Roberto Bertoldo:  Pensieri sul Nichilismo, Il Nullismo come nichilismo non assiologico – Donato Di Stasi: La poesia è senza destino? (Aforismi & Insolenze) – Letizia Leone, Due poesie in tema di Nichilismo

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Roberto Bertoldo

 

Il nichilismo non corrisponde al nulla ma all’invariabilità. Non è quindi attestabile.
Il mondo non è una prigione, lo diventa se gli si inventano finestre dietro alle quali si mette il paradiso terrestre. Senza false finestre il mondo non ha limiti.
Il guardare verso e attraverso finestre che non c’erano
ha reso il mondo un locale impolverato di egoismi, colmo di scope fasulle
con proprietà terapeutiche improbabili.
L’uomo deve quindi badare da sé una volta per tutte al proprio mondo.
[…]
Il nullista è un nichilista per il quale solo ciò che è immutabile, ovvero la sostanza della materia, è eterno e che comunque tratta da eterno ciò che sa mutabile, ossia le forme della materia. Il nichilista tout court è privo di questo prometeismo.

(Roberto Bertoldo Nullismo e letteratura, 2011)

 

Pensieri sul Nichilismo

«Il mio nichilismo ontologico è in sintonia con quello di Giacomo Leopardi, ovvero che la materia si annulli o non si annulli mai il suo scopo ultimo è comunque il nulla, essendo per Leopardi l’infinito uguale a nulla. (…) Tuttavia, a questo nichilismo non accodo un nichilismo assiologico, così come non fa Leopardi e chiamo “nullismo” questo nichilismo non assiologico (…)

Il nichilismo, ieri inconsistente, oggi è impraticabile. Il nichilismo è stato un errore ottico della cultura newtoniana, ossia moderna, ed è oggi, in più, un’ingenuità, peggio: un’evasione dall’epistemologia e dai risultati gnoseologici odierni. I nichilisti, oggi, non sono solo in errore, ma rifiutano il compromesso insito nella loro stessa apertura metodologica alla conoscenza, intesa come illuminazione dell’assurdo. I nichilisti di oggi non stanno al passo con i tempi, tempi di scienza indeterministica e di neomaterialismo. (…)

Il nullista è un nichilista per il quale solo ciò che è immutabile, ovvero la sostanza della materia, è eterno e che comunque tratta da eterno ciò che sa mutabile, ossia le forme della materia. Il nichilista tout court è privo di questo prometeismo.» (Roberto Bertoldo, Nullismo e letteratura, Mimesis 2011, pp. 11, 23, 27)

«La metafisica è il nichilismo, sostiene Heidegger. Bene, ma che ce ne facciamo dell’Essere, che egli tenta di salvaguardare, se non per riqualificare l’Ente? Che ci importa di salvaguardare l’Essere se torniamo a mettere in secondo piano l’Ente? Certamente abbiamo dimenticato l’Essere, ma solo perché l’abbiamo portato nell’azione, di cui ci siamo fatti mallevadori. L’Essere, e la morte in esso dell’Ente, ovvero il Niente – l’Essere è giustamente per Heidegger il Ni-ente, il non Ente –, che però dà l’Ente, si dà in Enti, Forme o Essenti; l’Essere, la sua emersione, serve solo come memoria del nostro destino (…). L’Essere è tale come continua entificazione e il suo dinamismo rappresenta solo una compresente tendenza alla nientificazione per rientificare. (…)

Per Heidegger, il Nichilismo è l’oblio dell’Essere; per me è invece l’oblio dell’autenticità dell’Ente, l’oblio della singolarità. Il richiamo all’autenticità nella lotta titanica contro il nulla non ha un intento etico e non è neppure fatto a favore di quel disvelamento dell’Essere di cui parla Heidegger, ma è per mantenere spessore al fenomenico, per rafforzarlo.

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Roberto Bertoldo, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Rafforzare l’Ente, la sua individualità, mediante la riattivazione della singolarità, ossia della sua totalità, è anche il progetto di Heidegger contro la “deiezione”, ma io non mi spingo fino a pormi “la questione della verità dell’Essere”, essa è esclusa dalla mia gnoseologia che ha possibilità ben più ridotte e si accontenta tutt’al più di ipotesi. È questa verità, o meglio la stessa gnoseologia, a essere metafisica – ripeto: niente di male, ma sono i filosofi oggi a criticarla quando basterebbe assumerla con riserva. (…)

Porre i fondamenti nell’io empirico e nella sua relazione/comprensione storico-sociale, come fa Dilthey, è corretto. Ed è pure corretto perché la stessa introspezione si fonda sulla storia, ma non sosterrei che “l’uomo si conosce soltanto nella storia, non mediante l’introspezione [cors. mio]”, in quanto si darebbe l’impressione di svalutare l’apporto della coscienza umana nella civilizzazione.

Il fenomenismo di Dilthey tenta un’ascesi gnoseologica nell’ambito del relativismo; questo suo progetto necessita, a mio avviso, di ampliare l’a priori kantiano – e non di eliminarlo in quanto l’apporto categoriale è inevitabile – facendoci entrare l’inconsistenza, l’ipotetico, la volontà e l’affettività, e di abbandonare l’ambizione epistemologica di Husserl. Il risultato è il fallimento gnoseologico nell’ambito del determinismo, come infatti Dilthey prospettava nella sua “Conclusione sull’impossibilità dell’atteggiamento metafisico del conoscere”. La connessione tra natura e pensiero è un esito inevitabile del determinismo gnoseologico e della sua metafisicità, ma le difficoltà riscontratesi nella meccanica quantistica hanno prodotto un conoscere limitato dalla sua stessa ambizione sperimentale. Questo conoscere indeterministico esula dalla pura ragione e assorbe nei suoi fondamenti i procedimenti sintetici, vale a dire le ipotesi, accettando il fatto che la loro proiezione analitica non è in grado di superare “la relatività dell’ambito di esperienza”. (…)

laboratorio 8 marzo Donato di Stasi

Laboratorio di poesia Libreria L’Altracittà, Roma, 8 marzo 2017, Donato Di Stasi

Donato Di Stasi

La poesia è senza destino? (Aforismi & Insolenze)

 Apertis verbis. Un poeta con un conto in banca difficilmente troverà il tono giusto.

