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POESIE di Fosca Massucco da “Per distratta sottrazione”, e “L’occhio e il mirino” (2013) SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con una riflessione di Annalisa Ciampalini

topologia costruzione del volto

topologia costruzione del volto

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Fosca Massucco foto di Roberto Oliva

Fosca Massucco foto di Roberto Oliva

Fosca Massucco (Cuneo, 1972), vive su una collina del Monferrato astigiano. Laureata in Fisica e specializzata in Acustica, oggi è sound engineer e sviluppa progetti di musica jazz e poesia in un personale studio di registrazione. Ha pubblicato L’occhio e il mirino (L’Arcolaio, 2013). Per distratta sottrazione (Raffaelli, 2015) è la sua seconda raccolta.

topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

Annalisa Ciampalini
La potenza dell’immaginazione, la forma mentale e la creazione del “non luogo”

Nell’ambito della matematica, la teoria dei limiti è uno dei principali risultati del diciannovesimo secolo. L’idea di potersi avvicinare sempre più a un’entità ben definita e non toccarla mai è espressa in modo talmente esauriente e ineccepibile nel linguaggio della teoria dei limiti che, quando una persona la conosce bene e la utilizza, può esserne profondamente condizionata. Cose simili si possono affermare riguardo a certe teorie della fisica. Parlo di queste materie proprio perché sono oggetto del mio studio e del mio lavoro, pertanto ne avverto personalmente l’impronta che lasciano nel mio modo di pensare. Ma credo che altrettanto si possa dire per ambiti differenti del sapere o del lavoro umano. O per l’arte stessa.

La mente, con la sua forma acquisita, è incline a costruire luoghi immaginari che sebbene chiedano di essere fatti di mistero, allo stesso tempo non vogliono tradire in modo grossolano il mondo della logica e delle leggi fisiche vigenti. Non vogliono tradirlo perché sanno che in definitiva la segnaletica stradale, l’atmosfera, gli oggetti che cadono, le partenze degli aerei sono manifestazioni condivise universalmente. Imbrogliare il mondo in cui accade tutto questo non è possibile. Sarebbero loro, i mondi e luoghi immaginari, a perdere di forza, a non essere presi sul serio. Non vogliono essere i prodotti di un’immaginazione troppo lassa in cui tutto è lasciato al caso. Ecco il perché di luoghi immaginari piccoli come atomi, la cui esistenza non disturba l’assetto del mondo reale, o di luoghi in cui regnano leggi fisiche del tutto alterate ma aventi vita brevissima: anche in questo caso, chi non lo desidera, non può trovarsi casualmente in questi spazi. La conoscenza dei luoghi infinitesimi bisogna volerla e sapersi muovere per ottenerla.

Io sono tra coloro che via via si imbatte in questi luoghi inesistenti, costruiti da me o da altri. Non solo, il tema del luogo e del “non luogo” sollecita, insieme a pochi altri, la mia ispirazione. Questo non mi sorprende, in quanto per me, essere in una stanza piuttosto che in un’altra condiziona alquanto la mia capacità di concentrazione e l’umore. La vista di un paesaggio con determinate caratteristiche dà un contributo molto importante alla direzione del mio pensiero, l’aspetto di una città e il tipo di vita che un abitante vi conduce sono fortemente correlate nella mia mente e tale corrispondenza costituisce un’importante fonte di ispirazione.

Ho parlato di stanze, paesaggi, città e pertanto di luoghi. Spazi che si vedono, si percorrono, si osservano. Oppure si ricordano. I luoghi visitati, ammirati e così via, vengono sì ricordati, ma in modo molteplice e dinamico. Credo che l’atto del ricordo non vada ad attingere sempre dalla stessa materia fissa e ce la riproponga, mi sembra più plausibile l’idea per cui ogni volta che ricordiamo una situazione o un luogo si attivino connessioni diverse.

Quello che può accadere è che il ricordo in generale, e in particolare quello associato a luoghi significativi, segua un percorso per cui, alla fine, essi diventano del tutto assoggettati alla mente, discostandosi sempre di più dalla loro vera natura. Scrivendo, mi sono resa conto di quanto un luogo, scena di un avvenimento destinato a diventare cruciale, assuma poi caratteristiche che vanno oltre l’idea di uno spazio geografico reale.

Il luogo diventa così simbolo, fortemente associato a sensazioni che lì abbiamo vissuto. Diventa un’entità spogliata di certe peculiarità: non hanno più importanza i punti di riferimento, la pendenza di una strada, o la tortuosità di alcune curve. Magari tutto confluisce in due o tre punti focali: il riflesso del sole sugli olivi, la forma perfetta della pieve. E la memoria proietta tutto in prossimità degli olivi e della pieve, anche se nella realtà, forse, neanche possono essere visti contemporaneamente. E’ quello che io chiamo luogo-simbolo e che corrisponde, nella mente, a un evento importante vissuto in quei paraggi, ad una persona significativa incontrata lì, ad altre mille evenienze collegate in qualche modo a quel punto geografico.

Ma possiamo andare oltre. La mente può prendere a operare in modo da ravvicinare i luoghi, da cancellare gli spazi che non trova abbastanza significativi al fine di elaborare un ricordo esaltante di avvenimenti fondamentali. In pratica la mente, mentre ricorda, rende i luoghi più compatti fino a farne un’astrazione. A forza di ripetere questa procedura i luoghi da concreti diventano astratti e poi qualcosa di sempre più lontano dall’esistente.

Anche per arrivare al concetto di numero la mente ha dovuto operare un’astrazione. Sette pecore, otto pecore, nove montoni sono diventati i numeri sette, otto, nove. Poi, pur non avendo senso pensare a “meno sette pecore” sono stati introdotti i numeri “meno sette”, “meno otto” e così via. Sono stati inventati per utilità, per trovare una risposta corretta e sintetica a certe questioni inizialmente pratiche. In un secondo momento sono state formulate teorie basate su fondamenti astratti. E sempre per utilità, credo, sebbene la motivazione sia differente, la mente può mettersi a lavorare per creare luoghi inesistenti in cui avvengono incontri irrealizzabili, e attribuire a questi mondi tutta la consistenza del concreto. In questo modo l’assenza di alcune persone, la mancanza di un amore, la non esistenza di una gioia diventano più sopportabili. La mente non può creare mondi né persone reali, non è in grado di far rivivere un amore o sensazioni perdute, ma può essere così attiva nei processi di immaginazione da illuderci di arrivare sempre più vicini a quello che ci manca.
Il limite è l’essenza della felicità e, proprio come in matematica, non verrà raggiunto. Ma l’immaginazione è potente, non onnipotente ma molto potente e mentre compiamo un passo infinitesimo per avvicinarci alla nostra gioia, sappiamo che immediatamente dopo ci sarà un altro microscopico avanzamento verso la nostra meta. Alla fine, per qualche istante di grazia, ci è consentito di essere concentrati sul fatto che ci avviciniamo a qualcosa e dimentichiamo di ricordare a noi stessi che mai sarà raggiunto.

Quando scriviamo la mente è molto attiva e i processi descritti sopra possono spingersi all’estremo, soprattutto se col tempo abbiamo acquisito una certa forma mentale. Ecco che alla fine di questo percorso cerebrale e emotivo può essere più emozionante osservare una cartina geografica dettagliata in cui sono riportati i luoghi di un amore travolgente e impossibile, e poi immaginare, piuttosto che prendere l’auto e percorrere da soli quelle lunghe strade che oramai non hanno più niente da dirci. In questo caso il luogo concreto può al massimo farci perdere tempo, l’immaginazione regalare qualcosa alla nostra mente.

Detto questo, è proprio grazie all’immaginazione e alla varietà delle menti umane che i “non luoghi” assumono molteplici forme. Può essere emotivamente appagante inoltrarsi in questi “non territori” e nello stesso tempo una forma mirabile di conoscenza dell’animo umano. Non è un’esperienza non condivisibile. Al contrario, i “non luoghi” di un’esistenza possono essere usufruiti anche da coloro che non ne hanno ideato l’impalcatura. Questo a patto che la parola, grazie alla quale è possibile addentrarsi in essi, non sia sempre criptica da sbarrare l’accesso alle visite altrui.

*

da Per distratta sottrazione (Raffaelli, 2015 – in corso di stampa)

Non c’è differenza con il carro bestiame –
ritorno inanime dal mattatoio,
lo scivolo lieve sull’anello cittadino.
L’aria si sperde tra le camere del cassone
con la compiutezza ineluttabile
del vuoto – smarrisce gli odori nel cammino,
non oscilla al fiato di condensa.

Sono il giusto, ripetevi, getto in mare
cavallo e cavaliere – con bracci d’equilibrio
ondeggio intonando l’eterofono
e accordo l’assoluta inconsistenza.
Per te sono il sentiero –
spazio tra via e banchina,
il compiuto accomodamento
del vilucchio alla tua terra.

D’improvviso domandavi: “Com’è il vuoto
visto da dentro?

