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AUTOANTOLOGIA DELLE POESIE di LEOPOLDO ATTOLICO con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – l’assunzione di una linea ironico-colloquiale

vigolo roma Leopoldo Attolico, (Roma, 5 Marzo 1946), è autore di sei titoli di poesia e di quattro plaquettes in edizioni d’arte. Ha collaborato e collabora alle principali riviste letterarie. E’ stato redattore di Poiesis e lo è attualmente di Capoverso. I suoi titoli di poesia:
Piccolo spacciatore, Il Ventaglio, 1987 – Scapricciatielle,
El Bagatt, 1995, compendio di poesia performativa, con una nota di Vito Riviello e due chine di Giacomo Porzano, premio Franco Matacotta . – Calli amari, Edizioni di Negativo, 2000; Mix , signum Edizioni d’Arte, 2001, con sette disegni di Ermes Meloni; – Siamo alle solite, Fermenti, 2001, con prefazione di Giorgio Patrizi e due chine di Giuseppe Pedota – I colori dell’oro, Caramanica, 2004, con una nota di Giuliano Manacorda; – La cicoria, Ogopogo Edizioni d’Arte, 2004, con due chine di Cosimo Budetta; Mi (s)consenta , Signum Edizioni d’Arte , 2009, con sette opere di Ester Ciammetti – La realtà sofferta del comico, prefato da Giorgio Patrizi, con post.ne di Gio Ferri, Aìsara, 2009
leopoldo@attolico.it  –  www.attolico.it

Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

Giuseppe Pedota Panorama di pianeta spento, anni Novanta

 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Un autore significativo della linea derisoria del senso, di ogni senso, che ha iniziato nel 1987 con Piccolo spacciatore, è il romano Leopoldo Attolico il quale opera una discesa culturale dal piano «alto» dei linguaggi maggioritari al piano «basso» di quelli minoritari. Le opere degli anni Zero sono emblematiche di questa impostazione: I colori dell’oro (2004) e La realtà sofferta del comico (2009) sono opere che scavano senza reticenze nelle finzioni perbeniste della buona società letteraria. La scoperta di Attolico è molto semplice: l’assunzione di una linea ironico-colloquiale deriva dalla presa di distanze dall’inquinamento acustico e ottico della società letteraria romana (e non solo). Scelta chiara e definitiva. Caustici e frizzanti sono i suoi “commenti” a certi personaggi della poesia romana. La poesia di Attolico si ciba, come un corbaccio, dei materiali di risulta, degli escrementi, degli avanzi dei pasti consumati dalla buona società piccolo borghese, che preferisce guardarsi attraverso lo specchio blindato dei suoi esponenti letterari più vistosi. Di qui le esilaranti frecciatine e le punture di spillo del poeta romano».

La cima del cipresso
dall’ altra parte del palazzo
dice di no, e continua:
“Così non va! Dà una sterzata alla tua vita”
par che dica
“adesso è già passato!”

Ma a un dipresso … ecco rispuntare il cipresso di
Rio Bo
E la vita perbacco, la mia vita?
Incantata di fronte ad una stella di carta».*

Dunque, poesia giocosa o poesia derisoria? Ai posteri l’ardua sentenza. Ebbene, in questo dilemma si è giocata la partita della poesia di Attolico, sempre sul punto di proseguire la sua poesia «giocosa» di derivazione vito riviellana, oppure, sterzare verso uno smaccato tono derisorio dei vizi e dei patemi della società di corte della poesia italiana. Personalmente, avrei preferito che il poeta romano scegliesse con più decisione la via del fustigatore dei mores, invece Attolico è rimasto sempre legato ai semitoni della leggerezza e della sua personale visionarietà.

* Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013)Società Editrice Fiorentina pp. 150 € 14

Paul Klee

Paul Klee

TEMPORALE A VIA DEL BABUINO

Dove mai avrà cacciato la gente
questa Via del Babuino in grembo d’acqua
e starnuti improvvisi di grondaia ?
Forse a quota periscopio
forse dietro il rovescio di una fuga
con il naso contro il vetro…
C’è un silenzio bagnasciuga
in attesa dell’attacco degli indiani,
è questione di minuti, quindi spiovo di conserva;
ho un ricordo da salvare:
è il ciac ciac un po’ vetusto
di scarpette tre stagioni
sorvegliato da calzoni alla zuava
a tutt’oggi non ancora digeriti.
Son zuavi, per fortuna
e mi portano a passeggio
anche un gruppo di pensieri
che sgambettano su in alto:
dan del tu ad un cielo d’affezione
che da grigio trasgredisce intraprendente
galoppando e cappottando senza fretta
dalle parti dell’azzurro

Da Piccolo spacciatore, 1964-1967, Il Ventaglio Editrice, 1987

Leopoldo Attolico ilparolaioTOP

GLI ANNI ’50, DEL POCO E DEL TANTO

Quando eravamo povera gente
avevamo in tasca una vita alla grande,
la sublime pochezza di vivere insieme
quattro parole di fila, da non interrompere.
Avevamo pudori irrisolti da caccia alle streghe
ma l’alibi di fare felice la gioia per forza d’inerzia:
c’era sempre nel mondo una ruota di giostra
con precise pretese, e il dovere era in piena
per farvi salire la gente senza tema di scendere.
Bastava tentare la vita
e lei rispondeva, ogni volta
con natura di luce possibile, comunque sovrana.
Ciaveva (*) le antenne:
sapeva capire e fare di conto con chi la cercava
appena quel poco al di fuori del mondo
per calarvi la poesia di un minuto e ricominciare
-d’accapo, a chiamarla per nome

(*) “Aveva”, in romanesco

leopoldo attolico

leopoldo attolico

BOOMERANG ANOMALO

Quando Federico Garcia mi staffilò ( sarà stato il ’60 )
“Cordoba, lontana e sola”ecc.ecc.
io mi trovai – d’emblée- davanti a Cordoba
come può accadere all’attor giovane
buttato in scena alla viva il parroco
con uno spintone nella schiena.
Il fatto che fosse “sola”, era questo il punto:
nel senso che Cordoba mi guardava – tutta occhi
e silenzi-
e si aspettava di vedermi all’altezza della situazione,
con fiato e sangue sufficiente- voglio dire-
per mettermi il suo cuore dentro al petto
senza tante storie, tipo feeling galoppante:
insomma, un fatto d’elezione ma a tamburo battente;
innamoramento e amore

Andò a finire che Cordoba rimase dove era
ancor più sola di prima
per non so che magia di copione.
Me la cavai con un boomerang di carta innamorata
lanciato a tutta forza, surplus di stratagemma
ma a scoppio ritardato: Cordoba aveva capito- e come!-
che m’ero preso una cotta, ma non lo voleva mollare.
Per ritornare- ‘sto boomerang – ci impiegava una vita

Da Il parolaio, Campanotto, 1994

Leopoldo Attolico icoloridelloroTOP (1)

SUMMER TONF ovvero TUTTI AL MARE

Se fate mente locale
converrete che legato a doppio filo
con la fisiologia lunatica dei versi
c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.
E’ lì, e noi ce lo guardiamo
implosi e circospetti, come un reperto lavico
fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio
confitto in un riverbero d’assenzio
cui piace sempre di esser corteggiato…

Poi, quando si rinnova la scommessa
col verso sciagurato e si è metabolizzata
la stralunata ameba,
arriva puntuale il carico da otto
a ribadire l’osceno contropelo:
non è più questione d’amore o disamore
e l’impossibile fiaba d’assolutezza amorosa
deflagra silenziosa nella biro
come quando cade un Governo in Italia
a Ferragosto:
tra disimpegno e fervore vacanziero
un tonfo troppo sordo per sentirsi
ed essere sentito

La Musa, abbandonata sul maggese
è rimandata a settembre in italiano

Leopoldo Attolico La realtà sofferta del comico (1)

ESTERNAZIONE – (orsù, alle urne! )

Ma è mai possibile che chi rappresenta la malattia
si faccia avanti nelle vesti del medico
e si consideri la migliore medicina?

