Il Problema Leopardi (il grande dimenticato) nel rapporto con la poesia del Novecento – Lettura di Leopardi da Ungaretti agli ermetici, la Ronda: De Robertis, Cardarelli, la Restaurazione, Umberto Saba – Lettura del dopo guerra: da Pavese, Moravia, Fortini Pasolini fino a Zanzotto e la neoavanguardia e Sanguineti e la nuova ontologia estetica – A cura di Franco Di Carlo

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domenico morelli ritratto di giacomo leopardi

Di solito, quando si dice Ungaretti, si pensa subito all’opera di scardinamento espressivo e di rivoluzione del linguaggio poetico compiuta dai suoi versi e dai suoi scritti teorico-critici nei confronti della tradizione letterària italiana (dal ‘200 all’800 romantico) che continuava ad avere i suoi maggiori rappresentanti in Carducci e, per certi versi, in Pascoli e D’Annunzio, legati anch’essi, nonostante le indubbie novità della loro poetica e del loro linguaggio espressivo, ad una figura di letterato «ossequioso» nei confronti dell’«ufficialità» (letteraria e non): un’immagine, in fondo, ancora borghese e tardo-romantica, provincialisticamente sorda alle novità letterarie europee. In realtà, il rischio di considerare la poesia di Ungaretti come esclusivo effetto di un atteggiamento esplosivamente distruttivo (tipico dell’avanguardia à la mode, italiana e non) rispetto alle forme poetiche proprie della tradizione, ha una sua giustificazione, non solo di ordine psicologico-sentimentale, ma storico-letteraria: l’immediatezza espressiva e l’essenzialità della «parola» ungarettiana, balzano subito agli occhi come caratteristica peculiare della prima stagione creativa di Ungaretti, dal Porto sepolto (1916) all’Allegria (1931). Tuttavia già in quest’ultima, in un periodo di «apparente sommovimento di principi», si può notare la presenza, anche se in nuce (che si svilupperà meglio in seguito, nel Sentimento, 1933), di un retaggio di temi e di espressioni che fanno pensare, nonostante la scomposizione del verso tradizionale, al recupero di un ordine, esistenziale e stilistico ad un tempo.

La guerra, con i suoi miti e la sua esperienza traumatica,

aveva fatto nascere il canto dell’umanità, proprio dell’Allegria: la guerra, in realtà, si era presentata al «soldato» Ungaretti ben diversa da come l’avevano vaticinata e idoleggiata la retorica dannunziana e le rumorose gazzarre futuriste. Ungaretti sentiva, finita ora la guerra, il bisogno di «ritrovare un ordine» (e siamo già nel periodo del Sentimento, dal ’19 in poi) «da ristabilirsi nel senso della tradizione, incominciando […] dall’ordine poetico, non contro, cioè, ma dentro la tradizione anche metodologicamente». Pur rappresentando, perciò, l’Allegria la prima fase della «sperimentazione formale» di Ungaretti, ed avendo la rottura del verso tradizionale come scopo principale quello di evidenziare, alla maniera dei simbolisti e di Poe, le capacità analogiche ed evocative della parola, sentirla, cioè «nel suo compiuto e intenso, insostituibile significato», nasce da una condizione umana di precarietà come quella del «soldato». In realtà, già dal ’19 nasce in Ungaretti la preoccupazione di ricreare, con quei suoi versicoli franti e spogliati di qualsiasi discorsività, un tono ed una misura classicamente evocati e organizzati: è la perfezione del settenario, del novenario e dell’endecasillabo, raggiunta mettendo le parole una accanto all’altra e non più una sotto l’altra (si pensi per questo alle osservazioni critiche del De Robertis sulla formazione letteraria di Ungaretti).

In una intervista del ’63 Ungaretti dirà

a proposito della sua poesia degli anni post-bellici: «E poi gli endecasillabi bisognava imparare a rifarli… quindi l’endecasillabo tornava a costituirsi in modo normale». E ancora: «L’endecasillabo nasce subito, nasce dal ’19, nasce immediatamente dopo la guerra», come esigenza di un «canto» con cui partecipare dell’esempio dei classici, da Petrarca a Leopardi, filtrato attraverso l’esperienza mallarméana e baudelairiana. Questo recupero di un ritmo e di una metrica, di una musicalità, nuove ed antiche ad un tempo, sorgeva già da quegli anni terribili della guerra e del dopoguerra, come necessità di un equilibrio interiore e stilistico insieme. Era questo il periodo de «La Ronda»: della volontà di ristabilire, e in politica e in letteratura, quell’ordine turbato dell’esperienza della guerra. E qui balza subito agli occhi l’indiscutibile influenza mediatrice della rivista di Cardarelli e Bacchelli sul «secondo» Ungaretti, quello del Sentimento, sul suo atteggiamento nei confronti della tradizione letteraria italiana.

Il «ritorno all’ordine»

Sono gli anni, quindi, in cui emerge la necessità di un «ritorno all’ordine», da ripristinare nel senso della tradizione, attraverso il recupero di temi, di modi espressivi, propri di un mondo passato, ma rivissuti e riscoperti in una rilettura moderna e originale, personalizzata. Si trattava per Ungaretti di «non turbare l’armonia del nostro endecasillabo, di non rinunciare ad alcuna delle sue infinite risorse che nella sua lunga vita ha conquistato e insieme di non essere inferiori a nessuno nell’audacia, nell’aderenza al proprio tempo». In realtà il cosiddetto «neoclassicismo» non farà mancare il suo peso determinante nel segno e nel senso di un’arte predisposta «verso un ordine tradizionalmente tramandato e che solo negli schemi è stato sovvertito». Ungaretti rompe soltanto gli schemi e la disposizione della trama espressiva e non le strutture formali e tematiche interne alla poesia, recuperandone, così, i valori «puri» e misteriosi per via retorico-stilistica e tecnico-metrica. «Al di là», quindi, della «retorica» dannunziana e futurista, dei toni «dimessi» dei crepuscolari, del sentimento «languido» del Pascoli, si trattava di eliminare, attraverso l’apparente liquidazione della tecnica tradizionale, «le sovrastrutture linguistiche che impacciavano il folgorare dell’invenzione», riuscendo ad attingere, a livello metrico, ritmico-musicale, una «parola» che miracolosamente riacquistava nella sua rinnovata collocazione una sua interna e misteriosa valenza, non solo e non tanto metrica. Quest’opera riformatrice del linguaggio poetico era attuata da Ungaretti non tanto mediante il ripudio dei versi canonici tradizionali «quanto piuttosto nella loro disarticolazione e nel loro impiego di nuovo genere, che comporta lo spostamento degli accenti dalle loro sedi tradizionali, la scomparsa della cesura, l’uso della rima scarso e asimmetrico, il valore assegnato alle pause».

Tale operazione di demolizione, oltre che a obbedire ad un’esigenza formale di immediatezza, si risolve, sul piano dei contenuti «in un nuovo modo di interrogare sé stessi, di scoprirsi nella storia e nell’universo». Partendo, quindi, da uno studio approfondito della tradizione, Ungaretti riuscirà nelle sue prove successive (dal Sentimento al Taccuino) a ricomporre, nel senso di una restaurazione stilistico-tematica, ciò che prima aveva in apparenza distrutto: si avrà, perciò, l’utilizzazione di quegli strumenti formali e retorici, propri della più alta tradizione lirica italiana, da Jacopone a Leopardi. Anche in questo, quindi, Ungaretti segue l’insegnamento della lirica più antica (si pensi al «vago» del Leopardi e alla sua teoria sull”«eleganza») filtrato attraverso la lettura dei simbolisti, di Nietzsche e Bergson. Pur scorgendo la necessità di un ritorno a ricerche di stile che non ignorassero i modelli del passato, Ungaretti rimane sostanzialmente legato ad un’esperienza, quella simbolista e irrazionalista, quasi del tutto «estranea» alla rivista di Cardarelli, che, tuttavia, aveva collocato gli scrittori italiani di fronte alle responsabilità organiche del loro linguaggio poetico.

Ungaretti, tornato a Roma nel ’21,

sente in pieno in bisogno di un approfondimento letterario, culturale e ideologico, sul solco segnato da «La Ronda», della propria poesia e poetica, del proprio gusto critico-estetico, in un rinnovato interesse per Leopardi e Petrarca. Su queste basi avveniva rincontro di Ungaretti con i rondisti e soprattutto con Cardarelli: si trattava, nonostante i contributi di scarso valore della breve collaborazione con «La Ronda» e gli interventi ufficiali sul rapporto Ungaretti-«La Ronda» (la lirica Paesaggio nel ’21, un articolo su Dostoevskij nel ’22, la recensione di A.E. Saffi dell’Allegria nel ’19), di un’influenza che aveva le sue necessità stilistiche e spirituali in un ricongiungimento alle fonti della grande lirica italiana, attraverso il magistero, formale per Cardarelli, esistenziale e vitale per Ungaretti, di Leopardi. Fu tuttavia, già dal ’19, ma poco prima della nascita de «La Ronda», che Ungaretti, in un tempo per certi versi ancora «avventuroso», dalla sua prima stagione creativa, auspicava il sorgere di «un’arte nuova classica», attenta agli esempi della tradizione, riconosciuti in Petrarca e Leopardi. D’altra parte rincontro con Cardarelli non si originò ne si sviluppò sul falso binario di un malinteso estetismo, di un culto formale e stilistico fine a se stesso, ne nell’uso, perfetto ma arbitrario, di parole «vaghe», ma al contrario, sul filo di un leopardismo attento al recupero di una zona ancora inesplorata di Leopardi, esaltato da Cardarelli per la sua rarefatta eleganza espressiva: la zona della «memoria», della «durata» e dell’«innocenza».

È il valore metafisico e ontologico del ricordo e del desiderio

inappagato di un mondo senza peccato, che entra risolutamente in gioco, il fatto umano ed esistenziale e non solo meramente tecnico-formale e metrico del linguaggio poetico. Si trattava, quindi, per Ungaretti di scoprire in Leopardi un ermetico ante litteram, attraverso Petrarca, i cinquecentisti, il Barocco, fino al D’Annunzio alcyonico, a Pascoli, Campana, Onofri, Saba, i simbolisti e i post-simbolisti. In realtà la rivalutazione di Ungaretti della tradizione fu tutta particolare e sostanzialmente autonoma da quella rondista: non subì, infatti, i pericoli di un arido meccanicismo, fondandosi, invece, sul recupero della memoria e del senso della durata, come uniche àncore di salvezza di fronte alla decadenza della civiltà e della cultura occidentali. L’unica affinità possibile sul piano psicologico-sentimentale, tra Cardarelli e Ungaretti, per quel che riguarda il loro leopardismo, forse risiede, come suggerisce il Lonardi, in quel «primato […] del tono, che hanno imparato da Leopardi: tono sedato nel primo, battuto, eccitato, nel secondo». Il progetto «neoclassico» di «un ritorno all’ordine», si richiama, in Ungaretti, alla «coscienza critica che agisce per entro la poesia di Leopardi. Si tratta, in realtà, di un leopardismo e/o «neoclassicismo», attenti sì alla voce antica dei nostri maggiori, ma che non rinuncia, come fa notare ancora il Lonardi, «all’ana-grafe francese e al suo stesso normandismo d’origine», il Leopardi di Ungaretti, al cui studio dedicò l’intera sua vita e che considerò «fra i geni terreni quello ch’io venero di più», «sarà la forza — aggiunge Ungaretti — perfettamente autonoma, italiana, e insieme perfettamente coniugabile alla Francia moderna, di una nostra rivoluzione poetica»; una forza «buia e visionaria, capace di ringiovanire l’universo». E più che de «La Ronda», si deve fare il nome di Cardarelli, come di colui che esercitò maggiore influenza sul classicismo ungarettiano, teso «verso il recupero dell’originale incoerenza espressiva […] a furia di memoria».

Helle Busacca, Dino Campana – grafica di Lucio Mayoor Tosi

Ritorno al Tasso e al Petrarca?

Non si tratta, quindi, come fa notare il Petrucciani, «di classificare il «ritorno» del già eterodosso Ungaretti al Petrarca al Tasso al Leopardi, come un recupero delle audacie del ribelle entro l’antico grembo formalistico della più canonica tradizione alto-lirica italiana soprattutto nel ripristino di un endecasillabo rinnovato, autre», ma di inserirlo in un clima storico-culturale, permeato di esplosive novità e di modernità, ma anche di crisi di valori, aperto a qualsiasi esperienza e soluzione, carico di volontà di ricostruzione più che di un mito del «ritorno», innestato su un contesto socio-culturale «italiano» e tradizionale. Questo lavoro di recupero che si svilupperà già nell’Allegria, e forse ancora prima, fino al Sentimento (1933), II Dolore (1943), La Terra Promessa (1950), II Taccuino (1960), sino a Dialogo (1968), è «testimoniato da un lungo lavoro di lima e di varianti, pur manifestando ancora in sé vivaci contraddizioni e esiti contrastanti, propri del resto della natura umana e più ancora di quella di un poeta». La preoccupazione di Ungaretti, in quegli anni post-bellici (e qui s’avverte l’influenza della «Ronda» considerata, già dall’ottobre del ’23 da Ungaretti per la sua ricerca stilistico-formale e la sua riscoperta del «classici» italiani), era quella di riconquistare attraverso la «perfetta» coincidenza tra la tensione ritmica del vocabolo e la qualità espressiva», un’unità verbale inseguita fin dai tempi del Porto sepolto, nonché di conferire al verso quelli funzione e quella funzionalità che gli «era stata assegnata […] dalla natura fonica delle nostre parole e della tradizione sintattica ed armonica tramandata alle forme da secoli d’una esperienza impareggiabile».

E sull’esempio dei classici bisognava ricostruire il verso italiano e la sua «purezza iniziale», attraverso un’elaborazionc poetico-critica che doveva tener conto di ogni possibile mediazione all’interno della struttura allusivo-simbolica del linguaggio poetico, mediante riferimenti stilistico-formali mutuati direttamente dalla grande tradizione lirica italiana, da Jacopone a Leopardi. Infatti, Ungaretti dirà nel ’35: «…non cercavo il verso di Jacopone, o quello di Dante, o quello di Petrarca, o quello di Guittone, o quello del Tasso, o quello del Cavalcanti, o quello di Leopardi: cercavo il loro canto. Non era l’endecasillabo del tale, non il novenario. non il settenario del talaltro che cercavo: era l’endecasillabo, era il novenario, era il settenario, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua sostanza attraverso i secoli […], era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di questa terra disperatamente amata».

