TRE POESIE SUGLI ANGELI di Chiara Moimas con un Commento di Giuseppe Pedota – POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI E IMMAGINARI

Chiara moimas_parigi

chiara moimas a Parigi

Chiara Moimas (1953) ha al suo attivo diverse pubblicazioni a carattere didattico su riviste specializzate. Ha pubblicato i volumi di poesia Metamorfosi: donna (Firenze Libri, Firenze 1989) e L’angelo della morte e altre poesie (Ed. Scettro del Re, Roma 2005) che ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Seguono Curriculum vitae (Joker, 2012), e L’acerbo Pruno (Edizioni Progetto cultura, 2014). Sue poesie sono state pubblicate su riviste di settore e nell’antologia Ragioni e canoni del corpo di Luciano Troisio (Terziaria, Milano 2001). Nel 2012 ha vinto il “Premio speciale M. Stefani” al concorso di poesia erotica di Venezia. Si occupa anche di scrittura per l’infanzia e di poesia dialettale (il “bisiac”) con riscontri su pubblicazioni e premi locali.

da Giuseppe Pedota Dopo il Moderno, CFR Piateda 2012

Chiara Moimas

Chiara Moimas

Con la poesia di Giovanna Sicari, Maria Rosaria Madonna, Chiara Moimas, Laura Canciani siamo davanti al risultato di quel complesso fenomenico che ha portato alla destrutturazione del linguaggio poetico del tardo Novecento. In questa poesia albeggia un’inquietudine per la vocabologia del vocabolario del nuovo linguaggio post-tecnologico, il sospetto che la poesia sia un linguaggio ideologico-totemico, e che quindi sia anch’essa una ideologia che deve essere de-costruita e de-strutturata per poi poterla utilizzare entro una contestura post-carnevalizzata.
Le «poesie-totem», ovvero, le «poesie-rebus», o meglio, le «poesie-mosaico» delle poetesse citate sono luoghi dove la dissonanza e la cacofonia convergono e si intorbidano, archetipi del sacro deturpato e del profano de-strutturato. Il luogo post-tecnologico di queste composizioni da Decisioni (1986), Sigillo (1989), fino a Uno stadio del respiro (1995) della Sicari o L’Angelo della morte e altre poesie (2005) di Chiara Moimas, è il luogo della contaminazione («zona franca» la definisce la Sicari) dei post-tecnofatti linguistici. L’opera uscita postuma Ponte d’ingresso (2003) della Sicari, segnerà un momento di ripiegamento ad una poesia più attenta alla koiné della tradizione; quella della Moimas segnerà una ripartenza dalla poesia della rilkiana Dinggedichte.
C’è nella poesia delle autrici citate come un ricordo rimosso, una anamnesi obliata di ancestrali totem iconici. È caduta l’aura magica dell’iconologia totemica, della matrice simbolistica, si prendono le distanze dalla procedura dissacratoria delle post-avanguardie ma è rimasta la ilarità post-sacrale degli scarti linguistici: una vocabologia disperata, divelta dalle fondamenta del denotatum.
La poesia di questa generazione femminile promana da sé un paesaggio lessicale crivellato e bombardato. È una testimonianza allarmata dell’antico vaticinio apotropaico di cui si dispossessa la nuovo nuova parola liturgica. È ovvio che qui parliamo di liturgia laica e addirittura disperata per quella assenza del divino di cui questa poesia esibisce la carta di identità. Ciò che è visibile all’esterno, ovvero, alla prima lettura, è proprio ciò che si nasconde e che deve restare rimosso, sepolto. Le «parole» di questa poesia sono le tessere semantiche, i vocaboli-denotatum, gli strumenti di un mondo post-tecnologico che ha sopravvive allo stadio della produzione industriale. Voglio dire che, per contraltare, questa generazione capisce per tempo che i tempi sono cambiati. La poesia si offre come una «manifatturaۛ»; malinconia che si nutre della discarica dei reperti segnici e iconici ormai non più utilizzabili dalla nuova produzione tecnologico-semiotica. Così, la malinconia dei pezzi di produzione usciti fuori produzione irradia straniamento nella misura della sua organizzazione formale e strutturale.
Il totem post-tecnologico del discorso poetico della Sicari, Canciani, Madonna, Marchesi, Giorgia Stecher e Moimas si nutre dello stesso procedimento «fagocitatorio» che regna nel libero mercato della produzione post-tecnologica: contestualizza nel nuovo sistema semantico il lessico e l’iconologia de-contestualizzate dalla de-valorizzazione del linguaggio poetico.
Leggiamo da L’Angelo della morte e altre poesie (2005) della Moimas:

