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QUATTRO POESIE INEDITE di Nazario Pardini SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Auschwitz-

Auschwitz

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Albrecht Durer Adam and Eve

Albrecht Durer Adam and Eve

Nell’isola di Utopia
con la mente e l’anima

E fu deserto. Ardeva il panorama
di un agro odore asciutto, del sentore
di agostina saggina. Fu di rena
infuocata ed uguale a spiaggia estiva
d’ora meridia senza refrigerio
di frescura. Obliquavano le serpi
con destrezza, brillavano le dune
arroventate come vuoti zeppi
di biancastri bagliori. E percorremmo
lunghi tragitti al sole verticale
al limite di vita. Poi un odore
d’acqua mèzza rappresa di palude
simile tanto a quello delle mammole
decomposte o dell’alghe tumorose
e accaldate, ci fece avvicinare
a un sentiero d’uscita. Lo seguimmo
d’istinto ed arrivammo (assai perplessi)
in mezzo a delle rocce del color
del carminio o dell’aria di serale
sembianza. Qui ci apparve uno scrosciare
d’acqua fiumana e poi un nebulizzare
rosseggiante dai getti di cascata
che svariava nel verde. Traspariva
piante lacustri ed alberi giganti
che infiggevano chiome dentro un cielo
di cromatico aspetto. Tanto in alto
c’erano uccelli assiepati sui rami
da confondersi ai butti. Rocce, rame,
falcate variopinte, edere sparse
dalle foglie di palme, grandi frutti
che grondavano succhi liquorosi,
mellei, simili a pani dalle forme
più varie, lunghe, piane mi confusero
sia la mente che l’anima. Comunque
sentivamo che l’uomo industriale
senz’altro mai arrivò nel Paradiso
dei giardini segreti. Erano là,
non ancora toccati dalle mani
di una mente d’economica fattura.
Che immagine sublime, sorprendente,
luminosa, possente, profumata
di sapori indicibili ed eterni.
Mi resero vana la ragione
e disposero a un volo sovrumano
la compagnia dell’anima. Restai.
Ma io mi sentii vuoto e abbandonato;
solo di carne. Senza compagnia,
nell’isola dei sogni: l’Utopia.

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

L’isola dei morti

È un fiume opaco quello che intravedo
e che la nebbia avvolge; uccelli magri
dalle piume cadenti
si tuffano o svolazzano nell’aria
gracchiando presagi infernali.
In lontananza un nocchiero:
salpa da una sponda arida e spoglia
e viene verso me. Ed io straniero
che attendo il mio destino.
C’è una gran truppa d’anime leggere
con in cuore la vita. Salgo sopra
a quel vascello che non sente il peso
del gran numero di esseri in sospeso
a guardarsi paurosi e sbigottiti.
Ecco vicino l’isola. Si scorge
il profilo che sorge
da un nuvolo di bruma. Non c’è sole.
Ma c’è una luce strana, disumana,
simile a quella in terra
quando precede il cielo appesantito
l’imminente tempesta.
Cipressi che affondano le cime
nell’aria spessa d’umido livore;
terre aride abbruciate da selciati
che le tengono strette; ed un gran tempio
che si erge maestoso, a dismisura,
sulle livide pietre. Sopra marmi
che portano nomi sugli avelli
disseminati d’ossa a ricordare
quanto vana è la soma. Tutt’attorno
vaganti ombre
che vanno senza vesti e senza posa
attorno al tempio sacro. Corpi alati
volano in gran numero squarciando
l’aria pesante di un mondo spettrale.

Che vero paradiso il Camposanto
aperto (al mio paese, in mezzo ai campi)
a un cielo luminoso e rallegrato
da uccelli canterini! Quanta luce!
Abituato io alla mia terra. Al suo morire.
Al suo rinascere.
Vado girando e non conosco volti.
Un lungo vagolare; la mia anima
s’illumina, alla fine, quando scorge
aprirsi un varco di luce, lontano,
oltre le sponde. Una grande speranza.
Non so che chiaro fosse, né so dirvi.

