. Il suo pessimismo è vicino a quello di Giacomo Leopardi e di Alfred de Vigny. Fu grande saccheggiatore costruttivo di biblioteche.

Gli bastarono  una decina di anni per realizzare la sua opera di Poesia, principalmente dall’inizio del 1891 al 1901; poi sino al 1903 e oltre ha prodotto pochi altri versi e prose. La sua prima opera in prosa, che anticipa quella in poesia, va dal 1886 al 1890 fu da lui rinnegata, poi che si trattava in gran parte di imitazioni di vecchi movimenti romantici e zavorre sentimentali.

Bruciò un romanzo, l’Eduard Brunner, nel quale riponeva grandi speranze, e  se non l’avesse fatto, avrebbe avuto non poche difficoltà a fare quei versi che sono il fondamento della poesia moderna ceca.   Ma in prosa scrisse una serie di undici saggi non a caso intitolata Hudba pramenů (La musica delle sorgenti)], che ha affiancata, sostenuta, guidata e modellata una parte consistente della sua produzione in versi dall’inizio del 1897 al 1901, e più oltre. Questi saggi sono scritture che trattano di argomenti religiosi, orfici, esoterici, trascendentali, mistici, teosofici, simbolici ecc., insomma tutto quell’armamentario che sconfina nei misteri e nei segreti insondabili e incomprensibili che sono dietro le creazioni delle opere umane.

Praga

Praga

Si donò al silenzio e corrispose però con centinaia di suoi conoscenti: poeti, artisti, filosofi. Studiosi di chiara fama e traduttori d’ogni paese invano lo spronarono  a continuare a far Poesia, senza preoccuparsi loro delle ragioni primarie che lo assillavano da tanto tempo… come, in primis, il pericolo di ripetersi e di diventare un pedante impertinente. Poi che  già presagiva la nascita di una nuova anima in lui, che richiedeva una nuova forma, e un silenzio. Rimase orfano d’entrambi i genitori a 22 anni: evento che acuì fortemente il suo pessimismo già malsano, terribile, senza scampo che non gli dava requie, tanto da fargli  desiderare un destino simile a quello di Leopardi, che conosceva molto bene. Un letale e fatale pessimismo gli faceva desiderare la sua morte e quella della Natura stessa, e quel Nulla di Schopenhauer, come unica fede da seguire e in cui credere! Ma la filosofia del tedesco invece gli aprì allora la mente.

Da quel pessimismo se ne uscì fuori con una rassegnazione attiva (al contrario di quella orientale, che è passiva), aiutato da tanti poeti più vitali di lui, come per esempio,  dalla natura vulcanica dell’americano Walt Whitman.    Ma fu lo spirito ditirambico di Nietzsche che gli dette una scossa grandiosa, ma poi infine dovette scegliere, e scrisse: “Non il superuomo di Nietzsche, ma il magico titano di Novalis”.

Otokar Březina

Otokar Březina

 E infine  sono stati i Fiori del male di Baudelaire che migliorarono la sua maniera di far versi, ma dallo spleen e idéal, dal concetto salvifico della mort che possedeva il francese si allontanò poi che ritenne  la sua ebbrezza non dovuta affatto all’uso di alcol e droghe, ma alle immagini allucinatorie del suo stesso fantasticare di cui si nutriva. Quanto amò la corrosiva ironia decadente di Laforgue e lo spirito acuto e sprezzante di Heine! E  Verlaine più di Rimbaud! La musicalità del primo lo affascinava. Altra sua conquista fu che assunse per se, per la sua poesia la limpidezza lirica di Hölderlin, come un corroborante esaltante che gli dette vigore!

Intanto la forma della sua poesia diveniva sempre più raffinata (lezione del suo Maestro Mallarmé), tanto che un eccellente critico, Arne Novák,  sentenziò che possedeva  “il dono eccezionale dell’eufonia…l’instancabile inventiva nella rima, per cui il poeta è riuscito a usare felicemente tutte le più riposte possibilità musicali”.  Fu grande anche il suo amore per la musica di Beethoven da dedicargli versi “eroici”, e per il pittore, il lituano Curljonis, che nei suoi “quadri musicali” si ispirò al tedesco..

Il suo silenzio ebbe inizio nel 1901 fino alla sua morte nel 1929: il suo periodo creativo durò una decina di anni, poi ritenne di non scrivere più versi : questo il suo silenzio: il suo timore di divenire accademico, pedante, ripetitivo; scrisse è ovvio ancora, ma con l’ultima delle sue cinque raccolte, Mani, terminò la sua poesia! Era sicuro di se stesso, di ciò che aveva scritto e donato alla Poesia, così scrisse chiaramente che “Di tutte le rivelazioni che l’arte ha fatto nel corso dei tempi, solo una piccolissima parte si conserva nell’opera d’arte e nel libro. La maggior parte di esse scompaiono con le anime che poterono o dovettero sognare le loro vittorie in silenzio”.

Otokar Březina cop Ecco le motivazioni: il timore di diventare, dunque – troppo barocco, gotico, metafisico, mistico, esoterico, religioso, estatico, analitico, sintetico, orientaleggiante, cosmico, mistagogo, più eretico che cattolico e viceversa, e così via – era reale: tanti gli -ismi che ha dovuto sopportare! E tutti gli stavano stretti! Disprezzò allora tutti gli –ismi che gli avevano  appioppato. Visse solo per amore delle sue parole, i versi, le metafore, le forme, le immagini intricate… si nutrì traverso la sua conoscenza enciclopedica dei pensieri dei filosofi e dei sogni dei poeti del passato, perfino di quelli dei contemporanei, ma con discrezione. Dette loro più lustro depurandoli coi suoi versi, raccogliendo di loro tutto ciò che potesse servire per proiettarli ancora di più nel futuro, dentro e fuori di tutte le arti.

In alcuni luoghi del suo cervello e del suo cuore risiedevano visioni di un rinascimento cristiano (e non cattolico come affermava con dichiarazioni arbitrarie il polemico e bravo scrittore sacerdote Jakub Deml) e di un risorgimento delle opere d’arte di tutti i secoli passati e presenti verso un futuro dove la fratellanza umana si potesse mutare in mistica, cosmica e universale. (questo suo traguardo era il suo ideale… il suo limite!). Non si capacitava che proprio a lui, che non era un presuntuoso, che era nato nel 1868 in un paesino moravo, Počátky, a sud-est di Praga, erano venuti in mente simili grandiosi pensieri con cui costruì, come una cattedrale, i suoi versi a cui attinsero decine e decine di poeti, anche stranieri! R. M. Rilke che lo lesse restò quasi di sasso! L’editore di Kafka, Kurt Wolff lo pubblicò. Fu candidato nove volte al Premio Nobel, senza che muovesse qualcuno o qualcosa per ottenerlo!

La sua vita fu monastica in assoluta solitudine. Ebbe per compagno il Pensiero, fin dalla sua origine, dei Grandi Uomini, che nutrì la sua Poesia, e quanti fratelli ebbe: quelli morti per difendere il proprio e  libero pensiero: i grandi martiri eretici, Jan Hus, Giordano Bruno e tanti altri. Parteggiò per i suoi Fratelli Boemi, per l’insegnamento pedagogico di Comenius! (che ancora oggi detta legge nella Pedagogia!). Studiò e amo i grandi Padri della Chiesa! E i grandi mistici di tutte le terre e i filosofi d’Oriente e d’Occidente: i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, e tutti gli altri vedeva uniti da un infinito abbraccio fraterno!

Dostoevskij e Tolstoj, dopo averli ammirati, li abbandonò perché per aver  troppo scavato nell’animo umano, si smarrirono. Parole di grandissima ebbe stima per Puškin e Lermontov. Rifiutò “le fantastiche teorie di paradisi in terra… dalla repubblica di Platone per finire a Proudhon e Marx” testimoniando una mente aperta e chiaroveggente! Divorò le visioni, le allucinazioni creative di Omero, Dante, Milton, Blake, Poe, Byron! E come Shakespeare, Tasso e Cervantes gli fecero conoscere  l’animo umano! Non posso elencare tutti gli autori che lesse. E poi,  le donne, le poetesse: da Saffo a Gaspara Stampa, alla diletta Emily Dickinson, e la Browning  e tante altre, di cui tanto scrisse nelle sue corrispondenze agli amici, specie alla sua amica teosofa Anna Pammrová. Lesse i poemi tibetani, i canti andini ed egiziani, e Gilgamesh, quasi tutti i poemi dell’antichità, prima di Omero! E i poeti greci e latini: Anacreonte, Catullo ecc. Quante loro tracce nei suoi versi! Forse troppa cultura sostenne la sua Poesia! Quando scrissi la tesi su Otokar Březina: profilo critico (1974-75 – unico relatore A. M. Ripellino) mi andavo smarrendo giorno per giorno per colpa della sua vastissima e profonda cultura!. Impossibile conoscere tutti gli autori che lesse e studiò e amò!

Otokar Březina

Otokar Březina

 Coi poeti contemporanei della sua terra firmò manifesti (gli ultimo anni dell‘800) per il rinnovamento della poesia ceca; ma quelli più giovani di lui, coi loro esperimenti linguistici di primo novecento lo lasciarono indifferente. A Jakub Deml (A.M. Ripellino lo definì “un antenato del surrealismo ceco”), che gli parlava del giovane talentuoso poeta Vítězslav Nezval, rispose “del resto il surrealismo non è nulla di nuovo” aggiungendo che “già in Shakespeare si trova questo linguaggio, come nei pazzi”.

Březina cantò in versi, in cinque raccolte (nomino in corsivo i titoli rispettivi), le oscure e splendenti Lontananze misteriose, le aspettative e le speranze conflittuali degli Albori a occidente, i gelidi Venti dai poli violati dalle prime spedizioni artiche moderne, le esaltanti e mistiche azioni dei Costruttori del tempio, e infine il lavoro festante e faticoso e socialistico di tutte le Mani  liberatrici, con cui  terminò il suo viaggio nella Poesia.

Březina seppe estrarre dal sapere universale una bevanda vitale composita del Pensiero e della Poesia dei secoli passati…  e quante culture e scienze mescolò al suo Presente! Il risultato fu un vino di primissima qualità, come il vino di Hafiz! (che conosceva) – una tecnica magistrale della versificazione che ha sostenuto lo sbalorditivo cromatismo delle sue immagini, che sostiene ancora oggi la poesia ceca. L’uso delle metafore e anafore incessanti il poeta praghese Nezval lo apprese da Březina.

Affermò che il poeta è il creatore di ciò che sorseggia, assapora; beve questa bevanda, la Poesia, inebriandosi, e questo atto stimolò simultaneamente gli umori e le forme dei suoi versi: così si  generò la sua Poesia! Ma questo lavoro di faticosa e riuscita liberazione lo si sente specialmente nella  tecnica versificatoria, nelle strofe rimate (che non sono una prigione!), e nei sonori ritmi, talvolta tortuosi, perfino nella sua grafia precisa, inappuntabile… tecnica eccelsa le filosofie e poetiche unite ai suoi umori che si addensano in oscuri-chiari pensieri e incidono profondamente sulla qualità delle immagini, metafore, altre figure… come il ditirambo dionisiaco dominante, il verso libero, l’alessandrino… e le strofe impeccabilmente rimate e limate, segnano conquiste liberatorie e lezioni a non finire per futuri poeti. Giocò come un invasato (ma controllato) e vinse una partita equilibrando l’ebbrezza dionisiaca col suo desiderio apollineo, preferendo infine  quest’ultimo (Novalis). Per questo poi abbracciò il cammino di una fratellanza e di un ottimismo universali, che gli era congeniale, ma tutto ciò fu distrutto dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Gli sembrò che il mondo (i suoi mondi) gli crollasse intorno, beffeggiandolo, eppure ebbe il coraggio della speranza e nonostante le tragedie, il suo ritornello “dolce è la vita” restò intatto, perché voleva donare una ultima emozione, un sentimento ancora perché non risultassero aridi e freddi i suoi versi. (Tanti furono i poeti e i critici che trovarono i suoi versi… gelidi! Che errore critico!).

Březina fu tradotto in tante lingue; i primi suoii due traduttori furono un polacco e un italiano… glielo riferì l’amica teosofa Anna Pammrová in una lettera del lontano 1896; ed era appena agli inizi della sua produzione poetica. Ha influenzato la Poesia ceca (e non solo) a lui contemporanea e quella dopo di lui profondamente (la stessa azione di Dante o Puškin), come per esempio la poesia di Halas, Holan, Nezval, Seifert, Josef Hora, Zavada, ecc. Anche se il vero fondatore della moderna poesia ceca è stato il romantico Karel Hynek Mácha, vero antesignano del  surrealismo ceco, secondo i poeti surrealisti cechi.

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Era cosciente che le sue metafore erano fuori del comune! Grandi poeti contemporanei stranieri hanno lodato la sua maestria, e di ciò si meravigliò  fortemente. Insomma, ha influenzato profondamente persino l’arte figurativa: artisti e poeti simbolisti e  surrealisti sui quali le sue visioni hanno agito fortemente.   Difatti un suo amico fraterno, il grandissimo scultore František Bílek, che non è secondo affatto ad August Rodin, ed è pure un raffinato disegnatore e pittore, ha subito il fascino dei suoi versi e li ha illustrati con disegni e grafiche, e perfino con straordinarie sculture lignee e di pietra. Tanti artisti hanno illustrato molti suoi libri di poesia,  come Váchal (di cui ho visto tutte le cinque raccolte illustrate a colori pagina per pagina, nel Museo dei manoscritti nazionali in quei primi anni settanta), e poi il cupo Konůpek, che ha prediletto gli aspetti più romantici e dionisiaci del poeta.

Trionfali elogi gli giunsero dal grande critico letterario František X. Šalda. E infine fu definito da uno dei suoi primi estimatori, Sigismund Bouška, già nel 1896, a 28 anni!, “poeta per poeti”, un Maestro!,  a quattro anni dalla sua prima pubblicazione!   Poeta visionario, essenzialmente, comprese come pochi le tensioni tra due secoli: l’800 e il ’900, e che, con la sua alta e profonda cultura, ha sintetizzato la fine di un’epoca della Poesia: Březina è l’ultimissima propaggine romantica e uno degli ultimi grandi poeti simbolisti…  del simbolismo ne vide la fine senza rimpiangerlo affatto!  Notizie recenti riferiscono che fu candidato otto volte al Premio Nobel.

(Antonio Sagredo)

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina biblioteca

Somigliante alla notte…

Di nuovo un dolore lontano fu avidamente assorbito attraverso una gelida
nebbia nello splendore dei miei sguardi, e mi congelava
la rovente esalazione
dei colori nel disco biancastro delle afflizioni. Il mio desiderio,
soffocato, aveva timore di toccare, in un tremore malsano,
i brucianti pensieri delle tastiere.
La mia anima vestiva l’abito del crepuscolo ordito da cocenti raggi,
e scendeva giù il silenzio in giaciture profondissime, sepolcrali,
per il degradare delle scale.
Desolato se ne andava il giorno, salutato dal pietoso scandire
delle ore,
come via da me, dal letto di un morto, nella sua malinconica lontananza.
Solo il dolore mi soffiava con quel respiro profondo
che canta la Risurrezione,
non soggetto al tempo, vittorioso nemico del sogno,
somigliante alla notte che spia con unico sguardo fin dentro
tutte le finestre,
e spalanca a tutti gli sguardi l’unica finestra verso un giorno eterno.
Mi soffiava con un respiro profondo solo il dolore dove giace nascosto
l’urlo di mia madre, e per la misera stanza, come nella mia prima ora,
continuava mostruosamente esultante anche l’ultimo urlo,
che nelle profondità della mia anima
sorveglia la soglia di questo sogno, sempre più irrorata con le lacrime.

