POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA MUSICA O SUGLI STRUMENTI MUSICALI di Antonella Zagaroli, Paolo Polvani, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo Zanovello, Lidia Are Caverni, Eugenio Lucrezi, Loris Maria Marchetti, Annamaria De Pietro, Leopoldo Attolico, Ambra Simeone

picasso astratto musica

picasso astratto musica

 

Antonella Zagaroli

Antonella Zagaroli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella Zagaroli

“Potrei entrare nel labirinto
in quel vortice dove tutto si confonde
e il bianco accoglie ogni senso,
forse mi scoprirei come sono

nuda vertigine profumata.

Per rivelare la cadenza al ritmo
ti incontrerei sugli scogli, vergine madre mia”.

(1998)

 

“canto e brindo
con chi sa ascoltare nomi in risonanza,
all’orecchio strumento m’inchino.”

Fra tenerezza e turbamento
madre e suo nutrimento,
dai pori della terra semente aria

la maschera ritrova il suo senso,
nella corda d’altalena
nell’occhio della memoria, a schegge:

“Arresa al mondo possibile
dischiudo il crocicchio claustrale
per te, elisir accoccolato entro ogni cunicolo.”
Da Primo alfabeto 2002
È l’ora rosa
rintoccano le foglie
sui dorsi dei cavalli
su pietre che evaporano
vita solitaria,
nella dimora a bocciolo
avanza il centro che accoglie,
lascia inermi.

Dopo gli scrosci al buio
rrurr rrurr rrurr rrurr
la tortora si risveglia alla pienezza.
La riconducono primitive dee
danzando
in mezzo a parole senza pelle.

Dal flauto l’alito cresce alto
sfiora il confine al cielo
ridiscende
lentamente
in ogni organo,
torna a terra in continuità.

Da Venere Minima 2010

 

violino_Barroco

violino_Barroco

Paolo Polvani

La violoncellista

La violoncellista estrae dal pozzo della notte
un alveare volante, le rotaie
della metropolitana, un tonfo,
un garrulo stuolo di cornacchie,
il vento che gonfia le lenzuola, il vento
che fa di marzo un maestro di nitidezze.

L’archetto si profuma di laghi.

La violoncellista ci abitua ad ogni sorta di miracolo marino
la testa gonfia di singhiozzi
percorre le incongruenze delle periferie
i sussulti dei treni inghiottiti dalla nebbia
i tornanti scoscesi dell’amore.

La violoncellista esibisce a volte un sorriso che non è di questo mondo
ricorda le beatitudini del bosco
siepi di rosmarino spalancate sulle palpebre.

Ma io voglio vedere le sue gambe voglio vedere
se l’alba le disegna una città di mare sulla fronte.

Paolo Polvani, Murge 2013

Paolo Polvani, Murge 2013

L’ultima dimora di Tchiajkovski

Di Tchiajkovski abbiamo visto l’ultima dimora
passando in pullman di sfuggita
e ora è qui che ci abbaglia
ci fa lacrimare seduti
e dimenticare che ci ospita la pancia luccicante di un teatro.

Le passeggiate lungo i viali della Neva.
Le bocche che si cercano sono finestre sigillate
che scoprono i denti in un ghigno obliquo.
Queste sono le carezze che distribuisce il violino.

Le pozzanghere riflettono il cielo
di una profonda estate
cielo di velluto e smalto col fiato di uccelli fiduciosi.
Questi sono i vibranti schiaffi dei timpani.

I fulmini che scaglia il flauto si nutrono dei brividi
che costeggiano la vita come un mare perenne,
grigio e tormentato e austero Baltico,
solcato da battelli e dalle barbe dei loro capitani.

I caldi abbracci degli ottoni convergono all’ombra dei palazzi
interrogandosi sulla direzione della notte,
sui messaggi del vento,
sul moto ondoso delle morti e sul brulicante
prato delle rinascite.
Il maestro cavalca l’onda del fiume scintillante
ne conosce le anse fruscianti d’erba, i segreti anfratti,
conosce le carezze dei salici fulgenti.

