Mário de Sá-Carneiro (1890-1916) Poesie scelte in portoghese e in italiano, con un Appunto sulle maschere di Giorgio Linguaglossa

 

Foto Saul Steinberg Masquerade, 1959-1961

Saul Steinberg, Masquerade, 1959

Orfano di madre ad appena due anni e con un padre militare spesso assente, il piccolo Mário riversò tutto l’affetto verso la nutrice, che rappresenterà per sempre la figura nostalgica di un’infanzia perduta. Durante l’adolescenza compì un viaggio “di formazione” e potè visitare l’Italia, la Francia e la Svizzera. Negli anni del liceo Sá-Carneiro si appassionò alla letteratura ed ebbe modo di conoscere lo scrittore Fernando Pessoa. Terminati gli studi si iscrisse alla facoltà di legge di Coimbra ma, dati gli scarsi risultati, si trasferì alla Sorbona di Parigi, città straripante di fervore culturale. Sá-Carneiro si disinteressò ben presto degli studi e cominciò a frequentare i music-hall , i caffè del Quartiere Latino, i teatrini e i circoli bohémiens. Inviò a Pessoa una serie di lettere dalla Ville Lumière in cui parlava del Futurismo e del Cubismo elogiando la civiltà della meccanica e il cosmopolitalismo.

Divenne cliente fisso dei caffè del “Boulevards des Italiens” e di “Place de l’Opér”a e intanto scriveva i suoi primi versi ironici, languidi e allucinati, dalla sensibilità esacerbata. Nel 1912 pubblicò Principio , una raccolta di novelle e il dramma Amicizia, ma iniziò a ghermirlo un soffocante “mal di vivere”, era grasso, goffo, timido e solitario, profondamente a disagio nel mondo in cui viveva. Nel 1913 pubblicò la poesia autobiografica Dispersione, sullo smarrimento dell’essere. “Mi convinco sempre più che non saprò resistere al temporale furioso, alla vita insomma, nella quale non avrò mai un posto. Mi creda, mio caro Fernando, è inutile avere illusioni: io sto toccando la fine: una fine tutta drappi e bandiere, ma pur sempre una fine”, scrisse a Pessoa il 13 luglio 1914. Quell’anno compose La confessione di Lucio, romanzo incentrato sulla follia, sul suicidio e sulla perversione sessuale. La depressione si faceva sempre più intensa, nacquero dissapori con il padre e con la matrigna, aumentarono le difficoltà finanziarie, Sá- Carneiro tuttavia continuò a restare nel confortevole Hôtel de Nice in rue Victor Massé. Frequentò una ragazza di vita che faceva l’entraîneuse in un cabaret.

Nel 1915 fondò e diresse con Pessoa la rivista “Orpheus”, ma se ne allontanò quando apparvero attacchi contro personalità politiche. Si apprestava ormai a diventare uno dei precursori del Modernismo portoghese, pubblicò Cielo in fuoco , raccolta di racconti, e il poemetto Manicure utilizzando slogan e caratteri grafici che derivavano dalle tecniche pubblicitarie.

“Ho ricevuto la Sua lettera di non so quale giorno ma non ho il cervello a posto. Una Follia distruttrice fischia su di me”, scrisse a Pessoa il 18 febbraio 1916. Due mesi più tardi comunicò all’amico le sue intenzioni di suicidarsi gettandosi sotto il métro ma questa morte non gli dovette sembrare adatta alla sua immagine di clown malinconico. Il 16 aprile 1916 invitò gli amici portoghesi nell’albergo dove alloggiava, ingerì un flacone di strincina e si lasciò morire nella sua stanza a soli ventisei anni.

Foto Man Ray, Portrait of Jean Cocteau, 1922

foto Man Ray, Jean Cocteau, 1922

Un Appunto sulle «maschere» di Giorgio Linguaglossa

Le «maschere» sono nient’altro che dei simulacri che attendono i personaggi della nostra alterità.

Corre l’obbligo, dopo la fine del novecento e della poesia modernista europea, porsi due domande terribili:

Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

Allora, apparirà chiaro che quella simbiosi chimica delle parole che avviene attraverso il tempo e le temporalità può eventuarsi mediante un processo di metaforizzazioni: dalla cosa all’immagine mentale e da questa alla parola. La metaforizzazione ci porta «fuori» dal discorso ordinario, quello dell’epoca e dei suoi linguaggi di settore. Questo esser «fuori» è un attributo fondamentale dell’esser «altro» del linguaggio della poesia, altrimenti sarebbe «dentro», e precipiterebbe nei linguaggi di nicchia e di settore dell’evo mediatico.

L’epoca della metafisica compiuta è quella che richiede una filosofia ermeneutica e un’arte ermeneutica, che è un altro modo di porre la questione dell’«ermeneutica [come] forma della dissoluzione dell’essere».1]

L’esercizio della memoria si dà soltanto sul presupposto della perdita della memoria. L’esercizio della memoria è l’esercizio della nostra mortalità.

1] Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti, Milano, 1985 p. 164

Foto No face

Poesie scelte di Mário de Sá-Carneiro

Eu não sou eu nem sou o outro,
Sou qualquer coisa de intermédio:
Pilar da ponte de tédio
Que vai de mim para o Outro.

*

Io non sono io né sono l’altro,
sono qualcosa di intermedio:
pilastro del ponte di tedio
che va da me all’Altro.

Mi sono smarrito in me stesso
perché ero labirinto
e oggi, se sento me stesso
ho nostalgia di me.

Astro folle che sognava
ho attraversato la mia vita.
Nell’ansia di oltrepassare
ho scordato la mia vita…..

 álcool

I

Guilhotinas, pelouros e castelos
Resvalam longamente em procissão;
Volteiam-me crepúsculos amarelos,
Mordidos, doentios de roxidão.

Batem asas de auréola aos meus ouvidos,
Grifam-me sons de cor e de perfumes,
Ferem-me os olhos turbilhões de gumes,
Descem-me na alma, sangram-me os sentidos.

Respiro-me no ar que ao longe vem,
Da luz que me ilumina participo;
Quero reunir-me, e todo me dissipo –
Luto, estrebucho…Em vão! Silvo pra além…

Corro em volta de mim sem me encontrar…
Tudo oscila e se abate como espuma…
Um disco de oiro surge a voltear…
Fecho os meus olhos com pavor da bruma…

Que droga foi a que me inoculei?
Ópio de inferno em vez de paraíso?…
Que sortilégio a mim próprio lancei?
Como é que em dor genial eu me eternizo?

Nem ópio nem morfina. O que me ardeu,
Foi álcool mais raro e penetrante:
É só de mim que ando delirante –
Manhã tão forte que me anoiteceu.

(Paris 1913 – maio 4)

un poco più di sole…ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

stupore o pace? invano…tutto è svanito
in un basso mare di spuma ingannatore;
e il grande sogno svegliatosi in bruma,
il grande sogno – ahimè! – quasi vissuto…

quasi l’amore, quasi il trionfo e il fuoco,
quasi il principio e la fine – quasi l’espansione…
ma nell’animo mio tutto si scioglie…
eppure niente è un’illusione!

tutto ho iniziato sempre…e tutto errato…
– ah, il dolore senza fine di esser-quasi…-
io fallii per gli altri, ho fallito in me,
ala che si slanciò ma non volò…

momenti d’anima dissipati…
templi dove mai misi un altare…
fiumi smarriti e non condotti al mare…
ansie sofferte, che non ho fissato…

se mi vagheggio trovo solo indizi…
ogive a mezzogiorno – sono sbarrate;
e mani di eroi, empie, intimorite,
hanno cinto di grate i precipizi…

in uno slancio fradicio di accidia,
tutto intrapresi e nulla conquistai…
oggi di me rimane il disincanto
di ciò che senza vivere baciai…
……………………………….
……………………………….
un poco più di sole… ed ero brace
un poco più d’azzurro…ed ero oltre.
per riuscire mi è mancato un colpo d’ala…
potessi almeno restare al di qua…

Mario de Sa-Carneiro Parigi, 13 maggio 1913 (da Dispersione, Einaudi)

Ao ver escoar-se a vida humanamente
Em suas águas certas, eu hesito,
E detenho-me às vezes na torrente
Das coisas geniais em que medito.

Afronta-me um desejo de fugir
Ao mistério que é meu e me seduz.
Mas logo me triunfo. A sua luz
Não há muitos que a saibam reflectir.

A minh’alma nostálgica de além,
Cheia de orgulho, ensombra-se entretanto,
Aos meus olhos ungidos sobe um pranto
Que tenho a força de sumir também.

Porque eu reajo. A vida, a natureza,
Que são para o artista? Coisa alguma.
O que devemos é saltar na bruma,
Correr no azul à busca da beleza.

é subir, é subir além dos céus
Que as nossas almas só acumularam,
E prostrados rezar, em sonho, ao Deus
Que as nossas mãos de auréola lá douraram.

é partir sem temor contra a montanha
Cingidos de quimera e de irreal;
Brandir a espada fulva e medieval,
A cada hora acastelando em Espanha.

é suscitar cores endoidecidas,
Ser garra imperial enclavinhada,
e numa extrema-unção de alma ampliada,
Viajar outros sentidos, outras vidas.

Ser coluna de fumo, astro perdido,
Forçar os turbilhões aladamente,
Ser ramo de palmeira, água nascente
E arco de oiro e chama distendido…

Asa longínqua a sacudir loucura,
Nuvem precoce de subtil vapor,
ânsia revolta de mistério e olor,
Sombra, vertigem, ascensão – Altura!

