LA POESIA METAFISICA – De profundis o madre – di Giuseppe Pedota da Equazione dell’infinito (1996) Commento di Giuseppe Elio Ligotti a cura di Giorgio Linguaglossa

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opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

 Giuseppe Pedota (Genzano di Lucania – Pt – 26.01.1933 – Cremona 15.05.2010). Dall’età di cinque anni compie studi musicali quindi, studi medi, ginnasiali e classici a Potenza tra i gesuiti. Dà concerti d’organo e pianoforte. Di formazione laica, instaura legami con Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Vito Riviello, Orazio Gavioli, Lucio Tufano e riunisce il meglio dell’ intellighenzia lucana di allora proponendo un inedito ed importante centro di dibattito politico e culturale.  Si lega a Crippa, Fontana, Kodra, Buzzati, Vittorini, Roversi.. Per reazione a certi modi e mode d’arte si dedica per motivi di lavoro soprattutto all’architettura, al design, alla pubblicità e scenografie. Tra i lavori degli anni ’60, la commissione per gli interni dell’hotel “due Foscari” di Busseto; gli interni totali del cinema Vittoria di Crema. Alcuni progetti, come la villa Kesten a Ginevra, sono considerati esempi ante litteram di bioarchitettura.

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

 A Cremona, mostra personale con interventi di Elda Fezzi (1965). A Roma, mostra personale di pittura e scultura con catalogo titolato dai curatori ”Pittura sovvertitrice, Pittura dell’inconscio, con testi di Fiammetta Selva, Vito Riviello, Ernst Zeisler, Sebastiano Carta con una poesia dedicata (1968). A Matera, personale alla “Scaletta” con presentazione di Franco Palumbo (1970).

Giuseppe Pedota che fuma foto anni Settanta

Giuseppe Pedota che fuma foto anni Settanta

In un’asta di maestri contemporanei a Milano, viene per la prima volta quotato a livello internazionale (1970). È invitato a Palermo dove allestisce una mostra personale di pittura e scultura alla “Trinacria” (1972). Il catalogo è di Ugo Moretti con testi dello stesso, mentre alla vernice interviene con una prolusione Leonardo Sciascia. Testi critici sui maggiori quotidiani, reti TV-Rai3. Nella primavera del ’73 è chiamato a dirigere “Trinacria” dove allestisce, tra le altre, un’importante antologica al suo amico Tot. Segue poi quest’ultimo, titolare di seminari di scultura in campus universitari, durante un iter americano. Visita a New York i più importanti studi di artisti americani (Robert Kleinman, N.Y. “Tormentingly poetic”, 1974). È invitato a numerose mostre nelle maggiori città europee.

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Giuseppe Pedota nudo femminile, anni Novanta

 Dal ’95 è redattore e art director della rivista di letteratura “Poiesis”. Giorgio Linguaglossa presenta le poesie di Giuseppe Pedota nel numero sette di “Poiesis” (settembre ’95); nel medesimo numero Pedota firma il “Manifesto della Nuova Poesia Metafisica”. 1996, pubblica il poema Equazione dell’infinito per i tipi “Scettro del Re” – Roma. Nel 1999, pubblica il poema “Einstein, i vincoli dello spazio” con prefazione di Luigi Reina. Nel 2009, esposizione a Roma presso la Domus Talenti. Nel 2005 esce il numero speciale di «Poiesis» (32) con il titolo Acronico comprendente tutte le poesie di Pedota.

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Il verso di Giuseppe Pedota, fin dal suo primo germinarsi, soddisfa l’affermazione per cui la poesia non è vaga, non meglio definita ispirazione, è bensì, esattamente, folgorazione da contrasto: pietra focaia degli opposti, sistema di equivalenze tanto calibrate quanto drammatiche, limite grafico dell’illimite per un impossibile pareggio delle sorti. È, in definitiva, quell’equazione dell’infinito che è poi lo sfolgorante titolo sidereo della nostra silloge ed è pure, per così dire, lo zoccolo duro tematico dei paragrafi di cui si compone.