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi parve

Mi parve che quel volto fosse strano
o perlomeno usuale: i capelli,
la bocca, gli occhi, i modi della mano.
Possibile? Pur quelli
fossero in realtà luoghi diversi,
mi sembravano
comuni e familiari. Non avversi
vedevo quegli ambienti; mi apparivano
come li avessi avuti già dintorno
in un’altra occasione.
E cosa strana all’aria di quel giorno,
brumoso e opaco come a settentrione,
più ancora l’impressione suscitavano
di avere tutto quanto già vissuto.
Ma quei posti distavano
chilometri: un mondo sconosciuto.
Ho avuto un senso vago di magia,
soprattutto al momento che ho veduto
di fronte a me l’aspetto di una via
già impresso nel mio mondo surreale.
E quel volto, la voce. Mi rimase
l’anima turbata. Quasi astrale,
inspiegabile il fatto o perlomeno
esoterico all’occhio di un mortale.
Covava dentro me sempre di più
(ero tanto distante dal paese)
il desiderio di vederci chiaro.
Di esaminare il tutto. Oltre l’umano
pensavo a una propaggine
di un mondo celestiale. Ciò che è arcano
all’occhio nostro è quello che è inspiegabile
alla ragione. E l’anima, il pensiero,
immateriali, chi dice che al labile
corpo non si sottraggano per mero
caso? Vadano un giorno od una notte
vagolando ad imbersi d’aria nuova
nei climi più lontani? È la sorte
che spesso vuole mettermi alla prova.
Eppure quelle case, le parole
che uscivano di bocca a quel signore,
quei panorami brunastri e la mole
del vasto mare rotto dal rumore
stridente di una skua così assenti
nel mio paese e in più così diversi,
nell’animo li avevo. Erano eventi
del tutto irrazionali. Poi mi persi,
scendendo in una strada che portava
fino agli scogli. Si fransero i marosi
sul livido schienale che tremava
ai grandi schianti. Ai venti minacciosi
dell’Oceano il gesto familiare
del misterioso volto con la mano
in segno di saluto. Fu il maestrale
che rapì quella skua; ed un gabbiano
col suo placido canto sinuoso
mi riportò al riposo del mio mare.

Sole con cerchiApparizione

– Quanta luce! Che cosa splenderà
sopra il prato asfodèlo? Tu che vedi
nel cielo che effonde su di noi
tanto giorno accecante? – – Io vedo il sole,
ma il sole è di settembre
e l’aria, anche se chiara, annuncia sera;
è obliquo l’astro e credo
che non possa brillare così forte. –
In fondo al prato in mezzo ai rami d’oro
di un povero pioppo, si levava
tanto lucida un’immagine di donna
da sembrare infocata. Stava avvolta
in un candido velo. Attorno al capo,
folto di chiome bionde, risplendeva
una luce d’argento. Gli asfodèli,
di per sé perlei, brillavano ancora
di più per il dolce incantamento.
– Non vedi tra le rame di quel pioppo
un’immagine di donna evanescente? –
E l’altro sbiancò il volto di stupore.
Da allora l’aquilegia timorosa
rivolse a terra i sepali d’amore. –
Mosse la donna i labbri sopra i fiori
candidi avìti e tradizionalmente
pietosi per gli avelli. Le sue labbra
vibrarono di un tremito invisibile
agli occhi umani: – Che cercate, voi,
in questo prato sacro dove un tempo
gli antichi si riunivano in preghiera
a libare con bianco latte e miele
per i loro defunti? Sempre viva
una fiamma nella sera si colora
su questo luogo sacro. Le corolle
si mettono a danzare e con i petali
si accostano, bisbigliano e nei loro
moti gentili parlano d’eterno,
di gioia, di dolore ai metafisici
colori settembrini-. – Siamo gente
umile. Andiamo tra l’erba a cercare
cicerbite e cicoria per la mensa
che nostra madre ogni giorno ci appresta.
Siamo sempre venuti a questo piano
per cacciare, raccogliere l’erbette
o correre con ansito
in gare giovanili. – – Dolce immagine –
l’altro aggiunse – – Chi sei? sei la Madonna
forse che ci annunzia con miracolo
che ogni vita ha diritto di gioire
in questo prato sacro? o forse Diana
a ricordarci che di già i pagani
ci avevano avviato a questo rito
tanto dolce e civile? – Alle macerie
coperte di papaveri e gramigna,
di ginestre, narcisi ed asfodèli
una gran luce (a un angolo del prato)
squarciò le sponde aprendo un tempio eguale
a quelli della valle d’Agrigento.
La fanciulla in alba veste si spostò
nel cuore della cella. Melodiosa
levò una calda voce: – La natura
è sempre stata santa e nel settembre
ancora tanto più sa di mistero.
Volli venire al prato di settembre
un’altra volta a vivere la vita,
il candore e il dolore. Io fui vestale
di quando la mia fiamma perennemente
ardeva nel mezzo a questo spazio
dedicato agli dèi e ai nostri morti.
Germinavano sacri gli asfodèli,
pietosi, e i loro semi continuarono
a gemmare su questa densa terra.
Di me si volle offrire il sangue giovine
all’ara di Proserpina ché avesse
a cuore chi alla riva d’Acheronte
attendeva il passaggio. È di settembre
che il mio sangue calò. Rossa di sole,
di sole di settembre la mia ara
si tinse. Ora è rimasto solitario
e privo della bella gioventù
che si adornava di candide vesti
per le funebri feste, il mio sagrato.
Andava sui viali. Genuflessa
ed in preghiera pia ad affidarsi
l profumo dei gigli e alla clemenza
del volere d’Olimpo. È questo il tempio.
E là sotto quei fiori ancora nutre
l’anima mia il bianco del narciso,
il rosso del papavero, l’arancio
del corbezzolo, la spina del ginepro. –
E presa la parvenza di un pavone
si dileguò nel cielo. Il tempio greco
scomparve da quel luogo. Continuarono
il solitario, il picchio,
il cuculo, il pettirosso, l’usignolo,
la capinera, la lodola e gli altri
meravigliosi frulli del creato
a fondersi all’aria dell’angolo asfòdelo,
a squittire, a cantare, a svolazzare
radendo la vista dei due giovinetti.

