POESIE SCELTE di Ivano Ferrari da “Macello” (2004) a cura di Flavio Almerighi

Medusa Caravaggio

Medusa Caravaggio

 Trent’anni fa ho lavorato con un ragazzo reduce da un’esperienza presso un mattatoio, dove si occupava dell’uccisione del bestiame assieme a un collega. Ha retto pochi mesi, poi ha cercato un altro lavoro, ha preferito il precariato. Macello è un poemetto scaturito dall’esperienza dell’autore, Ivano Ferrari, impiegato per qualche tempo al macello comunale di Mantova. E’ un diario di bordo sull’ambiente e sul posto di lavoro composto tra il 1976 e il 1978, edito da Einaudi nel 2004. Poesia disincantata, imbevuta di realismo, ma non semplice calco della realtà, risposta e metodo di adattamento verso una concretezza scabra e un lavoro duro. Se un carnefice non è particolarmente sadico prima o poi crolla. Di suo, Ferrari aggiunge poesia autentica, trasparente come strumento e scatenante come effetto, impercettibile nel dire e inesorabile a cose dette: poesia che non tralascia tuttavia momenti particolarmente lirici, questi emergono con forza in alcuni dei versi proposti. Poesia che anticipa di decenni la mucca pazza e tante altre deviazioni tipiche del nostro tempo di individualismo senza più individuo. E’ lo stesso Ivano Ferrari ad affermare del resto che:

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

“La poesia ha un’urgenza che non è la tua. Non esce un capolavoro ogni volta che si scrive. Se è una poesia che vale non ha tempo. Quindi secondo me bisogna conciliare l’urgenza della poesia che è latente e spesso dilatata nel tempo con la propria, che imporrebbe di pubblicare all’istante. La distanza spesso paga. Non mi sento invece di dare giudizi sul lavoro degli altri, anche perché la storia della letteratura ci ha lasciato esempi eclatanti di grandi autori che hanno avuto un’esperienza opposta alla mia, penso a Svevo, a Rimbaud. E’ comunque vero che la tribù degli andanti a capo cresce a vista d’occhio. Il rischio è quello di logorare in maniera irreversibile la parola. Il poeta deve essere ostile con il mondo e deve verificare se all’interno della sua poesia è avvenuto il riscatto della parola. Certo la scolarizzazione di massa non ha aiutato questo riscatto.”

(Flavio Almerighi)

Nota

Gli animali, confinati nelle stalle dei macelli, possono solo attendere il loro turno mentre vedono portare via gli altri e sentono la loro sofferenza, i vitelli possono vedere come gli operai sparano agli altri che stanno in fila prima di loro e che cadono per terra davanti ai loro occhi. Terrorizzati, quando la sbarra si alza cercano tutti inutilmente di scappare tornando indietro. Nella trappola di stordimento gli animali scivolano e cadono, e sentono l’odore del sangue degli animali che vengono dissanguati. Dopo lo sparo del proiettile nella loro testa, alcuni animali restano ancora coscienti e provano ad alzarsi disperatamente. I veterinari raccontarono che in varie occasioni alcuni vitelli erano riusciti ad alzarsi e avevano cercato di fuggire correndo verso l’interno del recinto.

Ivano-Ferrari

Ivano-Ferrari

.

Ivano Ferrari È nato a Mantova nel 1948 ed ha lavorato nel mattatoio cittadino e per il Palazzo Te. Ha esordito nell’antologia Nuovi poeti italiani 4 (Einaudi 1995). Sempre con Einaudi ha poi pubblicato le raccolte La franca sostanza del degrado (1999), Macello (2004) e La morte moglie (2013). Un altro suo libro di poesie, Rosso epistassi, è stato pubblicato da Effigie nel 2008; con Einaudi ha pubblicato il poemetto Macello all’interno dell’antologia Nuovi poeti italiani.

Ivano Ferrari Macello
Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

*

La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.
*
Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.
*
La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.
*
È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

Ivano Ferrari

Ivano Ferrari

Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.
*
Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.
*
Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.
*
Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.
*
A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.
*
È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempiendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.
*
Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.
*
Tutti in fila | nudi | appena sporchi di letame | attendono la perfezione | balbettando proteste | il più intraprendente sodomizza il compagno davanti | l’urlo che si alza è solo un anticipo | la rivoltella a pressione frena lo scandalo
*
Per i problemi dell’anima
la sala stoccaggio:
coi quarti e le mezzene senza sangue
i cartellini del sesso
l’etichetta di destinazione
la delazione cosciente della bilancia.
Ci si confessa pestando reni di scarto
schegge d’ossa e strati di grasso.
Più liberi, dopo, divoriamo
fettine di carne cruda (dei quarti più belli)
appena un po’ di sale
e tanta devozione.

