POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ di Paolo Ruffilli, Valentino Campo, Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Luisa Colnaghi, Giuseppina Di Leo, Leopoldo Attolico

buenos aires

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Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia tra Atene e Gerusalemme, tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione. «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Andante

Nel porsi in viaggio,
prendendo prima
le distanze e tutte le
misure che si può,
considerato l’angolo di fuga
e quello di deriva andante
dentro il vuoto…
la curva sghemba
della deiezione,
lo scarto imprecisato
del destino.
All’imprevisto che è
legato al moto,
la ragione ha imposto
antidoto di linee rette:
orari, termini, binari.
Contro i rischi dell’ignoto.

 

In viaggio

Nel gioco mobile
di specchi
sogno e realtà,
moltiplicandosi
nell’effetto miscuglio
– cocktail o frullato,
intruglio o elisir –
hanno inventato
ed, ecco, rivelato
l’universo della vita
in una sfida stravagante,
facendo eterno andare
di ogni istante,
oceano del poco mare
attraversato
e transatlantico
del piccolo natante
che vi si è sopra
avventurato.

relatività cornelius escher

relatività cornelius escher

 Valentino Campo

Valentino Campo

 

Valentino Campo

Domenica delle Palme

Vidi, lo vidi
il nero della seppia
nel nero che recide
l’ombra dal suo doppio.
Persi la rotta nel timpano
del fiume,
gettai alla riva
all’ansa la mia voce,
al luccio chiesi
l’aria dei suoi bronchi
il filamento nel pantano;
all’onda resi
il sale dei miei anni.

 

Lunedì Santo

Ti so, ti sento,
ombra, mia presenza,
nel cavo dell’iride che sgrossa
il dalmata a nuoto nel trifoglio,
palla e fanciulla saldi al chiostro
stillano il miele dell’astro.
E tu ti celi nel cono
dei suoi dardi, nel midollo
delle cose, la schiena devo darti
se voglio il tuo perdono.
Martedì Santo

Mi servi i petali bianchi del loto,
è il dono che mi fai.
Tutto è ormai compiuto,
il gallo a oriente è muto
e io so ogni canto
ogni foro nel costato dell’uomo.
I tetti stridono sotto l’unghia
degli obici e gli uccelli
si destano nel tepore dei nidi.
Vidi un ragazzo gracile
stringere il suo fucile,
aveva la patta schiusa
mentre si strofinava,
il caricatore beveva
la sua rugiada.
In nome dell’uomo
non dirmi poeta,
in nome dei santi
non farti più uomo.
Mercoledì Santo

Ero solo, solo sul binario,
solo sulla lama della scure
che affetta il tempo
con la bava di un beccaio.
Aspettavo il treno da Cirene
con il naso al cielo
ed ero solo, solo con la mia croce.
E giunsero le sirene
a baciarmi di sputi,
uomini in divisa con la bocca
cucita presero le misure,
mi diedero in pasto ai cani.
Poi giunse il treno come un sudario
nessuno scese, non ci fu parola,
e fui di nuovo solo
con una fetta di sperma e pane.

(da L’arte di scavare pozzi, LietoColle 2010)

 

cornelius escher

cornelius escher

 Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Santiago

Un pellegrino partì
alla volta di Santiago.Veniva
dalle Fiandre. Di notte
dormiva nel mantello,
di giorno camminava.
All’autunno sopraggiunse l’inverno;
il pellegrino, svegliandosi al mattino,
vide che il suo corpo era coperto di neve.
Si sentì stremato, e temette
che Santiago non esistesse nemmeno,
che fosse un sogno della sua mente esaltata.
Ma un altro pellegrino sbucò dagli alberi,
lo aiutò a rimettersi in piedi,
e insieme arrivarono al santuario.
Quando entrarono, il secondo pellegrino
se ne andò dritto per conto suo
dentro la basilica, dove troneggia
il busto di Santiago. Busto
che ha due buchi al posto delle braccia, per cui
chi sta dietro l’altare
può metterci dentro le proprie,
per avvincersi al Santo.
Il pellegrino delle Fiandre
si mise in fila con gli altri .
Quando fu la sua volta
mise le braccia nei buchi
e nel volto del Santo
riconobbe il pellegrino
che lo aveva aiutato.
Commosso, gli sussurrò all’orecchio:
“Amico mio,
ti riconosco.”
Ma Santiago rimase d’argento.