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QUATTRO POESIE di Nazario Pardini  “Ulisse” “Con Venere a settembre” “Il canto di Alceo” “Dallo scoglio di Lèucade” (Poesie su personaggi storici mitici o immaginari)

Invitiamo i lettori interessati ad essere ospitati nel blog ad inviare poesie sul tema: “Poesie su personaggi storici mitici o immaginari”

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

Pasiphae Dedalo e Icaro decorazione parietale a mosaico Zeugma Seleucia II secolo Turchia

 Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Venere statua

Venere statua

Con Venere a settembre

Dal mare blu, mentr’io miravo intento
il concerto degli organi del cielo
e degli oceanici spazi, spiccò
il vivido splendore di marmorea
bellezza giovanile. I lunghi crini,
sincronici con l’acque speculari
ai golfi di Citera, erano avvinti
al seno di corallo e ai fianchi eburnei
che il mare partoriva. Già ti amai
perlea dagli occhi chiari. Erano i giorni
nei quali mi trovavo a rimirare
le mitiche scogliere. Ed incosciente
immergevo nel cerulo frullare dei marosi
il senso di pochezza
per affogare l’anima. Fu un fremito
il suo morbido apparire al mio stupore.
“Eccoti amore” appena mormorò
muovendo rosee labbra con sottile
malizia sensuale. Io trasalii
ed intonai le rime di superba tensione
al profumo di donna
che attorno diffondeva. Ventilò
lo spirito del canto delle Grazie.
E lei dolce divina recitò
attorno alla Natura delle cose
i versi che il poeta le donò.

Giorni e giorni innocenti nei sentieri
dei pini e degli allori si donò
al mio immemore seno; vissi solo
di lei. Mi ricopriva coi capelli
lunghi e fluenti quali i biondi steli
dei grani mossi dai respiri estivi.
Ma fu settembre: il mare si faceva
sempre di più verdastro, ed il fogliame
cadeva color rame sui suoi fianchi
coperti appena da una veste rosa
che le donava il cielo per pudore.
Abitavamo selve di Citera
folte e selvagge. Appena la stagione
disseminò dintorno le memorie
dei gracili fogliami e il vento freddo
stava per sopraggiungere, lo zeffiro
pietoso si levò.
Stormivano le fronde degli abeti
per cedere il vestiario olivastro
alla sua nuda bellezza.
L’avvolse nel respiro e, con dolore,
la sottrasse ai miei spasimi. Nell’isola
di Cipro la rinvenni. Indifferente
ornava di fulgore i suoi dirupi.

Ulisse pittura parietale

Ulisse pittura parietale

 

 

 

 

 

 

Ulisse
(il ritorno)