Ibis redibis ecc. Nell’attuale battaglia antiumanistica quale prezzo siamo disposti a pagare?

L’importanza di essere onesti. I poeti scrivono per i critici, al massimo per i loro sodali, mai per il pubblico, salvo poi elevare ipocriti e lamentevoli peana alla mancanza di lettori.

Portrait of a young poet. Non glossatore, ma lettore crudele. Non macchina da lettura, ma feroce custode del gusto. Non professore e catalogatore di idee e opinioni altrui, ma dispensatore di veleno e di fiele.

A communi observantia  recedendum est.  Scrivere versi è ancora un’emancipazione, o è disastrosamente inattuale, se non passatista?  Perché continuare a scrivere versi che non saranno letti da nessuno?

Tragicommedia dei neofiti. Non datevi alla poesia, se non avete l’ardire di sbriciolare il mondo.

Poetam secreto lauda, palam admone. Chi scartabella i testi poetici attuali, non può che riscontrare spreco di cultura, di carta e di pixel. L’economia delle parole è affidata all’estro e non a un rigoroso progetto linguistico-stilistico; la transitorietà rimanda a desueti ricordi umanistico-arcadici e non all’essenza perentoria del nostro vivere; la contraddizione, infine,  risente ancora dell’anacronistico e ottimistico schema hegeliano, come se la ventata gelida del pessimismo deleuziano, in termini di irrisolvibilità dei concetti, non fosse mai passata sulle nostre teste.

Abyssus abyssum invocat. Se potessero dannarsi l’anima e vendere qualche copia, i poeti si farebbero volentieri chiudere nella gabbia dorata della mercificazione, slegandosi da qualsiasi esigenza di progresso spirituale e materiale della società.

Arbore deiecta, quivis ligna colligit. I tre capisaldi della storia letteraria italiana: letargo, controriforma, arcadia. Per una serie di ragioni politiche e culturali (divisione della penisola per tredici secoli, arretratezza linguistica, elitarismo del ceto intellettuale), la letteratura del Bel Paese risulta, fra quelle europee, la più chiusa e la più povera di radici popolari. Ergo un pubblico della poesia non è mai esistito.

Ex plurimis. Il torto e la ragione non stanno in nessun caso da una parte sola. La poesia, no. La trovi solo dalla parte del torto, della mancata gentilezza, dell’antagonismo più furioso, della sincerità più disarmante.

Amantes amentes. Ciò che in poesia non è intenso, è privo di valore, non esiste.

Nihil gignit nihil. Il Nulla staziona dentro di noi. Da questa scoperta abissale ha inizio la poesia.

Cupio dissolvi. Come altre parole di moda adoriamo il nichilismo, nel quale, però, a forza di negazione e distruzione la società si dissolve e con essa il linguaggio.

La sezione aurea. Composizione o decomposizione. Qual è il nostro destino? Che accade quando lo spirito cede sotto i colpi ripetuti e ben assestati del materialismo più seducente, ovvero il ciclo infinito di produzione-riproduzione-consumo?

Osiamo ancora fidarci dei poeti?

Ipotesi a) Leggere Gottfried Benn è come sognare un funerale da un’altra vita a questa. Ipotesi b) Di fronte alle Illuminazioni di Rimbaud un pugnale luccica nelle nostre mani. Il pugnale di Abramo che ha ucciso Isacco. Ipotesi c) Amleto e Macbeth, due inesausti pensatori. Hanno detto nelle loro tragedie quanto ci sarebbe da attendersi da ogni testo poetico.

Exeunt. L’aspetto più lucido e spedito del pensiero poetico: togliere l’etichetta di schiavi e di gregge a una componente sociale.

(Nereidi, sotto la costellazione del cane)

Onto Letizia Leone

Letizia Leone, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Letizia Leone

Due poesie in tema “Nichilismo”

I

Non era terra. Era farina nera
dell’Impero scartata
allorché scavarono la galleria.
Qualche chicco calcareo strozzò la pinza.

Tutte le macchine del cantiere, allora,
si incepparono
nel dolore. Perché anche l’uva
rinvenuta ha un sottosuolo
di crateri e nodi.

Quel vino spento
lubrificò gli attrezzi
nel fianco chiuso dell’enorme sasso.

Polverizzata roccia
terra barbara
e denti d’oro
voltolarono
all’avviamento dei compressori.

II

Sacchi di sale.
Sacchi amari e calce bianca dirompente
Per costruire i solidi che credevamo
Monumenti.

Qualcuno o qualcosa ancora lavora
Alla salatura dei sassi. Ad allineare
I ciottoli bianchi asciutti
il suono raggelato di meteoriti marine.

Ma chi sfracella la pietra
(astrale inerte fisarmonica)
non sa che fu stata una cetra.

Werner Aspenström e Bertolt Brecht

Roberto Bertoldo nasce a Chivasso il 29 aprile 1957 e risiede a Burolo (TO). Laureato in Lettere e filosofia all’Università degli Studi di Torino con una tesi sul petrarchismo negli ermetici fiorentini, svolge l’attività di insegnante. Si è interessato in particolare di filosofia e di letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Nel 1996 ha fondato la rivista internazionale di letteratura “Hebenon”, che dirige, con la quale ha affrontato lo studio della poesia straniera moderna e contemporanea. Con questa rivista ha fatto tradurre per la prima volta in Italia molti importanti poeti stranieri. 
Dirige inoltre l’inserto Azione letteraria, la collana di poesia straniera Hebenon della casa editrice Mimesis di Milano, la collana di quaderni critici della Associazione Culturale Hebenon e la collana di linguistica e filosofiaAsSaggi della casa editrice BookTime di Milano.