.
Il vino dei forti

Da una mano all’altra dei fratelli passiamo il vino dei forti
nel nostro calice;
i tempi lo preservano dal gelo sulle vigne, come il fumo
dei fuochi nel tempo notturno.
I suoi vignaioli erano Tristezza e Solitudine.
All’improvviso sentiremo come accanto a noi respira la
mistica canzone,
e sentiremo sulla bocca la coppa calda per le sue eteree labbra.
La misteriosa corrente si chiude con l’anello dei cerchi
del nostro tavolo,
ci sottrae alle leggi della terra, risponderà al nostro sogno
e la vita, e la morte.
Udremo il mormorio di fiumi invisibili che scorrono per
centinaia di anni.
Vedremo, piegata verso le acque, la nube dell’Eterno che
brilla dalle profondità come il sole.
L’ebbrezza renderà la nostra anima piena di luce, come
l’anima di future genti,
e avvelenati dal sogno moriremo davanti la nostra morte,
per risorgere e vivere di nuovo.
Leggeremo obbedienti il tuo libro, o Eterno, e assegneremo
le parole alle loro immagini.
Nel magico cerchio, grande come l’orizzonte, ci chiuderemo
per evitare l’angustia della notte.
Il tuo torrente spegnerà la nostra casa che brucia tutta
con le fiamme del dolore,
e col tuo lievito gonfierà la pasta di un nuovo pane.
Le nostre lampade saranno sorgenti dell’oblio, che si accenderà
immobile tra i venti.
Le tombe saranno per noi come giardini, e culleremo la
nostra morte con una canzone.
Discorreremo nel silenzio, e il bacio sarà l’incontro invisibile del desiderio.
La nostra risposta sarà l’illuminarsi degli occhi durante
l’abbraccio dei pensieri in lontananza.
Nei raggi del nostro sguardo fisso ciò che adesso è opaco
diverrà limpido.
Non traverseremo le nebbie delle lacrime
fin dentro la terra viva per i paesaggi dei sogni,
che l’uno nell’altro si fondono,
e le lacrime, come la rugiada assorbita dal sole sulla semenza
dei secoli, si solleveranno sopra di noi nelle porpore dei mattini.
Le nostre finestre ci mostreranno i colori lavati dalla tempesta celeste
e il veleno brucerà nei succhi dei fiori tra profumi balsamici.
Le ombre si piegheranno a noi come penne, nelle ali stellate,
che ridono alle lontananze.
I sogni, che per millenni dormivano sconosciuti alle anime,
sveglieremo sotto la copertura
dei colori e delle forme, e si solleveranno dai ghiacciai dei
poli, dalle foreste dei mari,
dalle misteriose officine della materia, e scenderanno da
innumerevoli costellazioni.
Guarderemo la serie di giorni futuri, come per una fuga
di porte vetrate dei saloni
un dietro l’altro, che il sole traversa per venirci incontro
coronato di verdi giardini.
La notte si oscura su di noi come il cielo di un’alcova profumata
degli amanti.
Il passato si dilegua nella lontananza, come il fumo delle
fabbriche della città, che tempo fa lasciammo.
I nostri pensieri avranno la vastità degli spazi, colmi dell’etere,
con cui respirano gli universi. –
Stanchi della luce porgiamo la mano all’Amica
perché ci allontani da questo luogo,
e la nostra morte sarà come la morte di moltitudini purificate.
Simile ai passi che incedono
da stanze profumate fino al tempio durante la Domenica delle Palme.

Simile alla salita sulle navi tra lo sventolio dei vessilli e il
suono delle musiche nelle orchestre.
Simile alla partenza degli eserciti verso terre conquistate,
a cui gettano rose dalle finestre.
Simile alla lieta risposta del coro dopo le parole del sacerdote
annebbiate dal mistero.
Simile al bacio che continuerà più a lungo di tutti i sistemi dei mondi.
Simile al grido di tutte le canzoni nascoste in tutti i passati
e futuri universi e anime,
e alla mescolanza di tutti i passati e futuri giorni e notti in
un unico giorno in cui non vi sarà notte.
Da una mano all’altra dei fratelli passiamo il vino dei forti
nel nostro calice;
le stelle, che vi cadevano fiorite, si gettino fin nei nostri occhi.
La punizione dei deboli sarà che scorderanno il proprio
nome durante il risveglio,
e il compenso dei forti che, nell’oscurità splendente, ricorderanno
le isole della loro prigionia.

Otokar Březina 4
Martiri

La terra respirava nelle notti dei felici, il respiro dei vigneti
li conduceva fin nei sogni,
secolari orologi delle città hanno suonato la mezzanotte,
sonnecchiavano i boschi e le acque;
soltanto le anime dei diseredati vigilavano melanconiche
presso i loro fuochi insanguinati.
Martiri del corpo, per i quali il lamento delle più profonde
sorgenti è il brusio dei battiti del sangue
e i passi delle ombre nei momenti del silenzio. Verso di
loro soffiano le parole dello Sdegnato
dagli infuocati cespugli che arsero nelle oscurità del loro essere,
e i venti, che durante la sete smaniavano di bere, saziano
solo la sete delle fiamme.
Martiri dell’amore: per loro il Giorno è continuato nella
notte, ma ha perso la sua luce.
Si sono smarriti nei magici giardini che si ingigantivano
davanti gli sguardi della loro pazzia
ed erano più rigogliosi dei giardini della terra, e le foreste
dei fiori si avvinghiavano in alto
per riempire lo spazio, per succhiare tutto il rosso dei
mattini e gli splendori occidentali,
da un orizzonte all’altro si propagavano con ventaglio di
ombre, pescavano le stelle nei calici,
avviluppavano l’universo nell’oscurità e, dalle sue profondità
con le tempeste, turbinavano
e crescevano migliaia di profumi infuocati e avvelenati,
e nella notte misteriosa,
erravano verso i confini di mondi sconosciuti – al centro
di ogni cosa, malinconici,
smarriti nella bellezza dei tramonti; la loro voce agonizzava
nel silenzio
e nessuno rispondeva; lontano giaceva il regno della donna
inaccessibile da secoli; soltanto da quell’impero turbinavano
gravosi venti
e si avvicinava nella notte della loro estate lo splendore,
la luce zodiacale prima del mattino.
Martiri del silenzio: che il Mistico uccello sentivano cantare.
I secoli sono mutati in secondi,
e quando si sono destati sono tornati nelle città, nessuno
più conosceva il loro nome;
le loro parole erano per i fratelli soltanto movenze di labbra
e gioia dei taciturni,
quando hanno bevuto il vino, e gli hanno risposto pietosamente
con segnali.
Schiavi venduti secoli prima della nascita: vincoli dei Padri
penetrati nella loro carne e nel loro sangue sciolti;
morivano lentamente per le fatiche delle loro speranze e,
con loro, fino all’esaurimento dissodavano la terra,
troppo delicata per poter sopportare i loro passi, fiorita
per la danza dei non-nati.
Martiri del peccato: i Misteriosi che invano cercavano se stessi,
chiedevano la direzione del cammino a se stessi,
alla propria ombra ironica.
Volevano conoscere i loro volti abbassati verso lo specchio di sangue
e scorgere nelle lacrime femminili il sorriso delle proprie
labbra serrate dall’agonia.
Il silenzio in fiamme si inaridiva nei loro pensieri. I silenzi
delle tombe e del tempo
come l’eco collerico della loro allegria.
I silenzi dei giuramenti e della gravezza
sulle labbra dei moribondi. E quando durante le feste
della luce uscì fuori Amore
per baciare le anime, l’ombra della colpa cadde sulle loro
guance e le mutò in invisibili.
Martiri della miscredenza: che sentivano nel sogno più
splendente le vicinanze delle più profonde oscurità,
e temevano di sognare, e languivano durante le notti del
sole e dell’anima per la veglia delle anime;
ascoltavano la voce del sangue durante la confessione di
un amore purissimo, ma non credettero alla verità,
che suonava loro simile al discorso dei dolori con le speranze.
Martiri dell’altissimo struggimento: i loro sogni erravano
di stella in stella
e morirono prima di aver raggiunto gli ultimi mondi. Sulle
bilance dei venti
pesavano i fiori terrestri, e anche quelli più eterei cadevano
sconsolati verso terra,
e la loro malinconia era attesa come il risveglio di uno smarrito:
i loro mattini aspettavano la luce del giorno, la luce attendeva la sera,
e le sere le notti, e le notti la confessione del silenzio,
e il silenzio i dialoghi delle stelle, e le stelle l’arrivo
di un altro tempo:
ma come potranno portare i venti terrestri la risposta di
un altro tempo a causa della gravità? Continua a leggere

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POESIE SCELTE di José-Flore Tappy  da   “Poesie  lunari” (2001)  (Losanna – 1954) traduzione a cura di Marco Morello

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José-Flore Tappy è nata a Losanna nel 1954 ed è autrice di sei volumi di poesia. Ha vinto due prestigiosi premi letterari svizzeri: il Premio Ramuz per Errer mortelle e il Premio Schiller per Hangars e l’opera omnia. Tappy ha anche scritto un saggio sull’artista Loul Schopfer, ha tradotto poesie dallo spagnolo e, in collaborazione con Marion Graf, le poesie di Anna Achmatova. Lavora come editor e ricercatrice presso il Centro di Ricerche sulla Letteratura Romanza all’Università di Losanna.

José-Flore Tappy  da   “Poesie  lunari” (2001)

da Lunaires , Geneva : La Dogana, 2001 “Sheds / Hangars : Collected Poems 1983 – 2013″ (bilingual edition, Fayetteville, New York, 2014).

 En plein jour
Une fourmi
Elle me hante cette nuit
 

Seishi

 
Dans ma robe de drap fruste
osseuse
plus aiguë qu’un silex
je creuse
l’étouffante noirceur
je gratte avec mes ongles
le salpêtre de la nuit
 

*

Nella mia veste logora
ossuta
più aguzza d’una selce
scavo
nella soffocante nerezza
gratto con le unghie
il salnitro della notte

*

La nuit tient tout contre elle
l’astre de sel sa poupée chauve
aux yeux troués
si sombre sa robe si taciturne
elle se confond avec le ciel

Sans refuge
partout l’emmène
poupée blafarde
d’avoir traîné
à travers toute l’immensité

jusqu’au matin
la serre la baigne
de sa sueur mobile

bouclier de nuées
contre les pluies fantômes
*

La notte tiene tutto per sé
l’astro di sale la sua bambola calva
dagli occhi forati
così scura la sua veste taciturna
si confonde col cielo

Senza rifugio
la porta dappertutto
pallida bambola
da trascinare
per tutta l’immensità

fino al mattino
la stringe la bagna
col suo sudore mobile

scudo di nuvole
contro le piogge fantasma

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Les hanches serrées
dans une étoffe rêche
j’avance
compacte
portée par mes chevilles

tout autour
cratères lumière d’écume
et de mercure

à peine si l’astre sous mes pieds
vibre

moi l’insecte elle la toile
moi l’agitée elle la sphère
moi debout elle circulaire

pétrie de terre et de fumée
avec mes rêves mes cires et mes boues

moi la chair elle la pierre
moi l’anarchie elle souveraine
moi la naine elle géante

j’irrite le silence
véhicule en tous sens
l’eau potable et de troubles marchandises
et je vaque aux besognes et j’entretiens le feu

moi la fauve elle nuée
moi païenne elle l’extase
moi la rauque elle fluide

et je raie l’espace de ma stridente aiguille

moi l’oreille elle la sourde
moi violente elle muette
moi la houle elle néant

.
Seishi

I fianchi costretti
in una stoffa ruvida
avanzo
compatta
sorretta dalle caviglie
tutto attorno
crateri luce di schiuma
e di mercurio

la luna vibra appena sotto i miei piedi

io l’insetto lei la ragnatela
io l’agitata lei la sfera
io in piedi lei circolare

impastata di terra e di fumo
coi miei sogni le mie cere i miei fanghi

io la carne lei la pietra
io l’anarchia lei sovrana
io la nana lei gigante

irrito il silenzio
trasporto in ogni direzione
l’acqua potabile e oscure merci
mi dedico alle faccende e curo il fuoco

io la belva lei nuvola
io pagana lei l’estasi
io la rauca lei fluida

e graffio lo spazio col mio ago stridente

io l’orecchio lei la sorda
io violenta lei muta
io l’onda lunga lei il nulla

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

 

 

 

 

 

 

 

 

Kaos

Têtes coupées crânes vides
roulent dans la poussière
tellement sonores
sur la terre nue
leurs fronts cognent
contre le sol

les boules
dans la main des joueurs
quand le lancer est courbe
s’entrechoquent
comme des cailloux

jeu de bandits
jeu d’assassins

Kaos

Teste tagliate crani vuoti
rotolano nella polvere
risuonano
sulla terra nuda
le fronti colpiscono
il suolo

le bocce
dalla mano dei giocatori
concludono la parabola
scontrandosi
come sassi

gioco da banditi
gioco da assassini

*

Comment user l’angoisse
comment l’exténuer

vertiges tournis
amoncellements
caillots des nuits

sous la poitrine
bolides lancés
dans une course
aveugle

*
Come stancare l’angoscia
come estenuarla

vertigini capogiri
accumuli
coaguli delle notti

sotto il petto
bolidi lanciati
in una corsa
cieca

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Mais c’est elle
qui l’hallucine
l’attractive
la fait rire ou crier
c’est elle
qui tangue et l’appelle
c’est l’iode et le chant
des sirènes et la tête
lui tourne sur le roulis
des vagues
*

Ma è la luna
ad allucinare il mare
l’attraente
lo fa ridere o piangere
è lei
che beccheggia e lo chiama
è lo iodio e il canto
delle sirene e la testa
le gira al rollìo
delle onde

*

Le ciel agite
Son bout d’étoffe
sa lune grise
dans la nuit rare

il voudrait dire
il voudrait dire

au grand train qui dévale
le temps ferraille
le temps sur rails
tout ce vacarme

le ciel agite
sa lune pâle
dans la nuit rare
aromatique

*

Il cielo agita
il suo pezzo di stoffa
la sua luna grigia
nella notte rara

vorrebbe dire
vorrebbe dire

al grande treno che viene giù
il tempo sferraglia
il tempo sulle rotaie
tutto questo fracasso

il cielo agita
la sua luna pallida
nella notte rara
aromatica

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Engourdis
bleuis de froid
là-bas
leurs yeux se perdent
au fond de leurs visages

on y cherche
on voudrait

mais l’oubli
l’oubli seul les recouvre
de la neige plein la bouche

*

Intirizziti
resi blu dal freddo
laggiù
i loro occhi si perdono
in fondo ai loro volti

vorremmo
cercarli

ma l’oblio
solo l’oblio li ricopre
le bocche piene di neve

*

L’eau des rivières
a beau couler
rien ne guérit
quand la mort creuse
des ventres déjà vides