*

Il vuoto è quanto rimane quando si è tolto
tutto quello che si poteva togliere
J. C. Maxwell (1831-1879)

Ancora pensi all’universo capovolto,
dove traspare solo vuoto tra i cipressi
e la cinta delle mura? Il nulla
è immagine di sé e il vuoto
non è vuoto, vacilla in solitudine.

Prendi un filare di tralicci,
bazzecola regale quell’effetto corona,
la tensione sfrigola e sconfitto
è il favonio da ponente – il vuoto
è immoto, piantato senza inizio.

Al camposanto il cantiere tra i cipressi
e i tralicci è ala vergine di quiete,
vibra le trivelle, scuote l’aria.
Anche nelle bare il vuoto
è più denso delle ossa.

*
Dèstati Deborah e intona un canto
davanti al Dio d’Israele
davanti al numero –
passeggia sui gusci croccanti
delle chiocciole, lascia piovere
gli onischi acciambellati”.

Al mattino stemperarono i monti
e c’eri tu, repentina
come il miracolo di qualcun altro.
Si spuntarono le cime,
disfatti gli orridi e le gole,
tacquero i colori dei fiori.
La densità seccò cruda
come l’infiorescenza che scopre il frutto
in una stagione maldestra.

Dèstati Deborah e intona un canto
davanti al Dio d’Israele
davanti al numero –
copri la viscosità delle nostre vite
pulsanti come emicranie,
difendici dalla stagione,
dai buchi e le finestre”.

(NOTA – Il numero di Deborah deve la sua denominazione al Libro dei Giudici – Cantico di Deborah (5:5) in cui si legge “Si stemperarono i monti davanti al Signore | Signore del Sinai | davanti al Signore | Dio d’Israele”: parafrasando tale espressione si suppone che, avendo a disposizione un tempo sufficientemente lungo, si possa osservare le montagne fluide e mobili. Nel 1964 lo scienziato M. Reiner introduce una grandezza adimensionale chiamata numero di Deborah che definisce il rapporto tra il tempo caratteristico di un materiale e il tempo caratteristico di osservazione, stabilendo che a numeri di Deborah elevati corrisponde un comportamento di tipo solido e a numeri bassi di tipo liquido.)

*

Da L’occhio e il mirino (L’Arcolaio, 2013)

Entrée gratuite pour tous –
Toute l’année, visites à 10 heures,
à 14 heures et à 15h30 heures précises”
Musée Alexandra David–Néel – Digne–les–Bains

Ogni vita ha dimore dello spirito –
la mia dimora è a Digne–les–Bains,
quando arriva agosto e l’onda viola.
M’illude come un Tibet
in miniatura, uscendo dalla tenda
zuppa di nubifragio. Un accrocco d’alpi,
l’albeggiare bizzarro – il silenzio spaesato
che fu di Yongden. Ci sono luoghi in cui
è dio pellegrino a trovare me.

*

Cabina C al chilometro 1+105,
quasi Porta Nuova.

Accanto al treno notte
senza più motrice
fiorisce un pruno soave.

La beatitudine mette radici
in luoghi inattesi.

*

Così sale un arcobaleno in quota –
l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge –
inchiodato al cielo tra gola e vetta
come a immortalar se stesso.

Così sono io, l’occhio e il mirino –
il volo del gipeto che trafigge l’iride –
ospito domande immense nelle vene
senza arrestare lo schiocco.

Nulla è sublime più che attraversare il mondo
lasciandolo immutato.

*

Annalisa Ciampalini

Annalisa Ciampalini

Annalisa Ciampalini nasce a Firenze, 15 giugno 1968 si laurea in Matematica presso l’Università degli studi di Pisa e svolge attività di docenza di matematica in un Istituto Tecnico di Empoli.  Nel 2008 ho pubblicato la raccolta di poesie L’istante Si Dilata (Ibiskos Editrice Risolo). Nel 2014 pubblica la raccolta di poesie L’assenza (Giuliano Ladolfi editore) e-mail agnabiba@libero.it

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POESIE SUI LUOGHI di Giuseppe Panetta “Tertium non datur” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

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Giuseppe Panetta, nato a Melito di Porto Salvo (RC) nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013.

Appunto di Giorgio Linguaglossa

Si capisce bene leggendo queste poesie di Giuseppe Panetta che i suoi «luoghi» sono analoghi al tertium non datur, sono delle esclusioni, qui si parla di ciò che non è più, non c’è una terzietà tra il soggetto e l’oggetto; tutto il passato viene rivisitato come un enorme magazzino o emporio di relitti non vendibili e non riciclabili. I luoghi del passato e del presente sono affetti da secondarietà. I «luoghi» sono privi di identità, sono luoghi che una narrazione convenzionale ci ha lasciato in eredità, ma si tratta di una identità fittizia. C’è un pneuma in ogni luogo sembra dirci Panetta, di qui il procedimento ironico e la sua sfiducia di poter abbozzare un logos a far luogo, appunto, dal «luogo». In questo senso Panetta è un autore squisitamente postmoderno, antiorfico, antiretorico, antilirico diremmo, perché nega alla modernità il diritto di adoperare i luoghi del passato e del presente come tematiche della poesia. Non c’è nessun luogo, né nel «luogo», né fuori dal «luogo».

 

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Tertium non datur

Non vedi che sassi protostorici
a Micene, edificati da Perseo
e bagnati col sangue di Medusa.
Lo stesso Perseo, o quasi, che nella
Loggia dei Lanzi mostra la testa
decollata di Gorgone.
Micene, in una landa brulla
nell’Argolide, non offre ombra
né riposo oltre la porta dei leoni
in un cerchio magico come nel ventre
d’una roccia metamorfica.
In quell’acrocoro di mito ride
dell’andamento borsistico dell’oro
la maschera di Agamennone.

*

Dalla terrazza del palazzo comunale
in piazza del Capidoglio, Roma
mostra tutta la sua straordinaria bellezza.
Vestigia e cattedrali e palazzi e campanili e torri e pini mediterranei come ombrelli.
Macchie verdi di frescura su muri di mattoni bruniti.

Chiudi gli occhi, amore mio.
Abbraccia la vestale d’una colonna bianca.
Io Crono e tu Rea e tutti questi asini intorno
con la mappa in mano.

.

Pod Różą

Ho dormito tra petali di rosa a Cracovia
nei pressi della Piazza del Mercato
e nei miei sogni lievi come stoffe e duri come ambra
reggevo la cattedrale del sale in cerca di Lot
al suono della tromba del campanile
della Vergine Maria, controcorrente
sulla Vistola fino alla sorgente nella Slesia
varcando affluenti di destra e di sinistra
come nel 1944 quando un drago incenerì Kazimierz*
nell’idiozia di un caffè nero sangue a Naworolsky*
*Kazimierz, quartiere ebraico

* Naworolsky, caffè storico della città , a quanto si dice uno dei posti preferiti dal giovane Vladimir Lenin.

 

Giuseppe Panetta

Giuseppe Panetta

S’usava nell’antica Roma
che i giovani di buona condizione
andassero in Atene per un viaggio
d’istruzione, ospiti delle Aonie.
Con essi giacevano le nove sorelle
di giorno con i capelli raccolti a crocchia
e di notte sciolti come fonti in sogni antichi.

Cosa sei diventata oggi Atene, mi domando
nel default del Partenone con le vie sporche
dove non poggia più piede Mnemosine
ma una Troika di granito: Ue-Bce-Fmi (?)

*

Ogni estate c’è in me un richiamo
che nasce dalla diaspora del sole
e la terra freme senza scampo: Sud!
In macchina, di solito, il viaggio
pare interminabile nella discesa
a picco nel regno del disordine.
Appena dopo i confini del Trattato
di Casalanza, lo spazio si complica
in una sosta inaspettata.
A Lagonegro piove e c’è l’ingorgo
come ai tempi del Giustizierato
e a guardare bene, sull’avamposto
del Pollino, i sassi erratici di Matera
insorgono contro ogni occupazione.

*

Notte, mia notte di occhi sgranati
che spegni in me ogni luce, gelosa
nel silenzio sbricioli le stelle, golosa
di grilli e salamandre…

Non è più tempo di pace ma di pece
come quel segno rapinato dalla storia
rappezzato nella memoria dello zen
con le colonne vertebrali a Y dei pesci
e le pinne dalle strane forme tra Siracusa e Brucoli.

Notte di metalli pesanti, di chierici
sversatori d’acqua peccaminosa
nel santo Graal della progenie.

.
Paradossi

Le teorie di Frege un mezzo fallimento
perse nel predicato che non si predica
quando il paradosso dell’assioma
non è nient’altro che una contraddizione:
Cesare conquistò la Gallia. Ma in che modo?
Con un carattere sintetico a priori, si direbbe
in rapporto allo spazio di manovra
e di semplici proposizioni analitiche
al numero dei soldati impiegati e dei civili morti.

E in Oriente? La teoria di Tarski riassembla
i pezzi del raggio originale. Nei pozzi d’umore nero
si duplicano le sfere e in ogni famiglia
un insieme di vuoti e di rovine determina
la falsa idea, nel regime, di un buon ordinamento.