E eu dou-me todo neste fim de tarde
à espira aérea que me leva aos cumes
Doido de esfinges o horizonte arde,
Mas fico ileso entre clarões e gumes!…

Miragem roxa de nimbado encanto –
Sinto os meus olhos a volver-se em espaço!
Alastro, venço, chego e ultrapasso;
Sou labirinto, sou licorne e acanto.

Sei a distância, compreendo o Ar;
Sou chuva de oiro e sou espasmo de luz;
Sou taça de cristal lançada ao mar,
Diadema e timbre, elmo real e cruz…

…………………………………………………………………
…………………………………………………………………

O bando das quimeras longe assoma…
Que apoteose imensa pelos céus!
A cor já não é cor – é som e aroma!
Vêm-me saudades de ter sido Deus…

Ao triunfo maior, avante pois!
O meu destino é outro – é alto e é raro.
Unicamente custa muito caro:
A tristeza de nunca sermos dois…

*

Perdi-me dentro de mim
Porque eu era labirinto,
E hoje, quando me sinto,
é com saudades de mim.

Passei pela minha vida
Um astro doido a sonhar.
Na ânsia de ultrapassar,
Nem dei pela minha vida…

Para mim é sempre ontem,
Não tenho amanhã nem hoje:
O tempo que aos outros foge
Cai sobre mim feito ontem.

(O Domingo de Paris
Lembra-me o desaparecido
Que sentia comovido
Os Domingos de Paris:

Porque um domingo é família,
é bem-estar, é singeleza,
E os que olham a beleza
Não têm bem-estar nem família).

O pobre moço das ânsias…
Tu, sim, tu eras alguém!
E foi por isso também
Que te abismaste nas ânsias.

A grande ave doirada
Bateu asas para os céus,
Mas fechou-as saciada
Ao ver que ganhava os céus.

Como se chora um amante,
Assim me choro a mim mesmo:
Eu fui amante inconstante
Que se traiu a si mesmo.

Não sinto o espaço que encerro
Nem as linhas que projecto:
Se me olho a um espelho, erro –
Não me acho no que projecto.

Regresso dentro de mim
Mas nada me fala, nada!
Tenho a alma amortalhada,
Sequinha, dentro de mim.

Não perdi a minha alma,
Fiquei com ela, perdida.
Assim eu choro, da vida,
A morte da minha alma.

Saudosamente recordo
Uma gentil companheira
Que na minha vida inteira
Eu nunca vi… mas recordo.

A sua boca doirada
E o seu corpo esmaecido,
Em um hálito perdido
Que vem na tarde doirada.

(As minhas grandes saudades
São do que nunca enlacei.
Ai, como eu tenho saudades
Dos sonhos que não sonhei!…)

E sinto que a minha morte –
Minha dispersão total –
Existe lá longe, ao norte,
Numa grande capital.

Vejo o meu último dia
Pintado em rolos de fumo,
E todo azul-de-agonia
Em sombra e além me sumo.

Ternura feita saudade,
Eu beijo as minhas mãos brancas…
Sou amor e piedade
Em face dessas mãos brancas…

Tristes mãos longas e lindas
Que eram feitas p’ra se dar…
Ninguém mas quis apertar…
Tristes mãos longas e lindas…

Eu tenho pena de mim,
Pobre menino ideal…
Que me faltou afinal?
Um elo? Um rastro?… Ai de mim!…

Desceu-me n’alma o crepúsculo;
Eu fui alguém que passou.
Serei, mas já não me sou;
Não vivo, durmo o crepúsculo.

álcool dum sono outonal
Me penetrou vagamente
A difundir-me dormente
Em uma bruma outonal.

Perdi a morte e a vida,
E, louco, não enlouqueço…
A hora foge vivida
Eu sigo-a, mas permaneço…

…………………………………
Castelos desmantelados,
Leões alados sem juba…
…………………………………

*

Foto man who wear hat

Só de ouro falso os meus olhos se douram;
Sou esfinge sem mistério no poente.
A tristeza das coisas que não foram
Na minha’alma desceu veladamente.

Na minha dor quebram-se espadas de ânsia,
Gomos de luz em treva se misturam.
As sombras que eu dimano não perduram,
Como Ontem, para mim, Hoje é distância.

Já não estremeço em face do segredo;
Nada me aloira já, nada me aterra:
A vida corre sobre mim em guerra,
E nem sequer um arrepio de medo!

Sou estrela ébria que perdeu os céus,
Sereia louca que deixou o mar;
Sou templo prestes a ruir sem deus,
Estátua falsa ainda erguida ao ar…

VIII – Quasi (1913)

Um pouco mais de sol – eu era brasa,
Um pouco mais de azul – eu era além.
Para atingir, faltou-me um golpe de asa…
Se ao menos eu permanecesse aquém…

Assombro ou paz? Em vão… Tudo esvaído
Num grande mar enganador de espuma;
E o grande sonho despertado em bruma,
O grande sonho – ó dor! – quase vivido…

Quase o amor, quase o triunfo e a chama,
Quase o princípio e o fim – quase a expansão…
Mas na minh’alma tudo se derrama…
Entanto nada foi só ilusão!

