Dino Campana UNA POESIA “Viaggio a Montevideo”- Commento di Marco Onofrio

campana in cravatta

La notte

La notte

campana lettera a Papini nella quale lo minaccia di morte

campana lettera a Papini nella quale lo minaccia di morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:…
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine
di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune…

campana copertina Onofrio

 campana canti orficiI Canti Orfici, secondo l’auto-definizione apposta dall’autore a sottotitolo, rappresentano Die Tragödie des lezten Germanen in Italien, ovvero la ‘tragedia dell’ultimo Germano in Italia’. Spiega Campana: «Il germano preso come rappresentante del tipo morale superiore (Dante Leopardi Segantini)» che in un Paese degenerato come il nostro – rovinato dalla “barbarie civile” (ovvero dalla «brutalità secolare clericale e popolare») – è destinato all’estinzione, e comunque alla sconfitta. Campana, insomma, cerca idealmente una patria non avendone: si protende «verso il paese nuovo (non putrida patria)» dove assistere alla nascita dell’uomo nuovo, libero, felice, trasfigurato. E così, nell’ottobre 1907, il poeta di Marradi tenta di rompere per sempre con l’Italia, che lo ha deluso, e parte per l’Argentina imbarcandosi a Genova. Il soggiorno sudamericano sarà breve (meno di un anno) ma basterà a fargli respirare un’aria diversa, a nutrire il suo sguardo di spazi sconfinati, di natura vergine, di civiltà elementare. Campana si spoglia delle scorie e abbraccia – malgrado gli stenti quotidiani (per sopravvivere fa un po’ tutti i mestieri: da mozzo in mare a peon de via) – la verità rigenerante delle origini. Ne recano traccia diversi testi, inclusi e non nella stesura dei Canti Orfici: “La Notte”, “Dualismo”, “Buenos Aires”, “Nella pampa giallastra il treno ardente”, “Pampa”, “Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici”, “Passeggiata in tram in America e ritorno”, “Viaggio a Montevideo”.

Campana-e-la-vendita-dei-Canti-Orfici A proposito di “Viaggio a Montevideo”, Ida Li Vigni (nel suo Orfismo e poesia in Dino Campana, Genova, il melangolo, 1983) parla di una percezione filtrata e trasformata attraverso la memoria: «la percezione, sollecitata dalla memoria spaziale, opera scarti visionari con messe a fuoco espressioniste tese a restituire l’immagine latente delle cose viste e ricordate». Campana, cioè, scrive ricordando il suo viaggio in Sud America (e ne testimoniano i verbi al passato). Ma perché la percezione è “sollecitata” e non piuttosto incarnata dalla “memoria spaziale”? Quasi che egli stia documentando in presa diretta le impressioni del viaggio e che queste vengano straniate da precedenti dati memoriali (come d’altronde è prassi abituale nei Canti Orfici). A me sembra, piuttosto, che in “Viaggio a Montevideo” le percezioni del viaggio non siano distinguibili dalla memoria spaziale: sono questa stessa memoria. Anche qui, come ne “La Notte”, “visione” equivale integralmente a “ricordo” (e viceversa). Campana costruisce una “dissolvenza visiva” sincronizzando la propria “cinepresa memoriale” al lento movimento della nave che si allontana dalla costa. Dal ponte della nave egli vide svanire nel verde i colli di Gibilterra e, mentre la terra scura celava dentro il crepuscolo d’oro come una melodia blu di un’ignota giovane solitaria scena, egli vide ancora tremare una viola sulla riva dei colli…