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TRE POESIE INEDITE di Lucio Mayoor Tosi “Tra di noi”, “Astronauti”, “Acheuleani” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Not Vidal Moon 1995

Not Vidal Moon 1995

Lucio Mayoor Tosi è nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera è entrato in pubblicità. Ne è uscito nel 1990, quando è diventato sannyasin, discepolo di Osho (da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock). Ha trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendosi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri zen dove ha potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili). Dieci sue poesie sono apparse nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di GGiorgio Linguaglossa (progetto Cultura, 2016). Vive a Candia Lomellina (PV), nel mezzo delle risaie, dove trascorre il tempo dipingendo e scrivendo poesie. Sue poesie sono state pubblicate on line su Poliscritture, L’Ombre delle parole, e su alcune antologie.
Vivo da solo, in compagnia del mio gatto Pico, a Candia Lomellina, un piccolo paese a trenta minuti da Milano Porta Genova.

https://mayoorblog.wordpress.com/  E-mail: mayoor@fastwebnet.it

Mauro Bonaventura sphere_red_man_giant

Mauro Bonaventura sphere_red_man_giant

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Il «soggetto», come sappiamo, è da sempre nel legame relazionale. Interloquisce con altri «soggetti» e dimora tra significato e significante, tra enunciazione ed enunciato, tra il rumore delle parole e il silenzio delle parole. Il soggetto si nasconde sempre, lo sappiamo, lo abbiamo appreso da Lacan; ma è nella logica del rimosso che questo avviene, ovvero, nello spazio politico della parola (anche poetica). La parola poetica obbedisce allo spazio politico? Quale legame c’è tra l’agorà del politico e il discorso poetico? La parola poetica, il logos poetico si dà soltanto nella rappresentazione di finzione? Per il discorso politico relazionale, il «Reale» è ciò che è irriducibile alla simbolizzazione, la sua è una verità alienata; invece, nel discorso poetico tutto viene ricondotto, in un modo o nell’altro, al processo della simbolizzazione (diretta o indiretta). Qualcosa torna sempre allo stesso posto, tende ad affiorare ma come in maschera, come un contenuto ideativo che si veste di parole. La «verità» si dà nel processo e nel tempo, tra rimozione e simbolizzazione, tra «io» e l’«Altro», imprendibile e imperdibile. Il luogo della rimozione non coincide con il luogo del tempo, entra in conflitto con esso e sprigiona le scintille della simbolizzazione. Il luogo della «verità» coincide così con il luogo della «perdita».

Il concetto di orizzonte della parola è analogo al concetto scientifico di orizzonte degli eventi; è l’apparire della parola che si dà come un «evento». Il rapporto fondamentale non passa quindi tra ciò che si dice e ciò che si tace come se fosse un gioco di abilità, da rethoricoeur, da prestigiatore, ma un «evento» che ha già in sé uno spazio di ombre significanti e di significati ormai non più attingibili e transitati nell’imbuto del tempo.

Nel tempo in cui la crisi è in crisi, non c’è più alcun luogo a cui appigliarsi se non al punto fermo che chi Parla è un Altro che introduce il suo discorso eterodiretto con il nostro egolabile.

Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

 Tra di noi

Nessuno ci aveva avvertito, nessuno sapeva. Fu in prossimità della Luna Che cominciammo a dire parole senza senso, per Di Più cantando. Tutta colpa della gravità musicale Che Ronza Attorno al pianeta serra.
Stai sorridendo. Chi, io? Sì tu. Già, sorrido.
C’è qualcosa di Pericoloso su questo pianeta. Non Sarà stupefacente?
Com’eravamo ingenui!

L’infinito volo della farfalla Sfuma Nel tinello di una casa condominiale, e dentro l’acciaieria il bianco della sposa; la guancia di tuo figlio mentre solo scrivi e ti accarezzi la fronte
infinita sponda, luce del mattino e richiamo delle cose come onde, come Tra le onde il pudore del mare.

Nasco e muoio Tra il collo e le scarpe. Il collo per i colpi ricevuti, le scarpe Perché Già lo so Che saran di me l’ultima parte che se ne andrà. Qui la morte abbonda, non è Una rarità. La vita è breve e il tempo oscilla, d’un tratto son cinque anni, poi Cinquanta.
Affonda Nel lavoro lo sterco della povertà. Perdona se l’epoca è questa ma son centinaia d’anni Che aspettavo. Non si muore in eterno.
Come bolle d’aria nel vento, come sguardo senz’occhi, Nella matematica pura e l’economia del dare.

E tu che Camminando danzi? Io no. Tu, sì. E’ il Corpo: come mi sta? Come ti senti?
Mi tremano le gambe, tremo all’idea, tremo alla voce. Scrivere è come non voler Parlare, come Quando mi venivi in mente.

Candia Lomellina – gennaio 2015

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Astronauti

La tua voce solitaria mi predispone alla quiete di Una stagione capovolta, appesa Agli alberi, sul viale dove giocano i ragazzi fino a Tardi.
La stagione appesa e la voce Tua solitaria dentro fotografie Che si muovono un po’: qui siamo a Parigi, e qui beviamo birra sotto il cappello della Pergola. A cosa stavi pensando?
E’ tempo Che Non Si Può definire, Qualcosa nello spazio costringe le labbra al sorriso e non ci puoi fare niente, Anche se vorresti piangere. Ormai va Così, Che se rido Ogni volta piango.
Faccio tutto insieme. That’s why Pochi ricordi. Perché vedi, Porto Qualcosa Del cielo nella stagione appesa, capovolta Sugli alberi, fino a Tardi.
La vita Scende come coltello Dal naso al cuore, va sui Fianchi e finisce toccando il pavimento. Non Accade anche a te di Pensare al cielo come lo Pensano Gli alberi? Beviamo tristezza Nella birra, giochiamo Fino a Tardi e SEMBRA Parigi. Il cappello della pergola Si è mosso Nella fotografia.
Quassù la memoria va nell’universo Che va oltre il pianeta, non ha senso Guardare in alto, tutto è sospeso e capovolto. Fa piangere ridendo il video della stagione appesa.
Il cappello, due fari, poi Dieci poi venti. Qualcosa Nel viale Scende. Una sola foglia. Si direbbe Una pausa nel mentre che si danza. Non ti fa tristezza Pensare alla Terra?

Candia Lomellina – anno 2014

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

Acheuleani

Da Un’altra vita l’ho Salutato. Pensare Che Sono sceso per lui, per non Essere topo o aquilone, per Avere Una voce, la Sua, e un’ombra CHE mi Connetta Alla Sequenza delle case Che vedevo sulla costa
lontane, affollate di gente sospettosa e prudente, coi Piedi per terra e le orecchie tese al vento, credevo, potentissime creature, Maghi dell’Elettricità. Morti a venire come me, amici Rinati sul finire di Una tragedia.

Poi ho letto Nel marchingegno degli occhi UN Trattato Sulle corrispondenze, un Manuale d’uso per non disperdere la luce dei legamenti, Che E’ fatta di Milioni, miliardi di fotoni, Dicono, che si muovono come pensieri

e possono facilmente deperire Se Si Perdono, Uno con l’Altro. Come riuscire a tenersi In piedi su due universi e perfino Mettersi a Correre? E ‘straordinario. Vero E’ che sì dovrà morire Ancora, e questo E’ rassicurante
ma Forse UN Pezzo di fegato SI staccherà per andarsene in QUALCHE Comunità Montana, e da lì sorveglierà il Traffico Tra Una guerra e l’altra, nei trent’anni Che servono per germogliare Umani Sulla Terra
non poveri come sanguisughe, attaccati al respiro degli Altri: per amore, Dicono, Come se per amare contasse solo Il Nutrimento materno, Che per this La Scelta non mancherebbe Tra Gli Animali. No, E’ Questione di architetture

di Tensioni in Equilibrio, di musica leggera, di farfalle che si posano digitando sul palmo della mano; e se non piangi Ecco: due tocchi sul metacarpo, Vicino Al Centro, possono bastare. Perché piangere Toglie infelicità.
Bisogna Essere morti molte Volte per Avere amici passanti, e vivere in solitudine come Fosse L’ultima volta che si va sott’acqua, d’estate, MENTRE Il Mondo scolora UN azzurro riflesso Che non ha centro e Pare di cartapesta.
O di gomma.

