La Lettera di Lord Chandos, di Hugo Von Hofmannsthal. “L’impotenza del linguaggio ordinario al cospetto dell’Essere”, “Il Novecento letterario europeo”. Commento di Marco Onofrio

Brutto Ernst-Ludwig-Kirchner

Ernst-Ludwig-Kirchner

 Commento di Marco Onofrio

Il Novecento letterario europeo comincia – per così dire – in passivo, con una dichiarazione di “bancarotta” della parola. Data 1902 la Lettera di Lord Chandos (“Ein Brief”) con cui il poeta e drammaturgo austriaco Hugo Von Hofmannsthal (librettista “fedele e geniale” di Richard Strauss) trafigge in termini emblematici la condizione di crisi, angoscia, solitudine, impotenza e afasia dell’uomo novecentesco: questo breve ma intenso scritto, che si finge una missiva scritta nel ‘600 da Lord Philipp Chandos all’amico Francesco Bacone, rappresenta – come nota Claudio Magris – un «manifesto del deliquio della parola e del naufragio dell’io nel convulso e indistinto fluire delle cose non più nominabili né dominabili dal linguaggio». Non a caso la Lettera è fittiziamente ambientata in epoca barocca, allorché il mondo si estende a dismisura (a causa delle scoperte geografiche e scientifiche) e l’uomo prova lo sgomento del “silenzio eterno degli spazi infiniti” avvertendo che la terra (già centro del cosmo tolemaico) è stata cacciata ai margini dell’universo: la realtà, così, finisce per debordare dalle cornici razionalistiche, mostrandosi complessa attraverso le “feritoie” comunicanti del macroscopico e del microscopico. Le radici del Novecento affondano dunque nella grande crisi che spalanca l’abisso sotto i piedi agli uomini del Seicento.

Lord Chandos avverte che la retorica (quella del Barocco, così come quella degli autori classici, greci e latini) è impotente a «penetrare nell’essenza delle cose», proprio in quanto artificioso tentativo di ordinamento armonico del mondo. Tale constatazione induce a uno stato di scoramento e debolezza, una malattia spirituale che distacca insuperabilmente Lord Chandos da ogni forma letteraria. E insomma la forma, nella compiutezza plastica del suo “limite”, non funge più da baluardo contro la seduzione del vuoto ineffabile, del non essere, del non conoscersi, dove in fondo “dolce” è naufragare. Lord Chandos non si accontenta più della forma “per convenzione”: cerca una Forma autentica al di là della retorica, capace cioè di aderire all’infinita multipolarità della Vita. Tende dunque all’individuazione di questa forma, ovvero di «quella profonda, vera, intima forma, che si può intuire solo di là dal gioco degli artifizi retorici, quella di cui nulla più si può dire, se non che ordina la materia che essa penetra, la eleva e genera a un tempo poesia e verità, un contrappunto di forze eterne, una cosa meravigliosa come la musica e l’algebra».

pittura Ernst Ludwig Kirchner, 1911La Lettera segna – individuando la frattura catastrofica tra un “prima” e un “dopo” – lo scacco epistemologico del Simbolismo (cui Hofmannsthal pure appartiene): ovvero di una visione del mondo e dell’arte che coltiva ancora l’ambizione di racchiudere, in linguaggio esoterico, la chiave segreta delle essenze. Lo stesso Lord Chandos è un simbolista “fallito”: un tempo egli viveva «in una sorta di costante ebbrezza» grazie a cui tutto l’esistente gli appariva come una «grande unità» di mondo fisico e spirituale, veicolata dal flusso circolante della natura, dove proiettava (e poteva riconoscere) se stesso: «e così era per tutto quanto la vita abbracciava, da ogni lato; in tutto ero coinvolto profondamente (…). Oppure intuivo che tutto era identità, e ogni creatura la chiave per un’altra, e mi sentivo come colui che doveva essere in grado di afferrarle una dopo l’altra e di schiuderne tante altre con essa, quante quella ne potesse disserrare».

