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UNA POESIA di Valerio Magrelli con un commento di Giuseppe Pedota del 2009 – Il manifesto dell’egoismo piccolo-borghese negli anni del minimalismo trionfante ” “Il fiume non sta mai a sentire nessuno”

giuseppe pedota copertina Dopo il ModernoGiuseppe Pedota foto anni Settanta

 

da Giusepe Pedota Dopo il Moderno CFR, Piateda, 2012 pp. 150 € 12

… una parte rilevante della scrittura di alcuni autori lombardi, la parte culturalmente più provveduta, opta invece per una impostazione micrologista e topologica del discorso poetico. Come dice la sua etimologia, micrologia sta per «discorso sul piccolo». La micrologia abita i dettagli, gli spigoli degli oggetti (le parole), le giunture e le connessioni tra gli oggetti. Ed è significativo che nelle formulazioni dei micrologisti non si accenni mai ad alcuna questione di poetica.

C’è una crisi della Ragione poetica?

Sembra che la poesia contemporanea non si ponga più il problema di quale linguaggio impiegare. Non si pone neanche più alcuna questione di poetica. Il genere poesia è diventato un camaleonte che esonda dalle pagine dei libri di poesia, che cambia colore ad ogni cambiamento delle nuvole. Non si affrontano neanche più tematiche. In una parola: si sproblematizzano i problemi. Negli ultimi trenta anni poi si è diffusa l’acritica credenza secondo cui la poesia debba occuparsi delle cronache del quotidiano e della micrologia, riservando per sé un ruolo di supplenza e di omologia. In questo modo, tutto è diventato poetizzabile e la poesia si può occupare di tutto.

Così, dagli anni Ottanta in poi è invalso l’uso di scrivere in uno stile da esportazione, magari agile, leggero, frizzante, traducibile nel gergo del ceto impiegatizio delle principali lingue europee. Una lingua di superficie che saltella sulla superficie di quella gigantomachia che è il reale-mediatico. Un esempio è la poesia di Valerio Magrelli che opta per una intellettualizzazione di argomenti di cronaca mediante la composizione, la scomposizione e la ricomposizione di una serie di tessere-mosaico, di intellettualismi sproblematizzati. Un esercizio combinatorio tipo puzzle che può essere replicato all’infinito. Qui il modello proposizionale magrelliano è diventato un «calco seriale» che può essere utilizzato e riproposto all’infinito mediante una serie pressoché infinita di varianti.

Nella poesia di Magrelli si ha una produzione in serie di un «calco» originario che può essere riprodotto in un numero pressoché infinito di varianti e di variabili. Dal libro più recente, Disturbi del sistema binario (Einaudi, Torino, 2006), citiamo un brano tratto dalla visione di un cartone animato. Con un artifizio letterario (che è anche un falso fideiussorio) si presta al cartone animato la facoltà del pensiero, ed esso diventa soggetto del pensiero. Di qui, una serie pressoché ininterrotta di disquisizioni intellettualistiche, di proiezioni soggettive su un cartone animato, fino a giungere alla scoperta dell’uovo di Colombo: alla «mente bicamerale» del «tipo anatra-lepre» (mediante il riduttore di una semplificazione all’ultimo grado della straordinaria complicazione della psiche umana).

valerio magrelli valerio magrelli

Di qui l’inserimento di un moltiplicatore di un dato-base in una serie pressoché ininterrotta di complicazioni intellettualistiche. Fermo restando che il dato-base è sempre una invenzione arbitraria e gratuita del pensiero magrelliano ricondotto e fissato ad uno stadio libidico-infantile della percezione, allo stadio libidico della percezione Magrelli sovrappone le proiezioni intellettualistiche dell’intellettuale mediatico che vuole stupire i suoi interlocutori massmediatizzati da una cultura imbonitoria. Per Magrelli la questione della crisi non si pone nemmeno, la sua poesia (che riposa su un suolo esentasse) può pescare dal pozzo senza fondo dell’attualità e dei media ogni sorta di similoro e simil-poesia; ogni cosa che luccica, nelle mani di Magrelli, sottoposta ad una cospicua dose di intellettualizzazione, può diventare poesia, o meglio, pseudo poesia:

A cosa pensa il cartone animato
quando a parlare è il suo interlocutore?
Mostra uno sguardo fisso e vuoto, da animale
(weltlos, il «senza mondo» di cui parla il filosofo).
E a cosa pensa il tipo anatra-lepre?
Di mondi, ne possiede addirittura due.
Allora quale abita, la sua mente bicamerale?
Forse è in affitto, e qui sta la radice
della doppiezza

Ed ora un altro esempio di visione piccolo-borghese del mondo tratto dal n. 6 di una rivista romana, «linfera» (aprile 2009). Vale la pena di citarlo per intero:

Il fiume non sta mai a sentire nessuno,
corre via dalle proprie responsabilità
fuggendo sempre in una direzione.
Inaffidabile e insieme prevedibile,
«vado di fretta», dice, e con questa scusa
si sottrae ad ogni tipo di richiesta.
Prendilo come esempio
per disfarti di tutti gli importuni,
ma lascia che un’ansa si formi
dove ascoltare chi ami.