*

Di acqua può passarne
sotto i ponti
ma niente guarisce
quando la morte perfora
dei ventri già vuoti

*

Lentement
à travers l’insomnie
descend
l’âpre théine
des larmes

*

Lentamente
attraverso l’insonnia
scende
l’aspra teina
delle lacrime

José-Flore Tappy

José-Flore Tappy

Le jour fendu
crachera-t-il ses pépins
dans nos bouches affamées

ou peut-être faudra-t-il
à nouveau
patienter jusqu’au soir
se contenter de boire
boire à la blanche mamelle
à son lait d’autrefois
doux-amer

*

Il giorno spezzato
sputerà i suoi semi
nelle nostre bocche affamate
o forse bisognerà
di nuovo
pazientare fino a sera
accontentarsi di bere
bere alla bianca mammella
il suo latte stantìo
dolce-amaro

*

Chaque matin
poser nos voix debout
sur la toile cirée
rompre le pain casser le sel

avant que la fatigue
encore une fois ne vienne
ne nous fauche
une fois de plus
hâtive
de sa grande pelle

*

Ogni mattina
posare le nostre voci dritte
sulla tela cerata
spezzare il pane sminuzzare il sale

prima che la fatica
ancora una volta venga
a falciarci
una volta di più
frettolosa
col suo grosso badile

José-Flore Tappy photo Yvonne Bohler

José-Flore Tappy photo Yvonne Bohler

Pendant qu’un homme
harassé se replie
sur son matelas
que toujours
plus près de lui
s’amenuise le souffle

la lumière
par vagues se déploie
balaie l’espace
de grands mouvements
fluides

Ou suspendue
descend
dans les jardins

sous une toiture de paille
l’hibiscus ouvre
chaque jour
cinq pétales rouges

*

Mentre un uomo
sfinito si rifugia
sul suo materasso
sempre più
vicino a lui
il respiro s’affievolisce

la luce
si diffonde a ondate
spazza lo spazio
con grandi movimenti
fluidi

o sospesa
scende
nei giardini

Sotto un tetto di paglia
l’ibisco spalanca
ogni giorno
cinque petali rossi

*

Elle transpire
l’humide la verte
terre qui persévère
bol de vapeur où
je plonge mon visage

monte
jusqu’à l’opaque
toute sa moiteur

ne rien dire
peut-être est-ce
juste pour respirer
quand le corps
n’a plus d’ombre

*

L’umida
terra verde
prosegue a traspirare
una bolla di vapore
dove tuffo la faccia

tutta la sua umidità
cresce
fino all’opacità

non dire nulla
forse è
giusto per respirare
quando il corpo
non fa più ombra

*

Sur le sol torride
je fume des herbes
devenues vénéneuses
et soumise j’attends
j’attends la nuit
qu’elle me recouvre
de son sel noir
et de ses bûches

*

Sul suolo torrido
fumo delle erbe
diventate velenose
e quieta attendo
attendo che la notte
mi ricopra
col suo sale nero
e i suoi ciocchi

*

Aux deux extrémités du champ
une chèvre brune une chèvre noire
poignées d’un même récipient vide

ou clés de poils
qui ferment en tournant
sur elles-mêmes
à chaque nuit tombante
les deux battants de l’île

*
Alle due estremità del campo
una capra bruna una capra nera
manici dello stesso recipiente vuoto
o chiavi pelose
che chiudono girando
su se stesse
i due battenti dell’isola
ad ogni tramonto.

(traduzione di Marco Morello  –  6.9.14)

 

Marco Morello nasce a Torino nel 1956, insegnante alle superiori dal 1980. Direttore dell’aperiodico “Poesia nella Strada” negli anni ’80. Ha pubblicato “Quartine per ‘Lù” presso Joker e “111 haiku” per Genesi. Ha tradotto “Gli arazzi dell’Apocalisse” e “Se cade la notte” di John Taylor rispettivamente per i Quaderni di Hebenon e Joker. Recentemente, in collaborazione con John Taylor, ha tradotto in anglo-americano una raccolta miscellanea dei migliori aforisti italiani. Ludolinguista dal ’79, ha fornito numerosi spunti creativi per le rubriche e i testi di Stefano Bartezzaghi (sua l’ideazione dell’accavallavacca). Da un decennio cura due rubriche on line sul “Giornalaccio”: ‘devi sapere che’ di punzecchiature letterarie e ‘l’alce mormorò’ di liriche e giochi di parole. Suoi contributi sono apparsi su ‘Hebenon’ e su ‘corto circuito’.

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POESIE SCELTE di Dylan Thomas La poesia negli anni ’40 in Gran Bretagna: Dylan Thomas (1914-1953) traduzione di Roberto Sanesi e nota introduttiva di Patrizia Pallotta

dylan thomas 1941

dylan thomas 1941

 L’aspetto più vistoso della poesia inglese degli anni quaranta lo si scopre agevolmente leggendo la poesia di Dylan Thomas (1914-953). Viaggiando sulla scia  dell’eredità che il grande Wystan Hugh Auden aveva lasciato, i poeti della generazione seguente come Robert Graves, Louis MacNeice e altri, svilupparono l’ideale iconoclastico della semplicità e del realismo per dare vita ad uno stile prettamente derivativo.

Dylan Thomas è stato il poeta più rappresentativo di questo periodo. Il poeta che rompe gli schemi. Nato a Swansea, nel Galles, Dylan Thomas abbandona presto gli studi formali per dedicarsi al giornalismo. Solo qualche anno dopo inizia a scrivere poesie. Nel 1943 diventa subito famoso con la prima raccolta  dal titolo Diciotto Poesie, dove lo scrittore- poeta riesce a fondere lo stile musicale e romantico con  i temi mistici della natura  e con quelli psicologici e sessuali.

Dylan Thomas

Dylan Thomas

A Londra, dove si trasferisce viene accolto come una vera e propria “celebrità” e dichiarato dagli amanti della poesia come “un profeta” coraggioso e realista insieme. Il “personaggio” Dylan Thomas è passato  alla storia letteraria come la figura del ribelle romantico, sebbene i suoi scritti fossero, talvolta, criticati aspramente. Fra i pregi maggiori  del poeta, si ricorda la reintroduzione della recitazione tradizionale delle poesie attraverso la lettura  orale dei componimenti nei caffè e nei cabarets. La realizzazione dei vari tour inizia in America. Egli stesso recita le sue liriche durante i readings, la sua voce suadente dal pieno accento gallese, ricca di espressioni e cadenze musicali, rendeva incisivo ogni verso, conferendogli una accentuata nota di teatralità .

Per Thomas il potere della natura costituisce l’unico aggancio fra passato e futuro, l’uomo era parte integrante di questo processo come un rito perpetuo e naturale, le sensazioni umane come speranza, paura, desideri sessuali convergono sempre alle forme e alle coerenze   attraverso  l’identificazione  con madre natura. La sua personale tecnica poetica non seguiva le regole tradizionali,cambiava la punteggiatura, inventava espressioni del genere : “un dolore fa” o “ mare succhiato” che scioccavano il lettore ma nel contempo riuscivano ad affascinare e ad essere trascinanti.

Dylan Thomas

Dylan Thomas

 Stilisticamente Dylan Thomas risente molto dalle tradizioni poetiche gallesi del 1600, avvalendosi di queste  che usò per la creazione dei versi, altro  motivo di proclamazione a “genio originale.” Il suono espresso dalle parole era parte integrante della sua poetica, era solito usare le tecniche dell’allitterazione e dell’anafora in modo sorprendente. L’abilità stilistica lo porta a creare  significati linguistici fuori da ogni schema  usuale e tipico di quel tempo. L’immaginazione per Thomas fu di estrema importanza, usava mischiare immagini di natura biblica, con quelle di origine freudiana.

dylan thomas

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 Nel poema “Fern Hill”, nome della fattoria dove la zia di Thomas viveva, il poeta adolescente si sentiva un principe e la sua sfrenata fantasia lo conduceva verso la voglia di libertà e la possibilità invincibile di giocare nei campi e di stare con gli animali. Il contatto diretto con la natura esalta le sue doti di poeta, è solito ripetere suoni e parole ad effetto. Il poeta si cimenta anche nella narrativa, pubblica Ritratto dell’artista come un giovane cane, una raccolta di racconti brevi, pubblicati nel 1940. La vita di Dylan Thomas, termina a soli trentanove anni, vittima dell’abuso di alcolici. Una delle sue poesie più significative e rappresentative del suo stile e della poetica è “Sognai la mia genesi”. Trascrivo qui una famosa dichiarazione di Dylan Thomas sulla propria poesia:

dylan thomas

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 «Spesso lascio che un’immagine “si produca” in me emozionalmente, e quindi applico ad essa quanto posseggo di forza critica e intellettuale – lascio che questa immagine contraddica la prima, già sorta, e che una terza immagine generi dalle altre due insieme una quarta immagine contraddittoria, e lascio quindi che tutte restino in conflitto entro i limiti formali da me imposti… Dall’inevitabile conflitto delle immagini – inevitabile perché appartenente alla natura creativa, ricreativa distruttrice e contraddittoria del centro motivante, cioè del centro della lotta – cerco di pervenire a quella pace momentanea che è una poesia».

(Patrizia Pallotta)

 Sognai la mia genesi

Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
Il guscio rotante, potente come il muscolo
D’un motore sul trapano, inoltrandomi
Nella visione e nel trave del nervo.
Da membra fatte a misura del verme sbarazzato
Dalla carne grinzosa, limato
Da tutti i ferri dell’erba,metallo
Di soli nella notte che gli uomini fonde….

(da Poesie nella stanza)

 

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The force that through the green fuse

The force that through the green fuse drives the flower
Drives my green age; that blasts the roots of trees
Is my destroyer
And I am dumb to tell the crooked rose
My youth is bent by the same wintry fever

The force that drives the water through the rocks
Drives my red blood, that dries the mouthing streams
Turn mine to wax
And I am dumb to mouth unto my veins
How the mountains spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool
Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind
Hauls my shroud sail
And I am dumb to tell the hanging man
How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head
Love drips and gathers, but the fallen blood
Shall calm he sores

And I am dumb to tell a weather’s wind
How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb
How at my sheet goes the same crooked worm.

 

La forza che attraverso il verde càlamo sospinge il fiore

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore
E’ quella che sospinge la mia verde età;
Quella che spacca le radici agli alberi
E’l la mia distruttrice
E io non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre
invernale.

La forza che spinge le acque attraverso le rocce
Spinge il mio rosso sangue;
Quella che le correnti prosciuga alla foce
Le mie trasforma in cera:
E io non ho parole per gridare alle mie venerdì

Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge.

La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno
Agita sabbie mobili
Quella che allaccia il soffiare del vento
Tende la vela del mio sudario.
E io non ho parole per dire all’impiccato
Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice.

Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano;
L’alore stilla a gocce e si condensa, ma il sangue versato
Addolcirà le piaghe di colei che amo.

E io non ho parole per dire a tutto l’impeto del vento
Come attorno alle stelle il tempo ha scandito un suo cielo.

E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.

dylan thomas

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Vision and prayer

Who
are you
Who is born
in the next room
So loud to my own
That I can hear the womb
Opening and the dark run
Over the ghost and the dropped son
Behind the wall thin as a wren’s bone?
In the birth bloody room unknown
To the burn and turn of time
And the heart print of man
Bows no baptism
But dark alone
Blessing on
The wild
Child

.
Visione e preghiera

Chi
sei tu
Che vieni generato
Nella stanza accanto
Alla mia così rumoroso
Ch’io posso udire il grembo
Aprirsi e il buio scorrere
Sopra il fantasma e il figlio rovesciato
Oltre il muro sottile come un osso di scricciolo?
Nella stanza sanguinosa di nascita ignoto
Al bruciare ed al volgersi del tempo
E all’impronta del cuore dell’uomo
Nessun battesimo si inchina
Ma oscurità soltanto
Porge benedizione
al selvaggio
bimbo.

dylan thomas

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This bread I Break

This bread I break was once the oat,
This wine upon a foreign tree
Plunged in its fruit;
man in the day or wind at night
Laid the crops low, broke the grape’s joy.

Once in this wine the summer blood
knocked in the flesh that decked the vine,
Once in this bread
The oat was merry in the wind;
Man broke the sun, pulled the wind down.

This flesh your break, this blood you let
Make desolation in the vein,
Were oat and grape
Born of the sensual root and sap
My wine you drink, my bread you snap.

.
Questo pane che rompo

Questo pane che rompo un tempo fu frumento,
Questo vino su un albero straniero
Nel suo frutto fu immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
Gettò a terra le messi, la gioia dell’uva infranse.

Un tempo, in questo vino, il sangue dell’estate
Pulsò nella carne che vestì la vite;
Un tempo, in questo pane
il frumento fu allegro in mezzo al vento;
L’uomo spezzò allora il sole, abbattè allora il vento.

Questa carne che rompete, il sangue a cui lasciate
devastare per le vene, furono
Frumento ed uva, nati
Da radice e da linfa sensuali; voi
Bevete del mio vino, spezzate del mio pane.

.
In my craft or sullen art

In my craft or sullen art
Exercised in the still night
When only the moon rages
And the lovers lie abed
With all their griefs in their arms,
I labour by singing light
Not for ambition or bread
Or the strut and trade of charms
On the ivory stages
But for the common wages
Of their most secret heart.

Not for the proud man apart
From the raging moon I write
On the spindrift pages
Not for the towering dead
With their nightingales and psalms
But for the lovers, their arms
Round the griefs of the ages,
Who pay no praise or wages
Nor heed my craft or art

.
Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa

Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa
Che nella quiete della notte esercito
Quando solo la luna effonde rabbia
E gli amanti si giacciono nel letto
Tenendo fra le braccia ogni dolore,
A una luce che canta mi affatico
E non per ambizione, non per pane,
Né per superbia o traffico di grazie
Su qualche palcoscenico d’avorio,
Ma solo per la paga consueta
Del loro sentimento più segreto.

Non è per il superbo che si apparta
Dalla luna infuriata che io scrivo
Su questa spruzzaglia di pagine,
E non per i defunti che torreggiano
Con i loro usignoli e i loro salmi,
Ma solo per gli amanti che trattengono
Fra le braccia i dolori delle età,
E non offrono lodi né compensi,
Indifferenti al mio mestiere o arte.