 

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

 lidia are caverni

Lidia Are Caverni

Il Viaggio

Dall’infinita distanza
la mano raggiunge la fronte
l’assenza della corporeità
perduta nel sonno tentativo
estremo dell’essere di riconquistare
il proprio conscio
un lasciarsi andare
inerte che prende e vuol
vincere il rifiuto della mente
per il cadere che avvolge
a smarrirsi di oblio.

*

Verrebbe da dire dilaniato
corpo di fauno nelle nascoste
cortine pelle di Marsia mutata
in tamburo eco di boschi
dove non risuonano canti
parole del divino sdegno
o l’umano prostrato eterno
rituale e il sole si perde
lanciato.

*

Si è forse a metà ondeggiare
di canna dagli estremi canti
Giano bifronte tra la veglia
e il sonno un’immersione greve
di bagno nella nebulosa
del sole il chiarore che si diffonde
è del giorno l’ombra tace
scomposta immemore di sé
nell’appartato riparo.

*

Dita solleticano la fronte
un mantello nasconde nudità
pudico il velar di fronde
l’adagiarsi non è più che
un segno di molle sprofondare
ospitale ventre in cui tutto
si culla e si tace troppo è stato
il grido dell’andare la terra
trattiene ogni suo figlio.

*

Il tempo consuma si è ogni
volta più vecchi più lievi
foglia ragnata che il bruco
divora come nervatura traspare
ogni vena ogni ricordo
lo sbadiglio percuote per aver
vissuto senza che la veglia
potesse tramandare canzoni
dell’illusoria eternità.

*

L’ascella racconta un viaggio
il pulsare di vena la marina
una sinfonia di pelle
la salsedine aspra con cui
orchestrava il mare il cervello
trasporta marosi le onde
insaziabili e lente del divenire
d’insetto o di serpente
oltre la duna dove ci si perde.

(1995)

 

C. escher

C. escher

 luisa colnaghi

Luisa Colnaghi

Il ponte

Superato il ponte
ti sentivi già fuori
libertà dicevi, libertà!
L’acqua gorgogliava
appena un saluto veloce
scorreva via senza tracce.

Poi continuavi fino
alla grande strada
che andava per ogni dove.

Ti giravi a guardare
ancora una volta
la casa, il fico, il salice.

Cora si era fermata prima
del ponte, le orecchie ritte
poi abbassata la coda, via

lei tornava a casa.
Viaggio verso l’infinito

Orologi al quarzo con rubini,
sempre più precisi, più perfetti
osservano il tempo del nostro viaggio,

breve, come volo di farfalla,
nello spazio universale
immaginato infinito.

Misuriamo, calcoliamo,
lo spazio-tempo in momenti
che non devono sfuggire,

è prezioso ogni istante
sole, luna e stelle, nostro riferimento,
li seguiamo in ordine e rigore,

la terra gira con le sue regole
noi, in sintonia con il battito del cuore
fino al silenzio della luce, andiamo.

(Aprile, 2014)

 

escher

escher

Giuseppina di leo

Giuseppina di leo, estate 1981

Giuseppina Di Leo

Ci sono stati ieri senza momenti di mezzo.
Mentre eravamo in attesa di una pizza ritardataria
parlando del viaggio in programma per Lisbona
gli ho detto: « non abbiamo più tanto tempo per stare insieme,
il tempo trascorso è maggiore di quello da vivere».
Non ha reagito. Lo guardavo
i suoi occhi erano belli, splendevano luminosi.
Dopo la mezzanotte, gli ho chiesto se gli avevo fatto male
con quel mio dire, se era pentito di avermi conosciuta.
Ha risposto dicendomi che per mille volte mi cercherebbe
sempre rifarebbe tutto come già fatto.
L’inevitabile che siamo.