Candia Lomellina – anno 2014

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POESIE di Loris  Maria  Marchetti  SUL  TEMA  DELL’UTOPIA O DEL  NON-LUOGO.  .  .  . . . . . . . . .Roma, Giovedì, 12 febbraio 2015 ore 18 Casa delle Letterature Piazza dell’Orologio, 3 – Incontro con gli Autori di Chelsea Editions: Franco Buffoni, Annamaria Ferramosca, Valerio Magrelli, Adam Vaccaro, Antonella Zagaroli, Contributi di Cecilia Bello Minciacchi, Donato Di Stasi, Sean Mark, Giuseppe Panella, Giorgio Patrizi – Coordina Adam Vaccaro

Roma, Giovedì, 12 febbraio 2015 ore 18 Casa delle Letterature Piazza dell’Orologio, 3 – Incontro con gli Autori di Chelsea Editions: Franco Buffoni, Annamaria Ferramosca, Valerio Magrelli, Adam Vaccaro, Antonella Zagaroli, Contributi di Cecilia Bello Minciacchi, Donato Di Stasi, Sean Mark, Giuseppe Panella, Giorgio Patrizi – Coordina Adam Vaccaro

Ferdinando Scianna, fotografia

Ferdinando Scianna, fotografia

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Ferdinando Scianna volto velato

Ferdinando Scianna volto velato

 Loris Maria Marchetti (Villafranca, 1945) è poeta, narratore, critico letterario e musicale. Laureatosi in Lettere Moderne a Torino con Giovanni Getto. Entrato nella Casa Editrice UTET nel 1968, dal 1974 all’84 è stato Responsabile della redazione del Grande Dizionario della Lingua Italiana fondato da Salvatore Battaglia e diretto da Giorgio Bàrberi Squarotti, per poi divenire dall’84 al 2000 Responsabile del settore Opere Musicali e del settore Grandi Opere di Italianistica. Attivo nel giornalismo culturale e nell’editoria fin dagli anni dell’Università, insieme con Giorgio Bàrberi Squarotti, Angelo Giacomuzzi e Sandro Gros-Pietro ha curato, agli inizi degli anni Ottanta, la collana di poesia I Gherigli per la Genesi Editrice di Torino. Dal 1989 dirige la collana di letteratura La linea d’ombra per le Ed. dell’Orso di Alessandria. Dal 2007 è condirettore degli Annali del Centro di Studi e Ricerche “Mario Pannunzio” di Torino. Ha pubblicato in poesia, Il prisma e la fenice, Editrice Forum, Forlì 1977; La via delle ortensie, Genesi Editrice, Torino 1981; Album di un amore, Bottega di Poesia, Vercelli 1989 (Premio “Bottega di Poesia” 1988) Le ire inferme, Ed. Dell’Orso, Alessandria 1989; Creatura di vetro, Edizioni del Leone, Spinea-Venezia 1990 Spreco d’amore, Ed. dei Dioscuri, Sora 1990; Mercante ingenuo, Ed. dell’Orso, Alessandria 1994 Il Paradiso in Terra, Edizioni Joker, Novi Ligure 1998; Concerto domestico, Edizioni Joker, Novi Ligure 2002; Stazioni di posta, Ed.dell’Orso, Alessandria 2007; Regesti del Cosmo, Ed. dell’Orso, Alessandria 2011; Il laccio, il nodo, lo strale, Achille e la Tartaruga, Torino 2012.

bello il vuoto

En passant

… io veramente sono qui per altro
non credo mi si possa aiutare
è per ragioni diverse
di questo non so proprio che farmene
lasciatemi cercare da solo
ma tutto mi pare spostato e capovolto
deve essere un po’ più in là o nei pressi
no questo no niente insistenze
un momento non ricordo bene
perché sono qui ah già ecco
dubito che sia qui quello che cerco
peccato credevo fosse qui
forse ho sbagliato posto
non credo ripasserò è molto tardi
non posso perdere altro tempo …

(da Il prisma e la fenice, Editrice Forum 1977)

.
Scena finale

Afferriamo la maniglia, ma la maniglia non c’è più
apriamo la porta, ma la porta non c’è più
entriamo nella sala, ma la sala non c’è più
guardiamo le pareti, ma le pareti non ci sono più
ci sediamo sul canapè, ma il canapè non c’è più
ci aggiriamo per casa, ma la casa non c’è più
e ci ostiniamo a vivere quasi che tutto ci sia ancora
e anche noi ci siamo e siamo sempre gli stessi
e tutto sia lo stesso di prima e come era prima.

Gli spettri non sanno riconoscersi
(o non vogliono).

Da Le ire inferme, Edizioni dell’Orso 1989

Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna

A Bergamo

Girando il mondo in incognito
in compagnia di una tenace solitudine
(cioè di sé stessi) può capitare
di giungere una prima volta a Bergamo,
recarsi nella città alta
e allora capire molte cose –
che la bellezza è un bene inestimabile,
che vivere comporta sempre un prezzo
assai elevato (spesso troppo) e che alla mano
protesa non si offre che un riflesso
inafferrabile di nebbia – e tanto si è sospesi
che può perfino irrompere il sospetto
di misteriose rinascenze a conti chiusi.

Da ogni passo spunta una parola
che insinua il dubbio se si esaurisca in sé
oppure mandi a qualche altra realtà
(nomina sunt consequentia rerum ovvero
res sunt consequentia nominum?) –
dolore angoscia incomprensione
violenza inganno infedeltà
follia disprezzo tradimento…
I passi non si contano più lungo
le mura, nemmeno le parole.

E dopo un abbondante Valcalepio
per innaffiare polenta e codeghì
– là c’è la casa dov’è morto Donizetti
là gli arabeschi della Cappella Colleoni –
il clima è favorevole al fiorire
della più assurda e inattendibile utopia
(forse soltanto segni della mente
senza figure, senza immagini ornate)
che dopo muoia finalmente – questo almeno –
la nostra innata acerba sconfinata
solitudine.

Da Le ire inferme, Edizioni dell’Orso 1989

.
Mercante ingenuo

Ebbe straordinarie mercanzie da collocare
e ciò ne fece un uomo ingenuamente felice.
Pensava che bastasse esporle
e tutti le avrebbero naturalmente acquistate.
Ignorava che anche la merce più preziosa
bisogna saper venderla
(quella, anzi, più di ogni altra).
Quando se ne accorse era troppo tardi,
troppo tardi per imparare a vendere.
Invecchiò disperato, solo,
in miseria,
accanto ai suoi tesori che si deterioravano
irreparabilmente.

Loris Maria Marchetti

Loris Maria Marchetti

 

 

 

 

 

 

 

.
Mondo di vetro

Bello, quel globo terracqueo di vetro
(smerigliate le terre, trasparenti le acque)
in vendita per davvero pochi euro
su una bancarella del Balon –
ma è una spesa superflua (ancorché assai modesta),
si può soprassedere, ripassiamo più tardi…
Più tardi l’avevano venduto, il bel globo lucente,
e per l’irrisorio risparmio di pochi euro
avevo perso l’occasione grandiosa
di possedere il mondo di vetro, collocabile
su un tavolo e contemplabile a piacere,
tutto il mondo di vetro, il mondo di vetro mio
(o soltanto il mio mondo di vetro?).

Da Stazioni di posta, Edizioni dell’Orso 2007

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QUATTRO POESIE SCELTE di Annamaria de Pietro La discesa,  La landa, Il piano inclinato, L’imboscata, SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

giuseppe pedota acrilico su perplex anni Novanta Esopianeta

Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta Esopianeta

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale  paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012).

Appunto di Giorgio Linguaglossa

C’è una traccia sottesa nella versificazione di queste poesie che è come un significante sotterraneo che scorre e contamina il linguaggio con la sua struttura di presenza-assenza, di doppio movimento di “protensione e ritenzione”. La struttura metrica chiusa della de Pietro vuole chiudere il concatenarsi delle differenze ma, ogni tentativo di chiusura è costretto a fallire per il rimando ad un altro significante, e così via all’infinito. È possibile l’apparire del senso, solo in quella scrittura che fugge qualsiasi situazione di stasi o di presenza assoluta, che eccede (o de-cede) qualsiasi domanda d’essenza, e che, eppure, non è nulla, che sembra evaporare, non è inesistente o insensata, ma non è neanche esistente (da intendersi nel senso della semplice presenza) e permette una qualche forma di senso (che non è quello pieno, sostanziale ed assoluto che consentiva la lirica della «presenza», fin quando almeno ciò poteva essere inteso ammissibile), C’è un significante-traccia che si incarica di guidare il lettore verso il senso, che si rivela essere neppure l’unico significato di un significante senza significato, di un significante che non ha altra funzione se non quella di significare un altro significante. C’è un dileguarsi di questo significante-traccia, un’erosione che accade, come dice Derrida, alla “maniera del ladro”, che “svuota sempre la parola nella sottrazione di sé”, la potenzialità espropriante del linguaggio che ruba in fretta le parole che il soggetto ritiene di avere trovato, “molto in fretta, perché deve scivolare invisibilmente nel nulla che mi separa dalle mie parole, e trafugarmele prima ancora che io le abbia trovate, perché, avendole trovate, io abbia la certezza di esserne già sempre stato spogliato”.