Bibliografia:

Narrativa edita: Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi-Terziaria, Milano 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; Ladyboy, Mimesis, Milano 2009; L’infame. Storia segreta del caso Calas, La vita felice, Milano 2010;

Poesia edita: Il calvario delle gru, Bordighera Press, New York 2000; L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006; Pergamena dei ribelli, Joker, Novi Ligure 2011;

Saggistica edita in volume: Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998; nuova edizione riveduta e ampliata, Mimesis, Milano 2011; Principi di fenomenognomica, Guerini, Milano 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006; Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009; Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011. Pergamena dei ribelli Joker 2011, Il popolo che sono, Mimesis Hebenon, 2016

Donato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.

Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo. È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba.

Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti).

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Collabora con numerose riviste letterarie e organizza  laboratori di lettura e scrittura poetica. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)

 

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18 commenti

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18 risposte a “Roberto Bertoldo:  Pensieri sul Nichilismo, Il Nullismo come nichilismo non assiologico – Donato Di Stasi: La poesia è senza destino? (Aforismi & Insolenze) – Letizia Leone, Due poesie in tema di Nichilismo

  1. Per una «ontologia relazionale» entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.
    L’ontologia relazionale come sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…

    Credo sia utile riepilogare alcuni concetti del poeta filosofo Roberto Bertoldo già presentati su questa rivista. In una recente intervista a Roberto Bertoldo sul suo ultimo libro di filosofia gli chiedevo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/06/roberto-bertoldo-pensieri-sul-nichilismo-il-nullismo-come-nichilismo-non-assiologico-donato-di-stasi-la-poesia-e-senza-destino-aforismi-insolenze-letizia-leone-due-poesie-i/comment-page-1/#comment-21510
    Domanda: in altri tuoi precedenti libri hai chiamato la nostra epoca il «post-contemporaneo». Vuoi spiegarci quali sono i termini filosofici di questa categoria?

    Risposta: Te lo riassumo citando, per comodità, da uno dei miei libri: «La modernità riguarda grosso modo il periodo che va dall’età umanistico-rinascimentale alla fine dell’Ottocento; il postmoderno, altra categoria storica, corrisponde quasi in toto (nella sua debolezza) al decadentismo, che è invece una mentalità, ancora in auge; il postmoderno forte, col quale indico semplicemente il postmoderno liberatosi dal decadentismo, e cioè indico una cultura che attualmente sembra, solo perché il presente spesso la rigetta, propria del futuro (per questo lo chiamo anche postcontemporaneo), è l’accettazione del progresso gnoseologico e del modello epistemologico contemporaneo che l’età odierna si ostina, a parte eccezioni, a rifuggire per codardia e interesse».

    Insomma, ho usato questo brutto termine a causa dell’abuso storicamente documentato del termine postmoderno e la confusione volgare d’esso con postmodernismo e postmodernità. Quindi, il postmoderno storico è successivo alla svolta paradigmatica tra Ottocento e Novecento e il vero postmoderno filosofico è il postmoderno forte ossia antidecadente, nullistico.

    Domanda: Tu scrivi: «La filosofia come fondazione di un pensiero critico è inevitabilmente fallimentare. Come metafisica, la filosofia è ancora utile perché interpreta i risultati delle scienze, anche se questi risultati e le ipotesi derivabili non conducono a verità essenziali e infallibili». Non nascondo che per me, educato alla filosofia della Scuola di Francoforte, questo assunto mi suona come un campanello di allarme. Vuoi spiegarci in che termini la filosofia non può più essere «fondazione di un pensiero critico»?

    Risposta: La filosofia più pratica è quella intuitivo-ipotetica, quella fondata sulla scienza per intenderci. Una filosofia a misura d’uomo non può anteporsi alla prassi, dunque agli strumenti che analizzano il mondo. La dialettica a cui si rifà la fenomenognomica ribalta quella hegeliana, come fece Marx. Hegel spegne la capacità critica, in più la sua logica è tradizionale, attualmente non in linea con i nostri fondamenti scientifici. La scuola di Francoforte presenta molte tesi, anche il suo ritorno ad Hegel non è poi così acritico, anzi mi pare che in pensatori come Adorno ci fosse la coscienza del pericolo ideologico.

    Domanda: Come definiresti la tua filosofia nell’ambito del cosiddetto «pensiero debole»?

    Risposta: Il «pensiero debole» è ancora connesso al moderno, si sostanzia di quel nichilismo a cui giungeva il pensiero assolutistico dell’età moderna. Riguardo a quanto mi chiedi, è indicativo il fatto che in un saggio spagnolo la mia filosofia del nullismo sia stata messa in opposizione al pensiero debole di Vattimo. È corretto. Il nullismo non sostiene il nichilismo epistemologico, ma lo combatte con la sua epistemologia scettica integrale, e proprio in virtù di questo scetticismo supera quel nichilismo assiologico avallato dal pensiero debole. È lo scetticismo integrale, quello che giustappunto nell’avvalorare il proprio statuto ontologico inficia la verità a vantaggio della storicità dell’accertamento, a riscattare il postmoderno. Non dobbiamo accettare il nichilismo, ma andargli oltre, perché accettarlo significa acquisire una nuova fede. Le nostre costruzioni non sono “deboli” ma adeguate e quindi, piuttosto, “instabili”, come sostiene Lyotard. Non si tratta di dover imparare a «convivere con il niente», come sostiene Vattimo, ma di combattere, senza speranze, contro il niente. Quindi la mia filosofia è leopardiana, esprime cioè un pensiero forte senza illusioni, persegue un senso, il senso, ossia “vivere”, senza uno scopo trascendente.