Ma è il sole che si agita e che ci fa tremare.
L’orchestra invita il sole a splendere più forte.

 

musica tra gli egiziani

 

 

 

 

 

Giuseppina Di Leo

Quaresimale
(pausa)

Chiasmo stupore e sogno.
La lingua balbetta precisi rigori
parole di fiele da stille di miele
suoni d’inverno in converse primavere.

Per due soldi e un rancio di pane
sul punto solleva a gola d’organo
il basso la nota del pianto cattedrale.

(da Slowfeet, Gelsorosso 2010)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Il silenzio, silenzio non è. Se in questo silenzio
si ferma il giorno. Nell’ora della compieta
le parole fanno parentesi graffe
senza testa né coda;
tra riquadri luminosi evidenzia la pietra
i solitari profili umanoidi restano assorti in posa.
Dicono che tutto viene rimandato, pazientemente
separano note taciturne da porre al fondo dell’io
da chissà quale piano virtuale racchiuso dentro.
Ora, che un acuto bizzarro scaccia via anche il sole.

(2010 / 18 giugno 2014)

Stradivari 1681

Stradivari 1681

Lucia Gaddo Zanovello

Volúmine

Tiene cosí alto il tono
questa verità
che assorda
vibrando
tutte le stelle dei sentimenti
che trapungono
di malinconica meraviglia
il cobalto della notte.

Erma salì
profetica e perfetta
èmato enfiando nelle vene
igneo sguardo
a contemplare
l’errante errare
di quest’isola nel mare
che ha radice qui nel centro
dell’abisso che non vedi.

Canta ora con un’eco di risacca
a squarcia fiordo dentro il cuore
della musica interiore

la ridico come posso,
ma è una rana dentro il fosso
che una luna ha tinto in rosso.

(da Memodia, 2003)

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

Canto

Di questo viaggio
la mappa ancóra si èsplica,
se vedi che non ha approdi
questo mare
e non ha sponde il tuono
che la vita inarca
come un’onda senza fine.

Perché è cosí trasparente l’esistere
che a volte si permea della morte,
passero gonfio caduto dal nido
provvisorio di un tessuto
visibile di carne.

Ma la gioia del canto
è l’amore che non vuole udir patire,
cerca il tetto inesausto
di un abbraccio blu.

(da Memodia, 2003)

musica sassofono

 Lidia Are Caverni

Ti avrei porto un fiore un fiore
grande di baiadera che rosso sventola
sul mio terrazzo un fiore in fin dei conti
gentile che pochi giorni dura
crea illusioni di deserto che la pioggia
desidera ma tu non lo sai ascolti
un’altra musica le mie parole giungono
lontane e non le senti.

 

 

lidia are caverni

lidia are caverni

Per le mie parole piccoli stracci
di suono musica che il vento
raccoglie perché tu le legga nelle notti
insonni grevi di pensieri quando
le ore si rincorrono vane un dono
per la tua non più giovane età
legato da un nastro profumato
di primavera col trillo di uccello
una mano che arreca amore.

(Giugno 2014)

 

 

 

Giuliana Lucchini violoncellista Eugenio Lucrezi

Sul ciglio del gran verde

(Zero centigrade, A strange season#1, 2012)
(John Cage, Crete, 1944)
a Tonino Taiuti, l’inframusico