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49 commenti

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49 risposte a “POESIE SCELTE di Ivano Ferrari da “Macello” (2004) a cura di Flavio Almerighi

  1. Se ricordo bene Ivano Ferrari scrisse queste poesie a metà degli anni Settanta e sono state poi pubblicate da Einaudi nel 2004. Della temperie degli anni Settanta il poemetto di Ferrari coglie quella volontà di liberare la poesia da ogni ipoteca di retorica letteraria, di artificio stilistico, da ogni metaforismo, di prendere le distanze dalla ideologizzazione della lirica e dallo sperimentalismo invadente in quegli anni. Di questa temperie culturale il poemetto sembra riceverne in un certo senso le stigmate. Voglio dire che quella ricerca del massimo profitto del realismo (di contro alle ipotesi di poesia, diciamo così, irrealistiche e liricheggianti e anche topologiche ed anche minimaliste di quegli anni), rischia di restare ostaggio di una idea riduttiva di realismo poetico o, secondo altre dizioni, della poesia ad istanza realistica.
    La conseguenza, sul piano formale e stilistico, è che il discorso poetico, compresso dalla tensione ad un massimo di veridicità e di verità, rischia di restare prigioniera di una fraseologia eccessivamente didattica, quasi stenografica. Denudando il discorso poetico di tutti gli stilemi retorici, portando questa giustificabile e comprensibile istanza all’eccesso di una dizione concentrata alla veridicità fotometrica rispetto al reale, la poesia di “Macello” a mio avviso perde il filo di quel che voleva conseguire. Gli eccessi in poesia si pagano con gli interessi. C’è come una compressione dall’esterno che agisce sul dettato poetico, che si riduce ad una elencazione di fotogrammi realistici, ad una giustapposizione di istanze realistiche, versi brevi e percussivi che si susseguono senza pause, che inseguono l’utopia di un sogno di realismo integrale che, alla fine, manca però il bersaglio :

    È fuggito un toro nero
    erra sul cavalcavia
    impaurendo il traffico,
    lo rincorriamo
    impugnando coltelli
    bastoni elettrici e birre
    corre si ferma torna
    arrivano i carabinieri coi mitra

  2. Gentile Flavio, la poesia di Ivano Ferrari è troppo truculenta, crudele, cruenta per me, che mi rammarico di non essere vegetariana.
    Non riesco a dimenticare l’immagine di quella mucca cui scendevano le lacrime perché, in fila con le altre condannate, aveva visto, sentito e… piangeva. La graziarono!
    Grazie egualmente
    Giorgina

  3. antonio sagredo

    macello/mattatoio ovvero lager/gulag: l’uomo non perde l’attitudine a perdersi tra ossa e sangue e scarnificazione. Le bestie (così sprezzatamente diciamo) sono umane, davvero! – e non pensiamo nemmeno un attimo che parliamo di noi stessi, bestiali!; è uno dei pochissimi poeti a cui concedo un plauso poi che crudeltà spietatamente metafisiche. Majakovskij estende il concetto con le sue metafore cosmiche:
    “hanno insanguinato il cielo, come fosse un mattatoio!”

  4. “Guardate:
    hanno di nuovo decapitato le stelle
    e insanguinato il cielo, come un mattatoio!”
    .
    Vladimir Majakovskij
    *
    La metafora creata da Majakovskij, come la successiva nella stessa poesia

    “L’universo dorme,
    poggiando sulla zampa
    l’orecchio enorme con zecche di stelle.”,

    è meno raccapricciante, almeno per me, dei versi di Ivano Ferrari
    GBG

  5. Valerio Gaio Pedini

    mi ricordo che1 anno e mezzo fa trovai un libretto di un famoso pellicciaio torinese, e scoprii che tramite metafore che indicavano la sua professione, faceva una poesia chiaramente sociale e sociologica, oltre ad una descrizione antropologica. L’avrei anche volentieri presentato, ma quel libro rimase alla mia ex, come quasi tutti i libri di poesie che comprammo insieme.

    Detto questo, Ivano Ferrari qui fa un’opera similare, dell’orrore, ma è un orrore, che esce con versi non orripilanti e non tendeziosi. L’immagine del Mattatoio trasuda un fare sociologico e una metafora interessante, anche se poi lui nel mattatoio ha lavorato sul serio.

    • Ambra Simeone

      Ho letto l’Ivano Ferrari di Macello (libro ora introvabile perché non più ristampato da Einaudi, nonostante l’uscita del nuovo libro) qualche anno fa, ne avevo trovato una copia nella libreria Borri Books di Roma stazione centrale (una libreria tra le più fornite di poesia).

      Ho trovato nei suoi versi una crudezza del linguaggio (atipica per gli standard della Einaudi, infatti altri suoi libri più politici sono usciti con altre case editrici) che si esprime in un doppio senso: nel paragone con la crudeltà dell’uomo sulle bestie e nella crudeltà subita dall’uomo a causa dell’uomo stesso!