    Domanda: Qual è a tuo avviso il posto dell’arte nell’ambito del «post-contemporaneo»?

    Domanda: Il postmoderno forte, o postcontemporaneo, si forma sulla rivolta di Camus e, prima di lui, sulla virilità di Leopardi. Una resistenza alla Rieux, de La peste. L’arte è una forma di resistenza, non però come evasione o fuga, non alla Pascoli o alla D’Annunzio, ma come lotta, come ricerca della libertà, e come comprensione del reale. Una comprensione che si compie mediante l’immanenzione fenomenognomica, o intuizione emotiva del darsi fenomenizzato compiuta partendo dalla conoscenza fenomenica. Il posto dell’arte nel postmoderno forte o nullismo richiede la coscienza della complessità del reale e l’adesione ad una visione fenomenognomica, di mente estesa, di rifiuto del nichilismo assiologico mediante il recupero dei valori vitali. Richiede insomma un’adesione politica, sociale, psicologica, culturale, in una parola ‘mentale’. Il discorso diviene, così, complesso, e infatti ho dovuto elaborare questa filosofia nei vari campi del sapere prima di ritornare alla questione estetica, alla quale ho ripreso a lavorare adesso. Ma non mi trovo in una posizione diversa riguardo l’arte, semplicemente ora mi trovo in una posizione rafforzata.
    Ora ho la conferma che la letteratura è utile, anzi necessaria. Necessaria alla nostra crescita intellettuale ed emotiva e al miglioramento delle nostre potenzialità espressive e quindi comunicative.

  2. Sottoscrivo gli aforismi di Donato Di Stasi, in particolare:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/06/roberto-bertoldo-pensieri-sul-nichilismo-il-nullismo-come-nichilismo-non-assiologico-donato-di-stasi-la-poesia-e-senza-destino-aforismi-insolenze-letizia-leone-due-poesie-i/comment-page-1/#comment-21511
    L’economia delle parole è affidata all’estro e non a un rigoroso progetto linguistico-stilistico.

    Il Nulla staziona dentro di noi. Da questa scoperta abissale ha inizio la poesia.

    I poeti scrivono per i critici, al massimo per i loro sodali, mai per il pubblico, salvo poi elevare ipocriti e lamentevoli peana alla mancanza di lettori.

    I tre capisaldi della storia letteraria italiana: letargo, controriforma, arcadia. Per una serie di ragioni politiche e culturali (divisione della penisola per tredici secoli, arretratezza linguistica, elitarismo del ceto intellettuale), la letteratura del Bel Paese risulta, fra quelle europee, la più chiusa e la più povera di radici popolari. Ergo un pubblico della poesia non è mai esistito.

    Un poeta con un conto in banca difficilmente troverà il tono giusto.

  3. gino rago

    Il Vuoto non è il Nulla

    Preferiva parlare a se stesso. Temeva l’altrui sordità.
    “L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada.
    Non come vada il cielo”. A Pisa tutti tremarono.
    Il poeta vero ama la nascita imperfetta delle cose.
    In principio… Nei primissimi istanti dell’universo materiale.
    Il vero poeta lo sa. Non c’è lo spazio. Non c’è il Tempo.
    Non si può vedere nulla. Perché per vedere ci vogliono i fotoni.
    Ma in principio essi non ci sono ancora.
    Non si può ‘stare’. Perché per stare ci vuole uno Spazio.
    Né si può ‘attendere’ (o ‘aspettare’).
    Perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
    In principio. Nei primissimi istanti… E’ solo il Vuoto.
    Il Vuoto soltanto che non è il Nulla. E’ un Vuoto zeppo di cose.
    Il Vuoto è come il numero zero. Lo zero che contiene tutti i numeri.
    I numeri negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
    In Principio… Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
    Il Silenzio che contiene tutti i suoni.
    E l’universo materiale? Viene dalla rottura della perfezione.
    E’ stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
    Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
    Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
    Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca.

    Gino Rago

  4. Quando si parla di un “antiumanesimo” attuale, bisognerebbe specificare, anche, a quale luogo situato sulla crosta terrestre ci si voglia riferire.Sterminato è il mondo degli ignoranti, ma quello degli aspiranti a conoscere e a capire ,forse, è più vasto di quanto crediamo.Trasferire agli altri le proprie conoscenze , semplificandole, è un atto di carità. Una volta, Dante si leggeva al popolo; Lutero tradusse la Bibbia per farla capire al popolo; noi potremmo tentare di proporre alcuni esempi di bella poesia al popolo,a quei lettori che ci seguono con la stessa umiltà con cui noi tentiamo di farci capire.

  5. Un aspetto peculiare dei poeti della ontologia estetica è lo «spaesamento del linguaggio», il quale a sua volta si fonda sullo «spaesamento del soggetto». Il soggetto, anzi, la soggettità abita la paradossalità della sua nuova costituzione ontologica «debole». Paradossalmente, è da questa debolezza della soggettità portata alle estreme conseguenze che sorge la poesia dei poeti della NOE, sorge, dicevo, questo zampillare di metafore e di metonimie… La coscienza di questa paradossailità della soggettità è espressione di una connotazione tragica, ma, vi prego, togliamo a questa parola ogni connotazione «forte», assumiamola nella sua connotazione «debole», come quella Stimmung che accompagna la soggettità nel suo cammino paradossale.

