GABRIELA FANTATO – SETTE POESIE INEDITE da  “Interstizi”  e SEI POESIE da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012) con uno stralcio della Prefazione di Elio Pecora

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Gabriela Fantato. Poetessa, critica e saggista, tradotta in inglese, francese, arabo e spagnolo. Suoi testi sono compresi nell’antologia: Nuovi poeti italiani 6 (Einaud, 2012) e in “Almanacco dello Specchio”(Mondadori, 2009), con il poemetto A distanze minime. Raccolte poetiche: L’estinzione del lupo ( Empiriua, 2012); The  form of life,  bilingue, traduzione E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2012).Codice terrestre, (La Vita Felice,2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo,2005); Moltitudine (Marcos y Marcos,2001); Northern Geography,traduzione E.Di Pasquale (Gradiva Publications, University of New  York, 2002); Fugando (Book editore, 1996). Per molti anni ha diretto la rivista “La Mosca di Milano”, codirige: Almanacco di Poesia PUNTO e la collana  poetica SGUARDI (La Vita Felice). Ha scritto testi in versi per la musica, andati in scena nei maggiori teatri italiani (Piccolo Teatro di Milano, Arena di Verona, Teatro Comunale  di Trento, Teatro  Giacosa di Novara, Filarmonica di Roma, Donizetti di Bergamo).

Gabriela Fantato

da  Interstizi (raccolta inedita)

Perdersi

Indietro – hanno lasciato alle spalle
la dedizione, la cura meticolosa
dell’umano.
L’antico gusto di specchiarsi,
del mai dimenticarsi
– centro nel cerchio di onde attorno.
Sono solo ora pronti a sciogliersi,
disfarsi di cellule in altre cellule,
come lo zucchero si perde per trovare
un’esistenza nuova, un suo destino
dentro – l’acqua.

In avanti

Dissennati, avevano corso in avanti
sino al punto in cui
voltarsi era – partita persa, inutile lo sforzo.
Restava solo procede oltre,
stanza dopo stanza,
ficcarsi a imbuto nella casa,
fissarsi precisi
nella vita.
Attraversare la corrente senza appigli,
si trattava di esplorare il vuoto,
in bilico con un piede qui e
uno là, più oltre… avanti.
Sospesi nel passo a venire,
enorme o solo piccolo,
quasi solo un saltello a lato.
Avanzavano incerti della meta.

Il compito

Alcune specie animali si riproducono
per frantumazione – di uno, due.
Altri duplicano
la parte terminale del loro corpo
e danno così seguito alla vita.
Solo nei millenni gli esseri
mutano davvero, dice la genetica.
Gli umani non sanno che
ogni loro nascita è
– un taglio, fine della volontà di potenza.
Sparizione.

Figli

I figli vanno dove nessuno sa,
vengono da un incontro
di cellule, dal caso o da un destino .
Il compito resta ancora
sfuggire le trappole
– dissodare il terreno
con la testarda determinazione
di chi semina fagioli,
ogni anno a marzo.

Lineare

Disegnare un cerchio senza saperne
il diametro esatto, senza
lo spazio da occupare nella vita,
– sarebbe possibile,
come fare arcate, finestre e
grandi porte alzate
in verticale tra muri e muri
del perimetro che resta.
Seguiamo la punta dell’indice,
la direzione, nonostante il limite,
e … tutto il resto.

La vita

Si sa che la vita cresce
solo se il terreno è ricco d’acqua,
dove vengono il sole e il vento
a portare tramontana, poi le cicale
e le formiche rosse.
La vita cresce se restano
qui e là segnali per il dopo.

Duplicazione

Dicono che mossi
dai corpuscoli di Krauser
maschi e femmine si cerchino
con foga, sorridono
– si promettono l’eterno.
Celata è la legge elementare
di farsi vita in altri, un sogno nuovo
da tenere e dare
al prossimo che avanza.

pittura Balthus la chambre (1954)

Balthus la chambre (1954)

da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012)

dalla Prefazione di Elio Pecora

 Gli anni sono quelli «dei sogni, degli errori e di molte sconfitte» della generazione del ’76. La città è la Milano delle case delle ringhiere, case ottocentesche «con la muffa ovunque / e il cesso fuori al piano, dietro una porta». La voce che racconta scende dentro se stessa, raggiunge la sua grana, si ascolta partecipe e accoglie tante altre voci in una pacatezza trovata dopo l’inquietudine. La parola pulita, densa, aderisce al suo significare. Non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue.