Per Derrida, ogni parola, da quando è parola, è infatti “originariamente ripetuta”, istantaneamente sottratta, “senza mai essere tolta”, a colui che parla e che se ne crede padrone; e tale sottrazione si produce come un’enigma, come una parola che nasconde la sua origine e il suo senso, che non dice mai da dove viene o dove va “perché non lo sa”, perché questa ignoranza, quest’assenza del suo proprio soggetto le è costitutiva. Allora quello che si chiama il “soggetto parlante” non è più “quello stesso e quello solo che parla”: facendo esperienza della parola, si scopre da sempre in una situazione di irriducibile secondarietà, di espropriazione radicale rispetto al luogo organizzato del linguaggio in cui ogni tentativo di collocazione è vano perché il posto è sempre mancante.

opera di Giuseppe Pedota, ciclo dei pianeti spenti, anni Novanta

opera di Giuseppe Pedota, Esopianeta, anni Novanta

La discesa

Alla prima transenna la supplente
chiese il lasciapassare. Non lo avevo.
Tentai l’imbroglio di una carta bianca.
Lei si volse di fianco, e fu evidente
che era quella la carta, che potevo.
Cosí passai alla terra di nessuno
esca di una transenna, che si allarga
a coltivi selvaggi e a gigli d’acqua
fra prode asciutte che palude sfianca.
E tutto il verde sfinito vedevo,
e gli specchi dei serpi a umido fumo
doppi altamente in fermissima targa –
e il passare tardante di un canale
di costa dal fogliame in trita placca
riversa da una patria naturale –
e il filare avversario alla corrente
di alti pioppi seguaci che urge e ranca
per l’acqua lenta in celeste rilievo.

Alla seconda transenna la spia
finse di non conoscermi. Io sapevo
che era un trucco segreto, un gioco d’anca
in danza di curiale prosodia,
e a quella curia io fui sagace allievo
al passo per la terra di qualcuno.
Entrai passando una feroce marga
che pascolavano pecora e vacca,
che inverdivano piante a ricca branca
e vigne vaste d’impianto longevo,
e a cinque petali ventava il pruno.
Era dolce passare quella larga
fascia di pausa da ogni avaro male,
dove la mela e la mora di macchia
diversamente di un giardino uguale
erano sconfinata sagrestia.
E me ne andai per quella terra franca
finché la notte impose il suo prelievo.

Alla terza transenna il bracconiere
mi chiese caccia, ma io non volevo
perdere penna e sangue di vivanda,
unico patrimonio, unico avere
secco dal tempo che fuggí leggero,
per quella terra dubbia di digiuno,
per quella notte non decisa parca.
Fitta al fucile gli mostrai la tacca
che la mia sola preda segna e vanta,
e gli bastò per negare il diniego.
La terra era un tristissimo raduno
di baracche sottili come carta,
sole a ridosso di croci di scale,
pallide come neve e come biacca –
e luce non passava davanzale,
e voce non batteva le ringhiere.
Dentro la notte filava una stanca
bava di vento un labile sentiero.

Alla quarta transenna quattro cani
molossi rigiravano il severo
giro delle catene per la lanca
umida di confine. Le mie mani
sguardo quadruplice di acuto spiedo
guardava, e dalle lingue scolo bruno
gocciava fame come il cuore squarta.
Non avevo che l’offa di una bacca,
e in guerra l’uno e l’altro latra e scianca,
di me perduta rabbia di pensiero.
La terra era le strade a cerchio, e uno
era il centro del centro per cui varca
unica strada di spina radiale,
ma non di qua, ma non di là si stacca
dalla circonferenza equatoriale.
Al mezzo sta la casa dei divani
e del grammofono acceso che canta
un canto che potrebbe essere vero.

(inedito)

annamaria de pietro

annamaria de pietro

La landa

La landa è dove la lancia degli uccelli
che passano da un dove a un altro dove
non lascia ombra né traccia, perché assorbe
traccia e ombra nebbiosa erba di torbe,
perché la stinge via l’acqua che piove –
e se ne vanno via passando quelli
dal cielo bianco inospitale come
se ne va via la rosa dalla neve.
Pendono ghiacci in fuga alle cimase
dall’una all’altra paratia di case
e l’acqua se ne va per strada breve
dove nessuno ha notizia del tuo nome.

(da Magdeburgo in Ratisbona, Milanocosa Edizioni, Trezzano S/N 2012)
Il piano inclinato

Sposta il viaggio il luogo il piombo che pesa
fluttuando all’andare, cucendo i segmenti
inattingibili fino all’attimo segnato.
Volgi lo sguardo non sapendo non credendo
come chi cerca accordo e tregua da intesa
e una borsa pesante porti a lato.
Intorno, molte le vedute sorgenti
dall’estremo fondale dello specchio
posto ovunque sul cristallo spiegato.
E fai fatica non riconoscendo
dentro le direzioni sicurezza d’intenti,
mete lontane parlanti all’orecchio
con chiari richiami, con segnali evidenti.
Tu sei nel centro, da qui ogni parte è distesa
oltre i possibili passi, al confine inviolato
che raccoglie dalle carte e dalle scritte e dagli eventi
una sola parola, e due distanti, ciascuna l’altra escludendo.
Forse un mondo altro diversamente disegnato
osa una curva amplissima, tenta e aggira un crescendo –
intanto, qui, la linea impone al moto l’orrendo
unico gioco che alterna e scambia la sorpresa
di un unico colore e del suo fermo duplicato.
E tu non sai se questo piano inclinato
sia una salita o una discesa.

(da Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000)

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

Visione astrale Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

L’imboscata

Ora non freme fronda. È calmo il luogo.
Strette strida di uccelli e acute solo
furiose ai polsi svenano la luce.
Acqua sorgente taglia dentro ai sassi
strade di serpi, frange d’erbe inclina.
Zampe di bestie frugano. La luce
scande ventagli e inonda i fondi bassi,
foglia secante l’ansa spessa affina.

Un’aurora passò, prima, di volo,
sopra l’intrico verde. Una mattina
svolse le sciarpe in scintillato rogo,
disciolse il miele in dorati salassi.
Un meriggio distorse l’ombra, e luce
scarnì rami diversi, ad altri passi.

Così sera si posa, ora. Lo stuolo
dei testimoni alati s’indovina,
se passi, stretto e confinato al giogo
delle ramate occluse, e finge luce
la favilla degli occhi. Sfiora i massi
un’acqua fredda scoria di crogiolo.

Un’esile valanga di sconquassi
ora, se ascolti, piano si avvicina
al riparo del folto, e contrappassi
di buio e di spento bucano la luce.
Forse è solo la morte, o è una faina.

(da Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000)

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POESIE SCELTE di Ottavio Rossani Da “L’ignota battaglia” (2005) sul TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

Philippe Calandre, Utopie 2, 2013, stampa su foglio di alluminio e a getto di inchiostro, inquadrata con scatola americana

(Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla e-mail di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

ottavio rossani

ottavio rossani

 Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944), vive a Milano, dove si è laureato In Scienze Politiche e sociali all’Università Cattolica. Poeta, scrittore, pittore e ogni tanto regista teatrale. Come giornalista – 40 anni al Corriere della Sera – ha viaggiato in diversi continenti e ha incontrato e intervistato potenti e umili negli ambiti della cultura, della politica, della  cronaca. Ha scritto saggi di letteratura, storia e arte. Sei i libri di poesia: Le deformazioni (1976), Falsi confini (1989), Teatrino delle scomparse (1992), Il fulmine nel tuo giardino (1994), L’ignota battaglia (2005) e Riti di seduzione (2013). Tra i diversi saggi, Leonardo Sciascia (1990) e Stato società e briganti nel Risorgimento italiano (2002, tre edizioni). Un lungo racconto storico: Servitore vostro illustrissimo et devotissimo (1995). Molte le plaquette di poesie, tra cui Finestre aperte (2011), alcune corredate da suoi disegni. I suoi quadri sono in collezioni private, in Italia e all’estero; una trentina le mostre personali e collettive. Una sua pièce, Se mi vengono i brividi,  è stata rappresentata a Buenos Aires, con la sua regia. Collabora con alcuni quotidiani e riviste culturali. Responsabile del blog “Poesia” sul Corriere della Sera on line (http://poesia.corriere.it).

 Ottavio Rossani L'ignota battaglia.

da Ottavio Rossani L’ignota battaglia (Iride/Rubbettino, 2005, pagg. 63, euro 6,50)

Ordini

Tu, mano sinistra, non ci sei più.
Mano destra, sparisci anche tu.
Ora, gambe unite, navigate vuote.
Nasconditi, ventre riottoso,
nell’ovattato buio delle lenzuola.
Resta tu, cuore, a ricevere gli ordini
dalla mente che insegue bagliori.
E obbedisci, per salvaguardare
il candore delle immagini originarie.

2.
S’attutiscono i rumori negli occhi
chiusi, la stanza tutta nera.
Raccolti i fili del giorno incandescente,
liberati i desideri pulsanti d’incertezza,
eseguirai con scrupolo i decreti
nel mare dei silenzi purificatori.

