GIUSEPPE TALĺA: LA MUSA LAST MINUTE. QUINDICI SESTINE TASCABILI E SATIRICHE. I MEDAGLIONI DEI POETI CONTEMPORANEI – Mario M. Gabriele, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Luigi Manzi, Giorgio Stecher, Maurizio Cucchi, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Roberto Bertoldo, Franco Buffoni, Gëzim Hajdari, Gian Mario Villalta,, Lucio Mayooor Tosi

Testata politticoGiuseppe Talia 4 marzo 2017

Giuseppe Talia, Roma 4 marzo 2017

.

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico:Integrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011;Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.

Laboratorio 30 marzo Platea_2

Laboratorio di poesia Roma, 30 marzo 2017 Libreria L’Altracittà

 

.

Commento di Letizia Leone

Una sorta di performance controcorrente questa di Giuseppe Talìa che grazie alla strategia della sestina, forma breve di limitata trasmissione storica, fissa una galleria di ritratti satirico-giocosi della variegata società poetica contemporanea. Il giro rapido della strofa, affondo e compendio biografico-poetico giocato sul filo dell’ironia, della dissacrazione, dell’omaggio o della critica, è centrato su un quid impressionistico: trattasi di un verso, “l’impressione di un verso letto e che è rimasto nel substrato inconscio della comunità poetante di cui mi sento parte” ci dice il poeta, oppure di un dettaglio personale, letterario o di ilare psicologia e psicoanalisi.

In effetti la sestina, detta anche sesta rima per distinguerla dalla sestina lirica, alle sue origini viene attestata come metro del repertorio laudistico o metro prevalente della poesia scenica fino agli endecasillabi de “Gli animali parlanti”, poema favolistico-satirico in 26 canti di sestine di Giambattista Casti (1803) o alle “Favole esopiane” dell’abate Gian Carlo Passeroni (1823). Ma in questo caso si rivela strategia comunicativa molto efficace: momento di “sottrazione di una tensione” (se volessimo prendere in prestito le parole di Bergson sul riso e il comico), di rottura della seriosità e solennità letteraria ma anche di stimolo alla socialità, dove la contrazione del linguaggio richiesta dallo schema ridotto di una forma chiusa valorizza la forza epigrammatica del testo.

Mottetti estemporanei, Musa pop e consumistica “last minute”, rutilante rotocalco di fulminanti icone poetiche in un corpo a corpo con la personalità posta, di volta in volta, sotto la lente d’ingrandimento.  Talìa è uno di quei poeti ai quali è congeniale l’epigramma, oppure un tipo di poesia satirica di mercuriale velocità e leggerezza.

L’osservazione ludica soprattutto si rivela modo nuovo d’interpretare, una vera e propria alternativa critica basata sul gioco comico sottile e sfuggente.

Alla lettura viene definendosi l’ironia di una poesia ermeneutica che critica scherzando. L’analisi accurata in punta di verso imposta una sorta di dialogo a distanza, una pungente colloquialità circolare tra il poeta che viene letto, interpretato e riscritto in versi da un altro poeta.

Medaglioni post-moderni, istantanee che fanno il verso a secoli di idealizzazione del poeta-Vate, alla solennità dell’afflato poetico o all’idea romantica dell’ispirazione, satireggiando sulla presenza “irrilevante” del poeta oggi che, seppelliti definitivamente aura e aureola, non ha più né identità, né collocazione sociale nella nostra contemporaneità:

Patrizia Valduga

Un requiem per una subrette
Un soundtrack di paillette
Una Gilda de’ poeti O Mame
Una sessa strafatta pour femme
Mia Sirventes o mia Servente(s)
Solo per me le tue tette

E se è vero che lo humour o il comico appartengono ad un genere letterario minoritario e spesso marginalizzato, proprio tale subalternità permette di sfuggire all’alienazione di codici linguistici e koinè poetiche a rischio di stallo espressivo, oltre al fatto che questa rappresentazione straniata se letta in chiave freudiana si polarizza di vis caricaturale che aggira le censure e le rimozioni.

Se prendiamo per buona la definizione di fisiognomica come “scienza quasi divina, indiziaria e profetica, fondata sulla leggibilità del tegumento sensibile…nel presupposto di un corporeo onnisignificativo come condizione del manifestarsi dell’autenticità dell’uomo” (AA.VV. Esercizi fisiognomici, Sellerio, 1996), allora questi particolari esercizi di “fisiognomica poetica” degli attori messi in campo si modellano sullo studio dei lineamenti linguistici. Là dove   il corpo è sostituito dalla lettera, dai segni, dai segnali dello stile, essendo la lingua della poesia nella sua verità stilistica un “modo dell’Essere”.

E poi, al di là del processo di individuazione che si va definendo nelle dediche profane e intuitive di Giuseppe Talìa, aleggia l’aura di un presagio o di un’interrogazione enigmatica, effimera ma incisiva, sul destino di ogni poeta consegnato al giro di giostra di una sapiente e vivificata sesta rima.

Giuseppe Talia Roma 4 marzo 2017 Roma

Giuseppe Talia, Roma 4 marzo 2017

 

L’ALMA e il GESTO

Appunto dell’autore

L’alterazione paradossale che sottolinea la realtà attraverso la simulazione, l’interrogazione, per mezzo di un procedimento speculativo nei sistemi estetici, come quello di K.W. Solger, viene solitamente considerata costitutiva dell’arte. L’antifrasi e l’eufemismo significano ribaltare, per sopravvivenza fisica e mentale, l’ironia in autoironia, distaccarsi dall’estetismo per una dimensione più etica. Ecco, questo è uno dei tanti profili che mi rappresentano.