Gli adolescenti di quegli anni leggono Foucault, Lukács, Marcuse, si preparano «uniti e nudi» al «nuovo», si promettono «la fine dell’ingiustizia». Chi di loro vede la città che si trasforma, «le fabbriche attorno all’ombelico, / alte come guglie del duomo, / sparse dentro i campi come figli / in cerca di fortuna»? Chi ascolta il silenzio che cumula paure in quella «giovinezza intatta»? Il tono potrebbe tingersi di elegia se, di fondo, non vi fosse un istinto innegabile a guardare oltre il vuoto e dietro la luce. L’esito è dello svelamento onestamente cercato, di quell’onesta che Saba chiedeva alla poesia: «Noi avevamo in bocca tante voci / e nelle mani doni pronti per il dopo, / quei sogni che non tornano / mai esatti», e ancora: «È stato veloce perdere tutto / uno slittare via di lato / di un’intera generazione. / Farsi togliere tutto è stato facile / come nessuno sa, / come neppure è scritto nelle fiabe».

Nella seconda sezione, La città sparita, pure nella grazia del ricordo, nella tenerezza del ritorno ai luoghi amati, il sentimento del tempo chiude quel che è stato in una malinconia che comprende la «gioia grande del dimenticare». Ed è il presente, con le sue pene e i suoi errori, a prevalere fino a dire: «Prendo la vita / a morsi piccoli ogni volta, / ho un coltello dentro questa nebbia / e non si vede / lo nascondo nella voce», fino a mutare in viatico le parole “anteriori”, le stesse necessarie alle «evidenze». Queste, che danno il titolo alla terza sezione, si riducono alle fatiche e agli «eroismi» della giornata, e insieme promuovono una diversa sapienza: «Conosco il passo cadenzato, / la marcia, la fuga / – il ritmo dell’uomo che vive / sulla terra. / So l’assenza e la presenza, / l’ostinazione del nome / e il debito mai saldato». Perché, dopo la delusione e la perdita, è una conquista ridare nome agli oggetti e alle persone, per un nuovo alfabeto. Così che: «ll conto ti prende all’improvviso, / come una colpa. / Esistere davvero».

gabriela fantato 2010

gabriela fantato 2010

I
Nel muro di casa, nelle parole
nell’eco che le apre e le scompiglia
cercavamo salvezza e punizione,
nel pungere – esatta la vita
e amarla sino alle ginocchia,
dove si fa veloce la corsa
sapevamo la gioia di un abbraccio.
Come stranieri abitavamo il paese che
ci eravamo presi in sorte
il doppio dentro le lenzuola,
la casa degli specchi nel destino da rifare.
Senza porte, senza soldi, senza più
cognomi, solo un pronome
noi, ma preso in prestito
lì per lì.

II.
Il salto imparato almeno una volta
oltre la voce dei padri
e il tenere stretto di una madre,
oltre il buio negli occhi
nelle vie a incastro dentro
il labirinto di Milano
piccolo tesoro da salvare agli anni.
Era quella l’uva, quello il sole che la prende
nel palato e la voce dei ragazzi
in un’estate del settantanove
dentro la storia, dentro questa città
e si faceva piano piano
– notte.

III.
Eravamo stretti al fianco,
in meno di venti, eravamo
molto più di un esercito di sogni
– la casa occupata, scale da salire,
tutti i destini chiusi nel cassetto
e i gatti da tenere a bada.
Un gran discutere,
un fare a gara e alzare le colline
dentro il cemento
un paese solo di cortili,
case di ringhiera con il capolavoro di chi
ci vive dentro
(fuori le sei meno venti e ancora
non dicevamo chi
era stato scelto per parlare in assemblea).

IV.
Al primo piano da una finestra
incastrata tra le altre
la signora Anna vedeva il nostro
sciogliere le reti,
intrecciare logica e spavento
nella furia delle stanze,
dentro le pagine bianche
in cui tenevo stretta la mia fuga
come un’estate venuta troppo presto.
Mi dicevi inventiamo il mondo
nella lirica del pane, nel rosso del sangue
facciamolo ora,
come se fosse tutto vero, come se

V.
Era così facile il racconto,
facile entrare nelle trattorie,
bersi il novello o un amaro
tra Ticinese e corso Garibaldi
dove c’era un palazzo per noi.
Chi era stato dentro quelle stanze
prima del sogno dentro i libri,
la cicatrice nella mano…
Era solo nostro l’abitare
senza cesso, senza le spalle alte di mio padre
e la casa in smottamento,
dentro l’imponenza di nobiltà lombarda
la muffa vien giù dal tetto.