    La questione fondamentale a mio avviso è la seguente: il soggetto che cosa vuole o dis-vuole? Vuole abitare questa «paradossalità ontologica»? Riesce ad «vivere» questa situazione spaesante e tragicamente «debole» di «naufragio debole»? Riesce a vivere la paradossalità ontologica facendo esperienza della propria condizione di «naufragio debole»?, c’è nulla di più stoico di questo atteggiamento?, riesce a costruire un rapporto di convivenza con la coscienza della propria paradossalità? Vivere la paradossalità della propria soggettità debole implica un atteggiamento stoico di accettazione attiva, vivere l’enigmaticità della propria soggettità. Abitare la propria paradossalità ontologica, significa vivere lo spaesamento come una occasione irripetibile, movimento eterodiretto, è un fare, è una condizione difficile e rischiosa, periclitante che mette in discussione il progetto di dominio dell’io sul mondo.

    Ecco il progetto della NOE: abitare la paradossalità della propria costituzione ontologica e la distanza del rapporto tra soggetto con se medesimo, soggetto e l’Altro attraverso una disposizione silenziosa di accettazione attiva del mondo.

    L’esperienza della parola poetica non è affatto diversa dalla esperienza della parola filosofica astratta e concettuale, entrambe vivono uno spaesamento, un deragliamento speculare a quello che vive il soggetto di fronte a se stesso e al mondo quando scopre l’impotenza della propria presunta normatività. Uno spaesamento che, tuttavia, non chiude ma apre ad modificazione radicale del rapporto del soggetto con se stesso e il mondo e una modificazione del linguaggio poetico. Kierkegaard e Heidegger avevano già anticipato qualcosa di decisivo in merito al carattere propulsivo dell’angoscia come Stimmung in grado di produrre una metanoia della soggettità. Lo spaesamento diventa allora occasione propulsiva e positiva di investimento di senso, apertura alla molteplicità del mondo.

  6. Calarsi nelle parole è meraviglioso: si scoprono nuovi paesaggi. Mi riferisco anche alla poesia della Leone. Purtroppo scrivere poesie è uno dei modi più sicuri per finire nel ‘nulla’.

  7. patrizio antonelli

    mbah!
    e se fosse uno dei modi sicuri per finire nel “Tutto”?
    Nelle parole non ci si “cala” affatto! – Calare?
    Che si scoprano dei paesaggi soltanto è moltissimo riduttivo e degradante per la Poesia.

  8. patrizio antonelli

    Donato Di Stasi: La poesia è senza destino?
    Ma non sarebbe più reale e vero rovesciare questa domanda?

  9. Scrive Heidegger: “Se nessun esserci esiste, non «ci» è alcun mondo” e “Finché si temporalizza un esserci, anche il mondo é”. Il mondo, quindi la storia. Da qui le scelte diverse – Bertoldo-Lingaglossa – che si possono fare. Ma ovviamente ve ne possono essere moltissime altre.
    Per Heidegger “l’intramondano viene già incontro con l’esistenza fattizia dell’esserci. Che un tale ente sia svelato col proprio “ci” dell’esistenza non sta nell’arbitrio dell’esserci”. Invece Bertoldo, scegliendo il termine NULLISMO, ponendolo quindi tra gli “ismi”, rivela la sua matrice diciamo così, ideologica, dove però si escludono la valenze negative con cui oggi viene additata l’ideologia. Ma non sarebbe questo l’aspetto importante: Bertoldo preferisce porre attenzione al proliferare degli enti, quindi opta per una scelta chiara, e ragionata, in direzione dell’ontico. Il suo libro sul nullismo avrebbe anche potuto intitolarsi “NULLITÀ’ e letteratura”. Peccato per il doppio senso (negativo) contenuto in “nullità”, ma forse “nullità” sarebbe stato un titolo più filosofico.
    D’altra parte secondo me nemmeno Heidegger ha centrato il titolo di “Essere e tempo”, perché avrebbe fatto meglio a scrivere, “ESSERITA’ E TEMPO”. Il problema è dato dal verbo essere all’infinito, il quale richiederebbe di essere sostantivato. Lo stessa cosa accadrebbe se qualcuno volesse scrivere “Camminare e tempo”. Come riuscire a oggettivare un verbo all’infinito?
    Ecco dunque che si presentano, già in partenza, alcuni limiti che sono insiti nel linguaggio.
    Infatti a “una chiara idea dell’essere in assoluto” Heidegger non è potuto arrivare. Essere e tempo è chiaramente un titolo over promise. Per come la vedo io, la parola “Essere”, in Heidegger, equivale a “mentale” – “Mentalismo” per Bertoldo – semplice “Mente” per chi abbia affrontato la questione in modo empirico, ad esempio sperimentando l’assenza di pensiero che si può riscontrare nella fase più profonda della Meditazione, quest’ultima da intendersi nel senso tecnico che gli si dà nelle filosofie orientali. Nello stato di meditazione profonda il soggetto può osservar-si, avviene cioè che il non-pensiero permetta l’osservazione del pensiero stesso. Invece, un pensiero che voglia osservare se stesso, sarebbe come in gatto che insegue la propria coda.
    Credo di non sbagliare se dico che il nichilismo sperimentale della Nuova Ontologia Estetica stia esplorando la fattività nell’infinità dell’essere. Queste son cose che la poesia può tentar di fare, a patto che si prenda distanza dal soggetto: fine del lirismo, e quindi anche delle sue svariate forme. Questo non esclude che il pensiero forte possa farsi sentire nella brevità ma per farlo dovrebbe adottare altre forme di linguaggio; alcune di queste, come l’epifania, hanno somiglianza con il non-pensiero. Quel che voi chiamate NULLA è per me nulla-pensiero. Il nulla -pensiero può solo essere vissuto da un senza-CHI, da un CHI posticcio o da un CHI molto debole.

    • … infatti l’idea forte del super-uomo ha portato Nietzsche alla follia, che poi è follia dello stesso super-uomo. La mimesi, o l’identificarsi dell’io con la propria mente in prossimità dell’in-assoluto, ha per conseguenza che il pensiero stesso cerchi una via di salvezza, un dove porsi. Ma il pensiero è pluralità di pensieri: l’uno contro mille rende vano lo sforzo. Però Nietzsche era con la mente vicino alla meta.