Ma qual è stata la molla di questi frizzanti schizzi a Voi dedicati, care amiche e amici dell’Ombra delle Parole? Un cadeaux, una semplice come complessa traslitterazione di fatti analitici, psicoanalitici, qualche volta una semplice foto o l’impressione di un verso letto e che è rimasto nel substrato inconscio della comunità poetante di cui mi sento parte.
E come un artigiano che si rispetti ho dispiegato gli arnesi giusti su un piano geometrico adeguato e tessuto l’ordito: per ognuno di Voi, amiche e amici, sei versi, forme chiuse e forme variabili, citazioni, carattere, un qualche segno indelebile impresso nell’anima, una tradizione e un simbolo cosmologico abbinato che penso vi rappresenti nell’almagesto dell’unicità.
Questo gioco semi-serio, in cui si possono rilevare tracce di Palazzeschi, Stecher, Szymborska come di altri, l’ho iniziato con l’intento di omaggiare i Poeti costituenti del momento, Alfredo de Palchi (Giove), Antonio Sagredo (Marte), Giorgio Linguaglossa (Urano), Salvatore Martino (Saturno), per continuare con gli amici con cui tengo una corrispondenza, Ubaldo de Robertis e con le Poete e Poeti che stimo, Anna Ventura (nodo ascendente), Annamaria De Pietro, Antonella Zagaroli, Letizia Leone, Ambra Simeone, Sabino Caronia, Giuseppina Di Leo, Donatella Costantina Giancaspero (nodo discendente), anche se non sempre i miei commenti a riguardo, lasciati sul blog dell’Ombra delle Parole, sono stati gratificanti: ubi maior minor cessat

Mario Gabriele e Antonio Sagredo

.

Mario M. Gabriele

Ramsay disse che alla ciambella mancava il buco nero
James appese il cappotto di Gogol mentre Godot
En attendant discettava col sarto Petrovič sul modello
Senza cuciture dei collant Stonehenge di Eveline
Servirò dunque il pudding and pie direttamente sulla pietra
Ollare, pensò Patsy, per i nuovi convitati di Georgie Porgie

*
Patrizia Valduga

Un requiem per una subrette
Un soundtrack di paillette
Una Gilda de’ poeti O Mame
Una sessa strafatta pour femme
Mia Sirventes o mia Servente(s)
Solo per me le tue tette

*
Valerio Magrelli

Da bambino erano un codicino di nature e venature
I Dockers Kahaki Pants salenti e discendenti la grande
Échelle disgrafica e dislessica o più semplicemente
Manomessa dalla stella binaria dei pioli del carcerato
Che batte il Lexicon della rotativa sorgiva tatuata
Nella carne condominiale del codice fiscale come dell’ISBN

*
Patrizia Cavalli

E’ un teatro aperto la precessione della luce della stella faro
La magnitudine apparente testa di serpente e calamaro
Non salva il mondo dal compost della stella tripla Ethical
Treatment a caccia con i cani di Orione di Sadalsuud-Sadalmelik
Nel cerchio massimo dell’equatore e del suo punto spettrale
Con lo scafandro da palombaro e una compagna in orbita bisessuale

*
Milo De Angelis

La somiglianza è un addio di lavagne come di montagne
Di ossessioni di cancelli di metal detector privi di stelle luminose
Corridoi più che cortili e quel clangore di ferri allucchettati
Nei millimetri delle vene di Milano, sì Milano lì davanti
Col sangue in bocca annebbiata e una marea di navigli
Come scompigli o Sicari di una battaglia di sicura rinascita

*

Antonella Zagaroli e Steven Grieco Rathgeb

.

Luigi Manzi

Questo reale d’analisi della magnitudine sociale
Porta la poesia in un fuorivia d’olio-essenziale
Omeomorfico d’ovulo luminoso della cupola apicale
Un bue domestico di araldi nuovi in streaming
Una luna suburbana desublimata in timing
Nel muschio della costellazione sacra ad Arcade

*
Giorgia Stecher

L’unico invenduto fu quell’angelo dal sorriso canagliesco
Uno di quelli che se fosse esistito sarebbe stato da riformatorio
Per quella gamba nata male per dispetto (Sceptrum et Manus Iustitiae)
Chi ti ha fatto grande sa dell’immensità della lucertola con in testa
Una pentola e un bordo Gatto indomesticato di passamaneria
Nella cineteca del ricordo con un roskopf e una Morgana Ig-Nobel

*
Maurizio Cucchi

Argo Panoptes è il disperso degli anni luce
Alla ricerca del vello d’oro, con una barchetta di carta
Immersa nel gradiente salino di Malaspina
Ossessionato dal sosia more uxorio
Come dell’antinfiammatorio da topografia
Del tramonto dell’Idra e dell’antitossina

*
Steven Grieco-Rathgeb

Felice notte O Bon e se ne avverte l’ottima fattrice
Quel caustico minuscolo dragone o delfino dello Yamuna
Body Rolling a Roma come a Calcutta a Kyōto o nel papiro
Dell’Epiro la stella subgigante di Cerere e di Viṣṇu
In animella persa in una cassetta di sicurezza nel giaggiolo
Dell’arcobaleno che arde dei nostri stessi sogni

*
Gino Rago

Gli Ittiti guadavano Cipro e Cipro guardava loro
Persi nel labirinto della substanzia nigra
Una pura idea della pura dea ignota e dialettica
Imprigionata nella tela del ragno con i deboli
Commiati di Hor che contava i passi di Mnemosine
E li annegava e li risorgeva nel grecoro del Crati

*
Roberto Bertoldo

Hebenon o non Hebenon è forse il tuo tema natale
Ma semper fidelis all’anarchia logica della mente
Tra costellazioni bioetiche fenomenognomiche alla Bernstein
Con un che di fisionomico come di ergonomico o di titanico
Magari di nullismo leptosomico e sempiterno del Mythos
del Logos postcontemporaneo dell’umana (in)coscienza

*

Gino Rago e Alfredo de Palchi, grafiche di Lucio Mayoor Tosi

.