Qui tutto è sapido. Lo so! I profumi
dell’isola, il ginepro, la lavanda,
e tu che ho ritrovato. Ho sempre in mente
il volo urlato della procellaria.
Mi strappava la carne. Le sirene
misteriose e adescanti e io che immobile
all’albero maestro volli fendere
i nascondigli fitti del sapere,
i più vogliosi. È questa la mia isola.
Qui alla sera torna a dilatarsi
l’idea dei meriggi e il lungo andare.
E ancora estendo sguardi in lontananze
sperdute. Mi lasciarono nell’anima,
crepata di salsedine, le note
che tornano insolute. È sempre aperta
la sfida tra l’eterno e me che cerco
con gli occhi indolenziti quella luce
che mi soverchia. Ma stasera il mare
riporta chiare voci di Calipso
e di Circe. E il canto di una vergine
fanciulla intenta al suo corredo.
Sento ancora la sua candida pelle
su me adusto di sale. Ritornare
era il mio sogno. Eppure condannati
siamo sempre dai gorghi della vita
che le spoglie depongono. Nell’anima
germinano e si fanno giganti al
calare. Ognuno tiene di Nausicaa
chiusa con sé nel fondo una sembianza
mai defilata. Ed ora salta fuori
e porta dietro ogni contorno d’anni
e di stagioni che non solo amore
significa, ma voglie e nostalgie
che trovano le vie le più nascoste
e avanti a noi si levano. La ciurma
è lì che attende. Ancora salperemo
oltre colonne, questa volta, mitiche
d’impedimento ai sogni. L’ora è giunta.
Se il mio destino vuole che ritorni
ai familiari usi ed ai barlumi
dell’isola agognata, porterò
con me più luminoso il cielo. Se
perire vorrà ch’io debba in mare
straboccante d’immenso sopra i limiti
del mio essere umano, perirà
assieme a me l’eterna primavera
di chi non sentì mai sopita in anima
la voglia del viaggio. Poi tornare
nuovi. O superbi spegnerci per via.

 

Nazario Pardini

Nazario Pardini

 

 

 

 

 

 

 

 

Dallo scoglio di Lèucade

E furono le Eumenidi a portarmi
dove non vi è stagione. Ventilava
zefiro eterno l’isola di Lèucade
eternamente dolce nel respiro
di lavanda e di timo. “Dallo scoglio”
mi dissero “Ove siedi ad osservare
gli ampi spazi del mare ricamato
da sciami di gabbiani, si gettavano
gli sfortunati umani per disperdere
reminiscenze estreme. Ed anche Venere
restò meravigliata nel sentirsi
serena dopo il volo. Gli infelici
a Lèucade accorrevano
dai più lontani luoghi. Preparavano
con offerte ad Apollo e sacrifici
la loro prova. Ed erano sicuri
coll’aiuto del dio di sopravvivere
all’eccelsa caduta. Proprio qui,
dove tu siedi, stette il piede tenero
dell’infelice Saffo che Faone
abbandonò. Nel cielo di quest’isola,
lucido ed armonioso, riscontrava
solo dolore; andava su altre sponde
dove il mare violento tormentava
gli scogli dissestati per rivivere
il suo triste destino. Dalla cima,
sfiorata dalle mani
della dimenticanza, si gettò
in quest’onde fatali. Ed Artemisia
regina della Caria ed altre ancora
raggiunsero la meta, ma scambiando
la vita con la morte.” “Mi sovviene
il mio settembre tanto logorante
nei palpiti di umana inconsistenza,
nei flebili lamenti di esistenza,
nei pallidi scolori di tristezza
di un borbottio leggero di rumori
quasi alla fine. Ma non so se vale
di più restare immoti nella stasi
di un eterno sereno che provare
il dolce senso del dolore umano”.
“Proprio il poeta, diciamo di Nicostrato,
gettandosi dall’alto della rupe
non lasciò col patire
il respiro di vita. Forse il dio
volle che poesia perpetrasse, dopo il salto,
il suo divino suono. Ci chiediamo
se più grande pacato che in tormento
come da scoglio umano.” Ed io fuggii
scabro settembre, mese addolorato,
dal sangue che si sperde in ogni dove
dell’ultimo respiro della vita.
Io ti lasciai e un salto nelle oniriche
acque di Lèucade non mi concesse
morte né oblio, ma solo la ricchezza
d’immagini feconde rivissute
da un’anima al di sopra delle povere
storie del giorno. E ti rivissi, vita,
con un sentire lieve e tanto amato
che in ogni fatto lieto o meno lieto,
ma scampato, vidi un superbo dono.

