POESIE SCELTE di Mark Strand – da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio La metafisica del quotidiano, traduzione di Damiano Abeni e nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa

Il Mangiaparole rivista n. 1 Mark Strand (nato l’11 Aprile 1934) è un canadese-americano nato poeta, saggista e traduttore. Dal 2005-06, è stato un professore di inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University.

 Mark Strand è nato nel Summerside Prince Edward Island, Canada. His early years were spent in North America, while much of his teenage years were spent in South and Central America. I suoi primi anni sono stati spesi in Nord America, mentre gran parte della sua adolescenza è stata trascorsa in Sud e Centro America. In 1957, Nel 1957, ha conseguito la laurea. Strand ha poi studiato pittura con Josef Albers presso la Yale University , nel 1959 tramite una borsa di studio Fullbright , ha studiato la poesia italiana dell’Ottocento in Italia durante il 1960-1961. Ha frequentato i workshop Writers Iowa presso la University of Iowa e l’anno successivo  ha conseguito un Master of Arts nel 1962. Nel 1965 ha trascorso un anno in Brasile come lettore.

Molte delle poesie di Mark Strand sono incardinate nel tema della innominabile nostalgia dell’uomo contemporaneo, una nostalgia che non può essere detta o rivelata senza tradire la nominazione. L’Itaca dell’uomo contemporaneo è il senso di quella antica nostalgia che è stata dimenticata, la nostalgia che sta prima dell’estraneazione, in quella zona franca che non fa più parte della storia individuale e neanche della storia dei nostri sogni: una dimensione, appunto, innominabile, intransitabile a ritroso, ma neanche percorribile in avanti, circondati come siamo da un buio fitto che non consente di riconoscere una direzione. Nella  poesia di Strand si trova tutto ciò che il poeta ha frequentato nella sua vita: le baie, i campi, barche, gli appartamenti grigi e anonimi negli agglomerati urbani etc e i pini e i sogni della sua infanzia su Prince Edward Island. Strand è stato paragonato a Robert Bly per il suo uso del surrealismo, ma la vera origine del suo surrealismo del quotidiano gli deriva piuttosto dalla attenta lettura iconografica della pittura di Marx Ernst, Giorgio de Chirico e René Magritte. Una poesia dunque che si nutre dell’arte figurativa, una traduzione e una riconfigurazione di quella iconografia nella poiesis. Le poesie di Strand utilizzano un linguaggio diretto, colloquiale e concreto, una sintassi regolare, un verso ampio di origine narrativa privo di rime e di un metro riconoscibile ma non per questo meno musicale. In una intervista del 1971, Strand ha detto, «Mi sento molto una parte di un nuovo stile internazionale che ha molto a che fare con la semplicità di dizione, un certo affidamento sulle tecniche surrealiste, e un elemento narrativo forte.»

(Giorgio Linguaglossa)

da Mark Strand L’uomo che cammina un passo avanti al buio (Poesie 1964-2006) Oscar Mondadori, 2007, pp. 392 € 15 – traduzione di Damiano Abeni

Mark Strand

Mark Strand

 

The tunnel

A man has been standing
in front of my house
for days. I peek at him
from the living room
window and at night,
unable to sleep,
I shine my flashlight
down on the lawn.
He is always there.

After a while
I open the front door
just a crack and order
him out of my yard.
He narrows his eyes
and moans. I slam
the door and dash back
to the kitchen, then up
to the bedroom, then down.

I weep like a schoogirl
and make obscene gestures
through the window. I
write large suicide notes
and place them so he
can read them easily.
I destroy the living
room furniture to prove
I own nothing of value.

When he seems unmoved
I decide to dig a tunnel
to a neighboring yard.
I seal the basement off
from the upstairs with
a brick wall. I dig hard
and in no time the tunnel
is done. Leaving my pick
and shovel below,

I come out in front of a house
and stand there too tired to
move or even speak, hoping
someone will help me.
I feel I’m being watched
and sometimes I hear
a man’s voice,
but nothing is done
and I have been waiting for days.

