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TRE POESIE di Valerio Magrelli da Il sangue amaro (Einaudi, 2014) con due Commenti di Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa su “L’Ombra delle Parole”

alfredo de Palchi_1

Alfredo de Palchi

Scrive Alfredo De Palchi nel Commento del 7 ottobre 2014:

Sembra si sia esaurita la critica sul problema della raccolta “Il sangue amaro” e della persona civile di Valerio Magrelli. La mia opinione sui commenti degli interlocutori mi fa dire che l’insieme è riuscito un disastro,
i rari commenti seri di due tre interlocutori non salvano la vitriolica atmosfera del blog. D’accordo, si è liberi di parlare pacatamente, gridare, insultare, averi dissensi, etc. etc., ma non in maniera incivile anche tra interlocutori, io incluso. Dopo aver approfittato della mia libertà, mi trovo veramente commosso davanti a un ragazzo ventenne, Valerio Gaio Pedini. Alla sua età e alla mia età si esagera tutto, sia nel bene che nel male, ma coloro che si trovano nello spazio tra Valerio Gaio e ADP dovrebbero insegnare che ci sono migliori posizioni per giudicare il bene o il male di un’opera e della personalità dell’autore. A ventanni e a ottantanni si è mentalmente ragazzi, si giudica bianco o nero, le vie di mezzo le crediamo borghesi, e indubbiamente lo sono, però più accettabili. . . Purtroppo, Valerio Gaio, è così, e i tipi delle nostre età vengono definiti esaltati.
Lei ha espresso la sua opinione contraria di esaltato su “Il sangue amaro” di Valerio Magrelli, io ho espresso la mia favorevole di esaltato. Tuttavia le assicuro che le nostre opposte posizioni di giudizio non sono meno oneste delle posizioni di mezzo espresse meglio e professionalmente. Per me, chiudo soddisfatto di aver elogiato l’opera di Magrelli. Lei, Valerio Gaio, pensi e scriva quello che vuole, ma quando avrà completa fiducia in sé stesso sarà migliore e sicuro. Importantissimo. Ci sentiremo altrove.
Saluti a tutte e a tutti.

(Alfredo De Palchi)

 

giorgio linguaglossa la noia

Alfredo de Palchi

Risposta di Giorgio Linguaglossa, Commento del 7 ottobre 2014:

Caro Alfredo De Palchi,
Rendo omaggio al grande poeta Alfredo De Palchi, alla tua nota generosità e prendo atto della tua tesi in favore della poesia di Magrelli, ma non posso non dissentire dalle tue argomentazioni. Per quanto riguarda «la vetriolica atmosfera del blog» nei riguardi della poesia di Valerio Magrelli, questo convalida il fatto che ormai il blog è rimasto l’unico avamposto del pensiero libero in Italia. Il blog è libero, chiunque può inserire i propri commenti (purché non offensivi) con piena libertà di esporre le proprie tesi nel modo ritenuto più idoneo. Non c’è nessun controllo, né preventivo né successivo, e questo credo è un fatto che tutti possono verificare. Al contrario, scorrendo nei vari blog le recensioni al libro di Magrelli, ho notato un coro unanime di lodi sperticate come se fossimo davanti al capolavoro della poesia della Terza Repubblica. Purtroppo, la verità è un’altra: è un libro della «vecchia republica», certo è scritto da un professionista della scrittura, uno scrittore che, almeno, sa scrivere. Però va anche detto che si tratta di una scrittura facile. Innanzitutto, potremmo togliere tutti gli a-capo delle sue poesie e ne verrebbero fuori dei testi narrativi forse addirittura migliori. Cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che è una scrittura in prosa con degli a-capo. Dirò di più: non è poesia ma finta-poesia; è prosa travestita da poesia. Ormai ho un occhio e un orecchio troppo smaliziato per non accorgermi di questi trucchi. Ma dirò di più, la poesia di Il sangue amaro pesca nella superficie dei luoghi comuni che tutti frequentiamo: il padre che ha avuto una vita difficile, il figlio, il seno rifatto di Nicole Minetti, la fobia per il “sesso”, “le gocce” prese per profilassi, il Pin, il Puk, l’Irpef, l’Irak, l’Urar, etc. Troppo facile direi. Si può fare questo tipo di poesia all’infinito, è una procedura serializzata che serializza e socializza i luoghi comuni alla maniera che tutti li possano condividere.
Dal punto di vista sociologico ritengo che la poesia di Magrelli sia lo specchio fedele dell’Italia di oggi, con le sue miserie, le sue meschinità, i suoi egoismi, i suoi piccoli e vanitosi narcisismi, gli esibizionismi dell’io esposti in bacheca, etc. Specchio e nulla di più. Per di più espresso con un linguaggio in prosa arricchito di calembours e, qua e là, con giochi di parole. Non mi sembra il caso di gridare al capolavoro, anzi, mi sembra un lavoro furbo, che ammicca alla complicità del lettore, ai tic e agli inciampi che l’esistenza degli italiani incontra con la burocrazia di ogni giorno.
La poesia di Magrelli è lo specchio e, al tempo stesso, un tassello, della mediocrità generalizzata del nostro Paese, delle mancate riforme non fatte negli ultimi 30, anzi 40 anni. In questi ultimi 30, 40 anni il Paese è andato indietro in tutti i campi, non si è investito nella ricerca, non si è investito sulla scuola, le università sono dei Palazzi d’inverno dove regna il rigore del grigio. La politica è rimasta ferma a difendere gli interessi della classe politica. Così il Paese è rimasto fermo durante 30, 40 inverni. L’omologia e il conformismo culturale che hanno invaso il nostro Paese li ritroviamo tali e quali nella poesia de Il sangue amaro, senza alcuna distinzione; direi che questo è il l’elemento di gravità che emerge dalla lettura di questo libro. La poesia di Magrelli è appena un tassello della medietà generalizzata del sistema Paese e della sua incapacità a rinnovarsi e di ritrovarsi. Ecco altre due poesie ammiccanti del libro:

Le nozze chimiche

Queste che prendo gocce
con tanta religiosa compunzione
sono i miei testimoni
per le nozze col mondo.
Soltanto grazie a loro posso stringere
un patto d’amore col mondo,
perché solo con loro reggo l’urto
della sua illimitata ostilità.
Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.

Sul circuito sanguigno

È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.

Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.

 Da notare il patetico dell’ultima strofa della prima poesia, dove si accenna alla morte del “padre” perché non aveva “l’elmo fatato” che avrebbe potuto proteggerlo. Ma, caro Magrelli, gli elmi fatati esistono solo nelle fiabe! (anche mio padre è morto “sotto i colpi del mondo” dopo una vita di duro lavoro; anche altri mille migliaia di padri di altre persone sono morte “sotto i duri colpi del mondo! perché non avevano “l’elmo fatato”). Mi fermo qui. Non posso fare a meno però di sottolineare l’intreccio di patetismo e di buonismo di questo finale che vorrebbe astutamente intenerire il lettore per adescarlo nel dramma tutto intimo familistico dell’autore, ma in realtà posticcio. Beh, direi troppo facile, no?, troppo corrivo e scontato:

Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.

Ma arriviamo al “capolavoro” del libro, la poesia sulla figura di Nicole Minetti:

L’igienista mentale:
divertimento alla maniera di Orlan

La Minetti platonica avanza sulla scena
composto di carbonio, rossetto, silicone.
Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
io sublunare, arreso alla dominazione

di un astro irresistibile, centro di gravità
che mi attira, me vittima, come vittima arresa
alla straziante presa della cattività,
perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

fra le mani del boia prima della caduta,
ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
irreale invenzione di chirurgia, ideale

sogno di forma pura, angelico complesso
di sesso sesso sesso sesso sesso.

Cari amici lettori: una serie di luoghi comuni elencati ad effetto, uno dopo l’altro, senza tema di apparire, quanto meno fuori luogo o sopra le righe, una ironia scontata applicata ad un personaggio dei media fin troppo facile da colpire e, infine, il finale sessuofobico nei confronti della bellezza (se pur corretta dal bisturi) femminile. Anche qui, un finale facile per accalappiare il consenso del lettore sessuofobico e conformista. Mi sembra davvero troppo (mi correggo, troppo poco) per incoronare Magrelli come il più grande poeta degli ultimi trent’anni.

(Giorgio Linguaglossa)

Valerio Magrelli

Valerio Magrelli

Valerio Magrelli è nato a Roma, dove vive, nel 1957. È professore ordinario di letteratura francese all’Università di Cassino. Tra i suoi lavori critici Profilo del Dada (Lucarini 1990; Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione a Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002; l’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Collabora a «la Repubblica». Il suo primo libro di poesia, Ora serrata retinæ, esce da Feltrinelli nel 1980 (ed è raccolto, insieme ai successivi Nature e venature dell’87 ed Esercizi di tiptologia del ’92, in Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996); gli ultimi – Didascalie per la lettura di un giornale del ’99, del 2006 e Il sangue amaro del 2014 – sono usciti da Einaudi. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Al suo attivo anche quattro libri di prose: Nel condominio di carne (Einaudi Stile Libero 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno («Contromano» Laterza 2009), Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto (Einaudi 2010) e Geologia di un padre (Einaudi 2013; Premio «Stephen Dedalus», Premio Bagutta, Premio SuperMondello, finalista al Premio Campiello). Tra gli altri libri, Che cos’è la poesia? (Sossella 2005, libro e cd; Giunti 2014), Sopralluoghi (Fazi 2006, libro e dvd), Il violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica («fuoriformato» Le Lettere 2010, prefazione di Guido Barbieri, postfazione di Gabriele Pedullà), il pamphlet politico in forma teatrale Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi (Einaudi 2011) e il saggio Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri (Laterza 2012).