      Il “Mattatoio” in fondo è metafora (molto semplice) del mondo tutto: con chi macella e chi viene macellato! La cosa interessante però è che la metafora viene da chi nel “macello” ci ha davvero lavorato e non da un impiegato statale!

      e questo lo dico non come causa discriminante, ma con la consapevolezza che il punto di vista per quanto può essere “verosimile”, non è mai così “vero e crudo” come chi l’esperienza l’ha vissuta!

      • Chiara Moimas

        Difficile descrivere quel determinato ambiente senza crudezza e in modo incruento, ma il poeta, a mio avviso, lo fa con “poetica maestria”: es.”…dal finestrone il sole accende quintali di luce…”, ” …il cimitero degli umani dove c’è carne che non sfama”. Brividi, impossibile non sentirli.

  6. Gli interlocutori di questo dibattito avranno certamente letto il racconto fi Franz Kafka “Nella colonia penale” e ricorderanno quell’orribile macchina con cui era eseguita lentamente la condanna a morte dell’imputato senza processo. E’ frutto della fantasia del grande scrittore, così come “La metamorfosi”, il suo racconto più celebre.
    Menziono “In der Strafkolonie” poiché in esso la crudeltà dell’uomo sull’uomo è portata all’estremo, con profondo raccapriccio di una lettrice come me, che tuttavia è arrivata fino all’ultima pagina.
    Non così nel poemetto di Ivano Ferrari in cui la crudeltà è commessa dall’uomo sull’animale, innocente e indifeso, per fornire il cibo ad altri uomini, azione da lui stessa attuata come lavoro quotidiano, forse con meno insensibilità dei suoi colleghi.
    Mi sembra gratuita la scena di sodomia, cosa che può avvenire in ogni altro ambito ove qualcuno abbia tendenza a questa stortura.
    L’unico passo alleggerito da un poco di poesia è il seguente:
    “Nella stanza d’attesa
    un vitellone chiazzato
    e una tornita manzarda
    avranno ancora la notte
    per annusarsi promesse
    da domani eterne.”
    Tutto il resto qui riportato è cruda descrizione della realtà di un macello, nulla di più.

    Giorgina Busca Gernetti

  7. almerighi

    Sporcarsi di lavoro è questo. E’ una poetica che, a mio avviso, non teme i quasi quanrant’anni che ha, perché finché ci saranno braciole e hamburger tutto passerà necessariamente per un macello. Ringrazio per l’attenzione.

  8. Giuseppe Panetta

    Grazie ad Almerighi per la proposta, ma concordo sul “mancato bersaglio”. Certo la crudezza delle immagini e il fatto che le poesie siano una testimonianza di quella esperienza diretta, avvalorano il dettato, però io personalmente leggo un filtro che non mi permette di sprezzarle più di tanto. Alcune hanno maestria, altre, quando escono dal recinto e sconfinano, molto meno. Preferisco quelle che narrano il fatto e non quelle che sentenziano.
    Ad ogni modo, una esperienza personale: da bambino, paesello calabro, c’era l’uccisione del maiale, il quale veniva letteralmente scannato e non prima stordito dalla pistola in fronte. Io scappavo via, quelle urla e quell’agonia con il coltello in gola mi inorridivano. Ma poi le bracioline alla griglia mi piacevano e non avevo nessun senso di colpa nel vedere il maiale squartato.
    Oggi il mio rammarico è che quelle stesse bracioline che compro sono piene di ormoni.
    Mi cresceranno le tette o diventerò irsuto?

    • almerighi

      Siamo quello che mangiamo, giusto?

      • Giuseppe Panetta

        Sì, Almerighi, in parte siamo quello che mangiamo, ma non solo. E’ una questione di scelta, anzi di dieta, esemplificando. Siamo quello che viviamo, in larga parte, il contesto.
        Poi anche le verdure sono piene di concime, i cereali, gli ogm. Che saremo mai anche essendo vegetariani o vegani?
        A me sembra tutto una presa in giro, un business. Siamo economia, in fin dei conti, nient’altro che economia.

  9. proposta interessante e bella scrittura. Questo penso io della scrittura. Ciò che ha fatto Ferrari. Ha sentito, ha osservato, ha metabolizzato, e poi ha scelto una sua lingua per lasciarne le tracce.
    Almerighi è stato preciso, essenziale.