VI.
Qualcuno nuovo entrava nel palazzo,
c’era chi veniva via dopo poco,
uno si fermava lì
– non partirà mai più,
lo sapevo, come chi ha fretta
dentro i giorni senza fiato.
Si restava lì – uniti e nudi,
senza saperlo,
come me che tenevo gli angeli
dipinti sopra il letto
e davanti solo un cassettone
di fatica.
Poi molti sono finiti male,
una fine che a volte prende
all’improvviso.

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23 risposte a “GABRIELA FANTATO – SETTE POESIE INEDITE da  “Interstizi”  e SEI POESIE da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012) con uno stralcio della Prefazione di Elio Pecora

  1. “Era così facile il racconto,
    facile entrare nelle trattorie,
    bersi il novello o un amaro
    tra Ticinese e corso Garibaldi… “, ma a questi milanesi mettono qualcosa nell’acqua? Comunque rispetto agli editi gli inediti hanno una marcia in più, quanto meno guardano oltre porta romana.

  2. Il problema stilistico della poesia di Gabriela Fantato mi sembra che possa riassumersi così: da un lato la post-poesia a-lirica di Giampiero Neri che già nel 1976 si presenta ne “L’aspetto occidentale del vestito” con una prosa lirica di stampo didascalico; sembra di trovarci davanti a delle didascalie scritte con la neutralità e funzionalità delle didascalie delle merci da supermarket; da una parte, dicevo, lo stile prosastico di Giampiero Neri e, dall’altra, l’intensificazione sintattica e semantica tipica della poesia di Milo De Angelis di “Somiglianze” (1976). Ad esempio, si leggano questi versi di Gabriela Fantato (presi dagli inediti):

    Alcune specie animali si riproducono
    per frantumazione – di uno, due.
    Altri duplicano
    la parte terminale del loro corpo
    e danno così seguito alla vita.

    Hanno la tipica impronta della prosa didascalica di Giampiero Neri. Invece questi altri versi (presi dalle poesie edite), hanno la riconoscibile infrastruttura intensificata tipica della poesia di “Somiglianze” di De Angelis:

    oltre il buio negli occhi
    nelle vie a incastro dentro
    il labirinto di Milano
    – piccolo tesoro da salvare agli anni.

    E qui si pone e si ripropone un problema più ampio e profondo, io credo, e precisamente: perché la poesia milanese è rimasta come stregata e fissata al punto in cui era giunta sul finire degli anni Settanta, e non abbia più fatto un passo decisivo per andare oltre quello «stallo», che non è da intendere soltanto come remora o ritardo stilistico, ma come una impossibilità, una problematicità, un alt ad andare oltre gli esiti stilistici dei poeti milanesi che hanno visto il loro brillante esordio sul finire degli anni Settanta. Io mi chiedo, e lo chiedo ai lettori della rivista: come e perché la poesia milanese è rimasta lungo tutti questi decenni ancorata e insabbiata in un cliché stilistico e a un modo di presentazione dell’oggetto tipici della poesia degli autori della passata generazione milanese.
    Certo, c’è in questo «stallo» una ragione economica e sociale, oltre che stilistica. ma è noto che nei fenomeni stilistici si possono rinvenire, in filigrana, problemi che stilistici non sono affatto. L’età della stagnazione degli ultimi quindici anni ha favorito, a mio avviso, le spinte conservative non solo nella politica italiana ma, direi, anche nella poesia italiana, tant’è che in un autore anche dotato come Gabriela Fantato si rinvengono tracce di questo «stallo», di questo «freno a mano tirato», come se ci fosse in atto una forza di inerzia che impedisca ogni cammino ulteriore della poesia milanese. E questo è un rilievo che lascio volentieri alla riflessione dei lettori. Ma forse sono io che ho preso un abbaglio, forse è un mio errore di prospettiva, un inganno ottico dal mio punto di vista. Forse dovrò acquistare un paio di occhiali nuovi.

  3. A mio parere nelle arti in genere non esistono progressi. Di conseguenza anche le poesie della Fantato le vedrei in tale prospettiva. Però non va dimenticato il contesto storico per una valutazione completa. Trovo tecnicamente efficaci le lineette: possiedono un loro significato.