Potrei ancora capire patrizia valduga
con i suoi medicamenta in salsa claustrofobica
così indicati per gli esaurimenti nervosi,
ma no davvero la democrazia scudata/scudettata
da decine di campionati di egemonia borbonica
e di dieta mediterranea callipigia e vincente
ma così poco nazional popolare!

Sta di fatto che il Moloch non demorde
e sedimenta la sua regola ineffabile:
divergenze parallele e contratto acrobatismo verbale
per allarmare ad hoc le sicurezze della gente,
a dimostrazione che la geometria è un’opinione
e può condurre a strabismo
ma è sempre il viatico migliore
per un supplemento di gioia a venire:
il proficuo perpetuarsi della specie in progressione
aritmetica
e l’animata polifonia delle voci
che ne legittimano l’esistenza: diciassette partiti
in assetto di guerra, altrettante occasioni per chiedersi
come caspita si sia riusciti a suo tempo
a fare l’Unità d’Italia

Da Scapricciatielle, Edizioni El Bagatt, 1995

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

STRANI COGNOMI – a Cicci de sellero (*) di Mauro Marè

Come si può non voler bene
-così, istintivamente
ad un Pasquale Sellerone
con quell’accrescitivo fresco verde fruttato nel cognome
e la florida pienezza di quel nome
che ti riempie la bocca …

Come si può non collegare
un’immagine ad un nome;
senza timore di sprecare nulla
e andare oltre la mera suggestione d’una fisicità
che è la prima a chiamarsi per nome ( e per cognome )

Accade quindi così -spontaneamente-
il fascino misterico del transfert mesenterico:
dal diaframma al cervello, per qualche golosa ragione
che si arrende
alla delibazione del cuore e della mente

oh, sellerone !

(*) “Cespi di sedano”, in romanesco

diabolik-eva-kant

diabolik-eva-kant

IL PODOLOGO DI RANGO

Di suo
il podologo di rango
ci mette autentica vocazione
fibrillazione dei quanti
che è ragionare con i piedi
a passi felpati, discreti
ed indagare fisiognomica geografie e sintomi
affabulando con il “tu” più disarmante,
sapido escamotage per ottenere di più senza imbarazzi

Può accadere che la melopea delle sue domande
si infiammi per un bel piede o per un coacervo di calli
come è giusto che sia
perché in realtà i suoi interlocutori sono i piedi,
non il paziente:
( per me si va nella città dolente
è epica deambulatoria/sussultoria
che lui non dimentica mai nei suoi colloqui ad personam)

E quando il panneggio sonoro dei pizzicotti
degli smanettamenti e delle gentili turbolenze
raggiunge l’acme liberatorio,
il podologo di rango non si rilassa né esulta più di tanto:
rimane partecipe ma periferico, adiacente
come dopo un’amabile guerriglia tutta di piedi
tra fanterie surriscaldate ma non definitivamente pacificate,
irrimediabilmente pedestri

Da Siamo alle solite, Fermenti Editrice, 2001

*

E’ la terra che si veste di te
della tua gonna a fiori;
perché sei tu la gemma stravistosa
nel suo giardino a sciarpa,
il crescendo di gioventù
che lo respira bocca a bocca

E quel tuo andare leggera
è una ferita che non guarisce più;
come l’amore
quando stilla sul mondo un batticuore
e poi s’inciela

Da I colori dell’oro, 1975-1987, Caramanica Editore, 2004

*

Poeta, dove vai?
Come un asse da stiro
non sai mai dove metterti
dove ti metti impicci
nei secoli dei secoli
la tua ubicazione domestica
è una ipotesi che non si addomestica mai
è un vitalizio di precarietà
un destino di provvisorietà
di inadeguatezza nomade, zingaresca
quando infesti casa con i tuoi libretti
con i tuoi foglietti
con la tua poetry à porter
e nel turbine collezioni rimbrotti
mugugni, qualche volta anatemi
quando va bene teoremi di fulgidi sfottò

Ma i tuoi angiomi cartacei immedicabili
marcano il territorio e non ne vogliono sapere.
Sono squilli teneri di neve
in un falò

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Lichtenstein-Quadro-stampa-su-tela-Telaio-50×100-vernice-effetto-pennellate

ALLEGRIA!