.
Il cunicolo

Un uomo sta fermo
davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
È sempre lì.
Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.
Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.
Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino del vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,
sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.
da “Dormendo con un occhio aperto”

(1964)

Mark Strand

Mark Strand

From the Long Sad Party
from “The Late Hour”

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We begin to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away.

 

Dal lungo party triste
da “The Late Hour”

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.

Mark Strand

Mark Strand

Keeping Things Whole
from “Sleeping with one eye open”

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

Tenendo le cose assieme

da “Sleeping with one eye open”

In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

Mark Strand

Mark Strand

 

 

 

 

 

 

 

What it was
from “Blizzard of one”

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened – a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

Cos’era da “Blizzard of one”

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

mark strand quote

 

 

 

 

 

Black sea
from “Man and camel”

One clear night while the others slept, I climbed
the stairs to the roof of the house and under a sky
strewn with stars I gazed at the sea, at the spread of it,
the rolling crests of it raked by the wind, becoming
like bits of lace tossed in the air. I stood in the long
whispering night, waiting for something, a sign, the approach
of a distant light, and I imagined you coming closer,
the dark waves of your hair mingling with the sea,
and the dark became desire, and desire the arriving light.
The nearness, the momentary warmth of you as I stood
on that lonely height watching the slow swells of the sea
break on the shore and turn briefly into glass and disappear…
Why did I believe you would come out of nowhere? Why with all
that the world offers would you come only because I was here?

 

Mare nero
da “Man and camel”

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

 

Mark Strand

Mark Strand

 

 

 

 

 

 

 

The Remains
from “Darker”

I empty myself of the names of others. I empty my pockets.
I empty my shoes and leave them beside the road.
At night I turn back the clocks;
I open the family album and look at myself as a boy.

What good does it do? The hours have done their job.
I say my own name. I say goodbye.
The words follow each other downwind.
I love my wife but send her away.

My parents rise out of their thrones
into the milky rooms of clouds. How can I sing?
Time tells me what I am. I change and I am the same.
I empty myself of my life and my life remains.

Ciò che resta

Mi svuoto del nome degli altri. Mi svuoto le tasche.
Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.
Di notte metto indietro gli orologi;
apro l’album di famiglia e mi guardo bambino.

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.
Dico il mio nome. Dico addio.
Le parole si inseguono nel vento.
Amo mia moglie ma la caccio.

I miei genitori si alzano dai troni
nelle stanze delle nuvole. Come posso cantare?
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e resto lo stesso.
Mi svuoto della mia vita e rimane la mia vita.

Mark Strand

A piece of the storm

from “Blizzard of one”

From the shadow of domes in the city of domes,
A snowflake, a blizzard of one, weightless, entered your room
And made its way to the arm of the chair where you, looking up
From your book, saw it the moment it landed. That’s all
There was to it. No more than a solemn waking
To brevity, to the lifting and falling away of attention, swiftly,
A time between times, a flowerless funeral.
No more than that
Except for the feeling that this piece of the storm,
Which turned into nothing before your eyes, would come back,
That someone years hence, sitting as you are now, might say:
It’s time. The air is ready. The sky has an opening.

Frammento di tempesta

Dall’ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve, tormenta al singolare, implacabile,
è entrato nella tua stanza e si è fatto strada fino al bracciolo
della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro l’hai scorto nel’attimo in cui si posava. Tutto qui.
Niente altro che un solenne svegliarsi
alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell’attenzione, rapido,
un tempo tra tempi, funerale senza fiori. niente altro
se non per la sensazione che questo frammento di tempesta,
fattosi niente sotto i tuoi occhi, possa ornare,
che qualcuno tra anni e anni, seduta come adesso sei tu, possa dire:
«È ora. L’aria è pronta. C’è uno spiraglio nel cielo».