campana avana È una fra le possibili letture dei versi iniziali, fra i più ambigui e inafferrabili dell’intera poesia campaniana – ciò, tuttavia, non impedisce di intuire inequivocabilmente il contesto, la situazione che il poeta vuole “suggerire” oltre la logica dei costrutti, oltre i vincoli del “discorso” poetico: Campana infatti «scompone la sintassi in funzione del lessico, cioè arricchisce i significati in un tessuto di rapporti semantici nuovi, e con tale procedimento linguistico ridisegna il mondo, e lo sguardo dell’uomo sul mondo» (Ceragioli). Traspare la percezione miracolosa di una realtà sola con se stessa, “ignota”, cui il soggetto non sta dinanzi, non partecipa fisicamente. Una sorta di prodigio ottico, di rifrazione oltre ogni legge del mondo (e possibilità umana) grazie a cui il poeta, dal ponte della nave, a diversi chilometri di distanza ormai, riesce a vedere, attraverso lo schermo traslucido dell’aria, la sagoma di un fiore che sta tremando sui colli al crepuscolo. E così abbraccia, cattura, campisce anche gli spazi remoti ove posano e illanguidiscono i silenzi del cielo sopra la distesa marina.

Montevideo

Montevideo

 Un’altra lettura possibile, sempre sostenuta dalla destrutturazione sintattica dei versi, indica nella viola non il fiore, bensì lo strumento musicale che produce la tremula melodia. «Fanciulla sola d’ignota scena», riferito alla terra, significa l’identità autologica del luogo che resta, nel suo proprio punto, a prescindere dalla vicinanza percettiva dell’osservatore in movimento; il quale, allontanandosi in nave, coglie sempre più a distanza la visione trascolorante, fino al suo svanire. La «bruna terra», vista da lontano nella sua solitudine, cela quasi una melodia blu, metaforicamente prodotta dal tremolio delle corde di una viola. La melodia blu può essere la traduzione sinestesica del brivido d’ombra che primieramente sale, annunziando l’incedere notturno, e poi lievita, progressivamente, «dentro il crepuscolo d’oro». E infatti, troviamo al v. 9: «Illanguidiva la sera celeste sul mare». Il verbo “illanguidire” ci dà la misura della lentezza sospesa di un passaggio comunque progressivo e irreversibile. È la soglia umbratile che lungamente separa, senza contorni definiti, la fine del giorno dall’inizio della notte. Ed è un processo particolarmente poetico e suggestivo nel contesto della scena marina. Il tramonto sul mare, struggente di luci sfumate, languido di veli e vapori, imbevuto di colori scaturenti che si accendono l’un l’altro, offre la Stimmung del “confine infinito”, tradotto in senso spaziale dalla visione smarginata del luogo indefinibile, e in senso temporale dalla metamorfosi, dal divenire inafferrabile di ciò che si trasforma mentre resta «ad ora ad ora», cioè attimo dopo attimo. Ed ecco che, da lì in poi, è tutto un varcare (verbo che ben rende il senso del passaggio, della trasformazione):

Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:…
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.

campana_dino1 Varcano lentamente i “silenzii”, che posano sopra il mare, dalla luce calda che li indora all’azzurro tenebroso che li imbruna; varcano lo spazio, verso l’orizzonte della «celeste sera», gli «uccelli d’oro» che accompagnano la nave all’inizio del viaggio, con il palpito policromo delle loro ali; varca anche la nave, la distesa marina che batte con lo scafo mentre si protende «già cieca» nell’immenso buio del mare aperto, trascinando nel suo corso i «naufraghi cuori» dei passeggeri. È un movimento sospeso tra il varcare e il battere: batte la nave e battono le ali la tenebra; batte la tenebra stessa; battono, implicitamente, i «naufraghi cuori». Nella progressione crepuscolo-sera-tenebra «gli arabeschi sintattici fanno sì che l’azzurro e l’oro si comunichino a tutti gli elementi della scena, e la sincronia del palpito dà unità anche spirituale al battito dei naufraghi cuori e alle ali degli uccelli; in entrambi i casi la migrazione viene dai più lontani silenzii, e si dirige verso l’ignoto» (Ceragioli).

