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POESIE di Ewa Lipska, Dunya Mikhail, Annalisa Comes, Maria Rosaria Madonna, Laura Canciani – Commenti di Donatella Costantina Giancaspero e Giorgio Linguaglossa- Il problema della nuova ontologia estetica

 

foto arredamento pop

divano bianco con frammenti colorati

Strilli Talia2postati da giorgio linguaglossa
9 settembre 2017

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012 trad it L’occhio incrinato del tempo, di Marina Ciccarini, Armando, 2013)

Il testamento

Cara signora Schubert, le scrivo da Amsterdam,
dove sono in borsa di studio per scrivere
il mio testamento. Il nostro amore l’ho lasciato al Passato
che, come sempre, rimettiamo al Futuro.
L’ho sottratto al sonno. Sono spuntate le rondini.
Il cielo era superfluo.

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.
Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012)

Tra

Cara signora Schubert, mi chiedo dove andremo ad abitare Dopo. Dopo, cioè là dove prima c’era la fabbrica che produceva la vita d’oltretomba. Sarà tra ciò che non abbiamo fatto e ciò che non faremo più.

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.

Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.

Ewa Lipska (da Cara signora Schubert, 2012)

Il nostro mondo

Cara signora Schubert, il nostro mondo è come una lettera scritta di proprio pugno dagli Dei, ma lo stile non vale niente…

(trad di Marina Ciccarini, da Ewa Lipska, L’occhio incrinato del tempo, Armando, 2013)
Postilla.

Ecco, questa poesia potrebbe essere annoverata alla nuova ontologia estetica per il suo modo di essere scritta.
Strilli Talia1

Strilli Rago

*

Dunya Mikhail

La tazza

La donna capovolge la tazza tra le lettere
spegne le luci a parte una candela
poggia il dito sulla tazza
ripete parole come formula magica
Spirito… se ci sei rispondi sì
La tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– sei veramente lo spirito di mio marito che è stato ucciso?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– perché mi hai lasciato così presto?
la tazza indica le lettere: n o n d i p e n d e d a m e
– perché non sei scappato?
la tazza indica le lettere: s o n o s c a p p a t o
– e come ti hanno ucciso allora?
la tazza indica le lettere: a l l e s p a l l e
– che faccio di tutta la mia solitudine?
la tazza non si muove
– mi manchi
la tazza non si muove
– mi ami?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– posso farti restare qui?
la tazza si sposta verso sinistra per dire – no –
– vengo con te?
la tazza si sposta verso sinistra
– ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
la tazza si sposta verso destra
– quando?
la tazza indica 1996
– stai bene?
la tazza – dopo un attimo di esitazione – si sposta verso destra
– che mi consigli di fare?
s c a p p a
– per andare dove?
la tazza non si muove
– ci sarà un’altra disgrazia?
la tazza non si muove
– che raccomandazione mi lasci?
la tazza indica una successione di lettere senza senso
– ti sei stancato di rispondere?
la tazza si sposta verso sinistra
– posso farti ancora domande?
la tazza non si muove
dopo un attimo di silenzio – la donna balbetta:
Spirito… vai in pace
poi chiama il figlio che è in giardino
a catturare insetti con un elmetto forato.

[ Traduzione di Elena Chiti, tichene@gmail.com  da La Guerra lavora duro, San Marco dei Giustiniani, 2011 ]
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Annalisa Comes, POESIE SCELTE da Il corpo eterno, con tre fotografie di Vasco Ascolini, Gazebo, Firenze 2015 “Specchio”, “Assenza”, “Abbiamo solo noi stesse” “Marmi” – “C’è una indirezione di luogo, una distopia, una discronia” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Henri Matisse 1939

Henri Matisse 1939

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Con la poesia di Annalisa Comes siamo già oltre i confini del Moderno, in pieno Dopo il Moderno, nell’epoca del modernariato e del vintage e dello stile ultroneo. Il suo stile di poeta è una elegante e sobria forma di manierismo critico, di mimetismo retorico, di positura autoironica e ipocondriaca che oscilla tra gli opposti poli del disimpegno, della parodia, dell’autoironizzazione, e l’esercizio scrittorio e il ludus, il tedio. Nella poesia della Comes siamo già oltre il «corpo», siamo nel «corpo eterno», nel mito tutto moderno dell’eterna giovinezza o dell’eterna insipienza,  e il poeta non è né un dandy, né un eroe romantico né un vincitore e neanche un perdente, ma una persona affetta da labirintite, tormentata da anodine regressioni infantili e crisi di panico, esantemi dell’epidermide e idiosincrasie stilistiche. Ormai in letteratura (romanzo e poesia) la posta in gioco è l’intrattenimento, magari elegante, malizioso, ozioso, nichilistico, manieristico dove il poeta non può più essere neanche un clown o un prete o un predicatore, tantomeno un maestro di cerimonie o un ammaestratore di pappagalli o un istruttore di scimmie, quanto un commercialista delle proprie rendite di posizione e della propria dichiarazione dei redditi. «Forse c’è un aldilà», così inizia, con tono blasé, una poesia della Comes, tra scetticismo e rimpianto, come se si parlasse di moda o di facebook o di shopping. Noi abbiamo a che fare con questo «corpo» ingombrante, un oggetto misterioso che fa quello che lui vuole e non obbedisce più ai comandi dell’io perché «tutti hanno un corpo», a tutti accadono le stesse cose insignificanti, a tutti il «corpo» sfugge, ha le sue strategie di difesa e di offesa, le sue disparizioni, le sue idiosincrasie:

L’impronta sulla poltrona.
Il bicchiere posato sul comodino.
Il libro che stavi leggendo
con il segnalibro rosso
le annotazioni a margine
fermo a pagina 23
il libro di John Fante – Aspetta la Primavera
immobile a pagina 23.

La vita quotidiana sembra fatta di impronte, di copie di copie, di repliche, di surrogati, di involucri e ne riesce normata, normalizzata, edulcorata, ripetibile, prevedibile; le cose stanno al loro posto o, almeno, sembrano, i corpi anche, o, almeno, sembrano. Tutto è così, ma potrebbe essere anche diversamente.

Il vento è già passato fra i capelli.
Il vento continua a passare.
e le foglie vi cadono leggere
e la neve quando c’è,
scivola sulle spalle.
Ma più che scivolare, canta,
frammentando pause e fruscii.

Vi sono iscritti graffi e fessure
Il panneggio si è scurito
Il volto
ha tatuaggi di gocce e licheni.

E quando ti aspetto,
ti aspetto
sotto questi marmi, ora chiarissimi,
la mia posa gli assomiglia.
Come tutta la gente in attesa.

Henri Matisse 1941

Henri Matisse 1941

Non si sa bene se il «corpo» stia qui o stia lì o in altro luogo, se vi sono «iscritti graffi e fessure», e quando «ti aspetto / ti aspetto»; non si sa bene cosa accade, o meglio, forse non accade niente, «come tutta la gente in attesa». È passato anche il tempo di Godot, e adesso non c’è niente, si sta in attesa del nulla. C’è una indirezione di luogo, una distopia, una discronia, si avverte la eco di una labirintite esistenziale e stilistica e sociale, un instabilità, una fluttuazione degli eventi linguistici ed extralinguistici, che accadono, forse, o che possono accadere, come anche non accadere, mentre «Dio guarda incerto / sul da farsi» e noi non sappiamo «se il calcolo è esatto», se ci sarà un prosieguo o si è giunti al termine di «questo dio che illumina, cuce, disfà / l’orlo delle cose». «Guardate com’è facile […] dirsi addio»; «tutto appare ordinato, pulito», c’è anche «il riparatore di orologi». È incredibile come la vibratile e sensibilissima antenna di Annalisa Comes intercetti i minuscoli tremori di lontanissimi bradisismi, la instabilità e la fragilità di un mondo che, a prima vista, appare inalterabile e compatto, ma in realtà è fragile e convulso. «Non, finire, non, durare, / solo rimanere ferma con te all’angolo delle cose»; quasi una preghiera laica affinché le cose non appaiano, cessino, dismettano la loro funzione e finzione di apparire, di essere altro da ciò che esse sono. Continua a leggere

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POESIE di Annalisa Comes AUTOANTOLOGIA da  “ouvrage de dame” (2004), da “Racconti italoamericani” (2007), da “Fuori della terraferma” (2013) Poesie Inedite

Fayyum ritratti di donne romane 120 - 140 d.C.

Fayyum ritratti di donne romane 120 – 140 d.C.

Nata a Firenze nel 1967, Annalisa Comes vive tra la Francia e l’Italia. Dottore di ricerca in Filologia Romanza e Italiana, specializzata in «Giornalismo e Comunicazione», attualmente svolge attività di ricerca fra l’università di Nancy (Lorraine) e Verona con una tesi di dottorato sulla letteratura italiana per l’infanzia.
Ha tradotto e traduce dal francese per le case editrici Le Lettere (fra cui : M. Cvetaeva, Il ragazzo Premio « Monselice-Leone Traverso Opera Prima » 2000, in corso di stampa la nuova edizione), Donzelli (fra cui Prosper Mérimée, Tutti i racconti, 2004 – segnalato al Premio Monselice 2005), Voland, Nutrimenti, Lantana. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste italiane e straniere occupandosi di letteratura medievale e contemporanea (« Critica del testo », «Cultura neolatina», «Studi mediolatini e volgari», «Anticomoderno», «InVerbis»), di cinema e fotografia («Multisala International» e «The Scenographer»). Ha curato le poesie e le note filologiche dell’opera poetica di P.P. Pasolini per le edizioni Mondadori (I Meridiani 2003), l’edizione critica del poeta siciliano Rinaldo d’Aquino ( Poeti della Scuola Siciliana, Mondadori, I Meridiani, Milano 2008). Nel 2014 ha redatto l’Introduzione di Marina Cvetaeva, Lettera all’Amazzone, Editori Riuniti Internazionali, Roma (prefazione di Erri de Luca, traduzione di Angelo Pavia). In corso di stampa presso Lantana (Roma) la sua biografia di Astrid Lindgren Una vita dalla parte dei bambini.

