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POESIE SCELTE di Dylan Thomas La poesia negli anni ’40 in Gran Bretagna: Dylan Thomas (1914-1953) traduzione di Roberto Sanesi e nota introduttiva di Patrizia Pallotta

dylan thomas 1941

dylan thomas 1941

 L’aspetto più vistoso della poesia inglese degli anni quaranta lo si scopre agevolmente leggendo la poesia di Dylan Thomas (1914-953). Viaggiando sulla scia  dell’eredità che il grande Wystan Hugh Auden aveva lasciato, i poeti della generazione seguente come Robert Graves, Louis MacNeice e altri, svilupparono l’ideale iconoclastico della semplicità e del realismo per dare vita ad uno stile prettamente derivativo.

Dylan Thomas è stato il poeta più rappresentativo di questo periodo. Il poeta che rompe gli schemi. Nato a Swansea, nel Galles, Dylan Thomas abbandona presto gli studi formali per dedicarsi al giornalismo. Solo qualche anno dopo inizia a scrivere poesie. Nel 1943 diventa subito famoso con la prima raccolta  dal titolo Diciotto Poesie, dove lo scrittore- poeta riesce a fondere lo stile musicale e romantico con  i temi mistici della natura  e con quelli psicologici e sessuali.

Dylan Thomas

Dylan Thomas

A Londra, dove si trasferisce viene accolto come una vera e propria “celebrità” e dichiarato dagli amanti della poesia come “un profeta” coraggioso e realista insieme. Il “personaggio” Dylan Thomas è passato  alla storia letteraria come la figura del ribelle romantico, sebbene i suoi scritti fossero, talvolta, criticati aspramente. Fra i pregi maggiori  del poeta, si ricorda la reintroduzione della recitazione tradizionale delle poesie attraverso la lettura  orale dei componimenti nei caffè e nei cabarets. La realizzazione dei vari tour inizia in America. Egli stesso recita le sue liriche durante i readings, la sua voce suadente dal pieno accento gallese, ricca di espressioni e cadenze musicali, rendeva incisivo ogni verso, conferendogli una accentuata nota di teatralità .

Per Thomas il potere della natura costituisce l’unico aggancio fra passato e futuro, l’uomo era parte integrante di questo processo come un rito perpetuo e naturale, le sensazioni umane come speranza, paura, desideri sessuali convergono sempre alle forme e alle coerenze   attraverso  l’identificazione  con madre natura. La sua personale tecnica poetica non seguiva le regole tradizionali,cambiava la punteggiatura, inventava espressioni del genere : “un dolore fa” o “ mare succhiato” che scioccavano il lettore ma nel contempo riuscivano ad affascinare e ad essere trascinanti.

Dylan Thomas

Dylan Thomas

 Stilisticamente Dylan Thomas risente molto dalle tradizioni poetiche gallesi del 1600, avvalendosi di queste  che usò per la creazione dei versi, altro  motivo di proclamazione a “genio originale.” Il suono espresso dalle parole era parte integrante della sua poetica, era solito usare le tecniche dell’allitterazione e dell’anafora in modo sorprendente. L’abilità stilistica lo porta a creare  significati linguistici fuori da ogni schema  usuale e tipico di quel tempo. L’immaginazione per Thomas fu di estrema importanza, usava mischiare immagini di natura biblica, con quelle di origine freudiana.

dylan thomas

dylan thomas

 Nel poema “Fern Hill”, nome della fattoria dove la zia di Thomas viveva, il poeta adolescente si sentiva un principe e la sua sfrenata fantasia lo conduceva verso la voglia di libertà e la possibilità invincibile di giocare nei campi e di stare con gli animali. Il contatto diretto con la natura esalta le sue doti di poeta, è solito ripetere suoni e parole ad effetto. Il poeta si cimenta anche nella narrativa, pubblica Ritratto dell’artista come un giovane cane, una raccolta di racconti brevi, pubblicati nel 1940. La vita di Dylan Thomas, termina a soli trentanove anni, vittima dell’abuso di alcolici. Una delle sue poesie più significative e rappresentative del suo stile e della poetica è “Sognai la mia genesi”. Trascrivo qui una famosa dichiarazione di Dylan Thomas sulla propria poesia:

dylan thomas

dylan thomas

 «Spesso lascio che un’immagine “si produca” in me emozionalmente, e quindi applico ad essa quanto posseggo di forza critica e intellettuale – lascio che questa immagine contraddica la prima, già sorta, e che una terza immagine generi dalle altre due insieme una quarta immagine contraddittoria, e lascio quindi che tutte restino in conflitto entro i limiti formali da me imposti… Dall’inevitabile conflitto delle immagini – inevitabile perché appartenente alla natura creativa, ricreativa distruttrice e contraddittoria del centro motivante, cioè del centro della lotta – cerco di pervenire a quella pace momentanea che è una poesia».

