POESIE INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Paolo Polvani, Eugenio Lucrezi, Franco Fresi, Fortuna Della Porta, Giuseppe Panetta, Corrado Bagnoli, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro

Magritte elective affinities 1933

Magritte elective affinities 1933

 anna_ventura

Ut pictura poesis. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Ogni natura morta ci parla, parla di noi, che siamo fuori quadro. Essa è assenza che attende la presenza umana, o meglio, è una presenza umana che è scomparsa, ed è rimasta l’assenza. E l’assenza ci parla con il proprio apparire, il proprio essere là.

Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Il coniglio bianco

C’è un coniglio bianco
sulla mia scrivania. Mentre,con la destra,
scrivo, con la sinistra
mi accerto
che il coniglio stia sempre al posto suo:
c’è.
Perché è di coccio,
pesante come un sasso, e nulla
lo smuoverebbe dalle cose
che tiene ferme col suo peso. Perché
questo è il suo compito:
tenere ferme le cose. Un giorno
avvenne un incantesimo:
il coniglio aveva cambiato consistenza:il pelo
era vero,
bianco, morbido e setoso, la codina
si muoveva.
Ci guardammo negli occhi,
io e il coniglio:
eravamo entrambi vivi,ma
non avevamo sconfitta la paura.

Frida

Quando ti hanno estratta dal forno,
Frida,
intatta come se stessi dormendo,
tutte le tue scimmiette
si sono messe a ridere.
Perché è questo,
il loro modo di piangere.

 

lidia are caverni l'anno del lupo

lidia are caverni

lidia are caverni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Are Caverni “L’albero di pietra”

(febbraio 2010)

L’albero di pietra non germogliava
foglie né fiori lungo il viale solo
le radici vivevano abbarbicate al suolo
linfa che penetrava il cuore dilatava
le vene da troppo tempo spente arrossava
le guance ridando giovinezza come in una nuova
emozione potevano le mani protendersi rami
d’improvviso ricoperti di verde l’osmosi
era compiuta mancavano gli uccelli
il tenero levarsi del nido.

*

L’albero di pietra recava ferite
le rughe del tempo troppo aveva
vissuto al margine del bosco
sfidato il vento la pioggia folte chiome
fiorite in primavera ambito dagli insetti
colmo di frutti in estate cercato dagli uccelli
era sceso l’oblio la calcificazione del cuore
si era arrestata la linfa che lo rendeva
leggiadro dure cortecce custodivano
il tronco restavano radici il lento ingravidarsi
di terra.

*

L’albero di pietra sfidava il tempo
tacevano gli umori dei rami i nodi che
generavano germogli protendendolo al cielo
non aveva più occhi per guardare
lo svolgere dei giorni le notti fredde
irrorate di stelle gli insetti andavano
altrove il becchettio degli uccelli o nidi
per teneri scoiattoli denti che foravano
boscaglie macchine calpestavano radici
ignorando il suo vivere lo spento fluire di vita.

*

Sull’albero di pietra erano stati
tracciati nomi che il tempo non
cancellava piccoli cuori trafitti
ricordo di antichi amori gelosamente
li custodiva come fosse teca che nel ventre
ospita il frutto da lasciar cadere in estate
perché il suo essere restasse a guardare
radici il timido affiorare del germoglio
che gli avrebbe donato vita silenzioso
scorrendo nel suolo lucido serpente che
la sua preda cerca.

 

Wallace Stevens Coffee Oranges 

Paolo Polvani

Paolo Polvani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Polvani

Mela e bottiglia negli occhi di un gatto

Certi giorni la casa approda a un’immobilità perfetta.
Sul tavolo il gatto naufragato nel sonno dischiude
l’incandescenza dello sguardo e nelle pupille nasce
la mela addormentata nel rosso; affoga
dentro un vuoto di parole, un velluto di quiete;
divampa un verde di bottiglia ormeggiato sopra la tovaglia
in un porto privo di suono, muto di onde,
che affonda in una tranquilla polvere.
La casa si nutre del suo silenzio. Angelo
custode è un gatto.

