ANTONIO GRAMSCI (1891 – 1937). Per la Festa dei Lavoratori. In occasione degli ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, chiediamoci che cosa è rimasto di vivo delle sue elaborazioni e dei suoi interventi politici e culturali. Un bilancio è d’obbligo in tempi di restaurazione e di immobilismo delle classi dominanti.

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Poniamoci degli interrogativi: innanzitutto, possiamo ancora parlare di classe dominante? È ancora lecito adottare le categorie gramsciane di blocco sociale e di egemonia? C’è una classe al comando? O ci sono i bottoni del capitalismo internazionale? Un capitalismo globale che ha imposto, tramite la tecnologia, l’asservimento degli intellettuali e delle classi lavoratrici. Se mi guardo intorno vedo soltanto una moltitudine di gentes e di clientes, la ex classe media, che perde ogni giorno capacità di acquisto, status simbolico e in via di impoverimento, nonché il sorgere di un nuovo ceto esteso, il Ceto Medio Mediatico, come è stato battezzato, imbevuto di cloroformio con l’ausilio di un sistema informazionale complice in quanto dipendente dal capitale: un sistema di informazione salariato. Tutto ciò con la parola d’ordine che ci troviamo nel migliore dei mondi possibili, come dice Karl Popper, nel quale vige la libertà di parola, di pensiero e di scrittura. Sì, è vero, non siamo perseguitati per le nostre parole, ce ne stiamo comodamente seduti in poltrona, in casa e comunichiamo attraverso i social media. E la chiamano democrazia e libertà di stampa, lo chiamano il migliore dei mondi possibili. E forse è vero, è drammaticamente vero che ci troviamo nel migliore dei mondi possibili… E infine la questione nazionale, della ritardata unità d’Italia e la questione della Chiesa cattolica. Scriveva Gramsci: «Il Vaticano è un nemico internazionale del proletariato rivoluzionario», concetto da correlare con la insufficiente consapevolezza critica del marxismo italiano e dell’opportunismo politico che portò il PCI ad elaborare l’incontro con i cattolici sotto l’egida di una idea chiamata «cattocomunismo» durante gli anni Settanta e Ottanta, tutti problemi ancora oggi aperti che il pensiero critico di questi ultimi decenni ha evitato di affrontare. Siamo arrivati al punto che oggi la figura (il pensiero filosofico e politico di Antonio Gramsci) sia stata talmente depotenziata da essere perfettamente assimilabile nei canali della società mediatica, un po’ quello che è successo con la mediatizzazione della figura di Che Guevara: un bel volto da stampare sulle magliette e sulle cartoline.

Riallacciamoci a due concetti di Gramsci: blocco storico ed egemonia, possiamo dire che un filo conduttore  unisce questi due concetti. Com’è noto Gramsci riprende da Georges Sorel la categoria di blocco storico, e la correla con un nuovo concetto dei rapporti tra struttura e sovrastruttura. Secondo Gramsci il rapporto tra struttura (forze materiali) e sovrastruttura (ideologie) è dialettico: le ideologie senza le forze materiali sarebbero delle astrazioni fini a sé stesse e le forze materiali senza le ideologie non potrebbero essere colte nel loro nesso storico. La carica innovativa di questa rilettura gramsciana del rapporto struttura/sovrastruttura andava ad infirmare la concezione del marxismo positivo allora in auge secondo il quale era la sola economia a dare forma e contenuto alla sovrastruttura. Per Gramsci invece la struttura rappresenta il contenuto (la materia), mentre la sovrastruttura dona il proprio contributo in quanto forma.

Altrettanto importante nella concezione gramsciana è il concetto di egemonia, legato indissolubilmente alla nozione di blocco storico. Per egemonia si intende l’imposizione, da parte di un gruppo dominante, di una determinata visione dei valori dalla classe dominante alla classe subalterna. L’egemonia si verifica insieme al blocco storico quando c’è totale accordo tra la struttura e la sovrastruttura, quando le ideologie collimano con le forze materiali. Così si crea un unico blocco, il quale sarà destinato ad esser sostituito da un altro modello egemonico a seguito di una lentissima guerra di posizione. Il ribaltamento avviene infatti quando le forze materiali entrano in contrasto con i rapporti di produzione, ossia si manifesta un’incrinatura interna al blocco storico.