Ora invece il linguaggio dei libri è diventato «estraneo»: dinanzi alla deflagrazione di una realtà non più afferrabile, i concetti sfuggono e le bocche, di conseguenza, ammutoliscono. Alla pregnanza plastica del linguaggio subentra l’afasia. Il tema dell’impotenza linguistica si riverbera, in echi e in esiti diversi, tra prove letterarie di ambito mitteleuropeo come I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil, I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910) di Rainer Maria Rilke, l’Uomo senza qualità (1930), ancora di Musil, e Auto da fé (1935) di Elias Canetti. Lord Chandos ha perduto «ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento». È una specie di infezione del linguaggio e del pensiero: le parole gli si sfanno sulle labbra, c’è solo il silenzio intricato di “segni” coi suoi filamentosi, molteplici, infiniti significati. La realtà indicibile rende problematico ogni giudizio. Lord Chandos avverte la profonda lacunosità di ogni de-finizione, di ogni abitudine semplificatrice. I concetti, anche quelli più elaborati e raffinati, non colgono la parte più profonda del pensiero, che è sempre “oltre” come la vita accecante da cui è sospinto. Le parole sono irritanti giacché imperfette e incerte: possono solo vagamente approssimarsi alle cose che denotano. Il pensiero è più fluido e magmatico delle parole, ma è a sua volta inadeguato a racchiudere il fiotto spumeggiante della Vita. La realtà che di attimo in attimo la rappresenta (ovvero il «presente più pieno e più vero») ha una complessità che “non cape” negli schemi con cui si cerca invano di ridurla, di con-tenerla. Se infatti si impara a vedere la realtà, al di là degli schemi convenzionali, ci si rende conto che essa si moltiplica ad infinitum attraverso ingrandimenti progressivi (quanto più la si guarda); così come accadde in epoca barocca, quando si uscì dal “chiuso” della cornice prospettica rinascimentale, per affrontare in campo aperto il grande Vuoto. Scrive Lord Chandos-Hofmannsthal:

Cornelius Escher 6

Cornelius Escher

«Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla più si lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto».

Ecco il vuoto cosmico fondamentale che attende in agguato il poeta, oltre le fragili paratie della parola. La percezione è «sopraffatta dalla sfibrante e ininterrotta epifania che l’assale da tutte le parti», per cui non ci si trova più dinanzi a un cosmo gerarchicamente ordinato o linguisticamente ordinabile, ma a un proliferante e caotico «brulicare di essenze incoercibili ad ogni sistemazione» (Magris). La totalità dell’Essere può epifanizzarsi, quando accade, anche attraverso un semplice dettaglio:

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L Edwin Kirchner autoritratto

«Un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione. Ciascuna di queste cose, e mille altre consimili, su cui l’occhio suole scivolare con naturale indifferenza, può improvvisamente, in un qualsiasi momento che in alcun modo mi è possibile richiamare, assumere un colore nobile e toccante, che nessuna parola mi pare atta a rendere».

L’agguato degli eventi che si rivelano, aprendo la scorza del proprio fenomeno, obbliga il poeta a sciogliere ogni forma di resistenza riduttiva o reazionaria, in un movimento di abbandono che conduce a una «smisurata partecipazione» dove è evidente che la prima a sgretolarsi è l’architettura della frase, cioè la sintassi organizzata in base al predominio del soggetto sulle cose, e poi le parole, che “esplodono” poiché incapaci di fronteggiare la totalità simultanea della Vita. Le cose si animano di «meraviglioso» rispondendo a una «misteriosa, tacita, sconfinata esaltazione»: la presenza dell’infinito nel finito fa rabbrividire Lord Chandos «dalle radici dei capelli fino al midollo»:

«In tali momenti una qualsiasi creatura insignificante, un cane, un topo, un insetto, un melo intristito, una carrareccia che si snoda sulla collina, una pietra muscosa vengono a significare per me assai più dell’amante più bella e generosa nella più felice delle notti. Queste creature mute, talvolta inanimate si levano verso di me con una tale pienezza, una tale presenza d’amore, che il mio occhio letificato non riesce a scorgere dattorno nulla che sia morto».