 angelo 1

Sulla battigia dell’eden
angeli pietosi
reclinano le ali pesanti
raccogliendo naufraghi
come candide conchiglie.
Un sasso rovente è caduto nel mare.
Ippocampi sospesi in un sonno tranquillo
si dibattono adesso
nella rete dei nostri capelli
intricati di vento e di sale.
Scuotono la morte in sussulti
sconosciute varietà di branchi silenziosi
prigionieri di tasche rigonfie.
Fiocine
le nostre dita aperte
rastrellano alghe rapprese. Ma
non siamo di aiuto
in questo rimestare l’oscurità.
Impotenti
al cospetto dell’apocalisse
che erige inedite terre
sulle quali grovigli di grida
diventano il pianto comune.
Siamo pronti a raccogliere
pali e gomene
ad inchiodare tavole di croci
per restare nell’emerso.

angelo 3

L’angelo della morte (in S. Pietro)

Quale volto nasconde tra le pieghe del marmo
gonfie d’un alito che nessuno respira
quale terrore cela nelle orbite vuote.
Al crepuscolo dell’estrema navata
il suo stare non dice se vola o se plana
o se il volo trattiene e la quota
sul confine dell’orrido che forse lui vede.
Non traspare lo slancio di femori e tibie
né si coglie lo scatto nello spento baleno.
Come trama leggera il costato si espone
alla lancia che passa e non figge;
gabbia per anime furibonde
che premono agli orifizi
per premono pensieri.
Non si solleva lo sterno per desiderio
incontenibile affanno fatica suprema od attesa
né riparo al piacere è concesso dal ventre
ispido e vuoto. Non un punto
dove possa annidarsi la vita. Inservibili
tacciono le ali nel bronzo rappreso.
La clessidra del tempo brandita da ossute falangi
è bottino di strage strappato con forza crudele
alla presa tenace dell’ultimo arpione
ma grano non c’è che percorra le ampolle
o dolore che vada a ritroso sanando una colpa
non sua. Quel volto nascosto trasuda
vergogna immortale: l’eterno vanto della bellezza.
Ribrezzo per il vuoto degli occhi
per le concave guance e la fronte infinita.
Dove le scapole pronte a coprirsi di piume
nel fendere lo spazio che dalla notte ci separa
dove le chiome d’oro fluttuante
l’ambiguità del sesso nelle forme
che dalla tunica tradiscono il seno
esibendo omeri audaci. Un volo
incagliato nelle pietre e nei marmi
che si chiudono in volta sontuosa.
E dentro di noi si fa strada l’inezia d’infinito
che ci assembla la carne e il pensiero.
Guadagniamo il portale ansimanti.
Stolti ci riserviamo nelle asfittiche trombe.
Che qualcuno ci perdoni.

angelo

Scrive Giorgio Linguaglossa nella prefazione al volume: «Gli angeli della Moimas non parlano. Interrogati, non rispondono. Il loro silenzio è un criptico e sibillino metalinguaggio e risiede nella posa statuaria, nelle pieghe del volto, in un sintagma nascosto della loro regale postura. L’angelo della Moimas è dunque colui che è depositario degli orrori della storia degli uomini. E, in un certo senso, questi angeli sono innocenti e sublimi proprio grazie a questa loro inconsapevolezza che li rende eterei e leggeri. Essi aleggiano e volteggiano, ma il loro moto è più simile a una danza macabra che non a una pavana o a un minuetto».
Come lo strumento rivela l’essenza della tecnica soltanto quando s’inceppa e si guasta, come lo strumento è trasparente finché lo si utilizza entro il circuito della produzione di merci, così anche le parole diventano pienamente visibili soltanto quando muoiono, si guastano, diventano infungibili alle esigenze della produzione per il mercato. Analogamente, la «parola poetica» della Sicari e della Moimas attraggono, come una calamita, le tessere semantiche che sono state deiettate dalla produzione (per la comunicazione).