Sono fortemente convinto che le due categorie portanti del pensiero di Gramsci, il blocco storico e l’egemonia, oggi dovrebbero essere ripensate e riattualizzate alle condizioni dell’odierna fase di sviluppo del capitalismo globale e della rivoluzione internettiana, a fronte del quale il capitalismo monopolistico e protezionistico del suo tempo appaiono cose del Cretaceo superiore.

Giorgio Linguaglossa

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Citazioni

Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare.

Questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce. La cultura è una cosa ben diversa.

Gli intellettuali sono i ‘commessi’ del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico.

Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.

Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. […] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? […] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci - Leopoldo Mendez 1969

GRAFICA DI LEOPOLDO MENDEZ, 1969

Cosa significa e cosa può e dovrebbe significare la parola d’ordine di Giovanni Gentile: «Torniamo al De Sanctis!»?. Significa «tornare» meccanicamente ai concetti che il De Sanctis svolse intorno all’arte e alla letteratura, o significa assumere verso l’arte e la vita un atteggiamento simile a quello assunto dal De Sanctis ai suoi tempi? Posto questo atteggiamento come «esemplare», è da vedere: 1) in che sia consistita tale esemplarità; 2) quale atteggiamento sia oggi corrispondente, cioè quali interessi intellettuali e morali corrispondano oggi a quelli che dominarono l’attività del De Sanctis e le impressero una determinata direzione.

Papini è cattolico e anticrociano; le contraddizioni del suo superficiale scritto risultano da questa doppia qualità. (p. 153)

L’Ojetti è rappresentativo da più punti di vista: ma la codardia intellettuale dell’ uomo supera ogni misura normale. (p. 252)

Papini ha esercitato tutti i mestieri, per poi sporcificarli tutti: il filosofo, per concludere che la filosofia è una specie di cancrena al cervelletto, il cattolico, per incenerare l’universo con un appropriato dizionario, il letterato, per sancir da ultimo che della letteratura non sappiamo che farcene. Ciò non toglie che Papini non si sia conquistato un posticino nella storia della letteratura dentro il capitolo i “polemisti”. (pp. 281-282)

Papini è sempre stato un «polemista» nel senso che dice il Volpicelli, e lo è ancor oggi, poiché non si sa se nell’espressione «polemista cattolico» a Papini interessi più il sostantivo o l’aggettivo. Col suo «cattolicismo» Papini avrebbe voluto dimostrare di non essere un puro «polemista», cioè un «calligrafo», un funambolo della parola e della tecnica, ma non c’è riuscito! Il Volpicelli ha torto nel non precisare: il polemista è polemista di una concezione del mondo, sia pure il mondo di Pulcinella, ma Papini è il polemista «puro», il boxeur di professione della parola qualsiasi: Volpicelli avrebbe dovuto giungere esplicitamente all’affermazione che il cattolicismo in Papini è un vestito da clown, non la «pelle» formata dal suo sangue «rinnovato», ecc. (p. 282)

Siamo assolutamente separati dai coatti comuni, la cui vita non saprei descriverti con brevi tratti: ricordi la novella di Kipling intitolata: Una strana cavalcata nel volume francese L’uomo che volle essere re. Mi è balzata di colpo alla memoria tanto mi sembrava di viverla. Finora siamo 15 amici. La nostra vita è tranquillissima: siamo occupati a esplorare l’isola che permette di fare passeggiate abbastanza lunghe, di circa 9-10 chilometri, con paesaggi amenissimi e visioni di marine, di albe e di tramonti meravigliosi: ogni due giorni viene il vaporetto che porta giornali, e amici nuovi, tra i quali il marito di Ortensia che ho avuto tanto piacere di incontrare. Ustica è molto più graziosa di quanto appaia dalle cartoline illustrate che ti invierò: è una cittadina di tipo saraceno, pittoresca e piena di colore. (p. 6)

I traduttori sono pagati male e traducono peggio.

Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa. (lettera a Tania, 2 luglio 1933)

La bontà disarmata, incauta, inesperta e senza accorgimento non è neppure bontà, è ingenuità stolta e provoca solo disastri.

La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro.

Posso ammirare esteticamente Guerra e Pace di Tolstoi e non condividere la sostanza ideologica del libro; se i due fatti coincidessero Tolstoi sarebbe il mio vademecum, «le livre de chevet». Così si può dire per Shakespeare, per Goethe e anche per Dante. Non sarebbe esatto dire lo stesso per il Leopardi, nonostante il suo pessimismo. Nel Leopardi si trova, in forma estremamente drammatica, la crisi di transizione verso l’uomo moderno; l’abbandono critico delle vecchie concezioni trascendentali senza che ancora si sia trovato un ubi consistam morale e intellettuale nuovo, che dia la stessa certezza di ciò che si è abbandonato. (lettera a Iulca, 5 settembre 1932)

Sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà. (19 dicembre 1929)

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da Lettere dal carcere

Roma, 20 novembre 1926
Mia carissima Julca,

Ricordi una delle tue ultime lettere? (Era almeno l’ultima lettera che io ho ricevuto a letto). Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di volere insieme crescere i nostri bambini. Occorre che tu ora ricordi fortemente questo, che tu ci pensi fortemente ogni volta che pensi a me e mi associ ai bambini. Io sono sicuro che tu sarai forte e coraggiosa, come sempre sei stata. Dovrai esserlo ancora di più che nel passato, perché rimarrò certamente a lungo senza vostre notizie; e ho ripensato al passato, traendone ragione di forza e voglio rivedere e vedere i nostri piccoli bambini. Mi preoccupa un po’ la quistione materiale: potrà il tuo lavoro bastare a tutto? Penso che non sarebbe né meno degno di noi né troppo, domandare un po’ di aiuti. Vorrei convincerti di ciò, perché tu mi dia retta e ti rivolga ai miei amici. Sarei più tranquillo e più forte, sapendoti al riparo da ogni brutta evenienza. Le mie responsabilità di genitore serio mi tormentano ancora, come vedi. Carissima mia, non vorrei in modo alcuno turbarti: sono un po’ stanco, perché dormo pochissimo, e non riesco perciò a scrivere tutto ciò che vorrei e come vorrei. Voglio farti sentire forte forte tutto il mio amore e la mia fiducia. Abbraccia tutti di casa tua; ti stringo con la più grande tenerezza insieme coi bambini.
Antonio

*

Antonio-Gramsci_h_partbAntonio Gramsci (Ales, Cagliari, 1891 – Roma, 1937). Membro del PSI e fondatore de L’Ordine Nuovo (1919), fece parte dell’esecutivo dell’Internazionale comunista (1923). Divenuto segretario del Partito comunista d’Italia (PCd’I) e deputato (1924), affrontò la questione meridionale, indirizzando la politica dei comunisti verso l’unione con i socialisti massimalisti. Nel 1924 fondò il quotidiano politico l’Unità, organo del PCd’I. Per la sua attività e per le sue idee fu condannato a venti anni di carcere (1928). Il suo pensiero politico, espresso anche nei numerosi scritti, si articolò in una rilettura globale dei fenomeni sociali e politici internazionali dal Risorgimento in poi, che lo portò a criticare per la prima volta lo stalinismo, a teorizzare il passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”, a formulare i concetti di “egemonia” e di “rivoluzione passiva”. Per la statura del suo impegno intellettuale e politico è considerato una tra le maggiori figure della prima metà del Novecento italiano.