Franco Buffoni

Che nome di casata la Musa edulcorata
Che spaccia i lacerti al mercato degli Eoni
Ai giurati crapuloni che filmano gli snuff movie
Con il giro vita pettorina di Narciso e Boccadoro
Carta straccia igienica tedesca interstellare
Di nuovissima e caldissima carne da abusare

*
Gëzim Hajdari

Rerum novarum oppure rerum causas? Chi di domanda ferisce
Di domanda perisce sanciva Hoxha e il canto del gallo nell’esilio
Dell’alba, nel ritmo circadiano come un muratore le stigmate di calce
Il Kanun della coscienza universale, gli infiniti esseri e gli illimitati èpos
In un delta profanato dalla storia e riparato in una preghiera laica
Di un contadino che ara stornelli “e il tutto spia dai rami irti del moro”*

*Giovanni Pascoli-Arano

*
Gian Mario Villalta

Una certa Musa non dovrebbe calzare stivali da mattatoio
Non dovrebbe nemmeno pensare ai pubblici dialettali
Al Maternato che con un minimo sindacale scalza i rivali
Gli squali mortali, illegali, con occhiali eccezionali
Bufale aziendali e pettorali soprannaturali, havel havalim
Una certa Musa direbbe: vieni, ti insegno a scrivere mentre muoio!

*
Lucio Mayoor Tosi

Se questo vuoi questo ti si dà, Punto, L’ombelico
Guardarsi l’ombelico o danzare come un derviscio, Punto
Nella cronosfera, Punto Nella criosfera, Punto Nel punto
Del pungitopo o del suo contrario, la Pangy Valley del pappafico
E che dire (?) nel dire si perde anche il ridire e ride l’Ananda
Tutto ciò che si conosce ad un più oltre del punto rimanda.

Annunci

22 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea, Senza categoria

22 risposte a “GIUSEPPE TALĺA: LA MUSA LAST MINUTE. QUINDICI SESTINE TASCABILI E SATIRICHE. I MEDAGLIONI DEI POETI CONTEMPORANEI – Mario M. Gabriele, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Luigi Manzi, Giorgio Stecher, Maurizio Cucchi, Steven Grieco Rathgeb, Gino Rago, Roberto Bertoldo, Franco Buffoni, Gëzim Hajdari, Gian Mario Villalta,, Lucio Mayooor Tosi

  1. posto qui questo commento che vale però sia per la poesia di Salvatore Martino che per quella della NOE… il distinguo fondamentale è questo: quale concetto di ordine del significante avete voi e quale concetto di ordine del significato? È anche qui che si gioca la partita decisiva per capire quale poesia scrivere…

    Una volta incrinato il legame rappresentativo che stringe un significante al suo significato Lacan può ormai postulare l’esistenza di due “ordini distinti e
    inizialmente separati da una barriera resistente alla significazione”: l’ordine del significante e quello del significato. Nell’algoritmo S/s la barra funge da
    separatore, indica che tra il significante e il significato non si determina più alcun rapporto diretto, che l’uno non è il rappresentante dell’altro e tanto meno il significante esaurisce in questo rapporto, per quanto sbarrato, il suo compito. La barra divide e distingue di netto i due elementi in due ordini, assecondando in tal modo da un lato l’idea dell’arbitrarietà che governa la relazione tra l’ordine del linguaggio e quello delle cose, e dall’altro l’idea che tra significante e significato domina la legge differenziale del valore sulla cui
    base la significazione assume il carattere di uno scorrimento lungo la “catena” significante e non più di una chiusura speculare nel legame con un significato prescelto.

    Un segno non solo non può significare se stesso, cosa di per sé ovvia ma singolarmente impensata, ma altresì si determina la questione a tutta prima
    anomala, della insufficienza del segno rispetto alla significazione di cui è capace, ovvero investito, e di conseguenza dell’insufficienza di ogni lingua “a
    ricoprire il campo del significato ”. E così che la questione del linguaggio si apre, una volta destituita l’idea di segno come unità fondata su un modello rappresentazionalista, alla dimensione del soggetto dell’inconscio.

    E non si riuscirà a sostenere la sua questione [del linguaggio], finché non ci si sarà staccati dall’illusione che il significante risponda alla funzione di rappresentare il significato, o meglio: che il significante debba rispondere della propria esistenza in nome di qualsivoglia significazione1

  2. gabriele fratini

    Giuseppe Talìa, o Useppe in memoriam
    di antiche letture si scava la storia,
    ad hominem il pungitopo rosseggia
    ma senza spine di coltivazione
    ove l’urto futuro troneggia
    nel canto acuto dell’innovazione.

    ***
    (Complimenti, bellissime).

  3. Come non ammirare questi deliziosi “versetti satanici”, che dicono pane al pane e vino al vino?Dietro ai quali,tuttavia, leggo la consapevolezza dolorosa della barbarie nascosta dietro tanta letteratura di regime, tanti giochetti di potere, tanta strafottente ignoranza.

  4. Francesca Dono

    versIronicamentealvetriolo. Piaciuti Giuseppe.

  5. Cito da Vincenzo Vitiello, L’etica dello spazio:

    noi abitiamo lo spazio, ma non siamo-nello-spazio; noi abitiamo il tempo, ma non siamo-nel-tempo; e cioè: abitiamo il mondo, ma non siamo-nel-mondo – è ben antica: la si legge in forma concisa e straordinariamente efficace in un testo che è all’origine della nostra civiltà, della civiltà dell’Occidente: «autoì en tô kósmo eisín […] ouk eisìn ek toû kósmou» («essi sono nel mondo […] ma non sono dal mondo»)1].