12 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia americana

12 risposte a “POESIE SCELTE di Mark Strand – da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio La metafisica del quotidiano, traduzione di Damiano Abeni e nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa

  1. Non avevo mai letto questo poeta, ma si capisce che è figlio di un mondo, quello anglosassone, molto diverso dal nostro per sensibilità e cultura. Marca comunque sempre un distacco, la nostalgia stessa e spesso evocata, non è un sentimento sanguigno, ma è come se venisse descritta “da fuori”. La poesia “il cunicolo” è quella più drammatica per il conflitto che vi si agita dentro tra l’Io chiuso in casa e l’oggettivo che lo guarda da fuori e non se ne vuole andare. Un autore veramente interessante, belle le poesie.

  2. Ambra Simeone

    caro Flavio,

    il mondo poetico americano (persino canadese) lo trovo molto diverso da quello anglosassone, e per mio gusto, lo preferisco. Ho sempre trovato la poesia americana meno incline a riscuotere applausi e più schietta e pratica! Trovo questi testi davvero belli; ne “Il cunicolo” c’è tutta la società americana (più che canadese) tutta la “politica del terrore” messa in atto dallo stato americano ed esportata anche in Europa. Comunque penso che il poeta sia immune a questa paura o meglio cerchi di esorcizzarla con una buona quantità di ironia, lo si intuisce dalla chiusa:

    So di essere osservato
    e a tratti sento
    la voce di un uomo,
    ma non succede niente
    e sono giorni che aspetto.

    Grazie ai curatori!

  3. «Mi sento molto una parte di un nuovo stile internazionale che ha molto a che fare con la semplicità di dizione, un certo affidamento sulle tecniche surrealiste, e un elemento narrativo forte.» Mark Strand, Intervista del 1971
    *
    Mi sembra molto utile tener presente l’affermazione del poeta sulla sua poesia per non fraintendere il suo stile, che non è prettamente legato a un paese e solo a quello, ma è internazionale come la “nostalgia”, sentimento direi quasi universale. Sento “Il cunicolo” come una composizione nata da un mio incubo, eppure non sono americana, bensì “italianissima”, per di più molto lontana dall’accusare gli Americani di aver creata e persino diffusa in Europa la “politica del terrore”. Io sono grata agli Americani per vicende mie personali (in realtà di gran parte dell’Italia settentrionale dal 1943 al 1945) e non temo gli strali che mi attiro con questa affermazione franca e sincera.
    Non vedo proprio il terrore se non nel buio che mi ha sempre suscitato un poco di paura. Tornando alla poesia di Strand, apprezzo sia le composizioni in versi brevi, sia quello in versi lunghi, distesi, discorsivi. La musicalità non è necessariamente legata alla metrica tradizionale. E’ una questione di abilità tecnica e di musicalità interiore.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Cara Ambra,
    credo di essere stata chiarissima nel mio commento.
    GBG

    • Ambra Simeone

      Cara Giorgina,

      la mia non è stata certo, e sicuramente non “solo”, una critica all’America, ma riesco comunque ad essere obbiettiva perché per quanto ami la sua letteratura (e non solo ho un zio e due cugini americani), non nascondo a me stessa (e non lo fanno molti americani), che l’America è il paese che ha esportato la “politica del terrore” nel mondo (come noi abbiamo esportato la camorra e la mafia) e sottolineo che è stata ben accolta dai nostri politici, che da inetti quali sono, non sono stati capaci neppure di utilizzarla al meglio, come hanno fatto invece i loro cugini europei!
      ma qui si parla di letteratura e a me Strand è molto piaciuto; da poeta universale, da poeta americano e più propriamente da poeta canadese!

      credo poi che per quanto un poeta possa essere universale nel pensiero, sia sempre figlio di un certa cultura, per cui penso di aver letto bene la poesia “Il cunicolo” che non è solo una storiella da raccontare ai bimbi… se pensassi diversamente sminuirei le capacità metaforiche ed espressive della poesia di Strand! 🙂