 

Cosa accade alla casa
quando esco sbattendo la porta

Ci sono parole che ancora volteggiano nell’aria
prima che i loro vuoti involucri si adagino
in un residuo di polvere lungo le pareti.

Piccoli insetti diventano padroni del silenzio.
La poltrona trattiene il vuoto della forma, i quadri
mantengono un rigido riserbo.
Sul pavimento lucido un filo parla la lingua dell’esilio.
La finestra registra il profilo delle nuvole.
Il frigorifero senza preavviso si mette a borbottare.

Si assiste alla declinazione degli oggetti
durante la parabola del sole. Nella luce
si affaccia una pantofola, cerbiatta
timida prossima alla consunzione.

Il suono del postino irrompe nel vuoto della casa,
lo riempie di uno splendido interrogativo.
Il clamore del traffico accarezza le sedie in cucina.

Nei bagni le tubature se ne infischiano delle voci
dei vicini ed emettono brevi gorgoglii, guaiti
appena pronunciati, sospiri, soffi.

Forse risuonano dei passi, forse una vecchia paura
ancora aleggia nelle stanze.
Le tovaglie conservano i loro vividi colori.
Ci sono dita che si attorcigliano all’attesa.

 

natura morta di Van Gogh 1887

natura morta di Van Gogh 1887

 

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

Eugenio Lucrezi

Turner alla Tate Britain

In un punto centrale del tragitto
tra il molle autoritratto a ventiquattro
anni e la maschera secca che lo ferma
morto anni dopo e dopo molti venti,
nebbie e tempeste, un acquarello
ritrae due tinche, un persico e una trota
composte in lieto stile e in armonia
di cose morte che sono state vive.
Chiaroscuro aggraziato, quasi non
reminds the gap che esiste tra i due stati.

 

Ofelia (campanula)

Théodore Agrippa D’Aubrigné, Que de douceurs d’une douleur!

Dopo la brina, dentro la rugiada,
fai capolino, timida campanula,
spunti, reclini il capo e muori, cadi
vivida ancora e vai nella corrente,
povero San Giovanni decollato,
povera Ofelia senza la corona,
non sei bella da morta, né decente,
nessun pittore ravviva la tua grazia,
nessun serto di spine sul tuo capo,
povero fiore, povera campanula!

wallace stevens harmonium 1

Franco Fresi

Franco Fresi

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Fresi

Dopo la tempesta.

…e come contraltare
allo scampato pericolo,
il piccolo equipaggio della Roma
80 un freddo sorseggia
torbatino algherese al bar del porto.

Borbotta il mare scampoli di risacca
contro la banchina di ponente.
Non è buono il mare. Né cattivo.
Non pensa. Ci si può innamorare
perdutamente, ma non fidarsene.
Anima ermafrodita lo fa instabile.
Calmo,
può essere felice e generoso,
ma nell’ira il mare è solitario.
Non vuole testimoni alla sua lotta
con il vento, nemico e cantastorie.
Non sopporta
che uomo o elemento
turbi la sua regale indifferenza.

Efisio di Villacidro
li ha dipinti sulla vela
quella paura livida e quel tuono
d’onda. Ne ho colto
di trascorse bonacce il pentimento
e d’altri tùrbini furibonda minaccia.

L’anima vegetale dei colori

Nel ricordo di un’ora di tramonto
il sole rosso come la tua bocca
t’insanguina il sorriso mentre stacchi
dal ramo spoglio l’ultima albicocca.

Sulla tela coetanea

resiste fioco il verde di una foglia
che ogni giorno immagino caduta
al mio risveglio perché sia completa
l’assenza che ti assegna ad altra vita.
Ma tenace trattiene
l’anima vegetale dei colori
la foglia e in vuoto d’immatura luna
il morso dei tuoi denti di grandine.

 

fortuna_della_porta Fortuna Della Porta

Usura del tempo
lì il piatto trabocca di pesche.
Accantonate stagioni
colate di ambra,
paiono infilare perle al raspo
indorare l’arancia.
Il peccato di sangue dell’anguria
Irraggia la carne.
Sulle resine marmorizzate
zirlano api.
Crepitano stagioni inconfluenti.
Inerme il libro della vita s’apparta.
Onnivoro, a destra, un cranio.

