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A cura di Giorgio Linguaglossa, Antologia Il rumore delle parole 28 poeti del Sud  -5 Poeti del Sud: Sebastiano Adernò PoesieValentino Campo da ChroniconLuigi Celi da Ritorno in Sicilia, Rossella Cerniglia da Antenore e altre poesie, Maria Pina Ciancio Poesie

Antologia IL RUMORE DELLE PAROLEGiorgio Linguaglossa da Introduzione  alla Antologia Il rumore delle parole 28 poeti del Sud Edilet  pp. 284 € 18 (Sebastiano Adernò, Valentino Campo, Luigi Celi, Rossella Cerniglia, Maria Pina Ciancio, Carlo Cipparrone, Fabio Dainotti, Marco De Gemmis, Fortuna Della Porta, Giuseppina Di Leo, Francesca Diano, Michele Arcangelo Firinu, Maria Grazia Insinga, Abele Longo, Eugenio Lucrezi, Marco Onofrio, Aldo Onorati, Silvana Palazzo, Marisa Papa Ruggiero, Giulia Perroni, Gino Rago, Lina Salvi, Daniele Santoro, Ambra Simeone, Francesco M. Tarantino, Raffaello Utzeri, Adam Vaccaro, Pasquale Vitagliano)

È vero quanto scrive Umberto Eco in un articolo del 12 marzo 2012 apparso su «La Repubblica»: «L’avanguardia storica (come modello di Modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di “Abbasso il chiaro di luna aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arriva all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall, all’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi». Ma se leggiamo la poesia che si fa oggi, di cui questa antologia ne è un esempio paradigmatico, ci accorgiamo che non si può più parlare nei termini di un Moderno che si converte in modernismo, in avanguardia e in retroguardia, secondo un classico schema novecentesco di pensiero, oggi siamo tutti diventati qualcosa d’altro, è il post-contemporaneo che si profila, il post-Presente, il Presente si prolunga nel post-Presente; il passato e il futuro entrano nella nebbia e nell’ombra, tendono ad eclissarsi.

Oggi non c’è più bisogno di una avanguardia e tantomeno di una retroguardia, siamo tutti divenuti qualcosa che sta come sulla cresta di un’onda, su un orlo topologico, e la poesia sembra girare attorno a se stessa in un movimento perpetuo, un movimento rotatorio attorno al proprio asse che non porta a nessun luogo e non sta in nessun luogo. Ma forse è proprio questo il suo punto di forza. La poesia contemporanea è rimasta orfana della filosofia, che non pensa ad essa come ad una invariante ma come ad una variante del variabile. E forse questo è un bene. Nel regime post-coloniale delle democrazie occidentali la poesia è considerata per il suo aspetto gastronomico e decorativo. La democrazia del capitale finanziario spinge tutte le arti alla decorazione e alla manifattura di uno stile da esportazione. Alla poesia non viene chiesto niente, ed essa non immagina neanche di rispondere. In mancanza di una verificazione, essa semplicemente non è. La diversità dalla scienza è sorprendente. Ma anche dal romanzo, che almeno ha un regolo, imperfetto quanto si vuole, ma un regolo: il mercato. La poesia non progredisce (e non regredisce), se intendiamo per progresso l’accumulazione di risultati che si susseguono gli uni agli altri, ma ristagna. Tale visione è conforme a un modello di ragione che pensa per invarianti, che prende luogo da un modello storicistico che tende ad appianare i risultati estetici e le problematiche entro il continuum del divenire storico, ignorando le differenze e le diversità. Si impone così, inconsapevolmente, un modello storiografico e un modello di ragione sostanzialmente aproblematico e aproteico dove tutte le vacche sono bigie.

italia che taceFine del Moderno, dunque. Fine delle filosofie forti. Fine della poesia forte. Ma, per fortuna, ciò non significa che la poesia non pensi a se stessa se non in diminuendo, anzi, mi sembra che gli autori più  avveduti di questa Antologia siano ben consapevoli di come ricomporre il piano estetico della nuova dis-locazione multifunzionale del discorso poetico, che coniuga il «parlato», le immagini e la riflessione, che coniuga il presente con il passato, il quotidiano con la metafisica,  alla ricerca di una nuova identità stilistica. La poesia sembra finalmente essersi rimessa in cammino. Parafrasando Gianfranco La Grassa, il quale scrive: «uscire da Marx dalla porta di Marx», potrei dire: «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia». Si tratta di una metafora, di un gioco linguistico. Ma continuiamo il gioco: accettiamo la metafora: che cosa vuol dire «uscire dalla Poesia dalla porta della Poesia»?, tutto e nulla: noi possiamo uscire dalla finestra del «Palazzo chiamato Poesia», dalla finestra del primo piano e scappare, darcela a gambe per la strada, oppure salire all’ottavo piano del Palazzo e saltare giù nel vuoto, e così finiremmo per romperci l’osso del collo. Ma saremmo morti e quindi la partita finirebbe. E poi possiamo uscire dalla porta d’ingresso e dire a tutti gli inquilini del Palazzo: «c’è del marcio in Danimarca», ovvero, «qui i giochi sono già stati fatti, le carte sono state truccate, non c’è motivo per sedermi al tavolo di gioco»; oppure, possiamo decidere di stare al gioco (le cui regole sono state scritte da altri) e fare finta che le carte non siano truccate.

E qui la partita si apre. O meglio si chiude. Oppure, come qualcuno fa, «dobbiamo far saltare tutto: il Palazzo e il sistema-poesia», «bisogna mettere della dinamite alle fondamenta del Palazzo»; simpaticissime boutades, che io trovo divertenti, irriverenti. Non ha fatto così Sanguineti con Laborintus (1956)?, operazione indubbiamente geniale, che andava in consonanza con i tempi di un paese che doveva cambiare la classe dirigente intellettuale in un momento di grande ripresa economica, di grande ottimismo e di grande rigoglio artistico e intellettuale. Ma oggi, chiedo, ci sono queste condizioni? – Quello che vedo è che siamo immersi in una Grande recessione (economica, politica, etica, estetica e spirituale), non vedo all’orizzonte un altro ceto intellettuale di scrittori e di poeti che voglia prendere il timone della vita artistica del Paese: ciascuno va per conto proprio, alla spicciolata, alla ricerca del consenso e del successo.

italia tripartitaLe varie proposte che ci sono oggi in circolazione: «poesia corporale», «poesia esodante», «poesia periferica», «poesia allo stato zero», «anti-poesia», «pseudo-poesia», «post-poesia» sembrano indicare un qualcosa che si muove in una direzione tangenziale, verso l’esterno, cioè verso la periferia del «sistema-poesia». Nella mia veste di critico non posso non prendere atto di questo fenomeno ma mi chiedo: verso la periferia di che cosa va la «poesia dello stato presente»?, si allontana del Centro?, e perché si allontana dal Centro?, e che cosa cerca verso la Periferia?, e quando raggiungerà la Periferia che cosa succederà?. E mi chiedo: ci sono oggi le condizioni affinché la direzione della poesia italiana si incontri o si incroci con le istanze dell’istituzione poesia?, con il Politico?, con la Comunità?, che sappia dialogare con la nuova civiltà mediatica?.

Ho l’impressione che la direzione presa dalla poesia italiana di questi ultimi tre, quattro decenni sia quella della deriva di «accompagnamento», prosastica, sempre più disossata, debole, gracile, facile, democratica, piccolo borghese (nel senso di comprensibile a tutti), mediatica, demotica; precisamente da quando il più grande poeta italiano del Novecento, Eugenio Montale, si è anch’egli reso responsabile della scelta di una poesia «in minore», umorale, diaristica, appesa alle «occasioni», ironica, desultoria, sussultoria, da Satura (1971) in poi, così che oggi, a quaranta anni di distanza, giunti alla foce di quel fiume, si scrive una «poesia» dell’«indifferenziato» molto simile alla «prosa», che della «prosa» ha il vestito linguistico e concettuale: vale a dire che si pensa in poesia come pensa chi vuole fare della prosa. E invece è sbagliato, qui c’è un nodo che va sciolto subito, ancor prima di iniziare la riflessione e dire una cosa molto chiara: che la poesia è una cosa che si scrive e si pensa in modo affatto diverso da quello con cui si pensa e si scrive in prosa, quand’anche ritmata. È l’ideologia dell’in-differenziato che qui ha luogo.