    S’aggiunga poi che il mondo moderno, la Neuzeit, l’età nuova – che è pur sempre la “nostra età”, pur quando questa si definisce, per contrasto, “post-moderna” – l’ha ripresa e radicalizzata nella forma di una (metodologica, epperò “possibile”) Weltvernichtung2. Quest’ultimo riferimento ci impone di chiarire subito che la tesi, or enunciata, non ha nulla a che fare con la disputa sull’“Io puro”, il “soggetto weltlos”, et similia, non foss’altro perché riteniamo che all’origine di tale disputa vi sia un radicale fraintendimento dell’epoché cartesiana e husserliana del mondo3. Anticipiamo pertanto anche la conclusione del saggio: se l’abitare indica la cura per le cose del mondo, quindi il vincolo che ci lega al mondo, il non-essere-nel-mondo sta a significare che questa cura non ci “appartiene”, non è nostra “proprietà” (Eigentlichkeit), non viene da noi, non è-per-noi (ek hemôn), ma viene da “altri”, è per-“altri” (ek állon). Anzitutto: viene da “altro”, è-per-“altro” (ek hetérou).
    Se qualcosa non di “nuovo”, ma di “diverso” il lettore può aspettarsi da questo saggio, che riprende questioni antiche e moderne, non è, pertanto, la via percorsa, ma il modo di percorrerla. Diverse non sono le domande. Diversa è la prospettiva da cui vengono poste.

    2. Le domande, dunque: a) perché il nesso dello spazio col tempo? b) chi sono gli autoí, i “noi” che abitano spazio e tempo, il mondo, e non sono-per-sé nello spazio e nel tempo, nel mondo? E chi gli “altri”, per i quali abbiamo un mondo, abitiamo spazio e tempo? E chi, o “che” è l’“altro”? La seconda domanda, chiaramente, investe quegli stessi che pongono la domanda. Piega la domanda sull’interrogante. Quanto, allora, la domanda e la risposta, che le vien data, dipendono dallo stare nel circolo dell’interrogazione su se stessa ri-flessa? E non ha senso dire che il problema non è di uscire dal circolo, ma di saper muoversi in esso in modo appropriato, perché anche il giudizio sull’“appropriatezza” del movimento dipende dall’essere-già nel circolo.

    Non resta, dunque, altro da fare che… iniziare avendo già iniziato. Non resta, cioè, che muoversi nel circolo in cui già da sempre siamo, e da dove siamo. Senza però la pretesa di porsi dal punto di vista del circolo. Come in fondo pretese Heidegger, che si pose dapprima nella prospettiva del “chi” si muove nel circolo, in seguito – un seguito già previsto e annunciato nel primo movimento – nell’opposta “visione” dell’“Es”, del neutro esso che muove il circolo.

    1 Gv 17, 11.14 (cito da Novum Testamentum. Graece et Latine, a cura di E. Nestle, K. Aland et al., Deutsche Bibelgesellschaft, Stuttgart 1979).
    232

  6. Grande Giuspan mi ci sono divertito, perso e mi sento ora tramortito da cotanto citazionismo ironico-enciclopedico! Ritratti caricaturali e anche seri. Però un medaglione lo potevi scrivere pure su di me: l’ignorante impoetico, l’infiltrato di brutto, il post più veloce mai apparso su l’ombra… eh eh eh ovviamente si gioca per me è sempre un grande onore stare da alieno tra di voi abitanti di pianeti lussureggianti di bravura e cultura! Grazie a te e grazie a tutti gli amici dell’ombra

  7. antonio sagredo

    per inciso e a proposito della morte del poeta russo Evtusenko, uno dei poeti qui elencati, Valerio Magrelli, ha scritto un articolo su “la Repubblica”; poi riferendomi a questo suo articolo ecco quanto ho scritto dapprima sul blog “Poliscritture” ed ora su questo blog:

    (Antonio Sagredo 8 aprile 2017 alle 23:04) :

    …il miserevole articolo (non dico degli altri, tranne qualcuno scritto da uno slavista ) di Valerio Magrelli pubblicato dal quotidiano “la Repubblica” sul poeta russo Evtušenko, scomparso, meriterebbe una stroncatura definitiva… per mancanza di serietà professionale, per banalità, per le errate trascrizioni grafiche dei nomi e cognomi di poeti russi citati (esempio: Block invece di Blok; ecc.), per presunzione, per eccesso di sufficienza, per rifritture critiche : (“masticature di vecchie cotolette” Majakovskij) ecc. … meriterebbe dunque, questo “famoso e grande poeta” il massimo discredito… si pavoneggiava nei primi anni ’70 a frequentare A. M. Ripellino, facendosi vedere dagli studenti, ma da questi e da me riceveva soltanto sberleffi…

    • caro Antonio Sagredo,,

      aspettiamo con curiosità un tuo articolo sulla poesia di Evtušenko…, un articolo che faccia il punto su questo poeta e la sua poesia… le «rifritture critiche» del Magrelli lasciamole al suo creatore…

  8. Salvatore Martino

    Ho pensato a Marziale e un po’ anche a Oscar Wilde per il raffinato gioco che nasconde una grande profondità di pensiero nel descrivere questi quadri a volte accecanti, sempre sul divertimento mozartiano, con l’occhio perfido di chi abita Firenze da decenni.E mi riconosco carissimo Giuseppe nel Saturno a cui i accosti.Esercizio mirabile il tuo che attraverso le apparenti facezie arriva come una frusta a declinare questi ritratti.

  9. antonio sagredo

    caro Giuseppe,

    io MARTE ? – forse SATURNO come Martino [ma non so se è lo stesso Saturno!]… infatti leggi gli ultimi miei versi (ma ve ne sono altri sul pianeta :
    /la tua e-mail che non trovo, per favore)
    ————————
    (da PAROLE BEATE – 2016)

    (1)

    E voltai lo sguardo mio verso me stesso – sarebbe stato meglio non vedersi – dentro!
    Per non giocare più coi loro spiriti di cartapesta
    E ricordai i miei versi che su Saturno trovarono un rifugio… amato!,
    E mi insegnarono loro di non mirare più la Terra,
    Di scordare la sua storia che da tempo non era più la mia,
    Di scordare infine – e qui io piansi – la mia progenie
    Padre mio! Madre mia!

    (2)

    Chi ero io su quella Terra ora che Saturno m’accoglie
    coi suoi anelli?