Ha curato la prefazione del libro di poesie di P. Sanna, L’ombra dei minareti (Maremmi Editori, Firenze 2006) e la postfazione del libro di poesie della poetessa polacca Julia Hartwig Sotto quest’isola (Donzelli, Roma 2007). Allieva di Amelia Rosselli, ha vinto diversi premi di poesia tra i quali: Premio Internazionale «Eugenio Montale», «Dario Bellezza», «Giuseppe Piccoli», «Artisti di strada» e il Premio Speciale «Città di Roma» per la poesia 2007. Le sue poesie sono pubblicate da De Arte, Crocetti, Passigli, Empiria e su diverse riviste italiane e straniere («L’immaginazione», «Malavoglia», «Caffè Michelangelo», «Forum Italicum» di New York, «Corriere della Sera», «Corriere di Firenze», «Semicerchio», «L’Area di Broca», «Gradiva» di New York, «Nowa Okolica Poetow» in traduzione polacca; «Roman Law» in traduzione cinese).
Ha pubblicato le raccolte di poesia: ouvrage de dame (Gazebo, Firenze 2004 ; L’Harmattan, Parigi 2007 – Premio Internazionale «Anguillara Sabazia Città d’Arte»); Racconti italoamericani (L’Harmattan Italia, Torino 2007 segnalata al Premio di poesia «Opera seconda – Alessandro Ricci – Città di Garessio»); Fuori dalla terraferma, disegni di Fred Charap (Gazebo, Firenze 2011, Premio Nazionale «Alpi Apuane»; L’Harmattan, Parigi 2013). Nel 2006 ha pubblicato il cd Dal nuovo mondo, in collaborazione con il compositore Luigi Negretti Lanner (Lanner Edizioni). In corso di stampa presso la casa editrice Gazebo di Firenze (luglio 2015) la sua raccolta Il corpo eterno, con tre fotografie di Vasco Ascolini.
Ha organizzato e condotto il Corso/Laboratorio di scrittura creativa per bambini presso la Biblioteca del XII Municipio « P.P.Pasolini » – Roma (2008). È stata invitata all’Università di Cagliari (2009) dove ha tenuto due conferenze: « Scrivere per poesia » e « Didattica della poesia » ; nel marzo 2015 ha partecipato alla Table ronde Au croisement des langues et des langages con Fabio Pusterla e Mireille Gansel (organizzata da Claude Cazalé e Christophe Mileschi, Université Paris Ouest Nanterre La Défense) con un intervento sulla traduzione della poesia e la poesia di Jean-Claude Izzo. Fra il 2014 e 2015 ha organizzato, in Francia e in Italia, l’esposizione fotografica dal titolo «Sulle tracce di Tove Jansson nel centenario della nascita» (Ouessant ; Roma ; Vitré).
Nel 2014 ha vinto una « résidence d’écrivain » di quattro mesi presso il Sémaphore de Créac’h, Ouessant (Associazione C.A.L.I., DRAC Bretagna, Consiglio Regionale della Bretagna) dove ha scritto il poema Quand Jonas se cacha dans un ventre de pierres – Ouessant île-baleine, disegni di Fred Charap (pubblicato in parte nella rivista «L’Archipel des Lettres», giugno 2015).
Fa parte delle associazioni AAIS (American Association for Italian Studies) e AATI (American Association of Teachers of Italian) e per le quali ha partecipato, nel 2014 e 2015, alle Conferenze di Zurigo e Siena con interventi sulla letteratura per l’infanzia, in particolare la poesia e l’illustrazione.

Link
Sito internet di Annalisa Comes : http://www.annalisacomes.com
Sito internet di Fred Charap : http://www.fredstudio.info/
Sito internet di Vasco Ascolini : http://www.vascoascolini.com/
http://uneautrepoesieitalienne.blogspot.fr/search/label/Comes
Reportage su Ouessant : http://www.humboldtbooks.com/tag/annalisa-comes/
Dal cd «Dal nuovo mondo : https://www.youtube.com/watch?v=MtEQZfQ6mjM

Da  ouvrage de dame, disegni di Fred Charap, Gazebo, Firenze 2004 ; L’Harmattan, Parigi 2007 – Premio Internazionale «Anguillara Sabazia Città d’Arte»):

Annalisa Comes

Annalisa Comes

IV

una preghiera, una ancora
con la mano stretta
allacciata al muro, all’alloro
per dire
che tutto affiora,
così semplicemente
che i versi sono i versi
e la lingua mente o brucia
e non sa promettere
che un fascio di esercizi
nel quaderno verdesalvia
millenovecentonovantanove.

V

Prima,
ho salvato il tuo bicchiere
posandolo
pazientemente sullo scaffale
sulla mia eredità
sulle mie ossa.
Il davanzale
no, no
era il tuo sorriso
e gli occhi socchiusi
il mio parapetto
e la mia culla.
Ma ora hai rimesso quel debito
e questa stagione morde ancora.

.
VI

inganni del mestiere

eccola, la montagna incombeva
il ghiaccio attorto come
su una candela
Scorre giù
bruciando di nebbia
bianco e svogliato
La mia montagna che sale di metri
e riposa nel petto,
bucandone i lati

VII

giorno feriale
è il settimo
il settimo giorno dedicato a te
all’occhiello ben fatto,
al lacerto senza scorta
alla porta mal ridotta
al verde alloro che scotta
– scomunica il suo duro verde
i fili della trama che
forgiano i capelli
sono i miei steli, la mia
pelle, la scollatura della foglia
– aperta, scola e ammansisce
scombacia la mia nervatura
e scompare me – l’ordito.

****

Fayyum, ritratto femminile Mummy 120-140 d.C.

Fayyum, ritratto maschile Mummy 120-140 d.C.

Da Racconti italoamericani, L’Harmattan-Italia, Torino 2007; raccolta segnalata al Premio di poesia «Opera seconda – Alessandro Ricci – Città di Garessio»):
East side-west side

I

You dream a wounderful life
just down the corner
just down the corner
up to the hill
with pleasure fill
just down the corner
just down the corner.

Lingua metà oceano,
là una ragazza-madre porta il figlioletto in un parco pubblico.
Gli uccelli picchiano le tempie alle vecchie querce.
Sul verde acetoso della tela casalinga
un tosaerba canta,
disteso bocconi.

Là fuma un’officina di buon lavoro
e di mensa.
Sorride alle bufere del nord.
E tende abbassate, di sedie con foderine:
l’officina fuma per il caffellatte
fuma la vasca da bagno inglese
e soffia la sua aria di borotalco.
Soffia laggiù
sull’erbetta composta dal barbiere,
sulla collina di coda di aceri,
sul colonnato neoclassico della polizia,
sull’ovale di cuoio
lanciato dagli scolari dopo la scuola.
E il cielo splende
nella sua cortina di mattoncini rossi.

Soffia la luce color zafferano
nei caffè dove si incontrano dentisti
e cameriere con la gonna lilla al ginocchio,
e lo zucchero dell’applepie feriale,
e pensionati col libro mastro delle partite sottobraccio,
mentre nella hall di una pensioncina
tre vecchiette lavorano a maglia
e dentro profonde poltrone di chinz azzurro discorrono
della Pentecoste,
e di tanto in tanto graffiano di smalto
la tazza del tè.

Là una pozza in cortile
ricorda la seconda riva dell’Hudson,
la giacca appesa nell’armadio
la carta delle due Americhe
e un tassì attraversa sobri e ubriachi.

Così soffia la luce di vetro
dal bovindo
col suo tintinnio di cucchiaini da gelato
alle cinque in punto – pill,
sulla chiesa dalla schiena veneziana,

up to the hill,

e sulle begonie gialle, e i muretti d’alloro,
e sull’asfalto dal sapore di miele.

Una madre con la stella di david
appuntata sul colletto di seta azzurra
culla nella polvere
il carrello della spesa.
E si addormenta anche l’oceano
al ritmo del suo canto,
metà lingua.

Up to the hill
with pleasure fill.
Soffia il fiato della balia nera
che aggiusta quasi in corsa gli angoli della calza scesa,
soffia il caminetto sul calendario delle cascate d’Occidente,
soffia il melograno dietro le righe oblique dello steccato.

just down the corner,
just down the corner,
just down the corner.
A ovest, dove la memoria sa di metallo,
il dado è levato in cielo
e il cielo è di un pallido azzurro, ancora notturno.
Sfogliando il «New York Times» un uomo sente nel fruscio l’annuncio
del canale e sirene dei pompieri e grattacieli
e ancora, ancora più a ovest,
quando una specie di Titanic vira
sputando schiuma dalle bocche,
vede la donna di gesso che troneggia
colla sua fiaccola da negromante tra le dita.

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

II

Oh honey, where is your man?
Honey, your man is just down the river
He is just down the river.
just down the river –
opposite side.

C’era la luna e la terra brillava.
Giù lungo il fiume alla mezzanotte.

– Non c’è –
– Non c’è –

C’era la luna e il vento di nord-est
e il cielo blu degli appuntamenti:
io aspetto, l’azalea rosa cucita al petto.
Le luci sono accese, i cortili muti
e una pioggia senza scrosci sull’oceano,
fin qui alla riva oleosa dell’Hudson:
una pioggia larga e possente
cola tra i neon, sul treno merci, sul giardinetto della vedova del pastore,
sul distintivo scintillante di uno sceriffo.
Dorme l’intera città:
nella sua coltre di benzina e trampoli azzurri
si seccano gli sputi sopra le stecche da biliardo.
Dormono i vecchi fiumi e le colombe bianche del quartiere cinese,
e le valigie del deposito 436,
il molo col suo ricamo di alghe e foglie di tè.
Giù, lungo il fiume, alla mezzanotte
aspetto, percorrendo col passo la notte calata:
troppo scuro per leggere un romanzo.
Aspetto sulla riva di acqua e cielo,
sulla banchina dello sbarco:
qui accanto la minestra cola dalla bocca di un vecchio ferroviere
cola a zig zag dal suo berretto la pioggia della metropoli
cola anche sull’ombrello nero aperto solo a metà
del ricco avvocato
e le gocciole rigano il colletto azzurro inamidato:
così tanto per vera democrazia.
Aspetto nella notte nera, come un uccello.
Tra i fanali dei bus, che fiottano
a ritmo l’acqua che sa di birra e lampone.
E guardo le lancette dell’orologio
e il cane che abbaia
e il fischio tra i denti di un potente swing.