De tudo houve um começo … e tudo errou…
– Ai a dor de ser – quase, dor sem fim… –
Eu falhei-me entre os mais, falhei em mim,
Asa que se elançou mas não voou…

Momentos de alma que desbaratei…
Templos aonde nunca pus um altar…
Rios que perdi sem os levar ao mar…
ânsias que foram mas que não fixei…

Se me vagueio, encontro só indícios…
Ogivas para o sol – vejo-as cerradas;
E mãos de herói, sem fé, acobardadas,
Puseram grades sobre os precipícios…

Num ímpeto difuso de quebranto,
Tudo encetei e nada possuí…
Hoje, de mim, só resta o desencanto
Das coisas que beijei mas não vivi…

….
….

Um pouco mais de sol – e fora brasa,
Um pouco mais de azul – e fora além.
Para atingir faltou-me um golpe de asa…
Se ao menos eu permanecesse aquém…

XI – Rodopio (1913)

Volteiam dentro de mim,
Em rodopio, em novelos,
Milagres, uivos, castelos,
Forcas de luz, pesadelos,
Altas torres de marfim.

Ascendem hélices, rastros…
Mais longe coam-me sóis;
Há promontórios, faróis,
Upam-se estátuas de heróis,
Ondeiam lanças e mastros.

Zebram-se armadas de cor,
Singram cortejos de luz,
Ruem-se braços de cruz,
E um espelho reproduz,
Em treva, todo o esplendor…

Cristais retinem de medo,
Precipitam-se estilhaços,
Chovem garras, manchas, laços…
Planos, quebras e espaços
Vertiginam em segredo.

Luas de oiro se embebedam,
Rainhas desfolham lírios:
Contorcionam-se círios,
Enclavinham-se delírios.
Listas de som enveredam…

Virgulam-se aspas em vozes,
Letras de fogo e punhais;
Há missas e bacanais,
Execuções capitais,
Regressos, apoteoses.

Silvam madeixas ondeantes,
Pungem lábios esmagados,
Há corpos emaranhados,
Seios mordidos, golfados,
Sexos mortos de ansiantes…

(Há incenso de esponsais,
Há mãos brancas e sagradas,
Há velhas cartas rasgadas,
Há pobres coisas guardadas –
Um lenço, fitas, dedais…)

Há elmos, troféus, mortalhas.
Emanações fugidias,
Referências, nostalgias,
Ruínas de melodias,
Vertigens, erros e falhas.

Há vislumbres de não-ser,
Rangem, de vago, neblinas;
Fulcram-se poços e minas,
Meandros, pauis, ravinas
Que não ouso percorrer…

Há vácuos, há bolhas de ar,
Perfumes de longes ilhas,
Amarras, lemes e quilhas –
Tantas, tantas maravilhas
Que se não podem sonhar!…

*

Só de ouro falso os meus olhos se douram;
Sou esfinge sem mistério no poente.
A tristeza das coisas que não foram
Na minha’alma desceu veladamente.

Na minha dor quebram-se espadas de ânsia,
Gomos de luz em treva se misturam.
As sombras que eu dimano não perduram,
Como Ontem, para mim, Hoje é distância.

Já não estremeço em face do segredo;
Nada me aloira já, nada me aterra:
A vida corre sobre mim em guerra,
E nem sequer um arrepio de medo!

Sou estrela ébria que perdeu os céus,
Sereia louca que deixou o mar;
Sou templo prestes a ruir sem deus,
Estátua falsa ainda erguida ao ar…

VIII – Quasi (1913)

Um pouco mais de sol – eu era brasa,
Um pouco mais de azul – eu era além.
Para atingir, faltou-me um golpe de asa…
Se ao menos eu permanecesse aquém…

Assombro ou paz? Em vão… Tudo esvaído
Num grande mar enganador de espuma;
E o grande sonho despertado em bruma,
O grande sonho – ó dor! – quase vivido…

Quase o amor, quase o triunfo e a chama,
Quase o princípio e o fim – quase a expansão…
Mas na minh’alma tudo se derrama…
Entanto nada foi só ilusão!

De tudo houve um começo … e tudo errou…
– Ai a dor de ser – quase, dor sem fim… –
Eu falhei-me entre os mais, falhei em mim,
Asa que se elançou mas não voou…

Momentos de alma que desbaratei…
Templos aonde nunca pus um altar…
Rios que perdi sem os levar ao mar…
ânsias que foram mas que não fixei…

Se me vagueio, encontro só indícios…
Ogivas para o sol – vejo-as cerradas;
E mãos de herói, sem fé, acobardadas,
Puseram grades sobre os precipícios…

Num ímpeto difuso de quebranto,
Tudo encetei e nada possuí…
Hoje, de mim, só resta o desencanto
Das coisas que beijei mas não vivi…

….
….