da Curriculum vitae (2012)

angelo 2

Curricoli

Da gotici portali emergono
goffamente issati su zampe
di pteranodonte
incidono
passo dopo passo
di orme stellate
l’argilloso terreno.
Conche
dove il piscio
di umanoidi ignari
si distende invitando
ad idilliaci sogni lacustri
dove foglie ripudiate
da venti vagabondi
galleggiano maldestre
otturandosi il naso e la gola.
Satolli di adiposi saperi
ancheggiano insicuri
nelle sale d’aspetto
nei deliranti corridoi
dove cigolano grida
sui cardini oliati
dove ammassa l’attesa
muschio sulle giunture
e la ruggine corrode
ingranaggi di complessi
pensieri. Spettri
di pianeti lontani
orge declamano
di inconfessabili teorie
imperscrutabili a chi
batte e ribatte
con ticchettio di pioggia
il tasto
del segno negativo.

chiara moimas l'acerbo pruno

Tremano con labbra riarse
da domande inevase
ed ali già vantano
di soprannaturale esistenza
code bifide a legarli
nei gironi infernali.
Morituri con glandi
turgidi pronti a fecondare
di sperma prelibato
preziosi calici di femmine
procreatrici. Stirpi elette
affogate nei pubblici
vespasiani e cordami
sbiaditi di DNA
legati a mediocri progenie
saldamente radicati
nelle incubatrici di alieni.
Impregnato l’etere
e l’aurora ne tracima
e lo zenit si offusca
di tanta plateale cognizione.

Sacri mostri preposti
a delineare con romanzate
verità la sudditanza
della cavità cerebrale
arroganti scudisciano
le spalle ricurve.
Abiura. Rinneghino
questi miseri postulanti
l’ultimo volo libero
dello scontroso gabbiano
e corvo diventino dall’ala
spezzata.
Rinneghino felicità
nel desolante
quotidiano errare
e segni premonitori
attendano
forieri di desiderabili
supplizi.
Invertiranno l’orbita
i mondi ruotanti
e lapislazzuli in sciami
colpiranno l’autostima
agonizzante la fede
perirà nelle spire di serpenti
dai gangli tridimensionali.

Curricoli persi nei grandi
immondezzai del pianeta
languiranno torcendosi
in lenta combustione
liberando scorie nocive
tossiche esalazioni
effluvi pestilenziali.
Ed ancora
ne incontreremo
avvinghiati dentro
tubi catodici
contorti
in spasimi agonizzanti
da strati di pece
ribollente sommersi.
Bolo malsano
nelle arterie delle nostre
telematiche vicende
nutrimento
di estatiche illusioni
rigurgito pronto
all’espulsione dentro
il rifiuto di sotterranee
odissee.
Chi ne fa scempio
chi da rupi sinistre
ne scaglia la voce implorante
chi con sadico ghigno
ne atrofizza il pulsare
avrà sterpi nel letto
e le palpebre accese nel sonno.

L’oscura Signora coperta
da pesante mantello
ritta sul ciglio
dell’unica strada
attende
reclamando il suo pegno.
Rintronerà la sua gola
di uno stridere acuto
un arrider sguaiato
striscerà sulle volte
affrescate
del precario castello.
Nella rete dei ragni
stoltamente planeranno
flotte di pipistrelli
sprezzanti
e scarafaggi potenti
adagiati sul guscio
offriranno la resa.
Si farà umile
prostrato e servile
chi il comando teneva
come lenta lumaca
che strisciando
dissipa la bava.

12 commenti

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12 risposte a “TRE POESIE SUGLI ANGELI di Chiara Moimas con un Commento di Giuseppe Pedota – POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI E IMMAGINARI

  1. Giuseppe Panetta

    Ecco la poesia di valore, almeno quella che io intendo come poesia che ti conduce dall’inizio fino alla fine, senza cadute intermedie, al senso. Un poesia che ti afferra e ti costringe ad aprire occhi e mente.

    Per fare un esempio di valore, ritorno per un attimo alla poesia di Anna Ventura, Vergine di Norimberga, bene, ogni qualvolta io (sottolineo io) visiterò un museo e vedrò un tale strumento di tortura non potrò non ricordarmi di quella poesia, così come ogni qualvolta ricorderò o leggero di Torquemada non potrò scordare sua madre morta che gli tira un orecchio o lo schiaffeggia come fosse un birichino qualsiasi.

    Ed anche in queste poesie di Chiara Moimas, sebbene a livelli differenti rispetto alla prima autrice, la storia mi conduce lì dove l’angelo della morte aspetta tutti, prima o poi, e sento i rimandi alla grande tradizione funebre romantica, come anche a quella degli inizi del secolo scorso, ma la radice qui ha germogliato altro nel lessico post-tecnologico: “Siamo pronti a raccogliere/pali e gomene/ad inchiodare tavole di croci/per restare nell’emerso.