    Mi ricordai, la testa ciondolante fra le mani, le future costellazioni di Psiche
    E della Terra snaturata le tenere catastrofi della materia.
    Miravo coronato di ghirlande artificiali le viuzze della maliarda
    salentina tracimare garofani come occhi insanguinati tra funebri corone;
    E solitario come un fognesco ratto grufolare nel piscio asinino
    Agli angoli sfatti delle cattedrali
    Per espiare su presunti roghi i fallimenti di carboniose lacrime…
    Siamo a Tolosa o no?

    Giravo fra i sobborghi, i miei passi schiacciati dal fandango
    e gli stendardi al vento.
    Mi crollavano sul capo dai doccioni torrenti di muco delle salamandre
    Estenuate – di pietra! – per un promesso fuoco che mai giungeva fatuo
    E per le mie frenesie dialettiche aride come le chimere minacciose,
    Una decorazione, dopo tutto!
    Che potevo fare, io, se il mio corpo era una squarciata bocca
    che urlava alle stagioni recidive le sue variopinte maschere?
    L’umido malumore delle foschie autunnali,
    Le mortali e desolate primavere dei lillà,
    Le terrifiche nevi che tracciano le assenze di abbandonate civiltà
    E i soli che liberati dai propri raggi la Terra divoravano come Saturno!

    (8)

    Così su Saturno o altrove possiamo rinascere davvero nuovi
    Come se a numeri infiniti un numero altro
    Non infinito o la sua negazione…
    Sarebbe leggerezza…
    E poi essere lieve come uno dei qualsiasi numeri nei cristalli dei fiocchi
    Di neve… e sciogliersi,
    forse così la partenza, gli arrivederci e gli addii…
    Lievezza, ovunque.

  10. giorgio linguaglossa

    18 settembre 2016 alle 9:10

    A PROPOSITO DEL GRANDE PROGETTO. GLI ANNI OTTANTA. I MIEI DUBBI LE MIE CERTEZZE

    Nel 1985, dopo aver girovagato per le carceri di Treviso, Pistoia, Firenze in qualità di direttore di carcere, tornai a Roma dopo un periodo di sei anni di assenza dalla capitale, e la trovai profondamente cambiata. Capii che eravamo entrati nel decennio della falsa opulenza. L’italia all’epoca era dominata dal centro sinistra Craxi Andreotti Forlani. A quel tempo adoperavo ancora le categorie adorniane della falsa coscienza e di alienazione. Cominciai allora a ristudiare filosofia e a rileggere opere di letteratura dopo sei anni di abbandono totale da quelle che ritenevo letture quisquilie, dei fiorellini che la borghesia si mette nel taschino della giacca per apparire presentabile. Compresi che la borghesia italiana aveva rinunciato a indossare qualsiasi fiorellino perché non gli serviva più, anzi, che aveva mandato al macero tutti i fiorellini. Compresi che la poesia di Sandro Penna era un perfetto esempio di fiorellino che piace alle anime gentili, compresi che i rigurgiti dello sperimentalismo erano espressione dell’eterno petrarchismo delle italiane lettere. Compresi che bisognava cambiare direzione di marcia, anzi, bisognava cambiare strada. Pensavo che bisognasse imboccare un’altra autostrada, Ma, come fare? Ripresi in mano i libri di Zanzotto e sorridevo al suo disperato sperimentalismo qualunquoide, sorridevo a quella ideologia della natura incontaminata, a quel suo sperimentalismo eufonico e modulato… che spettinava le anime gentili…

    Ripresi in mano il Montale di Satura (1971) e cominciai ad insospettirmi. Mi chiedevo: ma non è che qui Montale si è messo a giocare a fare finta poesia? Non è che qui Montale ha iniziato a gettare a terra tutto l’armamentario della vecchia poesia perché non più utilizzabile nelle nuove condizioni del capitalismo? Iniziai a dubitare della bontà di quella apertura al linguaggio di tutti i giorni. Il dubbio cartesiano mi ossessionò per alcuni anni. E intanto leggevo e leggevo la poesia di tutti quegli anni, dai milanesi ai sudisti. E mi rendevo conto che i conti non tornavano. Che in quell’equazione tracciata dalla Antologia di Cucchi e Giovanardi nel 1996 c’era una incognita, anzi, c’erano numerose incognite, Cominciai a pensare che tutta quella ricostruzione della poesia italiana del Novecento fosse tutta fatta ad usum delfini. Nel frattempo i miei dubbi si infittivano e si ingigantivano, fino al punto che chiusi i miei dubbi in una certezza: la vera questione della poesia italiana stava nell’abbandono, da parte di Montale e di Pasolini, i due più grandi poeti dell’epoca viventi in Italia e teorici, della trincea della poesia. La poesia fu considerata inutile, e gettata alle ortiche, e sostituita, con smaliziata strategia, dalla finta poesia di Satura (1971) e di Trasumanar e organizzar (1971). Fine delle trasmissioni. Il dubbio era diventato certezza.

    Adesso (cioè nel 1988 circa) il problema era quello di ritornare indietro e ri-mettere le cose a posto. Ritornare indietro per ripartire dal punto dove Montale e Pasolini avevano gettato la spugna.
    Ancora oggi, nel 2016, sono convinto che la mia intuizione fosse quella esatta. Il problema della poesia italiana è ancora quello: uscire fuori da unna cultura dello scetticismo e del riduzionismo e rifondare la forma-poesia. Circumnavigare Montale e Pasolini per rifondare la tematizzazione della forma-poesia. Era un compito di spaventosa problematicità, era come voler azzerare tutto ciò che nel frattempo si era fatto e scritto in poesia in Italia in questi questi ultimi cinquanta anni.

    Un progetto ambizioso, non c’è che dire. Ho letto da qualche parte la domanda che qualcuno si è posto. Suonava più o meno così: «Perché la poesia italiana dopo Montale non ha più prodotto un altro Montale?»,
    La domanda è valida, credo. E la risposta la lascio ai lettori.