*

Statico guizzo di pesci
scroscia un geranio
l’ostrica ha sugo di baci.
Un calice non basta all’ altrove
di marine traslucide.
La prima innocenza deragliata
la giovinezza stazione senza nome
solo dal tessuto del tavolo
ancora s’intravede la grazia.
Tra le branchie stupite,
se pure il giglio irraggia metafore
un rovinio di scaglie, lustre di oracoli.

 

pasternak 1

Giuseppe Panetta

giuseppe panetta

Giuseppe Panetta

Canestra di stelle

A Soho ho visto più stelle
che in un planetario.
Ognuna d’esse lasciava una scia
di grappoli subliminali
condensati in corpi perfetti.

A Barcellona le stesse rotolavano
per le Ramblas, mele verdi
con chioma e coda
come balletti d’una singola apparizione.

A Firenze i parametri orbitali
segnano sciami griffati
nella limonaia d’una qualche stella maggiore
e bruciano nel vento solare
come le lacrime di San Lorenzo.

Ghirlanda

Questi doni ho in tasca per gli ospiti
fiori freschi e frutta secca, qualche tribolo
uno spicciolo di fortuna e un bottone
del polsino della camicia di forza
che indosso alle feste di piazza.

 

 

corrado bagnoli

corrado bagnoli

Corrado Bagnoli

Campo Paradiso è un ritaglio di faesite,
misura trentotto centimetri per cinquantatre,
chi l’ha visto gli dice che può già fare una mostra
in una Brianza che sta a due passi dalla sua,
in una sala che ha intorno vie e fabbriche grigie
e biciclette che portano operai e automobili
che sanno di nuovo e disegnano viaggi alla fine
di un prato. Lui il prato l’ha avuto in regalo
in un giorno caldo che gli bruciava dentro
gli occhi, tra la stazione e la casa. C’è
una fascia di luce che lo attraversa, che tira
i confini del grano, che ci sta quasi sospesa.
E’ un cielo rivoltato la terra, una frustata
negli occhi e nel cuore. Insieme alle altre
che stanno appese alle pareti, per la sua
prima mostra. C’è già dentro un segreto,
un togliere via tutto il troppo, ma non basta:
c’è uno scarto, che è quello che la vita
ti fa fare anche oltre quello che pensava
il maestro. Lui l’ha visto questo campo così,
come se si fosse sdraiato nel cielo a guardare
in basso: è dalla fine che comincia il quadro,
dentro uno sguardo finale e fatale. Ma in più
c’è, anche dentro un disegno già chiaro,
un imprevisto, qualcosa oltre l’intenzione,
a cui bisogna obbedire. Questa obbedienza
dello sguardo alla cosa, questo essere docile
dentro il furore è il sigillo che sta nelle sue mani
che, dopo lo sguardo, accolgono ancora,
come in una doppia maternità: lo sguardo
la cosa, la sua luce; le mani, invece, la materia
che quella cosa ora è diventata nel quadro.
L’albero scarno, il ramo, la foglia annullata
nella sua trasparenza, continuano a tenere
un segreto, anche quando gli si rivela tra le mani.
C’è già un’ansia, gli dice il maestro venuto
per la sua mostra: la trama della pianta è già
la tela, la carta dentro cui il mondo accade
e si nasconde. Non c’è nessuna domanda
sulla materia che non sia sul mondo, gli dice.
Non c’è nessun volo qua dentro. Che la parola
giusta è esplorare: portare fuori il pianto
e la pietà di cui è pieno il mondo e viverci
dentro con affetto e distacco, con lo sguardo
e le mani. Il resto verrà dentro questa accoglienza,
che ha imparato dal tremore di sua madre,
sulle gambe incerte, con le braccia e le mani
nodose. Il resto è tutta quella misericordia,
sovrabbondanza, regalo doppio, bellezza da farsi
ferire, da cui ci si deve lasciare attraversare.