 

 

Anche qui viene prestato (con un procedimento falsificatorio), ad un oggetto inanimato (il fiume), la capacità del pensiero. Ad un arretramento del pensiero critico allo stadio pre-libidico, corrisponde, nella macchina del pensiero (poetante) magrelliano, un simultaneo avanzamento allo stadio del pensiero critico dell’homo sapiens nella versione piccolo-borghese con la gratuita complicanza del pensiero del soggetto poetante e dell’analogia tra il medesimo e il fiume pensante. Si tratta della finzione (consolatoria e fideiussoria) di uno scambio di coppia del pensiero tra i due contraenti; ciò che produce la coda dello stitico pensierino finale («per disfarti di tutti gli importuni»). Insomma, la filosofia del Magrelli è presto detta: una sorta di malthusianesimo dell’egoità piccolo-borghese della nuova piccola borghesia in crisi di liquidità finanziaria: una sorta di sordità verso le responsabilità che ci coinvolgono nei confronti degli altri.

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

valerio magrelli con la libreria della sua abitazione a Roma

Nel pensiero (poetante) magrelliano vige un imperativo categorico: scrollarsi di dosso tutte le responsabilità «fuggendo sempre in una direzione. Inaffidabile e insieme prevedibile». Una vera e propria dichiarazione dell’irresponsabilità. Il finale con il suo esplicito invito a farsi sempre i fatti propri, è veramente un monumento all’egoismo piccolo borghese e al piccolo cabotaggio dell’intelligenza, un monumento alla mancanza di elementare senso civico (non dico della collettività), ma anche uno sbandierato elogio dell’economia dell’ego; una filosofia di vita fideiussoria, vincente, inossidabile e inespugnabile che viene formulata con un ossimoro davvero penoso, diventare «inaffidabile e insieme prevedibile». Senza saperlo, perché Magrelli è un poeta scarsamente dotato di capacità autocritica, il poeta romano ha scritto per sé e per la propria poesia il miglior epitaffio, un vero manifesto dell’egoismo piccolo-borghese negli anni del minimalismo trionfante di cui occupa il ruolo di indiscusso capofila.

Gif Manichino

Giuseppe Pedota (Genzano di Lucania, Potenza 26.01.1933 – Cremona 15.05.2010). Da subito, ha privilegiato l’arte a livello totale in: musica, poesia, pittura, scultura, incisione, grafica, design, scenografia, saggistica. Dall’età di cinque anni compie studi musicali quindi, studi medi, ginnasiali e classici a Potenza tra i gesuiti. Dà concerti d’organo e pianoforte. Di formazione laica, instaura legami con Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Vito Riviello, Orazio Gavioli, Lucio Tufano e riunisce il meglio dell’ intellighenzia lucana di allora proponendo un inedito ed importante centro di dibattito politico e culturale.

Per le prime libere elezioni disegna grandi murales in piazza Sedile a Potenza e redige saggi sull’analfabetismo in Lucania, insieme a Carlo Levi. Primi tentativi di teatro nuovo con Orazio Gavioli. Prima mostra d’arte figurativa al liceo classico del capoluogo lucano. Scrive un volume a quattro mani con Vito Riviello sulla nuova estetica (1950). Primo viaggio a Parigi per incontrare Sartre ed il suo entourage francese degli anni cinquanta.

Più tardi, nel ‘64 e sempre a Parigi, conoscerà Borges. Del 1959 è la pala d’altare per la cappella cimiteriale di famiglia.

Lasciati gli antichi amici, inizia a diciannove anni il lungo viaggio verso il nord: si trasferisce a Cremona per lavoro. Si lega a Crippa, Fontana, Kodra, Buzzati, Vittorini, Roversi. Per reazione a certi modi e mode d’arte si dedica per motivi di lavoro soprattutto all’architettura, al design, alla pubblicità e scenografie.

Tra i lavori degli anni ’60, la commissione per gli interni dell’hotel “due Foscari” di Busseto; gli interni totali del cinema Vittoria di Crema. Alcuni progetti, come la villa Kesten a Ginevra, sono considerati esempi ante litteram di bioarchitettura.Vince il secondo premio internazionale per le vetrate d’una chiesa a Firenze (1963). Partecipa a concorsi e premi su solo invito. Continua a leggere

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TRE POESIE SUGLI ANGELI di Chiara Moimas con un Commento di Giuseppe Pedota – POESIE SU PERSONAGGI STORICI MITICI E IMMAGINARI