Giuseppe Pedota foto anni Settanta

Giuseppe Pedota foto anni Settanta

 Ed è dunque l’unico luogo, la poesia, in cui si possa tentare di conciliare l’inconciliabile: le tre facce della storia, il desiderio e la realtà, l’aristocrazia del pensiero e la sua irrealizzabilità, la relatività della vita e della morte. Tutti temi e motivi che caratterizzano la poesia di Pedota, che anzi la esaltano fino ad essere risaltati. “…io siedo al crocevia del tempo”  – dice il poeta –  “spietato dono per il nostro limite.” E ancora, in una lirica dedicata alla Lucania delle origini, parla di “sogno di remote/civiltà stellari…la mia Lucania è un’Itaca/ di tutte le ombre/ che mi crearono la luce.” Dove mi pare evidente la visione orfica e metamorfica delle cose della terra e dell’uomo. Orfismo che è parametro e paradigma dell’eterno. L’orfico Pedota, il pitagorico Pedota, ci ricorda che il tempo è ritmicità, rotazione e ciclicità: è la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche: teoria portatrice sì di fatalità, ma anche di serenità cosmica, per cui l’uomo la terra le cose sono viste  dall’alto,  al di sopra del tempo:  afferma, il poeta: “sarà solo un abbaglio/ una cifra che ho inciso nel mio seme/ disincarnato e immemore/ di questi miei silenzi a darvi il segno/ forse d’amarmi anche non capendo/ mi basterà questo amore mai detto/ a risalire dalle mie vertigini/e inondarmi di stelle.”

giuseppe pedota al pianoforte 2009

giuseppe pedota al pianoforte 2009

 Alla funzionalità di un tale processo orfico-metamorfico, destinato al sottile succo dell’ebbrezza della metempsicosi, contribuiscono le più impensate contaminazioni, gli accostamenti mitopoietici più audaci, le plasmabilità della creta compositiva: fino ad estrarne figurazioni ed immagini nuove, miste ed icastiche: l’esito è d’uno splendido ibridismo delle forme. Ecco allora il “seme del tuo pube di seta/ innalzato a ostensorio/ il tuo ventremuschio rovesciato /in filigranavene di luce/ per i figli che nasceranno/nei silenzi dei nuovi pianeti.” E poi: “l’autoritratto è un efebo/per i languori di saffo ed i corrucci di michelangelo.” Ora è l’androgino: “ha mani di rebus intrico di spazi/ha il tuo culo di gioia irrispettabile/che spiega i paradossi/della gravitazione oscillante.” Ora appare “l’amico cogitans/ maitre à penser della contrada/fons bandusiae” il quale “vede Orazio scendere dai fianchi/d’una lucida mula di massari.”     Ecco   poi riaffiorare le figure torbide  e  insanate  del Mito greco:  da Medea a Edipo, da Elena alle Arpie, al Minotauro: “antropofaghi sputi del peccato.” E il corpo di chi quei miti ha sempre vissuto, “il mio corpo di giunco vecchio/ attraversato da meteore.” Infine, l’epifania d’un “gigante guerriero/ venuto ad inseminare la mente/ d’un branco di scimmie prensili.”