  10. Giuseppina Di Leo

    Mai titolo fu più veritiero e in linea con il suo dettato, non c’è che dire.
    E pur condividendo le riserve di Giorgio Linguaglossa sulla “poesia ad istanza realistica”, mi sembra che Ferrari sa indagare anche oltre il proprio occhio (trovo bella in particolare “Qualcuno si chiede se io ami”). E sebbene anch’io non ami le descrizioni cruente, trovo interessante la proposta di Flavio.
    Le immagini hanno qualcosa di pittorico, pennellate di carne cruda, un po’ alla maniera di un Rembrandt con il suo bue macellato di fresco.
    Mi ha incuriosita il richiamo a una sorta di religiosità bestiale (“le ultime preghiere delle bestie”; “bestie… troppo pesanti/ per scendere dalla croce”), fino a discendere (o forse ad assurgere) ad una zona franca nella quale il mattatoio si trasforma in un confessionale sui-generis, un luogo dove, in ogni caso, ci si può ripulire dentro e fuori (“Più liberi, dopo, divoriamo”). E allora, cibarsi di “fettine di carne cruda”, acquista quasi la stessa valenza di un atto eucaristico.

    • Ambra Simeone

      cara Giuseppina,

      condivido i rischi menzionati da Giorgio sulla poesia realistica. Inoltre quando si analizza un testo bisogna mettersi in posizioni diverse, usare punti di vista anche opposti. Così si capiscono molte cose. C’è una cosa che però continuo a chiedermi: è possibile che esista una poesia a istanza unicamente realistica? non è lo “sguardo” del poeta il maggior filtro che rende la poesia? anche una fotografia è prodotto di un punto di vista, di un tempo e uno spazio, di un filtro e di un colore tutto particolare e soggettivo del fotografo. Può essere la poesia (come qualunque altra arte) rappresentazione mera oggettiva della realtà, quando la realtà viene percepita (e quindi filtrata) da un essere umano? Potremo di certo analizzare le varie gradazioni di realismo o meno in una poesia, per attestare poi se l’effetto finale sia o meno incisivo, ma questo rende meno poesia un testo in confronto ad altri?

      • Giuseppina Di Leo

        Cara Ambra,
        la domanda se una poesia ‘realista’ sia frutto di uno sguardo che la rende tale credo contenga in sé la risposta, tutto sta a saper guardare chi guarda, ben sapendo che ogni sguardo resta pur sempre soggettivo. In tal senso, ‘interpretare’ soccorre in aiuto anche di ciò che l’altro dice di aver visto. Cose semplici, per certi aspetti, ma solo apparentemente (dal mio punto di vista). Difatti, come si fa a decidere che la realtà di cui si parla – quella che l’altro sostiene – non contenga il ‘non visto’, ovvero ciò di cui si è pensato fosse vero? oppure, come si può oggettivare ciò che, proprio perché non visibile agli altri è comunque vero per chi scrive? Praticamente sto andando a ruota libera, ma, davvero, è così necessario in poesia misurare il grado di realtà?
        Per me la risposta è no. O meglio sì, ma solo nella misura in cui la poesia deve tener conto che scrivere è ammissione verso se stessi della realtà di cui onestamente siamo consapevoli.
        Non so se ho risposto alla tua domanda, ma spero sia chiaro che il mio pensiero è diretto non tanto ad un ‘riff’ (per restare in tema musicale), bensì proprio ad una visione che è chiara già ‘a priori’ in chi scrive.
        Per quanto riguarda il tema specifico, nelle poesie di Ivano Ferrari trovo che sia stato effettuato il lavoro di decantazione di un io, e anche quello di presa di coscienza che non proprio tutto quello che si vede è così scontato. Perché scegliere un tema ributtante come la violenza sugli animali (macello o non macello, di violenza si tratta), sennò? Ferrari trova la ‘necessità’ di esprimere un senso in ciò che meno ha senso per chiunque altro.
        Certo che non è poetico parlare di animali squartati, io stessa ne ho avuto ribrezzo, ma qui si parla di testi poetici che affrontano un tema non congeniale alla ‘vena’ poetica (perdonate il termine). Perché lo fa? torno a ripetere. Forse perché non dire quanto si è provato dentro un macello, rischierebbe di cronicizzare ogni altro dire da parte del poeta? Certo bisognerebbe sentire la sua risposta per capire. L’impressione è che sia un gesto ‘dovuto’, dal quale prende le distanze, e che va detto per queste stesse ragioni senza apporvi alcun filtro.
        Il rischio di una poesia realista risiede semmai in quel ridursi a una nota stenografica di cui parla Giorgio, cosa che c’è anche in queste poesie.

        • Ambra Simeone

          cara Giuseppina sono d’accordo con te,

          era proprio la risposta che cercavo o meglio la risposta che mi ero già data!

          Io però penso anche che “il ridursi a nota stenografica” è un rischio che bisogna sopportare il poeta (come molti altri rischi) quando fa una scelta di fondo, ovvero se come in questo caso lo scopo è proprio quello di disarmare con una realtà cruda, fredda e distaccata, come quello che vuole esprimere Ferrari. In fondo oltre alla metafora del “macello umano” (in tutti i sensi) c’è anche l’obbiettivo formale di farlo in una lingua piana e quotidiana, proprio perché ripetitivo e quotidiano era il lavoro di chi nel mattatoio vero ci lavorava! Era un lavoro come un altro… “niente di personale direbbe qualcuno”! 🙂

          Diciamo che ogni obbiettivo è raggiunto con il giusto mezzo! Secondo me Ferrari ha raggiunto il suo obbiettivo, in altri casi se non fosse così ci vedrei una critica, altrimenti no!