Chiara moimas_parigi

chiara moimas a Parigi

Chiara Moimas (1953) ha al suo attivo diverse pubblicazioni a carattere didattico su riviste specializzate. Ha pubblicato i volumi di poesia Metamorfosi: donna (Firenze Libri, Firenze 1989) e L’angelo della morte e altre poesie (Ed. Scettro del Re, Roma 2005) che ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Seguono Curriculum vitae (Joker, 2012), e L’acerbo Pruno (Edizioni Progetto cultura, 2014). Sue poesie sono state pubblicate su riviste di settore e nell’antologia Ragioni e canoni del corpo di Luciano Troisio (Terziaria, Milano 2001). Nel 2012 ha vinto il “Premio speciale M. Stefani” al concorso di poesia erotica di Venezia. Si occupa anche di scrittura per l’infanzia e di poesia dialettale (il “bisiac”) con riscontri su pubblicazioni e premi locali.

da Giuseppe Pedota Dopo il Moderno, CFR Piateda 2012

Chiara Moimas

Chiara Moimas

Con la poesia di Giovanna Sicari, Maria Rosaria Madonna, Chiara Moimas, Laura Canciani siamo davanti al risultato di quel complesso fenomenico che ha portato alla destrutturazione del linguaggio poetico del tardo Novecento. In questa poesia albeggia un’inquietudine per la vocabologia del vocabolario del nuovo linguaggio post-tecnologico, il sospetto che la poesia sia un linguaggio ideologico-totemico, e che quindi sia anch’essa una ideologia che deve essere de-costruita e de-strutturata per poi poterla utilizzare entro una contestura post-carnevalizzata.
Le «poesie-totem», ovvero, le «poesie-rebus», o meglio, le «poesie-mosaico» delle poetesse citate sono luoghi dove la dissonanza e la cacofonia convergono e si intorbidano, archetipi del sacro deturpato e del profano de-strutturato. Il luogo post-tecnologico di queste composizioni da Decisioni (1986), Sigillo (1989), fino a Uno stadio del respiro (1995) della Sicari o L’Angelo della morte e altre poesie (2005) di Chiara Moimas, è il luogo della contaminazione («zona franca» la definisce la Sicari) dei post-tecnofatti linguistici. L’opera uscita postuma Ponte d’ingresso (2003) della Sicari, segnerà un momento di ripiegamento ad una poesia più attenta alla koiné della tradizione; quella della Moimas segnerà una ripartenza dalla poesia della rilkiana Dinggedichte.
C’è nella poesia delle autrici citate come un ricordo rimosso, una anamnesi obliata di ancestrali totem iconici. È caduta l’aura magica dell’iconologia totemica, della matrice simbolistica, si prendono le distanze dalla procedura dissacratoria delle post-avanguardie ma è rimasta la ilarità post-sacrale degli scarti linguistici: una vocabologia disperata, divelta dalle fondamenta del denotatum.
La poesia di questa generazione femminile promana da sé un paesaggio lessicale crivellato e bombardato. È una testimonianza allarmata dell’antico vaticinio apotropaico di cui si dispossessa la nuovo nuova parola liturgica. È ovvio che qui parliamo di liturgia laica e addirittura disperata per quella assenza del divino di cui questa poesia esibisce la carta di identità. Ciò che è visibile all’esterno, ovvero, alla prima lettura, è proprio ciò che si nasconde e che deve restare rimosso, sepolto. Le «parole» di questa poesia sono le tessere semantiche, i vocaboli-denotatum, gli strumenti di un mondo post-tecnologico che ha sopravvive allo stadio della produzione industriale. Voglio dire che, per contraltare, questa generazione capisce per tempo che i tempi sono cambiati. La poesia si offre come una «manifatturaۛ»; malinconia che si nutre della discarica dei reperti segnici e iconici ormai non più utilizzabili dalla nuova produzione tecnologico-semiotica. Così, la malinconia dei pezzi di produzione usciti fuori produzione irradia straniamento nella misura della sua organizzazione formale e strutturale.
Il totem post-tecnologico del discorso poetico della Sicari, Canciani, Madonna, Marchesi, Giorgia Stecher e Moimas si nutre dello stesso procedimento «fagocitatorio» che regna nel libero mercato della produzione post-tecnologica: contestualizza nel nuovo sistema semantico il lessico e l’iconologia de-contestualizzate dalla de-valorizzazione del linguaggio poetico.
Leggiamo da L’Angelo della morte e altre poesie (2005) della Moimas:

 angelo 1

Sulla battigia dell’eden
angeli pietosi
reclinano le ali pesanti
raccogliendo naufraghi
come candide conchiglie.
Un sasso rovente è caduto nel mare.
Ippocampi sospesi in un sonno tranquillo
si dibattono adesso
nella rete dei nostri capelli
intricati di vento e di sale.
Scuotono la morte in sussulti
sconosciute varietà di branchi silenziosi
prigionieri di tasche rigonfie.
Fiocine
le nostre dita aperte
rastrellano alghe rapprese. Ma
non siamo di aiuto
in questo rimestare l’oscurità.
Impotenti
al cospetto dell’apocalisse
che erige inedite terre
sulle quali grovigli di grida
diventano il pianto comune.
Siamo pronti a raccogliere
pali e gomene
ad inchiodare tavole di croci
per restare nell’emerso. Continua a leggere

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