    Terrò bene a mente anche Curricoli ogni qual volta dovrò spedirne uno: “Satolli di adiposi saperi”.
    G.P.

  2. mi fa molto piacere che siano state apprezzate le poesie di Chiara Moimas, autrice che scoprii quando facevo la rivista “Poiesis”; intuii subito che la Moimas aveva un talento particolare e una sobria e solida struttura linguistica. E così le pubblicai un libro “L’Angelo della morte e altre poesie” (2005). Poi la poetessa di Ronchi dei Legionari ha scritto anche belle poesie erotiche e poesie “leggere” su Parigi, si è presa delle pause, ha saggiato le sue indubbie capacità linguistiche e stilistiche con altri temi, ma io credo che le cose più alte Chiara Moimas le abbia scritte quando ha alzato l’asticella delle difficoltà e si è misurata con tematiche alte e complesse. In queste poesie non ci trovi mai delle incertezze lessicali e stilistiche, il discorso poetico si snoda alto e solenne, senza ricorrere ad albagie o a trucchi letterari.
    E poi Chiara Moimas non fa parte di circoli letterari influenti, ha sempre preferito restare nell’ombra (come Anna Ventura) e lavorare sodo.

  3. Ivan Pozzoni

    Trovo nei testi di Chiara, autrice che non conoscevo, ritmi, litanie, versi, atmosfere, molto simili a ciò che avevo sentito, e che mi aveva colpito duramente, nelle canzoni “poetiche” del gruppo punk CCCP, confluito nei CSI (con meno mordente) e scioltosi. E, ammettiamolo, Lindo Ferretti, Zamboni e Maroccolo non sono improvvisatori di musiche e testi.

    Curricoli persi nei grandi
    immondezzai del pianeta
    languiranno torcendosi
    in lenta combustione
    liberando scorie nocive
    tossiche esalazioni
    effluvi pestilenziali [Chiara Moimas].

    Un affanno continuo frammenti di tecniche pioggie acide da vuoti cieli malsani oceani di vapore confondono le schiume di mille detersivi bianchi eccessivi umani a branchi bivaccano sotto nuovi prodigi mai visti
    progenitori mutanti in solitudine cercano mutazioni possibili
    And the radio plays [CCCP, La profezia della Sibilla]

    Poesia punk o goth? Esperimento interessantissimo.

    • Chiara Moimas

      Apprezzo l’accostamento di Pozzoni anche se, sinceramente, non ho mai ascoltato musica punk rock: da brava maestra, quando tornavo da scuola, avevo bisogno di assoluto silenzio per ricompattare le cellule cerebrali!
      Ho trovato, però, nella libreria di mio figlio ” il libretto rozzo dei CCCP” e stamattina ho letto i testi delle loro canzoni. Un filo di disperazione e di dolore li attraversa mentre sviscerano i mali della realtà. Senz’altro un punto in comune con i miei versi.

  4. Ivan Pozzoni

    Cara chiara, da burbero responsabile di magazzini, avevo necessità di musica fortissima e dura che coprisse la musica infernale delle urla, delle domande, dei carrelli elevatori. La comunanza che ho trovato in voi è davvero un “filo di disperazione e di dolore li attraversa mentre sviscerano i mali della realtà”. Sono contento di avere bene interpretato i tuoi versi, che, chiaramente, oltre a ciò hanno molto altro. Reputo i tuoi versi molto interessanti, e mi accade raramente. Grazie!

  5. antonio sagredo

    ma sugli angeli ho scritto che bisogna scannarli in una delle mie Legioni, la decima:
    —-
    X