Italia stemma della repubblicaBrodskij una volta scrisse che la longitudine e la latitudine cambiano la lingua. Di più, la longitudine e la latitudine cambiano anche il linguaggio poetico; in esso si verificano delle interferenze, dei disturbi, delle influenze; i sostrati storici delle varie civiltà che si sono depositate in un territorio sedimentano, fermentano, e affiorano, prima o poi, nella lingua di relazione e nel linguaggio poetico. Ciò che si credeva «periferia» diventa «centro», e viceversa. La storia si diverte spesso a riposizionare le tessere del puzzle secondo un ordine imprevedibile e inimmaginabile agli inizi. E ciò è avvertibile anche in questa antologia intergenerazionale nella quale c’è una vasta gamma di ricerche stilistiche nella sostanza molto diverse da quelle che si perseguono a nord del Rubicone o al centro del Lazio. Un elemento questo da non sotto valutare che ha una sola spiegazione: la definitiva emancipazione della poesia del Sud da quella che si fabbrica nelle fucine di Roma e di Milano. La poesia del Sud non va a prendere il tè in alcuna contrada esotica, e questo è un buon risultato, non va più a rimorchio della poesia del Nord, anzi, possiamo affermare che la poesia del Sud si è completamente emancipata, ha un passo sicuro, procede in varie direzioni contemporaneamente, ricerca una propria identità. È questa la ragione fondante che può giustificare una antologia della poesia del Sud: la sua centripeta vitalità, il suo andare dentro il linguaggio poetico a far luogo dalla periferia. La diacronia del linguaggio poetico è racchiusa nel moto del pendolo, ad un periodo di espansione e di egemonia del Nord e del Centro subentra un periodo di riflusso e di rilancio della poesia del Sud.

Gran parte anche della migliore produzione poetica delle ultime generazioni sembra scrivere poesia come se fosse  dentro una «vacanza» della ragione, della Lingua, ma la lingua ha una sua ferrea legislazione fatta di regole sintattiche e semantiche che nessuno può infrangere. Spesso trovo  incomprensibili certi libri di poesia (sicuramente per miei limiti) ma anche perché ormai oggi ciascuno scrive per se stesso, ciascuno si fabbrica in privato un proprio idioletto senza curarsi di quel dialetto della comunità nazionale qual è diventato l’italiano letterario (per non parlare del fenomeno dei dialettismi poetici che sorgono un po’ come funghi in ogni parte della penisola quale epifenomeno del novecentismo tardo novecentesco). La grandissima parte dei più giovani pensa alla poesia come a un affare privato che più privato non si può, che anzi debba essere un privato privatissimo, la privatizzazione del privato, talché la lingua in cui quel privato si esprime ne è il corrispondente linguistico: di qui la «privatizzazione» della lingua in idioletto. È chiaro che in queste situazioni viene meno la necessità di un ermeneuta, il quale non ha più alcuna ragion d’essere. Per fortuna, in questa Antologia mi sembra di notare una inversione di tendenza, ci sono chiari esempi di una poesia che va verso la pubblicizzazione del privato, in cui il privato si allontana dal quotidiano e il quotidiano dal quotidiano presuntivamente posto. E questo è un segnale molto positivo.

Italia tricolorePer via del fatto che la poesia si è prosasticizzata è invalso un equivoco: che il limen divisorio tra la poesia e la prosa sia effimero, equivoco; ma gli autori di questa Antologia dimostrano quantomeno di volerlo sciogliere. C’è un nodo, se non si scioglie questo nodo non sarà possibile scrivere una poesia adulta, emancipata. Così, la poesia contemporanea rischia di stare in mezzo al guado, di nuotare in una forma ibrida, nuotare con i salvagente. Basterebbe eliminare gli a-capo e riscrivere tutto in prosa per accorgersi che spesso il testo ne guadagnerebbe in linearità sintattica e alla lettura. E allora, chiedo: perché scrivere in forma-poesia cose che potrebbero suonare meglio nella forma della prosa?; è questo il nodo che la poesia italiana contemporanea si trova a dover sciogliere. Il verso è una «entità» che bisogna provare e riprovare; innanzitutto, come prescriveva Fortini, occorre provare «la resistenza dei materiali», intendendo dire che il verso poetico è un qualcosa che offre una «resistenza» alla lettura (e alla scrittura), come la resistenza che comporta un materiale qualsiasi quando viene attraversato dalla corrente elettrica: in mancanza di questa resistenza il verso non è più un verso ma semplicemente (e rispettabilmente) prosa.

Direi che per la poesia degli autori antologizzati sia prioritario l’atto della narratività. La poesia si costruisce come una riflessione su un oggetto dove il momento dell’analisi precede appena d’un soffio il momento della sintesi. Riflessione e meta riflessione, retrospezione e prospezione, osservazione del dettaglio e visione dell’insieme. Una procedura che predilige lo scorrimento (a secondo della necessità della composizione) della narratività è una procedura che rimanda ai rapporti di inferenza e inerenza tra gli oggetti, tra le loro qualità e le loro alterità, ovvero, tra le parole. Una strada duale, sostantivale e relazionale, tra le parole e, quindi, tra i significati delle parole e gli oggetti referenziati dalle parole. Questo tipo di procedura non si differenzia da quella perseguita dalle scritture iperrealiste in auge in Occidente, ricade pur sempre nel demanio della narratività.

eugenio montale e il picchio

eugenio montale e il picchio

Narratività ed iperrealismo sembrano andare a braccetto: molti autori di questa antologia prediligono l’ingrandimento progressivo delle unità verbali prese ciascuna per sé collegate insieme mediante nessi sintattici, congiunzioni e/o particelle avversative, ricostituendo un periodare intuitivo (nel senso dell’immediatezza del linguaggio del quotidiano) al fine di rafforzare gli elementi significanti del linguaggio; oppure operano attraverso l’isolamento e l’ingrandimento di singole parole-immagini. Procedura già anticipata da un quarantennio da un film come Blow up di Antonioni, dove un fotografo, che ha scattato numerose fotografie in un parco, rientra nel proprio studio, e qui viviseziona le immagini attraverso ingrandimenti successivi e arriva ad identificare, stesa dietro un albero, una forma supina: un uomo ucciso da una mano armata di rivoltella che, in altra parte dell’ingrandimento, appare tra il fogliame di una siepe. Ci sono autori che tentano di ripristinare il giro frastico su un’orma endecasillabica, altri fingono un endecasillabo che non c’è, altri ancora derubricano la questione. È chiaro che qualcosa è cambiato, c’è un cambio di passo: il passato sembra essersi allontanato, molto di ciò che, nel bene e nel male, doveva cadere è caduto. È crollato non solo il paradigma ma l’idea stessa del paradigma: il canone si è dissolto in mini-canoni, è stato falsificato e clonato e moltiplicato in un brodo di coltura che, paradossalmente, non è escluso che possa dare i suoi frutti nell’imminente presente che si chiama futuro. È anche questa una delle ragioni di una antologia della poesia del Sud.

 

sebastiano-aderno

sebastiano-aderno

 

 

 

 

 

 

 

 

Sebastiano Adernò

– I –

Punto primo.
Carta mangia sasso
ché nato antico
e morto muto mai negò
il desiderio
di segni ed inchiostro.

– II –

Hai mai sparato per gioco?
Segna otto punti.
Se tra di voi c’è un Santo
riportalo indietro.

– III –

Eravamo in cento.
Dalla notte verso il centro.
La rete. La rete tre volte.
Poi meglio.

– IV –

A Masada comprammo fiori recisi.

Perché la stirpe stramazzata dei primi
tra base e desiderio
non avesse altro unico
di che esser felici.

– V –

Posa del sasso
in ginocchio sul greto.

La polvere è un boato.

Chiamarla storia
non rende l’uomo meno vacuo.

Valentino Campo

Valentino Campo

da CHRONICON

Libro I

Io Valentino, monaco unto nel letame
lingua di serpe
perché ho già tradito e abiurato, maledetto
il nome di questa terra che mi ha nutrito,
mi appoggio all’ombra della città che dilaga
come macchia scura che la luce non contiene.
Io sciancato, sordo perché non so sentire,
io diafano perché non so vedere
io muto perché non conosco il canto dei filistei
e mi muoiono in gola tutti i nomi di Cristo.
Nell’anno duemilatredici di nostro Signore
pesto le parole come radici
mentre la città scioglie i focolai
e il vento raschia via la pelle bruciata.
San Giorgio ha domato il drago
ma io so che la bestia non è quieta
chiederà nuova carne
sputerà altro fuoco,
si è solo confusa tra la moltitudine,
nel cavo delle narici, nell’increspatura.
Io monatto, medico ed untore
io che mi cibo col pasto dei condannati,
io messo al bando perché ho chiesto a Giorgio
di scendere da cavallo e gettare l’armatura.
Qualcuno sputa sangue nella tazza del vino
prima di consacrarlo a questa città assetata
lo allunga con acqua e brodo,
dice che così dà la biada
alle voci che ogni sera gli entrano come chiodi,
qualcuno racconta di sua madre,
viene da lontano, la peste l’ha risparmiato
come si risparmia un vitello per un’altra mattanza,
ha un campanello al piede che soffoca con l’erba
ogni volta che si caccia nel fitto del bosco.