– Non c’è –
– Non c’è –
Oh honey, where is your man?

Scuoto la testa,
l’aria è pesante di gomma e corda andate a male
sotto la luna si spande un buio già tutto invernale.
Al tavolo laccato di una stazione di benzina
aspetto, bevendo fino alla mattina.

Ricordo il bicchiere di quarzo tra le sue cinque dita.

Ah, non ho pazienza
non ho pazienza,
ma aspetto che la pioggia passi per uscire.
Non ho pazienza,
non ho pazienza,
ma aspetto che questa pioggia lenta passi la colazione,
e i nodi dei capelli:
una mosca ronza sul velo della camicia.
Non ho pazienza,
non ho pazienza,
si scioglie nella pioggia anche il giornale della domenica,
cola dal vetro l’acqua verde dell’oceano.
Non ho pazienza
non ho pazienza.
Batto col tacco le onde del linoleum,
brillano sulla tavola i cerchi dello zucchero a velo,
piove senza fretta
acqua dal rubinetto.

– Ah, non c’è –
– non c’è -.

Honey, your man is just down the river
He is just down the river.
opposite side.

Honey, lui (un tale del West) scende ubriaco
dal caffè saloon nella luce giallo limone
mentre un cane abbaia, e il fischio della metro
sale sulla collina insieme a un blues,
giù alla riva sinistra del fiume.
Siede da solo nel buio.
Sfoglia gli annunci del «New York Times».
Giù sulla riva opposta del fiume:
opposta, mentre lei lo aspetta invano.
III

Lingua metà oceano,
sulla terra dello sbarco e della profezia.
Passa nel canale sull’acqua di petrolio
un piroscafo di viti e bulloni, con la sua potente caldaia di ghisa.
East side-west side.
Passa col suo carico dividendo la città:
di tetti, asfalto, calce, pioppi.
Basta uscire dalla cabina
per vedere i gabbiani biforcuti sulla gru verderame
e più in giù, nella nebbia fitta,
vedere che la terra non è tonda ma
cime di neon azzurrino.
Là dove il fiume divide est e ovest,
separa la collina dal parco pubblico con la sua prua di ferro,
e il figlio dalla madre,
il bianco dal nero,
l’impero dal cortile di terracotta senza luna.

You dream a wounderful life
just down the corner
just down the corner
up to the hill
with pleasure fill
just down the corner
just down the corner.

Ogni uomo, scendendo dal predellino, si dice figlio della libertà
sventolando un panno a strisce.
Ognuno di loro ingoia la luce della luna
e accartoccia il quotidiano delle province,
nella direzione di una mano tesa.
Ognuno di loro guarda l’acqua che gorgoglia
e il suo riflesso nella prima vetrina di un caffè;
mentre il dito compone il numero, la mano afferra la cornetta.
E basta chiudere gli occhi, chiuderli sulla scialuppa
vuota, immobile in mezzo alla baia
e gridare – opposite side –: terra!

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Rock and roll ai piedi del letto

Lungo tutto il litorale della Nuova Inghilterra
scintillano le tazze di porcellana: tè, con latte, e senza zucchero.
Nel buio può capitare di perdersi, di vagare intestarditi
come falene. Tanta bellezza che sparisce –
ma bada – il nostro respiro quotidiano
nella notte fonda non sveglia più nessuno e
nemmeno i rumori da un muro all’altro o un po’ di musica
tutta novecentesca. E di questo giorno l’unica impronta
è la vecchia coperta sulla sedia.

*

Blues di un eroe

I
Non ha tempo per la terra che gronda

che sluccica manifesti

che s’inceppa nei suoi meccanismi d’arteria.

Non ha tempo per raccattare dalla terra

il cartoccio della frutta andata a  male,

non ha slancio per la desolazione casalinga.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam
sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

II
Sono loro? Sulla terra sfiora le zolle e abbassa la schiena

ma è l’asfalto che fa sbattere le ali alle falene.

Si chiede se gli animali hanno spalle che bruciano.

Si chiede se deve fare da sentinella alla terra:

perché è lì che il fuoco brucia

che le onde stramazzano come buoi

lì che ci si ammala d’amore

lì che la carne salta come un salmone.

Oh, povero Adam
si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

III
Per terra ritrova il colore diurno del neon

i fiori schiacciati dal temporale.

Si piega sul muretto di un parcheggio

e sbriciola il pasto ai piccioni.

In mezzo alla terra tocca il carbone

di uno scarafaggio

e un coccio,

e la ruggine di una sirena.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema d’ira e non ha voce.

IV

Con la terra, pensava di fare gomitoli

da cucire senza etichetta.

Indossa la giacca elegante per andare in tv,

ma la terra sotto gli trema e si sbuccia e si squaderna,

la terra che non è estiva né buona.

E per questo lo picchiarono, per paura,

mentre lui, a terra si trascinava.

Oh, povero Adam

si è perso per cantoni, corridoi e piazze

Oh, povero Adam

sente il suo passo zoppo da dietro l’angolo

è lì che trema e non ha voce.

Fayyum, ritratto di  fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

Nella tasca della giacca
a I. Brodskij,
per P.
1
Così a dicembre tiri fuori
la giacca di tweed,
rimani incantato alla finestra scura,
e forse ci vedi il tuo destino
che rotola per le strade,
su e giù,
come le macchine.
Il vento caccia i brutti pensieri
smuove le palline rosse dell’albero-
dondolano le ultime foglie dei platani-.

2
Con la mano torni indietro.
Ricordo bene come cerchi nella tasca della giacca.
Lei ti diceva: la terra non è tonda
ma solo lunga-,
così aveva contato Brodskij
e misurato l’oceano.
Aveva messo in fila le onde, una dopo l’altra,
col suo passo cadenzato
e alla fine
era tornato nel vecchio continente,
in un angolo d’Adriatico.
3
La casa è immobile.
Così come l’hai lasciata la ritrovi,
per pranzo e per cena.
E passi il dito su una cornice impolverata
come a far riprendere luce alla vita,
al giorno.

*

Amorosamente regolare
o la viltà di un piccolo borghese

 Fayum portrait compared with Picasso's self-portrait

Fayum portrait compared with Picasso’s self-portrait

Non sta fermo l’oggetto e non si muove.
Noi deliriamo. La cosa è lo spazio
che occupa la cosa.
I. Brodskij, Nature morte

I
Cosa brucia nella sua bocca?
Sul materasso l’impronta della notte
sul tavolo gli oggetti come un promontorio.
Guarda bene perché questo non è il paradiso,
ma abbassando le palpebre
ordina il fondo del lenzuolo
e sistema il corpo quando è ancora buio.
Allora ascolta lo sferragliare del tram
e i ferri della vicina che alzano
e abbassano il filo di lana.
Così bisbigliano le ultime notizie di morte.

II
C’è spazio. C’è tutto lo spazio
perché le sue mani possano rovistare
nel lavandino, sulla busta del latte,
andare qui e là senza vergogna.
La luna era passata sul tetto rosso,
sui piatti bianchi, sulle spalle della sedia
e aveva lasciato righi di penna
e il peso della notte in cerchi concentrici.
Senza fuoco. Senza stufa.
Era scivolata sulle ciocche dei capelli.

III
Non c’erano mai state prospettive.
L’orizzonte affonda e dorme.
Sul pavimento, sulla terra:
i vestiti e un cappotto da pieno inverno.
Sul pavimento grigio i guanti neri,
Sul pavimento grigio il gomito, il braccio.
Ma l’uomo ha paura e non si sveglia,
non del tutto. Anche se è domenica,
anche se è per chiedere la pace.

IV
Dov’è che gli oggetti sono rotondi?
Eppure lui si aggrappa agli spigoli con le unghie,
alla sua vita piccola e borghese,
all’aria della superficie. Qui. Dandosi un gran da fare.
Chiude la porta a chiave e aspetta che il ghiaccio passi,
e la corriera blu, e il cane col suo canto da ubriaco.
Perché nella vita non c’è profitto
e non c’è colpa più pesante di questo stare al mondo
senza lottare.

V
E sbaglia quando apre il vetro al cielo,
quando apre gli spicchi di un’arancia
solo per vedere come s’annera,
perché la stagione corre, di fretta
avanti e indietro sbattendo
gli sportelli di formica in cucina:
sul petto l’odore delle noci, come ogni anno,
il fischio del bollitore, l’indice sul legno bianco
della porta del bagno.

VI
Passò qualche macchina,
nessuna che andasse nella stessa direzione.
Lui guardò l’orologio sotto il soffitto,
poi il bicchiere vuoto
molte più cose se ne sarebbero potute andare –
e la luna era quasi sparita, c’era un’impronta bianca, di carta,
c’era spazio per un’intera giornata

Questa la santità della sua morale
di giovane borghese, feroce e di cortile:
s’inginocchia con la lingua
all’Ave e all’Angelus del grosso cupolone,
suddivide intelletto e Nuovo Capitale,
ma gira il volto alla fiumana
morta oltre lo stivale.

****

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto

Da Fuori della terraferma, disegni di Fred Charap, Gazebo, Firenze 2011; Premio Nazionale «Alpi Apuane», L’Harmattan, Parigi 2013:
Traversata

Appoggio il gomito alla veranda –
Gli uccelli in picchiata
più piccoli dei gabbiani
senza lingua -,

Mi sembra di aver già attraversato
queste acque, una volta.
E mentre portano il conto
di due caffè
a lui tremava la voce.