  4. Gino Rago

    Per situazioni, luoghi, momenti storici riconoscibili per una ben precisa generazione (quella del ’76, come specifica Elio Pecora in prefazione)),
    Gabriela Fantato propone una testimonianza, per sogni infranti e sconfitte
    subite,storico-psicologica personale. Dalla quale, anche nella “parola pulita”
    e “nell’onestà che Saba chiedeva alla poesia”, che E.Pecora attribuisce alla poesia di Gabriela Fantato nella sua nota introduttiva,
    non si comprende se l’Autrice si senta estranea o appartenente alla vita: “…dentro la storia, dentro questa città/ e si faceva
    piano piano/ -notte”. Notte. Non giorno. in un quasi impotente esilio.
    Sulla esperienza poetica meneghina, gli occhiali di Giorgio Linguaglossa ne focalizzano efficacemente lo stato di salute. Una conferma indiscutibilmente
    vera risiede nel destino de Lo Specchio.
    Gino Rago

  5. antonio sagredo

    “Trovo tecnicamente efficaci le lineette: possiedono un loro significato.”…
    gentile Nanni, che le lineette siano efficaci nessuno lo mette in dubbio: è cosa notissima….e che abbiamo un significato: egualmente; ma il fatto è che nei versi di questa poetessa non hanno alcun significato e che tecnicamente sono inefficaci. E perché? Innanzitutto in questi versi non c’è alcuna tensione, di nessun genere, non c’è quell’urto o conflitto o fuoco che divora e che perciò li rende necessarie… le lineette segnano delle scansioni (tecnica), delle rotture all’interno del funzionamento del cervello in relazione alla realtà esterna costellata da eventi che ti opprimono davvero fisicamente oltre che mentalmente [scorra per favore la poesia di Marina Cvetaeva, e vedrà come nei suoi versi le lineette segnano rotture entro tutte le quieti che invano la poetessa cercava – e non trovava!, perché la storia (siamo sotto Stalin) non glielo permetteva; e non solo la storia: i rapporti conflittuali coi grandi poeti che la circondavano, la ricerca del cibo quotidiana – una sua figlioletta morì per denutrizione; la ricerca costante e forsennata di una forma adatta a comprendere ciò che la divorava; la ragione che non voleva farsi lirica e che la poetessa invece costrinse ad esserlo… potrei continuare….] ; insomma per quanto mi riguarda, la poetessa poteva anche ometterle: i suoi versi non avrebbero subito alcun danno poi che non hanno quelle caratteristiche che se usate (le lineette) avrebbero elevato di qualità il verso stesso… i versi di questa poetessa sono da divano e da qui non vogliono scollarsi, anche se raccontano di eventi stridenti, ma questi eventi non si sollevano a valore, come dire, universale, poi che non accompagnati da parole degne di raccontarli.
    Nulla, da parte mia contro chicchessia
    a. S.

    riguardo lo stallo di cui si parla sopra Linguaglossa, direi che la poesia lombarda fu ed è ancora considerata come prodotto commerciale, e che tale prodotto non si vende più… poi che non a lunga scadenza, nemmeno a breve, non l’ho mai condìsiderata qualcosa di commestibilmente buono – è ovvio che su mille prodotti, qualcuno genuino si trova; giusto qualcuno che sull’etichetta “prodotto commerciale” abbia aggiunto un po’ di estetica… ma giusto la scatola di metallo si salva, quello che c’è dentro lo sappiamo dall’artista Manzoni/manzotin!

  6. Salvatore Martino

    Quante parole hanno trovato i miei emeriti predecessori in questi comenti! Li invidio e li ammiro perchè dal niente, come mi appaiono questi versi della Fantato, riescono a scovare dissertazioni sulla poetica. Io nella mia assoluta modestia di lettore leggo e non trattengo una sola parola. Salvatore Martino

  7. Caro Salvatore Martino,
    Io non sarei così disfattista, mi corre l’obbligo di spezzare una lancia e una freccia nei confronti della poesia della Fantato, poetessa senz’altro dotata, che esprime una poesia matura, che ha delle potenzialità espressive notevoli, e questo lo noto in certi fraseggi niente affatto facili né ad effetto, nella costruzione sapiente… quello che invece io pongo all’ordine del giorno e alla attenzione della poetessa milanese è che una estrema aderenza ai dettami didascalici di come scrivere poesia che è in vigore a Milano, in definitiva finisca con il sacrificare le potenzialità della sua poesia e della poesia milanese. Ritengo che fare chiarezza su questo punto sia nell’interesse di chi abita a Milano. E’ come se qui a Roma tutti facessimo poesia in stile magrelliano zeicheniano cavalliano, loro sono degli autori che hanno avuto la loro storia e il loro corrispettivo… però la poesia romana è anche altro, è andata oltre, si è mossa in più direzioni, e per cortesia, non mi costringete a fare dei nomi, chi segue la poesia lo sa, ed io non voglio fare la pubblicità a nessuno.
    Volevo dire che forse sarebbe bene che a Milano qualcuno decidesse di scrivere senza la garanzia del pesante fardello della poesia milanese recente e meno recente. C’è anche altro fuori di Milano, o no?