Um pouco mais de sol – e fora brasa,
Um pouco mais de azul – e fora além.
Para atingir faltou-me um golpe de asa…
Se ao menos eu permanecesse aquém…

*

O Fantasma (1916)

O que farei na vida – o Emigrado
Astral após que fantasiada guerra –
Quando este Oiro por fim cair por terra,
Que ainda é Oiro, embora esverdinhado?

(De que Revolta ou que país fadado?…)
– Pobre lisonja a gaze que me encerra…
– Imaginária e pertinaz, desferra
Que força mágica o meu pasmo aguado?…

A escada é suspeita e é perigosa:
Alastra-se uma nódoa duvidosa
Pela alcatifa – os corrimãos partidos…

– Taparam com rodilhas o meu norte,
– As formigas cobriram minha Sorte,
– Morreram-me meninos nos sentidos…

Fim (1916)

Quando eu morrer batam em latas,
Rompam aos saltos e aos pinotes,
Façam estalar no ar chicotes,
Chamem palhaços e acrobatas!

Que o meu caixão vá sobre um burro
Ajaezado à andaluza…
A um morto nada se recusa,
Eu quero por força ir de burro.

16 commenti

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16 risposte a “Mário de Sá-Carneiro (1890-1916) Poesie scelte in portoghese e in italiano, con un Appunto sulle maschere di Giorgio Linguaglossa

  1. La mia modesta opinione è che occorre sbarrare, tagliare via quel concetto di arte di origine formalistica tardo novecentesca che concepisce l’autoriferimento della poesia in termini di gioco tra diversi piani di linguaggio, gioco il cui centro sarebbe occupato dall’Ego autocosciente che legifera sui fonemi e sui monemi, come su di un demanio erariale…

    «Ciò che rimane lo fondano i poeti»: ma non tanto in ciò che dura, ma anzitutto in quanto «ciò che resta» è significativo per l’arte: traccia, memoria, monumento scheggiato e corroso. Questa è l’unica verità a cui oggi possiamo accedere…

    La poesia è il riconoscimento dello Zerbrechen (infrangersi) della parola, la sua terrestrità e mortalità…

    L’opera d’arte del Dopo il Moderno è l’unico tipo di produzione che testimonia l’invecchiamento e la deperibilità come fattori positivi che consentono sempre nuove aperture di senso…

    L’opera d’arte è l’unica forma di produzione che si presenta in termini ostili alla organizzazione del consenso cui invece soggiacciono tutte le altre forme di produzione.

  2. Bisogna prendere le debite distanze, soprattutto in poesia, da coloro che si fanno rincitrullire dal culto dell’Ego.
    Mário de Sá-Carneiro (1890-1916) può sedere tranquillamente accanto a Pessoa, al Pessoa della ‘Ode Marittima’ in special modo. E’ grande poesia, va letta, riletta, meditata, godendone fino all’ultima parola. E’ un poeta che aspira a ‘precisare’ e tende a farlo per sottrazione di parole, non per accumulazione di aggettivi e verbi, come fanno e hanno fatto quelli del culto dell’Ego.
    gr

  3. l’irrequietezza del nostro Campana. Il subbuglio di inizio secolo.
    La polemica contro le consorterie letterarie. Estremamente serie.
    Poeti e fuori giro.

    Grazie Ombra.

  4. botta – risposta G. Talia-L.M.Tosi: un contributo
    da alcuni pensieri di W. Siti su
    P. P. P.- Pier Paolo Pasolini

    […]
    Si parla molto di Pasolini e pochissimo della sua letteratura: il suo assassinio, il corpo, la sessualità, il profetismo sociopolitico, magari il suo cinema, o il suo «mondo» — nella cultura italiana è tutto un brusio, Pasolini Pasolini Pasolini, tutto un ristampare e fare convegni, senza che si imposti un discorso serio su quel che la sua attività principale (ripeto, la letteratura) ha lasciato in eredità al panorama italiano. Forse perché, in effetti, ha lasciato molto poco: non ci sono eredi né maniere che possano risalire a lui, almeno non nella misura in cui, per esempio, è accaduto per Calvino, o Gadda, o Montale.
    […]
    Gli sviluppi della letteratura italiana non sono stati in sintonia con la sua poetica; in parte per colpa sua, perché ci sono molti Pasolini diversi: il prosatore d’arte, il lirico, il mescolatore di stili alti e bassi, il realista della parolaccia, il polemista puntiglioso, il teorico del non-finito, il provocatore frettoloso e sprezzante. Ma in parte ancora maggiore per colpa del conformismo editoriale che ha scoraggiato e scoraggia lo sperimentalismo formale, che tra tutte le caratteristiche pasoliniane è senz’altro la più marcata. Era sperimentale perché viveva passionalmente l’insufficienza della letteratura di fronte alla realtà: era sempre pronto a ricominciare da capo, ad abiurare il già fatto, a inventare generi e sottogeneri o a riprenderne di desueti (la sceneggiatura letteraria, il poemetto pascoliano, il giornalismo poetico, la lirica come remake), a rischiare la sporcatura e il flop. L’industria culturale è andata invece, in questi quarant’anni, in direzione opposta: ogni scrittore è spinto a chiudersi in una sigla, a riscrivere all’infinito il libro che gli ha dato visibilità, a crogiolarsi nell’etichetta di «scrittore» quanto più avverte che il suo ruolo ha perso in autorità e prestigio[…].
    ———————————
    gr