          • Giuseppe Panetta

            Cara Ambra,
            io mi interrogherei sul perché Einaudi ha deciso di pubblicare Macello solo nel 2004 e non quando è stato composto e cioè negli anni ’70. Probabilmente la metafora allora, negli anni ’70, non avrebbe riscosso nessun interesse sociologico, o meglio, in quegli anni non avrebbe toccato nessuna sensibilità. Ricordi il video dei Pink Floyd “The Wall”, anni 1982, il tritacarne che tritava non vitelli ma esseri umani? Beh la metafora è quella, estesa. Ferraris c’è arrivato anni prima per contatto diretto.

            Resto comunque dell’idea che oltre al valore delle poesie ci sia un filtro che non le rende credibili fin in fondo.

            • Giuseppina Di Leo

              Interessante quanto dici, caro Giuseppe, a proposito del mancato esordio negli anni ’70. Eppure erano anni non privi di iniziative alternative.
              Proprio in merito alla comprensione di cui parlavo poc’anzi, vorrei, naturalmente se possibile, sentire cosa ti ha fatto scattare l’idea del filtro di cui parli.

        • cara Giuseppina,

          come al solito con la tua perspicacia hai colto il centro della questione, che io tradurrei così: la poesia di “Macello” ci racconta quello che lo sguardo dell’autore ha visto e, soprattutto, voluto vedere; in altre parole, voglio dire che uno sguardo stenografico coglie solo ciò che entra in quello sguardo, ciò che fuoriesce da quello sguardo non viene colto per il semplice fatto che non viene visto. Orbene, una poesia la si deve valutare non solo da ciò che è detto ma anche e soprattutto da ciò che non è detto ma che è contenuto, come assenza, in ciò che è detto (e qui mi viene in mente l’esempio della poesia di Montale). Ecco, tra l’altro la difficoltà del tradurre poesia, il bravo traduttore è quello che è capace di rendere in un’altra lingua non solo ciò che è scritto nella lingua di origine ma anche ciò che viene taciuto o solo alluso o che è implicito.
          A mio avviso, la poesia di “Macello” soffre di questo limite: che vede solo ciò che è scritto e non altro… è una retorica all’incontrario: una antiretorica che ricade nella retorica. Il realismo di Ferrari rischia così di cadere in “realismo ingenuo” per il suo non saper vedere (e quindi mettere su carta) proprio ciò che sfugge al suo sguardo. Che è la cosa più importante in poesia.

          • Giuseppina Di Leo

            Nella risposta di Ambra e in quella di Giorgio si colgono i due regni contrapposti del dire il vero, entrambi validi, a mio parere, perché vedono il problema della riproposizione stenografica della realtà da due differenti angolature. Se da un lato, come dice Ambra, ciò è garanzia di qualità – per usare un modo abusato di dire – dall’altra ciò ne attesta la sua finitezza, dice Giorgio, proprio nel momento della sua maggiore chiarezza ‘non vede’ al di là del proprio naso.
            Condivido ampiamente la tesi e l’antitesi, se così posso dire, e, pur propendendo per la seconda le condivido entrambe, in quanto ciascuna porta spiragli per una maggiore comprensione (che non è mai troppa).

          • no, semmai la poesia di Macello indica una e una sola possibilità: l’oggetto che è sotto i nostri occhi, invisibile. La domanda: ma ce ne siamo accorti? Ce ne accorgiamo?
            Si sta così tanto a cercare di scovare il terzo occhio, che non usiamo più manco gli altri due-
            A parte il fatto che anche l’aggettivo più oggettivo è carico.

            • Giuseppina Di Leo

              Verissimo, Fausto, però alle volte un terzo occhio serve, quantomeno a evitare che si chiudano gli altri due e a tenere questi stessi bene aperti per guardarci intorno (o più semplicemente davanti a noi stessi).

          • “Il realismo di Ferrari rischia così di cadere in “realismo ingenuo” per il suo non saper vedere (e quindi mettere su carta) proprio ciò che sfugge al suo sguardo. Che è la cosa più importante in poesia.”

            Condivido totalmente la tesi di Giorgio Linguaglossa, come si può evincere da tutti i miei commenti negativi sul libro in esame.
            GBG

  11. Si fosse limitato alle “pennellate di carne cruda, un po’ alla maniera di un Rembrandt con il suo bue macellato di fresco”, Ivano Ferrari sarebbe stato persino pittorico, poetico. Ma tutto ciò che precede quelle fettine, quel bue squartato, presente anche nel celebre dipinto di Renato Guttuso “Vuccirìa”, è una sequenza di scene cruente con dovizia di particolari raccapriccianti.
    La descrizione realistica del massacro senza pietà, mentre i poveri animali comprendono il loro destino inesorabile, stride con l’idea di poesia, a meno che non la si voglia trovare a tutti i costi.

