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Alfonso Berardinelli – Wisława Szymborska, LA POESIA DELL’APPARENTE LEGGEREZZA – DUE POESIE: “Possibilità” e “Conversazione con una pietra”

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

da Il Sole 24Ore – Domenica, 9 febbraio 2014

Wisława Szymborska (1923-2012). Nella sua apparente leggerezza c’è un’instancabile e passionale tenacia che ha la funzione fondamentale, igienica, di disintossicare da idee generali, idoli e miti.

Prima che ricevesse il Nobel, quando ancora non sapevo che Wisława Szymborska esisteva nella realtà, sentivo il bisogno di inventarla. Prima di leggere la sua poesia, credo di averla immaginata e sognata. Mi ero convinto, ancora confusamente, che il suo era un modo di scrivere poesie di cui in Italia avevamo bisogno. Non voglio dire con questo che non ci fossero da noi buoni e ottimi poeti. Avevamo senza dubbio una tradizione novecentesca che si era conclusa, o esaurita, con gli ultimi libri di Montale; con i caotici, improvvisati poemetti e poesie giornalistiche di Pasolini; con il manierismo virgiliano-lacaniano di Zanzotto; con la teologia negativa in epigrammi aforistici di Giorgio Caproni; con la polimorfica, satirico-patetica «vita in versi» di Giovanni Giudici. Si potrebbero aggiungere altri nomi: anzitutto Sandro Penna e Amelia Rosselli, molto amati, se non imitati, dagli anni Ottanta in poi.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

Ma dopo? L’interruzione di continuità è stata evidente. Almeno a partire dalla mia generazione, entrata in scena intorno al 1975» si ricominciava più o meno da zero, dopo aver dato la poesia per finita. È quando all’improvviso la vitalità della poesia è stata riscoperta e continuamente riaffermata (anche con troppa fede, una fede sospetta) ci si è accorti che i poeti erano diventati veramente troppi. C’era dunque di che sognare, e io sognavo una poesia che somigliasse almeno un po’ a quella della Szymborska. So bene che augurarsi un particolare tipo di poesia è un peccato contro la natura dell’invenzione artistica, che è e deve restare imprevedibile. Sono nemico delle poetiche programmatiche. I programmi sono quasi sempre attraenti per definizione, ma il giudizio deve riguardare i fatti, i risultati, non le intenzioni. Cercherò tuttavia di spiegare perché il mio sogno della Szymborska nasceva, come tutti i sogni, per compensare i difetti di una certa realtà.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

Qualunque lettore può notare nelle poesie della Szymborska una serie di caratteristiche che, messe insieme, la rendono inconfondibile. Ne elenco alcune: immaginazione sfrenata e occasioni di vita quotidiana; inclinazione umoristica e perfino comica; giochi di parole mai separati da giochi di idee e immagini; una dialettica della composizione che fa incontrare gli opposti e mette l’identico in contraddizione con se stesso; ironia e pathos che nascono l’uno dall’altro; estro e audacia intellettuali che coincidono con la perizia tecnica. Quasi tutte queste cose mancavano nella poesia italiana, o erano isolate l’una dall’altra e quindi non si rafforzavano a vicenda, restando spesso una semplice aspirazione. Abbiamo avuto per esempio un paio di poeti capaci di esibire uno stile di pensiero, senza che avessero davvero un pensiero a giustificare quella forma.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