ritratto femminile di Giuseppe Pedota inizi anni Settanta

ritratto femminile di Giuseppe Pedota inizi anni Settanta

 E mi si passi questa serie di estrapolazioni necessariamente riduttiva, ma non accidentale, atta com’è a dimostrare che, in definitiva, la dimensione spazio-temporale, anzi spazio-atemporale, in cui muove la poesia di Pedota è quella del simbolismo, per meglio dire: d’un neosimbolismo e contenutistico e formale. La concezione orfica di cui s’è detto  – e che niente concede a forme di epigonismo di maniera –  ha al centro l’evocazione, la necessità cioè di fermare nel moto ciclico dell’eterno ritorno, nuove sembianze e nuove prospettive: ma perché ciò sia possibile, perché cioè lo spessore della suggestione sia colto nella sua forma più elevata e più astratta, s’impone un uso prepotentemente connotativo della parola, un supplemento di immagini, al di la del valore semantico-lessicale suo proprio, sia sul piano analogico sia su quello fonico e, soprattutto, cromatico. Questo è un punto focale. Il maestro di pittura Pedota fa del cromatismo verbale uno degli elementi fondamentali del suo metabolismo metamorfico. Il pittore poiètes inventa, attizza, metaforizza e rassembla: in lui è vivissimo il gusto della sciarada come neologismo: termini come “orosalmastro, ambraviola, ditapiume, falloseme, ventremuschio” hanno una loro autonomia plurisensoriale, venendo a soddisfare, fra l’altro, la sintesi di quel processo di sinestesia (per cui un senso s’innesta nell’altro) che è uno dei cardini della costruzione simbolista.

Giuseppe Pedota anni Novanta

Giuseppe Pedota anni Novanta

 In Pedota tutto è pulsione, ricerca e distinzione: tutto è, grecamente, istorìa: indagine, visione, esplorazione oltre i limiti del sensibile e del visibile: pur all’interno d’un disegno formale che non esula dalla filigrana della tradizione: basti considerare l’unità di base metrico-ritmica che resta pur sempre l’endecasillabo, ma si tratta d’una levigatezza, d’una morbidità accesa, stupita di sé e di un mondo e di un tempo che non hanno confini, solo avvicendamento di “più futuri/innumerabili… dove l’alfa si tocca con l’omega.”

In questo contesto, l’endecasillabo espanso in enjambement, l’isolamento della parola, l’andamento ossimorico teso a saldare gli opposti, giocano un ruolo basilare, direi cardinale, giacchè il moto che prevale è quello dell’altitudine o, se preferite, della perlustrazione delle profondità, ora stellari interplanetarie siderali, ora terrestri ctonie magmatiche. N’è collante, ripeto, il cromatismo verbale: punto di congiunzione e sutura fra, ad esempio, il Sud della Lucania, il sud lucano, e una stella antelucana (la radice è sempre quella: lux, lucis), un pianeta “dai solo blu”, dove, attenzione alla fulminazione michelangiolesca, “dove/ un laser di pensiero/è una nostra vita di parole.” La scommessa è rischiosa, lo sappiamo, ma l’esito è non di rado sorprendente. La poesia di Pedota è un quasar di sorprese. Inventa soluzioni o riscopre movimenti di una bellezza assurda totale esaustiva. Si legga l’ungarettiana “Mater”, un respiro purissimo della memoria e della pietas, in cui la contrapposizione è il saldo di due esistenze: un saldo risaltato, reso altorilievo da uno splendido chiarismo: i “sublimi fallimenti”del figlio, cui si contrappongono le “fedi ostinate”della madre.

C’è infine un aspetto di questa poesia che non va trascurato. Ed è la vis polemica, il propellente morale, l’ethos, a proposito di ciò che la poesia e il mondo delle lettere non dovrebbero, anzi non devono essere. La critica allora diviene sferzante: “se ne andranno i servi che si dimisero/ dalla categoria dell’uomo… chi imprigionò i poeti/ chi non volle vedere l’invisibile”. Orfismo, dunque, è anche immanenza, necessità di fare i conti con la storia, con le sue brutture, con le sue deviazioni. E nulla pare offenda    più    Pedota     dell’andazzo    corrente    del decadimento culturale degli ultimi decenni. Ancora una volta il vero artista, e Pedota è un vero artista, dà per implicito il rischio dell’impresa, dove impresa e rischio codificano la necessità di una nuova arte, comunque elitaria. Il poeta questo lo sa, ad altri il compito di affrancarsi, di leggere, d’inchiodare al loro vero bassissimo rango i falsi poeti e i falsi profeti.