    Giorgina Busca Gernetti

  12. dipende da quale nota c’è prima e da quella seguente, e così di seguito.
    <del resto le lingue hanno ben più che sette parole bianche e cinque nere

  13. Però con le sole sette note si possono creare capolavori e “obbrobri”, con tutta la gamma di composizioni che sta in mezzo!
    GBG

    • in mezzo ci sta poca roba, l’altra sera ho sentito una frasetta: “o sei macellaio o sei bestiame” mi sembra molto adattabile al tema, ma chi giudica quali siano i capolavori e quali gli obbrobri? A loro tempo anche i Beatles furono inseriti tra gli obbrobri

      • E’ una questione di gusti. A me i Beatles sono piaciuti subito moltissimo, pur essendo io cultrice della musica classica.
        Ma i veri capolavori (non saprei quale scegliere tra i tanti; ricorderò per brevità i “Notturni” di Chopin, la “Sonata degli addii” e la “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven che stanno sul leggio del mio pianoforte) sono piaciuti a moltissimi fin dalle loro prime esecuzioni, non hanno tempo e sono direi quasi universali, nel senso che piacciono anche ai popoli che hanno una musica diversa anche nella scala musicale.
        Spero non ti sia offeso per il mio giudizio negativo sull’opera che hai proposta. So vedere anche “al di là dei miei occhi” e del mio naso.
        La vera poesia è un poco diversa da quella di “Macello”.
        Giorgina

        • Ambra Simeone

          cara Giorgina,

          rispetto i tuoi gusti, ma la poesia non è detto che parli sono di fiori, ali, nuvole, stelle, emozioni felici ecc ecc lo sguardo del poeta può e deve essere diverso e vario, non è sempre lo stesso!

          • Cara Ambra,
            hai per caso letto tutti i miei libri di poesia? Se ne avessi letto solo un pochino, sapresti che la mia poesia parla molto più di dolore, morte, ricordi amari, paesaggi alcuni bellissimi, altri in macerie per la guerra, bimbi infelici appunto per la guerra e la perdita degli affetti più cari, incubi, sogni talora belli, più spesso orrorosi perché usciti dal subconscio… e fiori.
            Le nuvole sono spesso metafore, come le ali, il volo, le stelle… Hai letto Apollinaire?
            Un caro saluto
            Giorgina

            • la tua poesia fa parte di quello che io considero bello, e penso oramai che tu lo sappia, così come saprai degli insuccessi di Richard Wagner tanto per citare un precedente illustre; i gusti personali sono sempre il primo criterio di scelta e io rispetto i tuoi, però dissento, questa secondo me è poesia. Poi potremmo discuterne fino a domani e ognuno rimarrà sulle proprie tesi, penso che anche questo sia il bello in poesia

              • Hai parlato giustamente di Wagner. Io confronto il fiasco di alcune opere di Giuseppe Verdi (salvo successivi trionfi), compositore nella tradizione italiana dell’epoca, al fiasco di Wagner che apportò una specie di rivoluzione armonica nel melodramma, se così si può ancora denominare la sua “Tetralogia”. Chi apre una strada nuova rischia un fiasco in ogni arte.
                Giorgina

            • Ambra Simeone

              cara Giorgina,

              forse mi sono spiegata male, il mio commento non era mica rivolto alla tua poesia! Ma in generale mi sembrava di aver capito dai tuoi commenti che preferissi poesia non “cruda”, a questo mi riferivo, alle tue letture, non hai tuoi scritti! Poi anche qui il “mattatoio” è metafora, le metafore possono essere di vario grado e genere!

              • Cara Ambra,
                io leggo anche scritti “crudi”. Se tu avessi letto un mio precedente commento avresti trovato il racconto “La colonia penale” di Franz Kafka,
                E’ narrativa, non poesia, però la crudezza da brivido e raccapriccio è presente ovunque in quell’opera, da interpretarsi naturalmente in senso metaforico, come del resto “La metamorfosi” dello stesso autore. GBG.

                • Ambra Simeone

                  cara Giorgina,

                  benissimo, magari leggendo qualcosa di “pulp” potresti capire ancora meglio la crudezza di Ferrari, ma poi è sempre una questione di gusto se ti piaccia o meno!

                  certo una cosa è da dire, e cioè che dopo la famosa antologia dei “poeti cannibali” (ti assicuro a tratti anche più cruda degli scritti di Ferrari), l’esempio di questa poesia trattata non da un super giovane e dopo così tanto tempo, è una bella prova e sopratutto non è frutto di “ribellione o arrabbiatura” giovanili (come spesso vengono giustificate codeste birbonate), ma di una vera e propria esperienza cruenta in un mattatoio vero! 🙂

                  mi sembra una bella prova di coraggio poetico, comunque!!!