(…) verrebbe proprio voglia
di prendersi un po’ di ferie dalla storia,
dalle responsabilità;
portare alle estreme conseguenze
il senso della privacy: darsi morti

E allora
un modo per dirsi addio
potrebbe essere quello di tornare
una sera di prim’estate, al tocco
in una Via della Pilotta deserta,
nella sua luce ametista rincontrare
la matura guagliona mille lire mezz’ora
di trent’anni prima,
dirle ancora
in punta di febbre e di scirocco
-Hai del fuoco bambina?
per risentirla stormire
-Sei così ragazzino morè
sai non è mica un gioco

Da La realtà sofferta del comico, Aìsara, 2009

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ di Paolo Ruffilli, Valentino Campo, Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Luisa Colnaghi, Giuseppina Di Leo, Leopoldo Attolico

buenos aires

buenos aires

Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia tra Atene e Gerusalemme, tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione. «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Andante

Nel porsi in viaggio,
prendendo prima
le distanze e tutte le
misure che si può,
considerato l’angolo di fuga
e quello di deriva andante
dentro il vuoto…
la curva sghemba
della deiezione,
lo scarto imprecisato
del destino.
All’imprevisto che è
legato al moto,
la ragione ha imposto
antidoto di linee rette:
orari, termini, binari.
Contro i rischi dell’ignoto.

 

In viaggio

Nel gioco mobile
di specchi
sogno e realtà,
moltiplicandosi
nell’effetto miscuglio
– cocktail o frullato,
intruglio o elisir –
hanno inventato
ed, ecco, rivelato
l’universo della vita
in una sfida stravagante,
facendo eterno andare
di ogni istante,
oceano del poco mare
attraversato
e transatlantico
del piccolo natante
che vi si è sopra
avventurato.

relatività cornelius escher

relatività cornelius escher

 Valentino Campo

Valentino Campo

 

Valentino Campo

Domenica delle Palme

Vidi, lo vidi
il nero della seppia
nel nero che recide
l’ombra dal suo doppio.
Persi la rotta nel timpano
del fiume,
gettai alla riva
all’ansa la mia voce,
al luccio chiesi
l’aria dei suoi bronchi
il filamento nel pantano;
all’onda resi
il sale dei miei anni.

 

Lunedì Santo

Ti so, ti sento,
ombra, mia presenza,
nel cavo dell’iride che sgrossa
il dalmata a nuoto nel trifoglio,
palla e fanciulla saldi al chiostro
stillano il miele dell’astro.
E tu ti celi nel cono
dei suoi dardi, nel midollo
delle cose, la schiena devo darti
se voglio il tuo perdono.
Martedì Santo

Mi servi i petali bianchi del loto,
è il dono che mi fai.
Tutto è ormai compiuto,
il gallo a oriente è muto
e io so ogni canto
ogni foro nel costato dell’uomo.
I tetti stridono sotto l’unghia
degli obici e gli uccelli
si destano nel tepore dei nidi.
Vidi un ragazzo gracile
stringere il suo fucile,
aveva la patta schiusa
mentre si strofinava,
il caricatore beveva
la sua rugiada.
In nome dell’uomo
non dirmi poeta,
in nome dei santi
non farti più uomo.
Mercoledì Santo

Ero solo, solo sul binario,
solo sulla lama della scure
che affetta il tempo
con la bava di un beccaio.
Aspettavo il treno da Cirene
con il naso al cielo
ed ero solo, solo con la mia croce.
E giunsero le sirene
a baciarmi di sputi,
uomini in divisa con la bocca
cucita presero le misure,
mi diedero in pasto ai cani.
Poi giunse il treno come un sudario
nessuno scese, non ci fu parola,
e fui di nuovo solo
con una fetta di sperma e pane.