  5. A proposito di Ego, di culto dell’Ego, un pensiero di A. Berardinelli
    su P. P. P.

    “[…]Pasolini ha un io smodato. Si mette sempre al centro della scena. Fronteggia la Storia del mondo confessando le sue angosce e le sue passioni inflessibili. Ama e accusa. Accusa chi non lo ama. Quando non ha più voglia di amare, la prima cosa che gli viene in mente è che un mondo da amare finisce: il suo mondo premoderno che forse era l’unico vero mondo reale. Pasolini prende per la gola i suoi lettori. Pretende di radiografare il loro cuore ipocrita e le loro buie viscere. Fa il Cristo e fa il Socrate. Fa sentire in colpa il suo pubblico sacrificandosi come vittima della società. Anche quando scrive male, il sottinteso è che la verità va oltre lo stile: anzi lo distrugge. Dice sempre quello che pensa e non smette mai di pensare in pubblico. L’idea di stile lo ossessiona perchè non ha pazienza per definirlo, lavorarlo, renderlo solido e durevole. La sua strategia è una spericolata e teatrale scorciatoia: “lo stile sono io”, io sono la poesia qualunque cosa scriva, sono la poesia anche se non scrivo, anche se faccio film (“cinema di poesia”), se sono intervistato, se sono fotografato, se parlo in tv, se scrivo articoli (“giornalismo di poesia”)[…]
    ————————————————
    gr

  6. Giovanni Ragno

    Plaudo alla scelta di questo poeta portoghese (per la stragrande maggioranza dei lettori del blog e degli amatori di poesia in generale è uno sconosciuto) da parte del Linguaglossa, che in questo è benmerito per le riscoperte postume, e fa bene perché decine sono ancora i poeti minori (importantissimi, però).
    Non può sedere accanto a Pessoa per una questione di spessore e di incidenza sulla cultura europea.
    Quanto all’EGO che il signor Rago bandisce dal mondo del poeta… deve farsene una ragione di vita e di esistenza più sua che non di altri: non può fare a meno del suo proprio EGO qualsiasi poeta, altrimenti la Poesie muore, anche quando l’EGO è eccessivamente presente, perché proprio per questo motivo si può misurare meglio il valore della poesia stessa e del poeta che la esprime; è una concezione settaria della poesia, e ristretta visione del mondo poetico.
    lPoi la sottrazione ha lo stesso valore dell’accumulazione : è necessario invece trovare una armonia e non bandire questo o quello…
    ….di solito capita che il poeta che non ha (sente in se) l’ego non è sensibile allo sviluppo della Poesia, che nei secoli,da Omero in poi, ha posto sempre l’EGO al primo posto (Cantami o Diva…), e che dire di Dante che dal primo verso all’ultimo della Commedia ci sommerge di EGO anche per interposta personaggio!
    …nel risentimento di Rago, nel suo porsi contro l’Ego, intravedo invece un attacco diretto verso un Poeta singolare ancora vivente: e questo attacco nulla ha che fare con Mário de Sá-Carneiro, che del suo “IO” ne fece una bandiera , come del resto tutti i poeti di valore…
    ….per ritornare alla scelta del Linguaglossa, davvero il mio plauso,e spero al più presto che sia presentato il poeta Orten, perché le sue elegie talvolta superano quelle di R. M. Rilke (che tra l’altro fa dell’ “accumulazione di aggettivi e verbi ” una bandiera, ma bisogna conoscere la lingua tedesca, e non solo) oppure il poeta scozzese Edwin Muir, che visse…

    grazie
    G. R.