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POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI O IMMAGINARI – OTTO POESIE di Marisa Ferrario Denna da “Ritratti in controcanto Nomos, Busto Arsizio, 2011 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

marisa-ferrario-denna-copMarisa Ferrario Denna vive a Busto Arsizio (Varese), dove è nata nel 1945. Laureata in pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano, ha insegnato Filosofia e Pedagogia, nonché, letteratura italiana in un Liceo. Ha pubblicato La vita in un quadro (Forum, 1986); Frammenti da una miopia (1987); Geometriche associazioni in cucina (Scheiwiller, 1988); Imprudenti viaggiatori (1989); Il sole d’inverno (1993); La lettera non spedita (LietoColle, 1995); Mal di luna (Book, 1996); Ritratti in controcanto” (Nomos, Busto Arsizio, 2011)

Commento

C’è una geografia stilistica tipicamente, come si dice oggi, «globalizzata» in questo libro di «Ritratti» di una autrice dallo stile ormai consolidato: Marisa Ferrario Denna. Un libro di poesia che rivela delle capacità non scontate. Vi si ritrova una mappa stilistica di origine narrativa, una sorta di «cartomanzia del visibile» come contrassegno dell’invisibile rivelata da una frase non casuale della Ferrario Denna: «Ogni segno è un indizio».  Molto coinvolgenti sono le poesie appartenenti al genere pitturale dei «ritratti» di personaggi mitici e celebri, nonché di poetesse e pittrici del Novecento, dalla Achmatova alla Plath, dalla Bishop a Cristina Campo, da Sofonisba Anguissola a Artemisia Gentileschi.

Quello che colpisce favorevolmente in questo libro di Marisa Ferrario Denna è la sottigliezza del segno verbale, una sottigliezza che corrisponde a una acutezza dell’intelligenza del cuore e alla capacità di cogliere il senso nascosto della vita e delle opere e i loro enigmi. Una poesia di limpida intelligenza delle cose; ci sono anche gli scarti umorali, soprassalti, tensioni, discordanze dell’io, ma non c’è mai una soluzione univoca, i testi sono sempre strettamente tematizzati e sorvegliati; di fronte ai personaggi del Novecento l’autrice non si pone mai in una posizione memoriale ma in una, diciamo così, di disequilibrio: i fatti sono acutamente registrati e commentati, la Ferrario Denna lavora di cesello, realizza mini ritratti scanditi attraverso un ritmo semplice ma mai semplificato, alla sottigliezza del pensiero corrisponde un’algebra delle emozioni e una sintassi dell’osservazione e, quindi, una forma. L’autrice non ammicca al lettore ma si comporta come se il lettore non esistesse o si nascondesse dietro un diaframma dell’impossibile incontro. È manifesto un senso incombente, un vuoto circolante, una dissonanza delle esperienze significative, come una discordanza con le corrispondenti esperienze stilistiche che non esauriscono la miniera del vissuto ma la traducono su un altro piano della sensibilità: quella dell’espressione verbale.

Questa scrittura di pensiero non è mai lineare ma procede per avvolgimenti, in modo sinusoidale, va al fondo delle cose senza quasi mostrarlo, con discrezione, con leggerezza, con umiltà come di chi sa bene che il grottesco si nasconde a volte nell’immediatezza sensibile, nei minimi scarti del quotidiano.

(Giorgio Linguaglossa)

(da Marisa Ferrario Denna da “Ritratti in controcanto Nomos, Busto Arsizio, 2011, pp. 146 € 14.00)

 

Cristina Campo

Cristina Campo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cristina Campo

Imperdonabile lo sguardo penetrante
acuto dritto, che sa leggere dentro
Quasi impertinente.
Imperdonabile, Cristina, in quel tuo
volto, troppo innocente ancora,
di quella foto datata 1963:
appena l’inizio di una vita
che avresti -negli anni –
col corpo soltanto sfiorata.

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonia Pozzi

Sui tuoi quaderni cancellature,
sostituzioni, correzioni, tagli
e varianti là dove tuo padre vedeva
parole vietate. Da tenere nascoste.
Parole proibite. Da non dire.
Parole di desiderio. Da annientare.