Il canto di Alceo

Il canto di Alceo

Il canto di Alceo

Se a me è cantare, lo farò stasera
sullo splendido fiume che disperde
l’anima chiara dentro il mare di Eno.
Il sole fuoco strugge la sua mole
in mezzo all’onde e il cielo rutilante
è speculare ai gorghi rumorosi
della foce. Diffonde il suo mugghìo
sui pascoli prativi della Tracia
verde e distesa. Ed io farò che appaiano
gli sciami di fanciulle dalle guance
rosate e dai capelli d’oro nelle
tremule note delle ghiaie. I guadi
rifletteranno trepide le cosce
(le sfioreranno mani dolcemente)
lucide come d’olio. E questa sera
nel festino lucente delle coppe
traboccanti del nettare che i colli
dettero generosi, ci faranno
dimenticare l’ardua eccitazione
delle ferali gesta. Sia il simposio
stasiotica fucina e gran sollievo
d’asperità. Leggiadre le figure
d’efebica snellezza còlte d’ansito
quali cerbiatte sussultanti all’ombre
sperse nel bosco o ardue di volute
quali puledre indomite di Tracia
negli scarti selvaggi, ecciteranno
i nostri sensi gonfi di passione.
E prima che la morte
ci getti alla deriva nelle forre
(il nostro crine bianco sarà scherno
di freschi sguardi ai brividi
d’amore) palperemo i corpi freschi
di verginale pelle di fanciulle
esili e generose. I bei tramonti
saranno qui con noi con il respiro
di divini salmastri ad esalare
gli acuti della vita. Il cielo è fulvo,
è rosso, è bianco, è verde per gli svoli
di colimbi, d’aironi e cormorani
che frangono nel rosso della sera
gemme bianche dai frutti alle correnti
del fiume testimone. Menalippo
e tu mio amico, e tu, e tutti voi
che baciati da sorte generosa
vi vedete, cessate di pensare
al torbido Acheronte. Ubriacatevi
e Menalippo tu fallo con noi;
tu forse credi di poter rivivere
questa luce di sole. Riassaggiare
il nettare che turba od i piaceri
del corpo, se una volta nel buiore
sarai dell’Acheronte. Non sogniamo!
Nemmeno la saggezza, neanche quella
valse a Sisifo, seppure figlio d’Eolo,
un re. Alla morte si pensava Sisifo
di avere scampo. Ma sotto la terra
nera, arrivato là oltre Acheronte,
il re figlio di Crono lo tormenta.
“Fugite quaerere!”. Noi siamo ancora
giovani per quel mondo. Non pensiamo
a quel regno. Da là non si ritorna.
Non rivedremo più le iridescenti
luci riflesse sopra i verdi pampini
di un sole vesperale. Sia sommersa
la sorte dall’oblio che l’ebbrezza
ci donerà d’efebico sopore.

(da Poemetti onirici, inedito)

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SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (Stige o Acheronte) – Quattro Poesie di Nazario Pardini

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il 1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.

Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

nazario pardini ulisse 3 Arnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia   Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

Ulysses and the Sirens, mosaic, 3rd century AD Roman from Dougga/Thugga, Tunisia
Photo Credit: [ The Art Archive / Bardo Museum Tunis

 La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga.
L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.
Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

 

 

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

 

apollo e dafne

apollo e dafne

Il peso delle pietre

E ci portiamo dietro questo peso
di pietre graffite da nomi
di padri e di madri
volati all’azzurro.
Di pezzi di muro
tatuati da dita intrecciate di sogni
per dire: “Ti amo.”
Di gerle di sere
d’incontri d’amore
corrose da acide piogge di tempo.
Di sguardi di lava volati nel cielo
e tornati a pesare.
E di forza rocciosa
sgretolata da ore, da giorni
in pese parole
restate nell’animo
e poi andate a sostare.
Lo porterò con me oltre quel fiume
quel sacco di pietre aggrappato alle spalle.
Lo renderò leggero,
lo renderò una piuma,
per fargli guadare quel fiume,
per farlo volare.
L’abbraccerò con tutto il suo sapore
di terra coltrata, di verde di mare,
di luce di sole, di perse parole
per non farlo morire.

(Da I canti dell’assenza, inedito)

 

apollo e dafne

apollo e dafne

 Oltre quel muro

La notte
ai flebili lumi
e fra le stelle
belle le mie anime
sul prato al cimitero;
all’ora tarda,
quando i viventi
sono nei giacigli,
s’incontrano tra i tigli
ed i cipressi.
Escono dai marmi freddi
sulla loro terra
e tra l’odore di cera
e il fumo della notte,
tra l’esalare di rose,
di gigli ed orchidee,
parlano di affetti e di ricordi
ai bordi dei sepolcri;
li puoi vedere:
ecco mio padre con mia madre
ed ecco mio fratello
che sorridente
per l’agognato arrivo
vola di gioia.

Restano le anime
fino a notte fonda,
non odi parole di spiriti,
ma vedi l’aria che vibra,
l’aria che tocca le fronde,
le lievi foglie
alle soglie dei sepolcri.
La vita, la morte,
le corte strade,
le rade immagini dei viventi,
gli spenti visi del passato:
tutto è beato ora.

Il regno dei morti
vive di nuovo,
sorge alla penombra
e si anima nel tardi;
se guardi sotto l’ombre
dei cipressi,
i tramonti attendono l’oscuro,
il puro regno
oltre quel muro
dei nostri cimiteri.

(Da I simboli del mito, Pomezia 2013) Continua a leggere

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