  7. Rileggendo Pasolini, provo la convinzione che andrebbe letto e riletto e che non sarebbe fatto invano. In “Poesia in forma di rosa”, ritenuto da molti il suo testo poetico più alto (Ferretti “Pasolini l’universo orrendo”) si scorge e si impone una tensione poetica, intellettuale e politica oggi sconosciuta.
    Erano altri tempi? Forse.
    La sua lettura della Storia, della fine e del prefigurarsi di una nuova Preistoria. Riflettere su quelle Guinee del mondo con un amore e una dedizione vera, perchè vissuta, impensabile ai nostri tempi. Essere coscienti del proprio mondo borghese, in certo senso marcio e nello stesso tempo esserne debitore. Amare il mondo arcaico e volersene distogliere, senza riuscirvi. Sentirsi figlio e padre di una civiltà al suo apice e declino.
    Dire che il successo non è nulla e non conta nulla (parole sue). No, non lo vedo questo io ipertrofico, a almeno non prevalente. Impossibilitato ad esserlo, perchè doloroso.
    E’ passato attraverso molte esperienze artistiche e letterarie, sempre mettendosi in gioco fino in fondo, incontrando l’incomprensione degli altri, il suo proprio abisso, inferno della comunicazione (Salò).
    Provare a rileggerlo, senza star male, anche “Petrolio”, che ha momenti di bellezza quasi insostenibile e di estrema e rivoltante bruttura, che fa chiudere il libro e gettarlo via. O è qualcosa del nostro mondo, di noi stessi, che si vorrebbe gettare, non vedere…
    Pasolini ha ancora molto da dire e da dirci, anche in “Trasumanar e organizzar”. Mi armerò di pazienza, ci proverò.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/12/08/mario-de-sa-carneiro-1890-1916-poesie-scelte-in-portoghese-e-in-italiano-con-un-appunto-sulle-maschere-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-44042
    … caro Gino Rago,
    mi piacerebbe porre queste due domande ai «poeti» italiani di oggi:

    Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

    Sono convinto che perderei soltanto il mio tempo. Penso che nessuno impegnerà mai il proprio tempo per fornire le proprie ragioni.

    E allora dico una cosa molto semplice: che chi non pensa o abbia pensato lungamente per lunghi anni intorno a queste domande radicali che ho elencato non può scrivere nemmeno un verso. E invece vedo con allegria che anche i poeti più impomatati e imbalsamati scrivono centinaia di poesie e pubblicano dozzine di libri…

    Che cosa devo pensare? Che la totalità dei versi che si scrivono in allegria sono un prodotto di tragica inconsapevolezza…

  9. Guido Galdini

    se la metafisica è finita compreremo delle albicocche
    la poesia alle albicocche non ha bisogno di troppo zucchero

    se la poesia ci dà un compito cercheremo
    di non macchiare troppo d’inchiostro il nostro quaderno

    se avremo l’allegria di non rispondere
    ci rimarrà la tristezza per il dopocena.

  10. Caro Giorgio,
    scusami se salto di palo in frasca, ma parliamo di poesia. Ho letto “Stige” di Maria Rosaria Madonna. E’ una poetessa straordinaria. Ho letto con più calma e la riprenderò ancora. Sono incantata. Si sa così poco su di lei. Davvero è esistita? Mi ha fatto pensare a un eteronimo, come quelli di Pessoa. Lei però si impone con una forza vitale che va oltre ogni finzione poetica, anche se si avvale della finzione. Con una forza linguistica e culturale (classica) che arriva molto in alto e molto in basso, senza mai perdere di armonia. Incantevole anche quella sua neolingua. Bella nell’apertura “Sono arrivati i barbari”. Vale anche per oggi, una trasposizione teatrale di realtà storica, senza tempo. Grande Giorgio, semplicemente consiglio grandioso\grande Maria Rosaria Madonna.

    • cara Paola Renzetti,

      mi fa piacere che tu abbia letto e apprezzato il libro di Maria Rosaria Madonna, anch’io penso che possa stare accanto ad Amelia Rosselli senza sfigurare, si tratta di una poetessa di straordinaria forza espressiva che fonde apollineo e dionisiaco come forse nessun altro nel novecento italiano.
      Pensa che un poeta milanese, considerato dai più come il maggiore poeta italiano al quale avevo spedito una copia del libro, ad una mia richiesta cosa ne pensasse della poesia di Madonna mi ha scritto questa frase: «Non mi interessa», come a dire: «chi non fa parte della mia scuderia non mi interessa». E lo capisco molto bene, perché metterebbe in ombra la sua pochezza…
      Purtroppo la poesia italiana è piena di cialtroni e di pochezze gonfiate dagli adulatori, come del resto tutto il Paese che adesso veleggia sulle parole di borotalco della Lega e dei 5Stelle mentre il Paese sta entrando di nuovo in recessione…

  11. Salvatore Martino

    Carissimo Giorgio e poi perché la fine della poesia metafisica?Quando , a mio avviso, la poesia non può che interrogarsi intorno alle problematiche ultime, al mistero che coinvolge l’inizio e la fine, al nostro consistere nel mondo,al rapporto con se stesso e le cose e gli uomini e l’Altro da se e gli animali e la Natura, il rapporto con l’universo , macro e microcosmo, il dialogo talvolta inespresso con la divinità Per forza poi si cade nel minimalismo, anche quello importato dagli USA, nei cenci e negli stracci dei quali parla Rago, nelle pietruzze del frammento, che mai arrivano a donarci una emozione.E non voglio tornare sulle indicazioni stilistiche tanto bistrattate nella poesia odierna italiana .