    A un certo punto di questo percorso, negli anni Novanta, su suggerimento di Roberto Bertoldo, lessi la poesia di de Palchi, e cominciai a capire qualcosa…

    Giuseppe Talia

    A PROPOSITO DEL “GRANDE PROGETTO”

    Caro Giorgio,
    stanotte ho avuto un’illuminazione nel dormiveglia e credo di aver capito cosa intendi per Grande Progetto. Prima di entrare nel merito delle considerazione che ho fatto sulla tua idea di progetto, ti vorrei raccontare questo.

    Quest’estate, sollecitato da alcune tue osservazioni sul Montale di Satura (1971) e dell’ultimo Pasolini, mi sono armato del libro di tutte le poesie di Montale, collana i Meridiani, e ho iniziato a studiare. Di Montale nel tempo avevo letto quasi tutta la produzione, ma a spizzichi e bocconi e alle volte superficialmente. Man mano che andavo avanti la novità e la grandezza degli Ossi di seppia (1925) mi apparivano nella loro assolutezza di forma e di poesia. Ogni componimento contiene un paesaggio, il lessico arricchito da termini di una natura vivida, le strutture metriche dilatate e in alcuni casi ristrette nella tradizione, come le onde del mare che si ritraggono e si allungano a lambire la spiaggia. Mi sono ricordato di quanto scrisse G. Nascimbeni nella biografia del poeta: “Basta dire araucarie, pitosfori, eucalipti, tamarischi, agavi, carrubi, sambuchi, e subito ci si sente dentro la poesia di Montale.”

    Anche in Le Occasioni (1939) ancora il paesaggio “austero e roccioso” predomina nel corso delle liriche, con una nuova e inedita forma-poesia chiaramente dichiarata nella poesia “Nuove Stanze”. Quest’ultima poesia significativa anche perché prefigura, come quasi tutta la quarta parte della raccolta, la catastrofe imminente: “Là in fondo,/ altro stormo si muove: una tregenda/ d’uomini che non sa questo tuo incenso,/ nella scacchiera di cui puoi tu sola/ comporre il senso”.

    E anche la Bufera (1956), strutturalmente in endecasillabi, comincia a perdere la “bellezza scarna, scabra, allucinante” delle precedenti raccolte. I carrubi diventano scheletriti, “troppo straziato è il bosco umano”, “tra le guerre dei nati-morti”. In quest’ultima raccolta si attua una certa deformazione, un cupo dolore l’attraversa, e soprattutto nella silloge Flashes e dediche si preannuncia Satura.

    E si arriva all’anno 1962. Una data da ricordare. Esce Satura. Pasolini in quella data entra in “crisi metrica” dopo l’uscita di La religione del mio tempo (1960), crisi che si compie con Poesie in forma di rosa, (1964) per cui sente che qualcosa si è esaurito, esautorato, “Saturato”, allo stesso modo come Montale nella sua raccolta vira verso il “privatismo” che pure difenderà fino all’età matura.
    Satura? Che significa? Perché il 1962 è un anno di spartiacque nella poesia italiana maggioritaria? Si sente l’arrivo del ?68? Cosa fa scrivere a Montale una poesia come questa:

    «I critici ripetono,/da me depistati,/ che il mio tu è un istituto./ Senza questa mia colpa avrebbero saputo/ che in me i tanti sono uno anche se appaiono/ moltiplicati dagli specchi. Il male/ È che l’uccello preso nel paretaio/ non sa se lui sia lui o uno dei troppi/ suoi duplicati.»

    Perché depista i critici? Perché inserisce il Tu massivamente? Perché tratta temi alti con un linguaggio ordinario? Forse l’ultimo verso del testo di cui sopra è significativo? Il duplicarsi, il moltiplicarsi, la fotocopia della fotocopia, gli epigoni che hanno ricevuto la sua benedizione, ha fornito a tutti la chiave per entrare nelle stanze della modernità attraverso la geminazione, la smezzatura, il doppio?

    Mentre formulavo queste domande ho guardato il disegno di Perilli della copertina esterna dei Meridiani, Montale e la sua sigaretta, e ho capito che ci ha preso in giro. Sì, Montale dal disegno se la ride di gusto perché ha raggiunto l’obiettivo : quello di gettare alle ortiche tradizione, canto, lirica, altezze, natura, pianeta, sacrificando tutti ad uno sdoppiamento, all’inautentico.

    Non so se queste mie intuizioni ti trovano d’accordo, Giorgio, se il 1962 cabalisticamente porta in sé una geminazione. Se teniamo in conto che Sessioni con l’analista di de Palchi esce nel 1967 e che la Buia danza di scorpione è stata composta tra il 1947 e il 1951, e che articoli sulla sua poesia sono presenti già dal 1960, tutto torna. Un Poeta si esaurisce (Montale e Pasolini) e uno nuovo si affaccia sulla scena con un carico innovativo. Il nuovo poeta genuino, discendente da Villon, con il carico di immagini taglienti, con franchezza disarmante, lo stile conciso,:

    “Il principio/ innesta l’aorta nebulosa/ e precipita la coscienza/ con l’abietta goccia che spacca/ l’ovum/ originando un ventre congruo/ d’afflizioni.”

    Sono ancora troppo emotivamente legato a de Palchi per riuscire a scrivere sulla sua poesia, un timore reverenziale mi impedisce di entrare nel tessuto profondo. E non vorrei certo ripetere continuamente la sua storia biografica fatta di carcere e riscatto, di migrazione e di divulgazione della poesia italiana, ma piuttosto entrare dentro il suo lessico, perché al pari del carrubo, del pitosforo, dell’agave di Montale, anche lo sputo, l’Adige, il ranocchiare, le “uccelle”, croci, cristi e crocifissi, la menzogna, il tradimento, l’invettiva, immediatamente ricordano la poesia di Alfredo.