3.
Quando la casa di legno scricchiolava,
spalancavo gli occhi nel buio compatto
alla sciabola minacciosa e sfolgorante.
Ma non vedevo il saraceno che ghignava
in attesa di vibrare il colpo mortale.
Reprimevo il fiato per svenire.
“Se non mi sente vivo, rinuncerà”.

ottavio rossani

ottavio rossani

 

 

 

 

 

 

 

 

4.
E mi spezzai un braccio sulla sabbia
saltando, come pirata all’arrembaggio,
la balaustra di legno, solo un metro.
Ogni notte all’esagitato risveglio,
al lume ti facevo misurare, sorella,
per un rapido assonnato responso,
quanto fosse corto dopo l’ingessatura.
Perché correndo investìi la bicicletta
che dal sopracciglio provocò il sangue?
Perché Totò mi beffò di sorpresa, intriso
di febbre, con l’ultimo stentato sorriso?
Ti raccontai poi del diafano Michele,
disfatto dalla leucemia, assistito
da un prete con vane giaculatorie?

5.
Quando tesi la mano verso l’arancia
dietro la staccionata scoppiò un petardo.
Il guardiano saltellò di livore.
Da lì cominciò la smania di partire
con quel treno amante a sbuffi,
dio di mio padre finalmente premiato.
Odiai il Polifemo degli aranci.
Tra gli ulivi m’innamorai della luna
che schiariva il sentiero di casa.
Sognai a lungo una nave tutta bianca.
Ti regalai, in piedi, un serto di parole
E me n’ andai sferzato d’ardimento
a cercare qualcosa d’oro come Giasone.
Sul cocchio mi vedevo sfrontato e aitante.
I nemici aspettavano al con fin e.
Bisognava attraversare un vorticoso fiume.
Non so spiegare come sgominai
le falangi dei pidocchi bianchi
che accerchiavano le mie strade.
Tornai magro e vittorioso a prenderti
Per condurti nella mia nuova terra
dove nessuno ride della libertà.

6.
“Il tempo cancella gli affanni”,
sancì la saggezza di un filosofo.
Io qui smentisco tale virtù:
l’esperienza acuisce sensi e malumori.
Credevo fosse indistruttibile
la forza dell’intelligenza.
Sempre indifeso raccolsi e archiviai
Sconfitte, ferite, cicatrici.
Ma bruciai la parola rassegnazione.

7.
Per evitare insonnie devastanti
Ho imparato a dispensare comandi
alle membra avide di vigore.
Così, a tratti dormo e mi rigenero.
E quando tornano gli assalitori
sono pronto a ricominciare la battaglia.

copertina ottavio rossani

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POESIE INEDITE di Sabino Caronia  La ferita del possibile SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento di Marco Onofrio

Eidetica

Eidetica

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

sabino caronia

sabino caronia

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013).

Sabino Caronia la sua Musa

la Musa Clio evocata dal poeta Sabino Caronia

Commento di Marco Onofrio

Sabino Caronia è un autore per il quale la letteratura non ha mai cessato di avere valore cultuale; e questo può accadere non soltanto perché la letteratura, di fatto, coincide con l’essenza della sua vita, ma anche perché lui stesso – resistendo alle sirene modaiole e “minimal chic” del disincanto, della dismissione, del “pensiero debole” a tutti costi – si ostina a conferirle (e a riconoscervi) un’“aura” di pressoché intatta globalità, sintetizzante esperienze ed epoche, vivendola e praticandola a mo’ di religione laica, di impegno civile verso i significati profondi dell’uomo, in un percorso che dagli «acquitrini del tempo» non rinuncia a cercare, tenacemente, i varchi per l’invisibile «sulla soglia del cuore del mistero». L’apertura della dicibilità del mondo, in altre parole, non è mai venuta meno alla sua penna. Per lui, dunque, l’«usignolo / che cantava  nel bosco» non è soltanto un ricordo perduto, ma una viva realtà: cantava, e continua a cantare, malgrado gli orrori della storia (Dopo Auschwitz). Caronia oltrepassa la destituzione di fondamento e, pur attraversando le suture nevralgiche della grande frattura moderna, assimila ad un’opzione durevole di “canto”, quasi respiro irrinunciabile, tutte le stratificazioni  delle sue smisurate letture. Continua a leggere

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SEI POESIE di Marisa Papa Ruggiero   SUL TEMA DELL’UTOPIA   O DEL NON-LUOGO con un Appunto dell’autrice

 (Invitiamo tutti i lettori ad inviare alla email di Giorgio Linguaglossa glinguaglossa@gmail.com per la pubblicazione sul blog poesie edite o inedite sul tema proposto)

utopia.ipgL’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

L’utopia è nel linguaggio, nel suo modo di farsi visione… Pensare un luogo che renda visibile ciò che la realtà non può pronunciare, è una delle utopie della poesia… ma è anche il luogo, l’unico, in cui l’una e l’altra, (utopia e poesia)coesistono, grazie alla tensione estrema del linguaggio.

Tocca solo alla poesia far risuonare, far vivere per un istante, l’insostenibilità di un luogo nella realtà concreta della parola. E’ tutta questione, credo, di attitudine alla percezione e ai suoi spazi. E allora può succedere, che, mettiamo, un’idea solo immaginata, (una farfalla in amore) si tramuti in amorosa presenza…Non vuol essere “raccontata” l’utopia, vuol trovare da sé lo spazio in cui vivere.

Alla visione appassiona poco rilasciare resoconti su ciò che vede, a me sembra che appassioni invece “lo sguardo” che ha sperimentato quelle “proiezioni dinamiche” guizzanti come su carta da musica. (utopia, utopia…) E’ questa, la poesia che mi ha nutrita letterariamente fino a oggi, e tu sai che è anche la più difficile. Non ho mai fatto della poesia una storia da raccontare, né avvolgerla a spirale attorno a nessuna colonna traiana, per me la poesia è l’utopia stessa. Qual è il senso? Qualcuno si chiede: finché c’è ancora qualcuno che si ostina a suonare il suo violino verde, o azzurro, o giallo che sia, a dipingerlo nell’aria e a volerlo comunicare agli altri con parole vere, inedite, anzi uniche, un senso c’è.

italia che taceForme del divenire

     Si tratta di riconoscere il passaggio a cielo aperto di un grumo di energia trasmutante che diciamo parola. Di un’ipotesi di parola che si sporga ad essere ciò che saprà divenire, che dica di sé essendo qualcos’ altro o altrove. Un “altrove”  che non si configuri come non-luogo siderale e disincarnato, ma si riconosca come particella irrequieta del reale stesso traslato in visione.

     Si tratta di andare a cercare ciò che accade fra i segni, individuare le orme vive in fuga nella macchia: sfidarle a pronunciarsi, sfidarle a ricordare.

     Tutto è già qui, qui soltanto, e tutto ci riguarda. Non vale tentare con chiavi improprie, né forzare la porta per entrare in questa stanza. Occorrerebbe un ritmo, una cadenza che si allunghi in un altro sguardo, e in quello incontrarsi. Non a caso è lo sguardo la “chiave” che varcherà l’interno: lo sguardo è l’interno stesso. Ed è lì, adesso: sotto la pelle e  i legamenti della “preda” in fuga: proprio dove si annida il principio stesso che dà forma al movimento. Dice: è sempre una sostanza interna all’apparenza che decide. Dice anche: proviene da impasti di combustioni e attriti in cammino verso necessarie fasi di decantazione, di distanziamento di sguardo. Lo stesso sguardo che mette le parole e i pesi, mette la punta fredda, ghiacciante in vena. Preferirà scansare l’agguato di una ulteriore conferma del già noto, per digitare invece, il tasto che manca costringendolo a interdire, per un istante, il silenzio che sfigura interrogazioni e attese con una scossa di presenza.

Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

Sergio Michilini, L’ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

 E non è raro che uno scatto percettivo prenda un suo passo inusuale nel cogliere al passaggio dei segni il seme alchemico dell’anomalia. Può accadere che la cosa nominata si discosti da un ordine per raggiungerne uno diverso: quello per lei più aderente. Adeguando ad esso nessi e significati senza spiegazione. Sarà, allora, un paesaggio di forme sensibili scandito da un pulsare temporale che non si trova in nessun quadrante. Sarà esperire l’accadere imprevedibile di figure mentali provenienti da un luogo altro della conoscenza, rastremate da un filtraggio linguistico che mostri le sole articolazioni di un corpo che si è dissolto altrove.

  O viceversa, che sia il “disperso” ad entrare da sé nel luogo che lo evoca. Che  ne contamini  i passaggi con un’impronta informale dentro un altro battito… e allora, seguirne le tracce, sperimentarne “l’insostenibile visibilità”. Sarà essa a conoscere quel di più di parola che il linguaggio non contiene, o quel nulla che non si può pronunciare perché fatto di altra sostanza… Ma infine: di cosa mai la poesia dovrebbe rassicurarci? Non è forse, lei stessa, dis-senso?