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Giuseppe Pedota L’universo acronico, anni Novanta

 Pedota è un iniziatore di avventure, di nuove stagioni e viaggi, di ricognizioni nei buchi misterici del tempo: è un iniziato del cosmo, non meno che della zolla e del sangue. Né forse è un caso che l’anagramma di PEDOTA è ADEPTO o, ad essere più sottili, togliendo da ADEPTO la “D” di Delirio, resta AEPTO, il cui anagramma, guarda caso, è POETA. Ora, chi crede a queste numerologie combinatorie, resti soddisfatto, chi non ci crede, sia quanto meno incuriosito o presti attenzione e riguardo alla preziosità di un’opera come Equazione dell’infinito. Un’opera che si ascrive a pieno titolo (ed è un titolo esteticamente vertiginoso), si badi bene, non nel presente, un presente ancora malversato e nebuloso, ma nel futuro, nel futuro prossimo, quello costruito dall’istorìa del verso.

(Giuseppe Elio Ligotti)

 

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Giuseppe Pedota, L’universo acronico, ani Novanta

da Equazione dell’infinito, 1996

I campi dello splendore

I

De profundis o madre l’inesausta
chiara tristezza e queste lunghe lune
ti chiamano e le stanze luminose
ancora mi posseggono all’incanto
delle verdi stagioni della luce

sono tornato dall’illimite
per la felicità di nascermi da un sogno
tuo acerbo di granoverdemaggio

Lucania lucis l’eden tra la torre
normanna di Tricarico e le selve
di lupi che odoravano di neve

e falchi neri le ali di rugiada
inseminati da sapienza i venti
grand’inventori di storie e di sciarade
sulle flotte ulissiache dei sogni

e l’avida di spazi
Genzano emersa da abissali
valloni ebbri d’aglianico e di risa
scenografia arrogante per attori
cattivi contro il cielo come solo
sanno esserlo per genìe segrete
le progenie di Orazio e di Pitagora

matematica e mistica lubrica e libertà
crudele sole nostre ospiti

II

e ancora andiamo per queste strade di vento
con un frullo di stelle tra le ciglia

Lucania lucis come allora andiamo
quando ancora sottile nel tuo ventre
sentivo raggrumarsi i vaticini
delle imminenti apocalissi e glorie

ma è sublime vertigine del tempo
il grande gioco
di frantumarci nell’oblio di ciò che fummo
e che saremo

e fu storia mai sazia
di coincidenti epifanie
nascere l’anno della croce uncina
che provava i suoi artigli d’acefalia deforme
devastando i colori ed il cuore di Klee

e per quali segnali d’elezione
egli mi rese la sua scienza
di render l’invisibile visibile?

III

quali segni esaltanti e disperanti
protessero da intrighi
la mia stupefazione a menti aliene

perché annulla i dies irae della storia
il sonno d’un bambino

perché si aprivano le vene
di dèmoni e sibille e di profeti
tra le dita
di Michelagnolo che urlava
al suo papa i crediti mancati
dei lapislazzuli sistini

per quali segni
a pretesto di fame si compose
Amadeus il suo Requiem

e può un blu-viola distico
disperare all’abiura d’un amore?

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Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

IV

ed ora che traslata la tua forma
e lunare innocenza
hai superato l’ultimo confino
dove hai scienza del nostro paradosso

sai perché le cento teste dell’idra
furie dell’ombra attraversarono
il grande enigma delle nostre vite
e del mondo

perché dopo l’abbaglio delirante
di più soli immortali
in un’alba porgesti a me il sudario
del fratello
con lo stupore di tutte le madri
cui in quel tempo rovente in un crogiolo
di fumo si strapparono quaranta
milioni di figli

ora tu sai perché sedevo sempre
su orli d’universo e ad ogni balzo
non s’esauriva ancora la mia sete
e ancora… e ancora

V

e poi ti raccontai gli occhi di Luis
d’arcobaleno sceso nei recessi
degli oceani e dei vuoti siderali

occhi che soli hanno percorso
il mio stellare labirinto

ti raccontavo i viaggi da mutante
tra città dagli acùmini di diaspro
non abitate
ma impregnate da abitatori-luce

con scale che salivano a volute
arditissime al nulla interrompendosi

come accade
ai percorsi-pensiero degli umani quando
dopo gli arditi giri del troppo chiedersi
sperdendosi sull’improvviso balzo
della rarefazione d’assoluto
dell’acuto abbisognano d’un volo