    Quest’estate ho pensato di prepararmi a far domanda di dottorato di ricerca con una ricerca appunto sui canali di divulgazione della poesia italiana negli USA, da Gradiva a Chelsea, solo per esemplificare, in modo da poter trattare di de Palchi, il quale ancora non accettato dai prof universitari non mi permetterebbero mai una ricerca solo sulla sua opera. Credo. Spero di riuscirci. Io già presto servizio come tutor coordinatore di tirocinio a Firenze, Dipartimento di scienze della formazione e psicologia, ma la domanda di dottorato la farei per Letteratura italiana.

    E veniamo al Grande Progetto. Ho capito cosa intendi. Non è una scuola, è un sommovimento d’anime, un gruppo di ricerca capace di restaurare la poesia italiana dopo la crisi, riportarla a trattare temi alti, della complessità, dell’ambiente, della conservazione, dei mutamenti, delle migrazioni, contro ogni barriera, muro, confine, contro ogni mafia, per una nuova ecologia della forma-poesia. E questo lavoro va fatto individualmente, come è giusto che sia, avendo in comunione principi alti che, partendo da De Palchi, ultimo grande in ordine di apparizione, riformuli la nuova poesia. Un gruppo di studiosi, poeti, letterati capaci di uscire dai confini dell’orticello per un più ampio respiro a servizio dell’umanità. Stanotte pensavo a quanto Alfredo spesso mi ripete cioè di nutrirmi di radici invece che cibarmi di cadaveri.

  11. antonio sagredo

    Ma davvero la seppia ha ossi?
    E se non fossero ossi, cosa sono?
    E come mai non ossa?
    Ma la seppia ha coscienza d’avere gli ossi?
    E se avrebbe preferito le ossa?

    Ora dunque, gli ossi di seppia sono fragili e facilmente si frantumano, non hanno durata e alla fine divengono polvere più o meno bianca… polvere nemmeno adatta al trucco!
    Da bambino usavo gli ossi di seppia per asciugare i pennini dell’inchiostro avendo un forte potere assorbente, o per affilare coltellini… poi si spezzavano e li buttavo via, e infine non li ho più usati… così la poesia montaliana.
    adieu!

  12. gino rago

    “Sulla sinistra della casa di Ade troverai una fonte.
    Accanto ad essa un cipresso bianco che si drizza.
    A questa fonte non avvicinarti troppo..
    (…)
    Berrai l’altra acqua. L’acqua che fredda impetuosa scorre
    dalla palude di Mnemosine.
    I custodi te la daranno a bere dalla fonte divina
    e con gli altri eroi tu salirai in alto…”
    Per dire “grazie” a Giuseppe Talìa, e al suo pensarmi in versi in eccellente
    e vasta compagnia, ho scelto l’iscrizione anonima su laminetta aurea,
    del IV – III a. C., ritrovata nel corso di scavi a Petelia.

    Gino Rago

    • Bravo, Talìa, per le considerazioni su Montale, sulle rifrazioni duplicative dei versi dei poeti che ha voluto citare, ma soprattutto sul tema del Grande Progetto, che finalmente riesce a farsi strada con fatica, nonostante l’astigmatismo di coloro i quali permangono nel loro deficit oculare.

    • Giuseppe Talìa

      «Queste terre d’Italia e questa riva (…)
      qui Filottete il melibeo campione
      la piccioletta sua Petilia eresse. »
      (Virgilio)

      Grazie, Gino, per il ricco dono di Mnemosine.

  13. Giuseppe Talìa

    Ringrazio Letizia Leone per la bella nota di lettura. Giorgio Linguaglossa per l’attenzione, i consigli e l’editing di alcuni testi, come prova che nel Nuovo Progetto (NOE) non si cammina da soli ma si può lavorare in tandem. Sagredo per la stima e per le “frenesie dialettiche aride come le chimere minacciose”.
    Ringrazio ancora tutti, tutti, per i commenti. Gabriele Fratini per la sestina che mi ha dedicato.

    Per chiudere posto un auto epigramma. Potrebbe essere stato scritto da Sagredo stesso, per stile e citazioni. Continuo con il mio discorso serissimo, in poesia, in una prossima puntata.

    Auto Epigramma

    Me? Io? Meio? No, non azzardo, ma ho letto
    I libri di ferro. Ho perso tempo, troppo tempo
    Epistula non erubescit. E dunque esisto? Talia!
    Fondo il riso al pianto in un notturno di flauti
    E di grondaie. M’innamoro delle vocali, dei sassi
    Bianchi dello Jonio e della luce di Firenze.

  14. Arrivo ultimo, in senso biblico 🙂 caro Giuseppe, come nell’ordine delle tue sestine. Anna Ventura ha nominato i “Versi satanici”, ed è vero; infatti si percepisce l’assonanza, già con la sestina dedicata a Mario M. Gabriele ( c’è un filo che unisce la sua poesia alla scrittura spericolata di S. Rushdie), ma in tutte queste tue sestine vince il tuo amore per la parola – lo hai scritto ora “M’innamoro delle vocali” – parola che è frammento nel frammento; e qui il laboratorio moltiplica le possibilità.
    Peccato che Giorgio non abbia inserito il ritratto che ti ho fatto. In fondo, con i colori della mia pittura digitale ho tentato un’operazione analoga alla tua nell’interpretare i volti dei poeti.