Ogni tanto mi voltavo
a sentire il vento in visita,
sulla faccia, sulle orecchie
dentro la cerata gialla.

Laggiù la baia e
il piano delle onde.

*

Frammenti d’albero maestro

Il confine delle terre annera nella notte. Gli uomini
vanno e vengono sul ponte. Hanno tirato le reti
e il sole non tramonta più. La prua luccica
di uno splendore esatto, da orologio.
Ovunque il quadrante sfavilla e brucia sulle rocce.
I fanali di Sant’Anna stridono, poi si addormentano.

Buio. Una boa enorme in secca.
Chiusi gli ultimi bar e la biglietteria e un
taxi acquatico dal corpo giallo e stanco.
Buio anche per i pochi passanti
e le loro orme a crocicchio. Il vento
sbatte la cenere al bavero del cappotto.

Laggiù il nord, piatto e anziano.

*

Terra

Guardava verso la riva –
guardava ancora e ancora: l’aria calda
il pasto avanzato,
il furgoncino che porta legna da ardere,
la stoffa ruvida della camicia bianca.

Laggiù, non ti preoccupare, aveva detto,
laggiù c’è la terra,
ma le correnti, qui sono forti.
Più forti che in qualunque altro mare.
Con la sua giacca sportiva e
gli occhi scuri che si levano dal fumo –
la schiena appoggiata al parapetto.

Vidi un grosso pesce che vorticava
in un angolo,
un mulinello dai cerchi opachi.
E tre ragazzi con le loro lenze
che andavano sott’acqua
e ai piedi una mezza dozzina di sardine
agonizzanti.

L’aria calda, i galleggianti
filavano in superficie:
una grossa luna
senz’altro appoggio,
come fosse mattina.

*

Moules frites

Gli sfiora la guancia
perché piange, si asciuga gli occhi
con il tovagliolo
e sposta lo stuzzicadenti nella mano sinistra.

Il temporale batte sui vetri
feroce come un fiume in piena.
Fuori ci sono brutti ricordi.
Lui passa la mano sulla fronte,
sulla costa, sul sonno agitato.

Un cameriere del sud
arrota l’accento italiano
e scrive ordinatamente il piatto del giorno:
vorrei mangiare con questo uomo
per il resto della mia vita.

*

Oceano

Alla fine i rami dei salici non erano
più visibili
e ho detto addio alla terra.
Solo per poterla salutare da lontano,
per immaginare la costa e le sue città,
ricordare di aver visto tutto fuori dalla finestra,
mentre pioveva.

Chi vuoi prendere in giro? mi dicevo,
l’anno prossimo o forse solo fra pochi mesi
l’indice sarà arrivato all’orlo estremo della carta
giù, allo spigolo del tavolo di legno,
e avrai smesso di dondolarti a tre quarti
e preparare caffè per due la mattina.

 Fayyum portrai d'enfant

Fayyum portrait d’enfant

Inedite

Détail
(dans le Château de Versailles)

Le cadre de la fenêtre –
immobile –
– fixé -.
Il a arrêté son battement -.
Rien ne bouge plus
qu’une toile d’araignée
(à la petite haleine) -.
*

Au 14 rue de Noailles

à Claude

C’est l’adresse d’un hiver perpétuel
Les vagues remontent
encaissées
la cour, les murs et les nuages
Le vis-à-vis du monde
se cache, coque-vide.
L’orage a ravagé les décors et les broderies
a fait ses ruines de pierres crues
et dispersé l’exil –
et marqué la porte avec du rouge

Pas une miette royale – si jamais il y en avait une –
n’est restée debout
Pas une dentelle – une petite miniature –
Où la barbarie a parsemé
l’ombre et le cri
là aujourd’hui pousse la grâce de la mémoire
Où la haine a dansé
à trois temps
sa valse de papillon,
sur ses ruine demeure ma maison
et repose dans tes mains royales
l’orage.

Ce sont ces décombres
l’adresse perpétuelle de l’hiver
Poussière de pierres et de misères
que j’ai élue

Dans ce desért
l’hiver nous chante
votif.

*

Just married

Gomito contro gomito
Sorridono dietro uno scrigno di montagne
Azzurre – le mani intrecciate
In un unico fiore
Lei ha un abito corto di seta bianca
Lui spessi occhiali neri e una cravatta lunga
D’altri tempi
La spalla nera – poggiata a quella nuda di lei.
God Bless You!

A destra, due calici bevuti
A sinistra, il tavolo scende nel dirupo d’ombra
Fino a scavalcare l’Oceano –
E toccare terra in questa cucina
Di luce gialla e gelata
Sul tavolo – un bicchiere
Un osso
Una bibbia francese. –

D’oltreoceano arrivano
Brindisi
E onde di prato bentosato
E il soffio della notte tiepida
Mentre sulla cornice di un muretto
Una vecchia in rosa balla aggrappata
A un’elegante giacca di puro tweed inglese.
God Bless You!

Aspetto il mio turno
Nella cucina di smalto
Dove le colombe hanno arrestato il loro volteggio
E razzolano fra smerli di briciole
Dove le stelle hanno arrestato il fulgore
E l’ornamento.
Ché la mia mano aperta per il benvenuto
Stringe un bicchiere vuoto
Il tavolo batte la sua risacca
E il deserto sospira nel cuore.

31/V/15

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POESIE SCELTE di JEAN-CLAUDE IZZO (1945-2000): “Un ponte sul Mediterraneo”  Poesia francese per il blog a cura di Annalisa Comes

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Annalisa Comes

Iniziare a occuparmi della poesia francese per il blog « L’ombra delle parole », su sollecitazione e invito del fondatore, Giorgio Linguaglossa, costituisce per me una grande avventura e un immenso piacere. In questa unione di « poesia » e « lingua francese » risiedono infatti oggi i poli della mia avventura anche domestica, privata : la poesia prima di tutto, casa e destino, scrittura (e lettura) privilegiata, e la lingua francese, lingua del quotidiano – vivendo in Francia oramai da cinque anni – e lingua dello spirito, che ho conosciuto tardi e non a scuola, attraverso la lettura (e la traduzione) della poesia francese di Marina Cvetaeva, esule russa a Parigi alla fine degli anni Venti. Poesia e lingua dunque esuli per me di loro statuto. Ponte umano di fraternità e corrispondenza contro l’isolamento e l’oblio, anzi «mano tesa fra rive senza ponte», appropriandomi dell’immagine e delle bellissime parole di Mireille Gansel nel suo libro Traduire comme transhumer (préface de Jean-Claude Duclos, Calligrammes Bernard Guillemot, Rennes 2012), di cui la stessa traduttrice italiana, Claude Cazalé Bérard, sottolinea l’importanza nella sua appassionante e commossa Postfazione :

Tradurre – e quindi ascoltare, accogliere e trasmettere per allargarne l’ascolto, rafforzarne la memoria – quei frammenti di vita e di scrittura grondanti di umana compassione, densi di esperienze condivise in situazioni di estremo pericolo (dalla DDR al Vietnam…), e tuttavia pieni di pudore e di doloroso stupore per quelle tragedie dei tempi oscuri di un Novecento colpevole di stermini e di genocidi.

     Tradurre per capire l’altro fino in fondo, nei più segreti recessi del suo linguaggio, per offrire una mano soccorrevole sopra l’abisso, lì dove non esistono più ponti, per farsi traghettatrice di parole, di testi e di culture minacciati di cancellazione, ma sempre con infinito rispetto, umiltà, semplicità, ben lungi dalle retoriche dominanti, dalle commemorazioni ufficiali, dalle speculazioni mediatiche: questo è il compito, anzi l’impegno morale che Mireille Gansel si prefisse, fin dai primi passi in una realtà ancora segnata dalle ferite delle guerre, in cerca di quello che rimaneva di umano, di vero, di bello sotto le macerie. Questa la sua lezione per chi si accinga a tradurla. Ma leggere e tradurre Mireille Gansel vuol dire anche apprendere, attraverso il suo rigoroso tirocinio, che non ci si accosta a un testo, a un’opera, a un autore senza un duplice approccio, quello della lingua e quello dell’essere al mondo di chi la vive, la parla, la scrive: dietro c’è sempre l’altro, lo straniero, l’umano nella sua diversità e il desiderio d’incontrarlo.

(C. Cazalé Berard, Posfazione a M. Gansel, Traduzione come transumanza, Pacini, Pisa 2014, p. 87).

I poeti che presenterò, in traduzioni originali, non seguiranno alcun ordine cronologico, saranno affidati al « caso » degli incontri, delle suggestioni, dei destini incrociati in qualità di semplice lettrice e « passante », nel senso attivo, transitivo del nome. Tuttavia, se sarà possibile ravvisare un sottile filo rosso che unisca le presenze, tutte vive, fertili, dei poeti in lingua francese di ieri e di oggi, questo sarà senza dubbio scaturito da una sorta di patria comune, dalla fede cioè nella universalità della poesia come resistenza e resilienza. E ancora. Rispondere con e attraverso la poesia alla barbarie dei tempi, di tutti i tempi. Lingua interiore, voce privata che si fa universale.