  8. antonion sagredo

    Milano ha l’egemonia economica in Italia; l’ha cercata e trovata anche nella Poesia; nella Poesia secondo la loro concezione economica senz’altro, coniugata con l’Arte. Ma la loro poesia non è Poesia: ne constatiamo i risultati miseri. Quanto riguarda Roma non ha nemmeno l’egemonia econimica, figuriamoci della Poesia!

  9. Salvatore Martino

    Carissimo Giorgio la tua bontà va bene nell’anno del Giubileo della Misericordia…quasi non ti riconosco più. Ma perché questo tentativo di salvare pennivendoli che poeti non sono. Milano, Roma, Parigi, Stoccolma , Bombay, la Nigeria chi se ne frega dove nasce o dovrebbe nascere la poesia . Se c’é c’è per dirla banalmente se non c’è non c’è. Il resto sono parole.
    Non so perchè sia stato cancellato un mio breve commento al Giordano Bruno in Campo de’ Fiori. Forse un mio errore o una presa di posizione tua o di chi altro veglia sul blog? Salvatore Martino

  10. Caro Salvatore Martino,

    non ho cancellato alcun tuo commento, probabilmente si è verificato un autoannullamento dovuto al programma wordpress, a volte succede anche a me.

    • Salvatore Martino

      Carissimo Giorgio ti ringrazio per la precisazione che mi conforta. Ho scritto di nuovo il commento e non volermene se in questo ultimo squarcio di tempo sono spesso in disaccordo con le tue convinzioni…ma ti ripeto sei diventato troppo buono e io probabilmente sempre più perfidamente restrittivo, ma questo forse mi deriva dalla concezione terribilmente elitaria quasi monacale che ho della poesia. Inoltre avendo raggiunto una età ragguardevole mi permetto di esprimere il mio pensiero senza remore o infingimenti o quantomeno piaggerie amicali così frequenti nel nostro minuscolo universo. Salvatore Martino

  11. Annamaria De Pietro

    Non posso certo dire di prediligere la poesia ‘lombarda’, o ‘milanese’, ma penso sia corretto distinguere, entro una categoria, una voce d’indice, un luogo comune, la voce singola; in questo caso, alla ringhiera di un post, la voce di Gabriela Fantato.
    Della quale credo di aver letto tutto, o quasi, con quell’attenzione che è dovuta precipuamente a chi scrive in modo molto diverso dal proprio: non specchio, ma pagine che voltano.
    E posso dire che nel mutare sottile dei libri nel tempo, un’evidenza strutturale ho sempre ravvisato, e ancora ravviso: la facoltà di sfondare lo scenario delle cose e delle scene apparse da un ‘reale’ localizzato, steso su una precisissima pianta di città, sfondarlo fino alla visionarietà, ma con mani leggere, tenute al controllo dello sguardo.
    I famigerati trattini (qui oggetto del contendere), e i corsivi (qui non menzionati), e le parentesi (parimenti non menzionate) possono essere visti, o meglio, io li vedo, come gangheri e tagli della porta che sfonda, lo stargate. E al di là assecondano l’aria, e la muovono, immagini inattese, zone di significato che compongono, sparsamente, provando, un’altra pianta, che della città fa mondo.

    Per venire al concreto, cito di seguito versi, o sequenze di versi, non solo dai testi riportati nel blog, ma anche da “Moltitudine”, libro pubblicato nel 2001 nel “Settimo quaderno di poesia italiana” a cura di Franco Buffoni. È senz’altro uno dei libri di Gabriela Fantato che preferisco, un repertorio di apparizioni sghembe, allarmanti e sole, realissime e surreali fino al surrealismo (fra l’altro, e non altro, uno dei testi è dedicato a Marc Chagall, un altro a Max Ernst), nelle pieghe di Milano, che la loro pura turbata presenza amaramente discute. Il luogo diventa un inferno in minore, da cause lontane, illeggibili, da fallimentari pellegrinaggi.

    Nota bene: purtroppo nei post non è possibile fare corsivi. Di conseguenza i passi riportati non riescono a rispettare l’originale.

    1 – DAI TESTI TRATTI DA “L’ESTINZIONE DEL LUPO”

    – il doppio dentro le lenzuola,
    la casa degli specchi nel destino da rifare.