Si sta in cerchio attorno alla fiamma,
una donna si alza per prendere le fascine,
gli uomini la guardano,
hanno smesso di tossire,
la donna canta mentre rimesta il fuoco
e il bagliore le slabbra il solco delle piaghe,
postremus inimicus evacuabitur mors
la donna intona come se fosse felice
e tutti cantano come se fossero vivi.

La peste non fa sconti, giù in città
è un luccichio di ossa, calce ovunque,
ovunque puzzo di uova marce
e quell’odore di pesce che rode il bianco,
che pare scrosti il bianco dai crinali.
I morti stanno con i vivi
ogni volta che c’è da spurgare le ombre dalla luce,
dal filamento sgrassare l’orlatura.
Nel fossato l’acqua si raggruma
e gli uomini la tengono tra i denti,
omnis qui bibit ex aqua hac sitiet ìterum,
l’arsura si sazia con l’urina
e con le foglie di menta.
Ho già spellato tutti i cardi
quando un tremolio di luce
balena tra il fuoco e la latrina davanti al bosco,
l’alba ha l’odore acre di bestia
che ha appena mutato scorza.
Oggi scenderò in città prima del suo fiato,
lavoro di routine contare le croci sui portoni,
un’addizione di segni, scorporo del dolore.
La città si lascia attraversare
come fanghiglia che tiene la preda,
seguo l’istinto del battitore che cerchia l’ombra,
fiuto la condensa calda del corteo.

luigi celi

luigi celi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Celi

Ritorno in Sicilia

È solo un sogno ritornare all’isola-culla
consegnata alla luna, al giallo diluviato
dei monti, agli impervi tornanti
ruscellanti pace e violenza.
Terra di calura e di tristezze
per le orecchie d’un Odisseo smagato,
delirio il suo omologarsi alla cultura del sovrappiù …
per chi non vuole udire le partiture del vero
sventaglia spartiti di sirene lungo-codate
tra Scilla e la madreperlacea Cariddi,
nel vento la cetra di Calipso
la voce di Nausica.
Inquietante è il dorso dell’isolapesce
ha spina dorsale di monti e lupare,
nuotano isole piccole su un’unica onda
di lava e antiche memorie.

*

Sabbie al vento nei cirri-vitigni d’uva-risa
menadi tra piedi strombolati di lava e oleandri,
dal Vesuvio fino all’Etna orizzonti di mafia
e foschi presentimenti …
Grembi partoriscono grembi e lacrime
nella stagione di paglia ardente
e tonfi sulla chiglia, nella rete dei miei lidi
l’alata scogliera ha radici d’olivo
sgorganti oro crudo.
Sul mare l’aria s-marina di biancospino
baluginano vele nell’angiporto …
Protesa alle Eolie Milazzo si inazzurra
tra delfini che incappucciano flutti
sospinti dalla brezza.
Su mutevoli nubi ali di gabbiani tagliano
nebbioline, sogni stagliati tra ombrose alghe
sguardi sperduti in specchi di negrizia …
non lontano migranti affondano in pozze
d’inaridite speranze …
palpebre galleggiano fuori di testa
sulle piccole labbra delle onde.

Rossella Cerniglia

Rossella Cerniglia

 

 

 

 

 

 

 

Rossella Cerniglia

Dalla silloge inedita Antenore e altre poesie

Ad amico immaginario

Oggi ti scrivo, amico mio dell’anima, solo navigante dei miei sogni.
La tua essenza eterea è il fluire in me delle cose che non hanno corpo.
Essere arduo, iperuranio sei, il lontano e vicino orizzonte
dove abita la notte del mio cuore, il contiguo esiziale mio dolore,
mio fratello prescelto dalla sorte di chi nulla possiede,
avventuriero del mio immaginario, ragno di me innamorato
che tesse la mia tela. Se ti cerco è perché il mondo è spoglio,
non ha che pietra e lugubre grigiore. Se ti cerco è perché la strada è sola
e niente dà ristoro: neanche una lusinga da questo cadavere immenso
qui disteso, nessun compagno di viaggio a deplorare
il tuo triste fardello, a compatire il tuo bisogno d’assetato.
Se questa è vita, è qui che giunge il mio sogno disperato:
a te che sei il prescelto, vero compagno della più oscura solitudine,
generato da essa come ombra, ma così pregna del bisogno di non essere sola!
A te, ultimo casto amore, consorte del mio viaggio
entro rive profonde e sconosciute, a te cedo le chiavi del mio cuore,
su te riverso il sogno inquietante e vuoto di una ricerca smisurata e vana
che è stata mia condanna e mia rovina: nella sua essenza invitta
s’inscrive il naufragio dell’umano, la sua inesorabile sconfitta.

.
Sera autunnale

Viene la sera autunnale
e sul sentiero tra gli ulivi
ferma l’alato piede.

Tinge la nera veste fluttuante
l’aria intorno e annera
ogni lucore, abbuia
I contorni delle cose.

L’angelo muto passa
innanzi alla finestra illuminata
e l’attimo trattiene
in un tempo senza tempo.

In un brivido lieve
trascorre
l’esile mistica sera.

 

Maria Pina Ciancio

Maria Pina Ciancio

 

 

 

 

 

Maria Pina Ciancio

*

Tutto ciò che non dico è oltre il Sud
anche questi fiori d’argento alla finestra
e questa gioia (…) così isolata nella sera
– sconsacrata da gesti che ritornano lenti
a un rituale d’avanzi

Anelli che si staccano a scuoterli troppo
e si disperdono per troppa stanchezza
troppa trasparenza d’intenti

2010-12

*

Avremmo dovuto partire
prima che l’Alba
ferisse insensata i nostri vent’anni
prima che le mani
smarrissero i fianchi
(senza sapere né dove, né come)
prima che gli occhi ferissero
altri occhi

Quando l’ingiusto
si impossessa del bene
è così che si esiste
senza parole
senza più grazia
abbozzando alla vita
soltanto uno sguardo fugace
e impoetico

2010-12

*

È dentro i vicoli d’inverno
che arrivano i fantasmi
con loro ombre lunghe
dentro corridoi lunghi

Io sempre avanti
loro indietro

di qualche passo indietro

2010-12

 

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POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DEL VIAGGIO E DELL’ESTRANEITA’ di Paolo Ruffilli, Valentino Campo, Anna Ventura, Lidia Are Caverni, Luisa Colnaghi, Giuseppina Di Leo, Leopoldo Attolico

buenos aires

buenos aires

Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia tra Atene e Gerusalemme, tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione. «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

 

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Andante

Nel porsi in viaggio,
prendendo prima
le distanze e tutte le
misure che si può,
considerato l’angolo di fuga
e quello di deriva andante
dentro il vuoto…
la curva sghemba
della deiezione,
lo scarto imprecisato
del destino.
All’imprevisto che è
legato al moto,
la ragione ha imposto
antidoto di linee rette:
orari, termini, binari.
Contro i rischi dell’ignoto.

 

In viaggio

Nel gioco mobile
di specchi
sogno e realtà,
moltiplicandosi
nell’effetto miscuglio
– cocktail o frullato,
intruglio o elisir –
hanno inventato
ed, ecco, rivelato
l’universo della vita
in una sfida stravagante,
facendo eterno andare
di ogni istante,
oceano del poco mare
attraversato
e transatlantico
del piccolo natante
che vi si è sopra
avventurato.

relatività cornelius escher

relatività cornelius escher

 Valentino Campo

Valentino Campo

 

Valentino Campo

Domenica delle Palme

Vidi, lo vidi
il nero della seppia
nel nero che recide
l’ombra dal suo doppio.
Persi la rotta nel timpano
del fiume,
gettai alla riva
all’ansa la mia voce,
al luccio chiesi
l’aria dei suoi bronchi
il filamento nel pantano;
all’onda resi
il sale dei miei anni.