Piegata sul selvatico ginocchio,
sul ciglio del gran verde, dell’insetto
che vive senza foglie, che rimastica
diagrammi innumerevoli del volo,
di volontà volatile del vivere
nell’arco interminabile del giorno,
metafisico insetto non astratto,
che salta senza spostamento d’aria,
che non grava su steli, meraviglia
di un mondo frastornato da cicale,
a forza sollevata con l’ausilio,
col premito, col fremito costante
di miliardi di semi, di costrutti,
di gusci e di gherigli fragorosi
nel bosco a fondo, è tutta un gran vibrare
commovente di luci, di infrasuoni
che vastamente assordano le stoppie
fragranti in una massa piena d’aria,
di un fastello di steli ad uno ad uno,
individui, incoscienti ed insolventi
per opera di un sonno smisurato,
che sfiorando le cime li pervade
nell’immane meriggio, e che li piega,
dopo le tumescenze del mattino:
la meraviglia, nota sconfinata,
aggiunge in bel principio nenia a nenia,
in un battere primo, in un secondo,
consecuzione in eco che tintinna,
brindisi degli steli, sovramassa
nella perdita d’occhio, nel sonoro
dei calici e dei calici che cozzano
sotto il sole coguaro, nel riparo
niente affatto melodico di un suono
scritto su monogramma senza articolo,
e non sul pentagramma dal maestro
cantore, capobanda di un dolore
articolatamente umano, in un gran fiore:
molti minuti di successo estremo
significa la musica che impergola
una nota perenne nel ritorno
di un triste incantamento, battifondo.

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

eugenio lucrezi con la moglie paola nasti

Moon pix / Moon shiner (la cover perfetta )
(Cat Power, Moon pix, 1998)

Disabitata è la landa della poesia, che infatti non ha terra. Apolide è la civitas della poesia, che infatti non ha polis. Extranodale è la sistole della poesia, che infatti non ha ritmo. Acronica è l’estensione della poesia, che infatti non ha durata. Sfigurata è l’immagine della poesia, che infatti non ha viso. Disfonica è la pronuncia della poesia, che infatti tiene voce acivica e inestesa, sfigurinata, extramoenia e disabilitata, extrasinusale e felice.
Ascoltare, per credere, Moon pix, l’album meno noto di Cat Power, e precisamente Moonshiner, la canzone meno nota dell’album, che è una cover adorante e sbracata dell’unica canzone di Dylan che non è figlia sua, dico di Dylan, e perciò come cover è il massimo.

da mimetiche (oèdipus, 2013)

musicaGian Piero Stefanoni

Durante una pausa
tra Prokofie’v e Mozart

In tutto ciò
come faranno l’amore
le musiciste, una volta posato il violino,
nella custodia gli archi?

Quale accordo, nell’ accordo
muoveranno, i piedi tornando a tempo
al suono riconosciuto del flauto?

Giacché sono le donne a portare
la musica che gli uomini poi suoneranno
nel verso che le viole finalmente
con le prime note apriranno.

Danza ed ancora danza
nel mondo che precede l’applauso.
E Preghiera, nel ritorno che dice della carne lo spirito.

 

gian piero stefanoni

gian piero stefanoni

 

Via della Conciliazione
prima di un concerto a Santa Cecilia

ad Andrea, mio fratello
Una vita tranquilla qui
è una vita tranquilla qui.

Ma non è tutto, non può:
non è il domani. Nell’accordo
mai avvertita la musica, la nota

nel verso a cui eravamo chiamati.

 

Loris Maria Marchetti

Loris Maria Marchetti

Loris Maria Marchetti

Echi dalla Brianza – i

Diluviava e scrosciava a Ponte Lambro
ossessivamente invariabilmente
e l’unico piacere sconsolato
era il riascolto replicato al parossismo
di Harlem Nocturne – un semplice 45 giri
scovato a Como per misericordia
(Alberto in preda a tentazioni della carne
tanto precoci quanto acri
mi chiedeva con voce strangolata
che si prova a «possedere una donna»
e io non rispondevo: il paradiso,
come all’incirca si attendeva, ma più cauto:
dipende dalla donna).
Diluviava e scrosciava a Ponte Lambro
ossessivamente invariabilmente
e non so più se fosse autunno o primavera
ma forse quel che restò indenne dal diluvio
è il sassofono rauco che ci oppiava,
Harlem Nocturne, bellezza geroglifica
sofferto cardiogramma contro il tempo.