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CINQUE POESIE di Otokar Březina (1868-1929)  traduzione di Antonio Sagredo (A. D. P-) e Kateřina Zoufalová

Museo del poeta

Museo del poeta

 Otokar Březina 2Otokar Březina poeta ceco (1868-1929) – A.M. Ripellino definisce Jakub Deml “un antenato del surrealismo ceco”, in Storia della poesia ceca contemporanea, Le Edizioni d’Argo, Roma, 1950, p. 40. Grandi slavisti si sono occupati del poeta Otokar Březina, come Ettore Lo Gatto (il suo saggio Un poeta ceco moderno è del 1931); poi Luigi Salvini, Renato Poggioli, Bruno Meriggi hanno tradotto alcune poesie. Recentemente il giovane Ernesto Evangelista (La funzione semantica del verso libero nella poesia di Otokar Březina). Segnalo i lavori importanti sul poeta del boemista Petr Holman; e l’aiuto ricevuto dal poeta cattolico Josef Kostohryz, nei primissimi anni ’70.

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina biblioteca

Otokar Březina nasce il 13 settembre 1868, a Počátky, piccola città “nella regione di  Tábor, sulle alture ceche-morave, ai confini con la Moravia, Václav Ignác Jebav,; “più tardi, il grande poeta della vita e della morte e del silenzio, è conosciuto sotto lo pseudonimo di Otokar Březina”.    La sua è una famiglia umile, modesta, devota e rispettosa delle tradizioni etico-religiose. Entrambi i genitori, il padre, il calzolaio Ignác Jebavý e la madre Kateřina, erano prima della sua nascita, persone già anziane.  I parenti della madre erano evangelici, ma uno di loro si imparentò con una famiglia cattolica.

   Durante i primi anni alla Scuola comunale a Počátky, il poeta si lega di febbrile e tenera amicizia con un suo compagno di scuola così che l’amicizia è il suo primo più importante sentire, la quale è letteralmente, storicamente rilevante per la genesi dell’opera di Březina. A questo suo amico dedicò alcune poesie che si possono considerare i suoi primissimi componimenti poetici. Giovanili componimenti, e già senza luce alcuna, pieni invece di un fatalismo e pessimismo di cui il poeta si nutre. Questi componimenti possono dare la chiave per molti tratti del suo carattere e del suo sviluppo.

  Si può affermare che è l’amicizia – per il valore che il poeta a questa conferisce, altissimo e spirituale, ma anche morboso – una delle cause della sua iniziazione alla poesia: il lievito, il fermento di questa iniziazione è la solitudine. La poesia di Březina avrà aspetti più gotici che barocchi. In verità, questi due aspetti, si alterneranno.

  Già studente liceale, nella cittadina di Telč  prenderà la  difesa ad oltranza degli eroi e delle lotte nazionali, di Hus (arso vivo nel 1415) e della rivolta hussita, dei fratelli boemi, di Giorgio di Poděbrady: il capo degli ultraquisti ussiti  e futuro Re di Boemia; e infine il desiderio di un nuovo e diverso cristianesimo. Insomma il poeta  questi anni liceali li vive tra compagni della sua età, e partecipa ai discorsi sulla letteratura e sulle scienze, perfino recita e declama la poesia polacca che d’altronde avrà una influenza, ma non decisiva, sulla formazione del suo verso. Il suo pessimismo è vicino a quello di Giacomo Leopardi e di Alfred de Vigny. Fu grande saccheggiatore costruttivo di biblioteche.

Otokar Březina

Otokar Březina

 Gli bastarono  una decina di anni per realizzare la sua opera di Poesia, principalmente dall’inizio del 1891 al 1901; poi sino al 1903 e oltre ha prodotto pochi altri versi e prose. La sua prima opera in prosa, che anticipa quella in poesia, va dal 1886 al 1890 fu da lui rinnegata, poi che si trattava in gran parte di imitazioni di vecchi movimenti romantici e zavorre sentimentali. Bruciò un romanzo, l’Eduard Brunner, nel quale riponeva grandi speranze, e  se non l’avesse fatto, avrebbe avuto non poche difficoltà a fare quei versi che sono il fondamento della poesia moderna ceca. Ma in prosa scrisse una serie di undici saggi non a caso intitolata Hudba pramenů (La musica delle sorgenti)], che ha affiancata, sostenuta, guidata e modellata una parte consistente della sua produzione in versi dall’inizio del 1897 al 1901, e più oltre. Questi saggi sono scritture che trattano di argomenti religiosi, orfici, esoterici, trascendentali, mistici, teosofici, simbolici ecc., insomma tutto quell’armamentario che sconfina nei misteri e nei segreti insondabili e incomprensibili che sono dietro le creazioni delle opere umane.

    Si donò al silenzio e corrispose però con centinaia di suoi conoscenti: poeti, artisti, filosofi. Studiosi di chiara fama e traduttori d’ogni paese invano lo spronarono  a continuare a far Poesia, senza preoccuparsi loro delle ragioni primarie che lo assillavano da tanto tempo… come, in primis, il pericolo di ripetersi e di diventare un pedante impertinente. Poi che  già presagiva la nascita di una nuova anima in lui, che richiedeva una nuova forma, e un silenzio!

   Rimase orfano d’entrambi i genitori a 22 anni: evento che acuì fortemente il suo pessimismo già malsano, terribile, senza scampo che non gli dava requie, tanto da fargli  desiderare un destino simile a quello di Leopardi, che conosceva molto bene. Un letale e fatale pessimismo gli faceva desiderare la sua morte e quella della Natura stessa, e quel Nulla di Schopenhauer, come unica fede da seguire e in cui credere! Ma la filosofia del tedesco invece gli aprì allora la mente. Da quel pessimismo se ne uscì fuori con una rassegnazione attiva (al contrario di quella orientale, che è passiva), aiutato da tanti poeti più vitali di lui, come per esempio,  dalla natura vulcanica dell’americano Walt Whitman.  Ma fu lo spirito ditirambico di Nietzsche che gli dette una scossa grandiosa, ma poi infine dovette scegliere, e scrisse: “Non il superuomo di Nietzsche, ma il magico titano di Novalis”.

  E infine  sono stati i Fiori del male di Baudelaire che migliorarono la sua maniera di far versi, ma dallo spleen e idéal, dal concetto salvifico della mort che possedeva il francese si allontanò poi che ritenne  la sua ebbrezza non dovuta affatto all’uso di alcol e droghe, ma alle immagini allucinatorie del suo stesso fantasticare di cui si nutriva. Quanto amò la corrosiva ironia decadente di Laforgue e lo spirito acuto e sprezzante di Heine! E  Verlaine più di Rimbaud! La musicalità del primo lo affascinava. Altra sua conquista fu che assunse per se, per la sua poesia la limpidezza lirica di Hölderlin, come un corroborante esaltante che gli dette vigore!

   Intanto la forma della sua poesia diveniva sempre più raffinata (lezione del suo Maestro Mallarmé), tanto che un eccellente critico, Arne Novák,  sentenziò che possedeva  “il dono eccezionale dell’eufonia…l’instancabile inventiva nella rima, per cui il poeta è riuscito a usare felicemente tutte le più riposte possibilità musicali”.  Fu grande anche il suo amore per la musica di Beethoven da dedicargli versi “eroici”, e per il pittore, il lituano Curljonis, che nei suoi “quadri musicali” si ispirò al tedesco.. Il suo silenzio ebbe inizio nel 1901 fino alla sua morte nel 1929: il suo periodo creativo durò una decina di anni, poi ritenne di non scrivere più versi : questo il suo silenzio: il suo timore di divenire accademico, pedante, ripetitivo; scrisse è ovvio ancora, ma con l’ultima delle sue cinque raccolte, Mani, terminò la sua poesia! Era sicuro di se stesso, di ciò che aveva scritto e donato alla Poesia, così scrisse chiaramente che “Di tutte le rivelazioni che l’arte ha fatto nel corso dei tempi, solo una piccolissima parte si conserva nell’opera d’arte e nel libro. La maggior parte di esse scompaiono con le anime che poterono o dovettero sognare le loro vittorie in silenzio”.  Ecco le motivazioni : il timore di diventare, dunque – troppo barocco, gotico, metafisico, mistico, esoterico, religioso, estatico, analitico, sintetico, orientaleggiante, cosmico, mistagogo, più eretico che cattolico e viceversa, e così via – era reale: tanti gli -ismi che ha dovuto sopportare! E tutti gli stavano stretti! Disprezzò allora tutti gli –ismi che gli avevano  appioppato. Visse solo per amore delle sue parole, i versi, le metafore, le forme, le immagini intricate… si nutrì traverso la sua conoscenza enciclopedica dei pensieri dei filosofi e dei sogni dei poeti del passato, perfino di quelli dei contemporanei, ma con discrezione.

   Dette loro più lustro depurandoli coi suoi versi, raccogliendo di loro tutto ciò che potesse servire per proiettarli ancora di più nel futuro, dentro e fuori di tutte le arti.  In alcuni luoghi del suo cervello e del suo cuore risiedevano visioni di un rinascimento cristiano (e non cattolico come affermava con dichiarazioni arbitrarie il polemico e bravo scrittore sacerdote Jakub Deml) e di un risorgimento delle opere d’arte di tutti i secoli passati e presenti verso un futuro dove la fratellanza umana si potesse mutare in mistica, cosmica e universale. (questo suo traguardo era il suo ideale… il suo limite!).

  Non si capacitava che proprio a lui, che non era un presuntuoso, che era nato nel 1868 in un paesino moravo, Počátky, a sud-est di Praga, erano venuti in mente simili grandiosi pensieri con cui costruì, come una cattedrale, i suoi versi a cui attinsero decine e decine di poeti, anche stranieri! R. M. Rilke che lo lesse restò quasi di sasso! L’editore di Kafka, Kurt Wolff lo pubblicò. Fu candidato nove volte al Premio Nobel, senza che muovesse qualcuno o qualcosa per ottenerlo! La sua vita fu monastica in assoluta solitudine. Ebbe per compagno il Pensiero, fin dalla sua origine, dei Grandi Uomini, che nutrì la sua Poesia, e quanti fratelli ebbe: quelli morti per difendere il proprio e  libero pensiero: i grandi martiri eretici, Jan Hus, Giordano Bruno e tanti altri. Parteggiò per i suoi Fratelli Boemi, per l’insegnamento pedagogico di Comenius! (che ancora oggi detta legge nella Pedagogia!). Studiò e amo i grandi Padri della Chiesa! E i grandi mistici di tutte le terre e i filosofi d’Oriente e d’Occidente: i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, e tutti gli altri vedeva uniti da un infinito abbraccio fraterno! Dostoevskij e Tolstoj, dopo averli ammirati, li abbandonò perché per aver  troppo scavato nell’animo umano, si smarrirono. Parole di grandissima ebbe stima per Puškin e Lermontov. Rifiutò “le fantastiche teorie di paradisi in terra… dalla repubblica di Platone per finire a Proudhon e Marx” testimoniando una mente aperta e chiaroveggente! Divorò le visioni, le allucinazioni creative di Omero, Dante, Milton, Blake, Poe, Byron! E come Shakespeare, Tasso e Cervantes gli fecero conoscere  l’animo umano! Non posso elencare tutti gli autori che lesse.

   E poi,  le donne, le poetesse: da Saffo a Gaspara Stampa, alla diletta Emily Dickinson, e la Browning  e tante altre, di cui tanto scrisse nelle sue corrispondenze agli amici, specie alla sua amica teosofa Anna Pammrová.

   Lesse i poemi tibetani, i canti andini ed egiziani, e Gilgamesh, quasi tutti i poemi dell’antichità, prima di Omero! E i poeti greci e latini: Anacreonte, Catullo ecc. Quante loro tracce nei suoi versi! Forse troppa cultura sostenne la sua Poesia! Quando scrissi la tesi su Otokar Březina: profilo critico (1974-75 – unico relatore A. M. Ripellino) mi andavo smarrendo giorno per giorno per colpa della sua vastissima e profonda cultura!. Impossibile conoscere tutti gli autori che lesse e studiò e amò!  Coi poeti contemporanei della sua terra firmò manifesti (gli ultimo anni dell‘800) per il rinnovamento della poesia ceca; ma quelli più giovani di lui, coi loro esperimenti linguistici di primo novecento lo lasciarono indifferente. A Jakub Deml (A.M. Ripellino lo definì “un antenato del surrealismo ceco”), che gli parlava del giovane talentuoso poeta Vítězslav Nezval, rispose “del resto il surrealismo non è nulla di nuovo” aggiungendo che “già in Shakespeare si trova questo linguaggio, come nei pazzi”.

 Březina cantò in versi, in cinque raccolte (nomino in corsivo i titoli rispettivi), le oscure e splendenti Lontananze misteriose, le aspettative e le speranze conflittuali degli Albori a occidente, i gelidi Venti dai poli violati dalle prime spedizioni artiche moderne, le esaltanti e mistiche azioni dei Costruttori del tempio, e infine il lavoro festante e faticoso e socialistico di tutte le Mani  liberatrici, con cui  terminò il suo viaggio nella Poesia.

   Březina seppe estrarre dal sapere universale una bevanda vitale composita del Pensiero e della Poesia dei secoli passati…  e quante culture e scienze mescolò al suo Presente! Il risultato fu un vino di primissima qualità, come il vino di Hafiz! (che conosceva) – una tecnica magistrale della versificazione che ha sostenuto lo sbalorditivo cromatismo delle sue immagini, che sostiene ancora oggi la poesia ceca. L’uso delle metafore e anafore incessanti il poeta praghese Nezval lo apprese da Březina.

   Affermò che il poeta è il creatore di ciò che sorseggia, assapora; beve questa bevanda, la Poesia, inebriandosi, e questo atto stimolò simultaneamente gli umori e le forme dei suoi versi: così si  generò la sua Poesia! Ma questo lavoro di faticosa e riuscita liberazione lo si sente specialmente nella  tecnica versificatoria, nelle strofe rimate (che non sono una prigione!), e nei sonori ritmi, talvolta tortuosi, perfino nella sua grafia precisa, inappuntabile… tecnica eccelsa le filosofie e poetiche unite ai suoi umori che si addensano in oscuri-chiari pensieri e incidono profondamente sulla qualità delle immagini, metafore, altre figure… come il ditirambo dionisiaco dominante, il verso libero, l’alessandrino… e le strofe impeccabilmente rimate e limate, segnano conquiste liberatorie e lezioni a non finire per futuri poeti!

   Giocò come un invasato (ma controllato) e vinse una partita equilibrando l’ebbrezza dionisiaca col suo desiderio apollineo, preferendo infine  quest’ultimo (Novalis). Per questo poi abbracciò il cammino di una fratellanza e di un ottimismo universali, che gli era congeniale, ma tutto ciò fu distrutto dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Gli sembrò che il mondo (i suoi mondi) gli crollasse intorno, beffeggiandolo, eppure ebbe il coraggio della speranza e nonostante le tragedie, il suo ritornello “dolce è la vita” restò intatto, perché voleva donare una ultima emozione, un sentimento ancora perché non risultassero aridi e freddi i suoi versi. (tanti furono i poeti e i critici che trovarono i suoi versi… gelidi! Che errore critico!).

  Březina fu tradotto in tante lingue; i primi suoii due traduttori furono un polacco e un italiano… glielo riferì l’amica teosofa Anna Pammrová in una lettera del lontano 1896; ed era appena agli inizi della sua produzione poetica.    Ha influenzato la Poesia ceca (e non solo) a lui contemporanea e quella dopo di lui profondamente (la stessa azione di Dante o Puškin), come per esempio la poesia di Halas, Holan, Nezval, Seifert, Josef Hora, Zavada, ecc. Anche se il vero fondatore della moderna poesia ceca è stato il romantico Karel Hynek Mácha, vero antesignano del  surrealismo ceco, secondo i poeti surrealisti cechi.

