Archivi del giorno: 11 maggio 2014

SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI di Böcklin (Stige o Acheronte) – Poesie inedite di Steven Grieco Rathgeb, 

onto Steven 1

Steven Grieco Rathgeb, grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

 La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga.
L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi.
Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

Steven Grieco 2

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

 

 Steven Grieco

Steven J. Grieco, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka, in tandem con il Prof. Teppei Yamada, dell’Università Meiji di Tokyo. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Ha pubblicato, in autopubblicazione, nel 2002 Maschere d’oro (poesie italiane 1985-1996) e Nel caleidoscopio; indirizzo e-mail: protokavi@gmail.com. Nel 2016 pubblica poesie in italiano e in inglese Entrò in una perla (Mimesis Hebenon, Milano) e dieci sue poesie sono comprese nella antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016)

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur

 

 

 

 

 

 

Era buio: feci per salutarti, cerimonioso,
come un tempo i poeti cinesi.
Tutto intorno i battiti, frullio d’ali
di un grande uccello iridescente
che si libera a poco a poco.

Lui aprì la porta appena, senza farsi notare,
poi tornò a sedere di là
Un soffio d’aria
appena spirò dalla porta socchiusa,
svelando il suo ascolto.

Sotto i colpi ripetuti il buio impallidì,
le acque si aprirono
tra Rodi e i massicci dell’Anatolia –
blu quell’orizzonte dove tu,
minuscolo nella distanza,
già ti trovavi, da tempo incamminato
come un viaggiatore.

Io, tu, Lui. Parole senza senso in questo
unico sforzo, questo istante sospeso.

Ammiccava la brezza, guardando nessuno.
Quel divincolarsi sempre più serrato, frenetico,
concluso infine da un botto lacerante.
Poi il congedo: ali chiare,
l’innalzarsi possente, senza lasciare alcun resto.
Silenziosamente, lui venne a chiudere la porta.
Frantumi e schegge

Onto Grieco

Steven Grieco Rathgeb grafica di Lucio Mayoor Tosi

 

Non ho altro da dirti che questo per descriverti.
Con tutto quello che mi mostri
non riesco a sottrarti nulla.
Al contrario,
le certezze si fanno sgangherate,
sbattono nel vento le porte di vecchi ricordi,
i vicoli e sentieri nel mio pensiero
trasaliscono, poi tacciono.

Ritrovando la propria estraneità,
io torno in questo immaginare
che si compie altrimenti.

Così svanisce ogni ricerca,
la valigia cede metro per metro
il carico di lucenti cianfrusaglie.
Esperienze, comprensioni, illuminazioni:
come la ricchezza dell’avaro
tutto questo si riduce a un bisbiglio
dietro l’angolo.

Arnol Bocklin Isola_dei_Morti versione originale

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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QUATTORDICI POESIE DI GIORGIA STECHER (1941-1996) da “Altre foto per album” (1996), con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Palermo inizi 900

Palermo inizi 900

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

Della svizzera palermitana Giorgia Stecher scomparsa nel 1996 di cui ricordiamo Quale Nobel Bettina (Palermo, 1986), Album (Palermo, 1991), Altre foto per album (Roma, 1996), presentiamo qui quattordici poesie tratte dal suo ultimo libro. Ho scritto della sua poesia in Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, pp. 400 € 16:

«Abbiamo tutti gli elementi di disinteressata autenticità che fanno di un poeta un piccolo classico. Una poesia che interpreta la memoria attraverso la lettura di alcune vecchie fotografie di famiglia.
Libro compiuto, adulto, opera di un poeta giunto alla piena maturità, documento artistico e spirituale tipico di quella sensibilità di fine Novecento che ha trovato nel Manifesto della Nuova Poesia Metafisica (n. 7 «Poiesis», 1995) una significativa esemplificazione. Poesie nate da fotografie perdute e poi ritrovate; si badi, non poesie di “derivazione” ma recherche di un “tempo perduto”, ricostruito con la sensibilità postuma di un poeta che alla poesia chiede la ricostruzione di un mondo tramontato sotto l’obblivione dell’epoca tecnico-scientifica. Nella deriva del Tempo, Giorgia Stecher arresta e ricostruisce l’attimo e la temporalità, i destini individuali e collettivi. La verità si staglia non alla luce del sole ma alla luce del flash. Nell’epoca del telecomando e del televisore, è la foto ingiallita dal tempo che rivela il mondo». Con le parole della Stecher: «È accaduto che, dopo la pubblicazione del mio Album nel 1991, siano venute alla luce altre foto dimenticate nei cassetti e negli angoli più riposti della casa e della mente. È pure accaduto nel frattempo, che altri personaggi ed eventi abbiano richiesto, anzi reclamato, un flash per entrare a far parte della raccolta, accanto agli attori che avevano avuto la ventura di precederli. Questo nell’illusione di guadagnarsi così un diritto di sopravvivenza peraltro arduo se non improbabile ma ben consapevoli che in ogni caso ciò che non è scritto (o in qualche modo registrato) non esiste. Sono stati, come si vede, accontentati. Anche perché nell’Album c’erano, e ci sono ancora, numerose pagine vuote».