    (fuori le sei meno venti e ancora
    non dicevamo chi
    era stato scelto per parlare in assemblea).

    la signora Anna vedeva il nostro
    sciogliere le reti,

    «Un inserto fiabesco, quasi. Nota di ADP»

    Chi era stato dentro quelle stanze
    prima del sogno dentro i libri,
    la cicatrice nella mano …

    «E tutto quel palazzo aristocratico diventato casa occupata mi suggerisce un brivido fra il gotico e il romantico. Mi fa pensare alla casa di miss Haversham nel dickensiano “Grandi speranze”. Naturalmente nella lettura il lettore ci mette molto del suo, voi capite. Nota di ADP»

    2 – DAI TESTI TRATTI DA “INTERSTIZI”. TITOLO ELOQUENTE, ANNOTO.

    come lo zucchero si perde per trovare
    un’esistenza nuova, un suo destino
    dentro – l’acqua.

    ficcarsi a imbuto nella casa

    «Imbuti, e tubi, ricorrono; tragitti risucchianti, ineludibili, prove o sigilli di destini. Nota di ADP»

    con la testarda determinazione
    di chi semina fagioli
    ogni anno a marzo.

    «Certo, sono figure e cose concretissime, ma quanto è lontano quest’orto, quell’orto; è il leggendario campo delle sette pertiche. Nota di ADP»

    Disegnare un cerchio senza saperne
    il diametro esatto

    3 – DA TESTI TRATTI DA “MOLTITUDINE”

    superficie dissennata
    nel ripetersi di case a deserto
    in sempre passi, uno su uno
    uno su mille: a sorte)
    […]
    come infilati a tubo nel morire

    «La sua preposizione preferita è senza dubbio “a”, quella che dal ciglio della sua apertura sonora apre, significando, a quello che è oltre, fuori. Moltissimi gli esempi. Nota di ADP»

    siede al silenzio intubata
    appesa in un filo di zucchero
    (il lupus le ha preso la faccia

    ma nei muri s’insinua una crepa
    a celare insetti e sorrisi
    in minuscole tane

    «Leggendo ho pensato a “Malina”. Nota di ADP»

    ………………nel punto
    più chiaro degli occhi
    quasi un lago largo nel mondo

    quella donna in guanti giallo girasole
    […]
    poi s’è voltata, ha riso appena
    (non si sa a chi) ma ho visto
    una lucertola affacciata verde dal rifugio

    «Una figura rilkiana, germinata in silenzioso stupore da due parole semplici: ho visto. Nota di ADP»

    fughe esuli: nomadi: in corsa: in fuga: fugati
    […]
    andavano verso quel filo di terra
    che si perde cielo all’orizzonte
    […]
    si dice che un bambino vaghi
    dentro il labirinto che la corsa
    ha scavato nelle sue vene
    (dicono che chiami qualcuno
    ma è tardi, è già scappato via)

    poi scende dal tram giù di botto
    e quel salto la segna milano
    ad angolo netto, ad arco guerriero

    (di tutti quelli che hanno un foro
    aperto a picco dentro al mondo)
    […]
    con le tue lune nel tacco

    aspetta al fondo della stanza
    colmo di mani il suo baule

    «Anche qui c’è qualcosa di rilkiano. Nota di ADP»

    (come su chiaro, chiarissimo orizzonte
    si fa mare l’autunno)

    – c’è un posto che toglie la sete,
    dov’è un bar che io scendo –
    andava cercando una strada d’uscita
    una porta nel tutto d’acciaio
    (un punto con l’aria che entri)
    […]
    – c’è un bar sulla punta del treno
    e un passo che sveli anche l’acqua? –

    siede adesso di spalle a se stesso

    (milano stava girata, piegata alla pancia
    quasi come distratta nel morire)

    e tenere la punta dell’occhio
    affacciata alta sui tacchi

    penelope, dolce penelope
    […]
    un mattino perde la tela
    parte tra il foro e la chiave di casa
    (va all’est come un sole minuscolo
    che cammina di spalle
    guardando tra il mezzobuio e la notte)

    Per quanto riguarda i testi ‘trattatistici’ (soprattutto “Il compito”, “La vita” e “Duplicazione”, a cui si aggiungano i brani citati sopra da “Perdersi”, “Figli” e “Lineare”), che in alcuni dei commenti sono stati fatti risalire a Giampiero Neri, trovo che, mentre nei testi di Neri i luoghi e le situazioni e le forme animali e vegetali e le sperse tracce umane sono talmente precisi, talmente incisi e bloccati da essere irriconoscibili, e non individuabili, e introvabili, per quanto si percorra in lungo e in largo il “teatro naturale”, in quelli della Fantato tutte queste cose (voglio proprio dire cose), e i libri, i trattati scientifici che le discutono e rivelano sono qui, sul tavolo di chi scrive, e sul tavolo di chi legge, e da qui, da questo tavolo, sono pronti a sfondare i muri, o forse solo il cerchio di luce della lampada, “dove vengono il sole e il vento / a portare tramontana”.