VI

de profundis ti chiama questa chiara
tristezza e già un disincarnato alto
canto mi porta ai nostri
campi dello splendore

le mie ali si chiusero a uno spazio
d’attesa appena
stanche

creature ho amato senza le radici
che il dolore esorcizzano
con incensi d’abiura
alla vita e gioie
d’atarassia

ancora molte teste di quell’idra
miti d’alterità aberrante
a intelligere nostro evolutivo

VII

per quei lampi comete-apparizioni
che danno il senso e il conto
di viverci fluttuati dalle stelle

per quei percorsi curvi d’occhi chiari
levitanti alle estreme
regioni della mente

e all’immisura
delle nostre stagioni capovolte
nell’incommensurabile

questo è il dono maturo delle nostre
storie che finalmente
coincidono elidendosi in un punto
essenziale

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Giuseppe Pedota, stella segreta, anni Novanta

 

 

 

 

 

stella segreta

o mia stella segreta come l’ombra
dell’altra luna
se le finzioni del cuore preservassero
dalle comete amare
io tramerei un bozzolo di luce
per incontaminarti
e appannerei il mio specchio con un alito
di senno

ma il mio riflesso è un tempo
che si diverge in più futuri
innumerabili

le ragioni segrete
che dipanarono i tortuosi
sentieri del minotauro
assaltano il mio labirinto
dove l’alfa si tocca con l’omega

 

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4 commenti

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4 risposte a “LA POESIA METAFISICA – De profundis o madre – di Giuseppe Pedota da Equazione dell’infinito (1996) Commento di Giuseppe Elio Ligotti a cura di Giorgio Linguaglossa

  1. l’irrealismo ippogrifico di Pedota è una cosa sola con la sostanza stessa del suo realismo galattico, con la sostanza stellare delle sue metafore, le quali non si possono comprendere nella loro valenza, se non si comprende che la metafora cinetica costituisce la “materia” stilistica che il poeta usa per rappresentare l’irrapprensentabile irrazionalità dell’universo. “io perdo ad ogni sole la mia anima” è l’equivalente speculare de “il naufragar m’è dolce in questo mare”, costituisce il propellente metaforico di tutta la sua poesia. La metafora galattica, solare, costituisce la giusta soluzione estetica d’un problema filosofico. Non v’è nulla di arbitrario o di cromatico nell’uso che Pedota fa delle sue metafore, la navigazione metaforica del poeta costituisce la sola navigazione possibile nell’alchimie du verbe. La metafora cinetica resta la risorsa fondamentale di una poesia che si arrischia a cogliere la cinetica irrazionalità dell’universo. L’assioma filosofico determina l’assioma metaforico. La progettualità poetica segue con speculare precisione la processualità della conoscenza del reale di cui questa poesia si fa carico. E non potrebbe essere altrimenti, come ogni vero poeta. L’assoluto rigore etico che fonde questa poetica deriva dall’assoluta fedeltà del poeta alla sua “materia” metaforica. In questa rotta rettilinea verso un irrealismo galattico, la metafora cinetica contrassegna l’astuzia della ragione poetica:

    fermarmi dove le mani del delta
    si dividono negli occhi curiosi
    dei ponti

    allo svanire d’una voce
    tornano regioni dove approdano
    navi mai partite con equipaggi di nebbie