La vita spezzata. Derubata di parole.
La vita – ineluttabile non vita –
di te fanciulla, che avresti voluto
poesia come vita, sacralità di parole
che sulla soglia restavano,
come offerte senza nome
impazienti di scattare verso il sole.

Così si arrese la tua giovinezza
senza scampo, a credere l’età
delle Parole per sempre finita,
perché l’arte non basta – da sola –
per una vita soltanto sognata
né per lenire il dolore
di un’esistenza offesa e negata.

Ipazia dall'omonimo film

Ipazia dall’omonimo film

 

 

 

 

 

 

 

Ipazia

Non so quanto resistere potrò
a tutti questi colpi e questi morsi.
Non so per quanto ancora la mia mente
sopporterà la carne dilaniata.
Io che ho cercato solo la ragione
come la forza dell’umanità,
io che ho tentato nella tolleranza
di conciliare fedi troppo opposte
in questi tempi di cupa ferocia,
che l’odio degli elleni e dei cristiani
dilacera per rabbia di potere,
io sento che già l’anima è lontana.
Volando sopra il cielo della luna,
lascia brandelli la mia carne umana

Tamara De Lempicka

Tamara De Lempicka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tamara De Lempicka:

Sei morta nel sonno, come volevi,
dopo una vita di lusso. Alla moda.
Tu così bella, così funzionale
a un mondo di foto e di copertine:
Bugatti e marchesi, amanti e maitresses,
alberghi di grido, due matrimoni,
una figlia, Kizette.

Le tue donne nude, carnose e sprezzanti
gridavano un mondo di false paillettes.
Lustrini e diamanti, successo e denaro:
era questo, davvero, che volevi per te?

Suzanne Valadon 1885

Suzanne Valadon 1885

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suzanne Valadon

Marie Clémentine era il tuo nome.
Ma come modella, tu fosti soltanto
la terrible marie:
Marie capricciosa
Marie chiacchierata
Marie snaturata,
che impara da sola ad usare i pennelli,
Marie che ribelle ha un figlio pittore
e un giovane amante dal corpo perfetto.

A dire del corpo di un uomo la forma,
a dirti ribelle contro ogni norma,
però non poteva bastare Marie:
e come pittrice, dai tratti sicuri,
volesti firmarti per sempre Suzanne.

Artemisia Gentileschi autoritratto

Artemisia Gentileschi autoritratto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Artemisia Gentileschi

Non cercatemi soltanto nei fatti della vita,
ma nelle mie opere: le mie pitture.
Non cercatemi nei canoni avvizziti dell’arte,
perché in quelle scarne righe ho poca parte.
Non fermatevi a indagare nella storia:
è nella forza del colore
nella potenza dell’ombra e della luce
che ho riposto di me memoria.

Cercatemi nei volti delle mie donne di passione.
Nei corpi femminili che hanno subìto.
Nei corpi oltraggiati violentati stuprati.
Trovatemi tra le mani di Giuditta,
tra le sue braccia silenziose,
che hanno preso vigore dalla mia violazione.
Dalla mia umiliazione.

Che nessuno più dica:
è la figlia di Orazio, il pittore,
perché io ho preso tra le mani il dolore.
e l’ho trasformato in colore.
Perché ho conquistato il mio nome.
e il mio nome è Artemisia.
E parlo la lingua dell’arte.

roma donna acconciatura 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cassandra

Di tutte sai che ero la più bella:
delle figlie del re la più temuta.
Il capriccio di un dio m’ha posseduta,
che l’altra fece in me dire e parlare.
Dal suo entusiasmo, dalla sua follia,
sgorgano in me parole non capite,
frasi scandite come falsità.
Eppure, tu lo sai, non so mentire:
non sono l’indovina che t’inganna,
né la pazza, la folle, l’esaltata.
Grido soltanto per sentirmi viva
e in questa pelle che mi fu reclusa,
è il dio che infuria dentro il corpo mio.
Ed io son l’altra. Io non son più io.

Roma statua

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elena

Potesse mai la dèa dagli occhi azzurri
far scendere un oblio ristoratore:
fare di me a me stessa uno straniero,
ignaro del respiro del suo cuore.
Non scorrono stagioni in questa stanza,
se non per neve nera del ricordo.
Se il mio apparire ti potè sembrare
più vero al vero della verità,
non fu che un’ombra vana della mente,
un fantasma, l’immagine del niente.
Sorgo e tramonto; e in questo divenire
vado tracciando il cerchio della vita.
Se mi hai amata nell’inconsistenza,
lascia ch’io viva. Oltre l’apparenza.

 

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