Palermo villa Scalea con il re d'Italia

Palermo villa Scalea con il re d’Italia

foto inizi 900 Palermo,

foto inizi 900 Palermo,

Si è parlato tanto e a dismisura del «parlato» e del «quotidiano» in questi ultimi 30 40 anni che si è finito col perdere il significato di quei vocaboli. Da un punto di vista generale, tutto è «parlato», e ci si è dimenticati del «chi parla» e per «che cosa» si parla e «per chi?». Così è passato in secondo piano che il poeta parla sempre a qualcuno (altrimenti lo si dovrebbe prendere per matto); anche quando non parla con nessuno, questo è sempre un qualcosa di oggettivo: dico il «nessuno», un qualcosa che esclude gli altri. Che la poesia italiana da Giovanni Giudici in giù si sia incamminata verso una strada sempre più stretta e asfittica è una tesi sulla quale io insisto da tempo; che occorresse un correttivo a questo cinetismo della poesia italiana è un fatto che i più accorti e acuti lo hanno notato da tempo… In questa accezione la rivalutazione di poeti che hanno operato («referenzialisti e realisti») negli anni Ottanta Novanta come Giorgia Stecher è una operazione assolutamente necessaria per tentare di contro bilanciare il cedimento ai linguaggi poetici «metallizzati» da sentimentalismi spurii e incongrui o da eccessi di «quotidiano», con tutto un effluvio di esternazioni e singulti dell’anima offesa e violata (giustamente sono state citate Mariangela Gualtieri e compagne di strada) con il tema del «patetico» messo in vetrina. Nulla di più estraneo della poesia di Giorgia Stecher rispetto alla teca del cuore delle autrici al femminile pubblicate in questi ultimi lustri a dismisura. Qualcuno ha anche detto, non a torto, che si è verificata in questi anni una «femminilizzazione» dei linguaggi poetici, ironicamente annotando il «patetico» di tali scritture, con l’eccezione degli ultimi libri della Valduga la quale sa utilizzare con astuzia trasgressione ed erotismo con una mescidanza di stilemi e di linguaggi di trapassate stagioni letterarie.

 il venerdì santo a Palermo gli incappucciati

il venerdì santo a Palermo gli incappucciati

Mario_De_Biasi__1954__stampa_d_epoca

Mario_De_Biasi__1954__stampa_d_epoca

Per tornare a Giorgia Stecher, a distanza di quasi venti anni dalla pubblicazione degli ultimi suoi due libri, Album (1991) e Altre foto per album (1996), non possiamo non notare la perfetta corrispondenza nello stile tra tasso di referenzialità (le fotografie ingiallite dal tempo) e indice di utilizzazione del «parlato» tutto innervato nel e sul referente. Non vedo traccia di patetismo in questa operazione della Stecher, è un linguaggio poetico che evita il facile e scontato riferimento ai linguaggi della piccola borghesia in via di definitiva mediatizzazione; anzi, la scelta del tema e la tematizzazione stilistica dei suoi due ultimi libri indirizzano la sua operazione verso una poesia senza interlocutore, priva cioè di agganci col sociale immediato e tantomeno con l’attualità, o con quello che si considerava (e forse anche oggi con gli opportuni distinguo) di «attualità». Oggi definirei felicemente anacronistica e inattuale la poesia della Stecher, un po’ come quella di Ripellino, di Helle Busacca, di Maria Rosaria Madonna, di Laura Canciani. Per questi motivi ritengo oggi essenziale la rilettura della poesia della Stecher per ricostruire e capire che cosa è avvenuto nella poesia italiana degli ultimi decenni del Novecento.