Era dunque, l’endecasillabo,

di cui l’esempio più alto era rappresentato da quello di Leopardi, che bisognava liberare da «ogni rimbombo, ogni lusso, ogni esteriorità», sull’esempio di Leopardi, rendendolo «silenzioso» ricomporlo nel suo equilibrio ritmico-tonale e metrico-musicale, mettendone in rilievo «le proporzioni e gli accordi, le simultaneità, le simmetrie». L’endecasillabo, dice Ungaretti, «l’ha nel sangue ogni vero poeta italiano. E l’ordine poetico e naturale delle parole italiane». Questo recupero della tradizione si svilupperà in Ungaretti parallelamente nei suoi interventi teorico-critici e nella sua produzione strettamente lirica, dall’Allegria alla Terra Promessa: saranno soprattutto i nomi di Leopardi, col suo senso della durata (Allegria e Sentimento) e di Petrarca col suo senso della memoria e il Barocco con la sua poetica dell’«assenza» (Il Dolore, La Terra Promessa, Il Taccuino) ad avere un ruolo decisivo nella formazione della poesia, della poetica e del gusto critico-estetico di Ungaretti. Su basi europee (quella del surrealismo, del futurismo dei vari Marinetti, Soffici, Palazzeschi; dell’esempio di Laforgue, Lautréamont, Rimbaud, Baudelaire, Apollinaire, Breton; dell’esperienza fìlosofica che partendo da Bergson, attraverso Nietzsche, i mistici, arriva fino a S. Agostino, Pascal, Platone e gli Evangeli) avvenne, perciò, il recupero della tradizione, da Dante a Petrarca, al «suo» Leopardi (non solo e non tanto quello dello Zibaldone e delle Operette morali, idoleggiato dai rondisti, ma quello dei Canti e degli Ultimi frammenti), da Tasso a Manzoni, al Barocco, dal petrarchismo al marinismo, fino allo Stilnovo, a Cavalcanti a Jacopone.

I prelievi novecenteschi dell’opera leopardiana interessano sia il tessuto unitario, logico-storico del linguaggio con tutti i suoi piani di strutturazione interna (scansione e struttura ritmiche, divisione strofica, misura sillabica, andamento della rima, unità metrico-semantica), sia l’articolazione dei contenuti, dei temi, dei motivi, e quindi, i modi stilistici e le problematiche e le concezioni corrispondenti: siamo arrivati, come si vede, al leopardismo ungarettiano, e a quello degli ermetici, dei «poeti puri», da Quasimodo a Luzi, da Gatto a Bigongiari, a Parronchi.
Sembra che tocchi a Leopardi, in area ermetica, lo stesso destino che toccò al Petrarca: la poetica petrarchesca della «memoria», quella leopardiana della «ricordanza», sono i risvolti di un comune sentire, di un solo modo di porre il problema letterario ed estetico.

V. Majakovskij, B. Pasternak

Il ritratto derobertisiano di Leopardi

fornì agli ermetici la base critica e metodologica di partenza per un’analisi dell’opera del Recanatese, condotta al livello «puro» dell’espressione verbale, della «pa-fola» come mezzo magico di conoscenza, come volontà di superamento, per mezzo di una misura espressiva classicamente evocata e organizzata, di un linguaggio troppo incline ai dati scabri e scarni dell’esistenza fenomenica. Il Leopardi caro ad Ungaretti, in realtà, fece da esempio e da modello all’esperienza «classica» degli ermetici: fu certo un Leopardi dal forte sapore simbolista e mallarméano (si ricordi che Ungaretti ebbe un’educazione letteraria ed una formazione ideologica e culturale di stampo nettamente francesizzante: si pensi al suo accostamento a Rimbaud, Baudelaire e poi alla sua frequentazione con Apollinaire, Valéry, Péguy, Fort, Breton) filtrato attraverso la lettura di Petrarca Nietzsche e di Bergson (concezione del tempo come flusso ininterrotto e continuo di esperienze interiori), lo studio del Barocco, di Gòngora, di Tasso, di Michelangelo della «decadenza» e della crisi della civiltà e della cultura occidentali, valore creativo e costruttivo della «memoria», il «sentimento della durata»).

Il ritorno a Leopardi in chiave ermetica

Da queste premesse è facilmente ricostruibile il leopardismo proprio della poesia e della poetica ermetiche, di quei lirici «puri», «nuovi» come li definì Renato Serra nel ’20 dalle colonne della «Voce»: come valore di rottura rispetto all’eloquenza dannunziana, all’ingenuo infantilismo del Pascoli, all’oratoria carducciana, ai toni dimessi dei crepuscolari, a quelli retorici e altisonanti dei futuristi, in favore di una nuova concezione della vita e dell’arte, in vista di una ricerca di una «parola» intesa come segno misterioso e religioso, «indefinibile» (avrebbe detto Leopardi) del reale, di una poesia come funzione simbolica del linguaggio, fatto originario che nasce dall’intimo, dal «segreto» dell’animo: un linguaggio, come afferma Ungaretti, «innocente» e «vago», allo stesso modo del Leopardi (valore dell’analogia, della metafora, valenza polisemica e polisemantica del segno verbale). Si spiega, così, il ritorno a Leopardi di poeti come Luzi (con la sua profonda ansia morale ed esistenziale, per molti versi simile a quella di Ungaretti, che, tra l’altro, aveva dato di Leopardi un ritratto «cristiano», fortemente caratterizzato in senso religioso); Betocchi (col suo impegno etico ed umano, con la sua ansia metafisica, con la sua fede come ricerca della verità); Bigongiari (con la sua analisi capillare dei Canti, delle Operette morali, dello Zibaldone, incentrata sulla messa a fuoco, seguendo la scia ungarettiana, del carattere tonale dei valori fonico-evocativi del linguaggio verbale leopardiano, della sua poetica della «memoria» e della «noia», del rapporto col Petrarca, del sentimento del «patetico», della «durata», come momento progressivo dall’idillio iniziale al canto finale, alla poetica della «presenza», della «partecipazione»); Parronchi (col suo evidenziare l’aspetto simbolico-visivo della poesia e della poetica leopardiane, ponendo l’accento sul suo nuovo concetto d’infinito, come immagine evocata per mezzo dell’assenza stessa del momento associativo della «visione»: Parronchi istituisce un paragone con la teoria berkeleyiana della «veduta indiretta»); Gatto (col suo ritratto di Leopardi fortemente caratterizzato sul piano espressivo, ma soprattutto ideologico, come esempio di una presenza vitale irresistibile e impetuosa, antiletteraria, in un certo senso, viva, impegnata, palpitante). E allo stesso modo va giudicato l’atteggiamento verso Leopardi dei «teorici» dell’Ermetismo: Contini, Bo (col suo porre l’accento, evidentissimo nell’opera leopardiana, sul rapporto, sperimentato e vissuto in prima persona, tra la letteratura e la vita, fra la resa artistica in sé e per sé, e resistenza dell’uomo, come partecipazione continua al suo flusso dinamico, al suo ininterrotto divenire, come movimento, integrale dell’essere); Macrì (col suo considerare Leopardi un oppositore del Romanticismo, la sua poesia come frutto anche intellettuale, logico, discorsivo, come parto della mente oltre che creazione irripetibile e singolare dell’esperienza sensibile e intuitiva del poeta).

Come si vede fu l’Ermetismo che, seguendo l’esempio cardarelliano, la scia derobenisiana e l’insegnamento ungarettiano, portò alla messa a fuoco di un Leopardi uomo oltre che poeta, con l’unicità della sua esperienza esistenziale e creativa insieme, come espressione vivente di un rapporto, inevitabile, di negazione e di rifiuto, col mondo e colla realtà esterna, sentita come estranea all’uomo e al poeta: Leopardi, in questo senso, diviene il nume tutelare della nuova poesia italiana; la sua figura, considerata nel suo dinamico e continuo farsi, nel suo stato perpetuo di contraddizione, come «energia» è stata la scoperta che ha fatto del poeta recanatese «uno dei momenti centrali del discorso poetico novecentesco, uno dei nodi della nostra modernità poetica» (Bigongiari), Fu l’Ermetismo, dunque, a concepire «un’eredità moderna per l’opera leopardiana» (Bigongiari).

Czeslaw Milosz, W.H. Auden

Un caso a parte rappresentano Saba e Montale:

il poeta di Uccelli (1951) e Mediterranee (1957) ci colpisce per il suo leopardismo (i biografi sabiani riferiscono che a sedici anni leggeva e studiava l’opera del Recanatese) intimistico, prosastico, umile (ma non crepuscolare o dimesso), senza scatti, alieno dai preziosismi di una «parola» metafisicizzante e «segno» del mistero, cara ai neosimbolisti nostrani. Un leopardismo (per certi versi «idillico», ma nel senso, s’intende, leopardiano, e non in quello deteriore teorizzato dal Croce) che fondava le sue radici nel culto (non certo intenzionale ma spontaneo) di una tradizione che vedeva in Manzoni, Dante, Petrarca, Parini, oltre che, naturalmente, nel Leopardi, saltando a pie’ pari l’esperienza di certo D’Annunzio (non quello, però, del Poema Paradisiaco e della Francesca), di Carducci con la sua oratoria, nonché il baudelairismo «maledetto» ma teologizzante dei «lirici puri», e il formalismo dei rondisti, i capisaldi ideali e storici ad un tempo, di una scelta più morale che letteraria soltanto, di una responsabilità prima umana ed esistenziale che puramente estetica (in questo senso il leopardismo sabiano è riconducibile, per certi versi, a quello «impegnato» e antiretorico proprio degli scrittori della prima «Voce»).

Lettura di Montale del Leopardi

D’altra parte l’incontro con Leopardi di Montale avviene in maniera indiretta, diversamente da quanto accade per Ungaretti e Saba: la poesia montaliana, infatti, scabra, scarna, essenziale (soprattutto quella del primo Montale), «pertosa» (per certi versi memore di quella del conterraneo Sbarbaro), priva di compiacimenti letterari, non consolatoria, ma nuda, antiidilliaca, legata, insomma, più al finito e al particolare che all’infinito, ha fatto pensare a qualcuno (cfr. W. Binni, Montale nella mia esperienza della poesia, in «Letteratura», genn.-giugno I960) ad una certa affinità con l’ultimo Leopardi (quello della Ginestra), un Leopardi agonisticamente in lotta col mondo circostante ma non con gli uomini, affratellati nel comune destino di morte e di dolore, un Leopardi dal piglio eroico ed umanitario, lontano, insomma, in maniera categorica, da ogni «amor del vago» (anche se Montale, almeno all’inizio, privilegia un giudizio sull’opera leopardiana che si riavvicina, per certi versi alla tesi crociana del poeta «idillico», «leggiadro», dalla vita strozzata (si veda, per questo il saggio montaliano Stile e Tradizione apparso nelle colonne del «Baretti» gobettiano il 15-1-1925). La «parola» di Montale, «semplice» e insieme «disperata», superava, sul piano ideologico più che formale, il pessimismo cosmico leopardiano, almeno per intensità esistenziale e forza drammatica: con Montale, in realtà, la poesia di Leopardi appartiene, di diritto, all’800 più che al ‘900; il suo volto, dal nostro punto di vista, è rivolto più al passato, al secolo dei romantici, che al presente, al «nostro» secolo. Leopardi, non è, perciò, riconducibile, secondo Montale (si veda il suo giudizio sull’opera leopardiana contenuto nel volume di saggi critici Auto da fé, Milano, Mondadori, 1966) a quell’asse ideale storico-letterario, Petrarca-Leopardi, inaugurato dall’ermetismo e da Ungaretti: ce lo suggerisce, tra l’altro, la sua formazione culturale e letteraria tipicamente «anglosassone» (si pensi al Browning, a Eliot) per certi versi vicina più alla compatta filosofia dantesca che a quella, poliedrica e variamente caratterizzata, del poeta dei Canti.

Calvino, Pasolini

La nuova lettura del Leopardi nel dopo guerra

In realtà, esauritesi con la guerra, con la sua tragica, alienante, disumanità, il mito ermetico di un Leopardi maestro della «parola» magica ed allusiva, poeta dalle suggestive dimensioni fonico-evocative, dalle metafisiche evocazioni memoriali, prendeva quota, in verità più nelle proposte critiche (è di questi anni l’indagine, variamente indirizzata, del Binni, del Luporini, del Sapegno e del Timpanaro) che nei riscontri operati direttamente sul corpo vivo della poesia, un’immagine di Leopardi che vedeva nella poetica «progressiva», «eroico-contestativa», «antiidillica», per così dire, «impegnata», del Recanatese, il suo punto di forza propulsiva, il suo valore di rottura, in sede sia ideologica sia propriamente espressivo-formale, nei riguardi della poesia e della cultura prebelliche.

Leopardi perdeva, così, i suoi connotati simbolici, ermetici, «puri»; Quasimodo (quello della seconda fase postermetica, col suo nuovo impegno sociale e politico) faceva, perciò, di Leopardi il maestro «impareggiabile» (in quanto atteggiamento nei confronti del mondo, in sede ideologica, quindi) della nuova concezione e funzione della poesia, come fatto partecipativo, come responsabilizzante esperienza di vita e d’azione. Pavese ne rifiutava (ne è l’esempio, tragico, la «nuova»_ poesia di Lavorare stanca, 1936, e specialmente l’opera diaristico-autobiografìca Il Mestiere di vivere. Diario 1935-1950) il facile pessimismo dalle risonanze cosmiche e metafìsiche, da lui definito «dottrina di consolazione». Moravia intravvedeva nella «lezione» di Leopardi un insegnamento non tanto e non solo puramente letterario e formale; la sua esemplarità e attualità, diceva «è soprattutto contenuta nell’eroica conseguenza con la quale lo scrittore sviluppava i propri temi fino a note incredibilmente alte e perigliose, senza riguardi né verso il mondo sonnolento e accademico in cui si trovava a vivere, né, soprattutto, verso sé stesso, cui tale conseguenza costava dolore e sangue» (Cfr. di Moravia Estremismo e letteratura, in «La Fiera letteraria» 25 aprile 1946, ora in L’uomo come fine, Milano, Bompiani, 1964).

Franco Fortini nelle colonne del «Politecnico»

vittoriniano (cfr. il saggio La leggenda di Recanati, nn. 33-34, 1946) rivendicava, in polemica col Flora e con gli ermetici, la «non purezza» della poesia leopardiana («seppe scrivere dei versi brutti; seppe essere contraddittorio», dice Fortini) e rifiutava il «mito» di Leopardi, di ascendenza ermetica, come espressione massima di «vita solitària e di ascesi letteraria», e ritrovava nell’impegno «reale» e quindi passibile di «corruttibilità» e di errore, della sua lirica, un nuovo modo di lettura, più «aperto», dell’opera del Recanatese.
In questo senso deve essere considerato l’avvicinamento a Leopardi di poeti, «nuovi» come E.F. Accrocca (con i suoi «innestogrammi») e L. Ruffini, nei quali la presenza di Leopardi è filtrata attraverso l’esperienza, ideologica ed estetica dell’Ungaretti critico di Leopardi (non si dimentichi che Accrocca fu allievo di Ungaretti all’Università di Roma durante il periodo di insegnamento di Storia della Letteratura ital. mod. e cont., a partire dal 1943).