da Stazioni di posta, Edizioni dell’Orso 2007

annamaria de pietro

annamaria de pietro

Annamaria De Pietro

Suoni

Martella, e sopravanza la cassa del buio,
battenti i ciechi cembali a paura;
oh costipati i moti e i contraccolpi
varranno poi solerti – ripetuta
spinta di getti ammazza la cortese
stesura silenziosa, arraffa ai rami
la serena ragnata delle foglie,
echi le impone e strisci, stria smarrita
ne getta i fili come di aquilone.
Condensa, stringe fasci e le confuse imprese
non governa affannando e di forza si aiuta
la persa cecità ed al suo luogo toglie
un segmento alla volta, una sezione
a ogni passo del suono; attente muse
danno concordia agl’imprecisi colpi,
allo sprofondo gradinata pura,
e la pioggia di schegge a bei velami
legano con le calme e dotte dita,
e la guardano con gli occhi azzurri d’Argo.
Corrono suoni pensabili il solco del buio.

da Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000.

Yeats 5

 

Nero e bianco

 

La gazza sale la scala al ramo, e batte
la scala al pianoforte secco, nero
e bianco. Controvento va leggero
vento e accompagnamento. La dama la notte
e il giorno segue e segna. Niente è vero.

(Inedito)

 

 Hieronymus_Bosch Il giardino delle delizie part.

Hieronymus_Bosch Il giardino delle delizie part.

Leopoldo Attolico

E ritorna la musica

Trova un culmine di grazia solo in abito invernale
la banderuola nuvolosa ,
lo stesso tempo di zolfo e di tempesta
che apparenta il cuore all’attesa del peggio .
È il suo elemento , meglio se incattivito e vivido ;
ne va matta .
Guardala : anche lei ha un’anima
gonfia d’attesa e imbavagliata dal vento ,
così a suo agio nel camminarti dentro
lo spazio angusto di un fiato , sospeso

Ha sempre su nel cielo un rimario
o un contrappunto inquieto :
sembra indicarlo – alto – ogni volta , e ribadirlo
come sospinta solitudine di vena gelida
che si cerca un compagno .
È cenere di gioia il suo moto perpetuo
quando litiga col sole , al suo apparire
e col suo vento ,
quasi scontroso rovello che si siede
e non si piace più
e non ne vuol sapere di una ipotesi di canto
che non gli appartiene :
meglio cacciarla via gridando

Solo d’estate si scioglie le midolla
ha un timbro colloquiale :
fa il girasole a volte , si trasforma:
poche parole , un nulla , o poco più
-seppure : è riserva mentale disattesa
la sua sorpresa per uno scampolo di gioia
per una sillaba tersa
e un poco se ne vergogna ;
ma poi si lascia andare ; gira la testa , ti guarda
persino ti saluta ;
finché decide di scapparsene in cielo
perché sta arrivando una nuvola !
E ritorna la musica
Dall’inedito Piccola preistoria, 1964-1967

leopoldo attolico

leopoldo attolico

Terrazza
La farfalla vivace dell’estate
blandisce e giustifica la noia:
troppo sole fa male, e la poesia non decolla
fa tappezzeria, va in tilt con la matita.
Il corpo soltanto, sfiorato dalla musica
si fa colore, movimento
poi progetto di fuga

C’è quella nuvoletta
che sgorga bianchissima dal cielo,
bisogna approfittarne per dare i resti al cuore
visto che non si batte un chiodo in questa sauna!

La noia si divincola
fiondandosi in azzurro con le valigie vuote;
il chiodo puntualmente si inabissa
rimorchiandosi l’anima.
Foglio e matita quasi non si accorgono
che è iniziato, per loro, il conto alla rovescia:
la gioia vi nidifica impaziente;
il patto è trasparente;
un gioco d’innocenza innamorata?
Inevitabilmente

Da Il parolaio, Campanotto, 1994

Vladislav Chodasevič Studio per costume teatrale 1921

Vladislav Chodasevič Studio per costume teatrale 1921

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 

 

 

 

 

 

 