Confermo quanto riferito da Giuseppe Panetta circa la signorilità di Giorgia Stecher e il suo gusto irreprensibile per le persone della Commedia umana. Vi racconto un altro aneddoto che, forse, può gettare un fascio di luce sulla personalità di Giorgia. Un giorno nel 1996 venne da me e mi chiese di pubblicare un libro con lo Scettro del Re, (che poi ero io con la mia piccola casa editrice). Io le dissi: «ma Giorgia perché vuoi pubblicare con me che sono uno sconosciuto quando puoi rivolgerti ad editori più affermati?». E lei mi rispose: «Perché tu Giorgio sei un poeta che crede nella poesia». Non dimenticherò mai quella frase, che, all’epoca mi riempì di orgoglio. Io le proposi per il libro che poi uscì postumo “Altre foto per album”, una prefazione di Francesca Bernardini della Sapienza di Roma. Giorgia accettò. E cominciò una lunga attesa che la signora Bernardini si decidesse di scrivere la prefazione. Aspettammo SEI MESI. Un giorno ricevo la notizia che Giorgia era morta. Aveva un tumore alla fase terminale. Non me ne aveva mai parlato. Io andai su tutte le furie, presi carta e penna e scrissi due righe alla signora Bernardini, le scrissi che avevo affidato la prefazione ad un altro critico. Di qui, seppi in seguito, l’odio della Bernardini nei miei riguardi (odio che ricambio volentieri con il mio più ampio discredito).
Il libro andò in stampa e uscì postumo.
Ecco, questa era la signorilità di Giorgia Stecher. La signorilità dei poeti di razza.

(Giorgio Linguaglossa)

Sono sempre con me

Sono sempre con me
quelli che se ne andarono
inghiottiti dal gelo della notte!
Alcuni sedevano miti sulla soglia
guardando il dispiegarsi degli eventi
in recondite stanze architettati
Altri solcavano la vita
col passo trionfante distribuendo
fulmini e blandizie tutti
però credendo di avere nel forziere
una fetta cospicua di minieternità.
Un turbine li spazzò via uno ad uno
nel volgere di un giorno! Di loro
ben poco è rimasto
oltre la cineteca del ricordo
a cui ho accesso io sola
ed all’antologia delle canzoni
che zufolo nell’intento di evocarli.

Il bisnonno

Accorso al molo tu
chiamavi le barche: Teresa
Carmelina dove siete?
Sornione il mare ti lambiva
i piedi come il mostro placato
dopo il pasto tra i resti
del banchetto e tu
a strapparti i capelli disperato.
Di te questa l’immagine
che m’hanno consegnato e a nulla
vale guardare il mezzobusto
che ti immortala grave ma quietato
sopra l’emblema inutile dell’àncora.

La bisnonna

In un cassetto serbo ancora
i tuoi denti che non ho avuto
il coraggio di buttare da quando
una tua figlia me li diede quale
macabro dono a tuo ricordo.
Il diabete pare te li avesse
giocati e l’insistenza tua
nel non curarlo. Ti chiamavi Natala
(pensa che nome!) portavi una mantella
ricamata la tua saggezza dicevano
(ora chi più ne parla?) era nota.
Alla mia nonna a lei così sedentaria
pungesti i piedi con un ago sottile

la volta che si scostò dalla tua gonna!

Zia Carmela

Dunque Carmela amava Salvatore e Salvatore
Carmela ma i genitori opposero un diniego
grande quanto la palizzata alla marina.
Ma questa poi crollò col terremoto giammai
il diniego che li vide persi, persi e dispersi
in divergenti strade sepolti sotto le pietre
del rimpianto. Storie datate novecentosette
da noi lontane anni luce come del resto tu
nella tua posa la testa reclinata sulla spalla
gli occhi sgranati a chiedere ragione.

una via di Palermo

una via di Palermo

Nonna Teresa

Che dignitoso commiato il tuo
nonna Teresa, in pieno consapevole,
recitando preghiere tanto ch’ebbi
il coraggio di dirti: Quando
sarai lassù… (che ci salissi
non esisteva dubbio) “Sì pregherò
per te”. Eppure avevi trascorso
la vita senza muovere un dito
senza mai una battaglia; quell’unica
che affrontasti, la più dura, senza
battere ciglio la vincesti.

 

L’Altra Nonna

Di te ricordo i capelli
suddivisi in due bande da una riga
e la trappola per topi che inventasti
servendoti di un ditale e di una pentola.
Dicevano di te ch’eri una gran signora
che avevi il mestolo d’oro e molto argento,
prima della sterzata della stella.
Mi è rimasto il tuo nome soltanto
ed un ventaglio che col vento
che tira qui da noi, è superfluo
agitare, per soffiarsi.