  10. Roberto Bertoldo

    Sí, Lucio, condivido le tue osservazioni, con un distinguo: io ho aderito alla tesi di una mente estesa (cfr. “Istinto e logica della mente”) che mi conduce, a differenza del mentalismo, ad un piano più fenomenognomico (mi scuso per questo brutto termine che sviluppai molti anni fa in “Principi di fenomenognomica” e che mi serviva per evidenziare l’operazione, e il mondo concomitante, che mette in sinergia l’individualità e la singolarità; per ciò che stiamo analizzando qui: l’oggetto e il dato) che non fenomenologico.

    • Cero Roberto, perdona ma attribuendoti quel mentalismo pensavo solo a un generico mental-ismo. Il tuo pensiero quindi va oltre l’autosoteria, però la comprende… In effetti non sono completamente d’accordo con quanto scrive Di Stasi: “I poeti scrivono per i critici, al massimo per i loro sodali, mai per il pubblico”. Quel “mai” mi sembra eccessivo, troppo sentenzioso. Vista da fuori, la poesia sa un po’ di tutto.

  11. Salvatore Martino

    Da mesi ormai in questa straordinaria Rivista incontro elucubrazioni, dissertazioni, lunghissime dettagliate di filosofia teorica e teoretica, di fisica quantistica soprattutto. Confesso la mia modestia di poeta e lettore mi smarrisco nei meandri di tali dottissime prolusioni scientifiche, non ho i mezzi intellettivi per dipanare simili labirinti, né possiedo alcuna Arianna che possa aiutarmi. Rimango smarrito e affascinato da tanto dispiegamento di sapere, di dottrina, che immagino dovrebbe guidare colui che si prefigge una visione poetica della scrittura, di sondare gli abissi, di scendere nelle vertigini del raggiungimento artistico, in una parola di scrivere versi almeno memorabili, se non incancellabili. Poi vado a leggere il prodotto finito, vale a dire le poesie partorite e francamente provo una grande delusione. Una frammentazione,certamente voluta, che spesso sfiora la banalità, mai una completezza concettuale come preannunciata dal fiume filosofico. Certo ho una concezione della poesia rivolta al passato, non sto qui a ripetere quello che decine di volte ho già scritto su questo tema, ma lasciatemi dire almeno che in questo caso, del NIchilismo intendo, qui e anche in una postazione precedente sono inserite poesie che del Nichilismo a mio giudizio non intendono neppure lo sguardo. Se non si parla dell’Uomo che Nichilismo è? Quello degli oggetti? Tutto sull’astrazione. Certo Rago parla anche del poeta, poi si imbarca in una elencazione assertiva tra vuoto silenzio luce imperfezione dove mi pare che la poesia si smarrisca. Ancora una volta penso di essere io nel torto, di non avere gli strumenti adatti a percepire il nuovo che viene prodotto su queste pagine, e spero un giorno di raggiungere un grado più avanzato di percezione intellettiva per entrare nei meandri di questo nuovo e rivoluzionario modo di concepire la poesia.

    “Per una «ontologia relazionale» entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.
    L’ontologia relazionale come sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…”

    Alla mia veneranda età cercherò di fare un concorso per iscrivermi, posti limitati, alla facoltà di fisica possibilmente a Copenaghen, per riuscire a introdurre nel mio cervello queste cognizioni essenziali alla realizzazione poetica.
    Di Stasi facendo suo uno stilema caro a Nietzche e a Wilde traccia un quadro impietoso ma purtroppo veritiero della situazione tragi-comica in cui sopravvive la poesia italiana, una sorta di terra desolata, che non attende alcun demiurgo che la possa sollevare. Alle considerazioni di Donato aggiungerei un’altro spietato aspetto dell’indegno degrado. Negli ultimi decenni la proliferazione dei pennivendoli, è sua la definizione, è cresciuta in forma esponenziale: tutti scrivono, tutti pubblicano, pagando,nessuno o quasi legge se non se stesso o gli amici cari, una referenzialità narcisistica portata alle estremità polari, che ovviamente comporta una sciatteria di scrittura e di lettura.E in questo mare piatto e lagunoso annegherebbero persino che so Ariosto, Tasso, Cavalcanti, la meritocrazia così rara nel bel paese nel piccolo mondo del verso diventa una chimera.

    “Amantes amentes. Ciò che in poesia non è intenso, è privo di valore, non esiste.”
    “Nihil gignit nihil. Il Nulla staziona dentro di noi. Da questa scoperta abissale ha inizio la poesia”
    “Exeunt. L’aspetto più lucido e spedito del pensiero poetico: togliere l’etichetta di schiavi e di gregge a una componente sociale”

    Giorno della meditazione comincia con questi tre Aforismi

    Che dirti caro Donato conosco troppo bene il tuo talento, la tua profonda conoscenza del verbo poetico, la tua onestà intellettuale. Sono onorato se più volte nel corso ormai di più di un decennio mi hai offerto la tua preziosa collaborazione. Ho accettato sempre la tue scure quando si è calata sui miei versi, pena capitale che mi ha decisamente aiutato a crescere e a capire me stesso e la mia poesia. I tuoi aforismi sono lame di rasoio, dolcissime punte di veleno, in un linguaggio che fa onore alla lingua italiana e a quella latina. E io sono felice di essere nomato da te con l’appellativo di Magister

  12. letizia leone

    Una chiarificazione per gli amici lettori: i due testi sopra riportati sono estrapolati dal libro “La disgrazia elementare” pubblicato nel 2011. Queste in particolare sul paesaggio filtrato dalle macchine di cantiere, evidenziano già una scrittura orientata sulla ricerca di una nuova ontologia estetica e, nelle intenzioni di chi scrive, rientrano perfettamente nei parametri dell’intensa discussione sul nichilismo e l’estrema illusione leopardiana del “paradiso della tecnica”. Un caro saluto:

    Ti sei ridotto così
    con il contatore Geiger sulle spalle
    e i fiori di ciliegio
    dischiusi oggi a Tokio, come sempre…

    • Grazie, Letizia, ci stan benissimo quelle tue due poesie nel discorso infervorato che stiamo facendo. Sembra che vuoi riunire i pezzi per un fine ontologico (così non esco dal tema) e ci riesci perfettamente.