Ambra Simeone

la poesia è come la musica ho sentito dire

sembra che quando scrivi una poesia, usare una metafora può far bene,
riuscire ad usarla come si deve, una musica interna al verso, una roba di sillabe,
di contarle tutte per sapere là dove finisce il rigo, e poi dopo puoi mettere l’a capo,
allora comincerei proprio con una metafora e cioè che la poesia è come la musica,
perché l’ho sentito dire una volta, anche se a me la cosa non suona affatto, dico,
ma forse mi sbaglio, che il silenzio di Cage non è mica una sinfonia di Beethoven
che se dobbiamo scegliere una sola musica e copiarla quando scriviamo una poesia,
a me già il fatto di copiare, non mi pare da fare, me lo dicevano fin da piccola,
allora mi viene difficile scegliere una sola melodia, che a me ne piacciono tante,
di tutti i generi, perciò non so davvero quale usare per scrivere una bella poesia,
finirei quindi proprio con una metafora e cioè che la poesia è come la musica,
ma solo perché l’ho sentito dire in giro, niente di che, sentiamo tante cose in giro,
e poi le ripetiamo, e casomai ci fa anche piacere ripeterle, perché sono tutte uguali,
e ognuno capisce quel che deve capire, ognuno annuisce per la cosa che ha già sentito,
non si può sbagliare, tutto è uguale a tutto, così vicino a noi, così tranquillizzante.

(inedito)

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6 commenti

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6 risposte a “POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA MUSICA O SUGLI STRUMENTI MUSICALI di Antonella Zagaroli, Paolo Polvani, Giuseppina Di Leo, Lucia Gaddo Zanovello, Lidia Are Caverni, Eugenio Lucrezi, Loris Maria Marchetti, Annamaria De Pietro, Leopoldo Attolico, Ambra Simeone

  1. Vorrei gettare un sasso nello stagno. Sono tentato di dire senza mezzi termini che quando si fa poesia su argomenti “solidi”, non legati all’attualità e non su ordinazione della maggioranza poetante, (cioè poesie d’amore, poesie del quotidiano, poesie del privato etc.), quando si fa poesia su argomenti concreti e sentiti, ecco che il livello estetico delle poesie si alza quasi d’incanto, all’improvviso.
    Ci sarà pure – mi chiedo – una ragione di cio, no?

  2. Giorgio, hai ragione, anzi rincarerei la dose dicendo che con te ha ragione la poesia stessa, che del quotidiano si fa un baffo, se è vero che le interessa – del quotidiano come dell’eterno – il linguaggio, e cioè il meccanismo di germinazione del pensiero. Tra vita e poesia c’è la salutare distanza che c’è tra il cuore che pulsa e la memoria della passione. La poesia, insomma, è fantasia, e qui vado sul sicuro perché sto con Leopardi. Un abbraccio, eugenio

    • Annamaria De Pietro

      Caro Giorgio,
      per semplificare, posso risponderti citando brevemente da due dei testi qui pubblicati: “chi sa ascoltare nomi in risonanza” (Zagaroli) e “Acronica è l’estensione della poesia, che infatti non ha durata” (Lucrezi). Solo due. citazioni, ma altre potrebbero essercene.
      Con Lucrezi ancora ritengo che la sostanza della poesia stia nel “linguaggio, e cioè nel meccanismo di germinazione del pensiero”, e penso allora che l’obbedienza a un tema, a un qui e ora bisognoso di giustificazioni esterne, di cronaca e assenso, non possa essere che una distrazione in povertà da quella sostanza, gravissima dimenticanza; abiura, dico melodrammaticamente; pigrizia, aggiungo.
      Il mondo è immenso e germinante infinità di analogie, risonanze, salti mortali estranei a ogni legame e conseguenza di ragione, di piatta osservazione, di leggi logiche che fingono di essere strumenti del ben capirsi.
      E la scrittura di tale mondo in perpetua germinazione sghemba non può che essere perfettamente contemporanea a quello e a sé stessa, lente magnificante amplissima, insieme zoom grandangolo e dissolvenza. Tutto è qui, ora, ma non nel senso della cronaca diligentemente registrata, bensì nel senso di uno sguardo a occhi di mosca che del suo vedere fa mondo.
      Non è magia, non è mantica e allucinazione; è trovamento insieme del trovato e del linguaggio che lo trova, è un sistema olistico che subitamente, istantaneamente – come la metafora barocca – è il dire e il detto, e a sé si tiene con lucida oltranza.
      Libertà in sintesi, posso forse concludere. E quell’attitudine squisita che si chiama curiosità.
      Cordialissimamente
      Annamaria De Pietro