  Era cosciente che le sue metafore erano fuori del comune! Grandi poeti contemporanei stranieri hanno lodato la sua maestria, e di ciò si meravigliò  fortemente. Insomma, ha influenzato profondamente persino l’arte figurativa: artisti e poeti simbolisti e  surrealisti sui quali le sue visioni hanno agito fortemente.

Difatti un suo amico fraterno, il grandissimo scultore František Bílek, che non è secondo affatto ad August Rodin, ed è pure un raffinato disegnatore e pittore, ha subito il fascino dei suoi versi e li ha illustrati con disegni e grafiche, e perfino con straordinarie sculture lignee e di pietra. Tanti artisti hanno illustrato molti suoi libri

di poesia,  come Váchal (di cui ho visto tutte le cinque raccolte illustrate a colori pagina per pagina, nel Museo dei manoscritti nazionali in quei primi anni settanta), e poi il cupo Konůpek, che ha prediletto gli aspetti più romantici e dionisiaci del poeta.   Trionfali elogi gli giunsero dal grande critico letterario František X. Šalda. E infine fu definito da uno dei suoi primi estimatori, Sigismund Bouška, già nel 1896, a 28 anni!, “poeta per poeti”, un Maestro!,  a quattro anni dalla sua prima pubblicazione!   Poeta visionario, essenzialmente, comprese come pochi le tensioni tra due secoli: l’800 e il ’900, e che, con la sua alta e profonda cultura, ha sintetizzato la fine di un’epoca della Poesia: Březina è ultimissima propaggine romantica e uno degli ultimi grandi poeti simbolisti…  del simbolismo ne vide la fine senza rimpiangerlo affatto!  Notizie recenti riferiscono che fu candidato otto volte al Premio Nobel.

(nota di Antonio Sagredo)

Otokar Březina

Otokar Březina

Otokar Březina 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POESIE di Otokar Březina

Siesta

Il sogno dei grigio-azzurri tornò a vivere nelle ombre della neve,
ma i bagliori si assopirono nei giallo-rosei;
nelle gallerie della luce l’aria si distese negli strati irrigiditi,
e si placò il sibilo degli assi della ruota lamentosa dei venti.
Il riposo di linee bianche discese lentamente sul paesaggio
nel vestito di campi rigonfi e di boschi morti per incuria;
il volo degli uccelli non disegnava ragnatele nell’azzurro,
per il freddo, nel vapore bianco, non si condensava il respiro dei viventi,
e si è trascinato sul campo, come una nube, solo un Grande Pensiero
che parlava per il gioco delle ombre, per il sogno delle luci
e la voce del silenzio,
per l’unione delle forze e il dominio melanconico,
che dalla musica di onde nevose respira fin nelle anime umane.

Otokar Březina con il presidente Masaryk

Otokar Březina con il presidente Masaryk

 

 

 

 

 

Da misteriose lontananze

Mi canta nell’anima da lontananze eterne
una canzone monotona,
un’ottava bassa della mia tastiera
malinconica le suona.
Mi scorre sulle labbra e nel riso
come il gusto del mio vino,
e da uno stelo spezzato
nella lacrima amarognola del latte.
Il soffio ritmico dei ricordi
nei desideri delle danze bacchiche,
la sua nostalgia si spegne lentamente
stregata, nelle risonanze.
Il sogno-veglia fermenta il mio sangue
nella voluttà e sulle solitudini,
e mi cresce nei lunghi adagi
e nelle note oscure.
E affaticati dalla quiete dei raggi
non si addormenta,
e mi succhia e mi ingabbia nelle volte oscure
dei suoi suoni,
come nugoli di insetti in vortici metallici.
O lontananze e notti,
svenimenti e sogni! Dove non si attaccherebbero
le sue note? E con quale potere
rovinerò dentro me stesso, l’indistruttibile?
Il suo contatto come ala gelida
mi soffia sul viso
nei confessionali, davanti agli altari
e nei silenzi sepolcrali delle biblioteche,
ai miei colori mescola l’olio,
suona con le ali della mia ispirazione,
canta beffardamente nella mia afflizione,
eterno, monotono,
e sulle piastre roventi della mia vita
fermenta lo scroscio spumoso
della mia bevanda mortale, da cui berrò
il Mistero della vanità.

Otokar Březina cop

 

 

 

 

 

 

 

 

Rincrescimento

Io ho nella mia anima il rincrescimento di quello che è incatenato al letto,
– quando da un’altissima torre vibra un vittorioso suonare di campane,
(davanti al Corpo del Signore eresse altari di gigli
e concesse il fiorire, nei candelabri d’argento, di fiamme
trasparenti e malaticce negli incendi del sole),
– quando i passi delle folle si smorzano nei verdi tappeti
dei fiori
e nei ritmi rotti da un fragrante canneto si agitano per i
caldi vapori delle acque,
– quando il saluto dei giardini si diffonde da corone di
fanciulle
e un grazie della vita quando, pieni di gloria, navigano
sulle onde dei fumi a vele spiegate
nel corale del Mistero dell’Altissimo.
Io ho nell’anima il rincrescimento di un sovrano impoverito
di immense distese,
quando stanco della vita sente il crepitio delle spighe sui
declivi dei campi:
– delle ciocche di aghi d’argento setacciate dal vento,
– della splendente nuvola d’insetti bizzarri posarsi su steli
sonori,
– delle sere stanche per i profumi che riposano sui vigneti;
egli sente dal fragore delle falci la sua campana a morto,
le canzoni funebri dalle grida di forza;
di chi sarà la raccolta del grano, dove si sono rappresi i
raggi dei giorni nelle lucide squame
e nei grappoli nerastri il sangue della terra?
Chi soffiò il gelo sulla mia finestra e annebbiò il puro canto
dei colori?
Le lucerne serali si accenderanno nelle sale bianche sopra
la mia camera,
gli specchi col sorriso restituiranno i lieti rossori dei volti
vetri gelidi infiammeranno la neve di seni inumiditi,
l’aria colmerà le grida di risa e di profumi.
Ritmici colpi delle danze!
E ho ancora nell’anima il rincrescimento del prigioniero
nel giorno delle feste di maggio,
il rincrescimento dell’amante presso la soglia del tempio
nel giorno del fidanzamento,
il rincrescimento dell’esiliato nei tuoni dei cannoni, che
accoglie i vascelli coi vessilli dell’adirata lontananza,
il rincrescimento dell’esausto dalla ricerca dei sogni durante
i primi azzurramenti dell’aurora,
il rincrescimento degli sguardi stanchi per la vana attesa
prima della partenza,
il rincrescimento dei visi avvizziti che non arrossirono per un bacio,
il rincrescimento dello straniero commosso per l’innocente
abbraccio del canto di Natale,
il rincrescimento dello strumento musicale appeso sopra
il letto del maestro morto,
il rincrescimento dei fiori che nessuno ha colto e sacrificò
nei vasi sugli altari,
Il rincrescimento della luce che si spense nella lampada solitaria
e che nessuno accese nell’alcova degli amanti.
Le ore del mio passato mi abbandonarono e io per loro
non ho colto i fiori,
i giorni mi giungevano fiduciosi e non li ornai di rose, e
per loro non ho mietuto i raggi immaturi,
è giunta la stagione dei crepuscoli, il vento dello Sconosciuto
si alza nei viali
e nemmeno una canzone allegra mi risuona dalla lontananza.

(dalla raccolta Misteriose lontananze, 1895)

Otokar Březina

Otokar Březina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La leggenda di colpe misteriose

Il chiarore delle mie ore future illuminò questo istante nei sogni
e con tutte le luci dei lampadari si è sparso nelle magnifiche
sale dei miei giorni;
là scaturiva la musica delle mie future primavere e delle
tenerezze nascoste,
là scintillava il riso delle labbra che mi inebriavano e il respiro
che ingannava,
e negli occhi, dove mi aspetta la mutezza della voluttà,
là ardevano pieni di desiderio.
Ma inutilmente camminavo là dove tremava nei vertiginosi ritmi
la canzone della Vita. Mi seguiva dietro l’Ombra di Qualcuno
che davanti a me si univa;
di sala in sala veniva e dovunque entrava si spegneva il calore luminoso,
si oscuravano gli specchi e fremette il desiderio, la voce di
una musica trionfale cadde giù
fin nelle più basse ottave e si fuse in un’angoscia silenziosa.
O anima mia, da dove è venuto Lui? E chi sa quanti secoli trascorse
con le anime dei miei antenati prima di giungere sino a me?
Su quante tavole nuziali ha disteso come una tovaglia un
tappeto funebre?
Su quanti sorrisi rosei ha soffiato il suo gelido respiro sotterraneo?
E in quante lampade illividiva oscuramente con fiamme
di sale e d’alcool?

Otokar Březina 1

 

 

 

 

 

 

Umori

Il fruscio stanco del calore si distese sul ramo con gravezza
e pendeva senza moto poi che il bosco schiacciato respirava
nei malinconici intervalli, e un torrente amaro di sudore
gli fluiva con aspro profumo da vegetazioni frante.
Avanzava pallida la stanchezza sotto gli alberi immoti,
sedette al mio fianco, i presentimenti sospirò sul viso,
mi sommerse negli sguardi la malinconia della domanda eterna
e parlava con la mia anima, con la lingua delle parole morte.
Il fiore di un sole stramaturo appassì nei bianchi calori,
nei crepuscoli dei rami tremava e con foglie azzurre cadeva
nei silenzi apatici la muta estenuazione, si accese nel musco
e col deliquio mi cullava nel bagno di un respiro misterioso,
come se sotto le onde il sangue fosse sgorgato lentamente
da vene aperte.

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CINQUE POESIE di Pablo Picasso  a cura di Valerio Gaio Pedini traduzioni di Mario De Micheli

picasso jacqueline_nello_studio 1956

picasso jacqueline_nello_studio 1956

Delineare la poetica di un non-poeta, come Pablo Picasso (1881-1973), è assai complesso: ti pone dinanzi a degli interrogativi alquanto suggestivi in cui ti devi barcamenare con un certa difficoltà, perché stiamo parlando delle poesie di Picasso.

Si potrebbe ben dire che l’attività poetica di Picasso, non fa altro che mettere in risalto la sua attività artistica, difatti, Breton che ne curò un saggio su un giornale surrealista, sostiene che la sua poesia è null’altro che un prolungamento della sua attività plastica, che il fondo basilare è la realtà vista con l’occhio di un pittore: la focalizzazione dell’oggetto va a costituire il soggetto e viceversa. Interviene Bracque a sostegno di questa tesi, dicendo: “l’indifferenza totale del soggetto ci avrebbe portato assai presto ad un’arte incompleta”.

Così è inevitabile che alla nota di Sabartes sui suoi errori di ortografia lui risponda: “Ebbene? Dagli errori si riconosce la personalità, hombre! Se mi mettessi a correggere di cui mi parli, per accordare le parole con delle regole che non hanno nulla a che vedere con me, ciò che è mio si perderebbe nella grammatica che non ho mai assimilato; preferirei inventarne una per la mia fantasia, piuttosto che costringere le mie parole in un ordine che non mi è proprio”.
E così, come nella pittura adatta l’oggetto a sé, nella poesia adatta il linguaggio poetico a sé: quindi la grammatica si trasla e diviene la sua grammatica, in parametri formali che si stendono in una direzione automatista, rimanendo però sempre attaccato alla realtà. E su questo proposito Breton dice: “Il segreto dello sviluppo di tali immagini (parla delle immagini, appunto, della poesia picassiana) è assolutamente riconducibile  a ciò che noi sappiamo già di tante ammirevoli nature morte. Nulla sarebbe più falso e ritenuto più falso del loro autore quanto il pensare che esse, poiché sono poetiche, non prendano come punto di partenza la realtà”.

Picasso Every act of creation is first an act of destruction I do not seek. I find

Picasso Every act of creation is first an act of destruction I do not seek. I find

Ed è proprio in questa realtà pittorica legata alla cromatura forte e violenta che si delinea la poetica picassiana. Ma intrappolare un’intera in un solo contesto è un errore critico e Moreno Villa l’ha ben capito dando dei motivi che sono il dinamismo, il sesso, la gastronomia, lo spagnolismo, la condizione di pittore e infine l’istinto, la crudeltà ed infine io vi aggiungerei il tempo, poiché per Picasso noi siamo prigionieri del tempo, che passa irrimediabilmente e l’orologio sembra come glissarlo, difatti interviene subito una poesia dello stesso Picasso a far vedere l’immagine:

Le ore cadono nel pozzo
e s’addormentano per sempre
ogni orologio che batte la sua campana
sa già ciò che è
e non si fa illusioni.

Da qui la prigionia del dinamismo di un tempo eracliteo, che muta e trasmuta in un continuo sciogliersi e divenire. E quindi tutto diviene dinamico in un costante climax, in una ritmica irrazionale, ma fin troppo chiara, caotica, ma assai ordinata e il movimento diviene  parte integrante del soggetto e dell’oggetto.

E l’oggetto sarà il sapore semplice, netto, il gusto della realtà- anche se poi si ripete fino a stonare, ma probabilmente se stona ci fa più che bene, perché liquida la razionalità e l’astrattismo imposto, quindi Picasso non può dirsi intellettuale, perché costantemente legato alla percettività, ai sensi, ma lì vi si profila la saggezza, come nello sguardo trinscipitale teorizzato da Mandel’štam.

Figure, figure, e ancora figure in una multiformità di sesso che trasuda sadismo e questo sadismo condensato nel fare sessuale, grezzo, di Picasso diviene una cifra altisonante della sua arte e della sua poetica, così diverrà esteriorizzata la crudeltà in poesie come Sogno e menzogna di Franco. Ed a ciò si aggiunge un impegno politico che si ravvisa in Guernica (figure nette, troncate, semplici, ma ben delineate) o in Massacro In Corea.
Ed a proposito in un’intervista fatta da Simone Tery, Picasso precisa un punto di fondamentale importanza per comprendere la sua arte e il punto focale di un Grande Artista: “Che cosa credete che sia un artista? Un’imbecille che ha solo gli occhi se è un pittore, le orecchie se è un musicista, e una lira a tutti i piani del cuore se è un poeta, oppure, se è un pugile, solo dei muscoli? No, egli è anche un uomo politico, costantemente sveglio davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo, e che si modella totalmente a loro immagine”.

picasso il_re_dei_minotauri 1958

picasso il_re_dei_minotauri 1958

E poi si presenta quello spagnolismo nell’artista italo-spagnolo, (Picasso, cognome preso dalla madre, era genovese) che va a formare un linguaggio, una cultura, un gusto imprescindibilmente iberico, raffigurato nella semplicità, come in contemporanea poeti attivisti come Lorca facevano. Importante è l’identità col senso di povertà, così tanto che vi è un progressivo voler tornare nella povertà, avendo preoccupazioni più importanti, ma tranquillità meno fittizie, ed è strano che il pittore con la valuta più alta sia di una consapevolezza così lineare, che sembra sfiorare il parossismo.