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Ma poi l’incantamento sfuma e, uscendone, il poeta non sa più spiegare con parole sensate «in cosa sia consistita questa armonia che compenetra me e il mondo intero e in qual modo mi si sia palesata». Le forme convenzionali sono totalmente insufficienti ad afferrare l’epifania globale che travolge, sommerge e infine spegne la voce e la scrittura del poeta. Lord Chandos decide di entrare nella pienezza del silenzio: egli, rinunciando a scrivere, dichiara l’impotenza del linguaggio ordinario al cospetto dell’Essere, e questo lo porta a formulare – da ultimo – l’ipotesi di una lingua nuova «di cui non una sola parola mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute, e in cui forse un giorno nella tomba mi troverò a rispondere a un giudice sconosciuto». La poesia, che già strania la langue banalmente normativa (sovrapponendo la funzione detta appunto “poetica” a quella di impianto razionale-referenziale), viene chiamata a farsi linguaggio della profondità in grado di dar voce a ciò che altrimenti intendiamo dire quando, senza usare le parole, ci troviamo a piangere, sospirare, ridere… obbedendo al richiamo abissale dell’Origine (nostra e delle cose). La Lettera certifica lo scacco della Ragione novecentesca, dunque la crisi del soggetto poetico e la conseguente necessità di una letteratura non più limitata alla sfera dell’io senziente e raziocinante.

Lo ribadirà ottantatre anni più tardi Italo Calvino in Lezioni americane (“Molteplicità”): «magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola». Con ciò si tocca uno dei plessi cruciali dell’estetica del Novecento, ovvero il rapporto dialettico vita vs. forma, e la ricerca di una forma sublime con cui trascendere ogni forma attraverso una stilizzazione di raccordo (in guisa di porta girevole) tra visibile e invisibile, da cui possa sgorgare, in gocce condensate, l’essenza misteriosa della vita. Giacché è proprio il realismo iuxta propria principia delle cose al di fuori dell’uomo – al di fuori cioè del suo sguardo limitato dalla scatola cranica – l’obiettivo e il nucleo fondante di ogni scrittura metafisica. Il vero simbolismo non consiste in una complicazione metaforica “barocca”, per estenuazione e trasumanazione decadente, delle realtà visibili e dei loro molteplici linguaggi; ma nell’individuazione della sorgente invisibile dei fenomeni visibili, entro le loro superfici, grazie a un tipo di realismo non razionalistico, con cui penetrare nei “segreti dedali”, lasciando emergere il volto enigmatico del Logos che regge dall’interno ogni struttura (linguaggio dell’essere compreso). La Forma della Vita sarà, se sarà, il dono ultimo dell’essenza: è questo l’orizzonte ineffabile che Hoffmannsthal traguarda a conclusione della sua Lettera.

Marco Onofrio Nato a Roma nel 1971, scrive poesia, narrativa, saggistica e critica letteraria. Per la poesia ha pubblicato 10 volumi, tra cui D’istruzioni(2006), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove” (2013). Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). Inoltre, ha pubblicato anche monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni e Antonio Debenedetti. Site: www.marco-onofrio.it

 

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9 commenti

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9 risposte a “La Lettera di Lord Chandos, di Hugo Von Hofmannsthal. “L’impotenza del linguaggio ordinario al cospetto dell’Essere”, “Il Novecento letterario europeo”. Commento di Marco Onofrio