Detto questo, devo aggiungere una cauta precisazione, almeno una: è così, salvo eccezioni. Queste eccezioni si trovano recentemente soprattutto nella poesia scritta da donne, che però non definirei “femminile”, sia perché non rivendica diritti di genere né isola una tematica di esclusiva marca femminile; sia perché ha esattamente quelle caratteristiche che tradizionalmente, secondo una vecchia convenzione, venivano invece attribuite agli uomini: lucidità intellettuale, spregiudicatezza, coraggio, mancanza di sentimentalismo, distacco ironico, libertà di pensiero, energia espressiva e comunicativa, indipendenza da modelli. Il successo italiano della Szymborska è parallelo all’emergere da noi di un nuovo stile poetico del tutto privo di esoterismi e gergalismi poeticizzanti, privo di vaghe allusività, automatismi associativi, nebulosità semantica, indeterminatezza metrica.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 Chi voglia farsi un’idea di quello che dico, può cercare i libri di Patrizia Cavalli, Bianca Tarozzi, Anna Maria Carpi, Alba Donati, che hanno tutte pubblicato in questo ultimo anno. Nessuna di loro naturalmente imita la Szymborska. Di lei ha scritto la Donati che la sua poesia è carica «di enigmi e di prodigi, commuove e ci rende allegri, spinge alla meditazione e ci trascina in cielo come aquiloni».
Ogni poeta ha un suo metodo, ma il metodo della Szymborska appare sempre in primo piano. La sua tecnica, i procedimenti e i meccanismi con cui costruisce le sue poesie sono visibili, vengono esibiti. Non sono solo forma; o meglio sono la forma della cosa che viene detta e che di per sé forse neppure basterebbe. Se avessi il coraggio di fare un’ipotesi che non sono in grado di sostenere con nessuna prova, direi che in questo singolare metodo si incontrano le assurde meraviglie di Alice e la prassi conoscitiva della dialettica, quella di Marx e Engels, soprattutto di Engels, ma anche di Eraclito (il quale compare in una poesia). È possibile che del marxismo onestamente imparato in gioventù, alla Szymborska sia rimasto questo metodo dialettico che fa muovere, fa ballare le cose e ogni entità statica, convenzionale, autoritaria.

In una delle poesie contenute nel suo vero libro di esordio, Appello allo Yeti, del 1957, si leggono queste due strofe: «Nulla due volte accade / né accadrà. Per tal ragione / si nasce senza esperienza, / si muore senza assuefazione (…) Non c’è giorno che ritorni, / non due notti tutte uguali, / né due baci somiglianti, / né due sguardi tali e quali» (Nulla due volte).

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 Che sia vero o no, è questa la cosa che l’autrice trova interessante. Se si è capace di notarla, la differenza non fa sentire la ripetizione. Szymborska nota più la prima che la seconda, se ne rallegra, ci si diverte, ne è ispirata. La sua arguzia la aiuta a non cadere nel generico. Va a cercare, o trova subito, la singolarità. Per questo non si annoia, non ci annoia. Nella vita comune, questa poesia afferra ciò che comune non è. Se niente si ripete davvero, tutto è ogni volta interessante e da non perdere.
Il singolare, famoso sorriso della Szymborska, che vediamo in tutte le sue foto, è un sorriso di divertimento e di sfida. Nella sua apparente leggerezza c’è un’instancabile e passionale tenacia. Sembra quasi che la sua poesia voglia avere una funzione. In realtà, ha solo quella, fondamentale, igienica, di disintossicare dalle idee generali che diventano idoli e miti quando le facciano vivere al di sopra delle circostanze. In un’intervista rilasciata a Francesco Groggi alla Repubblica», 7 aprile 2008*, alla domanda su quale ruolo può avere la poesia contro i miti contemporanei, la risposta della Szymborska è: «Un ruolo molto piccolo, quasi nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa». La poesia è una sfida alle idee generali e al gran mondo della storia. Richiede una fede personale che non ha quasi fondamento pubblico.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 È questa qualità intellettuale e dialettica, è il ritmo nella costruzione dei significati, che ha permesso alla Szymborska di resistere bene, meglio di altri autori, alla rischiosa avventura della traduzione. Si perde un po’ di musica, di allitterazioni, di omofonie eccitanti e comiche, ma il ritmo strutturale e il gioco concettuale rimangono illesi. Oltre alla musica verbale c’è una musica del pensiero.
C’è il ritmo dialettico della scoperta e dell’indagine mentale. Il mondo delle meraviglie è dunque qui, è il nostro. Si dilata e si contrae, dal cosmico al quotidiano, dalla preistoria all’attimo presente, purché si rovesci l’apparenza immediata e si sappia che c’è sempre altro da pensare, c’è sempre un «rovescio della medaglia». È uno «spasso» (così si intitola uno dei suoi libri) questo mondo singolare e plurale, maschio e femmina, presente e passato, realtà e possibilità, caldo e freddo, alto e basso. I modi e le forme della grammatica si mescolano con ciò che si legge nei libri di scienze, geografia, paleontologia e storia.