      • Cara Annamaria,
        la libertà del discorso poetico sta nella sua capacità di uscire dalla cosiddetta linearità del linguaggio (per cui i fonemi, combinati in monemi, si succedono nel tempo della pronunzia o nello spazio lineare della scrittura, senza mai sovrapporsi). Così si costruiscono i “discorsi alternativi”, che si dipartono dagli elementi stessi ricavati dal discorso portante. Questa operazione viene fatta mentalmente, e spesso inconsapevolmente, dall’ascoltatore, ma è molto più agevole per il lettore, che può ritornare più volte sul testo e individuare gli elementi connessi (i discorsi alternativi o secondari). È da notare che questi discorsi alternativi sono sempre di tipo asintattico, essendo il discorso portante, questo sì, esclusivamente sintattico. Ciò che si sforza di renderli sintattici è l’operazione connettiva del lettore, il metadiscorso del lettore.

        Ma cosa vieta di costruire i discorsi alternativi non in termini di linearità temporale del verso ma in termini di volumetria delle immagini? Le immagini sono un linguaggio ben più universale (e antico) dei discorsi sintatticamente orientati al testo, la dianoetica del messaggio è ben più potente se ancoriamo la poesia ad un sistema di immagini in movimento reciproco. È qui il problema centrale della arretratezza della poesia italiana che non sa pensare che in termini di economia temporale del linguaggio sintatticamente orientato. E mai ad una diseconomia delle immagini, mai ad una diseconomia dei discorsi alternativi.

        Certo questa procedura è ben più difficile a farsi, ben pochi poeti saprebbero costruire un discorso poetico basato su questi elementi. Oggi è facile scrivere una poesia, terribilmente facile, e infatti tutti scrivono più o meno benino poesie convenzionali, con tematiche prese in prestito da ciò che una cultura massmediale offre. Si perora da qualche parte addirittura di una democratizzazione della poesia! Il che è francamente troppo. La poesia si democraticizza quando alza l’asticella delle difficoltà, quando obbliga il lettore ad uno sforzo di immaginazione e di comprensione.

  3. E’ chiaro che gli argomenti “solidi” di cui parla Linguaglossa si autoemancipano in gran parte da tutto l’armamentario retorico che impegna e occupa testi rivolti al privato , all’attualità ecc. . Sale – necessariamente – l’attenzione linguistica del poeta a fronte di un referente che ha nella sua “diversità” tutte le caratteristiche ( le peculiarità ) per una trattazione estetica assolutamente “personalizzata” . Quindi stimoli e linguaggio investiti di nuova – felice – responsabilità , con gli esiti che vediamo .
    leopoldo attolico –

  4. antonio sagredo

    Tra Linguaglossa e la De Pietro vorrei infilarmi a ragion veduta oppure no…
    ma non ve ne scorgo lo spazio, e allora resto in disparte a osservare il torneo:

    Tentativi di definizione

    Poesia
    sono tornei tra mare e cielo,
    sembianti esotici, geometrie terribili.
    Labirinti dove soli si azzuffano ringhiando,
    universi che imitano apocalissi.

    Poesia
    sono tornei di tenerezze inaudite,
    teatri di rugiade, prodigi evanescenti.
    Finzione dei tarocchi che sognano destini,
    immagini di fate e di leggende.

    Poesia
    sono tornei fra misteri di cristallo,
    rubini dei cristalli, disperate corone.
    Vanità delle lune dove s’indugiano i poeti,
    cavalieri erranti, antiche sinfonie.

    Poesia
    sono tornei tra cielo e terra,
    cigni in lagrime, donne innamorate.
    Rosari di canicole dove smania la tortora,
    deliri di madreperla, narcisi impazziti.

    a.s.
    Praga, 28 gennaio 1977

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