  1. antonio sagredo

    Ecco infine un tema che mi è consono totalmente e che tutto l’ho attraversato in pochissimi anni /quelli giovanili/ che poi mi hanno condotto a quel “far versi” di cui io stesso per primo mi compiaccio. Dunque stranamente noto l’assenza, tra gli autori citati, in primis: Joyce, e poi il poeta russo Aleksandr Blok che segnò lo “smacco” del simbolismo russo (e di conseguenza dei vari simbolismi europei sulla strada tracciata da Laforgue) con lo svelamento dei simboli stessi non più idonei a comprendere il mondo reale; e ancora il poeta russo Chlebnikov, (che forse in tutta l’Europa dei Poeti fu l’unico a sovvertire e creare un nuovo linguaggio poetico con la sua “Tavola periodica delle parole”! – Fu esempio, unico e irripetibile, di come il futurismo fu rivolto più al passato che al futuro stesso, poi che il poeta dissoda letteralmente la filologia primordiale (paleo), antica e classica… recupera delle parole consonanti e vocali e sensi e non-sensi li elabora, li mescola con le parole della sua epoca – inizi del ‘900- e forma nuove parole, li cataloga nella sua “tavola”, li imprime nella nuova poesia del secolo, e ricrea rigenerando la Poesia dal niente!)… questo poeta dichiarato dal massimo linguista del ‘900, Roman Jakobson e dallo slavista A.M.Ripellino, il più grande del ‘900! (mi dispiace per Pound!) – Jakobson che conosce decine di lingue e che sa bene come si muove il linguaggio della poesia nel nuovo secolo, che conosce le opere di autori citati nel commento di Onofrio – alcuni conosciuti personalmente – nei suoi saggi sulla AFASIA e non solo, scopre i sottosuoli del linguaggio poetico mondiale… completamente svuotati dalla nuova realtà e basandosi non solo sulla famosa “lettera” di Lord Chandos, sul saggio di E. A. Poe (sul suo stesso poemetto “Il Corvo”), sulla ironia linguistica di Laforgue, e su tantissimi altri autori, i quali tutti consapevoli della distruzione armonica-classica hanno ricreato un linguaggio poetico a tutto tondo, che superato il frazionamento iriducibile della stessa parola, sulle macerie di questa (dei suoi sensi, dei suoni, dei ritmi e tant’altro) e rendendosi testimoni di una epoca che già ai suoi inizi mostra l’incapacità di stare al passo coi tempi tecnologici e della “ nuova fisica”… insomma le opere tutte degli autori citati e di tant’altri non sono che l’estremo e forse ultimo tentativo di dar alla parola stessa una parvenza di fiducia o di fede; è una tabula rasa ! Per questo Chlebnikov si avverte subito di rifare una nuova “tavola”, come dire che dalle macerie linguistiche è neceessario trarre in salvo quel poco che ancora è servibile!
    Il commento dell’Onofrio pone giustamente l’accento sul “baroccheggiare” dei Poeti, sulle tortuosità linguistiche camuffate dalle varie correnti di pensiero e poetiche… dal barocchismo storico al romanticismo al simbolismo, decadentismo ( inizio della dissoluzione della parola, già esangue!) al futurismo già da museo della metà degli anni ’30 del secolo scorso… e poi l’espressionismo della putrefazione del corpo (prima guerra mondiale è una carneficina come quella di tutti i linguaggi!) che è quella della parola poetica stessa, e poi il surrealismo che conclude nel disfacimento assoluto dei sensi materiali e non… (in questa disgregazione universale del linguaggio in parallelo vi sono le vicende storiche: gli eventi belluini che paradossalmente accentuano la totale distruzione di ogni linguaggio sociale)… tutto ciò è avvertito, nel secolo scorso, da artisti e poeti che hanno rincorso letteralmente la “pallina” del progresso-regresso, molti togliendosi la vita, altri uccisi, altri sopravvissuti (Pound); e poi ingenuamente fu posta la stupida domanda se dopo il lager e il gulag si poteva ancora Dir di poesia e Far Poesia, dimenticando che la Poesia è in grado di superare qualsiasi “segreto dedalistico”, e che se i labirinti della Vita non sono in grado di generare la Forma, sarà quest’ultima a generare la Vita! Nuovi Labirinti richiedono Nuova Forma!
    Ed io umilmente col mio lavoro sono di quest’ultima possibilità: non più la Vita dunque, ma la Forma da dar alla Vita è ben più importante… ma temo fortemente che anche questa ultima possibilità sia un inganno che travolge Vita e Forma. A me resta il mio Canto privato. Al resto che è fuori di me e non so cosa sia… e a dirla davvero tutta: del resto me ne infischio!
    A. S.
    ——————————-
    e non ti accorgi della bava della notte che sui lampioni come una parrucca
    ti nasconde dei pensieri il tuo malaffare, e nel trivio il rossastro riso
    e l’ignominia. E sbadata hai abbandonato i tramonti e il futuro in una tazza,
    e mi hai detto: lascia che la vita ti vinca, e hai vinto la rovina!