Ed è lì, solo sul finale, che Picasso, raggiunge la meta che già Blake aveva ben tracciato: l’essere Bambino.
«C’ho messo 4 anni a dipingere come un adulto, ce ne ho messi 80 a dipingere come un bambino»: ed allora quando diviene bambino raggiunge, come Osip Mandel’štam con gli insetti, la consapevolezza degli oggetti tridimensionali.

(Valerio Gaio Pedini)

(Poesie tratte da  Scritti SE, Saggi e documenti del Novecento, a cura di Mario De Micheli)

picasso quote

UNA LINGUA DI FUOCO

Una lingua di fuoco soffia sul suo volto
nel flauto della coppa
che mentre gli canta rode la pugnalata dell’azzurro
così allegro
che seduto nell’occhio del toro
iscritto nella sua testa ornata di gelsomini
aspetta che la vela gonfi il frammento di cristallo
che il vento avvolto nella cappa delle mandoble
gocciolante di carezze
distribuisca il pane al cieco e alla colomba color lillà
e prema con tutta la sua cattiveria
contro le labbra del limone fiammeggiante
il corno ritorto
che spaventa coi suoi gesti d’addio la cattedrale
che sviene tra le sue braccia senza un applauso
mentre scoppia nel suo sguardo la radio risvegliata dall’alba
che fotografando nel bacio una cimice di sole
mangia l’aroma dell’ora che cade
attraversa la pagina che vola
e disfa il mazzo dei fiori
che porta via stretto fra l’ala che sospira
e la paura che sorride
il coltello scattante di gioia
lasciandolo anche oggi ondeggiare come gli pare e piace
nel momento preciso e necessario
in cima al pozzo
il grido del rosa
che la mano gli getta
come una piccola elemosina.

(28 novembre 1935)

Picasso quote 1

CORRIDA

Raccogliendo elemosine nel suo piatto d’oro
vestito da giardino
il torero è già qui
sanguinando tra le pieghe della cappa
e ritagliando stelle con cesoie da rose
il suo corpo scuote la sabbia dell’orologio
nel quadrato che scarica sulla piazza
l’arcobaleno
ventilante la sera del parto
senza dolore nasce il toro
agoraio delle grida
che fanno selva al pendio della strada
gli applausi bruciano nel loro fragore dentro il tegame
le mani muovono l’aria di cristallo
la corona di bocche
gli occhi uccelli del paradiso
che le bandiere della mano
gettano sull’orlo del tetto
scende per la scala sospesa al cielo
avvolto nel suo desiderio
l’amore
e bagna i piedi nella barriera
nessun campione sulle gradinate.

picasso astratto musica

picasso astratto musica

I QUADRI

I quadri sono donne pazze
appuntati sul cuore
delle bolle scintillanti
per gli occhi stretti alla gola
dal colpo di frusta carambolesco
che agita le ali
intorno al quadrato del suo desiderio.

Picasso Jacqueline Roque

Picasso Jacqueline Roque

SOGNO E MENZOGNA DI FRANCO

Fandango di civette salamoia di spade di polpi di malaugurio strofinaccio di peli di tonsure ritto nel centro di un tegame a coglioni nudi
posto sul cono del gelato di merluzzo fritto della rogna del suo cuore di bue
la bocca piena della gelatina di cimici delle sue parole
sonagli del piatto di lumache che intrecciano budelle mignolo in erezione né carne né pesce
commedia dell’arte di mal tessere e tingere le nuvole prodotti di bellezza del carretto delle immondizie
ratto di fanciulle in lacrime e singhiozzi
sulla spalla la bara colma di salsicce e di bocche
la rabbia torcendo il disegno dell’ombra che lo frusta i denti inchiodati nella sabbia e il cavallo aperto da parte a parte al sole che lo legge alle mosche che imbastiscono ai nodi della rete piena di acciughe un razzo di gigli
torcia di pidocchi dove si trova il cane nodo di topi e nascondiglio del palazzo di vecchi stracci
le bandiere che friggono nel tegame si contorcono nel nero della salsa d’inchiostro sparsa nelle gocce di sangue che lo fucilano
la strada sale sino alle nuvole attaccata per i piedi al mare di cera che imputridisce le sue viscere e il velo che la copre canta e danza folle di dolore
il volo di canne da pesca e alhiguì ahlihuì del funerale di prima classe del furgone di sgombero
le ali spezzate rotolano sulla tela di ragno del pane secco e dell’acqua chiara della zuppa di zucchero e velluto che dipinge il colpo di frusta sulle sue guance
la luce si nasconde gli occhi davanti allo specchio che le fa il verso e il pezzo di torrone delle fiamme si morde le labbra
gridi di bambini gridi di donne gridi di uccelli di fiori di travature e di pietre gridi di mattoni gridi di mobili di letti di seggiole di tendine di pentole di gatti e di carte gridi di odori che si graffiano gridi di fumo che pongono alla gola i gridi che cuociono nella caldaia i gridi della pioggia d’uccelli che inondano il mare che rode l’osso e si rompe i denti mordendo il cotone che il sole che il sole intinge nel piatto che il borsellino e la borsa nascondono nell’impronta che il piede lascia sulla roccia,

picasso donna seduta

picasso donna seduta

APPESO AL COLLO DELLA CORDA

Appeso al collo della corda
appeso perché le sue dita sono raggi di luce azzurra gialla verde arancione
vezzosa
il disegno sinuoso avvolge il dito e lo morde fino al sangue delle sue gengive senza denti
silenziosa
poiché la corda all’estremità della quale essa sta in equilibrio le frusta le cosce e solletica
tra le dita dei suoi piedi la cenere del quadrante dell’orologio sospeso alla fiamma della
candela
odorando di buono la verbena
la cavalcata dei piatti delle forchette dei cucchiai degli strofinacci da cucina messa sul
fuoco scoppiettante e scalciante tra le stanghe che mordono le mani appiccicose del carcere
le braccia liquide
sono le braccia della parola appena uscita dalle labbra e già ebbra della poca attenzione
avvolta nel cotone idrofilo del motivo musicale che si trascina sul cuscino
spruzzando le gocce di sudore
viene a dire amore dolore e un po’ dell’odore del sandalo del ventaglio
suonando l’allarme
immagino un carro d’erbaiolo tirato da giovenche di rosso che imitano i mattoni di un muro
al fascio di luce
uguale a 137.840 meno il bollo messo sull’orlo della sua veste di sposa
incollati alle tempie
le luci attraverso le persiane fucilate dalle ceste dei mandarini messe sul tavolo della sala da
pranzo già morte
i riflessi dello specchio bussano alla porta
né carne né pesce come dicono
nascondendo l’aroma dei raggi dell’arcobaleno
ordine nelle idee odore di carbone accecato dalla luce dei fari d’automobile che arrivano a
staccare i raggi incollati alla chiglia del battello staccandosi dal soffitto e servito caldo su
di un lenzuolo gettato sopra la poltrona
ai voli dei colombi
le armi dei cittadini morti inutilmente sepolte nella terra e divoranti i vermi dei cadaveri
incrociando i conti del carbonaio
sentire lontano in campagna le grida di tre bambine attaccate dalle vipere
arrivano al momento giusto
la lettura ad alta voce dell’elenco dei numeri vincenti della lotteria nazionale.

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INTERVISTA SULLA POESIA a Giorgio Linguaglossa di Ambra Simeone

 

czeslaw milosz

czeslaw milosz

Eugenio Montale

Eugenio Montale

primo: a me piace pensare che la poesia debba prima di tutto dire qualcosa a chi legge, secondo lei esiste ancora in Italia un certo tipo di poesia che serva a questo scopo?

Rispondo dicendo che la vera poesia è quella scritta da un uomo libero per cittadini liberi. Ma, le chiedo: siamo oggi liberi? È possibile scrivere per uomini che si credono liberi ma che nella realtà non lo sono? È possibile scrivere sapendo di già che c’è una menzogna sotto stante che ciascuno fa finta di non vedere? È possibile scrivere una poesia o un romanzo senza prendere atto di questa ipocrisia macroscopica?. Ma non mi voglio sottrarre alla responsabilità di abbozzare comunque una risposta, e  rispondo citando per esteso la poesia di Czesław Miłosz con un commento di Alfonso Berardinelli, uno di Giovanna Tomassucci e uno mio:

 

 

 

 

 

.

Ars Poetica  – Czesław Miłosz, 1957

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.
Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.
C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.
Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.
L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.
Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(Czesław Miłosz, Poesie Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani)

 

Mandel'stam a Firenze, 1913

Mandel’stam a Firenze, 1913

Scrive Alfonso Berardinelli: «È certo (e non sono io a decretarlo) che il Trattato poetico di Miłosz è uno dei poemi più potenti e labirintici del Novecento, un’opera audace e insolita che non sa ancora dire se ha segnato un’epoca della poesia europea o ne ha aperta una nuova. Probabilmente tutte e due le cose: il bilancio del Novecento che viene compiuto nelle sue pagine, una tappa dopo l’altra, una dimensione contro un’altra, ha spinto l’autore alla costruzione di un modello formale che poteva avere, e forse non ha ancora avuto, un’influenza sulla poesia successiva, non solo polacca. Per fare un solo esempio, citerei, restando nel cuore dell’Europa, almeno i due ‘poemi saggistici’ di Hans Magnus Enzensberger, più giovane di Miłosz di quasi vent’anni e che esordì esattamente nel 1957, l’anno di pubblicazione del Trattato poetico. Sia con Mausoleum che con La fine del Titanic, entrambi degli anni Settanta, Enzensberger uscì dai limiti della composizione breve e sperimentò il poema storico, fra narrazione e interpretazione. Contro una poetica che era sembrata dominante, ma che non esauriva certo le potenzialità dello stile moderno, Miłosz abolisce i confini tematici e linguistici della poesia; (…)».

Paul Valéry

Paul Valéry

 Commenta Giovanna Tomassucci: «Czesław Miłosz ha scritto il suo Trattato poetico dall’esilio, tra il dicembre ’55 e la primavera ’56. Nella difficile condizione di poeta senza pubblico, transfuga in una Francia ostile, negli anni precedenti si era soprattutto dedicato alla prosa con il saggio La mente prigioniera (1953), ritratto di vecchi amici convertiti allo Stalinismo, e il romanzo autobiografico La valle dell’Issa (1955). In quello stesso periodo si accingeva a scrivere uno dei suoi più bei libri, Europa familiare (1959, tradotto in italiano da Adelphi con il titolo La mia Europa), atto di amore verso la sua terra natale, la Lituania, crogiuolo di lingue e culture, che per l’Occidente continuava (ma oggi è forse diverso?) a essere una ‘regione nebulosa’ su cui si ‘danno poche notizie e se mai errate’».

zbigniew herbert

zbigniew herbert

Il punto centrale della riflessione  della poesia viene introdotto subito nei primi versi: «una forma più capace», che non sia « né troppo poesia né troppo prosa». Una forma ampia dunque che consenta l’ingresso nella forma-poesia della forza rigenerante della «prosa». Miłosz caldeggia una nuova poesia che sia al contempo riflessione sulla storia e una selezione di immagini povere, prosaiche; di qui la scoperta che «nella poesia c’è qualcosa di indecente», la presa di distanze dalla poesia dell’ego, tutta incentrata su «ciò che è morboso» in quanto oggi «molto apprezzato dai poeti», una poesia che tratti dell’«uomo ragionevole», poiché « il mondo è diverso da come ci sembra / e noi siamo diversi dal nostro farneticare». Di fatto è questo il primo altissimo documento poetico di un poeta europeo  in favore di una poesia di ampio respiro, che contemperi l’ampio sguardo sulla storia degli uomini e i piccoli fatti del quotidiano.

secondo: se la poesia contemporanea è spesso eclettica ed eccentrica, secondo lei qual è e dovrebbe essere, invece, il ruolo della narrativa?

dylan thomas 1941

dylan thomas 1941

 La narrativa viene scritta avendo presente il mercato. La poesia la si scrive avendo presente un Interlocutore posto al di fuori del mercato (questo è il senso inteso da Osip Mandel’stam espresso nel suo saggio Sull’interlocutore scritto negli anni Venti). La differenza è tutta qui. Ma le differenze in questi ultimi decenni si sono allentate perché oggi se si vuole scrivere un romanzo di intensità lo si deve pensare a prescindere dal mercato editoriale, altrimenti si scrivono anche dei buoni romanzi ma di intrattenimento. Con il che non voglio disistimare l’intrattenimento piacevole di un pubblico di acquirenti, che ha ragione di esistere, ma certamente così scrivendo e facendo il pubblico dei lettori rimarrà confinato nella zona grigia dell’intrattenimento e dell’imbonimento culturale.

terzo: ultimamente alcuni autori hanno riadattato al contemporaneo la forma ibrida di prosa poetica, lei cosa ne pensa di questa commistione?

georg-trakl 2

georg-trakl

Ritengo che il futuro della poesia sia la «forma ibrida». Oggi non è più possibile né ragionevolmente concepibile scrivere in endecasillabi tonici come faceva il Pascoli o nelle forme chiuse artatamente chiuse in base ad un programma elitario ed olistico della poesia. La forma-poesia, come ci ha insegnato Miłosz, deve essere «una forma più spaziosa» che consenta la ricezione della «prosa». Il futuro della forma-poesia è in questa direzione.

quarto: la sua opera di critica e la sua ricerca poetica, si pongono lo stesso obbiettivo? se sì quale?

Pessoa

Pessoa

 Anche la mia critica e la mia poesia si muovono in questa direzione. Devo dire con scarsi risultati a giudicare dalla ostilità con cui i miei interventi critici e poetici sono stati recepiti dal ceto letterario. Ma questo l’avevo già messo in conto dall’inizio. Inoltre, io non ho alle mie spalle alcuna cattedra universitaria né occupo un posto di rilievo presso gli uffici dei grandi editori, perché mai si dovrebbe prestare attenzione al mio discorso critico e a quello poetico?, anzi, proprio la libertà e indipendenza dei miei interventi critici è una ragione in più per circondarmi con un muro di silenzio, non crede? – Il fatto che io sia un isolato è sia il mio punto di forza che il mio punto di maggior debolezza.

quinto: da poeta cosa consiglierebbe a un altro poeta?

majakovskij volto

vladimir majakovskij

 Leggere molto, di tutto, di filosofia, di scienza, di poesia, i grandi romanzi. Pensare a vivere. E, soprattutto, non accettare nessuna idea in modo acritico, sottoporre ogni ideologema ad attento controllo critico. E poi, in fin dei conti, un grande poeta sorge soltanto quando ci si è impregnati della cultura di un’epoca e si riesce a rappresentarla in una «forma», quando accade un «evento» che mette in moto una «forma».

sesto: un suo motto letterario per salutarci

Non accettare mai di fare un passo indietro.

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Fernando Pessoa  UNA POESIA È uma brisa leve  “È una brezza leggera” letta da Walter Siti 

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da  la Repubblica 16 febbraio 2014

Fernando Pessoa  È uma brisa leve (da Poemas 1921-1930, a cura di Ivo Castro, 1922)

.