Antonio Sagredo, Ubaldo de Robertis

Zanzotto e Pasolini

Fa storia a sé la posizione nei confronti di Leopardi di poeti come Zanzotto e Pasolini, i quali impersonano, con la loro opera, la decadenza dell’esemplarità leopardiana in area novecentesca, almeno quella intesa sul piano puro del magistero formale, del modello tecnico-espressivo, ereditata da «La Ronda» e in parte dall’ermetismo. Per primo la «lezione» di Leopardi è possibile percepirla in una zona di «privilegio», come atto perpetuo di negazione e di assoluta «disintegrazione», come «atto della disperazione», come «necrosi» (Cfr. di Zanzotto, A faccia a faccia, in «Questo e altro», n. 4, 1963, che è il resoconto di un dialogo avuto con C. Bo). Per Pasolini il rapporto con Leopardi perde di valore se inserito in una mediazione condotta a livello puramente tecnico-formale, simbolico-espressivo di tipo rondista-ermetico: semmai, più che il nome di Leopardi, col suo linguaggio indefinito ed ambiguo, polivalente, col suo «codice» fonico-evocativo, si potrà fare quello di Pascoli e quindi, parlare di influenza pascoliana (si ricordi, tra l’altro che Pasolini elaborò un saggio compiuto su Pascoli: Pascoli (1955), ora in Passione e ideologia, Milano, Garzanti, I960) sulla poesia pasoliniana (quella in lingua italiana, naturalmente) colla sua «parola» definita, netta, precisa, dai contorni chiari e sia pure «impressionisticamente» delimitati. Se si pensa all’elaborazione da parte di Pasolini di una nuova «libertà stilistica» (Cfr. il saggio La libertà stilistica, in «Officina», nn. 9-10,1957, ora in Passione e ideologia, cit.) con la sua proposta sperimentalistica nel segno di un recupero che non può essere meramente letterario, si comprende come il nesso Leopardi-Pasolini sia istituibile soltanto sul piano caratterizzante l’atteggiamento del poeta nei confronti del mondo e della realtà (naturalmente come rifiuto e negazione, allontanamento, estraniazione, alienazione): Leopardi appare, così, più come modello ideologico da interpretare e da seguire, che l’esemplare perfetto di un’ideale metafisica dell’animo, o peggio ancora, di una poetica neoformalistica fortemente riduttiva, intesa, cioè, come progetto restaurativo di certi valori codificati, espressivi e non, andati perduti dopo l’esaurirsi e il venir meno della esperienza ermetica, con l’insorgere, drammatico, di problematiche (da qui nasce il neorealismo) più concrete e meno teologizzanti, quali potevano sembrare, in fin dei conti, quelle nate in area ermetica. (Ci sia permesso rinviare ai nostri interventi su Pasolini; Il viaggio infernale di P. e La «filosofia visiva» di P., in «Punto interrogativo», n. 1, genn. 1979 e n. , 2, febbr. 1979, e in «Poetica», a. I, n. 7-8, nov.-dic. 1989, oltre che, naturalmente, ai recenti e fondamentali contributi di G. Zigaina e N. Naldini, oltre che di A. Zanzotto. In particolare cfr. G. Zigaina, Pasolini tra enigma e profezia, Venezia, Marsilio, 1989).

In realtà, facendosi strada, verso la metà degli anni ’50, una concezione della poesia intesa come progetto, come continua verifica dei propri mezzi e modi espressivi e comunicativi, come eterna reinvenzione stilistica, contenustica e programmatica (basti ricordare l’azione culturale di riviste come Il Politecnico vittoriniano e Officina con Leonetti, Scalia, Pasolini e Roversi) nel senso di un ininterrotto rinnovamento linguistico ed espressivo, Leopardi appariva ai giovani poeti come il modello eroico-contestativo, progressivo e non più stoico-passivo nel senso voluto dagli ermetici, da porgere alle nuove generazioni della poesia italiana. E il recupero avveniva per Pasolini tramite l’esperienza umana, culturale, ideologica e passionale del Gramsci «carcerato», per Leonetti attraverso la mediazione critica e intellettuale di De Sanctis. Rifarsi a Gramsci e a De Sanctis significava superare e, in sostanza, rifiutare i tardi epigoni dell’ermetismo, col suo Leopardi intimista, «puro» e in fondo disimpegnato, col suo leopardismo barocco, più letterario e pieno di equivoci (fatta eccezione per Ungàretti, Luzi e Gatto) che sinceramente vissuto e quindi valido anche sul piano storico-esistenziale.

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La neoavanguardia e Sanguineti

Da quanto detto si capisce perché il movimento della Neoavanguardia (I Novissimi e il Gruppo 63, soprattutto con Giuliani Porta e Sanguineti) rifiuta ab initio l’uso, tradizionale, del linguaggio poetico, col suo alto grado di «contemplatività», col suo iniziato andamento «argomentante», intriso di concettualismo e intellettualismo, iniziato secondo Giuliani da Leopardi. Rifiuto, quindi, della tradizione e ancor di più di una concezione della poesia legata ai modelli vuoti del passato letterario italiano: la poesia, per la Neoavanguardia, è espressione alienata e alienante, schizofrenica e schizomorfa, della condizione dell’uomo nella società contemporanea. Di qui la negazione integrale, e totale, per la sua inattualità, del linguaggio istituzionalizzato (grammatica, sintassi, morfologia, metrica, lessico): ma in questo contesto distruttivo e nullificante, la figura e l’esempio di Leopardi, dice Porta, non appare più così lontano come in un primo tempo sembrava: diventa possibile e verificabile sul piano più ideologico che espressivo: il poeta recanatese rappresenta una sorta di «personaggio-uomo» in contrasto globale con la sfera, esterna a lui, della realtà fenomenica, disumanizzante; con la società circostante «sorda distratta e cinica». In questo senso Leopardi poteva apparire a Sanguineti «il primo poeta della nostra letteratura… che affronta questo problema moderno dello stile, che patisce per primo questa impossibilità del soffrire» (cfr. di Sanguineti Tra liberty e crepuscolarismo, Milano, Mursia, 1961, pag. 86): è l’esempio dello stile meditativo ed eloquente dello Zibaldone che riflette, aggiungiamo noi, nell’opera poetica, le contraddizioni laceranti della sua epoca e del suo tempo storico, per molti versi simile al nostro.
D’altra parte non si può fare a meno di accennare al leopardismo dei poeti delle ultime generazioni: da V. Maria Rippo, col suo Leopardi rudelliano e corazziniano, classico e insieme moderno (si veda per questo il nostro Il «discorso» poetico di V.M. Rippo, Milano, IPL, 1982 e il recente ponderoso e doveroso contributo critico di C. Di Biase) a Dante Marna, col suo Leopardi dal volto tassiano, pasoliniano ed eliotiano, poundiano, borgesiano (cfr. F. Di carlo, Gli opposti segni. Saggio su D.M., Cavallino di Lecce, Capone Ed., 1988, con esaustive indicazioni bibliografico-critiche e teorico-metodologiche e L. Reina, D.M., Valverde (CT) – Roma, Pellicanolibri, 1988), fino ad arrivare e/o risalire a E. Fracassi, L. Giaconi, S. Solmi, (i dialetti «antichi» e «moderni», «vecchi» e «nuovi»), V. Clemente, C. Di Leo, M. Pinori, F. Costabile, R. Di Biasio, L. Calogero, G. Barberi Squarotti, I;. M. Palonza, E. Di Giamberardino, G. Mannacio, A. Cini, S. Pigini, N. Falzolgher, E. Tavilla, A. Rosselli, G. Bemporad, L. Manzi, R. Pagnanelli, E. De Signoribus, F.P. Memmo, G. De Marco, N. Naldini, C. Ferrucci, A. Onorati, S. Ramat, A. Berardinelli, per non parlare di certi scrittori stranieri, come Ch. Morgenstern, W. Benjamin, Rilke, H. James, Musil, E. Canetti, Cienfuegos, Unamuno, L. Mavillis, P. Raissis, J. Eekhout, K. Vassallo, Starobinski, etc. e si potrebbe continuare, ma non certo all’«infinito». E, da ultimo, la lettura di Leopardi in chiave della «nuova ontologia estetica» proprio sulle pagine della rivista di letteratura on line L’Ombra delle Parole.

Laboratorio 30 marzo Franco Di Carlo e Giorgio Linguaglossa

Franco Di Carlo con G. Linguaglossa Laboratorio di poesia, Roma, 30 marzo 2017

 Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria(1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) 

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43 commenti

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43 risposte a “Il Problema Leopardi (il grande dimenticato) nel rapporto con la poesia del Novecento – Lettura di Leopardi da Ungaretti agli ermetici, la Ronda: De Robertis, Cardarelli, la Restaurazione, Umberto Saba – Lettura del dopo guerra: da Pavese, Moravia, Fortini Pasolini fino a Zanzotto e la neoavanguardia e Sanguineti e la nuova ontologia estetica – A cura di Franco Di Carlo

  1. UN GRANDE ESTRANEO È ALLA PORTA: GIACOMO LEOPARDI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21554
    Dalla esauriente prospettazione della «questione Leopardi» di Franco Di Carlo emerge la «lettura» che il Novecento ha dato della poesia del Leopardi; salta agli occhi la profondissima inadeguatezza della lettura novecentesca del Leopardi, sia della prima metà del novecento che della seconda. Leopardi è stato visto con gli occhiali piccoli e appannati che ciascun poeta del novecento aveva nel taschino della propria giacca.

    Imbarazzanti le incapacità di inquadrare il recanatese (come poeta e filosofo) da parte di Montale e di Zanzotto come anche, per opposti versi, della neoavanguardia; da Zanzotto trattato alla stregua di un poeta da «paesaggio», una questione quasi agrituristica; dalla neoavanguardia ridotto a un problema di «stile», insomma, a un problema di significanti e di significati. L’ottica riduttiva e limitata che ha avuto il novecento nei riguardi della poesia e della filosofia del Leopardi è dunque fuori discussione, risulta chiarissima e, per certi aspetti, di sconvolgente gravità. Leopardi è diventato un estraneo.

    Io penso che quando una tradizione letteraria non sa più leggere i giganti della propria storia, allora questo è un indice, una spia di qualcosa che non va, non solo nella storia letteraria ma nella storia di un paese. C’è dunque un «problema Leopardi» che va inquadrato in quello che ho chiamato «ll problema novecento».

    Delle due, l’una. O è «piccino» Leopardi o è «piccino» il novecento italiano.

    Una lettura asfittica, dunque, quella del novecento, incapace di cogliere i nodi, i gangli, le problematiche da cui la poesia del Leopardi scaturisce. Perché è chiaro che una poesia del livello e della profondità di quella di Leopardi non fuoriesce dal nulla, non nasce dal nulla.

    Per avere una ricognizione adeguata della poesia di Leopardi abbiamo dovuto aspettare la lettura di un filosofo come EMANUELE SEVERINO E LA LETTURA CHE NE HA DATO LA «NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA», stiamo quindi risalendo la china, stiamo colmando un vuoto gravissimo, che è stato denso di conseguenze e di ricadute sulla poesia italiana del novecento che non è stata capace di «fare tesoro» della lezione leopardiana.

    Stiamo ricominciando daccapo, dal punto in cui eravamo rimasti dalla morte di Leopardi.

  2. antonio sagredo

    LEOPARDI “DIMENTICATO” ?
    SE MAI “RIMEMBRATO”!
    IL PESSIMISMO E NICHILISMO DEL LEOPARDI SONO UNA PURA FINZIONE E COME TALE UNA INVENZIONE.
    RICORDATE COME SCRIVE NELL’INFINITO : “E NEL PENSIER MI FINGO”… TUTTA LA SUA FILOSOFIA E POESIA PRENDONO IN GIRO IL DOLORE UMANO, PERCHE’ E’ UN POETA SPIETATO!
    E FA BENE CERTAMENTE.
    BISOGNA MAI PRENDERE SUL SERIO I POETI SPECIE QUANDO SONO ANCHE INTELLIGENTI E POSSIEDONO MOLTA CULTURA. ESSI SONO SOSTANZIALMENTE DEI “ FINGITORI” COME AFFERMA PESSOA.
    DALLA MIA TESI DEL 1974/75 SUL POETA CECO-MORAVO OTOKAR BŘEZINA, HO TRATTO QUESTA NOTA:
    [ per inciso: lo scrittore portoghese F. Pessoa riguardo l’ateismo di Leopardi scrive in:Bara de Teive, A Educacao do Estyoico:”Como posso en encarar com seriedad e como pena o ateismo de Leopardi se sei que ateismo secuararia com a copula?; (prosegue in lingua inglese) :”The worst of this sort of tragedy is that it is comic”. L’asserzione del Pessoa coincide con quella di Nietzsche (vedi* pag.30.) È, ovvio, che qui ateismo sta anche per pessimismo. Březina sfiorerà l’ateismo, dopo la morte dei genitori, per cui non esiste che la sordida materia e il Nulla (vedi pag.87); e sarà pessimista, proprio come Machar?! ].
    ——————————————————————————————————–
    NEL FILM “IL GIOVANE FAVOLOSO” DEL 2014 IL REGISTA MARIO MARTONE ACCENTUA QUESTO ASPETTO DI LEOPARDI GIUSTAMENTE. IL POETA ERA IRONICO E DIVERTENTE, PUNGENTE E IRRIVERENTE, SOCIEVOLE E AMAVA LA VITA E LA NATURA E DI FRONTE ALL’IMMNESITA’ DELL’UNIVERSO NON POTEVA CHE FINGERE D’ESSERE STUPITO, PERCHE’ LA SUA FINZIONE FOSSE CREDUTA SERIAMENTE.
    LEOPARDI SE NE FOTTEVA DEL PENSIERO UMANO E TANTO PIU’ DEL PESSIMISMO E NICHILISMO, CHE IN FIN DEI CONTI NON GLI APPARTENEVANO, MA CHE I CRITICI GLI HANNO APPIOPPATO!
    E LUI CI RIDEVA SOPRA…
    ADIEU – SAGREDO

    • Quel film é stato uno scandalo,non so come la famiglia Leopardi abbia acconsentito alla diffusione non per Martone che ho molto apprezzato in “Morte di un matematico napoletano” caricatura di Leopardi
      Condivido il poeta acculturato in sostanza é fingitore ma non nel senso leopardiano “nel cor mi fingo” che ha valenza di (mi sento come te io sono te )
      Per la prima volta sono d’accordo ma questo é accaduto a molti artisti i critici danno loro nomi attribuiscono loro intenzioni i soli “critici” dovrebbero esse poeti Poeti i soli traduttori

    • Sono d’accordo, spietato. Ed ecco che appare, dietro l’ironia disciplinata, la realtà. Che solo uno sguardo poetico “spietato” coglie.

  3. Roberto Bertoldo

    Sono d’accordo con Antonio Sagredo. Leopardi non è stato dimenticato, e il saggio di Franco Di Carlo lo evidenzia molto bene (quand’ero studente i docenti universitari cercavano di rifilare il leopardismo in tutte le tesi di letteratura contemporanea – a me rifilarono il petrarchismo, altro argomento italico, nella mia tesi sugli ermetici), e Leopardi non è né pessimista né nichilista. Non ci vedo solo ignoranza in questa semplificazione, già da parte dei contemporanei, ai danni di Leopardi, che s’imbestialiva, ma soprattutto malafede.