 

Lunedì Santo

Ti so, ti sento,
ombra, mia presenza,
nel cavo dell’iride che sgrossa
il dalmata a nuoto nel trifoglio,
palla e fanciulla saldi al chiostro
stillano il miele dell’astro.
E tu ti celi nel cono
dei suoi dardi, nel midollo
delle cose, la schiena devo darti
se voglio il tuo perdono.
Martedì Santo

Mi servi i petali bianchi del loto,
è il dono che mi fai.
Tutto è ormai compiuto,
il gallo a oriente è muto
e io so ogni canto
ogni foro nel costato dell’uomo.
I tetti stridono sotto l’unghia
degli obici e gli uccelli
si destano nel tepore dei nidi.
Vidi un ragazzo gracile
stringere il suo fucile,
aveva la patta schiusa
mentre si strofinava,
il caricatore beveva
la sua rugiada.
In nome dell’uomo
non dirmi poeta,
in nome dei santi
non farti più uomo.
Mercoledì Santo

Ero solo, solo sul binario,
solo sulla lama della scure
che affetta il tempo
con la bava di un beccaio.
Aspettavo il treno da Cirene
con il naso al cielo
ed ero solo, solo con la mia croce.
E giunsero le sirene
a baciarmi di sputi,
uomini in divisa con la bocca
cucita presero le misure,
mi diedero in pasto ai cani.
Poi giunse il treno come un sudario
nessuno scese, non ci fu parola,
e fui di nuovo solo
con una fetta di sperma e pane.

(da L’arte di scavare pozzi, LietoColle 2010)

 

cornelius escher

cornelius escher

 Anna Ventura

Anna Ventura

Anna Ventura

Santiago

Un pellegrino partì
alla volta di Santiago.Veniva
dalle Fiandre. Di notte
dormiva nel mantello,
di giorno camminava.
All’autunno sopraggiunse l’inverno;
il pellegrino, svegliandosi al mattino,
vide che il suo corpo era coperto di neve.
Si sentì stremato, e temette
che Santiago non esistesse nemmeno,
che fosse un sogno della sua mente esaltata.
Ma un altro pellegrino sbucò dagli alberi,
lo aiutò a rimettersi in piedi,
e insieme arrivarono al santuario.
Quando entrarono, il secondo pellegrino
se ne andò dritto per conto suo
dentro la basilica, dove troneggia
il busto di Santiago. Busto
che ha due buchi al posto delle braccia, per cui
chi sta dietro l’altare
può metterci dentro le proprie,
per avvincersi al Santo.
Il pellegrino delle Fiandre
si mise in fila con gli altri .
Quando fu la sua volta
mise le braccia nei buchi
e nel volto del Santo
riconobbe il pellegrino
che lo aveva aiutato.
Commosso, gli sussurrò all’orecchio:
“Amico mio,
ti riconosco.”
Ma Santiago rimase d’argento.

 

cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

 lidia are caverni

Lidia Are Caverni

Il Viaggio

Dall’infinita distanza
la mano raggiunge la fronte
l’assenza della corporeità
perduta nel sonno tentativo
estremo dell’essere di riconquistare
il proprio conscio
un lasciarsi andare
inerte che prende e vuol
vincere il rifiuto della mente
per il cadere che avvolge
a smarrirsi di oblio.

*

Verrebbe da dire dilaniato
corpo di fauno nelle nascoste
cortine pelle di Marsia mutata
in tamburo eco di boschi
dove non risuonano canti
parole del divino sdegno
o l’umano prostrato eterno
rituale e il sole si perde
lanciato.

* Continua a leggere

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Valentino Campo LA QUARTA GUERRA SANNITICA (poemetto) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Valentino Campo è nato e vive a Campobasso. Ha pubblicato L’arte di scavare pozzi, LietoColle, 2010. Ha fondato e diretto insieme a Luigi Fabio Mastropietro la rivista “AltroVerso”. Di prossima pubblicazione il poemetto “Chronicon”, il cui primo libro è stato pubblicato nell’antologia “Il rumore delle parole (Poeti del Sud)”  EdiLet di Roma, 2015 a cura di Giorgio Linguaglossa.

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Valentino Campo è nato e vive a Campobasso. Ha pubblicato L’arte di scavare pozzi LietoColle, 2010. Di prossima pubblicazione il poemetto  Chronicon, che sarà pubblicato nell’antologia dei Poesia del Sud che uscirà per i tipi di EdiLet di Roma a cura di Giorgio Linguaglossa.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La «generazione degli anni Dieci», quegli autori che hanno pubblicato i libri significativi in questo scorcio del nuovo millennio, è una generazione particolarmente sfortunata. Direi per due ordini di motivi: 1) perché costretta a vivere in una zona di «invisibilità» (determinata dalla assenza di qualsiasi filtro critico e di confronto intellettuale); 2) dal «solipsismo stilistico», una sorta di solitudine stilistica (dove ciascuno mette in campo quello che può: una «ricerca privata» dello stile). È accaduto che nel corso degli anni Novanta del secolo scorso abbiamo assistito al verificarsi di due eventi: l’esaurimento della cultura dello sperimentalismo e la globalizzazione delle merci linguistiche, fenomeno quest’ultimo legato alla massiccia invasione dei linguaggi artistici da parte dei linguaggi mediatici. Senza tenere di conto questo quadro storico e concettuale, ogni tentativo di fare una critica della poesia contemporanea rischierebbe di diventare un atto gratuito, un atto meramente privatistico, insomma, un atto di delibazione privo di cognizione storico-critica. Accade così che la nuova generazione si trova ad essere in una posizione, ad un tempo, trasversale e scentrata, derubricata (rispetto alla tradizione novecentesca), minoritaria (rispetto alla invasione dei linguaggi mediatici), con un linguaggio poetico ereditato inutilizzabile (rispetto agli istituti stilistici novecenteschi). In questa nuova situazione operativa, anche un poeta di acuta intelligenza come il molisano Valentino Campo è costretto ad accusare il colpo. Accade così che le colpe dei padri e dei nonni ricadano non sui figli ma sui nipoti. Accade che oggi, ai poeti della «generazione degli anni Dieci», è praticamente impossibile ritagliarsi (o riallacciarsi a) una «linea centrale» del novecento, per la semplice ragione che non c’è più una «linea centrale» del novecento (se mai c’è stata): non quella che fa capo a Saba-Sbarbaro-il-crepuscolarismo, non quella che fa capo a un Palazzeschi con la marionettizzazione della iconologia borghese (ridotta ad una sub-specie: la linea ironico-ludica); non un anticrepuscolarismo fondato sul «quotidiano» de-poeticizzato e de-quotidianizzato, come avviene nelle esperienze epigoniche dello sperimentalismo; non un «quotidiano» disartizzato ed emulsionato, come avviene negli esponenti epigonici degli esistenzialisti milanesi; non un «quotidiano» ridotto a mausoleo-ipermercato del mondo mediatico, come avviene per i minimalisti di area romana; non un nuovo orfismo, ormai depauperato e saccheggiato dai tardivi seguaci della religione della «Bellezza», non tardive  e acritiche riesumazioni delle poetiche mitopoietiche.

roma lupa capitolinaDi colpo, si scopre che quello che resta di tutto questo cumulo di macerie fumanti è che siamo entrati, senza rendercene conto, nell’epoca della post-poesia. Di qui parte una poesia lirica dopo l’età della lirica (si apre il problema della modernizzazione del discorso poetico). Una situazione oggettivamente antinomica e paradossale. Così, la nuova «generazione degli anni Dieci» taglia via dal proprio albero gentilizio lo sperimentalismo novecentesco, l’orfismo, il post-sperimentalismo, il post-ermetismo, la «poesia degli oggetti», la poesia del «quotidiano», la poesia mitopoietica per riprendere dal punto in cui la poesia italiana del secondo novecento si era incagliata e arenata: dalla crisi della lirica degli anni ottanta-novanta, che aveva visto lo sviluppo abnorme di linguaggi idiomatici: il «parlato», il «quasi-parlato» che mimava il linguaggio piccolo-borghese, insomma, una koiné media e mediatizzata che imitava gli stilemi del linguaggio della piccola borghesia in fase di lenta e progressiva ascesa sociale in un quadro politico-partitico conservatore. Durante gli ultimi due decenni del novecento era diventato prioritario, man mano che si profilava e si faceva incombente un periodo di lunga stagnazione economica, dal punto di vista della piccola borghesia e dei suoi rappresentanti stilistici, indirizzare tutti gli sforzi verso la conservazione ad oltranza degli istituti stilistici tardo novecenteschi. Senonché quel «traliccio poetico» sul quale gli istituti stilistici egemoni degli ultimi decenni del novecento avevano fondato la propria legittimità e centralità, appare, nel nuovo contesto degli anni Dieci, colpito nella propria centralità strategica e nelle proprie capacità di autoconservazione. È la crisi stilistica e di egemonia degli istituti stilistici pregressi che si delinea con una autoevidenza assoluta.