    2011

  2. La Lettera di Lord Chandos costituisce la prima testimonianza della Crisi della Ragione che altro non è che la Crisi del soggetto. Una Crisi che investa la civiltà occidentale nelle sue fondamenta.

  3. Ottima proposta, l’ho trovata qui:
    https://web.infinito.it/utenti/h/heinrich.fleck/traduzioni/einbrief.pdf
    me la leggo. Di primo acchito mi viene da dire che segue la moda del tempo, come nel caso del Dracula di Stoker, del narrare in forma epistolare.

  4. Argomento attuale molto interessante, trattato da Marco Onofrio con la consueta abilità nell’approfondimento e nella coerenza argomentativa, con una prosa nitida e perspicua. Eccellente !

    Giorgina Busca Gernetti

  5. Peccato che il pregevolissimo articolo di Marco Onofrio sia stato quasi subito oscurato dalla ripresa del degnissimo poeta cinese, in attesa di oscurarlo del tutto con un nuovo post?
    Nulla da parte mia contro Pat Stefanelli, sia chiaro.
    Non era stato scritto pochi giorni fa che i “post” degli autori per i quali vale la pena sarebbero stati lasciati per due giorni?

    Giorgina Busca Gernetti

    • ubaldoderobertis

      Un post del genere dovrebbe restare in vetrina più di un giorno e bene fa l’ottima Giorgina Busca Gernetti a sottolinearlo. Marco Onofrio riscuote la mia più alta considerazione. Interessante il passaggio: “Il vero simbolismo non consiste in una complicazione metaforica “barocca”, per estenuazione e trasumanazione decadente, delle realtà visibili e dei loro molteplici linguaggi; ma nell’individuazione della sorgente invisibile dei fenomeni visibili, grazie a un tipo di realismo non razionalistico, con cui penetrare nei “segreti dedali”.
      E il richiamo a Calvino: «magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola»
      Aggiungo che poi viene Manganelli, e non solo lui, a sostenere che l’arte deve essere assolutamente impersonale. Ne consegue l’abolizione dello scrittore in quanto individuo: «l’autore non esiste». Anche per Jung: “l’essenza dell’opera d’arte non consiste nell’essere carica di singolarità personali (quanto più questo avviene, tanto meno può parlarsi d’arte), ma nel fatto d’innalzarsi al di sopra di ciò che è personale e di parlare con lo spirito e con il cuore allo spirito e al cuore dell’umanità.”
      Resta da definire, a mio avviso, questo processo di spersonalizzazione tenendo conto della difficoltà per un poeta di perseguire tali indicazioni.
      Ubaldo de Robertis

    • “post?” con il punto interrogativo invece il consueto e più corretto esclamativo perché la mia voleva essere più che un’esclamazione una domanda.
      La risposta perfetta è data dal più che ottimo Ubaldo De Robertis.
      Grazie, Ubaldo!

      Giorgina

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