  12. Giulia Rivelli

    Scusatemi, io non conosco il portoghese. perché non sono tradotte in italiano tutte le poesie?

  13. Giorgio Linguaglossa mi interpella in maniera diretta su due questioni centrali dell’attuale fare poetico nel modo che segue:
    “[…]
    … caro Gino Rago,
    mi piacerebbe porre queste due domande ai «poeti» italiani di oggi:

    Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?
    Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

    Sono convinto che perderei soltanto il mio tempo. Penso che nessuno impegnerà mai il proprio tempo per fornire le proprie ragioni.

    E allora dico una cosa molto semplice: che chi non pensa o abbia pensato lungamente per lunghi anni intorno a queste domande radicali che ho elencato non può scrivere nemmeno un verso. E invece vedo con allegria che anche i poeti più impomatati e imbalsamati scrivono centinaia di poesie e pubblicano dozzine di libri…

    Che cosa devo pensare? Che la totalità dei versi che si scrivono in allegria sono un prodotto di tragica inconsapevolezza[…]

    Affido una parte delle mie risposte, che in tempi più propizi cercherò di articolare a hoc, ad alcune riflessioni di Alfonso Berardinelli, riflessioni di fine dicembre di qualche lustro addietro, quando già i segni di certa poesia, vacua ed esangue, affidata a parole non necessarie né giuste, circolavano non soltanto in Italia:

    Alfonso Berardinelli:
    […] Se questa è oggi la migliore o più interessante poesia [francese], possiamo tranquillamente pensare che la poesia [francese] ha mangiato e continua a mangiare se stessa e nient’altro.
    A forza di diffidare dei significati, a forza di fissare il vuoto, il poco o il nulla, per il terrore di vivere, di definirsi o di nutrirsi di qualcosa, la poesia [francese] muore di anoressia.

    Solo che fa finta di esistere con l’uso di una serie di sofismi, anche se nessun lettore potrebbe leggerla. Non c’è niente da leggere: perché quando si usano i versi, non sono versi, e quando si usa la prosa, non è prosa.

    Si tratta di pura e vuota “écriture”, qualcosa che si sforza di evitare di essere questo o quello, secondo un procedimento di caricaturale misticismo che aborre il contenuto, ma rifugge anche dalla forma.
    […]
    Dopo aver preso questi appunti di lettura, leggo l’introduzione ( ….) con accresciuta curiosità. Che cosa potranno mai dire di questi poeti? E perché li hanno offerti in dono al lettore [italiano]?
    Perché, infine, “Nuovi Argomenti” accetta di mettere in circolazione testi poetici che se verranno presi per buoni da qualche giovane aspirante poeta sarà un disastro?
    […]
    Un pensiero nitido di Alfonso Berardinelli
    sui facitori di versi di piccolo cabotaggio.

    […] Oggi i poeti nel mondo sono almeno dieci o venti volte più numerosi che qualche decennio fa: e questo significa che fra tutti i modi di scrivere poesia avrà la meglio il più facile e il meno compromettente, quello per cui basta mettersi seduti un’ora la mattina e un’ora la sera, mettere in fila una serie di percezioni, di pensieri associati e di descrizioni smozzicate.
    Poi si sottrae la logica, si evitano i versi regolari, si aggiunge qualche segnale di poeticità antipoetica, si gioca fra precisione e nebulosità, si semina qua e là qualche lacuna di senso, che ci sta sempre bene.

    Alla fine verrà fuori una cosa che, non somigliando a nient’altro, può essere anche presa per poesia[…].

    Un malinteso probabile intorno alla parola ‘poesia’
    […]
    La poesia sembra sparita.

    Resta la voglia, evidentemente, di essere poeti, mostrando in più una coscienza problematica.
    Alfonso Berardinelli, 29. 12. 2005
    —————————————————————
    Per fortuna, almeno su L’Ombra delle Parole e sulla maggior parte delle sue Pagine [specialmente negli ultimi 3 anni de L’Ombra d. P. condotta e coordinata da Giorgio Linguaglossa, con l’ausilio della Redazione]
    c’è di meglio da leggere.

    gr

  14. gino rago

    Il mio precedente commento-risposta ai questi di Giorgio Linguaglossa portano gennaroquirino come autore et firmatario del commento stesso.
    La mia non magistrale padronanza nell’uso del pc può giocare questi per me antipatici scherzi.
    Rimedio riproponendolo sulla pagina di oggi de L’ombra come gino rago…
    Scusatemi, perdonatemi.
    gino rago

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