  4. Leopardi il lato luminoso di Mallarmè Ungaretti un medium il tramite grandioso che leva nel senso di toglie retorica e sentimentalismo

  5. Salvatore Martino

    LEOPARDI E LA LETTURA CHE NE HA DATO IL NOVECENTO – LA NUOVA POESIA ONTOLOGICA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21568
    Molto interessante il saggio di Di Carlo permette a noi ignari un viaggio esplorativo attraverso tutto il percorso leopardiano e quello che ha suscitatato tra i poeti e i critici che lo hanno avvicinato.Mi consola quello che ricavo qua e là dal bel discorso che scivola come un fiume: il recupero da parte dei poeti della tradizione, e quell’elogio che traspare sull’endecasillabo. Visto che qui si parla ancora del recanatese vorrei esprimere un pallido mio giudizio di poeta che possiede minimi strumenti critici: mi sembra che il voler far passare leopardi per un ilosofo mi sembra quanto mai azzardato, certamente non per un filosofo sistematico. Certo in tutta la sua opera sia nei Canti che nelle Operette e ancor più nello Zibaldone il suo pensiero sulla Natura, sul Cosmo , sugli Uomini , sul Nulla traspare in maniera evidente ma , a mio avviso, Egli rimane pur sempre e primariamente un poeta … altrimenti
    dovremmo chiamare filosofi anche Dante o Borges e teologi Donne e Blake.
    Colgo l’occasione per spezzare una lancia in favore della NOE e segnatamente di Linguaglossa. Nonostante le opinioni discordanti circa quello che entrambi intendiamo per poesia devo ammettere, e lo faccio con tutta la mia onestà intellettuale e la riconoscenza, devo ammettere che l’opera che stanno svolgendo i rappresentanti della NOE, in primo luogo quello di reintrodurre nelle disastrata famiglia della poesia italiana il pensiero filosofico e scientifico senza i quali la poesia stessa perde ogni consistenza di valore e di verità, è sicuramente un grande merito , che io saluto con gioia, anche perché da sempre, magari per altre vie l’ho sempre iniettato nella mia poesia.. Anche sul Nichilismo siamo d’accordo anche se apparentemente non comprendiamo caro Linguaglossa i nostri rispettivi parametri. A volte si arriva alle stesse conclusioni attraverso cammini incompresi gli uni dagli altri.
    Io ho dedicato la mia vita all’essere poeta e non posso che essere felice di incontrare compagni di viaggio che vivono la stessa maniacale incomprensibile follia.

    • UNA MISERABILE MALLEVADORIZZAZIONE DELLA POESIA
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21574
      caro Salvatore,
      tu sai la stima che nutro per te e la tua poesia, e queste tue parole mi riescono gradite… tu sei stato un antesignano di una «nuova» poesia, che in un certo senso aveva in sé i grumi e le anticipazioni che sarebbero emersi dopo molti decenni, in tal senso colgo l’invito di Donato Di Stasi di rileggere il tomo della tua opera completa, ci tornerò sopra per capire meglio… È che oggi in questo turlupinio di migliaia di poetesse e di poeti in cerca affannosissima di vetrine non si capisce più nulla.
      Narro un aneddoto con nomi e cognomi:

      L’aneddoto.
      Una amica giorni fa è andata ad ascoltare dei «poeti nuovi» (diciamo così) dei trentenni, al MAXI di Roma, una sorta di “Corrida”, una slam poetry, questi ragazzi recitavano le loro «poesie» (mi vergogno ad usare questo termine), e poi davano i voti ai recitatori-autori. La mia amica è rimasta esterrefatta dl livello ridicolo dei ragazzi (non so proprio come chiamare queste persone).
      Ebbene, la mia amica ha voluto restare fino al termine della “recita” per capire chi li avesse sponsorizzati per farli “recitare” nientemeno che al MAXI. Ad un certo punto, un personaggio (probabilmente l’organizzatore della squadriglia) ha ringraziato pubblicamente i mallevadori che avevano reso possibile la manifestazione: Andrea Cortellessa e Valerio Magrelli.

      Ecco qui i personaggi letterari responsabili di questa mallevadorizzazione…

      Ecco quanto.

      • Salvatore Martino

        Giorgio carissimo tu sai bene quanto io negli anni abbia apprezzato il tuo lavoro di poeta e di fustigatore. Se negli ultimi tempi le divergenze metodologiche ci hanno condotto su promontori in apparenza lontani e in conflitto stilistico, questo fatto non può certamente cancellare ai miei occhi quello che hai fatto e che stai conducendo per l’amore incondizionato che ti lega alla poesia. Abbiamo bisogno in questo panorama di paludoso squallore di persone come te che scuotano dalle fondamenta un popolo di pennivendoli addormentati.Mi auguro che il lavoro intrapreso con la NOE vada avanti,magari sacrificando un po’ la teoresi a vantaggio dello scavo, forse irrazionale, che aiuta il poeta a dirigersi verso il mistero, l’inconoscibile, le conoscenze ultime, e perché no il dialogo con l’Altro e con se stesso. Recuperando magari qualcosa di quello che i grandi del passato ci hanno consegnato in eredità.W il Pensiero .

  6. guido garufi

    Nulla da aggiungere al saggio intenso e autorevole di Di Carlo. Un registro critico dimenticato oggi, una esercitazione saggistica da rinnovare. Nessuno scrive più così, purtroppo.

  7. LEOPARDI E LA SOCIETA MODERNA: I RAPPORTI COL MONTI E CON LE RIME DEL PETRARCA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21571
    Dopo il 1830 Leopardi prende posizione chiarissima in favore del progresso tecnologico contro gli spiritualisti reazionari che lo tacciavano negativamente. Leopardi è un materialista. Il suo concetto di natura è palesemente ostile alla teologia cristiana ed è rivolto contro tutte le filosofie spiritualistiche e metafisiche del suo tempo. Leopardi si fa beffe di quella filosofia spicciola che prevede una provvidenza divina e una teleologia divina. Scrive, infatti: «Il grandissimo e incontrastabile beneficio della rinata civiltà e del risorgimento de’ lumi si è di averci liberato da quello stato egualmente lontano dalla coltura e dalla natura proprio de’ tempi bassi, cioè di tempi corrottissimi… Da questo stato ci ha liberati la civiltà moderna; da questo, di cui sono ancora grandissime le reliquie, ci vanno liberando sempre più i suoi progressi giornalieri; da’ suoi effetti e da’ suoi avanzi e dalle opinioni che li favoriscono procura e sforzasi di liberarci la nuova filosofia nata, si può dire, non ancor sono due secoli…».1]

    Nel famoso passo della Ginestra contro il secolo «superbo e sciocco», l’invettiva è indirizzata contro le tesi filosofiche e politiche le quali vorrebbero annichilire i grandiosi risultati del pensiero laico e delle conquiste scientifiche. Leopardi è un sensista materialista nel senso più pieno e rigoroso della parola, non ha alcun seme di «pessimismo», come scioccamente è stato appellato dal Croce e dai suoi timidi seguaci.

    La grandezza di Leopardi maturo sta nel suo andare alla radice dei problemi ontologici, si direbbe oggi, dell’uomo e della società del suo tempo. Indagando sulla «natura» e sulla «infelicità» degli uomini egli giunge a ripudiare il cristianesimo come religione basata sulla credulità delle masse e su un bisogno religioso, e quindi disponibile a tollerare una organizzazione dispotica del mondo. La poesia del Leopardi sarà sempre di più caratterizzata da una riflessione argomentante sull’ente uomo e sul suo destino di infelicità.

    In termini moderni, Leopardi farà una poesia che è riflessione argomentante sull’ente. Leopardi è il primo poeta europeo che non divaga, mette a fuoco questo problema in tutte le sue poesie, dal periodo giovanile a quella della maturità, e sempre con maggiore complessità di argomentazione poetica.

    Non dimentichiamo come Leopardi liquida il Monti: poeta dell’orecchio e del cuore… E poi sarebbe ora di finirla con coloro che ripetono a macchinetta la tesi di un Leopardi prosecutore del linguaggio petrarchesco: nulla di più superficiale ed errato. Leopardi considerava con molta distanza l’operazione delle Rime del Petrarca, e la sua distanza emerge tutta quanta nella famosa prefazione che il recanatese scrisse nel 1839 per una nuova edizione delle Rime per Passigli. Scrive Leopardi:

    «Ancora l’ordine dei componimenti del Petrarca sarebbe corretto in molta parte, e quello che è più, la forza intima e la propria e viva natura loro, credo che verrebbero in una luce e che apparirebbero in un aspetto nuovo, se potessi scrivere la storia, dell’amore del Petrarca conforme al concetto della medesima che ho nella mente: la quale storia, narrata dal poeta nelle sue Rime, non è stata fin qui da nessuno intesa né conosciuta come pare a me che ella si possa intendere e conoscere, adoperando a questo effetto non altra scienza che quella delle passioni e dei costumi degli uomini e delle donne. E tale storia, così scritta come io vorrei, stimo che sarebbe non meno piacevole a leggere e più utile che un romanzo».2]

    1] Tutte le opere a cura di Francesco Flora, Mondadori, Poesie e Prose, II, pp.578, 579
    2] cit in Bruno Biral La posizione storica di Giacomo Leopardi, Einaudi, 1987, pp. 265,66

  8. letizia leone

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21572
    Dice Agamben che la filosofia non sia una disciplina, “di cui sia possibile definire l’oggetto e i confini (come provò a fare Deleuze) o, come avviene nelle università, pretendere di tracciare la storia lineare e magari progressiva. La filosofia non è una sostanza, ma un’intensità che può di colpo animare qualunque ambito: l’arte, la religione, l’economia, la poesia, il desiderio, l’amore, persino la noia. Assomiglia più a qualcosa come il vento o le nuvole o una tempesta: come queste, si produce all’improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare”.
    Il pensiero filosofico concepito come intensità, energia illuminante che attraversa vari ambiti della conoscenza, può certamente aiutare ad oltrepassare le barriere disciplinari soprattutto in un poeta come Leopardi. Così penso che certe riletture critiche contemporanee, come quella di Severino, non caschino dal pero ma abbiano una solidità ermeneutica indiscutibile. Non vedo forzature nella metodologia della “fusione degli orizzonti”, nel riattualizzare in senso nichilistico la “vanitas vanitatum” del Leopardi, il quale profila e annuncia nei suoi ultimi canti perfino una teoria critica della società. Così come è indiscutibile la portata filosofica del suo “pensiero poetante”, dialogo costante tra poesia e filosofia come illustrato in molti interessantissimi interventi precedenti. Non dimentichiamo poi che l’antica sapienza non separava poesia e filosofia…E che dire poi delle Operette morali, e della modernità dello Zibaldone… raccolta eterogenea di materiale disposto al saggio e al frammento. Così ad esempio riletto alla luce di una nuova ontologia estetica il canto “A se stesso” si illumina di tutta quella potenza anti-lirica, anti-idillica, quasi eroicamente nietzschiana nella figura dell’Ubermensch, Oltre-uomo orientato “oltre”, oltre le ragioni del cuore. Dove il ritmo franto, il verso spezzato, frammentato apodittico, distruggendo l’io lirico eleva la potenza suprema della poiesis, dell’estetica, dell’arte quale ultima attività metafisica dell’uomo occidentale:

    Or poserai per sempre,
    stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
    ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
    in noi di cari inganni,
    non che la speme, il desiderio è spento.
    Posa per sempre. Assai
    Palpitasti. Non val cosa nessuna
    I moti tuoi, né di sospiri è degna
    la terra. Amaro e noia
    la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
    T’acqueta omai. Dispera
    L’ultima volta. Al gener nostro il fato
    non donò che il morire. Omai disprezza
    te, la natura, il brutto
    poter che, ascoso, a comun danno impera,
    e l’infinita vanità del tutto.

    Ringrazio Franco Di Carlo per il pregevole saggio, excursus illuminante, sulla ricezione della poesia leopardiana da parte del novecento poetico italiano!

  9. gino rago

    Ultrafilosofia di Leopardi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21576
    da “Nuovi scritti di Estetica (La rosa e l’alloro)”
    di Francesco Piselli

    Leopardi preconizza una qualche ‘ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura (Zibaldone 115).
    Nell’ultrafilosofia rientra il celebre detto della foglia frale:

    Vo dove ogni altra cosa,
    Dove naturalmente
    Va la foglia di rosa.
    E la foglia d’alloro.

    Il dar conto ci informa: Tutte insieme, noi foglie, che siamo le foglie del piacere o che siamo dell’onore, accomunate dall’essere frali si va dove termina «ogni altra cosa».
    Tale, e l’unica di cui valga sapere («tutto l’altro ignoro») è l’ultima filosofica sentenza della foglia.
    «Povera» è appunto la filosofia «come canta il Petrarca».
    Il «dove» in cui un vento trascina, con eco dantesca, «perpetuamente» quei detriti, è, per natura, la morte (Il morire non ti pare naturale?)
    Il loro sostegno nativo era stato un «faggio». Registriamo che sia faggio sia vento sono essi stessi cose, dunque anche essi, faggio e vento, esistono predisposti «naturalmente», a perire proprio come le foglie di rosa e alloro.
    (…) Leopardi si rende conto che l’infinita possibilità, potente di una potenza che non si fonda su alcuna attualità, termina all’infinita mancanza nominata «nulla»:
    Io mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla (Zibaldone 85)).
    «Nulla» in quanto «solido» implica essere. E’ dunque principio della permanenza della distruzione in quanto permanenza della permanenza:

    Il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria,
    cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere
    in quel tal modo…( Zibaldone 85).

    E dunque:

    E’ funesto a chi nasce il dì natale (Canto notturno 143)
    (Prima parte)

    Gino Rago

  10. Salvatore Martino

    “i dì miei fùr sì chiari, or son sì foschi,
    come Morte che ‘l fa. Così nel mondo
    sua ventura à ciascun dal dì che nasce”

    L’ascendenza petrarchesca qui come altrove è di una evidenza lapalissiana, e mi sembra che debbano cadere tutte le riserve sul poeta aretino, che tutti i versificatori attuali farebbero bene a frequentare

  11. gino rago

    Ultrafilosofia di Leopardi (II parte)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21581
    «Primordiale» è soltanto la mera possibilità.
    Essa, se è autenticamente possibile, non ha alcun debito verso qualcosa di necessario, se non verso la sua stessa necessità di essere possibile. Deve (deve?) essere necessaria, ma solamente in quanto possibilità. O, altrimenti, diremo che la ragione di ciò che è possibile consiste nella possibilità e in
    nient’altro.
    Poiché nessuna necessità limita la necessità della possibilità, questa è infinita.
    Allo stesso Leopardi è d’altra parte palese che la possibilità infinita non sosta infinitamente nel possibile, perché gli sono evidenti non pochi attuali, come stelle dell’Orsa, siepi, galline, ginestre, donzellette.
    La possibilità deve dunque essere ritenuta una possibilità di attualità e quindi le si deve attribuire una potenza. Data che sia la possibilità come infinita, essa risulta una onnipotenza:

    “Non preesite dunque la necessità. Ma pur preesiste la possibilità” (Zibaldone 1619).
    “Se esiste l’infinita possibilità esiste l’infinita onnipotenza, perché se questa non esiste, quella non è vera. Viceversa non può stare l’infinita onnipotenza senza l’infinita possibilità.” (Zibaldone 1645-1646)

    Se poi «Natura» è incoerente, non ragiona, come appunto non può perché manca di ragione, nel suo finalismo non sta affatto incluso che debba curarsi del benessere o della sciagura di qualcuno.
    La sua posa di indifferenza, che con indifferenza assume e ammette, è conseguente:

    “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte (…) E se anche avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei (Dialogo della Natura e di un Islandese

    1) E’ così che indifferente a ogni voce, a ogni finalismo esterno alla sua stessa attuosità, («Natura»)
    sembra essere una personalità infantile completamente assorbita dal gioco:
    “La natura crudel, fanciullo invitto…” (Palinodia 170). Versi che rileggiamo in Nietzsche (provenienti da Eraclito) in Die Geburt der Tragoedie 24.