E forse non è un caso che questa prima voce, quella del poeta Jean-Claude Izzo, arrivi dal Mediterraneo. « Isola» di acque e terre dalle molteplici civiltà, culture, lingue, di contraddizioni, naufragi e sbarchi, di paure e sbarramenti, di accoglienze e passaggi, putroppo oggi ancor più dolorosamenti evidenti, di cui lo stesso poeta esplicita e rivendica, in modo inequivocabile, la sua appartenenza :

 karel-teige-collage-1937-19401

karel-teige-collage-1937-19401

Appartengo al Mediterraneo. Questo mare lo vivo, lo respiro, lo sogno, lo penso da un solo punto di vista. Quello di Marsiglia. La città dove sono nato per un caso dall’esilio di mio padre, napoletano e da mia madre, andalusa. Rivendicando tale appartenenza, rientro – ne ho piena coscienza e voi avete il diritto di saperlo – nelle categorie delle nuove « classi pericolose », così come sono definite da un importante rapporto (importante per l’avvenire dell’Europa) della Banca Mondiale. E poi ancora, arbitrari, fanatici, violenti. E anche, evidentemente, miserabili. Questo rapporto dice che siamo, noi del Mediterraneo, numerosi, indisciplinati certo migranti. Sempre in questo rapporto, la Banca Mondiale suggerisce all’Europa di erigere fra il Nord e il Sud, un confine moderno, come un ricordo della frontiera fra l’Impero Romano e i Barbari. Domani, quando il secolo si sarà spostato dalle parti di Maastricht e applicheranno allora le direttive della Banca Mondiale, parafrasando Erri De Luca, potrò allora cominciare un romanzo con queste parole : «Appartengo a un paese e a un mare barbari. Sì, forse, sfortunatamente. Eppure, dritto in piedi davanti alla diga Santa-Maria, con il volto verso il largo, e lasciando vagare i miei occhi sull’orizzonte di carghi in partenza, persisto nel mio punto di vista. Da Marsiglia, nel Mediterraneo. Sono esistite Alessandria e Tangeri. Marsiglia esiste ancora oggi. Sola, unica dunque. E bene o male, ancora in piedi. Ultima sopravvivenza degli incroci di uomini e di culture. E di fronte alle fratture, alle frantumazioni, alle frammentazioni che hanno caratterizzato e caratterizzano la storia di questo mare e delle sue due sponde, credo che il punto di vista di Marsiglia sia la sola risposta moderna alle nostre aspirazioni.  Bisognerebbe rileggere L’Esilio di Elena di Albert Camus. Come un breviario : «In questi luoghi si può comprendere che se i Greci sono arrivati alla disperazione, è stato sempre attraverso la bellezza, e in ciò che vi è di opprimente. In questa infelicità dorata, culmina la tragedia. Il nostro tempo, al contrario, ha nutrito la sua disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. È per questo che l’Europa sarebbe ignobile, se il dolore potesse mai esserlo».  Era il 1948. Cinquant’anni dopo, lo riaffermo, se c’è un avvenire in Europa, una bellezza per l’avvenire, è in quello che Edouard Glissant chiama « la creolità mediterranea ». Questo sguardo altro sul mondo. È tutto in questo. Fra il vecchio modo di pensare, economico, separatista, segregazionista (della Banca Mondiale e dei capitali privati internazionali) e una nuova cultura, diversa, meticcia, in cui l’uomo resta padrone del suo tempo e del suo spazio geografico e sociale. Appartengo al Mediterraneo, dicevo. Tengo per mano le mie due sponde. E Oriente e Occidente. Mi dilanieranno, forse, ma l’Europa non mi farà mai abbandonare una per l’altra. Perché rivendico l’insegnamento unico di questo mare : più ci si arricchisce di culture, più il pensiero  si allarga, più il mondo si apre a noi, e più l’altro – l’altro mediterraneo, africano, asiatico e latino-americano – ci è vicino. Fratello umano. È così che penso, come il bastardo di una storia cominciata qui, a Marsiglia, duemilaseicento anni fa.

 (articolo apparso in «Télérama» del 1998; mia traduzione)

Jean Claude Izzo

Jean Claude Izzo

JEAN-CLAUDE IZZO : un ponte sul Mediterraneo

L’opera poetica di Jean-Claude Izzo (1945-2000) è pressoché sconosciuta in Italia, a parte la traduzione di qualche poesia nel bel volume di Stefania Nardini, Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, Perdisa Editore, Bologna), 2010, della poesia Terra profana da me tradotta per il blog « Poesie senza pari » di Francesco Dalessandro (6 febbraio 2013 : http://poesiesenzapari.blogspot.fr/2013/02/jean-claude-izzo.html) e di qualche altra traduzione sparsa nell’etere (una traduzione antologica più cospicua presenterò al Seminario « Traduction et traductologie », organizzato da C. Mileschi e C. Cazalé all’Université de Paris Ouest Nanterre La Défense il 13 marzo). In Francia  quasi tutti i suoi libri di poesia sono di difficile reperibilità o esauriti, tuttavia le sue prime prove sono poetiche, il primo libro, Poèmes à haute voix (Poesie a voce alta, presso P. J. Oswald) è una raccolta di poesia. E la sua ultima testimonianza, il 7 gennaio 2000, pochi giorni prima di morire è una poesia, Plage du Prophète (Spiaggia del Profeta). Marguerite Tiberti sottolinea con esattezza questa predilezione : « Jean-Claude affermava di non sapere perché scrivere poesia gli era necessario. Che gli procurava più piacere scrivere storie. Scrivere romanzi. Ma che era nella poesia che avvertiva la gioia delle parole. Una gioia associata al rischio di confrontarsi con quello che c’è di più vivo nella lingua, con la parola che non può sostituirsi all’altra. Diceva che la poesia gli era indispensabile per rimanere fedele, il più possibile fedele, all’innocenza » (in Hommage à Jean-Claude Izzo, « La pensée de midi », 2000/1 (N. 1), Actes Sud, pp. 168-180, in part. p. 172). D’altronde, anche il nome del suo famoso poliziotto, Fabio Montale, è un omaggio alla poesia (e alle sue origini italiane).

Jean Claude Rizzo L'arideFiglio infatti di un immigrato italiano, Salvatore Izzo e di Isabelle Navarro, francese di Marsiglia, figlia di immigrati spagnoli, Jean Claude Izzo, inizia a scrivere poesie e storie prestissimo, tuttavia viene indirizzato verso una scuola professionale. Nel 1963 entra come commesso in una libreria e diventa militante del movimento cattolico per la pace «Pax Christi»; l’anno successivo, chiamato a fare il servizio militare, parte per Tolone, poi è arruolato a Gibuti. Si occupa di fotografia e scrive per il giornale dell’arma. Al suo ritorno, nel 1966, riprende il lavoro e l’attività in seno al movimento «Pax Christi», dove incontra Marie Hèlene Bastianelli. Insieme entrano nel PSU (Partito socialista unificato). Nel giugno 1968, Jean Claude è candidato alle elezioni legislative a Marsiglia per il PSU e due mesi più tardi aderisce al PCF. Jean Claude ed Hèlene si sposano (marzo 1969) e si stabiliscono a Marsiglia, dove Izzo continua a militare attivamente nel PCF collaborando a «La Marseillaise Dimanche», inserto del quotidiano regionale comunista. Nel 1970, con la moglie, lascia Marsiglia e si stabilisce a una cinquantina di chilometri della grande città, nel villaggio di Saint Mitre les Remparts; lo stesso anno pubblica la sua prima raccolta di poesie Poèmes à haute voix (Poesie a voce alta) presso P. J. Oswald, trova lavoro come bibliotecario al “Comité d’Entreprise de BP Lavéra” e nello stesso tempo continua a scrivere numerosi articoli per «La Marsellaise». Nel 1971 pubblica La Commune de Marseille (La comune di Marsiglia) nella rivista «Europe». Scrive un testo teatrale per la liberazione di Angela Davis che sarà rappresentato da César Gattegno e dalla “Compagnie du Rocher”. Assunto l’anno successivo come giornalista a «La Marseillaise», cura una pagina speciale quotidiana dedicata alla costruzione del cantiere di Fos, dove dovrebbero essere installate delle officine siderurgiche e pubblica una nuova raccolta di poesie: Terre de Feu (Terra di fuoco; P. J. Oswald). Nel novembre nasce suo figlio, Sébastien. Nel 1974 pubblica la raccolta di poesie Etat de veille (Stato di veglia; P. J. Oswald), diventa redattore capo aggiunto, responsabile della rubrica cultura di «La Marsaillaise» e corrispondente ufficiale del giornale al Festival di Avignone. Seguono, negli anni immediatamente successivi, le raccolte Braises, brasiers, brûlures (Braci, bracieri e bruciature; con le illustrazioni  di E. Damofli, 1975), Paysage de femme (Paesaggio di donna; Guy Chambelland) e Le rèel au plus vif (Il reale al più vivo; Guy Chambelland, 1976). Nel 1978 esce il romanzo Clovis Hugues, un rouge du midi (Clovis Hugues, un rosso del Midi) presso J. Laffitte;  alla fine dell’anno lascia il PCF e si separa dalla moglie. Qualche mese più tardi, all’inizio del 1979, lascia «La Marseillaise» e per un anno vive in grandi difficoltà economiche. 

Nel 1980 fa i suoi primi passi nel giornale « La Vie Mutualiste », di cui sarà poi redattore fino al 1985 (la rivista che prenderà poi il nome di « Viva », di cui sarà caporedattore fino alle sue dimessioni, il 31 luglio 1987), animatore alla radio « Forum 92 », partecipa alla creazione della rivista poestica « la Revue Orione » con Bruno Bernardi. Scrive in diverse riviste e giornali e partecipa all’organizzazione di numerosi avvenimenti letterari, fra cui il « Carrefour des Littératures Euroéennes » di Strasbourgo, il « Festival du Polar » di Grenoble e il « Festival Etonnant Voyageur » di Saint-Malo. Delegato generale dei « Rencontres Goncourt des Lycéens » nel 1991 e 1992,  direttore della comunicazione del festival « Tombées de la Nuit » (a Rennes) dal 1992 al 1994, si cimenta in diverse sceneggiature per film, come « Una mort Olympique » e « Les Matins Chagrins », nonché nella redazione di testi per canzoni su musiche di Jean Guy Coulange. Nel 1995, spinto da Michel Le Bris e Patrick Raynal pubblica nella « Série Noir » di Gallimard Total Khéops, che ottiene molto presto un grandissimo successo e diversi premi e di cui pubblicherà il séguito nel 1996: Chourmo (Chourmo. Il cuore di Marsiglia). Lascia Parigi e si stabilisce a Saint-Malo con Laurence Rio, responsabile culturale della città.  Nel 1997 pubblica la raccolta di poesie Loin de tous rivages (Lontano da ogni riva), con le illustrazioni di Jacques Ferrandez e il romanzo Les Marins Perdus (Marinai perduti), oltre a numerosi racconti apparsi in diverse antologie. Ritorna poi definitivamente in Provenza con la sua compagna, a Ceyreste presso La Ciotat.  Nel 1998 esce Soléa, tuttavia, nonostante le forti sollecitazioni di Gallimard,  rifiuta di dare séguito alle avventure di Fabio Montale. Nello stesso anno comincia a scrivere Le Soleil des Mourants (Il sole dei morenti) e si separa da Laurence. Durante l’estate, già malato, ha delle difficoltà a continuare il romanzo iniziato, incontra Catherine Bouretz, fotografa, che sposa nel febbraio 1999. Pubblica una nuova raccolta di poesie L’Aride des jours (L’arido dei giorni), illustrata dalle fotografie della moglie e la coppia si stabilisce a Marsiglia. Malgrado la malattia, Jean Claude partecipa a numerosi avvenimenti letterari e riesce a terminare Il sole dei morenti che uscirà nel settembre 1999.
Muore il 26 gennaio 2000.