(da L’arte di scavare pozzi, LietoColle 2010)

 

cornelius escher

cornelius escher

 Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Santiago

Un pellegrino partì
alla volta di Santiago.Veniva
dalle Fiandre. Di notte
dormiva nel mantello,
di giorno camminava.
All’autunno sopraggiunse l’inverno;
il pellegrino, svegliandosi al mattino,
vide che il suo corpo era coperto di neve.
Si sentì stremato, e temette
che Santiago non esistesse nemmeno,
che fosse un sogno della sua mente esaltata.
Ma un altro pellegrino sbucò dagli alberi,
lo aiutò a rimettersi in piedi,
e insieme arrivarono al santuario.
Quando entrarono, il secondo pellegrino
se ne andò dritto per conto suo
dentro la basilica, dove troneggia
il busto di Santiago. Busto
che ha due buchi al posto delle braccia, per cui
chi sta dietro l’altare
può metterci dentro le proprie,
per avvincersi al Santo.
Il pellegrino delle Fiandre
si mise in fila con gli altri .
Quando fu la sua volta
mise le braccia nei buchi
e nel volto del Santo
riconobbe il pellegrino
che lo aveva aiutato.
Commosso, gli sussurrò all’orecchio:
“Amico mio,
ti riconosco.”
Ma Santiago rimase d’argento.

 

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

 lidia are caverni

Lidia Are Caverni

Il Viaggio

Dall’infinita distanza
la mano raggiunge la fronte
l’assenza della corporeità
perduta nel sonno tentativo
estremo dell’essere di riconquistare
il proprio conscio
un lasciarsi andare
inerte che prende e vuol
vincere il rifiuto della mente
per il cadere che avvolge
a smarrirsi di oblio.

*

Verrebbe da dire dilaniato
corpo di fauno nelle nascoste
cortine pelle di Marsia mutata
in tamburo eco di boschi
dove non risuonano canti
parole del divino sdegno
o l’umano prostrato eterno
rituale e il sole si perde
lanciato.

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA MUSICA O SUGLI STRUMENTI MUSICALI di Antonella Zagaroli, Paolo Polvani, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo Zanovello, Lidia Are Caverni, Eugenio Lucrezi, Loris Maria Marchetti, Annamaria De Pietro, Leopoldo Attolico, Ambra Simeone

picasso astratto musica

picasso astratto musica

 

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella Zagaroli

“Potrei entrare nel labirinto
in quel vortice dove tutto si confonde
e il bianco accoglie ogni senso,
forse mi scoprirei come sono

nuda vertigine profumata.

Per rivelare la cadenza al ritmo
ti incontrerei sugli scogli, vergine madre mia”.

(1998)

 

“canto e brindo
con chi sa ascoltare nomi in risonanza,
all’orecchio strumento m’inchino.”

Fra tenerezza e turbamento
madre e suo nutrimento,
dai pori della terra semente aria

la maschera ritrova il suo senso,
nella corda d’altalena
nell’occhio della memoria, a schegge:

“Arresa al mondo possibile
dischiudo il crocicchio claustrale
per te, elisir accoccolato entro ogni cunicolo.”
Da Primo alfabeto 2002
È l’ora rosa
rintoccano le foglie
sui dorsi dei cavalli
su pietre che evaporano
vita solitaria,
nella dimora a bocciolo
avanza il centro che accoglie,
lascia inermi.

Dopo gli scrosci al buio
rrurr rrurr rrurr rrurr
la tortora si risveglia alla pienezza.
La riconducono primitive dee
danzando
in mezzo a parole senza pelle.

Dal flauto l’alito cresce alto
sfiora il confine al cielo
ridiscende
lentamente
in ogni organo,
torna a terra in continuità.

Da Venere Minima 2010

 

violino_Barroco

violino_Barroco

Paolo Polvani

La violoncellista

La violoncellista estrae dal pozzo della notte
un alveare volante, le rotaie
della metropolitana, un tonfo,
un garrulo stuolo di cornacchie,
il vento che gonfia le lenzuola, il vento
che fa di marzo un maestro di nitidezze.

L’archetto si profuma di laghi.

La violoncellista ci abitua ad ogni sorta di miracolo marino
la testa gonfia di singhiozzi
percorre le incongruenze delle periferie
i sussulti dei treni inghiottiti dalla nebbia
i tornanti scoscesi dell’amore.

La violoncellista esibisce a volte un sorriso che non è di questo mondo
ricorda le beatitudini del bosco
siepi di rosmarino spalancate sulle palpebre.