      • Cara Ambra,
        non voglio iniziare un interminabile dibattito come quello avvenuto nei giorni scorsi. Ribadisco però il mio pensiero sull’America, pur non avendo parenti americani (cosa ininfluente).
        Ciò che ho scritto sulla poesia “Il cunicolo” non è una storiella per bambini, tant’è che io, più che adulta, molti anni fa ho scritto una poesia (poi pubblicata nel libro “Asfodeli” del 1998) impostata su un buio cunicolo che sembra non aver mai fine. E’ una chiara metafora, di cui io sono almeno un pochino esperta. Anche la paura del buio, oltre che un fatto reale, può essere una metafora (cfr. l’ “Inferno” di Dante Alighieri).
        E’ ovvio che una poesia su un tema universale, come la già nominata nostalgia, è creata da una mente influenzata, se non condizionata, dall’ambiente in cui il poeta è nato ed ha trascorso soprattutto l’infanzia e l’adolescenza. Naturalmente per Strand è il Canada, molto più dell’America, per Leopardi è Recanati, per Quasimodo la Sicilia, in particolare Modica, le Gole dell’Alcantara e i luoghi vicini.
        De hoc satis. Io non rispondo più a nessun eventuale commento di Ambra non per scortesia nei suoi confronti, ma per ciò che ho scritto sopra.
        Giorgina BG

  5. Grazie ad Abeni per la traduzione non sempre facile come per “I peek at him, tradotto in “Lo spio”, credo per questioni di metrica, in quanto to peek letteralmente si tradurrebbe in ” sbirciare, guardare furtivamente, gettare un’occhiata”, sinonimi certo di spiare, ma lette queste poesie in lingua originale hanno delle sfumature che le fanno apprezzare non solo per quel “surrealismo del quotidiano”, genere nuovo, direi, o meglio “surrealismo collettivo”, azzardo, di chi da spione diviene a sua volta spiato.
    Anche io leggo, come Ambra, una certa politica del terrore, del sospetto, esportata anche in Europa, anche se, almeno qui da noi non ancora realizzata agli estremi come in quella parte di mondo.
    Ma ha ragione anche Giorgina, solo che vorrei ricordare che per lo sbarco in Sicilia, gli americani hanno dovuto scendere a patti con la mafia. Notizie che non trovi nei manuali di storia.

    • Rispondo una volta sola a Giuseppe P. per i motivi già spiegati ad Ambra. Questo è un blog letterario ed Ambra, non io, ha introdotto la polemica politica contro gli U.S., accusati d’aver introdotto anche in Europa, non solo nel loro paese, la politica del terrore, che io non vedo, mentre mi accorgo sempre più che molti preferirebbero sistemi di tipo stalinista e simili. Ho parlato delle vicende accadute nell’Italia settentrionale, dove io sono nata e cresciuta. Lì in quei tempi non c’era ancora la mafia, arrivata molto dopo per motivi che non è il caso che io spieghi in un blog letterario.
      Vari scrittori hanno trattato criticamente gli elementi di corruzione, disgregazione, e alienazione della civiltà statunitense, ma non nel senso di “politica del terrore” di cui i due commentatori sono convinti. Una cosa è sentirsi prigionieri in un misero appartamentino di una metropoli americana soffocante, in una società corrotta, a confronto con le ariose foreste del Canada, altra cosa è vivere nel terrore d’essere decapitati o impiccati per le proprie idee.(alludo a un Est … molto a Est).
      Comunque viviamo in un paese democratico e io penso come credo, rispettando il pensiero altrui.
      Non leggo e certamente non rispondo ad altri commenti/domande/critiche dello stesso “blogger”.
      Giorgina BG.

    • Ambra Simeone

      caro Giuseppe,

      in Italia non si è ancora realizzata al meglio solo perché abbiamo dei “politici idioti”… e meno male aggiungerei, qualche volta bisogna pur essere orgogliosi della loro inettitudine! 🙂

  6. “Somebody Blew Up America” by Amiri Baraka.
    Si trova su YouTube.

  7. scoperto questo blog da poco. ricco intenso selettivo.
    peccato aver sempre troppo poco tempo.
    ma grazie, quindi. grazie!

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