Avviene così che una tranche della «generazione degli anni Dieci» tenta la rifondazione del discorso lirico puntando sulla oralità del monologo da teatro, eminentemente orale, oppure un discorso sulla soglia subliminale della coscienza, etc. evitando in questo modo di pagare alcun dazio alla riforma gradualistica del linguaggio poetico iniziata da Sereni con Gli strumenti umani (1965) e da Giovanni Giudici con La vita in versi (1965). Di fatto, nella «generazione degli anni Dieci» si assiste ad una presa di distanza, ad una estraneità nei confronti di una riforma che intendeva  introdurre surrettiziamente un genere di «scrittura» poetica paradigmatica. Quello che viene abbandonato e disconosciuto è il concetto feticizzato del «quotidiano» e l’adozione del linguaggio piccolo-borghese.

Capita così che in un autore significativo della nuova generazione come Valentino Campo si rinvenga il contrario di un linguaggio piccolo-borghese, un quotidiano de-quotidianizzato e de-poeticizzato, un contesto ambientale straniato e irriconoscibile, un «quadro» vulnerato e incidentato, con una versificazione che slitta a sintagmi e a spezzoni, sulla misura del frammento o del microframmento, come se la zattera significazionista fosse stata crivellata dai colpi delle scritture desultorie appoggiate su ciò che nel novecento veniva indicato come significante di un significato sfuggente ed elusivo. Da una parte, la normativizzazione delle poetiche del «quotidiano», dall’altra, la defondamentalizzazione delle post-avanguardie tardo novecentesche, hanno lasciato in eredità alla «generazione degli anni Dieci» un territorio linguistico contaminato ed inquinato, isotopi ed ipnotopi, idioletti «privati» e idioletti distopici, prodotti anch’essi della alluvione dei linguaggi mediatici della globalizzazione economica e della normativizzazione ideologica. Così, a Valentino Campo non resta altro che ripartire dalla «Quarta guerra sannitica» (quella che non è stata mai combattuta, la strenua resistenza opposta dai sanniti alla omologazione culturale ed ideologica dei «romani»); oppure dalle «Epifanie private», (quelle epifanie che si aprono come lacerazioni nel tessuto del «quotidiano» decontestualizzandolo); attraverso una severa scrittura  che procede per straniamento e dis-locamento del discorso poetico in una procedura che obbliga il poeta a transitare in un sentiero altamente problematico e stilisticamente «instabile». Un cammino olistico e un solipsismo stilistico tipico della globalizzazione e della sopraggiunta stagnazione, quasi che nell’epoca del digitale terrestre, degli aviogetti invisibili e dei treni superveloci non fosse possibile, per i poeti, che procedere con le stampelle e i lapsus di un linguaggio deturpato e denaturato, conservato in frigorifero, e sbrinato improvvisamente per una interruzione di energia elettrica.

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La quarta guerra sannitica

Vi scrivo da una zattera di pietra.
Ho inciso ogni tronco con la testa
del giavellotto,
unto di sterco il mio volto.
Cosa ci faccio
in questa selva di vetro?
I romani dove sono?
Non li vedo.
Non so la rotta
la mia e di questo scoglio,
non cerco indizi in alto, tra le foglie.
Affilo punte di selce
preparo il rancio,
passo in rassegna ombre
poi scavo,
ancora,
dove la terra cede
per farsi malta scura,
sprofondo fino al mento
e già le sento, le voci,
le loro,
chiedere perdono,
franare in questo fosso.

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……………………………..
……………………………..
Sono giunti alla mia tana
anche stanotte i cani,
una dozzina,
ho perso il conto,
ho tagliato il fiume a nuoto,
arato il greto di sterpaglie,
una ninfa delle acque dormiva
l’altra cenava dai romani.
Il Biferno non è un fiume
e i romani lo sanno bene,
vogliono braccarmi da vicino,
murare l’antro del mio inferno,
gli hanno staccato la spina,
tolto il respiratore,
dicono che nel giro d’un anno
il nemico sarà curato,
la guerra non esiste
per chi ignora quando si muore.

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…………………………………..
………………………………….
Le ho impresse a fuoco
tutte le guerre,
a ritroso,
da questa che è la quarta
fino al taglio della cima.
Sciamano i volti,
i tamburi, il maglio,
l’eco è divenuta il mio riparo,
il sebo che mi sfama.
Si fanno avanti con le spade,
li sento ancora come da principio,
nulla è mutato,
la selva tace,
il merlo fa la ronda,
incide sopra un sasso
l’orlo delle ombre,
poi sono io che rendo i nomi
all’iride del tasso.
……………………………………
……………………………………
Così come è stato.
Il padre di mio padre,
il padre, vigilia
di mia madre, scroto.
Sia figlio di mio figlio, il padre
ed io semenza di mio figlio, fiato.

Io sono il bue,
mi dicono sacro
agli dei degli inferi, a questa lama,
alla fenditura
del cielo che s’assottiglia e che dirada.
Il bue inghiotte fili, impregna l’aria
di là dal campo dove i romani
con croci e spini celano gli altari.
La selva cuce cielo e strame,
il bue si ferma, segna
la strada ai piedi di un cerro
dove la terra s’apre.
I romani mi hanno già pesato,
un asse a chilo, carne da macello,
non getteranno nulla,
la lingua sarà lessata
il sangue bevuto a grumi.
Il bue richiama a gorghi d’aria
ogni lichene,
ridesta il fiume, le larve sul fondale.
A fuoco lento giungono i romani,
la strada è questa,
m’ inghiotte il ventre della madre,
nel magma torno seme e filamento.

Io ero il bue
in un altro tempo o in altro luogo,
agli dei degli inferi rendevo
il sangue dei romani.
La sento la bestia,
a squilli, mi veste d’armi,
“il sangue va lavato col sangue
sul capo dei tuoi figli.”
Sa ancora come chiamarmi,
il nome, l’accento che mi desta
e mi fa cieco a questi rami
al loro ventre che la notte fecondo.
Spargo la placenta nel cavo riarso,
raccolgo erbe, recido code,
attendo l’alba.
Alla prima luce giunge Ovio, il druido,
gli uomini si vestono, prendono le spade,
i romani dicono che sono ombre,
e riempiono di piscio l’aria.
Ovio li raduna
appena tremano di luce,
incide ogni tronco con la selce
getta erbe nella linfa scura.
A quell’ora i romani dormono,
sento il respiro che scheggia la selva,
i corvi non hanno più ali,
il sangue sa di terra.

La notte smeriglia il fiato dei morti,
ci hanno dispersi,
faccio l’appello nel quadrato della tana
rimesto i volti.

I romani hanno caricato i muli
stanno per partire,
dicono che torneranno a primavera
quando la mia carne sarà pronta.
Io sconto l’esilio nella mia cella,
preparo la guerra
con la mia morte.

Valentino Campo

Valentino Campo

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Testi scelti e riletti da Valentino Campo: Gian Ruggero Manzoni “Tutto il calore del mondo”

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Mimmo Paladino – Poi il corpo ti venne cremato, dopo l’impiccagione, in una città lontana

   Gian Ruggero Manzoni “Tutto il calore del mondo” con opere per il testo di Mimmo Paladino, Skira, 2013

“La forma poetica di Gian Ruggero Manzoni è da sempre stata caratterizzata da uno sporcare la prosa con la poesia, non si sa per bisogno di un contenitore assoluto o per naturale e istintivo dubbio nei confronti delle forme pure che, al massimo della loro tensione, invece di aprirsi si chiudono come reliquie.”   (Andrea Ponso)

Prosa riscattata dalla poesia. Manzoni sgrana un rosario di versi ibridi, versi che spesso si adeguano ad una rigorosa argomentazione filosofica, ad un pensiero che scava, chiede e si chiede. Ma c’è la poesia che pure spesso rompe gli argini tra un dialogo ed una riflessione, che si scrolla di dosso il dettato dell’intellettuale e del saggista e bilancia il fiato. C’è un sottile gioco di pesi e di incastri tra scrittura sapienziale e commistioni linguistiche colte e gergali, scrittura che è misura stessa di un perpetuo divenire, in un linguaggio che si fa elegia e canto, sentenza e preghiera. Una preghiera trasparente come l’acqua, fluida anche quando sembra che ristagni e faccia marcire i bulbi delle betulle.

1

T non avesti un corteo funebre, né suoni di tromba, né bandiere rosse
a lutto,
né decorazioni…
neppure alla memoria dei parenti fosti affidato, leggero fanciullo di
coraggio.
Poi il corpo ti venne cremato, dopo l’impiccagione, in una città lontana
dal tuo fiume, dalla tua isba, e dalla tua canoa, azzurra e bianca.
Che il Dnepr culli i nostri sogni
che le onde di quel mare che corre
lambiscano i tuoi fianchi rosei
di figlio e di angelo assieme.