  13. Caro Salvatore Martino,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/06/roberto-bertoldo-pensieri-sul-nichilismo-il-nullismo-come-nichilismo-non-assiologico-donato-di-stasi-la-poesia-e-senza-destino-aforismi-insolenze-letizia-leone-due-poesie-i/comment-page-1/#comment-21537
    QUI SI CERCA DI RAGIONARE, PER TROPPE DECADI LA POESIA ITALIANA HA ABITATO LA PROPRIA AUTO REFERENZIALITà, SI è MESSA NELLA NICCHIA DEL PROPRIO OMBELICO, tutti si sono dichiarati auto poeti, ed io mi sono fatto schiere di nemici indefessi perché ho sempre scritto quello che pensavo dei loro «versi».

    Che la poesia italiana abbia perso i propri lettori è il risultato di una precisa strategia elettorale e di una precisa politica elettorale.

    In questi anni l’Ombra delle Parole ha deciso di rimettere in moto il pensiero critico. Questo è un fatto. Tu ci tacci di un eccesso di intellettualismo? Può darsi, può darsi che le nostre modestissime cognizioni possano essere recepite come intellettualismi, ma è che per troppi decenni i «poeti» sono stati eletti dagli uffici stampa degli editori maggiori. E invece, non è così che funziona, anzi, non così dovrebbe funzionare in un paese normale.

    Mi spiego: c’era una volta un ceto poetico che deteneva le chiavi degli uffici stampa degli editori a maggior diffusione nazionale ed è stato quel «ceto poetico» che in questi decenni ha deciso chi e che cosa era poesia e chi e cosa non lo fosse. Quel «ceto poetico» ha cooptato schiere di minori in modo che non dessero fastidio, c’è stata una proliferazione di minori che minori non si può. Ma c’è stata una precisa regia a monte, non dimentichiamolo. Le cose non avvengono per caso.

    Condivido in toto quanto scrive Lucio Mayoor Tosi:

    «un pensiero che voglia osservare se stesso, sarebbe come in gatto che insegue la propria coda.
    Credo di non sbagliare se dico che il nichilismo sperimentale della Nuova Ontologia Estetica stia esplorando la fattività nell’infinità dell’essere. Queste son cose che la poesia può tentar di fare, a patto che si prenda distanza dal soggetto: fine del lirismo, e quindi anche delle sue svariate forme. Questo non esclude che il pensiero forte possa farsi sentire nella brevità ma per farlo dovrebbe adottare altre forme di linguaggio; alcune di queste, come l’epifania, hanno somiglianza con il non-pensiero. Quel che voi chiamate NULLA è per me nulla-pensiero. Il nulla -pensiero può solo essere vissuto da un senza-CHI, da un CHI posticcio o da un CHI molto debole.»

    La nuova ontologia estetica vuole prendere le distanze dall’«io» che ha imperversato in queste ultime decadi della poesia italiana. Questo è un dato di partenza. Chi condivide questo assunto, può seguirci, chi non lo condivide è bene che si vada a leggere un po’ di libri di filosofia degli ultimi decenni e un po’ di Freud, Lacan, Derrida, e anche un po’ di Heidegger, perché no? e anche Carlo Marx, un po’ di filosofi italiani, non è colpa nostra se i letterati italiani sono sontuosamente ignoranti e si vantano della loro ignoranza!

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/06/roberto-bertoldo-pensieri-sul-nichilismo-il-nullismo-come-nichilismo-non-assiologico-donato-di-stasi-la-poesia-e-senza-destino-aforismi-insolenze-letizia-leone-due-poesie-i/comment-page-1/#comment-21539
    La poesia di Letizia Leone meriterebbe un discorso a parte.
    È una poesia difficile, ostica, nodosa. Il lettore si trova sovente spaesato dinanzi a un certo uso del discorso dove gli aggettivi sono impiegati a mo’ di sostantivi e i sostantivi sono piegati alle esigenze dei verbi (che per gran parte vengono accuratamente soppressi). Ed ecco che da questi assunti si ricava la procedura «gibbosa» del discorso poetico di Letizia Leone (a scanso di equivoci evito di chiamarla «poesia»), nel caso di Letizia Leone lei non fa una poesia scontata di polinomi frastici, questo mi sembra chiaro, lei interviene chirurgicamente nei «gangli», nelle «giunture» del discorso proposizionale. Leggiamo:

    Qualcuno o qualcosa ancora lavora
    Alla salatura dei sassi. Ad allineare
    I ciottoli bianchi asciutti
    il suono raggelato di meteoriti marine.