Ma io voglio vedere le sue gambe voglio vedere
se l’alba le disegna una città di mare sulla fronte.

Paolo Polvani, Murge 2013

Paolo Polvani, Murge 2013

L’ultima dimora di Tchiajkovski

Di Tchiajkovski abbiamo visto l’ultima dimora
passando in pullman di sfuggita
e ora è qui che ci abbaglia
ci fa lacrimare seduti
e dimenticare che ci ospita la pancia luccicante di un teatro.

Le passeggiate lungo i viali della Neva.
Le bocche che si cercano sono finestre sigillate
che scoprono i denti in un ghigno obliquo.
Queste sono le carezze che distribuisce il violino.

Le pozzanghere riflettono il cielo
di una profonda estate
cielo di velluto e smalto col fiato di uccelli fiduciosi.
Questi sono i vibranti schiaffi dei timpani.

I fulmini che scaglia il flauto si nutrono dei brividi
che costeggiano la vita come un mare perenne,
grigio e tormentato e austero Baltico,
solcato da battelli e dalle barbe dei loro capitani.

I caldi abbracci degli ottoni convergono all’ombra dei palazzi
interrogandosi sulla direzione della notte,
sui messaggi del vento,
sul moto ondoso delle morti e sul brulicante
prato delle rinascite.
Il maestro cavalca l’onda del fiume scintillante
ne conosce le anse fruscianti d’erba, i segreti anfratti,
conosce le carezze dei salici fulgenti.

Ma è il sole che si agita e che ci fa tremare.
L’orchestra invita il sole a splendere più forte.

 

musica tra gli egiziani

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

Quaresimale
(pausa)

Chiasmo stupore e sogno.
La lingua balbetta precisi rigori
parole di fiele da stille di miele
suoni d’inverno in converse primavere.

Per due soldi e un rancio di pane
sul punto solleva a gola d’organo
il basso la nota del pianto cattedrale.

(da Slowfeet, Gelsorosso 2010)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Il silenzio, silenzio non è. Se in questo silenzio
si ferma il giorno. Nell’ora della compieta
le parole fanno parentesi graffe
senza testa né coda;
tra riquadri luminosi evidenzia la pietra
i solitari profili umanoidi restano assorti in posa.
Dicono che tutto viene rimandato, pazientemente
separano note taciturne da porre al fondo dell’io
da chissà quale piano virtuale racchiuso dentro.
Ora, che un acuto bizzarro scaccia via anche il sole.

(2010 / 18 giugno 2014)

Stradivari 1681

Stradivari 1681

Lucia Gaddo Zanovello

Volúmine

Tiene cosí alto il tono
questa verità
che assorda
vibrando
tutte le stelle dei sentimenti
che trapungono
di malinconica meraviglia
il cobalto della notte.

Erma salì
profetica e perfetta
èmato enfiando nelle vene
igneo sguardo
a contemplare
l’errante errare
di quest’isola nel mare
che ha radice qui nel centro
dell’abisso che non vedi.

Canta ora con un’eco di risacca
a squarcia fiordo dentro il cuore
della musica interiore

la ridico come posso,
ma è una rana dentro il fosso
che una luna ha tinto in rosso.

(da Memodia, 2003) Continua a leggere

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La Grande Bellezza di Roma – Poesie di Salvatore Martino, Annalisa Comes, Chiara Moimas, Gian Piero Stefanoni, Leopoldo Attolico, Loris Maria Marchetti, Franco Fresi, Giuliana Lucchini

Il Mangiaparole rivista n. 1 

Salvatore Martino

Elegia romana

da Commemorazione dei vivi (1979)
La giovane russa fu sconvolta

Aveva la bocca di cenere
un paradiso feroce tra le cosce

un’azzurra cadenza nello sguardo
e un elegante sistema di volute
coronava la testa

Se ti chiedessi di cominciare una storia
o soltanto ferirla nel ricordo?