Il tuo colbacco affronta la morte
mentre la tua sciabola d’argento
il gravame d’essere soldato
nella culla di una tomba…

Egli non vedrà mai il sud e quegli alberi d’arancio, venduti agli incroci
delle strade,
com’io ho sparso biglietti da visita per il mondo, senza mai ricevere una chiamata.
Da ragazzo, di notte, correvo nei campi, con le lucciole quali guide,
con gambe lunghe, che lasciavano il profilo di un volto tracciato
negli steli piegati dall’affanno di maturare
un discorso pur valido alle mani.

Gian Ruggero Manzoni

Gian Ruggero Manzoni

2

L’acqua è uscita dalle sponde e fa da letto alle radici di betulla.
Il gibbo che ti gonfia le spalle scivola da spia nel mondo degli adulti.
Non comprendo la disumana volontà di sopraffarsi, ma quella mi abita
con voce che non mi appartiene, perché esce tronfia e plasmata.
Forse che sia innata l’arroganza degli uomini? Forse che sia anch’essa santa?

3

Mi portarono davanti a una rastrelliera d’attaccapanni e m’imposero
di scegliere
quello a cui impiccarmi.
Furono un cappio di ferro le dita della levatrice, e in quel momento
mi ritrovai a carezzarle le ginocchia da lavandaia, che aveva da secoli
quale inciampo del mestiere di lavorare e lavorare.
Disse il boia: “Mein junge verbringen sie unvergessliche Momente…
in un tedesco storpiato dall’ucraino.
Feci il passo e mi consolai, avendo informato i miei compagni.

4

L’oracolo che abita in cima all’albero bisbiglia la fede ai passanti.
Rivela a chi non lo sa, ciò in cui crede, senza domandare nulla in cambio.
Vivere per ubicazione rientra nelle poche certezze umane.
Ti muovi nella tua geografia quale lontra che segna i confini con urina
e saliva,
oppure sfregando il corpo unto, lasciando peli, baffi e parassiti
nel girare e rigirare attorno al tronco dalla corteccia cava.
La geografia della nascita varia ma non è mai variabile.
I piedi sanno dove andare. Lento lo strascico fra le paludi seminate
dall’inverno,
anche se il suolo che fotografasti era quello secco dell’estate.
Lenta la stagnazione che carezza i fianchi, dove ti trascini, sempre conscio
della buca o dell’inciampo.

5

Memorizzare un percorso, possederlo al tatto degli stivali, andare chiudendo
gli occhi, lasciarsi trasportare dall’indole dell’anatra, quale bellezza animale.

6

Il cervello si chiude al dolore quando ami chi ti ha generato. Sai che per
natura
andrà prima di te, se non morrai nei pochi anni.
Che sia il morire da bambino lo sfuggire a quella trama?
Indosso il bernusse, per camuffarmi tra gli occupanti di quella terra acida.
I miei libri di scuola sono intrisi dai mille profumi di cucina. Studiavo lì
quando la pace comandava.
I pugni di mia madre spianavano le focacce e il merlo in gabbia di
mio padre
mandava striduli richiami alle volpi dei ghiacci.
Ancora non so con quale sentimento colga le affermazioni del tempo.
Le vetrine, durante il Natale ortodosso, erano consolazione per i minatori,
i contadini
e per gli addetti agli alti forni della siderurgia staliniana.
Ebbi solo due soldatini per giocare: il primo zoppo e scolorito, il secondo
con la divisa del tedesco che ci ha calpestato.

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La mia testa… la mia testa arcaica, che contiene tutte le voci del mondo

7

Non posso certo dire che:
l’intelligenza non è il come evitare gli errori,
ma lo scoprire in fretta come trarne vantaggio…

infatti del biondo di quei capelli fecero corona di spine, mentre, del suo
collo, ciondolante ossequio a un cardellino impagliato.

8

Lo picchiavano e lui cantava, con la melodia di un guaritore siberiano:
Bell’albero dalle molte foglie
bella pietra grigia e nera qui accanto
bel canto che incominci a viaggiare
bella custode del recinto della tenda
bel ramo dell’albero vicino alla pietra
bella luce del sole dietro le nuvole
belle nuvole che state tra me e il sole
bei ricordi del mattino in cui ho varcato il campo
bel fiume che passi da questa parte della tundra
bella luna che ancora non si vede
bell’uccello ghiacciato appeso a un ramo… ciòk, ciòk
sono montato sul primo gradino, mi sono arrampicato
sul secondo, poi ho volato…

9

La mia testa… la mia testa arcaica, che contiene tutte le voci del mondo,
di chi fu, di chi è e di chi sarà in un fiato.
La mia testa, tagliata con la mannaia, scolpita nel granito, fusa
con l’acciaio dei cannoni catturati, quanto vi potrà dire e quanto, ancora,
potrà rimirarsi per un attimo, per un domani, o, forse, per un “mai più”,
come ora, nel giaciglio delle carni?
La mia testa violenta, la mia testa dalle grosse narici, dalle mandibole
da carnivoro, dalla mascella da cane da guardia… la mia testa
nel fondo di un canestro, portata in dono alle femmine del villaggio…
la mia testa, che ricorda il tuo piccolo capo,
quel becco da canarino, quel cercarmi
da figlio trascurato.

esopianeta

Il tè si raffreddava, mentre i dolcetti a forma di casa, divenivano guscio
per le lumache

10

Lo abbracciavamo quando tornava dalle missioni oltre le linee nemiche.
Gli davamo una tazza di tè e dolcetti all’anice.
Lui faceva stendere le mappe e, da generale degli orfani, indicava
dove le mitraglie, i campi minati, le buche, i carri armati, le postazioni
allagate.
Pioveva come solo in Russia piove quando il fango diventa viscido
liquame.
I soldati spingevano artiglierie e camion impantanati.
Il tè si raffreddava, mentre i dolcetti a forma di casa, divenivano guscio
per le lumache.

11

Svegliami presto domattina,
O madre mia paziente!
Andrò sulla strada oltre il colle
Per incontrare un caro ospite.

Sul prato oggi, dentro il fitto bosco
Ho visto tracce di larghe ruote.
Il vento sotto una cupola di nuvole
Gli scuote il suo giogo dorato

Domani all’alba passerà in un lampo,
Curvando la luna-cappello sotto un cespuglio,
E la giumenta agiterà per scherzo
La coda rossa sopra la steppa.

Svegliami presto domattina,
E accendi il lume nella stanza.
Si dice che giorno dopo giorno diventerò
Un famoso poeta russo.

Io canterò per te e l’ospite,
La nostra strofa, il gallo e il tetto…
Sui miei canti si verserà
Il latte delle tue mucche fulve

ben oltre la disgrazia, di ogni malinteso
che il vento ha trascinato, con la scorza delle rape
e col giuramento, verso quella madre
esasperata

e ardente.

12

Spesso in guerra gli eventi importanti sono il frutto di cause banali…
come poi la guerra è genitrice di tutte le distruzioni e le ricostruzioni
umane.
Disse un uomo venuto da lontano:
Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre.
Guardate di non allarmarvi;
è necessario che tutto ciò avvenga, ma non è ancora la fine.
Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno;
vi saranno carestie e terremoti;
ma tutto questo sarà solo l’inizio del dolore,
ben altre saranno le prove che vi attenderanno
”.

13

Terra cadmio e verde, conosciuta palmo a palmo.
Rettangoli di girasoli, segmenti di pungitopo, ombrelli aperti in teatro
creano placenta alle battute e alle luci di muli al traino. Poi bengala che
scendono dalle nubi, per dare ombra all’orecchio su di una lamiera che
finge il temporale.
La morte sembra scena, quando il mito di essa diventa applauso.
Approfondire la condizione iniziale di un trauma, di un soffocamento,
di un rapporto sbagliato
con la giovinezza o la vecchiaia, fa tornare alla provincia,
dove abbandonarsi al puro, allo sfumato, allo strappo di una blusa
macchiata di piume d’oca o di alghe del Baltico.
Oltre l’acquitrino, schiocchi di frusta, come solo le pistole sanno imitare.
Queste le immagini progressive di una stasi, il braccio attorno alla spalla,
il baciargli le guance scavate, perché il fanciullo (come tutti gl’insetti
allo spillo)
prima di cedere, si dibatte nel vano prepararsi.