Vicino in gioventù all’autonomismo sardo, frequentò l’università di Torino dal 1911, avvicinandosi alla milizia socialista e rivoluzionaria. Iscritto al PSI dal 1913, fu redattore del Grido del popolo e dell’Avanti!; dopo la sommossa popolare dell’ag. 1917 divenne segretario della sezione socialista torinese. Nel maggio 1919 fondò L’Ordine Nuovo, settimanale di cultura socialista diretto soprattutto alla classe operaia, che militava in favore dell’adesione del Partito socialista all’Internazionale comunista e a sostegno del movimento dei consigli di fabbrica; nel 1920 le posizioni de L’Ordine Nuovo ebbero l’approvazione di Lenin e nello scontro interno al PSI G. si avvicinò all’ala astensionista guidata da Amedeo Bordiga, che auspicava la costituzione del Partito comunista d’Italia (PCd’I), sezione italiana dell’Internazionale comunista. Membro del comitato centrale del nuovo partito (genn. 1921), fu a Mosca dal giugno 1922 al nov. 1923 ed entrò nell’esecutivo dell’Internazionale. Dal 1923 G. maturò il distacco dalle posizioni di Bordiga (che si trovava in polemica con l’Internazionale), per cui, rientrato in Italia nel maggio 1924, divenuto segretario del partito (nel 1924 era stato anche eletto deputato) e avendo fondato già a gennaio dello stesso anno il quotidiano politico l’Unità come organo del PCd’I, indirizzò, sfidando la dura linea di repressione perseguita dal governo fascista, la politica comunista verso l’unità con i socialisti massimalisti e verso un radicamento nella società italiana che aveva come fine l’alleanza tra gli operai e le masse contadine del Mezzogiorno (la “questione meridionale”), linea che ebbe la definitiva sanzione nel III congresso del PCd’I (Lione, 1926). Arrestato nel nov. 1926 con altri dirigenti del partito, nel 1928 G. fu condannato dal Tribunale speciale a venti anni di reclusione per attività cospirativa, incitamento all’odio di classe, ecc., e trascorse il periodo detentivo prevalentemente nel carcere di Turi e, dal 1934, in una clinica di Formia. Le condizioni di salute, già incerte, si aggravarono durante la reclusione e G. morì poco dopo la scarcerazione, avvenuta per amnistia.

Sia la pubblicazione degli scritti politici, sia le Lettere dal carcere (postumo, 1947; ed. ampliate 1965, 1988), sia, e soprattutto, i Quaderni del carcere (postumo, 1948-51; ed. critica 1975) hanno avuto grande rilevanza nella cultura italiana del dopoguerra. Sul terreno politico, risale infatti a G. una delle prime e più incisive critiche politiche allo stalinismo (1926), nonché l’abbozzo, nei Quaderni, di una strategia rivoluzionaria fondata su un’idea non repressiva del potere (egemonia), in grado di tener conto della complessità e delle articolazioni della moderna società industriale (passaggio dalla “guerra di movimento” alla “guerra di posizione”). Prevalentemente ispirati da esigenze ermeneutiche e dunque solo indirettamente militanti, i Quaderni iniziano un’indagine di ampio respiro critico su molti aspetti della società, della storia e della cultura moderna: attraverso il concetto di “rivoluzione passiva” G. tenta, per es., di unificare una serie di fenomeni attuali legati al coinvolgimento e al ruolo delle masse nella società moderna, quali l'”americanismo”, la pianificazione sovietica e persino il fascismo; lo stesso concetto viene utilizzato anche su un piano storiografico, rispetto al quale hanno avuto particolare risonanza le considerazioni sui limiti democratici dello stato nazionale unitario, alla cui base vi è la lettura del risorgimento italiano come rivoluzione popolare mancata. Rilevanti gli approfondimenti su altri temi quali la storia degli intellettuali italiani, il pensiero politico di Machiavelli e il rapporto tra letteratura e società; sul terreno propriamente filosofico, il serrato confronto con Benedetto Croce, la cui elaborazione viene complessivamente valutata come ritraduzione nel linguaggio speculativo idealistico del materialismo storico, si accompagna con un’interpretazione del marxismo in chiave storicistica e antideterministica (“filosofia della praxis”), lettura che pone al centro della riflessione l’attività umana come è storicamente determinata e l’insieme dei concreti rapporti (economici, sociali, ideologici, giuridici, ecc.) che legano gli uomini tra di loro.

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12 commenti

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12 risposte a “ANTONIO GRAMSCI (1891 – 1937). Per la Festa dei Lavoratori. In occasione degli ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, chiediamoci che cosa è rimasto di vivo delle sue elaborazioni e dei suoi interventi politici e culturali. Un bilancio è d’obbligo in tempi di restaurazione e di immobilismo delle classi dominanti.