Tremavano i gesti e le parole
il sesso gonfiava sotto i pantaloni
camminando di notte l’argine fluviale
che penetra come un fallo la città
domestica dal tramonto all’alba
straniera prima che calino le ombre

Confusi da eventi che sorprendono
raggelati da voci che mai ci chiamano

per nome contro occhi di luce minacciosi
e bozze fasciate da intestini che
assumono parvenze d’uomo
traffichiamo la notte
vendendola al prezzo stabilito
sotto glaciali stelle che raccontano
inverosimili storie di fanciulli
e di donne sgozzate
di agonie premature
casuali assassini nelle piazze
spietati suicidi di bambini

Galleggiano tra conati di merda
capelli e braccia gambe spolpate
ingorgano l’ultima pista a Fiumicino
attraccano gli sputi nell’isola sacra alle Vestali

Mia dolce tenera massacrata città!

Barcolli tra obelischi e rottami
in un quotidiano martirio
il pozzo dove anneghi la tua luna
è quello soffocante delle fogne

Ti saluta al mattino l’avvilente metafora
del piatto mostri inquieti s’aggirano tra
oleandri e rovine all’ombra delle cupole
e di torri sotto le pensiline nei bar nelle stazioni
all’angolo di equestri monumenti emergono
tra cespugli e latrine dagli antichi portoni
dai rispettati androni dei partiti

Gli angeli incorrotti ti salutano

Scendi Regina
Che sia dura la notte

Per coloro i cui passi risuonano
troppo nella veglia
viaggiatori del limbo

Che bisogna dormire!
Conformemente uniti nella lotta

Un’altra specie di individui ombra
assesta il culo sopra la poltrona
distrattamente ingrana le leve del comando
fatalmente coincise con la frode
e affiorano carogne di tigri dal letame
macilenti avvoltoi divorano le porte
Sebastiano e Metronia Paolo e Pinciana

Hanno fagocitato tutto il sangue
che mai ti percorreva le arterie
città trasognata
da un sogno irripetibile di gelo

Cominciato al crepuscolo il viaggio non ha fine

Vegliano in armi questa notte gli antichi
Imperatori hanno preso in affitto il lungotevere
dal ponte Palatino a ponte Milvio
e dai carri al galoppo ci guardano passare
in una interminabile sequenza di vittime soltanto
che ormai non c’è bisogno di carnefici

Irreale città
magicamente costruita da bizzarri architetti
distendi le tue case sopra il niente
Quando ti succhieranno le formiche
uscite inesorabili dai loro nascondigli
rompendo argini e finestre in una
tumultuosa metamorfosi di nuclei e di geni?
Lo stadio che le annunzia
è questa vischiosa marmellata?

Si è frantumata la paura l’alfabeto
è un mosaico sfibrato senza incastri
che vomita parole un blocco solo impasta
l’anima il piombo la speranza

pittura parietale romana

pittura parietale romana

La giovane russa fu sconvolta

Aveva tra le mani una guida eterna
e mappe e segni carte strategie itinerari
impossibili una lunga sequenza di divieti

Chiuso per restauro!

Voleva dire per sempre

 

 

 

 

annalisa comes

annalisa comes

 

 

 

 

 

Annalisa Comes

Breve storia di una guarigione per un ospite del Fatebenefratelli

 

Dopo aver osservato le stelle,
posò il bicchiere sul tavolo.

– Domani sarà una bella giornata –
dichiarò soddisfatto
passandosi la lingua sulle labbra.

Tutte le sere guardava dalla finestra,
tirava fuori il muso
dalla cornice bianca
giù,
lungo
le rive,
alla grande prua di marmo,
poi verso i rami contorti dei platani,
e di nuovo ai bastioni, alla piazza S. Bartolomeo –
gli occhiali sulla punta del naso.
Voleva prendere il largo – e navigare.

– La luna non ha alone – il vento è propizio -.
Pensava che avrebbe steso le vele
sul ponte, per prima cosa.

 

Roma_pittura parietale_ impero romano

pittura parietale stile pompeiano

Chiara Moimas

Roma
Ad imperitura memoria
scanalature smussate dai diluvi
e dalle brezze si ergono monche.
Secoli discordi si accalcano
sopra intonaci sgretolati dall’oblio.
Alloro con mirto Ignavia ha intrecciato
e discinta sullo scranno più alto
s’è assisa. Tu quoque
a perpetrare il tradimento sei giunto
da introvabili valli e da esposte riviere
avvinghiato alle ali di metallici sparvieri.
Ombreggia lo sguardo di barbarica
innocenza ma le mani ad immergere
ti appresti nel torbido dei forzieri.
Opaco l’oro e scalfita la corniola.
Eterno a sedurre rimane l’acceso tramonto.