    Che significa scrivere che «Qualcuno o qualcosa ancora lavora / Alla salatura dei sassi»? Sembra un non-sense, una battuta dada… E invece qui ci troviamo nel mezzo della «salatura dei sassi»! – Ci vuole una grande dose di coraggio per scrivere una cosa del genere: c’è «qualcuno» che si occupa «della salatura dei sassi». Incredibile. Ecco, nel discorso poetico di Letizia Leone ci troviamo subito messi di fronte, gettati di fronte alla insensatezza dell’organizzazione amministrativa del mondo; è una dizione «forte», non c’è l’io sovrano che annuncia le molcedini del cuore o le pastiglie dell’aspirina del malessere dell’io, non si parla mai delle targhe delle automobili, Letizia scrive in modo ostico delle frasi per svegliare il lettore da troppo tempo addormentato dalle perifrasi della «poesia» delle emozioni liriche e dell’opposizione alla lirica. Letizia non sta in nessun luogo di opposizione, si limita a descrivere il mondo come lo vede il suo discorso poetico, e va avanti senza tentennamenti o esitazioni. Costi quel che costi. Il lettore di questa poesia è obbligato a svegliarsi, non può non svegliarsi dal proprio sonno, quello sì, ontologico…

  15. POSTO DI NUOVO IL COMMENTO SCRITTO IN OCCASIONE DEL PRECEDENTE POST SU PASOLINI. Infatti, la questione Pasolini si riallaccia alla questione Leopardi, c’è una indubbia specularità e un collegamento tra le due questioni: Leopardi e Pasolini, entrambe irrisolte nella poesia italiana e che attendono tuttora una soluzione politica ed estetica.

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/31/tre-domande-di-giorgio-linguaglossa-a-franco-di-carlo-sulla-questione-di-satura-1971-di-montale-e-del-nodo-irrisolto-della-normativizzazione-del-linguaggio-poetico-a-linguaggio-standard-massificato/comment-page-1/#comment-18915

    Non ero a conoscenza di questa confidenza di Pasolini al giovanissimo poeta e critico Franco di Carlo. Questa confidenza cambia le carte in tavola della poesia italiana del tardo Novecento e dei giorni nostri: Pasolini era ben consapevole che ormai, con Satura (1971) la poesia italiana si era avviata nella sua fase di declino, e aveva deciso di reagire, di tornare a scrivere poesia secondo un Nuovo Progetto filosofico-esistenziale.

    Questo punto è importantissimo, rimette tutto in discussione, e soprattutto avvalora la nostra tesi che ormai da vent’anni ripeto e ripeto ottenendo in cambio soltanto sordità e sordità.

    Il problema può essere espresso in questi semplici termini. Sì, lo so che mi attirerò le antipatie di quanti si credono arrivati a vette eccelse, ma sono costretto a ribadire la mia tesi:

    La poesia italiana dal 1971 non ha più prodotto un poeta e una poesia di rango europeo. Perché? Quali sono le ragioni che hanno impedito alla poesia italiana di raggiungere vertici sopra nazionali?

    La risposta l’ho fornita in molteplici scritti, anche d’occasione, che la poesia italiana aveva un disperato bisogno, già dal 1971, di una RIFORMA RADICALE DEL CONCETTO DI FORMA-POESIA. La mancata realizzazione di questa riforma ha condannato la poesia italiana a percorrere un ripido pendio di epigonismo e di poesia minoritaria e auto pubblicitaria, tanto che un critico come Bearardinelli ha smesso da più di venti anni di interessarsi di poesia italiana. Oggi siamo ancora nel mezzo del guado di una stagnazione stilistica e di idee. La risposta a questo stato di cose è semplice e la proposta di una Nuova Ontologia Estetica intende colmare questa storica lacuna. Chi ha interesse per questa problematica non ha da fare altro che sbirciare tra i numerosissimi articoli disseminati su questa rivista.

    DA P.P. PASOLINI DI TRASUMANAR E ORGANIZZAR (1971) ALLA POESIA ONTOLOGICA DI OGGI

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18705

    Trasumanar e Organizzar (1971) è un libro che taglia in due la poesia italiana del Novecento, e la taglia per una ragione di fondo: perché finalmente un poeta italiano, dagli anni della Commedia di Dante, rinuncia a scrivere con il linguaggio dei «chierici», dei letterati, per intenderci, della «borghesia» e della sua rappresentanza intellettuale, tanto per utilizzare una parola di Pasolini che oggi sembra della lingua dei marziani, con la lingua della «falsa coscienza» dei letterati italiani, con la lingua della tradizione stilistica della poesia italiana. Pasolini intuisce prima di tutti gli altri intellettuali italiani che la società italiana è ad un punto di svolta: corruzione, malaffare, servizi segreti deviati, stragi di stato, nesso mafia-politica, corruzione della Chiesa, conformismo del P.C.I., conformismo degli intellettuali italiani, sistema della corruttela giunto alle sue estreme propaggini, insomma Pasolini capisce che giunti a questo punto, occorre rinunciare a scrivere nella lingua dei «chierici» per adottare il linguaggio di tutti i giorni, quello parlato dalla medietà degli italiani, quello mediato e divulgato dalla televisione di stato, quello di largo uso e consumo, in una parola: il volgare, senza rifiiutare il linguaggio di «Carosello» (fortunatissima e popolarissima trasmissione pubblicitaria dell’epoca) purché miscelato come una miscela esplosiva con il linguaggio colto e con il linguaggio giornalistico, «un Progetto, perciò, metapoetico e metalinguistico», come acutamente annota Franco Di Carlo.

    Rispondi
    giorgio linguaglossa
    31 marzo 2017 alle 12:28 Modifica

    Posto di nuovo il mio commento al precedente post sulla questione di Pasolini e la mancata riforma del linguaggio poetico italiano:

    IL MONITO DI FRANCO FORTINI

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18725

    Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962: «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi. La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema».
    Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

    Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

    Vogliamo dirlo?
    Ancora una volta Pasolini e Fortini, gli ultimi due poeti in grado di porsi anche come critici del loro tempo. In Italia si è smesso di pensare sulla poesia, i poeti di questi ultimi cinquanta anni si sono dimostrati non all’altezza del compito che la Musa aveva messo sulle loro spalle, e si sono limitati a fare poesia dell’immediatezza, hanno ricominciato a parlare di Bellezza, di Musica, di Ispirazione, di Grazia… etc, con tanto di benedizione di un pensiero estetico acritico, inesistente, inconsistente.

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