    Dove vengono reimpiegate, con sorprendente audacia e notevoli risultati estetici, le formule già esperite da poeti futuristi come Farfa e Fillia. La forma stressa delle sue composizioni, tutte incentrate attorno ad un asse immaginario, conferisce loro quel movimento rotatorio complessivo che contraddistingue il moto rotatorio delle singole metafore cinetiche. Così la poesia si ricongiunge al moto rotatorio degli astri e dei pianeti, delle galassie e degli universi, in una galattica, cinetica instabilità.
    Pedota è un convinto assertore della mutante e metamorfosante aleatorietà di tutte le Forme, di quelle artistiche come di quelle matematiche; il suo orfismo pitagorico, come altri l’ha definito, deriva dalla convinzione che il Male del mondo afferisca alla instabilità cinetica dell’universo, e quindi alla sua ontologica, ineliminabile necessarietà. Non diversamente dalla sua poesia, la pittura di Pedota riflette simmetricamente, con esaltanti sviluppi cromatici e timbrici, gli assunti fondanti della sua concezione del mondo, che probabilmente è la negazione più radicale di ogni immagine univoca e definitiva.

    (estratto dal n. 7 di “Poiesis”, 1995)

    Dimenticavo di dire che qui siamo davanti ad uno dei poeti più importanti del tardo Novecento italiano.

  2. La rete costringe a fugaci esperienze, del tutto immaginative, e questo vale tanto per le immagini delle opere di pittura riprodotte che restano indicative, quanto per il sunto di poche poesie. Coi pochi e personali strumenti che ciascuno possiede ( i miei in questo caso sono Crippa per la pittura e Rumi per la poesia, il secondo se privato della devozione), è possibile accedere, mi pare, al particolare orfismo di Pedota; certo che senza conoscenze scientifiche e magiche non si potrebbe, perché l’esperienza umana qui è sempre trascesa, colta sul gate, il luogo di partenza, poi non si sa dove si va a finire. In pittura il gate è quel poco di figurativo (le figure femminili stilizzate) che Pedota conserva, anche se forse in modo didascalico, e in poesia ad esempio la terra, la luna i luoghi della Lucania, dico bene? per il resto fa gioco l’immobilità del mezzo, il quadro, che senza movimento congela per sempre l’inenarrabile al pari di un fotogramma, e vedrai quel che potrai. L’esperienza quindi a me sembra insieme elitaria e popolare, nel senso che ciascuno potrà cogliere aspetti del tutto, ma l’insieme richiederebbe quantomeno un’adesione mistica. Più Meta che Fisica si potrebbe dire senza tanti preamboli. Nella pittura di Crippa il movimento in volo, e qui l’estasi iniziatica. La differenza è notevole ma a me sembra in qualche modo anche la somiglianza. Molto può dipendere dalla sede empirica, se il tutto vien colto nello spazio contenuto del corpo (vedi l’illuminazione orientale) oppure se nell’evasione. Sappiamo che poeti e mistici si somigliano, i poeti per la provvisorietà del loro volo (a uccello) i mistici per la loro permanenza, perché nel volo ci restano definitivamente. La figura di Dio, la sua mano michelangiolesca, qui è data dalla scienza. Ma certo, a me sembra che una tal visione altra della fisicità sia possibile a pochi, e questo malgrado Pedota sembri essere in grado di poter spiegare tutto. Grazie, spero di aver modo di approfondire.

  3. Non trovo nulla di magico nella pittura di Pedota quanto piuttosto una pittura cosmica, ellittica, non sintetica ma complicata nelle linee misteriose della tracciabilità di un sistema ordinato e armonico. Il cosmo come madre su cui proiettare o meglio sovrapporre le figure femminili, stilizzate.
    Non ho avuto il piacere di conoscerlo, ma conservo un suo scritto ad un mio libro, nella sua grande magnanimità.
    Pittore, critico e poeta, una figura eclettica che, al pari di altri pittori presentati in questo blog, coniuga teoria dell’arte in versi. E non solo.
    Non deve sfuggire il Pedota intellettuale che ha scritto ottime pagine di critica letteraria contemporanea.

  4. Non mi dispiace ammettere che Pedota non sia pittore nè poeta nelle cose scelte che vedo e leggo qui.. Sarà un intellettuale, come dice Panetta.
    Si arzigogoli pure, i suoi materiali restano artigianato.

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