  15. gino rago

    Alla bellezza tutto si perdona

    Chi saprà dire a Ecuba
    la nuda verità su Elena di Sparta.
    Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
    la fuga, il rapimento, gli amplessi
    della spartana sul mare verso Troia?
    Prima fra le prime accanto a Menelao.
    Venerata da Paride al pari di una dea.
    Perdonata in patria da servi e da padroni.
    La colpa cancellata,
    il rispetto e l’onore riaffermati:
    festa per Elena presso gli Spartani,
    le donne vinte invece vegliano i cadaveri.
    Noi siamo qui per Ecuba.
    La sposa che mai accetterà gli scorni
    di quelle dee beffarde, gelose
    delle fattezze carnali di fanciulle
    contese dai guerrieri a suon di lame.
    La madre che tutto perde nell’inganno.
    Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
    Le bende strappate.
    I ramoscelli sacri nelle fiamme.
    La freccia lancinante, il dardo vero
    a insanguinare il cuore
    della Regina d’Ilio in mezzo al fuoco?
    E’ un’idea soltanto. La stessa
    da quando a corte Elena le rubò il trono:
    vinca la cenere, periscano gli eroi.

    Alla bellezza tutto si perdona.

    Lucio, non ti crucciar, sai fare “bello” tutto ciò che tocchi e alla bellezza
    tutto si perdona…
    Grazie ancora a Giuseppe Talìa e Buona Pasqua alle voci della NOE, alle voci extra-NOE e a tutti i frequentatori de L’Ombra delle Parole.
    A Francesca Dono un augurio speciale…. A Giorgio L. anche un abbraccio.
    Gino Rago

    • gino rago

      Gino Rago
      ALLA BELLEZZA TUTTO SI PERDONA

      Commento di Mariella Colonna

      Questa poesia di Gino Rago ci offre una felice occasione per affrontare le tematiche e i percorsi poetici dell’autore in una prospettiva nuova. La novità sta nel presentarci come personaggi-chiave del dramma di Troia, Elena ed Ecuba, che il poeta contrappone in modo scultoreo ombra luce – luce ombra: Elena, adorata a Sparta al pari di una dea per il suo potente fascino femminile che copre l’inganno e “la nuda verità”del suo “misfatto” d’amore, elemento “scatenante” la rovina di Troia; Ecuba la Mater dolorosa, prima ancora che Regina, su cui la rovina di Troia ricade pesantemente travolgendo e distruggendo, oltre al regno, tutto ciò che le è caro: l’anziano marito Priamo, i numerosi figli e l’adorato nipote Astianatte.
      Nel Ciclo di Troia Rago ha dedicato la sua attenzione e ammirazione proprio ad Ecuba (“Noi siamo qui per Ecuba”) che, nell’intenzione profonda del poeta, è l’unica vera protagonista del dramma d’Ilio: donna, madre e Regina è la più vinta tra le donne vinte e fatte schiave dai greci vincitori, ma anche colei che ha celebrato la vittoria del coraggio e della resistenza eroica alla tragedia che l’ha colpita, non travolta. Ma in questa poesia il nostro autore ci ha introdotto nel cuore del dramma antico con una novità sconvolgente e attualissima: la verità su Elena è il prepotente dominio che la bellezza esercita sugli uomini e sui popoli… coprendo però, con il suo fulgore o per inconfessabili ragioni dei “vincitori”, l’inganno (Cleopatra docet!) che in lei si nasconde. Forse a sua insaputa, ma non certo ad insaputa di quella che Giorgio Linguaglossa chiama “La falsa coscienza degli Achei, di Sparta, di Tebe, che, dopo dieci anni di lutti e di stragi, accolgono Elena come un’eroina mentendo a se stessi.”
      Anche Gino Rago è appassionato cultore della bellezza, ma per lui “bellezza”, in una donna, è ben oltre l’armonia perfetta delle forme, dei colori e degli sguardi, in una sola parola comprensiva di tutto è anche… Amore (e dono di sé), da intendere come mani che accolgono e consolano, braccia che si prendono cura dei caduti, pianto che bagna le loro ferite, coraggio di continuare a vivere conservando nella mente e nel cuore la memoria di ciò che, nella sua realtà dolorosa, è diventato Storia e va ricordato ai posteri ansiosi di comprendere il mistero che si cela dietro le vicende del passato.
      A questo punto ci domandiamo con quale “tono interiore” Gino Rago pronunzi la frase, titolo della sua poesia “Alla bellezza tutto si perdona”. Un tono di umana comprensione o di sottintesa condanna?
      Mi sembra che il tono sia ambivalente e quindi più “dentro” i personaggi e gli eventi che ormai sono una cosa sola con colui che li ha rivissuti e che richiedono pietà perdono o eventuale condanna. Il poeta li ha compenetrati a tal punto da esserne partecipe e a sua volta protagonista, condividendo e mettendo in luce, nel bene e nel male, emozioni e sentimenti del dramma: in più, vi ha aggiunto il dono della propria anima.
      La famosa frase di Dostoevskij “La Bellezza salverà il mondo” va completata con un ulteriore pensiero meno famoso ma non meno importante, del grande scrittore russo, che riassumo così: “lo salverà, ma a condizione che il mondo salvi la Bellezza”. Forse la salveranno gli artisti e i poeti ? Credo proprio di sì, purché ricordino che non può essere usata al servizio di interessi che le sono estranei, ma deve essere compresa coltivata e, soprattutto, amata nella sua dimensione ontologica, cioè in relazione ai valori su cui si fonda e mette radici la nostra umanità, gli stessi che danno profondità e spessore alla poesia di Gino Rago. Rarissimo esempio da tenere in attenta considerazione in questi tempi livellati dal pensiero unico.

      Mariella Colonna

  16. Giuseppe Talìa

    Le foto a corredo sono di Federico Forconi, ottimo fotografo, come dimostra il ritratto di Sagredo con “cravatta”, rimaneggiato nel colore dal pittore- artista Lucio Mayoor Tosi.
    In ordine: la prima in occasione della presentazione di Capricci del Poeta Antonio Sagredo. La seconda a casa di Giorgio Linguaglossa (notasi l’autoritratto giovanile di Giorgio pittore).
    Quanto alla mia espressione greve, colta dal fotografo, trattasi di smarrimento per tutti i libri sparsi che abitano la casa e la vita di Giorgio.
    A Memoria.

  17. antonio sagredo

    Cravatta che fu di A. M. Ripellino… me la regalò.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...