  1. La figura di Gramsci è troppo complessa per poter essere racchiusa in un breve commento; è comunque positivo averlo almeno ricordato,averne sfiorata la grandezza e la complessità,avere riproposto,con lui,la forza trainante della Storia,che conosciamo poco, ma di cui facciamo parte.

  2. Donatella Costantina Giancaspero

    A proposito dell’anniversario della morte di Antonio Gramsci, vorrei segnalare una mostra che si è inaugurata a Montecitorio il 27 aprile e resterà aperta fino al 7 giugno 2017.
    Nel corridoio dei Busti, al piano nobile, si possono vedere per la prima volta tutti i Quaderni e una selezione di libri posseduti da Antonio Gramsci durante la detenzione: fonti cui l’intellettuale sardo poteva accedere anche grazie al fondo illimitato che il suo amico Piero Sraffa gli aveva aperto presso la libreria Sperling e Kupfer di Milano.
    Si tratta dei ben noti 33 Quaderni e di cento volumi, tra libri e riviste, esposti – novità assoluta – insieme alla loro versione digitale. I manoscritti possono essere sfogliati integralmente; le immagini dei volumi sono accompagnati da brevi giudizi tratti dai Quaderni e dalle Lettere. Insomma le testimonianze che quel cervello, cui il regime fascista voleva “impedire di funzionare” per il tempo della sua condanna, funzionava invece benissimo e produsse opere alle quali oggi attingono studiosi di tutto il mondo.
    Completano la mostra quattro seminari che si svolgeranno il 10, il 17 e il 24 maggio e il 7 giugno: “Gramsci e la rivoluzione russa”, tenuto da Silvio Pons; “Gramsci e la cultura del Novecento” (Claudia Mancina); “Come sono stati scritti i Quaderni del carcere” (Gianni Francioni); “Gramsci e i suoi editori” (Francesco Giasi).
    Credo sia utile riannodare il filo della riflessione di Antonio Gramsci ai tempi attuali e alla ricerca che porta avanti la Nuova Ontologia Estetica: rappresenta un vero e proprio rinnovamento per ciò che riguarda la natura del genere poesia.

  3. Mariella Colonna

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/01/antonio-gramsci-1891-1937-per-la-festa-dei-lavoratori-in-occasione-degli-ottanta-anni-dalla-morte-di-antonio-gramsci-chiediamoci-che-cosa-e-rimasto-di-vivo-delle-sue-elaborazioni-e-dei/comment-page-1/#comment-19802
    Grazie a Giorgio Linguaglossa per aver ricordato, in modo organico ed esauriente, la personalità di un pensatore e politico della statura di Antonio Gramsci,che ha testimoniato il suo pensiero pagando di persona .Proprio oggi, non nel senso di 1 maggio, che pure avrebbe la sua importanza se nel nostro Paese esistesse ancora una coscienza civile e democratica,ma nel senso del tempo in cui viviamo, è importante RICORDARE CHI è stato ed è MAESTRO DI CIVILTà E DI DEMOCRAZIA. Proprio oggi mi piace sottolineare questi interrogativi di Giorgio Linguaglossa che, introducendo la figura e il pensiero di Gramsci già sottintendono una risposta con la quale mi sento pieno accordo: “C’è una classe al comando? O ci sono i bottoni del capitalismo internazionale? Un capitalismo globale che ha imposto, tramite la tecnologia, l’asservimento degli intellettuali e delle classi lavoratrici. Se mi guardo intorno vedo soltanto una moltitudine di gentes e di clientes, la ex classe media, che perde ogni giorno capacità di acquisto, status simbolico e in via di impoverimento, nonché il sorgere di un nuovo ceto esteso, il Ceto Medio Mediatico, come è stato battezzato, imbevuto di cloroformio con l’ausilio di un sistema informazionale complice in quanto dipendente dal capitale: un sistema di informazione salariato.” Meglio di così non era possibile spiegare lo stato delle democrazie occidentali, su cui ricade la colpa della propria decadenza in tutti i campi dell’ “umano”. Per questo motivo mi sento di aderire pienamente al progetto della Nuova Ontologia Estetica che non solo dà un significato e uno scopo concreto ai miei giorni, ma mi consente di realizzare la mia vocazione più profonda che ha a che vedere con la dinamica e il valore della parola nel contesto della civiltà umana, dalla cultura degli aborigeni australiani a quella dell’Europa, noi compresi, (che vorrei risorgesse dalle sue ceneri) e, naturalmente, a quella del resto del mondo per i motivi più diversi, in crisi come noi o peggio di noi. Per quanto riguarda Gramsci citerò un solo pensiero, tra i tantissimi, che mi sembra si connetta in modo intimo alla NOE: “Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa.” Questo mi suggerisce che il tempo, come la vita, non si possono “perdere”.