Da allora numerose esposizioni gli sono state dedicate come « Un poète dans la marge : Jean-Claude Izzo » per il « Salon du polar » di Montigny-lès-Cormeilles nel dic. 2000 (foto di Catherine Izzo, Daniel Mordzinski e Dominique Peraldi ; disegni di Jacques Ferrandez ; serigrafie di Joelle Jolivet) ; « Le Marseille de Izzo » (fotografie di Daniel Mordzinski, 21/06/01-08/07/01)  e, a dieci anni dalla sua scomparsa, « Portrait d’un homme du Sud : Jean-Caude Izzo », realizzata dall’associazione « Mémoires Vivantes » del figlio, Sébastian Izzo (febbraio-aprile 2010, Châteauneuf-les-Martigues e Marsiglia). In Italia si può ricordare il « Jean-Claude Izzo Festival » del luglio 2009 (Castel San Giorgio, Salerno ; sezione cinematografica a c. di Marco Pistoia, sezione letteraria curata da Brigida Corrado : www.jeanclaudeizzofestival.it ) durante il quale è stata trasmessa una video-testimonianza (intervista realizzata da Brigida Corrado) di Andrea Camilleri che sottolinea l’impegno e la grande discrezione dello scrittore e dell’uomo. L’8 febbraio 2006 Marsiglia gli intitola un Collège : http://www.clg-izzo.ac-aix-marseille.fr/spip/

Jean Claude Izzo

Jean Claude Izzo

Jean-Claude Izzo è ricordato, anche in Italia, soprattutto per la cosiddetta « trilogia marsigliese », composta dai noir : Total Khéops, Gallimard, Série Noire, 1995, riedizione 2001 Folio (Casino totale, trad. di B. Ferri, Edizioni e/o, 1998); Chourmo, Gallimard, Série Noire, 1996  (Chourmo. Il cuore di Marsiglia, trad. di B. Ferri, Edizioni e/o, 1999)  e Soléa, Gallimard, Série Noire, 1998 (Solea, trad. di B. Ferri, Edizioni e/o, 2000), tutti aventi come protagonista e voce narrante il commissario Fabio Montale. Dalla trilogia è stata tratta una serie di 3 film per la TV dal titolo « Fabio Montale », per la regia di José Pinheiro (2001).

Fra gli altri romanzi, si possono ricordare : Clovis Hughes, un rouge du Midi (Clovis Hughes, un rosso del Midi ; J. Laffitte, 1978, riedizione 2001 J. Laffitte ) ; Les marins perdus (Flammarion, 1997 ; Marinai perduti, trad. di F. Doriguzzi, Edizioni e/o, 2001) ; Vivre fatigue (Librio, 1998 ; Vivere stanca, trad. di F. Doriguzzi, Edizioni e/o, 2001) ;  Le soleil des mourants (Flammarion, 1999 ; Il sole dei morenti, trad. di F. Doriguzzi, Edizioni e/o, 2000) ; Un temps immobile (Filigrane Editions, 1999) ; La Méditerranée en fragments (Maison méditerranéenne des sciences de l’homme, 2000 ; Frammenti di Mediterraneo, in Rappresentare il Mediterraneo. Lo sguardo francese, Mesogea, 2000) ; Marseille (Hoëbeke, 2000 ; Aglio, menta e basilico, trad. di G. Panfili, Edizioni e/o, 2006).

Bibliografia poetica: Poèmes à haute voix (Poesie a voce alta), P. J. Oswald, 1970 ; Terre de feu (Terra di fuoco), P. J. Oswald, 1972 ; Etat de veille (Stato di veglia), P. J. Oswald,1974 ; Braises, braisiers, brûlures (Braci, bracieri, bruciature) 1975, illustrazioni di E. Damofli ; Paysage de femme (Paesaggio di donna), Guy Chambelland, 1975 ; La reél au plus vif  (Il più vivo reale), Guy Chambelland, 1976 ;-Loins de tous rivages (Lontano da ogni riva), Ed. du Ricochet, 1997, riedizione 2000 Ed Librio ;  e L’aride des jours (L’arido dei giorni), Ed. du Ricochet, 1999 raccolta illustrata con le fotografie di Catherine Bouretz-Izzo.

Cfr. Hommage à Jean-Claude Izzo, in « La pensée de midi », 2000/1 (N. 1), Actes Sud, pp. 168-180 e Stefania Nardini, Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, Perdisa Editore, Bologna (prossimamente anche per e/o).

Sito ufficiale di Jean-Claude Izzo (in francese, da cui ho tratto la maggior parte delle notizie biografiche e biobibliografiche) : http://www.jeanclaude-izzo.com/ Altri siti di interesse relativi all’autore : http://authologies.free.fr/izzo;

Ascolta : « La visione di Jean-Claude Izzo ». Con Gianmaria Testa, Massimo Carlotto, Bruno Arpaia, Stefania Nardini e Bruno Crovi. Palazzo Ducale,   Genova 11 Novembre 2011 : https://www.youtube.com/watch?v=uMld9k7y-38

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 Traduzione di Annalisa Comes

Traduire comme transhumer 

Cominciando dalla fine… L’ultima poesia di Jean-Claude Izzo scritta il 7 gennaio 2000, poco prima di morire: Plage du Prophète,  recitata in musica dall’amico Gianmaria Testa, nel CD Il valzer di un giorno, nell’ed. distribuita da HarmoniaMundi/Egea 2001  (La valse d’un jour, Ed. Le Chant du monde, 2001). La spiaggia del Profeta è una delle spiagge più antiche di Marsiglia, incorniciata fra il vecchio porto e le spiagge di Gaston-Deferre, luogo familiare a tutti i marsigliesi, dove i bambini imparano a nuotare.

 

Plage du Prophète à Marseille
Ils se sont arrêtés

D’abord la fille aux yeux gris verts
Des mers du Nord
Et au sourire mûri sur les berges du Nil
L’ami ensuite
Le poète des Hauts Pays
Attentif aux murmures des passeurs
Sur les sentiers arides des exils
Le plus âgé enfin
Homme aux semelles de vent
Tantôt Afghan, tantôt Mongol
Porté par des mondes d’hier entrevus

Plage du Prophète
Ils ont porté leurs pas
Vers le soleil couchant

Une vague est venue lécher leurs pieds
Bénédiction du Prophète
Prophète anonyme
De ceux qui croient
Aux vérités de la beauté

Plage du Prophète
Du Prophète

(Ascolta la poesia recitata in musica dall’amico Gianmaria Testa: http://www.dailymotion.com/video/xje69_plage-du-prophete0001_travel )

.
Spiaggia del Profeta a Marsiglia
Qui si sono fermati.

Prima la ragazza dagli occhi grigio-verdi
Dei mari del Nord
E dal sorriso maturato sugli argini del Nilo
Poi l’amico
Il poeta dei Paesi Alti
Attento ai bisbigli dei traghettatori
Sui sentieri aridi dell’esilio
Infine il più vecchio
Uomo dalle suole di vento
Tanto Afgano quanto Mongolo
portato da mondi di ieri che ha intravisto

Spiaggia del Profeta
Hanno portato i loro passi
Verso il sole al tramonto

Un’onda è arrivata a lambire i loro piedi
Benedizione del Profeta
Profeta anonimo
Di coloro che credono
Alle verità della bellezza

Spiaggia del Profeta
Del Profeta

(7 gennaio 2000)

*

Braises de la mémoire VI

Terre.
Gisent les hommes dans les villages défaits.
Cimetières.
Aux fenêtres des maisons tombent les pierres d’angle.
Larmes.
Larmes, et pierres sur pierres, les ruines s’érigent.
Cri – trou que font mes lèvres dans l’opacité bleue pour rompre le silence, pour
rendre la parole à ces heurs dans le plain-chant du soleil. Et les coquelicots enfin
rendus à leur éphémère splendeur.
Terre.
Là.

.
Braci della memoria VI

Terra.
Giacciono gli uomini nei villaggi disfatti.
Cimiteri.
Dalle finestre delle case cadono le pietre angolari.
Lacrime.
Lacrime, e pietre su pietre, si innalzano le rovine.
Grido – buco che fanno le mie labbra nell’azzurra opacità per spezzare il silenzio, per
restituire la parola a queste ore nella pianura-canto del sole. E i papaveri
restituiti al loro effimero splendore.
Terra.
Laggiù.

.
*

karel-teige-collage-701939

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Da Loin de tous rivages (Lontano da ogni riva), Illustrations de Jacques Ferrandez, les Editions du Ricochet, 1997, pp. 41-48; sezione Approche du lointain (Da vicino, la lontananza). Spazio e tempo si coagulano nella luminosa aridità del Midi; in una lingua incisiva e ‘semplice’, disseccata, forgiata al fuoco del Sud, il poeta ci racconta il suo amore per una terra che non è decoro, ma pura essenzialità e dove la presenza dell’uomo sembra marginale. Qui, attraverso una memoria dalle connotazioni scabre, quasi bibliche, sembra aver inizio la Storia.