    Iene non nate, Orfeo muore!
    E mi congedo dai dettagli e dagli elogi,
    dalle sinistre bontà, come un negarsi
    ai tragitti e ai banchetti. Sono consunto
    dagli arcani. In ceppi, ginestre e palpebre
    sotto tumuli di riti.
    Consacro la gioia! Celebro la grazia!
    Altari di stupori! Scabrosi miti, leggende!
    Vigilia, epifanie, attutite le cadute!
    Narciso, affossa gli specchi e scanna
    l’angelo!
    Respiro, io sono figlio della mia Parola!
    Come poco c’importa dove mai siamo, e come.
    Non più essere e avere, non più canto,
    sognare non più… noi vivi, siamo fatti di scongiuri
    e di presagi. Sulla soglia la Nemesi…
    il sangue ritorna a scudisciate.
    Ignaro, trangugi spirali, da secoli, flagelli!
    Come (ti) sperona la vita: il gril-let-to sentilo!
    Senti come rumina il tamburo e il becchino!
    Padre, l’anello dal dito adunco t’ho sfilato, semivivo!
    Come la morte è chiusa al canto e al pane raffermo,
    e risacche di nerastre risa s’avvolgono, non in bende
    ma in nodi e cera, sputo di nero sperma, morbido
    sudore di denti. Come smania la bara che ho ingannato!
    Come il seme è mùtilo di spirali, di balsami!
    In gramaglie, nel pozzo, fuori!
    La mia risposta è: riti, riti! Mi ha sorpreso il Caso!
    Come sparviero la croce mi artiglia e una giostra
    di suoni mi governa. Ascolto gemiti e massacri,
    evangeli e cantici interdetti, surrogati di spine,
    e oltre gli argini, le misure e i limiti
    ti berrò a visioni, a fuochi, a ori,
    e nella tua mano sarò il volo,
    io, nella tua maschera… ròsa!

    ANTONIO SAGREDO (1989)

  6. antonio sagredo

    No, Mas, Legione! – è diverso: non fare lo spiritoso ignorante?
    O lo spiritoso cretino (cretienne= cristiano)? – Prova invece a commentare i versi: saresti più serio! E non solo il commento, anche il ritmo, i significati/-anti, le figure ecc. O non sei capace affatto? E allora : taci!
    Dopo quello che hai scritto e scriverai sui greci ed altro,non puoi decadere a questi livelli così degradanti per Te stesso. Vai dentro i versi, cerca di comprendere perché li ho intitolti Legioni!

    • “Cretino (cretienne= cristiano)? (Sagredo)

      “Dal franco-provenzale. crétin (che è dal lat. christianus ) nel senso commiserativo di ‘povero cristiano’ •sec. XVIII.” (vocabolario etimologico)
      Crétien (m), Chrétienne (f) in francese si scrivono con “ch” come in latino, mentre in greco la ch si scrive con la consonante aspirata “χ”.

      Giorgina Busca Gernetti

      • ERRATA CORRIGE
        :
        “Cretino (cretienne= cristiano)? (scritto da Antonio Sagredo a Ivan Pozzoni)

        “Dal franco-provenzale. crétin (che è dal lat. christianus ) nel senso commiserativo di ‘povero cristiano’ •sec. XVIII.” (vocabolario etimologico)

        Chrétien (m), Chrétienne (f) in francese si scrivono con “ch” come in latino, mentre in greco la ch si scrive con la consonante aspirata “χ”.

        Giorgina Busca Gernetti

  7. Ivan Pozzoni

    Oh: a me una decima legione che scanna gli angeli ha fatto venire immediatamente in mente la X Mas (X Legione Mas)! Perdonami se difetti in senso dell’umorismo. 🙂 Poi, in merito ai versi, amo commentare Archiloco, Teognide, Esiodo, Solone, e non Mr Sparapizza. Per quanto l’ing. Sparapizza sia dotato di eccelso talento, le mie attuali domande sono altre. Per esempio: cos’è il pubblico “omerico”? Come si relaziona la nozione di pubblico “omerico” con la concezione del pubblico privato (e deprivato) tardo-moderno? Che funzione ha l’arte “omerica”? Che suggestioni hanno diritto e istituzioni “omeriche” sull’arte ellenica arcaica? E così via… Poi, finita la Grecia, ci saranno Roma, Egitto e Mesopotamia, e dopo Roma, il tardo-antico, il medioevo, l’umanesimo, la riforma, le culture non-occidentali, la rivoluzione industriale, il moderno e Sagredo. Però in questo thread non si discuteva di Antonio Sagredo, si discuteva di Chiara Moimas, che ho serenamente commentato. Non abbiamo l’obbligo di commentare tutti i tuoi versi, o tacere. Non trovi? Possiamo anche non commentare i tuoi testi, seppur validi, e discutere di tutt’altro. Direi che è legittimo.

  8. antonio sagredo

    Felice, come si dice, d’aver fatto la Sua conoscenza. Credo che io e Lei non abbiamo più nulla da dirci.
    Antonio Sagredo

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