 

Gian Piero Stefanoni

Ponte Cestio

“Non punirti più, non punirti più..”-
ti dici Roma tra l’odore del piscio
e una bellezza che non può più bastare.

Ma risalgono e avanzano, senza più ostacoli
gli animali fiutando la carne.

Nel nostro dare o non dare, il lamento degli stupri,
le voci lasciate a casa, prestate al sangue.

Anime vili, anime prave, ogni tanto qualcuno
non ce la fa e cede: gambe, braccia,
denti consegnate ai giornali.

Come giocare tra le mine e improvvisamente saltare.

 

 

leopoldo attolico

Leopoldo Attolico

Disamore? ( Roma docet )
La mia città indisponente
si difende così bene
che è un piacere attaccarla :
con un ghigno non cattivo
-cattivista
si può provare ad appenderla
-per gioco , al fatidico chiodo
come i guantoni di gran boxeur
grondanti inerzia esplosiva
ed onusta grandeur

Si noterà
-dentro una luce lasca
e un poco impertinente ,
che la nuova emozione
altro non è che la rappresentazione al bacio
di una specie di galateo d’antan rovesciato
dove tutto risplende per l’ultima volta

( e rieccoti ancora l’amore )
(da La realtà sofferta del comico , Aìsara 2009)

 

 

Loris Maria Marchetti_1

Loris Maria Marchetti

Caput mundi
Davvero qualche nume
indigete o acquisito
molto ti deve avere cara, Roma,
se pure tra lo scempio e l’immondizia
in cui ora marcisci
riesci a conservare quasi intatti
il tuo clima stupendo
e l’azzurro del cielo.

(da Le ire inferme, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1989)

minotauro

La sera ci bruciavano i piedi...

La sera ci bruciavano i piedi
per le piaghe – quel San Pietro e Paolo
quasi deserto e allucinato
di sole – tanto vagammo per Roma
tutta nostra (e di pochi turisti
fradici di sudore): fu quello il giorno
che l’amammo per la prima volta.

(da Il laccio, il nodo, lo strale, Achille e la Tartaruga, Torino 2012)

Franco Fresi

A Roma

Per troppo amore alla mia terra
ritorno alle tue strade.
Avevamo piedi piccoli e suole pesanti
scomode sui sampietrini.
Delle mie vecchie orme mi farai riappropriare
anche se a lungo il tempo
il marmoreo profilo vulnera e tutto
di te dissimula.

Dovrebbe essere un obbligo venirci
da prìncipi o da mendicanti
da santi o da peccatori
in viaggio di superamento, abitarci
almeno per un poco, protési
i sensi al battito delle tue cento vite,
al canto dell’ape regina.
Quando nasce e quando muore
tra genuflesse operaie
sibilo impercettibile è il canto
di saluto alla vita o l’addio.
Resta in fondo al perfetto
esagono del cenotafio di cera
quel canto o sospiro, dicono,
fino alla terza delle quattro pasque.

Anche il tuo canto è flebile, Roma, accordo
di canute acque in piano alveo
eco d’antica voce
di nume condannato a non morire.

Giuliana lucchini

 

 

 

 

 

 

Giuliana Lucchini

Dall’oltre venire

alla mia bella nipote Marta

Il lutto non è mai finito fiore :
l’ira scolpita a caratteri di fuoco

sulle mura della città
ma in alto sul monumento

dove si posano fra la folla
imperturbati gli uccelli bianchi

in quattro si pettinano tutte insieme
caldamente ridendo accanto al pozzo

(capelli lunghi di vari colori
inclini fluttuano su baci d’aria –

la quadriglia alata se ne va con loro,
tace il terrazzo ai prodromi della sera):

le ragazze che hanno sorvolato l’oceano
per incrociare con ali di sole

l’eterna bellezza di Roma

(inedito)

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