*

I quadri si tengono dentro tutto: lo sguardo,
il luogo perduto, attraversato dalle lettere
come un libro e il libro poi dalle stelle.
Il libro è soltanto un segno, le stelle lampi
di luce soltanto o una croce che si accende
dentro e oltre il margine, da un silenzio.
Il paese perduto, quello che ha letto negli occhi
di Giovanni, quel luogo senza luogo
che non ci abita più, è diventato un campo
che se apri il libro si distende sotto un rettangolo
di cielo. Poi quel cielo si scambia col prato,
campeggia nel nero sotto un’ala o una croce
che è un taglio luminoso, si fa silente, luogo blu.
E tutto il silenzio convoca i segni, fiori
che si aprono e si chiudono dentro la legge
di un respiro senza misura; e dentro il silenzio
sono radunate le stelle, a disegnare una mappa,
un passaggio che ha qualche volta forma
di croce, un paesaggio scritto a volte solo
da una riga che strappa un cuore appeso
a un filo, poi il filo ritorna la riga di un libro,
di una lettera muta o alle stelle, una lettera
antica. In ogni quadro è convocato ogni gesto,
ogni segno, viene invocato di nuovo un angelo,
la sua dimora, la nostra. Forse è così che nasce
la casa dell’angelo. Dietro, da prima, queste
quattro mura stanno fra ali bianche; poi la casa
è di nuovo il libro con due gocce di blu
che trapassano tetto e parete, con un cuore
ferito appoggiato al pavimento.

 

antonio spagnuolo

antonio spagnuolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Spagnuolo

In memoria di Elena

Nebbia

Oggi ritorna la tua voce nel grigio della nebbia
e il golfo trema per la solitudine:
un incontro perduto.
Per acqua scivola ultima luna,
prima che la luce addolcisca la materia
e le frecce disvelino plasmando
luoghi dei giorni aperti ai tuoi colori.
Correvi nel solco di un amore ancora da scoprire,
quasi a riprendere l’ultimo sorriso
nel vermiglio del tiepido orizzonte.
Come fruscio di ali, sempre delicato,
hai rimandato i sogni
in musicali accenni,
come la svelta tua mano di fanciulla
nel ritorno di melodie repentine.
Improvvisamente si sveglia il giorno
ed il racconto che tessemmo
non ha mai fine.
Il tuo ultimo abbraccio ha la dolcezza
di docili memorie e mi costringe
alla febbre segreta.

Un tempo

Quando rivedo gli alberi che un tempo
nidiavano di uccelli ed ora spogli
svelano gli anni, quasi spettri attenti,
fuori stupore, fuori dal canto accorto,
fuori tempo, ascoso, chiudo l’amaro
cercando di scoprire impronte di ricordi.
Confondo foglie, evanescenti ritorni,
fantasie animate da una stretta
surreale
che muta lo stupore nel gioco dei vent’anni.
Meticoloso delirio la strada
che ripete nuovi insulti, tra mura imbiancate
e cancelli di ruggine.
A formare rovine ecco sospese le ciglia
perché possa inseguirti
nell’invenzione della natura ignara,
sino a sciogliere ancora la rugiada
che l’alba ha in tradimento.

 

Raffaele Urraro

Raffaele Urraro

 Raffaele Urraro

le parole incatenate

le parole incatenate
sono chiuse nello scrigno delle cose
e aspettano chi apra la cassetta
per riprendere il volo
nell’aria delicata del mattino

solo le parole libere
non intristiscono il cuore
perché spinte dal sole
fuggono dalle tenebre della notte
e vanno tra la gente
a respirare il profumo delle cose

oh! indispensabile libertà delle parole

 

mentre lentamente il sole sale

mentre lentamente il sole sale
la nebbia s’infittisce sopra il mare
e intorno si spande un’aria
incolore che intristisce il cuore

allora la vita è più pesante

anche il volo del gabbiano
sembra più lento e impacciato
chissà per quale peso che si posa
nel suo inconscio insondabile e oscuro

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica .Collabora a riviste specializzate ,a quotidiani, a pubblicazioni on line.
Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la Tabula Fati di Chieti.
Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.
È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004.