(C’è una mosca che mi gira intorno silenziosa.)

(2010)

*

Meno di 24 ore alla partenza: ultimo giorno a Lisboa.
Una foto sul fiume autoripresa, con il tanfo di nafta e sporcizia
ma anche questo fa parte del paesaggio.
Siamo al momento dei saluti, che non debbano essere addii.
Tra un po’ risaliremo Via Barrett e, intanto, il fiume
ci reclama, come in un film.
Seguendo la linea di Levante, domani si rientra.
Nel gran finale, la città dalle molte città,
la Lisboa metropolita, sembra silenziosa
forse anche lei tiene i suoi tumulti nel cuore
o li mette in piazza distrattamente
come gli abitanti tenuti nel grembo, mai partoriti.
D’altra parte, gli appartamenti disabitati
su Pacra Rubiera o su Pacra don Pedro
rappresentano lo scarto esistenziale
della città, la sua anima assente.
Il sole non ci lascia e anche il vento oggi
ha deciso di fare il galantuomo, sussurrando
molto di più di quanto un coro
di ‘obligado/obligada’ potrebbe. Facendo
spazio a tutto, ma davvero a tutto il resto.
Ciao fiume Tago.

(Lisbona, 2010)

 

escher

escher

 

leopoldo attolico

leopoldo attolico

 

 

Leopoldo Attolico

Mille viaggi

Mille viaggi ho fatto nei miei sogni
mi sono scisso in mille allegorie:
il santo, il canaglione, anche l’elemosiniere
che si pente;
sono stato felice senza avere niente
senza riavere niente sono rimasto al verde.
Mi sono ravveduto, ho ricambiato idea
di nuovo ho tralignato. Palinodia: canto ripetuto
vampa trasecolata del vissuto
spiazzata dall’incanto di avere riscoperto
la coscienza .
Mi son barcamenato, certo-poi; ho preso e ho dato
scazonte anzichenò. I profiterol fregati nottetempo
li ho regalati all’avvocato delle cause perse
quello che da bambino mi brillava in viso
e mi faceva dire: “Avevo fame e sonno, non ricordo…”
logos che a ripensarci mi fa sentire immenso
come un verso.
Mi son giocata l’innocenza- di lì a poco
ma non me ne sono accorto: ero un boy scout d’assalto
-assai ispirato, che navigava mattonelle
a quota periscopio, doppiando a tutta forza
sottane e giarrettiere. Quanto poi al resto ,
a quello che è venuto, è gioco smeraldino,
piccolo scrivano fiorentino ma senza padre accanto,
gioia ammazzasette e grafomania in esubero,
cuore e apnee nei gorghi di Pavese
rielaborati in proprio per non soffrire troppo
o troppo poco. E per finire c’è sempre quel colore
ripescato in due versi scritti chissà come,
senza neanche una correzione a fianco,
desaparecidi come neve al sole e poi riemersi
a pronunciarne il nome e il firmamento:
-Con la fede ci ho sempre sbattuto il naso
uscendone illeso e gratificato, non facendomi mai male.
( Quando non si aspetta più nessuno
un passo sulle scale…)

Una passeggiata bianca

Per colpa della poesia
mi accade ancora d’avere
la pelle d’oca per un nulla
comunque e sempre
quando l’amore vuole

I prodromi d’amore
sono una passeggiata bianca
in terra d’ametista
d’una brigata dolce
trepida e presenzialista

Guardo alle oche
come a un transfert formidabile
lento ma inesorabile
che mi mantiene in vita

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, poesia italiana contemporanea

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