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disegnava case, un boschetto di faggi, una palizzata gialla e il corpo di sua
madre/ a bocconi, steso fra il grano, testimone di macchie rosse, come avesse una camicia a pois

«Tutto il calore del mondo è infatti anche un libro sull’interrogare, sul senso del nostro abitare la terra, feroci e dolcissimi, ignoranti e prossimi al verbo divino. Alla domanda hoderliniana, “perché la poesia nel tempo della povertà?”, Manzoni risponde, ancora con Heidegger, che bisogna riconoscere questa miseria fino in fondo perché essa, in quanto abissale, conserva “le tracce degli Dei fuggiti”». (Stefano Guglielmin : http://golfedombre.blogspot.it/2014/01/gian-ruggero-manzoni.html)

Un libro che squarcia la notte del mondo. Gli dei fuggiti hanno lasciato un dodicenne solo tra le betulle ad annaspare negli acquitrini, hanno mischiato le carte, nascosto le piste a Lucinio Curione in sella al suo cavallo mentre cerca di raggiungere Roma per raccontare la presa di Alesia. La memoria di Manzoni si intreccia con quella di Lucinio, con quella di Ivan. Alesia diventa la bassa padania della giovinezza, la memoria che resiste alle spallate della storia. C’è questo continuo interagire tra storia individuale e storia universale, questo insistere sui cambi di sequenza, direi con tecnica cinematografica, che sposta l’attenzione dal Dnepr ai fossi del ravennate, dalle stragi  di anguille, ai figli gettati dalle madri dalle mura di Alesia sulle spade dei legionari romani. Solo così la storia acquista una dimensione concreta e l’analogia diventa lo strumento del dirsi e dell’interrogarsi sul senso del nostro andare.

14

Tra un andare e l’altro (verso il Nemico o, meglio, l’Avversario)
disegnava case, un boschetto di faggi, una palizzata gialla e il corpo di sua
madre
a bocconi, steso fra il grano, testimone di macchie rosse, come avesse una
camicia a pois,
leggermente increspata sulle spalle.
Usava i pastelli con velocità e cura, da muratore che innalza una parete
o dà vita a un arco.
Tenui le sfumature, solcate qua e là dalla combustione di una candela
o da uno sfregio a china, color topazio.
I soldati si fermavano a guardarlo, commentavano le figure, gli
domandavano spiegazioni,
ma lui zitto, imbronciato, preso dal ripetere e ripetere e ripetere
quelle trame, come un pope, quando dice Messa, o arde l’incenso
per purificare le stalle dai demoni o le strade, dalle megere di Mayer.

15

Forse che dinanzi a Dio, il quale lo giudicherà per le sue azioni, gli gioverebbe
se anche possedesse tutta la scienza del mondo, ma non l’amore?

Amico mio, datti pace dalla smania eccessiva di sapere:
in essa non troverai che inganno, e grande sviamento da ciò che è indispensabile per l’umano
e quel suo penetrare nel segreto, privato dal senso e dal contrastarlo
se non con parole in nero… se non con sculture di corallo.

XII

L’assedio calpestò ogni possibile riscatto.
Nel 1860 scavarono sotto la rupe e trovarono le prove della mattanza.
Femori spolpati, teschi addentati, concetti salvati dal cancro ingiusto che
non dà sollievo alla memoria e allo strazio.

triste avventura è questa esistenza in cui per un nulla si fruga l’orifizio e si
penetra il corpo con le mani. Un braccio in gola, un braccio nell’ano, un
pisciare sui cadaveri, un defecare sulle tombe del cimitero di Ercolano.

Quel magma che investe, che colpisce nel sonno il ricco magistrato e la
cortigiana
che dilaga per le strade nel grido della terra, nel comprendere che polvere
si è e si è diventati, non può che trasformarci in orme, poi in brandelli…
poi in giovani
che si buttano a capofitto tra i rovi del fossato o si rotolano (l’uno nell’altro)
sulla gramigna dei mantelli, in abbracci di largo evidenziati.

Oh Gesù, Gesù in croce, passione di altri ribelli a un comando centrale,
spirito che fu del dio di Mosè, della giovane moglie del falegname, di Cassandra…
da Delfi… una profezia per quell’anno 52, avanti la tua era… l’era cristiana.
Oh buon Gesù, tu non eri ancora nato. Liberaci noi dal male. Liberaci e sfamati
tra la rocca e la cinta dei legionari. Mangia anche tu la merda di chi c’inganna.
La diarrea collerica di tuo padre. Il cilicio della Madonna delle Grazie.
La talpa. Il vuoto. La Bestia… poi il piccolo breviario, che porto sempre
in tasca
Gian Ruggero Manzoni ha bisogno di segni, se non li trova, se quei segni non sono abbastanza avanti alla sua domanda, diventa lui stesso segnato. (Tiziana Cera Rosco: http://www.satisfiction.me/tutto-il-calore-del-mondo/)

Mi pare che su questo non ci siano dubbi. “Il mercante di allodole”, la sua prima raccolta del 1977 si apre con un verso, a tal proposito, emblematico: “Chi comprende i simboli con le mani è l’unico uomo libero”. Se c’è una chiave di lettura, una tra le tante di questa silloge, è da ricercare nel rapporto con il sacro. Un sacro impastato di carne e terra, che si mostra a lampi ed epifanie, una verità che si rivela prima di essere rivelata.

XLVIII

Come scaldare l’umidità che ti fa il nido nelle ossa? Battere i piedi? Darsi
pacche sulle braccia? Bruciare la nebbia? Cavalcare una donna come fosse
l’ultima volta? Queste nostre donne, dalle gambe corte e arcuate, dalle
anche larghe, dal pelo nero e folto sotto le ascelle e fra le gambe.
Provare mettendomi le pedule da caccia di mio padre. Due generazioni e
sono ancora nuove, e sono ancora calde, ancora belle e unte, pesanti,
come la testardaggine
delle capre.

Cigola il carretto e avanti!

Sempre più mi addentro da messaggero, sempre più la pineta odora di
resina.
Carezzo i bossi con la mano. I fagiani attraversano il sentiero e mi fissano
estranei.
A volte mi pungo con i rovi, per sentirmi vivo. La schiena mi fa male, e così
le giunture di questo scheletro avvelenato. Ed eccoti la vecchia che va a
stecchi. Li usa per insaporire le anguille alla brace. Lei sì che mi guarda
attenta e acuminata. Mi punta gli occhi gialli negli occhi castani e non li
abbassa di un attimo. Dicono che ti fatturi così, e che avrai sempre freddo,
anche l’estate. Io la saluto alzando il capo, lei non mi saluta, ma mi vede
arrivare. Le butto in dialetto: “Perché vestite di nero… siete in lutto o è
perché non date confidenza?” Lei stringe le spalle, ma non molla
i miei occhi neppure per batterli. Le sono davanti. Lei si drizza dal come
era un po’ piegata. E’ alta… più alta di me… è due volte me, che già sono
grande. La maglia di lana nera, lo scialle nero, il grembiule e le calze nere,
il fazzoletto nero che le fascia la testa, le ciabatte nere ai piedi, un nero
come la fuga della seppia. Anche la fascina di stecchi che ha raccolto è
nera, solo la faccia e le mani sono bianche, che sembrano zucchero a velo.
Poi apre la bocca e dalla voragine martoriata esce un urlo che mi fa
vibrare… un urlo di bestemmia… un urlo che viene dal magma.
Ogni mia parte si scolla dalle altre. Mi spezzo in mille cristalli. Mi ritrovo
sabbia. Sabbia fredda, silicio gelido, spazzato da un vento di scirocco che
ustiona
dall’Africa.

orfeo

Il lupo sazio non dilania tanto per farlo, mentre io continuo a digrignare i denti,

Non c’è introspezione ma uno scavo delle fondamenta. (Paolo Emilio Antognoli Viti)

Certo, non c’è introspezione ma scavo. Credo, però, che senza un’acuta ed intransigente introspezione non sarebbe stato possibile il lucido strappo del velo, il maglio che affonda i morsi nei tessuti molli dell’ homo sapiens. Del resto è questa una prerogativa assoluta della poesia di Manzoni (direi anche di gran parte della sua produzione in prosa), sin dalle prime raccolte. Mi sembra invece che in questa silloge Manzoni sposti più in là il limite della propria ricerca e della propria riflessione. C’è un anelito cosmico al quale l’autore dà di continuo sostanza e c’è sempre in agguato la bestia con cui confrontarsi, la cognizione del male che assume una valenza giansenista e tragica. C’è una metempsicosi che non dà tregua, fagiano, lupo, tortora, betulla, ortica, il mondo animale e vegetale che il poeta evoca e in cui tracima in fibre ed alleanze, e c’è l’imprimatur del peccato originale che ci ha alienati non solo dal divino ma dalla natura stessa, dal sacerdote che dice messa in questa prigione.