 

Pessoa

È una brezza leggera
che l’aria un momento ebbe
e che passa senza avere
quasi avuto bisogno di essere.

.
Chi amo non esiste.
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere già mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.

.
E in mezzo a questo l’aroma
portato dalla brezza, mi affiora
un momento alla coscienza
come una confidenza.

*

.
È uma brisa leve
que o ar um momento teve
e que passa sem ter
quase que tido ser.

.
Quem amo não existe.
Vivo indeciso e triste.
Quem quis ser já me esquece.
Quem sou não me conhece.

.
E em meio disto o aroma
que a brisa traz me assoma
um momento à consciência
como uma confidência.

*

pessoa_1

La prima strofa è la più difficile da tradurre: c’è una brezza così leggera che è come un’affezione dell’aria, come se l’aria avesse avuto un brivido. Passa senza “ter” – “ter”, cioè tenere, in portoghese significa anche avere, come nei nostri dialetti meridionali (“tenho fome”, ho fame); ma esprime anche un dovere (“tenho que estudar”, devo studiare) e inoltre può funzionare da verbo ausiliare (“tenho dormido”, ho dormito). Qui il gioco in rima è tra i due ausiliari, poi c’è un bisticcio legato a ben tre forme del verbo tenere (“teve”,” ter”, “tido”): la brezza passa senza quasi aver avuto bisogno di essere. La brezza è stata avuta ma non ha avuto, è stata passiva e non attiva, e proprio nella sua passività ha vinto sull’aria che voleva trattenerla. Meno si esiste e più si è liberi. Se c’è un segreto in Pessoa, è dire con leggerezza le cose più gravi.
Questo testo sembra un idillio insignificante: una folata di vento, un po’ di profumo e di tristezza. Ma Pessoa non si limita a descrivere: lui è quella folata di vento. Come confessa in una lettera, una delle sue paure è sempre stata che la propria riconosciuta passività spirituale diventasse passività sessuale. Come la brezza, anche lui oscilla tra la tentazione di essere tutto (superiore al timore e alla speranza) e la voglia di sparire, di non essere niente. “Chi amo non esiste”’ – ma in altri testi ammette che essere amato gli dà fastidio. La rima “triste/esiste” gli torna sotto la penna spesso, il fatto di esistere è tristezza. L’io è un incidente momentaneo, il vuoto d’aria che si crea tra una proiezione di sé e l’altra: “chi volli essere già mi dimentica”. La tipica frase scettica “io non conosco chi sono” si rovescia in un inquietante “chi sono non mi conosce”. Continua a leggere

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: “IL RITORNO DEL PROCONSOLE” – Giorgio Linguaglossa: DUE EPISTOLE DI GERMANICO A GIULIO DECIMO E A SELENE

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Roma statua di romano epoca imperiale

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

roma lupa capitolina

Roma_legionari in marcia

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Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher  il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Ha fondato la rivista letteraria internazionale:  lombradelleparole.wordpress.com  – Il suo sito personale è: http://www.giorgiolinguaglossa.com

Giorgio Linguaglossa
DUE EPISTOLE DI GERMANICO A GIULIO DECIMO E A SELENE

Risposta di Germanico a Giulio Decimo e a Selene. «La corruzione dei tempi»

Sette corvi si alzano in volo dal tempio di Vesta.
Un’aquila è caduta stamane sul campo di Marte.
Un leone morto si è seduto davanti al tempio di Giano
i battenti delle porte prede di venti contrari.

Gli aruspici hanno profetato l’avvento di una guerra
in qualche parte del nostro smisurato impero,
grande come il nostro orgoglio.
Il canto bituminoso di un cuculo risuona insistente
tra il Palatino e l’Aventino.
Oggi, forse le stelle mi sono amiche,
un’eclisse di sole si è posata sulla città eterna…
Cesare ha rafforzato le guardie, il suo palazzo
è illuminato da mille torce…
Uno sfarzo, uno scintillio di luci trapela dalle finestre
serrate…

Cesare, al sicuro nel suo palazzo, trema di paura,
sparge menzogna sul suo generale Germanico,
dentro di sé sa che c’è un solo Germanico,
che torme di barbari già premono ai confini,
che hanno oltrepassato il Danubio, e i nomadi
del deserto saccheggiano a sud le ricche città dell’impero.

Sette corvi si alzano in volo dal tempio di Vesta.
Un’aquila è caduta stamane sul campo di Marte.
Un leone morto si è seduto davanti al tempio di Giano
i battenti delle porte prede di venti contrari.

Roma7

messalina

Giorgio Linguaglossa

Epistola di Germanico a Selene

…mia amata Selene quello che
tu chiami «popolo di Roma»
è ormai una plebe insolente e servile,
una escrescenza del nobile idioma latino,
un obbrobrio, un mostro, un ircocervo
dalla lingua bifide e cortigiana
che sa solo adulare e incensare
i potenti e gli ottimati…
Sono lontani i tempi dei valorosi tribuni!
Vieni, se vuoi, nell’Urbe, la città
brulica di bighe, di odalische
e di traditori, di faccendieri,
Cesare col faccione intriso di cerone da teatro
gorgheggia con la sua arpa dorata
finge sordido sollievo e cordoglio posticcio,
devi vedere che battimani quando il despota
cinguetta i suoi versicoli!
Quella che tu chiami Musa
è caduta nelle mani di questi sciacalli
di questi pipistrelli.
Pensa, il sordido Cesare gorgheggia
con la cetra i suoi versicoli,
ne ha già pubblicato settecento rotoli
e adesso altri cinquecento hanno invaso
la nettezza urbana dell’Urbe…
Che altro dire:
è un codardo panzuto che striscia come una biscia
come una lingua nel palato di un lebbroso…

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Lars Forssell SETTE POESIE a cura di Giacomo Oreglia

lars forsell 8 Lars1Poeta e commediografo svedese (Stoccolma 1928-2007). Figura di primo piano nel panorama letterario svedese, membro dell’Accademia Svedese, è autore di poesie (Una poesia d’amore, 1960; Però, 1968; Poesie d’ottobre, 1971; Il possibile, 1974; Sassi, 1980; Canzoni, 1986) e di drammi (La passeggiata domenicale, 1963; Il borghese e Marx, 1970) che esprimono le lacerazioni del mondo contemporaneo. Forssell ha affrontato anche tematiche esistenziali alternate a motivi classici, adottando strutture metriche tradizionali, come per esempio, nel sonetto dei Canti (1986) e nelle opere teatrali Show (1971) e La lepre e la poiana (1978). Ottimo traduttore, ha reso in svedese, fra l’altro, le opere di E. Pound, il di Ibsen (1991) e di Molière (1992). Tra le altre raccolte di versi: Scavi a cielo aperto (1988), La tristezza e l’allegria (1989), Amici (1991), Immagini in movimento (1992) e Giornale di bordo (1996).

da Lars Forssell Poesie Passigli, 1990 a cura di Giacomo Oreglia

lars…Le due prime sillogi di Forssell, Ryttaren (Il Cavaliere, 1949) e Narren (Il Buffone, 1952), già mostrano chiaramente diverse delle sue caratteristiche: una tecnica metrica, regolare e irregolare in stretto avvicendarsi, che restituita al senso etimologico del termine, téchnè, sia arte essa stessa, ben cosciente quindi della propria nobiltà e orgoglio del poeta-artiere; scansioni accentuate, effetti dirompenti e controcanti sommessi; infine, personaggi emblematici come il Buffone, Billy Budd, Alceste, anche veri e propri alter ego o senhal dell’autore, con nuove aggregazioni nelle sillogi posteriori…

Il poeta ha dichiarato: «Io sorgo dal silenzio e quindi devo parlare con molte voci». Nella sua opera è soprattutto ricorrente, ad ogni modo, anche se talvolta camuffato in varie fogge, il Buffone (il Buffone e il Cavaliere figure emblematiche similmente nei film di Ingmar Bergman…), come l’Angel andaluso in Rafael Alberti, vero e proprio topos Continua a leggere

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Tomas Tranströmer SETTE POESIE – LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI IN MOVIMENTO Commento impolitico a cura di Giorgio Linguaglossa

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È fin troppo chiaro che con il Nobel nel 2011 per la poesia a Tomas Tranströmer, i membri dell’Accademia giudicante   hanno esibito un coraggio insolito, innanzitutto perché Tranströmer era un poeta isolato e non rientrava nel concerto dei poeti di rappresentanza o da vetrina mediatico-culturale oggi di moda in Europa. Di fatto, il massimo poeta svedese vivente è uno sconosciuto in Italia, dove gli editori maggiori non lo hanno mai considerato degno di pubblicazione, in quanto non rientrante nella ristretta cerchia dei poeti sostenuti dal mondo accademico. Del resto, anche il mondo accademico svedese ha faticato non poco per accorgersi del valore del poeta. Nato a Stoccolma nel 1931, dopo studi di psicologia nell’Università della capitale svedese, è entrato nell’amministrazione pubblica della cittadina industriale di Vasteras. Nulla di più estraneo al mondo degli studi accademici svedesi, Tranströmer è rimasto per lunghi decenni appartato e in solitudine fino al ritratto autobiografico che il poeta ha dato di se stesso nel libro Minnena ser mig  nel 1993, tradotto tre anni dopo in  italiano con il titolo I ricordi mi vedono.

Tranströmer parte sempre da esperienze personali (la casa nel popolare quartiere di Söder a Stoccolma, la figura del vecchio nonno pilota di rimorchiatori etc.) con un dettato essenziale, diretto alle cose, senza giri di parole e/o filtri letterari. Dal dato biografico Traströmer arriva a tratteggiare  la cornice di un quadro di angoscia esistenziale e di disagio della società svedese moderna, l’incomunicabilità dei suoi personaggi, la enigmaticità della condizione esistenziale degli uomini concreti posti in una determinata stazione storica: quella della Svezia del Dopo il Moderno, la violenza e la sopraffazione nascoste dietro il velo dell’ipocrisia e della doppiezza. Si può affermare che tutta l’opera del poeta svedese non è altro che un tentativo di squarciare il velo di perbenismo e di edulcorato ottimismo che si nasconde dietro il fondale di ottimismo di un assetto sociale configurato secondo la finalità del benessere dei cittadini. Tranströmer dimostra che c’è una ipocrisia di fondo dietro la soglia dell’efficienza dell’Amministrazione totale volta al benessere dei suoi cittadini.

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Tradotto splendidamente da Enrico Tiozzo, sono apparse in italiano Sorgengondolen La gondola a lutto pubblicata da Crocetti nel 1996; opera dettata alla moglie per via dell’ictus che colpì il poeta negli anni ’90 che lo ha ridotto all’afasia ma non alla interruzione della sua attività poetica. Così la moglie ha commentato la notizia del conferimento del Nobel al marito: «Non pensava più di sentire questa gioia un giorno».

Le poesie dell’esordio, con la raccolta 17 dikter 17 poesie  del 1954, gli valsero da parte della critica il nomignolo ironico di «re delle metafore» ma ciò non scalfì la collocazione di tutto rispetto tra i poeti degli anni Cinquanta per l’inconfondibile sobrietà del suo stile.

Le poesie sono sempre delle occasioni per una riflessione del poeta, il quale come un minatore, scende nella profondità che sta celata appena dietro il velo dell’apparenza delle cose. Con uno stile classico e modernista, al di là del vestito metaforico della sua poesia, Tranströmer può essere qualificato, oggi, come uno dei maestri in ombra della poesia europea e occidentale. Il poeta svedese offre al lettore una nuova esperienza degli oggetti. Gli oggetti sono visti come immagini in collegamento ed in sviluppo, il lettore è chiamato in causa direttamente, è chiamato a prendere posizione dinanzi alla ambiguità e alla polisemia delle «cose» viste da un preciso e determinato angolo visuale. Le «cose» equivalgono alle immagini in movimento ed in collegamento reciproco. Contrario ad ogni ipotesi di poesia sperimentale Tranströmer ha sempre tenuto ben dritto il timone della sua investigazione poetica mantenendosi a cautelosa distanza da ogni ipotesi di poesia civile, impegnata o sperimentale, concetti da sempre ripudiati dal poeta svedese. C’è una certa distanza tra il gelido apparato reticolare delle metafore di Tranströmer e le «cose» del reale messe bene in luce in un saggio del critico Kjell Espmark che ha identificato i modelli del poeta in Hölderlin, Dante, Rilke. Alla fine degli anni Ottanta è arrivata per Tranströmer la definitiva consacrazione con la silloge För levande och döda Per vivi e morti  del 1989, concentrata sul tema della presenza della morte nel quotidiano. Tranströmer «fonda» il quotidiano, lo rimette in piedi da dove quel «quotidiano» era stato fatto ruzzolare dalle scaffalature impolverate dei «quotidianisti».

Transtromer 1

In Italia l’opera di Tranströmer è stata pubblicata da Crocetti, che nel 1996 ha dato alle stampe alcune poesie nella Antologia della poesia svedese contemporanea e, nel 2008, il volume Poesia dal silenzio.  Il medesimo editore ha annunciato l’uscita, a giorni, de Il grande mistero l’ultima opera del poeta svedese, una raccolta di 45 haiku per 45 punti di vista di un oggetto semplice-complesso. Alcune poesie del poeta svedese erano apparse nell’Almanacco dello Specchio del 2007.

(Giorgio Linguaglossa)

da 17 Poesie (1954)

Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,
mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
schiuma sulla riva.
La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.
La poiana si ferma e diventa una stella.
Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
schiuma sulla riva.

*

L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.
Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.
È carbonizzato il greve quadrato del ponte. La sterpaglia
soccombe all’oscurità.
Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui
cancelli granitici del mare e il sole crepita
vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive
brancolano nei vapori marini.

Storia fantastica

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta

con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
come pallide linci cercano un appiglio sulla riva ghiaiosa.
In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.
(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.
Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.)

transtromer_postcard

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Meditazione agitata

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Un temporale fa girare all’impazzata le ali del mulino
nel buio della notte, macinando nulla. – Ti
tengono sveglio le stesse leggi.
Il ventre dello squalo è la tua fioca lampada.
Soffusi ricordi calano sul fondo del mare
e là si irrigidiscono in statue sconosciute. – Verde
di alghe è la tua gruccia. Chi va
al mare torna impietrito.

Elegia (1973)

Apro la prima porta
È una grande stanza soleggiata.
Un’auto pesante passa per la strada
e fa tremare il vasellame.
Apro la porta numero due.
Amici! Avete bevuto il buio
e siete diventati visibili.
Porta numero tre. Una
stretta camera d’albergo.
Vista su una strada secondaria.
Un lampione che scintilla sull’asfalto.
La bella scoria delle esperienze.