  4. Mariella Colonna

    Grazie a Donatella Giancaspero che ci ha segnalato l’importante mostra
    inaugurata il 27 aprile a Montecitorio,dove si possono vedere e consultare 33 Quaderni e cento volumi, tra libri e riviste,che Antonio Gramsci ha scritto e letto durante la detenzione, esposti per la prima volta insieme alla loro versione digitale. E’ un evento importante che dovrebbe appassionare e coinvolgere persone di tutti gli orientamenti politici per l’impegno culturale di Gramsci come pensatore e come uomo e per la sua capacità di andare anche al di là del modo di pensare la cultura e la politica che connota il suo tempo.

  5. Donatella Costantina Giancaspero

    copio e incollo da FB:

    Mi piace · Rispondi · 5 h
    Franco Di Carlo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/01/antonio-gramsci-1891-1937-per-la-festa-dei-lavoratori-in-occasione-degli-ottanta-anni-dalla-morte-di-antonio-gramsci-chiediamoci-che-cosa-e-rimasto-di-vivo-delle-sue-elaborazioni-e-dei/comment-page-1/#comment-19806
    Questo intervento su Gramsci ha la funzione principale di invitare alla lettura e alla rilettura,per chi ancora non l’abbia fatto o l’abbia letto in modo superficiale,di un intellettuale e politico tra i più decisivi e importanti del ‘900: il concetto di ideologia e di blocco storico,di egemonia,ma anche di un marxismo adeguato alla realtà sociale politica ed economica all’indomani dell prima guerra mondiale, e ancora: la conoscenza la vicinanza e l’amicizia con Gobetti e la sua”Rivoluzione Liberale” e le avanguardie operaie torinesi in vista di una comune e solidale azione politica,il confronto e lo scontro con Croce; l’idea di un nuovo intellettuale”organico” e di una nuova vitale “impegnata” letteratura in senso morale e non solo estetico e politico(vedasi l’analisi e la lettura di Machiavelli e quella aggueritissima come critico teatrale, l’amore per Dante e Goethe,ecc.); l’avversione totale e la lotta nei confronti del vetero capitalismo del nazionalismo e del clericalismo più beceri e arretrati; l’attenzione,pedagogico-politica alla funzione culturalmente emancipatrice della scuola. Tutto questo dovette fare i conti con il fascismo vecchio: ora noi li dobbiamo fare col nuovo fascismo del Nuovo Turbo Capitalismo, quello mediatico,quello finanziario,tecnocratico,che opera sulla massa indistintamente e che obbedisce soltanto a questo Nuovo Potere,anarchico,omologante,aggressivo,globale.
    Mi piace · Rispondi · 54 min · Modificato
    Donatella Costantina Giancaspero

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    Donatella Costantina Giancaspero

    caro Franco di Carlo, il fatto che gli abbiamo allestito una bella mostra nelle sale del Parlamento ci dice tutto, ci dice che ormai anche il pensiero di Gramsci è stato neutralizzato e naturalizzato nella nuova società del turbo capitalismo monologale e teologale, il quale ha bisogno della religione teologale e monolocale del dio unico che sovraintende alle sorti del mondo monolocale. Il pensiero di Gramsci, di Machiavelli, di Carlo Marx, di Adorno è stato reso edotto alle masse preistoriche del nostro mondo ed è stato evirato

    (f.to Donatella Costantina Giancaspero e Giorgio Linguaglossa)

    • Mariella Colonna

      Questo non toglie nulla alla persona e agli scritti di Gramsci: siamo liberi di leggerlo con la nostra personale cultura e coscienza storica e politica, anzi è necessario che le persone colte e in buona fede lo facciano per lottare contro le strumentalizzazioni e le eventuali “castrazioni”.