 (Marisa Papa Ruggiero)

Eidetica

Eidetica

Marisa Papa Ruggiero, studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli. (Corsi post diploma di Graphic Design, di Arti Applicate, Corso di Pittura, Accademia Belle Arti e diploma di laurea. A Napoli, dove da anni vive e opera, ha svolto attività didattica e artistica. E’ intensamente attiva sia sul fronte della scrittura creativa, con particolare riguardo alla poesia, sia su quello della verbo-visualità, con partecipazione a mostre e a raccolte antologiche. Dal 1991 decorrono le sue pubblicazioni di poesia in volume con: Terra emersa, Napoli, collana L’assedio della poesia; Limite interdetto, Salerno-Roma, ed. Ripostes, 1993; Origine inversa, con nota critica di M. Bettarini, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1995; Campo giroscopico, con prefazione di Michele Sovente, Quarto – Napoli, ed. Riccardi, 1998; Persephonia, con prefazione di Mario Lunetta, Lecce,  Pietro Manni Editore, 2001; Oblique ubiquità, in Locus solus, Ed. Riccardi 2003; Passaggi di confine, con prefazione di M. Fresa, Salerno, ed. L’arca felice, 20011;  Di volo e di lava, prefazione di Giancarlo Pontiggia – Alessandria,  Puntoacapo editrice, 2013. Tra i lavori in prosa: Le verità bugiarde – 2008, e alcuni libri d’artista. Suoi testi poetici sono stati rappresentati a Napoli dal gruppo di cultura teatrale L’Ascolto. E’ presente con brevi saggi critici, con testi poetici e in prosa in riviste italiane ed estere, in siti web e in blog letterari dedicati alla poesia, oltre che in raccolte antologiche. Ha partecipato come redattrice alla fondazione di alcune riviste napoletane di ricerca letteraria; attualmente è redattrice della rivista di poesia Levania.

marisa papa ruggiero

marisa papa ruggiero

Eidetica

Fosfeni e zolfi in tenuta adesiva
a sbalzo nella mente

La coppa colma è cristallo esploso
schizzato via dal piano
ai quattro cardini del mondo

In sospensione aerea
la mezza sfera rosso sangue
intatta

Fissato in un incanto il senso
inestinguibile del vino
che offro alla tua sete

in proiezione aurea all’ultima espressione

.
Scarto dispari

Non sapienza né gioco
ma scaglie d’occhi al cesio
a taglio di secondo
in ronzio d’impulsi in agguato
su microruote dentate
nel cuore del congegno
che a sorpresa s’impunta

in uno scarto dispari di giro e inverte

il grado di conduzione
nel ventricolo del tempo
su l’acuto di una nota
fiondata in aria
che zampilla
ed è membrana fluida il parco
a frange scontornate
sporgendosi di punta
appena sotto il respiro
sul cartone telato del fondale
su l’albero
che stira la mia ombra
e la piazza notturna si rovescia
in punta di grafite
ridisegna la cifra persa
nel marmo della vasca
dove cadono foglie
su palpebre chiuse vedendo
qui non altrove adesso
l’acqua farsi sostanza minerale

le statue a spasso per le strade
impietriti i passanti
marisa papa tra ombra e luce

 

 

 

 

 

 

 

Slittamenti

A gradi flessibili cresce
intrigante
da quinte mentali al sottofondo
dei tasti ciecamente svolando

rinata spoglia di bruco
entra nel nome
all’intera pronuncia che prende
la forma del volo
ma è solo lucente germoglio

del nulla idea inquieta
che slitta sul verso
e svoltola in danza
tra grinze di sghembo sul verde
appena brinato
e muta impulsi in scaglie
telluriche in fitte d’alterazione
digitando un tremore
in un rettangolo di campo dove

il desiderio veste
una forma
tra il tasto e le righe
radente in dissesto lampeggia
alatinta in amore
sfiatata di viola e s’invola
già oltre lo scatto alla
muta finale

tra fughe assediate da spasmi
da frulli sfibrati vibranti
sbavando nella stampante
in tutti i suoi duplicati

l’ala sbigottita.

Satellite glance

In punta di freccia
sparata dove
in quale abisso o distanza
squarciato il tempo

s’aprono i tasti
a ventaglio sferico
su plaghe ondose in volo
sul foglio piatto
del monitor

a spirali elettriche per l’ampia
crosta rugosa
che dilaga e sferza
maree informali
in visione esplosa
fra crateri in corsa
planando

a giro d’archi
ad ali spalancate
nel fermo immagine
che vertiginoso schizza
nel fosforo
dell’occhio

ed ecco il borgo
a spilli luce
il passo rallentato
il campo
di calcio dove
tutto teso ti scruti
fin dentro
il futuro occhio
che ti guarda

e lanci in rete
più in alto più distante
il tuo pallone

Marisa Papa 5

 

 

 

 

 

 

 

Scena vermiglia

Febbrili impasti pulsati dentro
come timbri di torcia
ad ogni passo
in questo dirsi di sillabe affamate
in ogni fibra vermiglia
in lotta con i blu
a lampo o laser sul corpo che disegna

una trincea di anni
murati vivi
che soffia e bussa da tutti

i sottosuoli di nascita e di lotta
e tocca
radici rosse
spezzati rami sul cuore
a palme nude accende
un fuoco sulla neve

e riconosce i nomi sfilando
un nervo vivo esploso
nel colore
che germoglia

sui nostri nudi emersi
dalle maree del sogno

come un arpeggio o uno
squarcio sottopelle
che dilaga e arde
a fiaccole sonore
in alveoli di sangue
sul respiro a secco franando

a schegge d’echi
a lame di carminio
in un volger di ciglia su
l’intera scena

e la scena è dipinta.

Marisa Papa Ruggiero

Marisa Papa Ruggiero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo scultore e la statua

Qui dentro è il buio folle
qui urla inesplosa la mia forma!
Misure chiuse regolano i confini
dove io aderisco ma tu
hai libero il passo il gesto, mordi
ai fianchi la mia nudità di pietra
e incontri una resistenza da camicia di forza
che non puoi strapparmi di dosso:
tu sai che niente
resiste al suo nome
se il suo nome è pietra

Ma tra le dita ti fioriscono uncini!
Tu sai che pulsa tra valve chiuse il seme
appena sotto lo sterno lavico…
ti osserva la mia esangue fissità
dallo spioncino che mi scavi di fianco:
mani scostano il limite, premono il punto
più interno della forma, fanno spazio al vuoto…
Nel mio scatto da fermo osservo smottamenti
come suono compresso, detriti di scavo
lasciati dentro, cieche voragini, lì apprendo
i miei confini nell’urto col silenzio
mentre plasmi con dita esatte germogli e bulbi,
spore luciferine da scagliare nella mia
ferita giocandoci dentro
e questa famelica erezione della mente
che impreca e ammutolisce!

Vuole carezze integrali questa forma
che non ricordavo di avere, questa pietra
grigia vulcanica generata da esplosioni e bufere
per le tue mani d’uomo!
e mi scrivi
un libro lentissimo
un diario di bordo
dove scarichi una sinfonia feroce
che mi sveglia dal coma, tu che entri
come un satiro tra le fronde e
in ogni fessura per seppellirti
nella mia carne o dissolverti, tu da lì ascoltami:
è perdita continua questa forma
che ti fa esistere, da cui muto mi parli
dove ti stringi alla tua paura
e graffi con le unghie fino all’alba!
Tu lì sai di trovarmi, la tua furia capovolgi
nella mia pietà, hai libero il gesto
il passo, ma a me chiedi il sangue!
Sento sotto lo straccio a notte
il tuo cieco ansimare che non sfiamma tra le coltri,
lì nel fondo è un fragore che uncina
il respiro alla pietra con fredde scintille e sonagli
come il battere sordo del ferro in cerca di forma:
io ti sono matrice colma e ti sono
la morsa che perentoria serra la luce
o fors’anche la freccia storta uscita di rotta
da cui muto mi parli a coltellate!
Ogni tuo colpo di timone è una mina esplosa
in questa boscaglia di schegge che sogguarda il vulcano!
ogni giorno esco un poco da me,
il nuovo giorno lo plasmo alla creta viva
del tuo polso d’uomo che insonne sconta il contagio
di muscoli e nervi allo scoperto
e inietta aria e fiato nel mio corpo arboreo
che lentamente
lentamente
senza saperlo
fiorisce…

Eccomi appena giunta, guardami:
qualcosa sai ha fatto contatto, ha urtato
i tuoi capillari accesi, la tua fame nascosta…
ho terminazioni elettriche scolpite
sotto pelle in arpeggio e singhiozzo,
e rughe e spore incistate
alla tua malattia
alla tua follia pietrificata!