                  • Cara Ambra,
                    non spingermi più in là di ciò che io possa apprezzare! Il “pulp” lo lascio ai cultori di questo genere. Io mi fermo un pochino prima. Ritorno a Kafka, il cui racconto non è “pulp”, bensì molto crudo nella descrizione della macchina che tortura a morte il condannato senza processo, colpevole di un’infrazione agli ordini militari ricevuti (si era addormentato durante il turno di guardia!). E’ tutta un’altra cosa rispetto al “pulp”.

      • Ambra Simeone

        sono d’accordo con te Flavio,

        si possono analizzare i vari generi e tipi di poesia, si possono trovare le loro ascendenze, i loro punti forti e punti deboli, le caratteristiche, i temi e la forma, ma secondo me non si possono giudicare quali sono i capolavori e quali gli obbrobri! Quel che conta penso sia il ragionamento, l’emozione, l’analisi in sé che ti porta a fare un testo o un autore per il gusto di poterne discutere, e non tanto il glorificare o il disprezzare il poeta e la poesia!

  14. ma ci mancherebbe: anche con i suoni si possono creare delle vere e proprie porcate, anche se tutto risente sempre del punto di vista, e il punto di vista squarcia il panorama delle menti con individui portanti illustri e meno illustri confermati dalla schiera dei filistei e dei seguaci della lega di Davide…
    Ho letto qua sopra nomi di musicisti celebri. ognuno con la sua fede e la propria professione. Ognuno con la sua idea di arte e con il proprio progetto. A me mi piace più Wagner che Verdi, ad esempio. Ma però mi emozionano tanto un R Strauss di Elektra, piuttosto che uno Schönberg del Pierrot Lunaire, piuttosto che un Debussy di Pelléas et Mélisande, piuttosto che un Gershwin di Porgy and Bess, piuttosto che un Berio delle Folk Songs, etc etc…
    La cosa che, per me, conta è che io possa riconoscere una scelta, una idea, un colore, un timbro, infine una identità in relazione con l’oggetto soggetto della sua produzione. Non mi aspetto una serie di componimenti felici. Il capolavoro è un incidente. Difatti può capitare. A chiunque.
    Ferrari, secondo me, sa comporre e suonare. Secondo il discorso della successione e combinazione delle note. Magari gli sarà capitato di scrivere anche qualche capolavoro, perché no. Ma non ha importanza.

  15. Anch’io preferisco Wagner, tradendo un poco il mio concittadino Giuseppe Verdi (quando Verdi nacque, Roncole di Busseto faceva parte del territorio di Piacenza, mia città natale). Non sto a sciorinare tutte le mie conoscenze e preferenze musicali. Anch’io ho frequentato il Conservatorio musicale…
    Giorgina BG

  16. A tutti gli interlocutori appassionati di “Macello” che non riescono più a trovarlo in forma cartacea, ecco il codice per arrivare all’E-book dello stesso, pubblicato da Einaudi nel 2013.


    Macello
    Ivano Ferrari
    2013
    eBook
    pp. 94
    € 6,99
    ISBN 978885841061

    Giorgina BuscaGernetti

  17. Il soggetto, dell’esperienza personale di Ivano Ferrari, con rare tracce sentimrntali è un macello chirurgico che rattiene il linguaggio nitidamente cruento. La realtà indicibile, indescrivibile, per me animale umano erbivoro amante rispettoso della diversa specie, non riuscirei trasformarla in poesia. Composi soltanto due poesie a vent’anni, nel 1947, sulla cosciente angoscia dell’agnello e del maiale osservati mentre venivano sgozzati: angoscia che nei testi divenne personificata dal ricordo di ragazzino con le mani alle orecchie.

    Chiarito il sentimento del mio pensiero, posso esprimere l’impressione ricevuta dalla poesia di Ivano Ferrari, letta per caso qui. Ferrari riuscì a darci poesia, tuttora fresca dopo quarant’anni, sul peggiore perseverante crimine non perché amasse il lavoro di uccidere, ma perché nei suoi versi io ascolto il suo urlo di animale umano che ascolta quello dell’altro animale usato abusato maltrattato terrorizzato torturato e infine ammazzato “umanamente”.

    Chi ha una coscienza abbandona in fretta quell’operare sanguinolento. Chi lo continua ha impulsi del criminale che non si nobilita nonostante abbia la comune sembianza di “dio”. Io non ce l’ho, Ivano Ferrari non ce l’ha; soltanto chi ha quella sembianza e quegli impulsi commette quotidianamente
    il vero reale infinito olocausto.

    • Giuseppe Panetta

      That is just a different point of view.