palazzo di  montevideo

palazzo di montevideo

Dopo il grande scenario crepuscolare che apre il viaggio, si immagina solo per ellissi la monotonia senza storia della navigazione in mare aperto, fino al rilievo di una svolta decisiva: «Ma un giorno»… Le donne spagnole sono definite “matrone” dagli occhi «torbidi e angelici» (come provenienti da un sopramondo) e dai seni «gravidi di vertigine» (cioè che provocano vertigine nel poeta: la qualità del soggetto viene attribuita direttamente all’oggetto). La baia di Capo Verde viene paragonata al cielo notturno, di cui è «assai più» tranquilla e profonda. La percezione del «paese ignoto» è velata e confusa, come di malato febbricitante sotto coperta (che vede “ombre” e ascolta rumori). Le suggestioni cromatico-uditive (ad esempio il fondersi dei colori e dei suoni di Gibilterra che svanisce all’orizzonte nella “cifra” della «melodia blu»), unite ad una messa in scena che riproduce i ritmi del viaggio, esibendone progressivamente i “panorami”, e ad un certo tono ieratico del racconto (la suspense dell’avventura, il favoloso senso di stupore dinanzi ai nuovi paesi, l’iterazione «Andavamo andavamo» che inaugura i cinque versi in corsivo, da “diario di bordo”)… tutto concorre a suscitare (e permette al poeta di raggiungere) la potente visione finale della terra mitica e selvaggia:

(…) ed ecco: selvaggia
A la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane (…)

È la natura sconfinata e incontaminata, «senza le case umane»: non inquinata dai veleni della civiltà. Anche le case di Buenos Aires paiono deserte; come deserta, «infinitamente deserta e misteriosa» viene definita (alla fine di “Pampa”) la terra da cui l’uomo libero tende le braccia «al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio». Il viaggio di avvicinamento alle origini rimosse si conclude con l’apparizione definitiva delle due città del «mare giallo de la portentosa dovizia del fiume» (il Rio de la Plata), ovvero: «del continente nuovo la capitale marina» (Buenos Aires) e «la città abbandonata / tra il mare giallo e le dune» (Montevideo).

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7 commenti

Archiviato in critica letteraria, poesia italiana del novecento

7 risposte a “Dino Campana UNA POESIA “Viaggio a Montevideo”- Commento di Marco Onofrio

  1. antonio sagredo

    a Dino Campana

    La pàtina di pietra che mi copre il sesso
    s’è levata dallo specchio in ammirazione
    e col trucco di una oscura riflessione
    i serafini uccisi sono in lagrime.

    Gli uccelli del parco discutono sul concerto:
    dite, è possibile espellere un fagotto?
    I violini hanno le note ferite sulle corde,
    le cicatrici dell’armonia non sono fortunate.

    Che il gatto lecchi il pelo nella notte
    a me poco importa della mia lirica:
    Berna orfica io amo
    e l’urlo rosato della mia città.

    Cartapesta antica, sapore di colla,
    giravolte, crocicchi i miei pensieri.
    Nelle nicchie sogno Madonne e Puttane,
    occhi turchini, rossastri sudori, cariatidi sdentate.

    Gli applausi della pietra sono eterni
    come me e il mio destino innamorato…
    e sono ottuso, e non amo che i tarocchi,
    nemmeno l’epica salverà la mia vita!

    antonio sagredo

    Černošice, 27 maggio 1979
    ———————————–
    li ossi, la casa e il doganiere non hanno senso per me
    e pure le altre corti, ignare, che ci circondano gementi.
    Coraggio, entriamo gioiosi, nati ieri, nella Villa accesa.
    Le mie Legioni hanno bisogno di scongiuri: che auguri, ZanZan!
    Contro tutti difendo la celeste AMO dai compagni
    e dalle capre, dai falchi, con eurovigore!
    Dalla Boemia invocai: A cha Kandicha!
    Bendir, Bendir siamo giunti a Tarab! A Toledo!
    Gioia del sama’: palme… lagrime… arrabbìche!
    O notte salentina! O folle Carmelo!
    Ya lîl!… ya lîl!
    La bestia senese divorai sul Ponte delle Legioni,
    sotto i rossi lampioni m’inseguiva il famelico Campana,
    mi… mi tallonavano le sue visioni levantine.