Approche
du lointain

Un coup de bêche, au loin,
dans la sécheresse
à vif
de la terre –
ou bien était-ce un cri? –

Le silence rompt l’anonymat.

Ni visage ni nom
et la bêche et le cri:
et la terre fendue,
brèche de lumière fertile.
*

Da vicino,
la lontananza

.
Un colpo di vanga, in lontananza,
nella siccità
nel vivo
della terra –
o era un grido?-

Il silenzio rompe l’anonimato.

Né viso né nome
e la vanga e il grido:
e la terra spaccata,
breccia di luce fertile.

*

La rumeur des heures
est au faîte
des plus hauts débris.

Mes pieds dans l’ombre d’un ruisseau.

Le temps semble contenu
dans cette sécheresse
assoiffant l’eau à même les fontaines.

Les derniers feux ont eu lieu.
Il n’y a plus rien à bruler,
pas même un cep ni même un sarment.

La mort s’accomplit:
saison régnant
à contre soleil.

*

Il rumore delle ore
è in cima
delle più alte macerie.

I miei piedi nell’ombra di un ruscello.

Il tempo sembra contenuto
in questa siccità
assetando l’acqua stessa delle fontane.

Ci sono stati gli ultimi fuochi.
Non c’è più niente da bruciare,
né un ceppo né un tralcio.

La morte si compie:
stagione regnante
controsole.

*

Ou bien d’un chien était-ce le cri?
Survivance:
le chien appelle l’homme
et l’homme, seul,
nomme les outils nécessaires.

Le silence implique le souvenir.

Complice silence
qui inventorie la poussière
du champ à la ferme,
jusqu’au repos de l’air.
*

O forse era il grido di un cane?
Sopravvivenza:
il cane chiama l’uomo
e l’uomo, solo,
nomina gli arnesi necessari.

Il silenzio implica il ricordo.

Complice silenzio
che inventaria la polvere
dal campo alla fattoria
fino a che l’aria si riposa.

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Cadavre exquis – André breton,Valentine Gross, Tristan Tzara, Greta Knutson – 1933

Les pierres enferment l’espace,
l’emprisonnent:
au travers des façades éventrées
le ciel cherche l’issue.

Des pas résonnent: les miens, inlassablement.

Ombre de garde
dans ce jour sans ombre,
je veille.

La lumière est triste,
asséchée de ses rêves.
Et les rêves survivent à même l’immobilité.

Mes pas sonnent un temps de mort,
battant la mémoire
pour en faire jaillir le sang.

*

Le pietre chiudono lo spazio,
lo imprigionano:
attraverso facciate sventrate
il cielo cerca la sua via d’uscita.

Risuonano i passi: i miei, instancabilmente.

Ombra di guardia
in questo giorno senz’ombra,
veglio.

La luce è triste,
prosciugata dei suoi sogni.
E i sogni sopravvivono alla stessa immobilità.

I miei passi suonano a morto,
battono il tempo della memoria
per farne sprizzare il sangue.

*

Ou bien était-ce le cri de mon corps
fouillé dans sa chair
jusqu’à sa source douloureuse?
Plaie ouverte?
Et les heures suppurant de ciel bleu.

Le silence fait écho au silence.

Était-ce ailleurs, jadis?
Les ronces ne savent pas,
le ciel se tait et le soleil consentant
détourne son regard.

*

O forse era il grido del mio corpo
frugato nella sua carne
fino alla sua fonte dolorosa?
Piaga aperta?
E le ore in suppurazione di cielo azzurro.

Il silenzio fa eco al silenzio.

Era altrove, un tempo?
I rovi non sanno,
il cielo tace e il sole consenziente
gira lo sguardo.

*

Mes mains sont vides
mais chaudes, et gorgées de sang, larges
et ouvertes aux questions sans réponse, avides.

Saisir le temps dans sa course, dans son envol de midi.

Alors fouiller
jusqu’au désespoir la trame de jours,
la défaire.

Ciel contre terre,
eau contre soleil,
heure après heure.

Là, entre les cyprès vigilants,
ma bouche demande dans un rêve tenace
si mon peuple aura un ici, maintenant.

*

Le mie mani sono vuote
ma calde, e gonfie di sangue, larghe
e aperte alle domande senza risposta, avide.

Afferrare il tempo nella sua corsa, nel suo volo di mezzogiorno.

Allora frugare
fino alla disperazione la trama dei giorni,
sfarla.

Cielo contro terra,
acqua contro sole,
ora dopo ora.

Là, fra i vigili cipressi
la mia bocca chiede in un sogno tenace
se il mio popolo avrà un qui, ora.

*

Était-ce d’un chien le cri
ou le cri de mon corps?
Il manque deux heures encore
pour que Midi
assassine le vieux rêve:

Le paysage nu est refus dans sa sécheresse.

Le silence persiste. Et la mort témoigne –
Ou bien était-ce un coup de bêche
dans l’approche du lointain?

*

Era il grido di un cane
o il grido del mio corpo?
Ancora mancano due ore
a che il Mezzogiorno
uccida il vecchio sogno:

Il paesaggio nudo è rifiuto nella sua siccità.

Il silenzio persiste. E la morte testimonia –
O era un colpo di vanga
vicino alla lontananza?

*
Dalla sezione Terre profane (Terra profana)

.
Terre profane.
Le Voyageur s’égare,
pieds nus et pauvre,
dans les chemins de cendre
des brasiers de la Saint-Jean.

Terra profana.
Il Viaggiatore si perde,
povero e a piedi nudi,
nel cammino di cenere
dei falò di San Giovanni.
II
Solstice cruel.
Midi appelle au repos,
au plein silence,
et minuit à la folie,
à l’illisible raison.

*

Solstizio crudele.
Mezzogiorno chiama al riposo,
al pieno silenzio,
e mezzanotte alla follia,
alla non leggibile ragione.

.
III
Cycle des heures
passioné des désastres
où l’air torride
irrigue l’ombre, l’arme
des larmes des astres bleus.

*

Ciclo delle ore
appassionato dei disastri
dove l’aria torrida
irriga l’ombra, l’arma
delle lacrime degli astri azzurri.

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Da L’aride des jours (L’arido dei giorni), Photographies de Catherine Bouretz-Izzo, sezione V, Arête faîtière (Linea di cresta), Éditions du Ricochet, 1999; Librio, 2001, p 21.

.
Soif d’avoir soif. Et l’eau bue jusqu’à la cécité bleue
des océans érigés en écritoire.

Et l’abondance des mots, à blanc,
jusqu’à l’à-pic dérisoire des pages nues.

Ne rien écrire qui ne soit vu.
Ne rien dire qui n’ait été écrit.

Alors, dans ce silence à couper au regard,
s’abreuver
aux seuls chemins qui se refusent
et s’insoumettre à l’ordre des choses.

Alors encore, d’immobilisme
renverser le paysage,
se hisser à l’écume des houles annonciatrices
des jours mourants.

La chute d’une hirondelle
n’empêchera pas le retour du printemps.

*

Sete di avere sete. E l’acqua bevuta fino alla cecità azzurra
degli oceani eretti a scrittoio.

E l’abbondanza delle parole, in bianco
fino al dirupo derisorio delle pagine nude.

Non scrivere niente che non sia veduto
Non dire niente che non sia stato scritto.

Allora, in questo silenzio da tagliare con lo sguardo
abbeversarsi
ai soli cammini che si impennano
e non sottomettersi all’ordine delle cose.

Allora ancora, scrollare
il paesaggio dall’immobilismo,
innalzarsi fino alla schiuma delle onde annunciatrici
dei giorni morenti.

La caduta di una rondine
non impedirà il ritorno della primavera. Continua a leggere

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Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Autori dei Due Mondi, critica letteraria, poesia francese

POESIE EDITE E INEDITE SUL TEMA DELLA NATURA MORTA di Anna Ventura, Francesca Diano, Giorgio Linguaglossa, Annalisa Comes, Antonio Sagredo, Laura Cantelmo, Giuseppina Di Leo, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone, 

rene magritte les deux mysteres 1966

rene magritte les deux mysteres 1966

Ut pictura poesis. E Leonardo ha scritto: «La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura muta». Ogni natura morta ci parla, parla di noi, che siamo fuori quadro. Essa è assenza che attende la presenza umana, o meglio, è una presenza umana che è scomparsa, ed è rimasta l’assenza. E l’assenza ci parla con il proprio apparire, il proprio essere là.

Magritte elective affinities 1933

Magritte elective affinities 1933

Anna Ventura

Natura morta con insetto

Dalla vetrata aperta, una mosca entrò, perentoria,
quando la signora appese al muro
della sala da pranzo
il quadro appena acquistato
in un’asta di Montecatini. Quel quadro
era un simbolo di gioia,
per lei, donna fortunata
e consapevole di esserlo.
Sulla felicità delle sue scelte
nessuno avrebbe osato dubitare Eppure
in quel quadro
c’era qualcosa che stonava:
forse l’opulenza eccessiva
delle uve, l’arancione forte
di una fetta di melone, il rosso acceso
di una granata aperta. La mosca
ronzava intorno al quadro. La padrona di casa
volle scacciarla, agitando un panno
inumidito, ma quella
era più tenace di lei:
all’improvviso entrò nel quadro,
si attaccò a un acino d’uva,
e lì rimase. Non ci fu verso
di allontanarla. Ma la signora
non poteva- ne andava della sua reputazione-
farsi beffare da un insetto. Chiamò un pittore
di buona fama e gli fece dipingere una mosca
proprio lì, su quell’acino d’uva
dove l’intrusa giocava a rimpiattino.
Il giorno dopo,
l’insetto dipinto era scomparso.
L’acino d’uva, liscio, tondo, viola,
l’aveva nascosto
nel folto delle foglie di vite che,
maestose,l’assediavano dal basso.
La mosca viva ronzava per la stanza.