    Annamaria De Pietro

  12. Cito dalla citazione dei testi fatta da Annamaria De Pietro questi due versi della Fantato:

    – il doppio dentro le lenzuola,
    la casa degli specchi nel destino da rifare.

    Indubbiamente, mi sembra che l’autrice milanese sappia ben disporre le parole in uno schema metrico e sintattico che non sia soltanto lineare, come dimostrano questi due versi. In questo distico c’è movimento verticale e orizzontale, c’è l’indistinzione e la indirezione di una «verità» che non può essere pronunciata, né negata, né verificata; sono degli spezzoni sghembi, dei frammenti che si inseriscono nel verso come degli aghi nell’occhio del lettore. La Fantato ha capito che le parole della poesia non sono delle verità pronunciate, né delle mezze verità alla maniera montaliana, né delle didascalie che devono essere lette e dimenticate (alla maniera delle poesie di Giampiero Neri). Come acutamente mostra il commento di Annamaria De Pietro, qui siamo davanti ad un modo di fare poesie molto più complesso, sottile, sfuggente (nelle sue determinazioni indeterminate) di quanto invece mostrato nelle poesie postate in questo post; qui la Fantato sembrerebbe aver fatto un passo indietro rispetto ad altre sue precedenti acquisizioni poetiche (almeno questa è la mia impressione). Io penso, corroborato in ciò dal ricco commento della De Pietro, che la poetessa milanese raggiungerebbe esiti molto convincenti se e quando decidesse di dare un taglio netto rispetto alla poesia dei suoi progenitori milanesi vicini e lontani, e si indirizzasse verso una poesia di costruzione di frammenti dispersi e ritrovati. Almeno, questa è la mia impressione.
    Del resto, per le anime belle che ancora non lo sanno, l’Italia è da tempo entrata in guerra. Ma non la guerra dei carri armati e delle divise militari, ma la guerra delle divise monetarie e delle divise cartolarizzate in titoli di borsa.

  13. antonio sagredo

    Cara Anna Maria io Ti comprendo, ma sono d’accordo con Martino Salvatore.

  14. Giuseppe Panetta

    La linea lombarda, come l’olutoria, per citare una poesia della Szymborska che ritrovo come ambiente nei versi “Alcune specie animali si riproducono
    per frantumazione – di uno, due./ Altri duplicano(…), ricava delle copie dall’esistenzialismo derivante dall’ultimo Montale. Leitmotiv le case di ringhiera, la nebbia e l’aperitivo. Ognuno dei replicanti, poi, ci nasconde qualcosa nella nebbia.
    Paradossalmente gli unici della linea lombarda che mi divertono sono Enzo Jannacci e Giorgio Gaber.

    • Salvatore Martino

      Come ha ragione caro Panetta! Tutte quelle elucubrazioni, quei tentativi di spiegarci i versi dela Fantato sia da parte di Linguaglossa che soprattutto da parte della De Pietro mi sembrano un vorticoso accanirsi sopra una poesia che non c’è, sopra un’accozzaglia di parole che nulla hanno non dico di poetico ma neache di prosodia interessante. Salvatore Martino

  15. Su Aperture n. 30, sul tema del VUOTO, abbiamo appena aggiunto due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa: “Quel corridoio, che attraversavo in allarme” e “Era dietro la porta girevole”. Non perdete l’occasione di scoprire un autore speciale e un numero di Aperture ricco di suggestioni. (E.C. Gattinara)

    http://www.aperture-rivista.it/sommario.asp?id=36

    Per la centralità acquisita dal tema del “Vuoto” nella poesia e nell’arte contemporanea, suggeriamo di leggere con attenzione i numerosi saggi ospitati dei vari saggisti e filosofi sul tema del “VUOTO” e di scorrere il Sommario con l’elenco dei saggi.

    Il tema del «vuoto» è il tema per eccellenza dei nostri tempi, non è un caso che un numero della rivista “Aperture” diretta da Enrico Castelli Gattinara sia stato dedicato al tema del «vuoto». Che cos’è il «vuoto»? È possibile una sua definizione? È possibile una sua formulazione? – A rigor di logica, del «vuoto» non se ne può parlare perché parlarne già presupporrebbe una definizione di esso o, comunque, una sua delimitazione, una sua recinzione. In realtà il «vuoto» non è un «tema» di cui si possa parlare, altrimenti si presupporrebbe che esso sia qualche cosa, quella qualcosa, appunto, di cui si parla.