    2003
    —————————————
    antonio sagreedo

  2. la ricchezza vocabologica dei componimenti di Antonio Sagredo lascia esterrefatti e sgomenti, è un labirinto inaccessibile e imperlustrabile di angoli acuti e di convessità, di picchi gotici algenti e di crepacci linguistici e di levità metafisiche. Forse, anzi, senza forse, Sagredo è il più metafisico poeta degli ultimi lustri. Pagliacceria dell’io, sontuosità e flessuosità, brame ipocondriache e ribellismi saturnini, tutto converge nella sua poesia per essere attirato nel nulla di un buco nero.

  3. antonio sagredo

    caro Giorgio, ci sei arivato! Mi fa piacere e in risposta e delizia per Te e per i miei lettori che sarnno migliaia a tra breve, una poesia sui metafisici. Buona lettura.
    ——————-
    Ai metafisici inglesi

    Meglio di voi io so cantare il verme
    perché passo il testimone d’alloro
    da una Morte all’altra col solo sguardo
    di chi un giorno o forse una notte
    fece brillare l’armilla, il colore
    dell’ombra nel tempo antelucano.

    Trascorsi chi sa quanti inverni accanto a quel fuoco
    che divorava non bruciando sogni d’amori mai sognati,
    speculae di concetti in filigrana, smanie di ossa, riflessi
    di perduta carne nei bordelli: tutti, in via dei Crocicchi, i lupanari!
    Tredici le stazioni – scosciate! – perché la vagina
    del mondo mostrata fosse alle orbite di teschi recidivi.

    Il commiato fu chiaro, intenzionale, come una visione
    di Blake! – un epitaffio estremo di chi non la vita lasci,
    ma l’amplesso goduto come una giovane leggenda,
    una batteria di percosse sotto la carnale artiglieria di sordidi capricci.

    Bardi gentili, io vi ringrazio dal Regno delle Ceneri,
    ma la rinuncia non è la chiave della rassegnazione!
    Ancora brucia, brucerà sempre, anche dopo l’inutile
    giudizio universale, il sesso di dove morti siamo usciti,
    di dove vivi rientriamo… per celebrare, truccati, una commedia!

    antonio sagredo

    Maruggio-Campo Marino, 24/25 luglio 2008

  4. antonio sagredo

    Ma è Marco Onofrio che deve comprendere i miei versi su Campana, e aspetto la sua risposta!
    a. s.
    e nei versi della seconda poesia che ci sono segnali ben precisi su chi io amo e chi no: a voi scoprirli.

  5. Ivan Pozzoni

    Carissimo Antonio, dal tuo affascinante testo Ai metafisici inglesi si evince benissimo, nel concreto, cosa ami: la vagina. E io, umilmente, concordo. un abbraccio

  6. antonio sagredo

    Grazie, davvero gentile, Le invio altri versi (la parola v… ricorre solo due volte in tutta la mia creazione….)
    ———————————————————————–
    Pornofania 1999
    (prima parte)
    —>> Dove voi, Viventi, ammucchierete le nostre vite?

    C’è un muto e incauto sudore
    che cola all’ombra dei sessi
    in luminose ascensioni, annunciazioni…
    Dèmoni dei capelli e dei tentacoli!

    Ah, quanto mi mancate, Angeli!

    Avevo sette anni di visioni e di finzioni…
    e se corifeo del Nulla, tra dissanguati Cristi,
    ancora la Morte mi fa spavento:
    si diletta di barocco, fa smorfie d’operetta,
    vocifera in falsetto le sue geremiadi.

    Teatro infantile che senza colpa mi sgomenta,
    nessun testo atteso nutre il Verbo… mio?
    Nessuna vagina immacolata nel Salmo arroventato…
    Tra cosce madreperlacee si nascondono i Cantici,
    ma un risorto sudore lubrifica stridule lancette:
    Big Bang nella campana del sangue!

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