    Gino Rago (a cura di)

  12. antonio sagredo

    Passiamo a Dino Campana, senza dimenticare D’Annunzio e Palazzeschi:
    meno filosofia è salutare.

  13. trascrivo una email che ho inviato a Mariella Colonna che lei mi ha chiesto di rendere pubblica:

    cara Mary,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21585
    … alla fin fine la poesia è un Enigma (tutta la poesia che non è enigma non è poesia ma intrattenimento), e l’Enigma non può essere risolto da nessuno, può essere solo percorso. Una nuova ontologia estetica ha senso e utilità, credo, se riesce a far vacillare le certezze e le fortezze e a convincerci che la poesia è Enigma. E che quell’Enigma siamo Noi.

    un saluto «debole».
    g.l.

  14. In questa lettura viene esposta la teoria di Kirillov sulla negazione di Dio e sulla necessità che l’uomo prenda il suo posto: da Dio all’Uomo-Dio.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21589
    F. M. Dostoevskij, I demoni (1871)

    Il signor Kirillov, un ingegnere costruttore dei piú insigni.
    […]
    Era un uomo ancora giovane sui ventisette anni, vestito decentemente.
    […]
    mentre io cerco solo le cause, per cui gli uomini non osano uccidersi; ed ecco tutto. Ed anche questo è indifferente.”
    “Come non osano? Vi sono, forse, pochi suicidi?”
    “Pochissimi.”
    “Possibile che lo troviate?”
    Non rispose, si alzò e si mise a camminare su e giú pensoso.
    “Che cosa, dunque, trattiene gli uomini, secondo voi, dal suicidio?” domandai.
    Mi guardò distrattamente, come se cercasse di ricordare di che cosa si parlasse.
    “Io… io lo so ancora poco… due pregiudizi li trattengono, due cose; due soltanto; una molto piccola, l’altra molto grande. Ma anche la piccola è molto grande.”
    “Qual è, dunque, quella piccola?”
    “Il dolore.”
    “Il dolore? Possibile che sia cosí importante… in questo caso?”
    “È la primissima cosa. Vi sono due categorie: quelli che si uccidono o per una gran tristezza, o per la rabbia, o sono pazzi, o che so io… quelli si uccidono di colpo. Quelli pensano poco al dolore, ma si uccidono di colpo. Mentre quelli che lo fanno a mente lucida, quelli pensano molto.”
    “Vi sono, forse, di quelli che lo fanno a mente lucida?”
    “Moltissimi. Se non ci fosse il pregiudizio, sarebbero di piú; moltissimi; tutti.”
    “Ora anche tutti?”
    Non rispose.
    “Ma non vi sono, forse, dei mezzi di morire senza dolore?”
    “Immaginate,” si fermò davanti a me, “immaginate un masso d’una grandezza, come una gran casa; vi prende sul capo; se vi cade addosso, sulla testa, vi farà male?”
    “Un masso come una casa? Certo, fa paura.”
    “Non parlo della paura; vi farà male?”
    “Un masso come una montagna, un milione di pud? Si intende, nessun male.”
    “Ma mettetevi davvero sotto, e mentre pende, avrete molta paura che vi faccia male. Ogni primo scienziato, ogni primo dottore, tutti, tutti avrebbero molta paura. Ognuno saprebbe che non fa male, ed ognuno avrebbe paura che faccia male.”
    “Bene, e l’altra causa, quella grande?”
    “L’altro mondo!”
    “Cioè, il castigo?”
    “Questo è indifferente. L’altro mondo; solo l’altro mondo.”
    “Non vi sono forse degli atei che non credono affatto nell’altro mondo?”
    Di nuovo non rispose.
    “Giudicate forse secondo voi stesso?”
    “Ognuno non può giudicare che secondo se stesso,” disse arrossendo. “La piena libertà ci sarà allora, quando sarà indifferente vivere o non vivere. Ecco lo scopo di tutto.”
    “Lo scopo? Ma allora nessuno, forse, vorrà piú vivere?”
    “Nessuno,” disse risolutamente.
    “L’uomo ha paura della morte, perché ama la vita, ecco come la intendo io,” osservai “e cosí ha ordinato la natura.”
    “È vile, e sta qui tutto l’inganno!” scintillarono i suoi occhi. “La vita è dolore, la vita è paura, e l’uomo è infelice. Ora tutto è dolore e paura. Ora l’uomo ama la vita, perché ama il dolore e la paura. E cosí hanno fatto. La vita si concede a prezzo di dolore e di paura, e sta qui tutto l’inganno. Ora l’uomo non è ancora quell’uomo. Vi sarà l’uomo nuovo, felice e superbo. A chi sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio. Mentre l’altro Dio non vi sarà.”
    “Dunque, l’altro Dio c’è pure, secondo voi?”
    “Non c’è, ma c’è. Nel masso non c’è il dolore, ma nella paura del masso c’è il dolore. Dio è il dolore della paura della morte. Chi vincerà il dolore e la paura, quello diverrà Dio. Allora vi sarà la vita nuova, l’uomo nuovo, tutto sarà nuovo… Allora la storia sarà divisa in due parti: dal gorilla alla distruzione di Dio, e dalla distruzione di Dio al…”
    “Al gorilla?”
    “… alla trasformazione fisica dell’uomo e della terra. L’uomo sarà Dio e si trasformerà fisicamente. Ed anche il mondo si trasformerà, e le azioni si trasformeranno, e i pensieri, e tutti i sentimenti. Che cosa ne pensate voi, si trasformerà allora l’uomo fisicamente?”
    “Se sarà indifferente vivere o non vivere, tutti si uccideranno, ed ecco in che cosa forse consisterà la trasformazione.”
    “Questo è indifferente. Uccideranno l’inganno. Chiunque voglia la libertà essenziale, deve avere il coraggio d’uccidersi. Chi ha il coraggio d’uccidersi, ha conosciuto il segreto dell’inganno. Piú in là non c’è libertà; qui è tutto, e piú in là non c’è nulla. Chi ha il coraggio d’uccidersi, quello è Dio. Ora ognuno può fare che non ci sia piú Dio e che non ci sia piú nulla. Ma nessuno l’ha ancora mai fatto.”
    “Vi sono stati milioni di suicidi.”
    “Ma sempre non per questo, sempre con la paura e non per questo. Non per uccidere la paura. Chi si ucciderà soltanto per uccider la paura, quello diverrà subito Dio.”
    “Non ne avrà forse il tempo,” osservai.
    “Questo è indifferente,” rispose piano, con pacato orgoglio, quasi con disprezzo. “Mi dispiace che voi par che ridiate” aggiunge dopo un mezzo minuto.
    “E a me riesce strano che dianzi voi foste irritabile, mentre ora siete cosí tranquillo, anche se parlate con calore.”
    “Dianzi? Dianzi era da ridere,” rispose con un sorriso; “io non amo ingiuriare e non rido mai,” soggiunse tristemente.
    “Sí, non le passate allegramente le vostre notti bevendo il tè.” M’alzai e presi il berretto.
    “Lo credete?” sorrise con una certa meraviglia. “E perché? No io… io non so,” si confuse a un tratto, “non so come succeda agli altri, ed anch’io sento cosí che non posso fare come tutti. Ognuno pensa, e subito dopo pensa a un’altra cosa. Io non posso pensare ad altro, io penso tutta la vita alla stessa cosa. Dio mi ha tormentato tutta la vita,” concluse a un tratto con sorprendente espansione.
    […]
    “Ricordo che dicevate qualcosa di Dio… perché una volta voi mi spiegavate; anzi un paio di volte. Se vi ucciderete, diverrete un dio, mi pare, non è cosí?”
    “Sí, io diverrò un dio.”
    Pjotr Stepanovic non sorrise nemmeno; aspettava; Kirillov lo fissò con uno sguardo sottile.
    “Voi siete un intrigante e un ingannatore politico, voi mi volete portare alla filosofia e all’entusiasmo, e produrre la conciliazione per disperdere l’ira, e, quando mi sarò riconciliato, ottenere il biglietto che io ho ucciso Satov.”
    Pjotr Stepanovic rispose con un’ingenuità quasi naturale.
    “Be’, ammettiamo pure che io sia un simile vigliacco, ma negli ultimi momenti ciò non vi è forse indifferente, Kirillov? Be’, perché ci letichiamo, dite per favore: voi siete un uomo cosí, e io un uomo cosí, che cosa ne viene? E per giunta tutti e due…”
    “Vigliacchi.”
    “Sí, magari, anche vigliacchi. Perché voi sapete che son soltanto parole.”
    “Per tutta la vita non ho voluto che fossero soltanto parole. Per questo appunto son vissuto, perché non volevo. Anche ora voglio, ogni giorno, che non siano parole.”
    “È che ognuno cerca dove si sta meglio. Il pesce… cioè ognuno cerca delle comodità di suo genere; ed ecco tutto. Lo si sa da tempo immemorabile.”
    “Delle comodità, hai detto?”
    “Be’, non vale la pena di star lí a discutere sulle parole.”
    “No, hai detto bene, sia pure delle comodità. Dio è indispensabile, e perciò deve esistere.”
    “A meraviglia.”
    “Ma io so che non c’è e non può esserci.”
    “Questo è piú giusto.”
    “Possibile che tu non capisca che un uomo con due simili idee non possa rimanere fra i vivi?”
    “Deve forse spararsi?”
    “Possibile che tu non capisca che solo per questo ci si possa uccidere? Tu non capisci che ci possa essere un uomo cosiffatto, un uomo dei vostri mille milioni, uno che non vorrà e non sopporterà.”
    “Capisco solo che voi, a quanto pare, esitate. È molto male.”
    “Anche Stavrogin è stato inghiottito dall’idea,” Kirillov non s’accorse dell’osservazione, camminando con aria tetra per la stanza.
    “Come?” aguzzò gli orecchi Pjotr Stepanovic, “quale idea? Lui stesso vi ha detto qualche cosa?”
    “No, l’ho indovinato da me: Stavrogin anche se crede, non crede di credere. Se invece non crede, non crede di non credere.”
    “Be’, Stavrogin ha anche qualche cosa di piú intelligente…” borbottò arcigno Pjotr Stepanovic, seguendo con inquietudine la piega del discorso e il pallido Kirillov.
    “Che il diavolo lo porti, non si sparerà,” pensava, “l’ho sempre presentito; un cavillo cerebrale e nient’altro; che robaccia il popolo!”
    “Tu sei l’ultimo che sta con me: io non vorrei separarmi da te male,” disse a un tratto Kirillov.
    Pjotr Stepanovic non rispose subito. “Che il diavolo lo porti, che cos’è questo ancora?” pensò di nuovo.
    “Credete, Kirillov, che io non ho nulla contro di voi, personalmente, e sempre…”
    “Sei un vigliacco ed una mente falsa. Ma io son come te, e mi ucciderò, e tu resterai vivo.”
    “Cioè volete dire che sono cosí basso che vorrò restare in vita.”
    Non aveva ancora potuto decidere, se fosse vantaggioso o no continuare in un simile momento un tal discorso, e decise “d’abbandonarsi alle circostanze”. Ma il tono di superiorità e di quell’aperto disprezzo che Kirillov aveva sempre dimostrato per lui lo aveva sempre irritato anche prima, ed ora chi sa perché ancor piú di prima. Forse, perché Kirillov, che fra un’ora doveva morire (Pjotr Stepanovic lo aveva sempre presente), gli pareva qualcosa come una specie ormai di mezzo uomo, qualcosa, a cui ormai non si poteva in nessuno modo permettere d’essere altezzoso.
    “A quanto pare, vi vantate davanti a me che vi sparerete?”
    “Son sempre stato meravigliato che tutti rimanessero in vita,” Kirillov non udí la sua osservazione.
    “Hm! Poniamo, questa è un’idea, ma…”
    “Scimmia, tu annuisci per domarmi. Taci, non capirai nulla. Se non c’è Dio, io sono un dio.”
    “Ecco, io non ho mai potuto capire questo vostro punto: perché siete un dio?”
    “Se Dio c’è, tutta la volontà è sua, e sottrarmi alla sua volontà io non posso. Se no, tutta la volontà è mia, e son costretto a proclamar l’arbitrio.”
    “L’arbitrio? Ma perché siete costretto?”
    “Perché tutta la volontà è diventata mia. Possibile che nessuno su tutto il pianeta, avendola finita con Dio e avendo posto fede nell’arbitrio, osi proclamar l’arbitrio, nel senso piú completo? È come un povero che abbia ricevuto l’eredità e si sia spaventato, e non osi avvicinarsi al sacco, stimandosi impotente a possederlo. Io voglio proclamar l’arbitrio. Sia pure da solo, ma lo farò.”
    “E fatelo.”
    “Io sono obbligato a uccidermi, perché il momento piú alto del mio arbitrio è uccidere me stesso.”
    “Ma non siete mica il solo a uccidervi: ci son molti suicidi.”
    “Con una ragione. Ma senza alcuna ragione, ma solo per l’arbitrio, sono l’unico.”
    “Non s’ucciderà”, balenò di nuovo nella mente di Pjotr Stepanovic.
    “Sapete,” osservò con irritazione, “io al vostro posto, per mostrar l’arbitrio, avrei ammazzato qualcun altro, e non me stesso. Potreste essere utile. Vi indicherò chi, se non vi spaventerete. Allora, magari, non sparatevi nemmeno, oggi. Possiamo metterci d’accordo.”
    “Uccidere un altro sarà il momento piú basso del mio arbitrio, e in ciò sei tutto tu. Io non sono te: io voglio il momento piú alto e ucciderò me stesso.”
    “C’è arrivato da sé,” brontolò rabbiosamente Pjotr Stepanovic.
    “Io son tenuto a proclamar l’assenza della fede,” Kirillov camminava per la stanza. “Per me non c’è un’idea piú alta di quella che non c’è Dio. È con me la storia dell’umanità. L’uomo non ha fatto altro che inventare Dio per vivere senza uccidersi; in ciò consiste tutta la storia universale fino ad oggi. Io solo, nella storia universale, non ho voluto per la prima volta inventare Dio. Che lo sappiano una volta per sempre.”
    “Non s’ucciderà,” s’inquietava Pjotr Stepanovic.
    “Chi ha da saperlo?” lo aizzava. “Qui non ci siamo che io e voi; Liputin, forse?”
    “Tutti han da saperlo; tutti lo sapranno. Non c’è nessun mistero che non si palesi. L’ha detto Lui.”
    E con febbrile entusiasmo Kirillov additò l’immagine del Redentore, dinanzi alla quale ardeva una lampada. Pjotr Stepanovic s’arrabbiò definitivamente.
    In Lui, dunque, voi credete ancora e avete acceso la lampada; non lo avete mica fatto “a buon conto”?”
    Quello non rispose.
    “Sapete, secondo me, voi credete, magari, anche piú di un pope.”
    “In chi? In Lui? Ascolta.” Kirillov si fermò, guardando innanzi a sé con uno sguardo immobile, esaltato. “Ascolta una grande idea: c’era sulla terra un giorno, e in mezzo alla terra stavano tre croci. Uno sulla croce credeva al punto che disse all’altro: “tu sarai oggi con me in paradiso”. Il giorno finí, tutti e due morirono, andarono e non trovarono né il paradiso, né la risurrezione. Non si avverava ciò ch’era stato detto. Ascolta: quest’uomo era il piú alto su tutta la terra, costituiva ciò per cui essa doveva vivere. Tutto il pianeta, con tutto ciò ch’è sopra di esso, senza quest’uomo, non è che una pazzia. Non c’era stato né prima, né dopo di Lui uno simile a Lui, e non ci sarà mai, fino al miracolo. In ciò appunto sta il miracolo, che non c’è stato e non ci sarà mai uno simile. E se cosí è, se le leggi della natura non hanno risparmiato nemmeno questo, non hanno avuto pietà nemmeno del proprio miracolo, ma hanno costretto anche Lui a vivere in mezzo alla menzogna e a morire per la menzogna, vuol dire che tutto il pianeta è menzogna e sta sulla menzogna e su una stolta irrisione. Vuol dire che le stesse leggi del pianeta son menzogna e un vaudeville del diavolo. A che, dunque, vivere, rispondi, se sei un uomo?”
    “Questa è un’altra piega della questione. Mi pare che in voi si siano mescolate due cause diverse; e ciò è assai sospetto. Ma permettete, be’, e se voi foste un dio? Se fosse finta la menzogna, e voi aveste indovinato che tutta la menzogna deriva dal fatto che c’era il Dio di prima?”
    “Finalmente hai capito!” esclamò Kirillov con entusiasmo. “Vuol dire che si può capirlo, se anche uno come te ha capito! Lo capisci tu ora che tutta la salvezza per tutti è dimostrare a tutti quest’idea? Chi la dimostrerà? Io! Io non capisco: come può aver saputo l’ateo finora che non ci fosse Dio e non essersi ucciso subito? Capire che non c’è Dio e non capire nello stesso momento d’esser diventato tu stesso un dio è un’assurdità, perché se no ti uccideresti assolutamente da te. Se lo capisci, sei zar e ormai non ti ucciderai da te, ma vivrai nella gloria piú eccelsa. Ma uno, quello che lo scopre per primo, deve uccidersi assolutamente, se no chi, dunque, comincerà e dimostrerà? Io mi ucciderò assolutamente, per cominciare e dimostrare. Io non sono ancora che un dio per forza e sono infelice, poiché son costretto a proclamar l’arbitrio. Tutti sono infelici, perché tutti hanno paura di proclamar l’arbitrio. Per questo appunto l’uomo è stato finora cosí infelice e povero, perché temeva di proclamare il punto principale dell’arbitrio, e commetteva gli arbitrî di straforo; come uno scolaro. Io son terribilmente infelice, perché temo terribilmente. La paura è la maledizione dell’uomo… Ma io proclamerò l’arbitrio, sono obbligato a credere di non credere. Io comincerò, e finirò, e aprirò la porta. E salverò. Solo questo salverà tutti gli uomini e già nella seguente generazione li rigenererà fisicamente; poiché con l’aspetto fisico presente, per quanto ho pensato, l’uomo non può fare a meno di Dio in nessun modo. Per tre anni ho cercato l’attributo della mia divinità e l’ho trovato: l’attributo della mia divinità è l’Arbitrio! È tutto ciò, con cui io posso mostrare nel punto principale la rivolta e la mia nuova paurosa libertà. Poiché essa è assai paurosa. Io mi uccido per mostrare la rivolta e la mia paurosa libertà.”