      E visto che si cita DIO, o meglio l’uomo fatto a sua sembianza e si sentenzia sulla “coscienza” allora comincio con il citare dalla Bibbia, Vecchio Testamento (conosco bene vecchio e nuovo), Levitico 11, “questi sono gli animali che potrete mangiare…” (andate a ricercarlo, non sto qui a riportarlo) e tra questi tutti quelli che hanno l’unghia bipartita, cioè le povere vacche, vitelli e maiali di Ferraris, e delle nostre belle tavole imbandite, il quale, mi pare non disdegnasse (cito dai suoi testi) “divoriamo fettine di carne cruda (dei quarti più belli)/appena un po’ di sale/e tanta devozione./ (E rispondo, con questi versi, anche a Giuseppina di Leo: qui sta il filtro che non me li fa apprezzare più di tanto. “Divoriamo” e non “Divorate”. Qui sta la dis-onestà del poeta).

      Dio ha ordinato alla nazione di Israele di offrire molti sacrifici secondo determinate procedure che Egli ha prescritto. Quando ciò veniva fatto con fede, il sacrificio provvedeva al perdono dei peccati. Un altro sacrificio, richiesto il giorno dell’Espiazione e descritto il Levitico 16, dimostra il perdono e la rimozione del peccato. Il sommo sacerdote prendeva due capri maschi per l’offerta per il peccato. Uno dei capri veniva sacrificato come sacrificio per il peccato per il popolo d’Israele (Levitico 16:15) mentre l’altro capro veniva mandato via nel deserto (Levitico 16:20-22). Il sacrificio per il peccato offriva il perdono, mentre l’altro capro provvedeva la rimozione del peccato.

      Nuovo testamento.

      Perché dunque non offriamo più sacrifici animali oggi? I sacrifici animali sono cessati perché Gesù Cristo è stato il sacrificio finale e perfetto. Giovanni Battista lo riconobbe quando vede venire Gesù e disse: “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo!” (Giovanni 1:29).

      E veniamo ai nostri giorni.

      Resettiamo quanto prescritto dalla Bibbia. Tutto è diventato una questione di sensibilità, in primis, e una questione di business in seconda battuta, anche se la seconda battuta, il business, è primario nella nostra società. Sarebbe interessante aprire i freezer dei poeti per catalogare quante parti di sorra, fettine, cimalino sono presenti. Leggo una ipocrisia di fondo, generale, non certo in chi, animalista di fondo, vegetariano o vegano sceglie la sua propria dieta in virtù di convinzioni rispettabilissime, compreso il Ferraris (cos’ha nel frigo quest’ultimo?).

      Razza strana i poeti, si infervorano per poco e spesso prendono cantonate, come nel caso candidatura al premio nobel di Hajidari. (Giuseppina di Leo, dopo aver letto il resto delle sue poesie, specie quelle di susine, torelli, melograni, maschio squartatore di sessi femminili, lo ri-candideresti al nobel?)

      So di essere caustico, oltre ad avare un ironismo minoritario, ma non ho nulla da perdere, perché, come dice una canzone, “Amici non ne ho” e cerco di pensare con la mia testa.

      That’s a different point of view.

  18. Non appena scese pauroso dall’albero l’animale umano si eresse a “dio” sulla terra fino allora dominata da altri animali, e subito cominciò a escogitare come poterli massacrare per mostrarsi dominatore, e ancora continua benché un errore di natura evoluzionario l’avesse dotato di astuzia, coscienza, furbizia, intelligenza, intolleranza, e. . . poesia.

    Il vecchio testamento è un manuale che l’editore Hoepli potrebbe elencare tra i vari manuali HOW TO: ammazzare, assassinare, battagliare, commettere violenza carnale e sacrifici, rapinare, rubare, sottomettere la donna e gli schiavi, trucidare, truffare, etc,etc, e. . . poesia.

    Nel mio frigo non ci sono le fettine di carne che ci saranno nel frigo di Giuseppe. Il micibo è vario di erbaggi, frutta, grani, radici, un raro uovo, yogurt, e varie qualità di noci; quello che mi va, eccetto carni perché sono un autore dedito a sacrifici nobili. Sin da ragazzino non mastico carni bastonate, torturate finché arrivano ammalate e marce alla tavola delle sembianze di “dio”.

    Il business delle carni è l’infima truculenza dell’animale umano per ottenere profitti illeciti, benché siano comandati e raccomandati dalla HOW TO bibbia. Sento tra l’altro nella sua poesia che Ivano Ferrari non rispettasse quella criminale sentenza biblica, altrimenti non si sarebbe ribellato al lavoro di produrre morte e squartare, e non sarebbe riuscito a produrre poesia incomprensibilmente messa in dubbio in numerosi commenti a favore di non voler saper niente e di fettine di carne.
    Non è pesia che mi va di leggere, ma è poesia.

  19. Raul Bucciarelli

    L’ha ribloggato su daisuzoku.

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