(Patrizia Pallotta)

 Sognai la mia genesi

Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
Il guscio rotante, potente come il muscolo
D’un motore sul trapano, inoltrandomi
Nella visione e nel trave del nervo.
Da membra fatte a misura del verme sbarazzato
Dalla carne grinzosa, limato
Da tutti i ferri dell’erba,metallo
Di soli nella notte che gli uomini fonde….

(da Poesie nella stanza)

 

dylan thomas

dylan thomas

 

The force that through the green fuse

The force that through the green fuse drives the flower
Drives my green age; that blasts the roots of trees
Is my destroyer
And I am dumb to tell the crooked rose
My youth is bent by the same wintry fever

The force that drives the water through the rocks
Drives my red blood, that dries the mouthing streams
Turn mine to wax
And I am dumb to mouth unto my veins
How the mountains spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool
Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind
Hauls my shroud sail
And I am dumb to tell the hanging man
How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head
Love drips and gathers, but the fallen blood
Shall calm he sores

And I am dumb to tell a weather’s wind
How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb
How at my sheet goes the same crooked worm.

 

La forza che attraverso il verde càlamo sospinge il fiore

La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore
E’ quella che sospinge la mia verde età;
Quella che spacca le radici agli alberi
E’l la mia distruttrice
E io non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre
invernale.

La forza che spinge le acque attraverso le rocce
Spinge il mio rosso sangue;
Quella che le correnti prosciuga alla foce
Le mie trasforma in cera:
E io non ho parole per gridare alle mie venerdì

Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge.

La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno
Agita sabbie mobili
Quella che allaccia il soffiare del vento
Tende la vela del mio sudario.
E io non ho parole per dire all’impiccato
Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice.

Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano;
L’alore stilla a gocce e si condensa, ma il sangue versato
Addolcirà le piaghe di colei che amo.

E io non ho parole per dire a tutto l’impeto del vento
Come attorno alle stelle il tempo ha scandito un suo cielo.

E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.

dylan thomas

dylan thomas

 

 

 

 

 

 

Vision and prayer

Who
are you
Who is born
in the next room
So loud to my own
That I can hear the womb
Opening and the dark run
Over the ghost and the dropped son
Behind the wall thin as a wren’s bone?
In the birth bloody room unknown
To the burn and turn of time
And the heart print of man
Bows no baptism
But dark alone
Blessing on
The wild
Child

.
Visione e preghiera

Chi
sei tu
Che vieni generato
Nella stanza accanto
Alla mia così rumoroso
Ch’io posso udire il grembo
Aprirsi e il buio scorrere
Sopra il fantasma e il figlio rovesciato
Oltre il muro sottile come un osso di scricciolo?
Nella stanza sanguinosa di nascita ignoto
Al bruciare ed al volgersi del tempo
E all’impronta del cuore dell’uomo
Nessun battesimo si inchina
Ma oscurità soltanto
Porge benedizione
al selvaggio
bimbo.

dylan thomas

dylan thomas

 

This bread I Break

This bread I break was once the oat,
This wine upon a foreign tree
Plunged in its fruit;
man in the day or wind at night
Laid the crops low, broke the grape’s joy.

Once in this wine the summer blood
knocked in the flesh that decked the vine,
Once in this bread
The oat was merry in the wind;
Man broke the sun, pulled the wind down.

This flesh your break, this blood you let
Make desolation in the vein,
Were oat and grape
Born of the sensual root and sap
My wine you drink, my bread you snap.

.
Questo pane che rompo

Questo pane che rompo un tempo fu frumento,
Questo vino su un albero straniero
Nel suo frutto fu immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
Gettò a terra le messi, la gioia dell’uva infranse.

Un tempo, in questo vino, il sangue dell’estate
Pulsò nella carne che vestì la vite;
Un tempo, in questo pane
il frumento fu allegro in mezzo al vento;
L’uomo spezzò allora il sole, abbattè allora il vento.

Questa carne che rompete, il sangue a cui lasciate
devastare per le vene, furono
Frumento ed uva, nati
Da radice e da linfa sensuali; voi
Bevete del mio vino, spezzate del mio pane.

.
In my craft or sullen art

In my craft or sullen art
Exercised in the still night
When only the moon rages
And the lovers lie abed
With all their griefs in their arms,
I labour by singing light
Not for ambition or bread
Or the strut and trade of charms
On the ivory stages
But for the common wages
Of their most secret heart.