Sweden Nobel Literature

Volantini (1989)

La silenziosa rabbia scarabocchia sul muro in dentro.
Alberi da frutto in fiore,
il cuculo chiama.
È la narcosi della primavera. Ma la silenziosa rabbia
dipinge i suoi slogan all’inverso nel garage.
Vediamo tutto e niente,
ma dritti come periscopi
presi da una timida ciurma sotterranea.
È la guerra dei minuti. Il bruciante sole
è sopra l’ospedale, il parcheggio della sofferenza.
Noi chiodi vivi conficcati nella società!
Un giorno ci staccheremo da tutto.
Sentiremo il vento della morte sotto le ali
e saremo più dolci e più selvaggi che qui.*

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* trad it. di Enrico Tiozzo in

Poeti svedesi contemporanei a cura di E. Tiozzo, Göteborg, 1992

Epilogo

Dicembre. La Svezia è una nave malandata
in missione. Contro il cielo del tramonto sta
il suo albero aspro. E il tramonto è più lungo
di un giorno – la via che porta qui è sassosa:
solo verso mezzogiorno esce la luce
e il colosseo dell’inverno si alza,
illuminato da nuvole irreali. Allora sale d’un tratto
vertiginoso il fumo bianco
dai villaggi. Altissime stanno le nuvole.
Alle radici dell’albero celeste fruga il mare,
distratto, come in ascolto di qualcosa.
(Invisibile viaggia sull’altra metà
dell’anima un uccello che sveglia
chi dorme con le sue grida. Così il telescopio
gira, cattura un altro tempo
ed è estate: mugghiano le montagne, gonfie
di luce e il ruscello solleva lo scintillío del sole
nella mano trasparente… sparito in quell’attimo
come quando la pellicola di un film si spezza al buio.)

Ora l’astro della sera brucia attraverso la nuvola.
Alberi, recinti e case aumentano, crescono
nella silenziosa slavina che precipita nel buio.
E sotto la stella ancor più si suscita
l’altro paesaggio nascosto che vive
la vita dei confini sulla radiografia della notte.
Un’ombra trascina la sua slitta tra le case.
Stanno in attesa.

(da Poesia dal silenzio, Crocetti Editore , 2001,
trad. Maria Cristina Lombardi)

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Steven Grieco ALCUNE RIFLESSIONI SULL’ESPRESSIONE ARTISTICA OGGI, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA POESIA 

 

roma Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

È interessante esaminare, nel contesto dell’espressione artistica, la frase, “c’è chi è convinto che oggi la forma sia l’unico contenuto possibile”.

Mani Kaul, uno dei cineasti più significativi della Nouvelle Vague indiana 1960-90, asseriva una cosa profondamente diversa partendo da premesse sostanzialmente simili: ovvero, che la seconda metà del Novecento ha, per ragioni complesse, macinato i “contenuti” dell’opera artistica fino a non lasciare più nemmeno le briciole. Pensiamo in questo contesto a un Tadeusz Rozewicz e alla sua battaglia per ritrovare, dopo Auschwitz, il significato nella poesia, operando una sorta di rovesciamento, o totale negazione del concetto stesso della poesia.

Da allora in poi abbiamo assistito in tutti i campi dell’arte al succedersi di avanguardie e neo-avanguardie che non hanno certo potuto contrastare, nel tempo, processi di svuotamento della cultura molto più grandi di loro. Ciò ha favorito numerose derive individualistiche, interessanti in un primo tempo, poi finite nel silenzio. Nel campo della poesia, solo pochissimi coraggiosi e indefessi poeti – alcuni interni a quelle avanguardie, altri esterni – si sono sottratti a tale destino, continuando testardamente a ricercare un senso delle cose in una materia culturale ormai quasi del tutto inerte.

Dobbiamo poi pensare alla macchina dell’industria culturale mondiale – premi di poesia, di letteratura, festival di cinema, graduatorie, bestseller etc. – che così spesso spinge la produzione artistica in certe direzioni più monetizzabili di altre.

donna cinese antica

Ed ecco che ci troviamo qui, oggi.

Mani Kaul asseriva che oggi la forma dell’opera artistica è costituita spesso da strutture sorpassate o difficilmente rivisitabili, e il suo contenuto velocemente banalizzato dalla presenza massiccia di materiali culturali aventi finalità unicamente commerciali. Visto ciò, ogni residua ratio di un’opera può solo stare nei suoi punti di congiunzione – laddove cioè un dato segmento, una data frase o sequenza espressiva, deve per forza di cose volgere al punto successivo.

È in questo punto di congiunzione-trasformazione che avvertiamo la vertigine di ciò che chiamiamo “significato”, persino “illuminazione”.

nel vecchio stagno

una rana saltò

e il suono di acqua

È lì anche che sentiamo forte il senso dinamico del tempo che scorre, meno quello statico dello spazio. Occorre quindi lavorare su questi punti di congiunzione, da cui nasce il ritmo, la quasi-musicalità significante della frase, che per sua intrinseca ed irreplicabile natura tende ad invalidare al suo nascere la banalizzazione di cui sopra.

Ed è in questi punti di congiunzione che l’opera può anche non esistere. Prendo l’esempio della fusione a cera persa, in cui per un attimo, fra lo scioglimento della cera e la colata del bronzo nello stampo, l’opera diventa un vuoto, o se vogliamo un negativo, dove però essa è anche immensamente pregna di tutta l’energia di cui avrà bisogno per raggiungere il compimento.

Da questi gangli “vuoti”, simili alla pausa tra l’inspirazione e l’espirazione, l’espirazione e l’inspirazione, è lecito pensare, rinasce l’espressione poetica.

Torno a Mani Kaul, e alla sua convinzione che la civiltà occidentale vive da cinque secoli in una illusione: la prospettiva. All’inizio, la “scoperta” della prospettiva dette un forte impulso all’arte in Occidente. [1] Ma questo senso della spazialità entrò in crisi, sempre in ambito artistico (ma anche scientifico), verso la metà-fine del sec. XIX. Per poi fare la sua ricomparsa cinquant’anni più tardi come uno dei motori principali del “modello culturale unico” in quasi tutti gli ambiti dell’attività umana.  E’ una conquista che ha fatto molto per azzerare altri modi di intendere l’espressione artistica, anche all’interno dello stesso Occidente, modi che avrebbero potuto aiutare a trarre quel “modello unico” dalle secche in cui è inevitabilmente venuto a trovarsi. Difficile non vedere in tutto questo l’influenza, appunto, della visione prospettica, che dà l’illusione di uno spazio sconfinato conquistabile, pur lasciando così tanto inspiegato, insoluto.[2]

Nel corso di questa omologazione culturale planetaria, sembra che si siano inaridite anche le fonti vivificanti della poesia. Danno ancora più grande se pensiamo che la poesia rimane, checché se ne pensi, una delle espressioni artistiche fondamentali, perché usa la lingua – sistema di comunicazione fondamentale e imprescindibile per l’essere umano – per veicolarsi, rarefacendola e compattandola con certe modalità inspiegabili che solo a lei, solo alla poesia, competono.[3]

Comunque sia, mi riconosco da sempre, rispetto a tali questioni, nel punto di osservazione che hanno molti dei miei colleghi indiani e giapponesi (e qualche occidentale), poeti, artisti, registi e studiosi. Non c’è dubbio che in Asia l’individualità e l’irripetibilità dell’artista sono spesso meno sentite che qui, o forse soltanto understated, sottintese.

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top_ten_ceos_in_ancient_china06f5bb5d1ac7de517dcc.

Interessante, a questo proposito, guardare l’evoluzione del waka Heian attraverso tre secoli circa – dalla fine del IX alla metà del XII. In questo periodo, il waka, forma poetica del Giappone classico, ci restituisce una stratificazione di significati e contenuti che ha dell’incredibile. Si chiama honka dori, ed è il procedimento per cui un poeta nel suo waka si ispira ad una frase, un riferimento, o anche all’idea centrale, di uno o molti waka precedenti, per dare alla sua composizione una valenza, un giro di significato, una sfumatura del tutto “nuova”, in base alla sua personalissima esperienza di vita e alla sua particolare ispirazione poetica ed estetica. Nel momento preciso della composizione, la concentrazione del poeta sarà totale. E tutto starà nel miracolo di questo minimo scarto di significato che apre un’orizzonte di senso del tutto nuovo.

L’evoluzione del waka, dunque, in questi tre secoli procede in virtù di tale stratificazione, generando migliaia, decine e centinaia di migliaia di composizioni ciascuna delle quali portatrice di una minima variazione di contenuto rispetto alle altre. La forma poetica è sempre la stessa: 5-7-5-7-7 sillabe, e raramente troviamo una composizione fuori canone. La “citazione” è quindi sovrana rispetto a tante altre tradizioni poetiche (al plagio!!!!), per effetto della quale viene creandosi non un insieme di singole poesie fortemente individualizzate, ma piuttosto un oceano di poesia composto da tanti minimi organismi: ed è allora più bello, spesso, gustare molte poesie insieme sullo stesso tema, che non necessariamente quella singola, anche se non mancano certamente i singoli waka di grande bellezza.

Izumi Shikibu – Mandai Wakashu

nodokanaru ori koso nakere hana wo omou kokoro no uchi ha kaze wa fukane do

non trovo mai un’occasione serena

anche quando il vento non soffia

nel cuore che sempre pensa ai fiori

Tale stratificazione inoltre si allarga su una superficie ideale, creando così, in questo caso, una spazialità, in cui l’aspetto “cronologico” – quale poeta è venuto prima, quale è venuto dopo – è questione secondaria.

Un altro punto che verte sulla questione della forma e sul “decesso” dei contenuti, così come li abbiamo conosciuti: un amico di Tokyo, studioso di waka Heian, e cultore di poesia Tang, afferma una cosa interessante: l’alfabeto cinese storico conta 30,000 o più caratteri. Le possibilità combinatorie fra i caratteri mantennero viva la poesia cinese per millenni, permettendole di raggiungere vertici sempre più alti. Un giorno le possibilità combinatorie dei caratteri finirono. Finì con esse anche la poesia cinese classica.


[1] Nulla togliendo, beninteso, alla grande pittura dei secoli precedenti. Curioso il fatto che i pittori di icone, dovendo sottostare a regole pittoriche ferreee e ai dettami di patroni spesso dittatoriali, crearono spesso opere di una libertà espressiva assoluta.

[2] Vedi a questo proposito The Rambling Figure, di Mani Kaul, discorso tenuto al French Institute di Londra (marzo 2003).

[3] Ciò non invalida tutte le contaminazioni possibili, poesia e prosa, poesia visiva, poesia musicata, etc.

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur (2)

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur India

Steven J. Grieco, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.
è stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.
In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. nel 2016 pubblica con Mimesis Hebenon la raccolta poetica Entrò in una perla, e nello stesso anno dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma)
protokavi@gmail.com

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Stefanie Golisch Fly and fall – Poesie Inedite

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 Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia.

Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. 

Poesie tratte dalla raccolta inedita Fly and fall

 

Un io e la sua bestia

Copri con il tuo grigio pelo
il pallore della mia pelle,
il mio tremolante desiderio.
Dentro le mie calde viscere
sento il tuo ansimare secolare
mischiarsi alla mia linfa.
I tuoi morsi mi risvegliano reale,
custode del mio segreto animale.
Nel nostro silenzio
gorgoglia vita indistinta

Proteggi questo troppo lieve io
dalla tristezza degli uomini

Corpo di madre sulla terra

When will we three meet again?
In thunder, lightning or in rain?
When the hurlyburly’s done,
When the battle’s lost and won.

Shakespeare, Macbeth

Stesa sull’asfalto,
avvolta nella mia pelle pallida,
il corpo di mia madre
è una ferita

Sulla breve via verso il freddo,
la sua carne avara
prega la mia,
calda per coprire la nostra sconfitta

La battaglia è finita.
Tra cavalli e guerrieri morti
con bocche spalancate,
ti canto, madre, la ninnananna
alla rovescia

esopianeta

esopianeta

Kartoffelfeuer

Nella quiete di primo autunno,
un improvviso grido di corvo,
il profumo di mele mature
e di involtini primavera dal ristorante cinese
al pian terreno

C’è in questa natura morta
una ansia di risposte a fine estate,
un cupo giorno di settembre
in cui la mia infanzia bruciò
in un Kartoffelfeuer.*
Dopo quel giorno, non c’era più

Nello specchio una ragazza sorride seducente
al mondo appena nato, come per dire,
eccomi,
prendimi,
sono tua

* Il Kartoffelfeuer è il fuoco con il quale, nelle campagne, i contadini bruciano le piante di
patate dopo il raccolto.

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esopianeta

La mia inviolabilità

Luz è il nome dell’osso
dalla cui improbabilità risorgerò
dopo che la grande onda mi avrà trascinato via,
mia madre mi avrà chiamato a casa

Non dimenticare
la mia gobba antica,
non dimenticare
il vuoto nell’ora degli uccelli morti,
quando le domande,
una a una, svaniscono
senza risposta,

Raccogli quell’io pietra
nel mistero della sua
imperfezione

*Nella religione ebraica luz è il nome di un osso minuscolo che non può essere distrutto e dal quale, alla fine dei tempi, l’uomo sarà ricreato.

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Quando una vecchia suora si prepara per la notte

Quando una vecchia suora si prepara per la notte, innanzitutto si toglie
le pesanti scarpe marroni,
poi il velo, chiuso dietro la nuca con una striscia di velcro.
Aprendo la lunga cerniera sulla schiena, lascia cadere la tonaca
a terra.
Nella sua veste ingiallita sta davanti a nessuno specchio.
Invece della propria immagine, le sorride seducente
un giovane uomo dai lunghi riccioli biondi che dice:
non aver paura, sei o non sei la mia sposa diletta?
Fiduciosa, sfila i collant color pelle,
il reggiseno color pelle e le mutande color pelle.
Nella luce diffusa di una fredda notte d’autunno,
eccola, nuda davanti al suo Signore.
Tremando, indossa una camicia da notte rosa,
e si fa scivolare sotto le coperte.
Persa come una goccia di pioggia in un cielo senza nuvole,
fa sparire le dita stanche
nell’antro sacro tra le gambe,
dove si nasconde la vita
umida, oscura, muta

Il motel più economico

Questa è la stanza dei vecchi amanti,
così disperatamente devoti all’idea dell’amore
che potrebbero uccidere,
diciamo un cane,
se questo fosse il prezzo da pagare
per una prima volta nuova di zecca.
Ma non c’è alcun cane intorno,
soltanto due paia di scarpe consunte
sotto un unico letto
per tutti gli amanti.
Venite, uccidetemi, direbbe
il cane, se ci fosse un cane,
ma, ahimè, non c’è.

Tutto qui: non c’è

Fly and Fall

Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

La vita è tutto questo

You are marvellous. The gods want to delight in you.

Charles Bukowski

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita.
La ragazza finta bionda con i jeans economici,
la maglietta economica e i suoi sogni inimmaginabili.
La coppia di nani al loro primo bacio, ansiosi
di fare bella figura.
Sole di Novembre, tempo di resa,
tempo di rinascita, perdono e oblio.
Un verso di Hölderlin che recita:
più l’uomo è felice, più alto è il rischio che si rovini.
Il mistero di ogni nuovo giorno
e i sette significati nascosti di una antica fiaba.
Oscure selve germaniche e luminosa bellezza mediterranea.
La speranza che una calza rotta può essere rammendata,
che le ferite possono guarire,
e che la nostra voce può migliorare con il tempo,
perdendosi
in tutte le voci

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