    Di fatto, il «vuoto» non accade, il «vuoto» è, e il poeta non può nemmeno identificarlo, indicarlo con parole, altrimenti non sarebbe più un «vuoto» ma un «pieno», se non chiamando in causa il proprio alleato, che è anche l’alleato delle parole: il «silenzio». Ma anche il «silenzio» è un concetto ibrido: c’è un silenzio pre-linguistico, che era prima della nascita del linguaggio, e c’è un silenzio post-linguistico, cioè dopo la nascita del linguaggio, e noi ci occupiamo ovviamente del silenzio così come lo conosciamo, di un «silenzio» fatto di linguaggio. E non potrebbe essere altrimenti.

    Caro Martino,
    tu mi chiederai: perché questo preambolo? Ed io ti rispondo ricitando quei due versi di Gabriela Fantato che custodiscono un segreto, un non detto, uno spazio di non detto, che celano e rivelano un allontanamento di una vicinanza, quell’avvolgersi delle parole in una immagine assurda: “il doppio dentro le lenzuola” e la susseguente, che rimanda ad una intimità familiare tradita, profanata: “la casa degli specchi nel destino da rifare”.

    – il doppio dentro le lenzuola,
    la casa degli specchi nel destino da rifare.

    Certo, forse io prendo un abbaglio, ma chi è capace di scrivere questi due versi, per me ha delle qualità non discutibili. Un discorso a parte è quello che io vado facendo da tempo sulla poesia milanese, anche dei suoi migliori esponenti (e la Fantato è uno di questi), che essi rimangono stregati dalla generazione dei poeti milanesi (Neri, Cucchi, De Angelis) e, in un certo senso, ne subiscono il fascino e la fascinazione con conseguente immobilizzazione stilistica. Ma questo è un altro discorso.

  16. Suvvia Linguaglossa, sia serio, non si può centrare un giudizio su qualche verso. In questo caso tutti e dico tutti le migliaia di poeti italiani almeno uno o due versi buoni nella loro vita li hanno scritti.
    Le racconto questo: da ragazzo, anni 80′ ,inviavo i miei veri a vari premi ( Giorgia Stecher mi diceva che bisognava farsi conoscere, mi aveva dato un elenco di premi a cui partecipare e nella giuria c’erano nomi altisonanti) ebbene io inviavo e non vincevo mai nulla. Poi compravo i libri degli emeriti pubblicati dallo Specchio ecc. e, miracolo, trovavo qualche mio verso, un’arietta, un pensiero che avevo scritto io. Invece di incazzarmi mi dicevo, ingenuamente, se questi grandi scrivono come me allora ho speranza di migliorare. Poi ho capito, crescendo, che non bastano certo pochi versi geniali a fare il poeta. Ci vuole stoffa, ingegno, sofferenza, amore smisurato e sacrificio e soprattutto introspezione, dimenticare tutto ciò che si è letto e amato per urlare con propria voce.
    Oggi non urlo, affilo, sono un arrotino.

    GP

  17. Giorgia Stecher, la dimenticata, è stata una poetessa con la P maiuscola. Oggi nessuno la ricorda (tranne l’Ombra delle Parole), e sì che la sua poesia ha un timbro così personale e individuale che la si potrebbe riconoscere a occhi chiusi. Io inserirei senza indugio le poesie di Giorgia Stecher in una Antologia della poesia del secondo Novecento. Ma non tutti hanno l’onestà intellettuale di riconoscere i valori in poesia, i più sostengono gli amici e gli amici degli amici. E così la poesia va a rotoli.
    Per quanto riguarda la Fantato, ho detto che la sua poesia, complessivamente, reca le tracce di una immobilizzazione stilistica, però, per onestà, devo anche ammettere che ci sono nei suoi versi delle soluzioni eccentriche, valide, interessanti. Ho portato ad esempio due versi per semplificare il discorso. Ma già scrivere due ottimi versi non è da tutti.
    Mi piacerebbe che Gabriela Fantato dicesse la sua opinione in ordine al dibattito scaturito dalle sue poesie. Chiedo troppo?
    E poi mandami quelle tue poesie (o altre, come vuoi) da cui ti avrebbero rubato dei versi, che le pubblichiamo sull’Ombra. Con i miei saluti.

    • Salvatore Martino

      In totale accordo con Panetta, dice benissimo delle parole profonde e sensate.. e d’accordo anche con Linguaglossa per quanto riguarda Giorgia Stecher. Leggeremmo volontieri la replica della Fantato, ne ha diritto. Spero che sia più efficace della scialuppa lanciata dalla De Pietro, che ha tirato in ballo persino R.M.Rilke come nume tutelare. Quale azzardo! Salvatore Martino

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