Not for the proud man apart
From the raging moon I write
On the spindrift pages
Not for the towering dead
With their nightingales and psalms
But for the lovers, their arms
Round the griefs of the ages,
Who pay no praise or wages
Nor heed my craft or art

.
Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa

Nel mio mestiere, ovvero arte scontrosa
Che nella quiete della notte esercito
Quando solo la luna effonde rabbia
E gli amanti si giacciono nel letto
Tenendo fra le braccia ogni dolore,
A una luce che canta mi affatico
E non per ambizione, non per pane,
Né per superbia o traffico di grazie
Su qualche palcoscenico d’avorio,
Ma solo per la paga consueta
Del loro sentimento più segreto.

Non è per il superbo che si apparta
Dalla luna infuriata che io scrivo
Su questa spruzzaglia di pagine,
E non per i defunti che torreggiano
Con i loro usignoli e i loro salmi,
Ma solo per gli amanti che trattengono
Fra le braccia i dolori delle età,
E non offrono lodi né compensi,
Indifferenti al mio mestiere o arte.

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ANTOLOGIA DI POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA – Antonio Sagredo, Chiara Moimas, Meeten Nasr, Franco Fresi, Lucia Gaddo Zanovello, Vincenzo Mascolo, Ambra Simeone, Patrizia Pallotta

Parnaso 1

Parnaso1

 

 

 

 

 

 

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

La metamorfosi della finzione

 

Quando il tempo il vuoto dei miei atti scorre umile e inquieto
possa io convertire il passo umano in ambio dislocato,
il ferro equino calzare come una corona non domata la giostra
di un torneo che muterà rogo e croce in volto circense e scespiriano.

La clessidra il vuoto del tempo e dei miei atti mescola con la cenere,
con una figura che abiura il tratto secco, la matita e il disegno non ornato,
ma le dita schizzano scellerato il segno e la visione di un pensiero declinato
per quella fede perduta nel perdono, per il rimorso di un palco non calcato!

Saprò io con ferrigna mente disseccare un salice e le lacrime custodire
io in un ricordo collassato e nello schianto attutito di un’arteria terminale
cedere io a una stella vespertina la struttura di un marcio crocefisso…
ah, vorrei una misericordia non divina, ma umana per Cristo e Giulio!

E un linguaggio cordigliero da un pulpito d’avorio alle navate vorrei
risonare come vessilli tra ostie insanguinate e mitrate angeliche parole,
quando una clessidra vuota inquieta scorre la gerarchia dei miei atti –
libertini se volete condannarmi, ma pietosi, lacrimosi – come Pierrot!

Roma, 28 marzo 2014
(all’ora quarta)

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

 

 

 

 

 

 

 

*

Stermini, e ti lasci andare al sogno ovunque e rosicchiano i secoli
il chiavistello della tranquillità, e t’accorgi inerme come la voce assenta
la lingua nei deserti della consapevolezza e il raccapriccio inventa
un mestiere al poeta, la sua parola tu bevi dal calice dell’inconsistenza.

E i suoni non hanno senso sui ghiacciai, liquidi cessano d’essere Maestri
di canto all’uomo… l’ugola non regge l’errata corrige di una volta che ci sovrasta
e marcia è la matematica e i disegni di un linguaggio che non sai… sfacelo
delle laringi, e il cerebro e il vuoto e il pensiero si specchiano in contumacia!

Non puoi dire se giostra è la finzione, se circo e tornei una imitazione,
i versi, le parole e i sensi sono meno di una tavoletta d’argilla che squilla
adesso come una lanterna antelucana – per l’aurora è un azzardo il giorno!
e i tramonti non hanno più una tazza dove affogare la propria morte recidiva.

E il lutto non s’addice più alle nostalgie dei nastri funebri, a quegli angeli
che sui feretri sono marionette… il conforto agli umani avanzi non è più
un dono e i loro occhi e le lacrime e quelle mani… non sappiamo nulla…
non sappiamo nulla… e il riso è solo un ricordo cartapestato… logoramento

delle felicità e delle tristezze ci corrode il futuro… non è il caos, né la rovina,
né gli stermini – e il divino ci disturba, ci ha succhiato la coscienza, ci ha rubato
la storia e la nostra stessa essenza e la natura e quella terra… io la miravo, e non
è più la mia origine, non più la sede di dei che mai furono – e io, interdetto, me ne vado!

Roma, 10 aprile 2014

Chiara Moimas

Chiara Moimas

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Moimas

Dafne

Rincorsa da Apollo invaghito
Dafne braccata non sa che fare
inconsapevole d’ essere un mito
vergine e pura vuole restare.

Il dio è vicino stanco e sfinito
già la ghermisce: non può scappare.
– Che il desiderio venga punito.
Che la bellezza possa mutare-.

La chioma fulgida fronda diventa
e già le dita alloro si fanno.
Non è l’ignoto che la spaventa

è l’ansimare d’Apollo, l’affanno.
E’ la sua bocca che il pube rasenta
e trova corteccia. Mirabile inganno. Continua a leggere

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