16

Belva selvatica, lupo che annusa l’aria della sera, a fianco di una quercia
ci guarda da lontano.
Lui è un lupo solitario, quindi il concordare senz’ansia
quale albero su cui pisciare, lasciando un piccolo tempio da annusare.
Gli occhi verdi e gialli scrutano curiosi le nostra dinamiche.
Quanto siamo lontani da quell’animale, ma vicini, per ragioni, al suo
attacco.
Il lupo sazio non dilania tanto per farlo, mentre io continuo a digrignare
i denti,
a inseguire, ad affondare le fauci anche senza fame.
Il dolore non coglie mai la bestia, il suo è un capirsi senza colpe o strascichi,
è nata così, e così morirà, lontana dal branco, separata dai compagni,
in quel rito del lasciarsi andare al distacco per accettare, senza sbalzi,
il muscolo rattrappito, che indurisce il cuore e i polmoni nel fermarsi.
Pelliccia che rimane, foglie che creano la bara, radici che iniziano a
succhiarlo.
Un aspetto che Giona volle indagare, nel ventre della bestia ancora calda.

17

Per prime gocce sparse in ferma di vento, poi più fitte, quindi il sempre
più lento
battere dell’acqua. Uno squarcio, poi altri, da dove filtrano i raggi di un
sole invernale. Imporsi sotto la pioggia, accettarla, farsi battezzare.
Ora il cielo si è richiuso in un grigio sacco, ma, all’orizzonte, la bassa linea
verde,
oro e rosa, di un tramonto annunciato.
Spere di luce tagliano la natura in un obliquo ormai orizzontale.
Le ombre si allungano. Le forme di esse non sono più umane, ma torbidi
casi.
La verticalità si fa desiderare, in questi giorni di trapasso.
Quel tuo fiume, fanciullo dell’Ucraina, ti dava pesci e suggestioni per
masturbarti.
Non necessita il pensiero ai genitali di una femmina o di un maschio
per raggiungere l’orgasmo. Già tutto è dato, se scorri i mutamenti delle
nuvole, l’inseguirsi dei venti, il turbine gelido che ti carezza
l’impermeabile.
E tu stai, con la mano sprofondata fra le gambe, in piedi, in fronte
all’acqua, mungendoti o sfregandoti… maschio e femmina… in
quell’apice che fa compagnia
alla solitudine di una carne esposta allo scorrere rapido, indifferente,
dinamico
della cupola che ci sovrasta.
Toccarsi, partorire umori e lacrime, ridare acqua all’acqua che scende
indisturbata.
Bere acqua, compensare l’ammanco, nella continua trasfusione tra nubi,
carne, lago,
cellule, sangue, tramontana, neve, ghiaccio, denti nell’altrui pancia,
liquidi, che si prestano al guado. Un pianeta al carbonio quale base
della nostra chimica organica. Allotropiche formazioni intermedie.
Acidi grassi. Diamante e frattaglie, ovunque acqua e carbonio, prodotto
all’interno di stelle
che trasformano i nuclei di elio in quella C assoluta, gravida,
obesa, smagliata
tramite un processo Triplo Alfa. La Trinità dell’Origine, nell’omega
del perenne frammentarsi.

VI

Le tortore entrarono dal cielo in quel tempio del ricordo
e lo abitarono per millenni.
Una chiesa senza tetto diviene altare che si coniuga col nome dell’intero.
Il racconto (di ciò che sembra vita) scorre sulle pareti muschiate
come fosse una via crucis, un andare della croce, un procedere di alleanze
o di tormenti… di parole, ma anche di silenzi.

XXIII

E così urla il porco, quando lo inseguono per scannarlo. Urla come un cristiano
prima della decapitazione.
Lui se ne accorge che lo vogliono sgozzare, ancor prima che aprano la porta
della piccola stalla dove vive discreto e gioioso, tra i suoi liquami e la lussuria.
Urla il porco… in sanscrito e in aramaico.
I palmi degli esecutori sono di cuoio. Gonfi, ruvidi, incisi da rughe, da
setole, da linee marchiate di nero, anche dopo il catino o dopo le pomate
che ti passa il farmacista, per ammorbidire il danno e i calli, la pena e l’ustione.
Ma gli esecutori non riescono a chiudere del tutto il pugno, perché lo
spessore del cuoio è tale, che al massimo possono stringere con forza l’asta di una vanga,
il grosso manico di una mannaia o il coltello da beccaio, puntato alla gola.
Quei palmi sono di chi ha sempre lavorato di fatica, dei contadini, degli
operai, dei meccanici, dei veri poeti, degli asini umani. E il porco
li conosce bene, e sa il perché lo vengono a cercare.
La caldaia è già sul fuoco; l’acqua bollente servirà ad ammorbidire la pelle
del maiale, così da raderla, non appena sollevato, appeso a testa in giù, quindi
spaccato in due, prima che ogni verbo di speranza, gli venga tatuato sul costato
quale liturgia dell’insulto e dello strazio.

Gian Ruggero Manzoni è nato nel 1957 a San Lorenzo di Lugo (RA), dove tuttora risiede. Poeta, narratore, pittore, teorico d’arte, drammaturgo, nel 1975 si iscrive al DAMS di Bologna indirizzo Spettacolo poi Arte. Fin da giovanissimo s’interessa di ebraismo, storia delle religioni, filosofia, esoterismo, linguaggi espressivi emergenti. A fine anni ‘70 e inizio ‘80 soggiorna per lunghi periodi in Belgio, in Francia e, soprattutto, in Germania, dove frequenta quegli ambienti artistici e culturali. Nel 1982 e nel 1983 è redattore della rivista Cervo Volante di Roma, diretta da Achille Bonito Oliva ed Edoardo Sanguineti. Ha partecipato ai lavori della Biennale di Venezia negli anni 1984 e 1986 come artista e curando, assieme a Valerio Magrelli, la Sezione Poesia per Arte allo Specchio e, con Giorgio Celli e Marisa Vescovo, Nuovi linguaggi per Arte e Scienza. Dal 1986 al 1998 ha diretto la rivista d’arte e letteratura Origini. Sue poesie sono state musicate da Fernando Mencherini, Nicola Franco Ranieri, John De Leo, Stefano Scodanibbio. Negli anni ‘90, sotto la direzione di Gianni Celati e di Ermanno Cavazzoni, ha collaborato alla realizzazione dell’almanacco Il Semplice, rivista edita da Feltrinelli. E’ stato autore Feltrinelli, Scheiwiller, Edizioni del Girasole, Il Saggiatore, Edizioni del Bradipo, Sansoni, Moretti & Vitali, Diabasis, Moby Dick, Crocetti, Raffaelli e altri. Al suo attivo ha oltre 40 pubblicazioni e oltre 50 mostre visive tenute in gallerie private e in importanti spazi pubblici d’Europa e d’America. Ora dirige la rivista d’arte, letteratura e idee ALI. Alcune sue opere sono state tradotte in Grecia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, Argentina, Uruguay, USA. Ha vinto i premi letterari Savignano, per una raccolta inedita di poesie, Todaro-Faranda, per la narrativa inedita, e Francesco Serantini per la narrativa. E’ stato incluso nella cinquina finalista dei premi Mont Blanc, per la narrativa inedita, e Bari-Costiera di Levante.

Nato a Paduli, in provincia di Benevento, Mimmo Paladino passa la sua infanzia a Napoli. Muovendo dal clima comune del “concettuale”, la prima fase dell’attività dell’artista s’incentra principalmente sulla fotografia. La sua prima personale si tiene allo Studio Oggetto di Enzo Cannaviello a Caserta, nel 1969. Gli anni a cavallo tra il ’78 e l’80 sono da leggersi come un periodo transitorio tra la posizioni concettuali e la rinnovata attenzione per la pittura figurativa. Utilizza anche l’incisione e molte altre tecniche per rappresentare il proprio “mondo interiore”, primordiale e magico, sperimentando diverse tecniche tradizionali: disegno, pittura, scultura, mosaico, incisione, immagine filmica. Ad “Aperto ’80”, nell’ambito della Biennale di Venezia, il critico d’arte Achille Bonito Oliva propone la corrente della Transavanguardia, di cui fanno parte Chia, Clemente, Cucchi e lo stesso Paladino. Del 1992 è l’installazione permanente Hortus conclusus nel complesso universitario di San Domenico a Benevento. Negli anni successivi si dedica più intensamente alla stampa d’arte ed esplora altri settori, come quello della ceramica e della terracotta. Nel 2010 Mimmo Paladino ha firmato la scenografia di work in progress, tour che ha visto riunirsi, dopo trent’anni, la coppia Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

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