(Napoli, giugno 2014)

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POESIE INEDITE di Gabriele Fratini sul TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

 Proseguiamo con la presentazione di autori delle nuove generazioni: Gabriele Fratini

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

helmut newton foto

helmut newton foto

 Gabriele Fratini è nato a Sassari nel 1978, vive a Roma e ultimamente tra Roma e Catania. Laureato in Filosofia Estetica all’Università di Roma Tre, l’arte e la poesia sono la sua passione da sempre. Si diletta da anni a scrivere versi con particolare propensione per il c.d. “stile semplice” e la poesia giocosa. Di gusti petrarchisti e decisamente “antinovecentisti” (poco stimolato dalle avanguardie e neoavanguardie), ha pubblicato due raccolte: Antifavole. Storie di animali e insetti (2006), sul genere favolistico di Fedro, La Fontaine, Trilussa; e La Morte, il Diavolo, il Poeta (2008), di liriche, poesie fiabesche e filastrocche. Partecipa poco ai certami letterari, soprattutto per la scarsa considerazione che ha l’attuale critica del genere satirico e giocoso, che egli predilige.

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Sculture lignee raffiguranti mani femminili

Utopia

Esiste un regno nella fantasia
ove tutto diventa materia
per esprimere la cosa più seria
in una qualche forma di poesia.

Questo luogo si chiama Utopia,
fu fondato in passato da Platone,
ma un Tommaso, poi l’altro, e un filone
lo ridussero a nuova geometria.

La versione della scienza a Bacone,
mentre Gulliver giunse in questo regno
tra i cavalli di razza intelligente.

Ma la ragione invita a esser prudente,
ché quando si tentò la costruzione
nella realtà, ne uscì un massacro indegno.

Nuova utopia

Tra il serio ed il faceto voglio darvi
una nuova versione, personale,
che Campanella non ci resti male,
che il Moro non si offenda ad ascoltarmi.

Il re

Siete giunti nel regno di Utopia,
il Fato vi ha condotto a questi lidi
celati sulle mappe come miti
che popoliamo io e la mia genìa.

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Karl Hofer Tiller Girls Kunsthalle in Emden Stiftung Henri und Eske Nannen und Schenkung Otto van de Loo

Isolamento

Vi spiego come funge in queste zone:
i barbari teniamo alla distanza
levando di noi stessi la nomanza,
cancellando di noi ogni nozione.

La mensa

Traiamo il nutrimento dalle piante,
la nostra dieta è tutta vegana,
lasciamo ogni animale nella tana,
con il latte non ci facciamo niente.

Colazione

Caffè amaro per tutti a colazione:
il dolce fu bandito e non sapete
che abbiamo debellato già il diabete.
Ma chi vuole ci aggiunga l’aspartame!

Spostamenti

Ci muoviamo tra zattere e canoe,
lo scoppio del motore non si trova,
che inquini questi mari non c’è prova,
non ci spingiamo mai oltre le boe.

Divertimenti

La sera festeggiamo e dopo cena
(a base vegetale come sempre)
guardiamo quante stelle il cielo stende
e più guardiamo più l’occhio si allena.

Astrologia

Senza lumi e lampioni il telescopio
si punta in cerca di costellazioni
per leggere il destino delle azioni
che detta l’astro, mentre io ricopio.

Gabriele Fratini

Gabriele Fratini

.

.

.

.

.

.

.

Credenze

Non adoriamo il Dio dei terrestri,
veneriamo solo gli astri e le piante,
attingiamo noi tutti ad una fonte
per bere ed irrigare i campi agresti.

Lavacri

Non curiamo l’igiene personale
con sapone né shampoo sulla fronte,
ci immergiamo nel ruscello del monte
in compagnia di ogni altro animale.

Economia

Non abbiamo la corrente e nessun tipo
di elettronica, Maxwell non ci prende;
abbiamo un’economia che rende
scambiandoci la merce in ogni sito.

Abitazioni

Le case sono fatte con i tronchi,
le ginestre abbelliscono la schiera,
e quando cala il buio della sera
illuminiamo i viali con i fuochi.

Incidenti

Qualche volta succede che si incendia
Un capanno, oppure un magazzino,
qualcuno morirà nel suo giardino,
qualcuno ha riportato ustione orrenda

Raccolta differenziata

I rifiuti li gettiamo in un fosso,
le radici e le bucce di banana
ci servono a coprirci dalla frana.
Ma vi ho detto tutto ciò che posso.

Invito

Ora ditemi, cosa state a fare
nel mondo per avere una scodella
di cibo, o una nuova tintarella
arricchendo qualsiasi lupanare?

Controllo

Entrate nello stato di Utopia!
Provvediamo a tutto ciò che occorre,
ciascuno è visionato dalla torre,
non abbiamo nessuna malattia!

Gabriele Fratini

Gabriele Fratini

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QUATTRO POESIE INEDITE di Giuliana Lucchini “lucente Geminide L’assurdo vivibile cadere” “o Vita, Vita” “Les mots d’amour..” “Ceppo dell’albero genealogico” SUL TEMA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO

Giuliana Lucchini non luogo

sciame di meteròidi cadenti dalla costellazione dei Gemelli sulla vasta conca di cielo sopra ‘Villa Tre Colli’ – lucente Geminide

 Giuliana Lucchini vive a Roma e si dedica alla poesia con testi, traduzioni, note critiche, recensioni, saggi. Ha tradotto tutti i sonetti di Shakespeare. Fra gli ultimi libri di poesia propria, L’Ombra gestuale (2011), Non morire mai (2011), Donde hay música (2012), Amare (2013).

L’assurdo vivibile cadere.

Sonorità eravamo, incontri – cocci?
due palle da biliardo
in cozzo fra loro. Chi vinse?
Chi di più resistette al gioco?

Ed ora ti accolgo
furente di raggi,
quando alle necessità del cuore
saetti in atmosfera, lucente Geminide :

o invadente Amore sempre ritrovato
mentre taciturno discendi ed elettrico,
visibile tra cirri, un dito alla bocca,
a violentare il tacere dei cieli.

13-14 dicembre 2014, notte

Giuliana Lucchini alla finestra di casa

Giuliana Lucchini alla finestra di casa

o Vita, Vita

.
Fissata sta la traccia, e lucida, due
rette parallele, direzione andata e ritorno.
Dall’inizio alla fine, sì, lo spazio e
il movimento dei tuoi occhi sono
il tempo oggettivo della verità
nella sfera calda della luce. Interprete
della bellezza durevole, fino a quando ..

Quando il sole nasce
ti alzi
quando il sole cala
ti corichi.

Cosa pensi cosa fai
dipende dal luogo in apparenza statico
dove ti trovi per il momento impressa
a respirare. Fausto o tetro. Gaio
accadere. “Vifitafa”.

“ – Sarò bellissima”.

Allora guardi e disponi, bambina,
organizzi le idee agli eventi, sul grande
specchio ballerina ti posizioni verticale,
intersechi il raggio dove tutto
alla terra si distende in una slitta.

Prima, ora, dopo : la sequenza
d’immagine trasporta
il flusso al cuore, cedevole d’eterno.
Un cuore ad alucce, foglio di libro strappato
in cui si legge dentro.

Che canta, che grida.

Dal lontano futuro all’inquieto passato che ritorna
sopra un punto fuggitivo, un punto solo,
del muovere infinito (♬♬ “Fuochi in mezzo al cielo”(1) )
infine tu, la mano alzata sei. Tu e solo tu,
distanza fra le forme di uno stesso corpo
che dura, fra ciò che è bello e ciò che è finito,
resti sempre la stessa, Vita, scrivi la pagina.

[ (1) canzone Paola Turci]

Giuliana Lucchini Andy Warhol's style - Marta B. fecit

Giuliana Lucchini Andy Warhol’s style – Marta Bochicchio fecit (fine 2014 – inizio 2015)

♬♬ “Les mots d’amour ..” (1)

.
Vive soltanto nella mente o
esiste l’altrove
nel luogo che non fu?

dove fluivano nell’aria ♬♬ “Les mots d’amour ..”

Entrare nella torre,
per scale contorte salire fino
ai merli – merli di muro, merli di piuma,
fischiano con il vento – la tramontana

salire sulle nevi, lassù ..

Invocava la sera il cielo dipinto –
il fiore del vaso in sé era e moriva,
così la luce finiva,

cuscino per la notte.

Molte erano le stanze, scenari,
dove parlare ad un sipario d’occhi,
i corridoi strade, luci di pavimenti rossi,

il sonno della tenebra.

Per ogni stanza uno strumento musicale,
per ogni strumento un orologio di segreteria,
cornice d’argento, metronomo nell’angolo,

le dita con ali la bocca nel pensiero ..

Notti,
concerti, silenzi – letti
l’affastellarsi in mente degli eventi

E tutto nel petto riposava
il tempo ritrovato
memoria di quello che fu,

prima che l’arpa di sopra lacerasse
le sue corde non più toccate
da te

(1) (Edith Piaf)

 Castello notturno

Castello notturno

Ceppo dell’albero genealogico

Pendeva dal ramo.
E la neve gli dipinse le braccia,
gli irrigidì di bianco la pelle, gli destinò
la trasparenza sottile del ghiaccio.

Lo guardavamo portare nel bianco
la nobile luce del lutto.

Lui che sembrava morto dentro il tuo cuore,
e adesso riappariva
sulla distesa degli altri viventi
terso davanti ai tuoi occhi.

Suonando un flauto traverso.

NEVE in piccolo

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