Divertimento, teatralità, acume dialettico, imprevedibili assurdità, devozione al dettaglio: tutte cose che auguravo alla poesia italiana. Nella stessa intervista che ho citato, la conclusione della Szymborska è questa: «La maggior parte delle persone non si dà la pena di pensare con la propria testa (o perché non può, o perché non vuole), e di conseguenza, è facilmente preda di suggestioni collettive. Qualcuno ha detto che le persone si istupidiscono all’ingrosso e rinsaviscono al dettaglio. Dunque amiamo e sosteniamo i casi al dettaglio».

[*Francesco Groggia, I paradossi della poesia, intervista con Wisława Szymborska «La Repubblica», 7 aprile 2008]

wislawa-szymborska-1923-2012

Possibilità

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha la colpa su tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti,
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

 

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

Conversazione con una pietra

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.
– Vattene – dice la pietra.
– Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

(da “Sale” 1962)

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SUL  TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (STIGE o ACHERONTE) – Claudio Damiani “L’isola natante” da “Eroi” (2000) e altre due poesie 

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

Isola di morti, versione originale

Isola di morti, versione originale

 Arnold Böcklin (1827-1901) dipinse diverse versioni del quadro fra il 1880 e il1886. L’opera fu estremamente popolare all’inizio del XX secolo e affascinò personaggi come Sigmund Freud, Lenin, George Clemanceau, Salvador Dalì e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler ne possedeva una versione originale, acquistata nel 1936.

Tutte le versioni del dipinto raffigurano un isolotto roccioso sopra una distesa di acqua scura. Una piccola barca a remi, condotta da una persona a poppa, si sta avvicinando all’isola. A prua ci sono una figura vestita di bianco e una bara bianca ornata di festoni. L’isolotto è dominato da un bosco fitto di cipressi, associati da lunga tradizione con i cimiteri e il lutto, circondato da rupi scoscese. Nella roccia sono presenti quelli che sembrano essere portali sepolcrali. L’impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un’atmosfera di mistero.

claudio damiani Sognando-Li-Po-Damiani_3 Arnold Böcklin non ha fornito alcuna spiegazione pubblica circa il significato del suo dipinto, anche se l’ha descritto come «un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura». Il titolo, che gli è stato dato dal mercante d’arte Fritz Gurlitt nel 1883, non è stato specificato da Böcklin, anche se deriva da una frase scritta in una lettera inviata nel1880 ad Alexander Günther, che aveva commissionato l’opera. Non conoscendo la storia delle prime versioni del dipinto, molti critici d’arte hanno interpretato il vogatore come una rappresentazione di Caronte, che nella mitologia greca conduceva le anime agli inferi. L’acqua è quindi il fiume Stige o l’Acheronte, e il passeggero vestito di bianco un’anima recentemente scomparsa in transito verso l’aldilà.

claudio damiani

claudio damiani

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga.

L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.

Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

claudio damiani Eroi Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia. Ha pubblicato le raccolte poetiche Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006), Sognando Li Po (Marietti, 2008),  Il fico sulla fortezza (Fazi, 2012). Nel 2010 è uscita un’antologia di poesie curata da Marco Lodoli e comprendente testi scritti dal 1984 al 2010 (Poesie, Fazi). Ha pubblicato di teatro: Il Rapimento di Proserpina (Prato Pagano, nn. 4-5, Il Melograno, 1987) e Ninfale (Lepisma, 2013). Ha curato i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000). E’ stato tra i fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente inglese, spagnolo, serbo, sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane e straniere.

 claudio damiani la miniera

 

 

 

 