    F. M. Dostoevskij, I demoni, Garzanti, Milano, 1977, vol. I, pagg. 93, 115-118, 239-241 e vol. II, pagg. 655-659

    • Mariella Colonna

      “La paura è la maledizione dell’uomo… Ma io proclamerò l’arbitrio, sono obbligato a credere di non credere. Io comincerò, e finirò, e aprirò la porta. E salverò. Solo questo salverà tutti gli uomini e già nella seguente generazione li rigenererà fisicamente; poiché con l’aspetto fisico presente, per quanto ho pensato, l’uomo non può fare a meno di Dio in nessun modo. Per tre anni ho cercato l’attributo della mia divinità e l’ho trovato: l’attributo della mia divinità è l’Arbitrio! È tutto ciò, con cui io posso mostrare nel punto principale la rivolta e la mia nuova paurosa libertà. Poiché essa è assai paurosa. Io mi uccido per mostrare la rivolta e la mia paurosa libertà.”
      Caro Giorgio, la mia lettura dell’interessantissimo brano tratto da “I demoni” di Dostoevskij mi porta ad una considerazione: in definitiva, nonostante le premesse deliranti di Kirillov, gli fa dire che salverà tutti gli uomini dal suicidio dimostrando che un ateo , che pensi di essere diventato lui dio in virtù dell’Arbitrio e libertà assolute di cui si è impossessato, è destinato all’autoannientamento. Praticamente il grande scrittore russo vuol dire che l’Arbitrio assoluto che ti fa credere di essere Dio è un autoinganno che porta al suicidio. Dimostrando questo in prima persona…si salvano tutti gli altri uomini. Infatti Kirillov dice:
      “con l’aspetto fisico presente, per quanto ho pensato, l’uomo non può fare a meno di Dio in nessun modo.”
      E questa interpretazione va d’accordo con il pensiero di Dostoevskij credente, dopo l’esperienza drammatica del nichilismo.

      • Mariella Colonna

        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21615
        Come è confermato da te, Giorgio Linguaglossa, nelle pagine seguenti:
        ” Ma per Dostoevskij portare a fondo il problema della morte di Dio significa ritrovare Dio, non lasciarselo alle spalle.” Il grande scrittore russo., però, vive drammaticamente questi stravolgimenti del senso della vita, non è un “credere” facile quello di Dostoevskij, tutt’altro: alla catarsi e alla “redenzione” i suoi personaggi arrivano dopo inenarrabilli crisi e sofferenze, guadagnando così il proprio riscatto. Anche per il loro autore, infatti, il ritorno a Dio prese corpo dopo un periodo drammatico in cui aveva vissuto il nichilismo sulla propria pelle, come tutti i grandi pensatori filosofi e poeti, tra cui Leopardi. In Leopardi il “riscatto”avviene attraverso la Poesia,amante riamata dal primo all’ultimo giorno della sua breve vita.

        • LA SPROBLEMATIZZAZIONE E LA SEMPLICIZZAZIONE DI TUTTI I PROBLEMI: LA DERIVA DELLA POESIA ODIERNA
          cara Mariella,
          https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21619
          Nietzsche scrive:

          «I tentativi di sfuggire al nichilismo senza trasvalutare quei valori: producono il contrario, acutizzano il problema». [Volontà di potenza VIII, II, 125]

          Del resto, lo stesso Nietzsche parlava dello «sviluppo del pessimismo in nichilismo». [VIII, II, 53]

          Ma è passato un secolo e mezzo da quando Nietzsche ha scritto quelle parole, oggi siamo andati oltre il «pessimismo», a mio avviso siamo entrati in una nuova landa dove ci sono solo radure, ma non la Lichtung di Heidegger ma le radure radure, non c’è più da dibattere se stiamo nel pessimismo attivo o in quello passivo, è intervenuta la tecnologia che ha apportato un immenso incremento al tasso di nichilismo nel quale siamo immersi, l’ampiezza del suo dominio è talmetne vasto che non abbiamo più il metro con cui misurarlo: i fondamentalismi si moltiplicano, il nichilismo si è diffuso anche in altre culture, quella islamica ad esempio con il suo pullulare di fondamentalismi… e cos’altro è questo se non una nuova e più aggiornata versione del nichilismo? Questo gigantesco dominio incontrastato del nichilismo è stato generato dalla metafisica, ma adesso che la metafisica è tramontata ci accorgiamo che esso prospera anche senza di esso, anzi, prospera ancora di più, un gelo universale è calato sugli uomini… sulle loro parole, sulla loro psiche… e chi non se ne è accorto…

          Qui non è più questione di «pessimismo» o di «ottimismo», qui è questione che le democrazie occidentali sono minacciate dai populismi e dalle semplificazioni e sproblematizzazione di tutti i problemi… Il post-contemporaneo è questo: il processo infinito di sproblematizzazione e di semplicizzazione di tutti i problemi, anche, ovviamente, quelli estetici, basta leggere le poesie di alcuni autori recenti anche acclamati, faccio un nome per tutti: ma la poesia di Valentino Zeichen non scaturisce da questa sproblematizzazione dei problemi estetici e non solo estetici? Per non parlare della schiera di migliaia di auto poeti che scrivono come mangiano, sproblematizzando e ridicolizzando tutto quello che toccano…

  15. DOSTOEVSKIJ E NIETZSCHE: IL NICHILISMO di Sergio Givone
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21591
    Quando Nietzsche lesse Dostoevskij, in traduzione francese – aveva ‘scoperto’ I demoni e L’idiota in una libreria di Nizza – l’impressione che ne ricavò fu fortissima. Arrivò a parlare dell’autore russo come di un ‘fratello di sangue’. Come se avesse riconosciuto in lui le sue stesse ossessioni. E forse addirittura qualcosa di più: ossia un certo stile di pensiero, per cui l’idea non è mai un’astrazione, ma sempre e soltanto una realtà incarnata, realtà vivente, realtà fatta persona.

    Da qui all’affermazione che sia per Nietzsche sia per Dostoevskij filosofia e letteratura sono strettamente imparentate, il passo è breve. Ma che cosa significa credere che il valore di verità di una certa tesi non è mai oggettivabile ma dipende da colui che se ne fa portatore? Che cosa comporta per Nietzsche specchiarsi in Dostoevskij e trovare per esempio che i suoi azzardi teorici si trovano già in personaggi dostoevskiani dal profilo ambiguo e inquietante?
    A questa domanda vorremmo poter rispondere sulla base delle note nietzschiane lasciate a margine dei volumi durante la sua frenetica lettura. Purtroppo queste note sono criptiche e per lo più indecifrabili. Si ha però conferma di quali potessero essere i contenuti in cui Nietzsche vide una sorta di anticipazione della sua concezione del mondo da parte di Dostoevskij. Tre in particolare: il superuomo, la morte di Dio e l’eterno ritorno (o istante eterno).

    Il superuomo

    Superuomo è Raskol’nikov, ma superuomo è, in senso anche più profondamente nietzschiano, Stavroghin, così come molti dei nichilisti che affollano i romanzi dostoevskiani. Con una differenza, però: mentre in Nietzsche il superuomo rappresenta l’uomo a venire, l’uomo del futuro, l’uomo al di là dell’uomo (tanto che si preferirà chiamarlo oltreuomo piuttosto che superuomo), invece in Dostoevskij questa pretesa di oltrepassamento dei limiti imposti dalla legge morale e dalla natura riprecipita l’uomo nella sua condizione non oltrepassabile. Per Dostoevskij niente rende l’uomo schiavo del male come l’illusione di porsi al di là del bene e del male.
    Raskol’nikov è la perfetta espressione di questa parabola umana. Se muove da una morale utilitaristica (è lecito uccidere, se dall’omicidio di uno solo si può trarre un vantaggio per molti altri), tuttavia egli non esita a giudicare miserabile e pretestuosa una giustificazione del genere. Solo un risoluto superamento del concetto di bene e di male giustifica il delitto. Proprio come nel caso del superuomo. Sennonché il superuomo ignora ciò di cui invece Raskol’nikov si rende perfettamente conto. Maligna e perversa è quella fantasia autoassolutoria. Il male trionfa quanto più è negato e cancellato. Invece il bene è umile e vuole il pentimento, vuole il riconoscimento della colpa.
    Insomma, in Dostoevskij c’è la teoria del superuomo e c’è anche la sua confutazione. Non a seguito di uno smantellamento critico-filosofico della teoria. Ma perché la teoria si rivela insostenibile non appena calata nella vita.

    La morte di Dio

    Lo stesso accade con la morte di Dio. In Nietzsche si tratta di un evento inaugurale, che apre una nuova era in cui l’uomo sarà affrancato dagli assoluti trascendenti e dagli imperativi categorici per essere restituito alla terra e ai suoi valori. Guai, secondo Nietzsche, a banalizzare ciò che sta accadendo. Bisogna invece pensare il processo di disincantamento a partire dalla sua origine e coglierne tutta la tragicità. Proprio come cerca di fare Dostoevskij (esemplare è il dialogo fra Myskin e Rogozin di fronte alla riproduzione di un celebre Cristo morto). Ma per Dostoevskij portare a fondo il problema della morte di Dio significa ritrovare Dio, non lasciarselo alle spalle.

    L’eterno ritorno

    Anche più densa di implicazioni la nozione di eterno ritorno, che rimanda non già all’idea classica del ‘grande anno’ in cui tutto si ripete sempre di nuovo ma all’idea moderna dell’istante senza passato né futuro, istante intemporale o eterno, come lo chiama Dostoevskij. Il quale attribuisce questa nozione a due personaggi molto diversi, il terrorista Kirillov e il santo monaco Zosima. Donde una alternativa: in Zosima l’istante eterno diventa il fulcro di un’esperienza mistica rivelatrice del senso ultimo di tutte le cose, in Kirillov al contrario lo stesso istante è quello della morte, anzi, del suicidio, cui conduce una macabra forma di follia.

    A sdoppiarsi dunque è la verità. C’è verità in Zosima e c’è verità in Kirillov. Ma la verità di Zosima getta luce sulla verità di Kirillov e ne mostra impietosamente l’aspetto sinistro e demoniaco. O quanto meno l’errore che si nasconde nel cuore stesso della verità.
    Questa dialettica è cosa della letteratura più che della filosofia. E certamente il fascino esercitato da Dostoevskij su Nietzsche dipende in buona parte dal fatto che Dostoevskij fosse uno scrittore e come tale si occupasse non di idee in quanto tali, ma di idee fatte persona. Ciò gli ha permesso non solo di anticipare alcune delle grandi questioni nietzschiane, ma di portare alla luce il loro lato oscuro e più problematico. La domanda a questo punto potrebbe essere: si è reso conto Nietzsche di aver a che fare non solo con uno spirito affine ma anche con un implacabile avversario?