Anna Ventura

Anna Ventura

 

 

 

 

 

 

 

Club

Un sospetto di neoclassico fascista
sfiora le squallide rotondità
di poltrone, angoli, tende
senza colore.
Passa il cameriere basso,
con tre tazze fumanti sul vassoio.
La sala di lettura: deserta,
un uomo solo, nascosto dal giornale.
Corridoi lunghi, pavimento screziato,
archi.
Ripassa il cameriere,
con le tre tazze vuote.
La stanza del bridge è piccola,
colorata di verde e rosso-i tavoli-,
tenue fumo ristagna
tra gli occhi fissi.
“Siamo noi. Siamo arrivati.”
Morti?
No, vivi di una propria vita.
Rossa è la tentazione socialista,
azzurro
il fascino discreto della monarchia.
Ripassa il cameriere, ossequioso,
con quattro tazze colme.
La stanza proibita
È all’angolo,
dopo l’ultimo corridoio.
Bordello?
No, si gioca d’azzardo.
La porta è chiusa, peccato!
E il vetro ha un’ombra di liberty.
Il cameriere è vivo:
fa parte del copione,
e ci crede.

(da Tu quoque” Antologia Poesie (1974-2013) EdiLet 2014

De Chirico la metafisica

De Chirico la metafisica

Francesca Diano

Natura morta veronese

Otto pesche ed un vaso –
Di ceramica azzurra
Opaca ed all’interno traslucida
Di biancore cinereo –
Otto pesche sparse sul tavolo
Privo di gambe e confini
Soltanto un piano che linea
Ombrosa ha come sua fine.
Trasmutante il colore
Avvolge la forma nella sua eternità.
Invisibili due bambine
Nascoste dall’ombra
Sottratte alla visione

francesca diano

 

 

 

 

 

 

 

 

Donna nuda con fiore

La Madre siede
Composta nell’azzurro
Velato di fili
Il corpo solido di materia
Scolpisce lo spazio
Lo colma di peso
Pesanti le cosce il ventre
Nudo che è cupola sciamana
Seni robusti venati di marmoree
Correnti promettono mondi
Sommersi da un fiore
Che la mano porge.
Congela in sé il flusso
Di particelle raccolte
In atomi e molecole
E morule e organi
Infinitamente diversi
Nella ripetizione del modello
Eidetico utero cosmico
Matrice d’universi fecondati.

opera di Giuseppe Pedota

pianeta bianco di Giuseppe Pedota anni Novanta

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

Atropo

Colei che non si volge è qui:
Atropo. Indossa un vestito nero
che le fascia il corpo come un guanto.
Suoi attributi sono gomitoli e forbici
con le quali taglia il filo della vita.
Osserva una sfera di cristallo
e legge su un rotolo misteriosi geroglifici:
il destino degli umani.
È la più vecchia delle sorelle Cloto e Lachesi.
Guarda sempre in avanti, così ha decretato Zeus.
Ha una gorgiera di ferro che le impedisce il respiro
e non può voltarsi né a destra né a sinistra né indietro.
È sempre in affanno.
Ruota in eterno tra le sue mani la sfera di cristallo
legge il rotolo di pergamena
e col gomitolo avvolge la sfera
che ruota attorno al proprio asse magnificamente.
Ma lei, la megera, non sa
né quando né come né perché
taglierà il filo del gomitolo.
La vecchia pazza gioca con le forbici
e il gomitolo. E ride, ride.

 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Apro la prima porta a sinistra

… Apro la prima porta a sinistra:
ci sono tre donne sedute intorno ad un tavolo:
stanno per parlare ma non parlano
sembrano in ascolto ma non ascoltano,
indossano vestiti bianchi, hanno il plettro
e una chitarra azzurra,
ciascuna guarda davanti a sé ma ognuna
in direzione diversa,
ogni direzione è una dimensione;
il loro volto non ha volto, e guardano
con un solo occhio; «che cosa guardano
– ci chiediamo noi – se non il vuoto?»;
non possono uscire dal solco tracciato dal fonografo
non possono uscire dalla foto scattata dal fotografo:
traducono la traccia magnetica in onda sonora,
possono cantare soltanto ripetendo il medesimo ritornello
come gli uccelli sugli alberi:
«ciò che noi siamo voi mai sarete
e ciò che siete noi mai saremo».
La prima, Lachesi, canta le cose che furono,
la seconda, Cloto, canta le cose presenti
e la terza, Atropo, canta le cose che saranno;
cantano le tre signore un coro discorde
che neanche Zeus, loro padre, può appianare.
Cantano? È questo il destino del canto?
sì, è questo, e il loro canto è nemico della morte.
Ogni canto è nemico della morte?
Ogni canto è amico della morte.
Lachesi ha il volto rivolto al passato
Cloto ha il volto rivolto al presente
soltanto Atropo ha il volto rivolto al futuro
ma Atropo, la terza tra le donne, è cieca
e non può vedere ciò che taglia
e taglia con robuste cesoie il filo della vita
che non vuole cessare. E canta.

 

acrilico su tela, anni Sessanta, di Giuseppe Pedota

acrilico su tela, anni Sessanta, di Giuseppe Pedota

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annalisa Comes

Natura morta e partenze

Parte di questo mondo se ne va.
Se n’è già andata una manciata d’anni,
una famiglia con quattro rampe di scale e una torre
a via Mantova.
Se ne sono già andati lontano lontano,
senza che faccia la minima differenza,
un gatto e un padre.
Se ne sono andate via brezze invernali, estive e piogge
in gocce leggere.

Un vestito blu troppo stretto, il cappello di paglia, il vaso di violette
ch’era ai piedi del nostro letto.

 

annalisa comes

annalisa comes

 

 

 

 

 

 

 

Ringraziamento in domestica natura morta

Foglie di vite e
grappoli di uccelli.
Sull’orlo delle pagine :
l’orlo della tovaglia,
le posate,
beccano senza sosta mani
e unghie.

Allora, ecco, posso ringraziare questi lavori domestici,
per il sapone che lava piume e
scaglie,
e il vino che arrossa il fondo dei bicchieri,
brocche da impugnare e tazze e tazzine.

E per le storie che ho detto e per quelle che ho ascoltato,
– grembiule e alfabeto dei miei giorni-.
E per la pelle liscia delle patate
che fanno il nido, qui,
dopo vetri e ringhiere,
qui,
docilmente.

ardengo soffici donna seduta con finestra

ardengo soffici donna seduta con finestra

Antonio Sagredo

I ricordi beati dei poeti

sulla Montagna dei Passeri
dove mai sono stato
né mai ho pestato un’ala
io vidi le vostre dita
intrecciarsi come fiocchi invernali,
carezze crollavano come chicchi di sinistre stelle!

Se ne andavano in slitta i due poeti
sapevano le destinazioni egiziane:
il riposo in un’algida fossa mozartiana,
la Marina sul molo dei Nodi scorsoi.

Cantavano con avanzi di grida e parole la propria epoca,
conteggiavano dal passato il martirio dei loro giorni luciferi.

La corda e la trave smaniavano per un collo
che non soffriva ancora – che ancora non si offriva!
L’esilio dantesco come un deterrente sognava
un requiem, un trionfo d’ossa, una fine comune.

Una nera carrozza notturna brillava di neri stivali,
non più cortese si fermò sotto un fanale d’orange
in Via della Mortalità dell’Arte:
c’era posto soltanto per milioni di poeti…

il primo – ucciso per asfissia ovvero mancanza d’aria – il cigno
il secondo – ucciso dagli stenti – il prigioniero d’assonanze
il terzo….
ecc. ecc.

ma il Tempo si ritrasse come un verme….

oggi Basquiat Jean-Michel è evirato dai colori

non c’è scampo
per i suoni, e la parola!

Roma, 25 maggio 2014 Continua a leggere

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La “Grande Bellezza” di Roma – Poesie di Salvatore Martino, Annalisa Comes, Chiara Moimas, Gian Piero Stefanoni, Leopoldo Attolico, Loris Maria Marchetti, Franco Fresi, Giuliana Lucchini

M Malerba Roma Salvatore Martino

Elegia romana

da Commemorazione dei vivi (1979)
La giovane russa fu sconvolta

Aveva la bocca di cenere
un paradiso feroce tra le cosce

Ercole gigante, foto di Francesco Aronne

Ercole gigante, foto di Francesco Aronne

un’azzurra cadenza nello sguardo
e un elegante sistema di volute
coronava la testa

Se ti chiedessi di cominciare una storia
o soltanto ferirla nel ricordo?

Tremavano i gesti e le parole
il sesso gonfiava sotto i pantaloni
camminando di notte l’argine fluviale
che penetra come un fallo la città
domestica dal tramonto all’alba
straniera prima che calino le ombre

Confusi da eventi che sorprendono
raggelati da voci che mai ci chiamano

teseo triofante sul minotauro, statua romana

teseo triofante sul minotauro, statua romana

per nome contro occhi di luce minacciosi
e bozze fasciate da intestini che
assumono parvenze d’uomo
traffichiamo la notte
vendendola al prezzo stabilito
sotto glaciali stelle che raccontano
inverosimili storie di fanciulli
e di donne sgozzate
di agonie premature
casuali assassini nelle piazze
spietati suicidi di bambini

Galleggiano tra conati di merda
capelli e braccia gambe spolpate
ingorgano l’ultima pista a Fiumicino
attraccano gli sputi nell’isola sacra alle Vestali

Mia dolce tenera massacrata città!

salvatore martino 2Barcolli tra obelischi e rottami
in un quotidiano martirio
il pozzo dove anneghi la tua luna
è quello soffocante delle fogne

Ti saluta al mattino l’avvilente metafora
del piatto mostri inquieti s’aggirano tra
oleandri e rovine all’ombra delle cupole
e di torri sotto le pensiline nei bar nelle stazioni
all’angolo di equestri monumenti emergono
tra cespugli e latrine dagli antichi portoni
Roma6dai rispettati androni dei partiti

Gli angeli incorrotti ti salutano

Scendi Regina
Che sia dura la notte

Per coloro i cui passi risuonano
troppo nella veglia
donna romana Rutilioviaggiatori del limbo

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