Lidia Are Caverni, nata a Olbia il 3/11/41, ha trascorso infanzia e adolescenza a Livorno, da molti anni risiede a Mestre. È insegnante elementare in pensione.
Ha pubblicato tredici libri di poesia, tra cui “Un inverno e poi…” 1985; “Nautilus” 1990; Il passo della dea 1999; Fabulae linguarum 2000; Le montagne di fuoco 2005 con la prefazione di Giorgio Linguaglossa; L’anno del lupo 2006 con la prefazione di Walter Nesti; Animali e linguaggi 2006 con la prefazione di Michele Boato; Il prezzo dell’abbandono 2009 con la prefazione di Pietro Civitareale; Fiore bianco notturno 2010 con la prefazione di Giuseppe Panella; Colori d’alba 2010 con la prefazione di Franco Manescalchi.
Di racconti: Il giorno di primavera1992; La fucina degli dei 2000; Il satiro e la bambina 2000; L’albero degli aironi 2004; I giorni del breve respiro 2007 racconti autobiografici. Romanzi per l’infanzia “Clotilde e la bicicletta” 2000; Il pesce verdino 2009. Romanzi: I giorni dell’attesa col mio libro di Repubblica. Un breve saggio sul linguaggio nella scuola elementare: Discorso sul linguaggio.

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:
Nuvole balene, ediz. Antico mercato saraceno, Treviso 1998; La via del pane, ediz.Oceano, Sanremo 1999; Alfabeto delle pietre, ediz. La fenice, Senigallia, 1999; Trasporti urbani, ediz. Altrimedia, Matera 2006; Compagni di viaggio, ediz. Fonema, Perugia 2009; Gli anni delle donne, e-book, edizioni del Calatino, 2012; Un inventario della luce, ediz. Helicon 2013. Sue poesie sono state pubblicate da numerose riviste. E’ presente nell’antologia Dentro il mutamento, edito dalla casa editrice Fermenti nel 2011 e in numerose antologie tematiche, tra cui Il ricatto del pane, ed. CFR, Rapa nui, ed. CFr, e 100 mila poeti per il cambiamento, Albeggi editore.
Ha vinto diversi premi di poesie. E’ tra i fondatori e redattori della rivista on line Versante ripido, che pubblica alcuni tra i poeti più interessanti del panorama letterario italiano e internazionale.

Eugenio Lucrezi è nato a Salerno nel 1952. Svolge la professione di medico. Si è occupato attivamente di musica, suonando con band napoletane. Ha pubblicato le raccolte poetiche Arboraria (Altri Termini, Napoli, 1989); L’air (Anterem, Verona, 2001) e il romanzo Quel dì finiva in due (Manni, Lecce, 2000). Suoi scritti sono apparsi in numerose riviste letterarie, quotidiani e settimanali.

Paolo Francesco Fresi (noto Franco), nato a Luogosanto (Tempio Pausania) il 06.06,1939, dove vive in via L. da Vinci, 7. E-mail: francofresi@tiscali.it. Una buona parte della produzione letteraria di Franco Fresi è legata al mondo della scuola, per la quale ha scritto molti testi didattici: (assieme a Barbara Fenu, sua moglie), Il maestro bandito, Manzuoli, Firenze, 1972 (tradotto in gallurese e in logudorese);in collaborazione con Domenico Antonetti e Luigi Cecchini, Pastori come 2000 anni fa, La Scuola, Brescia, 1977, II edizione 1980; Sardegna un’isola rubata?, La Scuola, Brescia, 1977; Ci credono tutti? Riti, credenze, superstizioni del popolo di Gallura, La Scuola, Brescia 1978; Campi incolti e case vuote: l’esodo dalle campagne, La Scuola, Brescia, 1977, (II edizione 1979). Ha scritto anche un libro di racconti per bambini, La Valle della Luna e altri racconti di Sardegna, La Scuola, Brescia, 1979 (seconda edizione 1984). E un piccolo saggio (la sua tesi di laurea) su come si può insegnare a scrivere versi anche ai più piccoli: Il maestro, i bambini, la poesia, Eldoneio, Padova 1995. Ha pubblicato dieci libri di poesia, due dei quali, A innommu di lu ‘entu, In nome del vento, Janus, Cagliari, 1987, ed Ea di casa, Acqua domestica, Magnum, Sassari, 2002, nella variante gallurese della lingua sarda. In italiano ha scritto Coincidenze, Edizioni Della Torre, Cagliari, 1980; L’ancora e la memoria, Edizioni Della Torre, Cagliari, 1985; Epigrammata e versi d’amore, con (collana diretta da Giacinto Spagnoletti, Lacaita, 1989),; Canti d’acqua e di terre, Soter, Sassari, 1995, che è stato tradotto interamente in ungherese. Ha pubblicato nel 2000 con “I Quaderni del Circolo degli Artisti”, Faenza, Del dormire, la sera. Fa parte della redazione della rivista di poesia e ricerca Il Monte Analogo.