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21606
    In un certo senso Nietzsche è un personaggio di Dostoievskj, l’aspetto più patetico del suo dramma è l’aver radicalizzato in forme estreme e psicotiche istanze e ossessioni che nel russo si riassorbono in dialettica integrazione tra ragione e fede. L’idea dell’eterno ritorno viene suggerita da Satana ad Ivan Karamazov, apparendogli nel delirio in cui precipita per il senso di colpa per aver indotto il fratellastro Smerdiakov ad uccidere il padre, facendogli credere che Dio non esiste e l’uomo è al di là del bene e del male. Ma questo io ipertrofico, sconfinato, privo di orizzonte e di senso, resta prigioniero di ogni atto di volizione come in una gabbia eterna:ogni gesto, ogni scelta l’ha decisa da sempre e la deciderà per sempre, l’arbitrio sottratto a Dio diventa una trappola in cui seppellisce ogni possibile libertà da se stesso. “Come sei noioso! – dice Satana – non cambierai mai!” La dannazione è questo perdere ogni parusia, fare del tempo e della volontà umana una artificiale prigione metafisica.
    Ma ogni lettura monosemantica di Nietzsche può essere confutata da un mutamento di prospettiva: perché il pensiero dell’eterno ritorno viene riferito dall’autore con sentimenti violentemente discordi, di terrore o di estasi, come scaturito da un demone terrificante o dal più grande Dio?
    Nella “Visione ed enigma” il pastore che morde e sputa la testa del serpente che lo sta soffocando, non sta con quel gesto spezzando il cerchio dell’eterno ritorno, introducendo un’altra eternità, quella che conduce alla definitiva liberazione e salvezza? Infatti ride con un riso d’inaudita bellezza, come un “trasfigurato”! Questo è un esplicito e inequivoco connotato cristologico.
    Non potremmo leggere Nietzsche liberandolo dalle aporie e psicosi da cui non è riuscito a liberarsi?
    In fondo ci induce a farlo col suo ultimo gesto: proprio lui che ha concentrato le sue ultime energie a combattere l ‘elemento fondamentale della morale cristiana, la compassione, perché responsabile di degradare la società in senso antidarwiniano, perché fa prevalere i deboli sui forti – l’ultimo gesto che compì prima di impazzire fu di abbracciare piangendo un cavallo che veniva frustrato a sangue, cioè si fece vincere dalla compassione!

    • MI SCRIVE IL POETA E FILOSOFO LUIGI CELI:
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21609
      – non sono convinto che la battaglia per una Nuova Ontologia Estetica debba passare per l’accettazione, piuttosto che per la critica del nihilismo. Amerei trovare il senso “ontologico” della poesia piuttosto che il suo “niente” nei dibattiti dell’Ombra. “Ontos” sta per essere, logos sta per discorso, mentre mi pare che si intenda bypassare la differenza tra Essere e Nulla, tra Nulla e niente, tra pieno e vuoto, tra ontologia e nihilismo… La cosa è pericolosa, già lo ha visto Nietzsche – “Il nihilismo è il più inquietante dei visitatori, sta fermo davanti alle porte”… Figuriamoci se gliele apriamo! Può accaderci di essere invasi irrimediabilmente dai lemuri del racconto poetico di Edith Dzieduszycka.

      Faccio notare umilmente che certi démoni non si possono evocare,

      senza pagarne nel tempo le conseguenze e su più piani. Quali? Per esempio, se non si accetta la differenza tra essere e nulla è impossibile fondare un’etica. Vi pare poco? Due guerre mondiali, i Campi di Sterminio, i Gulag, i morti per fame a causa del neoimperialismo economico, il terrorismo internazionale e le emigrazioni planetarie sono esempi che non c’è stata né ci sarà mai alcuna nietzschiana “Trasmutazione dei valori”; che la vera “Etica del risentimento” è quello degli ignavi che non fanno niente per gli altri, e svalutano chi si impegna, quella di chi, dopo aver affamato e sfruttato interi continenti, si permette di condannarne la rabbia, di non aprirsi agli ultimi della terra, agli espropriati di ogni umana dignità.

      Questo è nihilismo. Il nihilismo è insito nelle ideologie laiche assolutizzate del nazismo, del fascismo. Il nihilismo è la porta della guerra e di ogni abuso, di ogni discriminazione e violenza perché elimina ogni differenza assiologica, oltre che ontologica…

  17. Un caro amico, accorto poeta e filosofo, Luigi Celi, rimprovera la rivista di «accettare» il Nichilismo così com’è invece di «criticarlo».

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21608

    Ecco, devo dire che mi aspettavo questa mozione di sfiducia, ad essa posso solo rispondere che Noi abitiamo la nostra epoca, non possiamo non abitarla, Noi siamo nella nostra epoca come «ospiti» e «abitanti» e, in quanto tali, non possiamo respingere ciò che non ci conviene (il nichilismo) e accettare ciò che ci conviene (Ognuno può riempire questa casella come vuole, mettendoci quello che vuole). Per me che provengo (anche) dalla scuola di Francoforte è ovvio che pensare significa pensare criticamente ma non posso parcellizzare il pensiero e dirgli: «e caro, qui no, qui devi lasciar passare e qui invece devi rimuovere quest’ospite indesiderato», perché questo modo di procedere sarebbe una violazione del principio della ubiquità de mio pensiero critico. Io devo semmai rivolgere la mia critica all’essenza della mia epoca, ma non posso uscire fuori della mia epoca mediante un atto di volizione, perché rimarrebbe una mera petizione di volontà e sarebbe innocua, rimarrebbe inoperativa.

    Che cosa vuole dire il poeta Paolo Valesio in questa poesia?

    Da La rosa verde (1987) contenuta in Il servo Rosso / The red servant Poesie scelte 1979-2002, puntoacapo, 2016

    Vedi?
    Qui c’era una bella prigione

    La gabbia era dorata era sospesa
    e sotto: Terra terra terra, vola!
    Una prigione dorata? Magari …
    (« la dorata prigione del vizio»,
    disse un papa al bambino nell’udienza;
    e quel sottile, quell’eretto e bianco
    offriva — non già la salvezza
    ma la speranza di una nobiltà
    a lui plebeo confuso che guardava).
    Ma qui non c’è l’oro matto del vizio;
    nemmeno l’oro puro della gioia.
    È solo la indoratura
    della umana ragione.
    Adesso l’aurea crosta si è staccata,
    e tra le sbarre della gabbia fradicia
    la scimmia del pensiero è ormai fuggita.

    (Piazza del Duomo, Milano)

    [Il «frammento» è il luogo privilegiato in cui si mostra la modernità.
    Il frammento è la dimora dell’Estraneo. La patria ideale dell’Estraneo è il frammento.]

    Ma che cosa vuole significare la metafora della «bella prigione»? E della «gabbia dorata»? E perché il «papa» rivolge la domanda a un «bambino» in «udienza»?
    Dopo la chiusura dell’inciso messo tra le parentesi tonde si dice qualcosa di decisivo, che «È solo la indoratura / della umana ragione.»

    Dunque, la ragione umana è solo una «indoratura» che non può adire al «vero» del messaggio che il «papa» vuole comunicare. Ma il «papa» comunica il messaggio a un «bambino», perché scevro, nella sua innocenza, dal male e dalla inautenticità degli uomini; gli uomini sono banditi dal messaggio, vengono esclusi perché incapaci o impossibilitati ad accedere alla verità del messaggio…

    Però, però… gli ultimi tre versi lasciano adito ad una speranza, perché

    Adesso l’aurea crosta si è staccata,
    e tra le sbarre della gabbia fradicia
    la scimmia del pensiero è ormai fuggita.

    Adesso, dopo le parole del «papa» (che però nella poesia non sono riportate), adesso che la «scimmia del pensiero è ormai fuggita», forse soltanto adesso il parlare diventa valore, la parola può essere profferita.

    E questo che cos’è se non la tematica onniavvolgente del Nichilismo della nostra epoca vista dall’angolo visuale di un poeta che crede?

  18. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21612
    Ultrafilosofia di Leopardi ( III parte)

    “La natura crudel, fanciullo invitto,
    il suo capriccio adempie, e senza posa
    distruggendo e formando si trastulla”. (Palinodia 170-172)

    Vengono da sé alla mente i detti di Eraclito:
    «Giochi di fanciulli… E’, l’Evo, un fanciullo che gioca, smuove i pezzi. Un regno di fanciullo.» (DK 70 )
    Li rileggiamo in Nietzsche.
    «(…) come quando da Eraclito l’Oscuro la forza che forma il mondo viene paragonata a un fanciullo, che giocando sposta qua e là pietre, e distrugge i mucchi di sabbia che ha edificato.» (DGT 24)
    Li sentiamo riecheggiare in Rimbaud:
    «Plus sourd que les cerveaux d’enfants» (Le bateau ivre)
    Il disteso fraseggio si attaglia al caso e lo illustra bene. Ma meglio evitare i frullati, considerando che Leopardi detesta ogni volontà di potenza, e neppure nutre alcuna ambizione nel genere dionisiaco zarathustrico. Non ricerco neppure una notizia di Eraclito che Leopardi possa, sebbene possa,avere captato perché l’esperienza di bambini a quel modo vivaci è comune.E’ difficile non avvertire un timbro eracliteo in un pensiero rigoroso o meno, razionale o patetico che sia,dove la nozione di ‘instabilità’ è tanto e continuamente palese; è altrettanto difficile riscontrare una nozione di armonia invisibile, migliore rispetto a quella visibile, nel genere di quella che Eraclito ha.
    In altri luoghi Leopardi ricorda con simpatia fanciulli vispi come uccelletti, che strillano lietamente e saltano in piazza. Ma racconta anche di:
    “Quando fanciullo, nella buia stanza,
    per assidui terrori io vigilava” (Le ricordanze 53-54)

    Che cosa temevano i suoi assidui terrori? Rivale prossimo e pericoloso di un fanciullo è un altro fanciullo.
    Leopardi nella buia stanza vegliava terrorizzato davanti al fanciullo crudele, la sua stessa «natura umana».

    (Frammenti tratti da «Nuovi Scritti di Estetica – La rosa e l’alloro» di Francesco Piselli)

    Gino Rago (a cura di)

  19. Ottimo lavoro. Non mi pare però che Leopardi sia dimenticato. In quanto al “ritorno all’ordine” quale ordine? Quello degli endecasillabi?

  20. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21617
    Il mio plauso, la mia ammirazione, la mia intensa gratitudine vanno a tutti i commenti, da Mariella Colonna e Antonio Sagredo a Salvatore Martino e Roberto Bertoldo, da Guido Garufi e Letizia Leone
    a Luciano Nanni, a Carlo Livia ed Egilla rosabianca Kartine, ( compresa la
    “mozione di sfiducia” di Luigi Celi), per il combustibile d’alto potere calorifico
    che hanno saputo immettere nella caldaia leopardiana ad elevata temperatura, caldaia magistralmente avviata dal saggio colto e icastico di Franco Di Carlo e alimentata senza posa dagli interventi dotti e pertinenti di Giorgio Linguaglossa. Sommando saggio + interventi + commenti si ottiene
    una pagina dalla quale non si potrà più prescindere per un prossimo dibattito-incontro su/ con la lirica italiana del Novecento, con le sue luci (rare)
    e le sue ombre (tante. Anzi, troppe..).

    Dal mio canto, non posso fare a meno di rammentare, ( in primis a me stesso), che il saggio di Franco Di Carlo è una sintesi, ottimamente confezionata, ma pur sempre una sintesi, di quello che per me rimane uno dei saggi fondamentali in materia di poesia italiana e che Franco Di Carlo
    congedò sul finire degli anni ’80: “Leopardi fra ‘800 e ‘900” per i tipi
    EDISUD di Salerno.

    Accanto al lavoro critico-storico dicarliano devo collocare un altro lungo
    saggio, zeppo di dottrina e costola diretta di quello che conoscemmo come
    ‘Manifesto della Nuova Poesia Metafisica’, siamo nel 1995, (un documento teorico atto a indicare un mutato clima spirituale, da un lato, e la necessità
    di uno sforzo teorico volto a uscire dalle secche della fine del ‘900,
    dall’altro). Quest’altro esercizio ermeneutico è “Dopo il Novecento –
    Monitoraggio della poesia italiana contemporanea” di Giorgio Linguaglossa.

    Armati, sul piano della richiesta, dovuta dottrina, dei due libri, l’uno di Franco Di Carlo, l’altro di Giorgio Linguaglossa, l’ approccio al Novecento lirico
    italiano può aspirare a farsi ‘consapevole’ quel tanto che basta per gettare
    per sempre alle ortiche i dilettantismi, le improvvisazioni, i pressappochismi
    che non hanno mai giovato – né giovano – a nessuno nel processo al ‘900.

    Perché, qui e ora, la parola d’ordine è severa e capace di chiamare ogni
    poeta e ogni critico ad un’assunzione di responsabilità impegnativa e
    ineludibile: uscire dal Novecento, nel superamento definitivo delle crisi
    delle poetiche novecentesche di riformismi deboli, di epigonismi, di minimalismi, e ripartire dal punto zero della poesia.

    Gino Rago

    • Mariella Colonna

      La tua analisi è ineccepibile, Caro Gino Rago: io sono giunta alle tue stesse conclusioni:
      è arrivato il momento di “uscire dal Novecento, nel superamento definitivo delle crisi delle poetiche novecentesche di riformismi deboli, di epigonismi, di minimalismi, e ripartire dal punto zero della poesia.” Io aggiungerei: e ripartire dal punto zero della poesia e della vita, mettendo a frutto la complessità delle esperienze fatte durante il cammino.
      La tua passione per la cultura va di pari passo con la passione per la Poesia che è tutt’uno con la vita: sei un esempio unico di coerenza e di entusiasmo e la tua spinta alla NOE CI FA USCIRE IN MARE APERTO, SEMPRE AL SEGUITO DEL NOSTRO CAPITANO GIORGIO e degli altri grandi esperti in materia! Grazie a tutti!
      Mariella

  21. Grazie a Franco Di Carlo per l’articolo: ci porta a affondare la lama del pensiero un po’ oltre i limiti dell’oggi sfuggente.
    E, poiché è con Ungaretti che prende il La l’articolo, poiché un’eco mi risuonava in testa, è giusto raccontare come la sua lezione arrivò (e venne apprezzata, e interiorizzata) anche dai poeti greci. Elytis scrive su Ungaretti: “La misura della forma e il tono persuasivo della sua voce mi fanno pensare che sia riuscito nella difficile impresa di conciliare l’espressione moderna con ciò che potremmo definire ‘andamento’ o ‘respiro’ del verso italiano tradizinale”.
    E continua poco oltre: “E sono sicuro che le generazioni future avranno un debito di riconoscenza per (…) aver spezzato l’arredo della civiltà meccanica contemporanea”.

  22. Partendo dal punto zero, a suicidio mai avvenuto da parte dei nichilisti vari, va da sé che si guardi in direzioni assai distanti dalla sede del cristianesimo. Quindi ai paesi del nord Europa, che in fatto di nichilismo han tradizioni ormai consolidate: scrittori come Ibsen, filosofi come Kierkegaard, registi come Bergman, pittori come Munch o prima il paesaggista Peder Balke, hanno lasciato il segno. Ma un taglio netto l’han dato artisti più recenti. Meglio così, se in Italia il nichilismo trovasse nuove maniere di farsi scienza e conoscenza, e invogliasse a sperimentare l’esistenziale senza sensi di colpa. Come Adamo, prima che il suo autore lo precipitasse in questa tragedia.