  6. Ho postato una poesia qui. Che fine ha fatto? Grazie mille

      • Gentilissimo, come richiesto, riposto. Grazie.

        IMMOBILISMO DELLE CLASSI DIRIGENTI

        (in risposta a un post di Giorgio Linguaglossa)

        Fermi, semmai, i postini
        le cassiere in comunione di luce
        coi led dei contacodici,
        coi laser
        delle casse veloci.
        Sembran file di croci
        da cimitero di guerra
        in guerra.
        I manovali, fermi, rispetto
        agli interinali
        (fra i due
        – relativamente, per capirsi, –
        ci vorrebbero le Trasformazioni
        di Lorentz),
        immobile persino il centotredici
        paragonato al correre dei flussi
        di borsa, dei Russi
        in Siria,
        dei top manager TAV,
        fermi gli edili,
        i tecnici, i tessili
        i meccanici, i medici persino,
        paragonati ai missili d’acquisto
        valute: la salute degli hedge funds,
        dei bond, ferma la cavalleria
        degli “Huns” teutonici
        a Ypres, se confrontata
        alla parabola accelerata
        del gradimento (politici!)
        i quali cinetici
        si prestano cinici
        ai comandi per cimici
        dei circoli di Davos. Fermi.
        Tutti. Fermi
        gli esodati – che burla
        chiamar moto di popolo
        il limbo che non urla
        (per vergognarsene) dei cinquantenni
        in pausa.
        No. Fra Legge Biagi
        Treu, pacchetti, abolizione del 18
        riforme e critici
        del posto fisso,
        chi è fermo, ma fermo
        sul serio
        per paradosso
        siam noi.
        Non chi dirige il coro
        da torri d’oro.
        Siamo noi, congelati
        “noi, manipolo di fratelli”
        da natalità al palo
        immigrazione da esercito di riserva
        strutturale
        per tener basso il costo
        del lavoro, noi
        eterni “improduttivi”,
        fuggitivi e cervelli,
        salari sempre in calo
        e culo
        rotto.

  7. Mariella Colonna

    Lo stesso vale per Machiavelli, Carlo Marx e Adorno, naturalmente.

  8. caro Furio Detti,

    grazie per questo contributo in versi liberi, e sottolineo: versi “liberi”, perché soltanto con una versificazione libera dal metro si può scrivere in questo modo una poesia civile, e sottolineo “civile”, in un paese in cui ormai si scrive quasi sempre in modo “in-civile”. Voglio dire che la prosa e la poesia che si fanno oggi sono dei compitini piani piani che non devono mettere in difficoltà il lettore, che lo devono corteggiare e blandire vellicandolo nel suo profondo narcisismo. E invece tu hai messo in una unica filastrocca “civile” tanti e tanti contenuti eversivi semplicemente prendendoli dalla realtà di oggi – Il pensiero mi corre alle filastrocche di Filippo Strumia, quelle sì telefonate e omologate – Chissà cosa ne avrebbe detto Gramsci della letteratura nazionale se vivesse oggi! – Ma, vedi, caro Furio Detti, oggi non c’è alcun bisogno di mettere le persone in carcere per impedire al loro cervello di “funzionare”, addirittura ti lasciano la libertà di pensare e di parlare (al vento), e la chiamano democcrazia e che siamo nel “migliore dei mondi possibili” (Karl Popper), e il bello è che forse, anzi, probabilmente, ha ragione Popper, in giro per il mondo ci sono mondi molto peggiori al nostro e quindi non ci dobbiamo lamentare… dobbiamo unirci al coro dei plaudenti e dei corifei…

  9. Mariella Colonna

    beh…non esageriamo! è vero che ci sono mondi peggiori del nostro…in giro per il mondo…ma che dobbiamo unirci al coro dei plaudenti mi sembra troppo… a meno che non sia un paradosso! Ma…dov’è la poesia di Furio Detti?…in questa pagina io non ho letto poesie!

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