Fortuna Della Porta ha pubblicato sei raccolte di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio -2003- Diario di minima quiete, ed. LietoColle -2005-; Io confesso, ed. Lepisma –2006; Mulinare di mari e di muri, ed. LietoColle, 2008; La sonnolenza delle cose, ed LietoColle, 2010; Gramaglie e Frattaglie, ed. LietoColle, 2011; Metafisica dello zero, ed. LietoColle, 2012; Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Suoi testi in antologie, tra le quali William Shakespeare, I sonetti, patrocinata dall’università di Berlino. In prosa: Scacco al re è opera teatrale per le edizioni Carta e Penna, 2006. I racconti: Ritratti, Oèdipus edizioni, 2007 e-book: Labirinti, e-book, kultvirtualpress, 2007; La casa di Gaia, La Recherche, 2012

Giuseppe Panetta, nato a Melito di Porto Salvo (RC) nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013.

Corrado Bagnoli laureato in filosofia, è insegnante di lettere nella scuola media. Dal 2004 è curatore della collana di libri d’arte “Fiori di Torchio” editi dal Circolo Culturale “Seregn de la Memoria” ; è redattore della rivista “La Mosca di Milano” e della collana di poesia, saggi e traduzioni “Sguardi” delle edizioni La Vita Felice. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Uichendtuttoattaccato (romanzo, Edizioni Joker, 2003); “Ti scriverò un paese”( poesie, Il bosco d’acqua, 1998); Terra bianca (poesie, Book Editore, 2000); Nel vero delle cose (poesie, Book Editore, 2003); Fuori i secondi (poema con versione dialettale a fronte di Piero Marelli, La Vita Felice, 2005), recentemente pubblicato per i tipi di Arché in una nuova edizione scolastica; La scatola dei chiodi (poesie, La Vita Felice, 2008);In tasca e dentro gli occhi (poesie, Raffaelli Editore, 2009); Casa di vetro (poema in tre quadri, La Vita Felice, 2012). Sue poesie e suoi saggi compaiono in numerose riviste e in varie opere antologiche tra cui ricordiamo qui La poesia e la carne, a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari, La Vita Felice, 2009.

Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Dirige la collana “l’assedio della poesia”, e la rassegna “poetry wave” in internet . Ha pubblicato in poesia : “Ore del tempo perduto” – Intelisano – Milano 1953 “Rintocchi nel cielo” – Ofiria – Firenze 1954, “Erba sul muro” – Iride – Napoli 1965 – “Poesie 74” – SEN Napoli 1974; “Affinità imperfette” – SEN Napoli 1978 – “I diritti senza nome” – SEN Napoli 1978 – “Angolo artificiale” – SEN Napoli 1979; “Graffito controluce” – SEN Napoli 1980 – “Ingresso bianco” – Glaux Napoli 1983; “Le stanze” – Glaux Napoli 1983 – “Fogli dal calendario” – Tam-Tam Reggio Emilia 1984 – “Candida” – Guida Napoli 1985 – “Dieci poesie d’amore e una prova d’autore” – Altri Termini . Napoli – 1987 Infibul/azione” – Hetea – Alatri 1988 , “Il tempo scalzato” – All’antico mercato saraceno – Treviso 1989, “L’intimo piacere di svestirsi” – L’Assedio della poesia – Napoli 1992; “Il gesto – le camelie” – All’antico mercato Saraceno – Treviso 1992, “Dietro il restauro” – Ripostes – Salerno 1993, “Attese” – Porto Franco – Taranto 1994 – illustrazioni di Aligi Sassu; “Inedito 95” inserito nell’antologia di Giuliano Manacorda “Disordinate convivenze” L’assedio della poesia – Napoli, 1996. “Io ti inseguirò” (venticinque poesie intorno alla Croce) – Luciano Editore, Napoli 1999; “Rapinando alfabeti” Napoli 2001; “Corruptions” – Gradiva Pubblications – New York . 2004; “Per lembi” – Manni editori – Lecce 2004 “Fugacità del tempo”, Lietocolle, 2007 – Misure del timore. Antologia poetica dai volumi 1985-2010 Kairòs – 2011 – Fratture da comporre Kairòs – 2009, La mia amica Morel e altri racconti Kairòs – 2008
Fugacita del tempo LietoColle, 2007 Io ti inseguiro. Venticinque poesie intorno alla croce
Luciano, 1999, Candida Guida (Napoli) – 1985

Raffaele Urraro è nato e vive a San Giuseppe Vesuviano. Dopo aver insegnato Italiano e Latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario. Giornalista pubblicista, collabora a molte riviste; ha pubblicato numerose raccolte di versi, opere di saggistica, ricerche sulla cultura popolare, e, in collaborazione con Giuseppe Casillo, antologie latine per le Scuole Superiori e una Storia della letteratura latina.
Raccolte poetiche pubblicate: Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980, poi Marcus Edizioni, Napoli 2008; La parola e la morte, Loffredo, Napoli 1983; Calcomania, Postfazione di Raffaele Perrotta, Loffredo, Napoli 1988; Il destino della Gorgonia – Poesie e prose, Loffredo, Napoli 1992; Anche di un filo d’erba io conosco il suono, Prefazione di Ciro Vitiello, Loffredo, Napoli 1995; La luna al guinzaglio, Saggio critico di Angelo Calabrese, Loffredo, Napoli 2001; Acroàmata – Poemetti, Loffredo, Napoli 2003; Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009; Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011; La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014.
Opere di saggistica: Poiein. Il fare poetico: teoria e analisi, Tempi Moderni, Napoli 1985; Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki, Firenze 2008; La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2011.
Opere di cultura popolare: ‘A Vecchia ‘Ncielo – Proverbi e modi dire vesuviani, 2 voll., Loffredo, Napoli 2002; ‘A ‘Mberta – Canti e tradizioni popolari dell’area vesuviana, 2 voll., Marcus Edizioni, Napoli 2006.

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5 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

5 risposte a “POESIE INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Paolo Polvani, Eugenio Lucrezi, Franco Fresi, Fortuna Della Porta, Giuseppe Panetta, Corrado Bagnoli, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro

  1. grazie per aver pubblicato due mie poesie. è per me un onore.
    oltre che un piacere la compagnia di poeti riconosciuti e stimati.

  2. Canestra di stelle di Giuseppe Panetta, ovvero della stupita mobilità degli occhi rispetto alla fissità delle stelle.

    • Giuseppe Panetta

      Grazie Almerighi. Io che non ho sodali, non per spocchia ma per timida diffidenza, quelle stelle nella canestra le ho osservate seduto sulla “stessa sedia lasciata libera un momento.”

  3. Giuseppe Panetta

    Amo il mare e nello stesso tempo lo temo fortemente. Nato e cresciuto sullo Jonio mi manca da morire in questa città, Firenze, che sciacqua i panni in Arno. Il mare. Ne comprendo meglio la sua natura dopo la tempesta di Franco Fresi.

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