  23. antonio sagredo

    e per finire in bellezza alcuni versi di Majakovskij, che in linea con Sagredo fin dagli anni ’10 del secolo scorso, poté scrivere :
    ..—-
    Glorificatemi!
    Non sono pari ai grandi.
    Sopra tutto ciò che fu fatto,
    pongo il mio nihil.

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?

    Che sono i libri?

    Io,
    che ho la bocca più d’oro di tutti,
    e di cui ogni parola
    rigenera l’anima,
    e festeggia il corpo
    vi dico:
    il più piccolo granello di un vivo
    è più prezioso di tutto ciò che farò e che ho fatto!

    Ascoltate!
    Profetizza,
    agitandosi e gemendo,
    l’odierno Zarathustra dalle labbra urlanti!

    (d a la nuvola in calzoni, 1914-1915)
    …………………………………………

    È il mondo dei libri che più non mi sostiene,
    le origini del suo tragitto eretico
    e quel volere infame una deriva riciclata
    nelle mie stanze scellerate.

    ì(2007)
    —-

    Dovrei scrivere una lettera ai profeti: “Leggete prima della mia Vita!”
    Senza confini, né limiti, né libri o altro, senza specchi!

    (2013)Il congedo stornava l’unità degli affetti.
    I libri erano pronti alla morte nella casa registica.
    Già l’immortalità per il poeta faceva l’occhialino:
    voleva tutti i libri per sé, come se le mie orme segnassero
    soltanto sulle strade dei grandi il mio passaggio.

    2014
    —-
    la fine del Libro è il Libro della Fine

  24. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21630
    Leopardi di certo respirava l’aria del suo tempo (il sensismo, le teorie del piacere settecentesche, l’illuminismo, oltre ai pensatori e scrittori classici, greci e latini); il celebre idillio: “L’infinito” forse deve qualcosa a Rousseau ma anche a Pascal. Nello Zibaldone ci sono poi altre interessanti e illuminanti considerazioni (e intuizioni) sull’infinito. Ma restiamo al testo poetico, dove brillano un uso sapiente dell’enjambement e della deissi (soprattutto spazio/temporale)… Non mi pare che sia fatto fuori il soggetto: il testo è tutto giocato su opposizioni: questo/quello (con una finezza, verso la fine), interiorità e immaginazione (io nel pensier mi fingo, cioè immagino) VS dato reale e paesaggistico. Tuttavia, a parte queste note tecnico poietiche, non credo che uno che scriva «L’infinito» (ed altri, come: «Alla sua donna»: «Cara beltà che amore / lunge m’inspiri»; o in «Sopra il ritratto di una bella donna…»: «Desiderii infiniti / e visioni altere / crea nel vago pensiere, / per natural virtù, dotto concento»; o il «Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia», etc…) possa stare «comodamente» nell’ abito nichilistico, o nella vulgata del pessimismo che circola, non so da quanto, nelle scuole (altro che novità!). La «sublimità del sentire», le domande vertiginose di Leopardi sono l’espressione della sproporzione tra l’io (come desideri, emozioni) e la realtà del mondo vasta ma cinica e deludente…
    Ma l’ultimo verso che ho citato dice questo: che il dotto concento (cioè una armonia musicale suonata da mani esperte, in contrasto con il «discorde accento», qualche verso dopo) per virtù naturale (cioè non imitando la natura, come in altre arti, ma generando il sentimento nell’ascoltatore, per virtù intrinseca) crea desiderii infiniti nel pensiero vago.
    Sono illusioni? Dolci inganni? Esaltazioni (nel senso etimologico del termine) e sogni? Il desiderio dell’uomo è spalancato all’infinito perché l’uomo è rapporto con l’infinito (su questo, sarebbe stato d’accordo Leopardi?).
    Perché la trascorsa bellezza della donna del monumento sepolcrale e l’armonia musicale generano sentimenti così alti? Perché la materia, fragile e caduca, (la realtà) suscita un vago presentimento di immortalità, di eterno e di infinito che poi si dileguano al cospetto di ossa e fango? «Misterio eterno / dell’esser nostro…».
    Il nichilismo, la negazione di Leopardi sono posticci e cerebrali perché lui abitava (ed essi abitavano) il suo tempo (a cominciare dal sensismo). Il cuore (in senso biblico) di Leopardi (ma anche di ogni uomo, in ogni tempo e a tutte le latitudini) non sono fatti per il «solido nulla»… Altrimenti, si lascerebbero le pagine in bianco, forse più eloquenti di ogni parola…
    è un po’ come trovarsi nella penombra: se volgi le spalle alla luce, dici che la penombra va verso l’oscurità; se ti volgi verso la luce, capisci invece che essa spiega anche l’esistenza della penombra… Nel posizionarsi, si gioca la libertà umana…
    Una curiosità: forse via Sainte-Beuve, c’è una poesia di Laforgue che è quasi un plagio de: “La sera del dì di festa”… Due poeti lunari, comunque…

    • Mariella Colonna

      Andrea Margiotta, in perfetta sintonia con le tue osservazioni su Leopardi:
      “Il cuore (in senso biblico) di Leopardi (ma anche di ogni uomo, in ogni tempo e a tutte le latitudini) non sono fatti per il «solido nulla»… Altrimenti, si lascerebbero le pagine in bianco, forse più eloquenti di ogni parola…”
      Se parliamo del “nulla” lo abbiamo già lasciato alle nostre spalle…

  25. valerio pinotti

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21643
    “Il nihilismo è insito nelle ideologie laiche assolutizzate del nazismo, del fascismo” : così scrive il “poeta e il filosofo” Luigi Celi…
    vorrei ricordargli che senza l’aiuto dei cattolici mai il fascismo e il nazismo sarebbero andati al potere, e dimostrarono per l’ennesima volta che entrambi sono i figli perversi del cattolicesimo… vorrei ricordargli che “le guerre sono il fallimento di tutte le religioni”… vorrei ricordargli per il cattolicesimo come per tutte le restanti religioni che i delitti di vario genere sono l’asse loro portante della loro esistenza terrestre… vorrei ricordargli che… senza fine…
    “ideologie laiche” ? questo si che è comicamente tragico!

  26. IL NICHILISMO COMPLETO E IL NICHILISMO INCOMPLETO
    gentile Valerio Pinotti,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21647
    vorrei riportare il discorso in un contesto filosofico, che è propriamente il luogo dove noi possiamo discettare sul nichilismo. Pensare che soltanto «le ideologie laiche assolutizzate del fascismo e del nazismo», come afferma Luigi Celi, rientrino nella legalità del nichilismo, è un pensare parziale e fuorviante; in realtà tutte le manifestazioni spirituali e politiche di questi ultimi due secoli rientrano di diritto nel nichilismo come quadrante della storia occidentale degli ultimi due secoli (e io direi anche della storia non occidentale). Infatti, Heidegger scrive:

    «Il nichilismo è storia. Nel senso di Nietzsche esso contribuisce a costituire l’essenza della storia occidentale, poiché contribuisce a determinare la legalità delle posizioni metafisiche di fondo e del loro rapporto. Ma le posizioni metafisiche di fondo sono il terreno e l’ambito di quella che noi conosciamo come storia mondiale, specialmente come storia occidentale. Il nichilismo determina la storicità di questa storia.»1]

    Credo sia inutile e pleonastico e filosoficamente inessenziale fare il processo al nichilismo, come se noi ne stessimo fuori, fossimo giudici imparziali che emettono una sentenza. Purtroppo, le cose non sono così semplici, non c’è il male da una parte e il bene dall’altra, non è possibile dividerli con un colpo di forbice filosofica o, peggio, politica, o, peggio ancora, religiosa…

    Che il nichilismo investa in qualche modo anche la letteratura e la poesia, in ciò non ci vedo un pensiero così estremistico…

    Poi, scrive Nietzsche, c’è «Il nichilismo incompleto, sue forme: noi viviamo in mezzo.
    I tentativi di sfuggire al nichilismo senza trasvalutare quei valori: producono il contrario, acutizzano il problema» (n. 28 [VIII, II, 125]), uno stato di «sospensione» (come lo chiama Heidegger «nel quale i valori finora validi sono stati deposti e i nuovi non ancora posti»).2]

    M. Heidegger Nietzsche, Adelphi, 1994, p.613
    2] Ibidem, p. 613

    • Mariella Colonna

      “Poi, scrive Nietzsche, c’è «Il nichilismo incompleto, sue forme: noi viviamo in mezzo.
      I tentativi di sfuggire al nichilismo senza trasvalutare quei valori: producono il contrario, acutizzano il problema» (n. 28 [VIII, II, 125]), uno stato di «sospensione» (come lo chiama Heidegger «nel quale i valori finora validi sono stati deposti e i nuovi non ancora posti»).2]
      M. Heidegger Nietzsche, Adelphi, 1994, p.613”
      Credo anche io che Il nichilismo incompleto non abbia ragione d’esistere. Lo viviamo, lo sperimentiamo in noi stessi e negli altri. Ma da qui a fermare la storia del pensiero al nichilismo c’è un paradosso da superare: il nichilismo integrale richiederebbe il silenzio, la stasi, perfino il suicidio, se non fisico, almeno psicofisico, quel lasciarsi vivere che è in realtà un lasciarsi molrire lentamente. Parlare del nichilismo equivale comunque a superarlo, ad una contraddizione in termini: se è il nulla a dominare su tutto IL NULLA COINVOLGE E ANNULLA ANCHE SE STESSO.
      La poesia ci riporta sulla strada percorsa dai primi filosofi greci: dobbiamo ricominciare ad interrogare noi stessi, la natura e gli altri con una nuova consapevolezza conquistata anche attraverso il nichilismo: cultura è porre interrogativi e tentare di rispondere. ognuno con le proprie forze e le proprie idee, confrontandole con quelle degli altri.. La NOE è una grande occasione per tentare d’ inventare un nuovo mondo migliore di quello che c’è e che ci ha (quasi) distrutti….grazie a MADONNA POESIA.

  27. Proprio adesso, leggendo una traduzione di Paolo Statuti di una poesia di Andrzej Titkow, ho scritto questa, diciamo, poesia:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21649
    Giorgio Linguaglossa
    Backstage tra Amleto, il Signor K e un terzo personaggio

    – Amleto, dov’è Polonio?
    – A cena.
    – A cena? dove?
    – Non là, dove egli mangia, ma là, dove mangiano lui.

    – E tu che fai? [rivolto ad un terzo personaggio]
    – Sto qui con la servitù.
    – Prepari i cibi?
    – Preparo le vivande.
    – Prepari le stoviglie?
    – Asciugo le forchette, lavo i bicchieri, affilo i coltelli.
    – È tutto a posto?
    – Sì.
    – Bene, allora la commedia può iniziare.

  28. Mariella Colonna

    …che cominci allora! Gli spettatori-attori sono pronti all’ascolto-attivo!

  29. … ma, cara Mariella,

    IL PROBLEMA è IL «NULLA», QUESTO NOSTRO COMPAGNO DI VIAGGIO CHE VOI TUTTI, VOI CREDENTI, DICO VOI INTENDENDO TE E IL FILOSOFO LUIGI CELI E ALTRI molti… credono di poterlo esorcizzare dicendo che se nominiamo il nulla esso è già alle nostre spalle! Ma, cara Mariella, se fosse così sarebbe facile sbarazzarci del «nulla»! Ma noi non dobbiamo esorcizzare il «nulla», perché così ci comporteremmo come bambini che, avendo paura del buio lasciano tutta la notte la luce accesa… ma non è questo il modo migliore per risolvere il problema. Io sono del parere di Nietzsche e di Heidegger, che il nichilismo, l’ospite inquietante, è già qui tra di noi da molto tempo e non serve a nulla metterlo alla porta… guardiamoci attorno: il presidente americano Trump, il riarmo degli Stati Uniti, l’interruzione unilaterale degli accordi sul clima da parte di Trump, il populismo e la demagogia in Europa, della destra italiana, il populismo e la demagogia (di segno contrario) dell’estrema sinistra, l’immigrazione in Europa di popoli affamati e terrorizzati dalle guerre, il fondamentalismo dell’ISIS, il terrorismo diffuso, la rottamazione della cultura…
    devo continuare? Siamo già al primissimo ATTO della Commedia!

  30. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/08/il-problema-leopardi-il-grande-dimenticato-nel-rapporto-con-la-poesia-del-novecento-lettura-di-leopardi-da-ungaretti-agli-ermetici-la-ronda-de-robertis-cardarelli-la-restaurazione-umberto-sab/comment-page-1/#comment-21664
    Adeodato Piazza Nicolai
    TU LUNA

    Lassù come ti senti?
    Sverginata allunata
    calpestata espropriata
    sembri perfino dimagrita.
    Cosa direbbe Leopardi?
    Scivolerebbe forse
    una lacrima
    sulle sue guancie?
    Non saprei dire ma soffro
    una pena infinita…
    Se fossi un barbone
    itinerante ti amerei
    con occhi sognanti
    però non lo sono.
    Spreco così
    parole malconcie
    a lenire un poco
    questa ferita.

    ©2017 Adeodato Piazza Nicolai
    Vigo di Cadore, 13 luglio, ore 5:00

  31. Giuseppe Talìa

    A proposito di luna, eccone tre scritte parecchi anni fa.

    La prima, calza a pennello a proposito degli ultimi atti vandalici commessi all’istituto Falcone (e tutti questi “strani” roghi che bruciano in Campania, in Calabria, in Sicilia ?)

    Morto il chiarore
    la luna incanutita
    rotola giù e si scioglie
    come un’aspirina

    S’acquieta il fragore
    nell’aria ammutolita
    si ferma sulle soglie
    e scoppia come mina

    E’ strage nel furore
    la Torre dei Pulci ferita
    Roma Milano le spoglie
    e quel sospetto che affina.

    La seconda, una luna che si specchia nel danno ambientale.
    Dove sei?
    In fondo a quale pozzo
    Galleggi nel percolato?
    Un cerchio di luce ! Morta?
    Uno spicchio
    Forse specchio
    Madre?
    Faccia butterata
    Inguaribile
    Cuore di lupo
    Con ciaspole e piccone
    Il biancore di neve
    Candrama
    Forgi il falcetto
    Mieti i gambi storti.

    La terza, un primo quarto (di luna)
    una
    sono una
    non certo trina
    mi vesto di crinolina
    e cresco da notte a mattina
    deambulante dea creta dell’universo
    sono la luna di quando crescono le fragole
    la luna di quando i cervi perdono le corna
    minimo falcetto lievito nel sommerso
    madreperla nell’immenso concesso
    e porto fortuna porto sfortuna
    sono di fiume e di laguna
    nel cielo di china
    non sono trina
    sono una
    una

    Quest’ultima la dedico a Mariella Colonna.

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