L’isola natante

Mi sembrava che l’isola si muovesse,
mi voltai e vidi l’acqua scorrere
alle sue rive, navigava libera
in direzione nord – nord est.
Poi dopo un po’ mi sembrò che rallentasse
fino a che ebbe uno scatto
e cominciò a nuotare più veloce
cambiando direzione verso nord – nord ovest.
Non capivo quali erano le sue intenzioni
ma mi accorsi che c’era intorno a me molta gente.
Un signore con dei baffi bianchi
mi si avvicinò, e si presentò:
”Salve, sono Leone Damiani”.
Al sentire quelle parole mi slanciai verso di lui e l’abbracciai,
indi parlammo un po’, poi mi volle presentare
tutte le altre persone che mi si erano assiepate intorno.
“Questi – mi disse il nonno – sono tutti i tuoi morti;
alcuni delle ultime generazioni,
altri di generazioni più antiche, andando indietro nel tempo.
Io stringevo tante mani, e nonostante il nonno
mi spiegasse di ognuno la posizione nell’albero genealogico,
io non capivo niente e guardavo solo i visi
e le persone senza stare attento ai nomi.
Intanto era venuto buio e io dissi a mio nonno: “Poiché
non distinguo più le persone non sarebbe meglio rimandare
tutto a domani?”. Il nonno fece segno di sì
e mi condusse in disparte per un sentiero
che digradava verso il mare.
“Nonno – gli chiesi – com’è che l’isola, anziché star ferma,
si muove, come galleggiasse sull’acqua?”.
Ma il nonno stava a guardare dei passeri
che rissavano nella chioma di un pino
e non aveva sentito la mia domanda.
Guardando sulla riva mi sembrava che l’isola si fosse fermata.
“Vedi – disse – noi abbiamo tutti vissuto qui
prima che tu nascessi – e vedevo mio padre
che stava parlando con una persona in cima al sentiero –
tu sei venuto a visitarci in sogno
e adesso ci hai conosciuti tutti. L’isola non cammina,
è il tempo che si muove, e così nel tuo sogno
l’isola che si muove significa il tempo.
Quello che devi sapere è questo: questo tuo sogno è vero!
Noi siamo tutti uniti. Quando tu morirai
ci ritroverai tutti qui, ognuno che hai conosciuto
lo rivedrai uguale, e questa terra a te cara
la ritroverai intera. Tanto più l’avrai amata,
tanto più la ritroverai identica,
tanto più l’avrai sentita come tua patria,
tanto più sarai vicino ai padri”.
*

“Nonno – dissi – chi sono quelli là?”.
Nella valle vicina c’era una gran massa d’ombre
che distinguevo male nell’oscurità.
Rispose il nonno: “Sono persone capitate per caso,
non appartenenti a famiglie dell’isola,
per la gran parte turisti (ma anche pirati,
funzionari, insegnanti, perfino carcerati)
che si sono al punto innamorate di lei
da diventare suoi cittadini.
L’isola non li dimentica, e per questo sono tutti qui,
perché dei luoghi che abbiamo amato
e abbiamo sentito come nostra patria,
restiamo cittadini per sempre,
anche dopo la morte”.

(Da Eroi, Fazi, 2000)

claudio damiani foto di Dino Ignani

claudio damiani foto di Dino Ignani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è un’isola, dentro di lei una casa,
nella casa un tavolo, con dei cesti sopra,
si sente un suono come di telai,
fili, rocchetti, forbici,
tutto è ordinato,
ogni cosa è posata con cura
come per sempre,
si sente il canto di una donna,
nella stanza un focolare arde,
il fuoco è allegro e scoppietta acceso
ma non senti rumore,
senti invece il fruscio delle fronde
e l’odore dei cipressi,
il rumore lontano delle onde
nella sera che si avvicina.

*

La casa è vicino al mare
ma non lo vede.
C’è una strada bianca, la trovi sulla destra,
è bassa, a un solo piano,
c’è come un terrazzino sopraelevato
con dei barattoli di basilico
menta e altri odori.
La casa è malandata
ma non è abbandonata.
E’ tutto molto pulito.
Si sente l’odore del mare, anche il rumore.
In casa non c’è nessuno.
Cammini e vai avanti
vedi le foglie brillare,
senti il dondolio delle onde
e non ti vorresti allontanare,
vorresti restare in quel luogo per sempre
e farti cullare.

 

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