 Nonno Franz

Mi chiedo spesso quale nodo di vento
abbia portato qui mio nonno
da Zurigo. Eppure trovò bene
in questa terra: intraprese commerci
sposò una del luogo visse ricco e ossequiato
con carrozze e livree fin quando
una sterzata della stella
lo mandò bruscamente ruzzoloni.
Da bravo zurighese affrontò con decoro
la caduta. A ricordo dei vecchi fasti
osservò fino in fondo l’etichetta
mantenne sempre a pranzo l’antipasto
mai domenica trascorse senza il dolce.

foto d'epoca

foto d’epoca

Foto di Parente Sconosciuta

En souvenir de ta soeur c’è scritto giù
nell’angolo data due maggio novecentotredici
e tu stupenda contro una finestra un profilo
perfetto da cammeo, le braccia abbandonate
perfettissime, collo vestito perle
acconciatura talmente belli da sembrare
finti. Eppure sei esistita, col tuo francese
spedito ineccepibile e gli squisiti modi
da gran dama, lo diceva la Gina che sapeva
tutte le vecchie storie di famiglia,

Zia Angelina

Portavi sette calze una sull’altra,
a scopo mimetizzante pare
di inaccettate magrezze.
Inverosimili cose cucinavi
come i baccelli di fave
e altre delizie. Ma questi
e altri ancora furono i vezzi
di una vecchiaia triste (a cosa
mai non ci conducono gli anni!)
inimmaginabile, quanto diafana
dama al belvedere, sotto un cappello
di rose ti nascondevi dal sole.

Foto di mia Madre

Nella foto con sulla testa
un secchio capovolto (che moda
fu mai quella dei tuoi tempi!)
hai scritto: Qui sono scappata dal serraglio.
Ma intorno non si sospettano leoni
né tracce d’altre fiere. Da un’altra
gabbia invece poi fuggisti e fu
una gara tra galline e galli
per gridare allo scandalo inaudito.
La tua incuranza fu la loro pena
perché non c’è di peggio per i polli
che di veder fuggire un prigioniero.

Palermo via-Roma-1900

Palermo via-Roma-1900

Foto di Nonno Peppino con Orologio

Accanto al letto tengo
ancora il tuo Roskopf che
settant’anni fa comprasti
a Boston. Certo non posso dire
che adesso segni il mio tempo
(fa un baccano d’inferno, la sua
giornata a me sembra più corta)
ma se gli do la corda lui
riparte spedito come in quel
giorno del quarantanove in cui
lo raccolsi sopra la consolle,
da te dimenticato per altro
appuntamento ormai partito.

stecher foto d'epoca di nudo

Palermo inizi 900

Foto di gruppo con zia Nata

Questa mi pare sia del trentanove:
Aldo bambino ha una smorfia
sul viso per il sole, io sono gongolante
per avere trovato non so dove l’involucro
luccicante di un cioccolatino;
Dietro tu e le altre zie – le adulte –
col vento che vi corre tra i capelli
e sullo sfondo naturalmente il mare
con una grande nave che pazienti aspettammo
si disponesse dentro l’obiettivo.

Con Luciana al Mare

Abbiamo costumi uguali di cretonne
a bolle bianche sopra un fondo rosso
però i colori li sappiamo noi
perché la foto mica li rivela. Io
magra come un chiodo tu opulenta
strizziamo gli occhi, siamo contro sole.
S’intravedono appena dietro di noi
le baracchette bianche che ospitarono
i nostri giorni da favola quelli che
a ricordarli ci riportano in mente
la bicicletta i balli le canzoni
gli sguardi dei ragazzi per te sola.

Foto di Maria Nicosia con altre Amiche

Siamo venute bene in questa luce
tra gli angeli scolpiti e le colombe
sulla coppa d’opale che comprammo
ad Assisi un’estate. Rosa che canta
Mimma che dipinge Ida che sta in Duetto
dentro un libro io che declamo Prenditi
la casa. Tu la regista che con occhio
amorevole ci assembla ci suona al pianoforte
The Man I Love ci porge il liquorino
della sosta tra un viaggio e l’altro
tra una fuga e un ritorno alla sua riva.

foto d'epoca

foto d’epoca

Foto della poetessa Maria Costa sulla Riviera Paradiso

Vieni fuori da un’acqua turbinosa
mentre soffia il grecale alla marina.
Porti ricci di mare nei capelli
e attorno alle tue vesti guizzano pesci.
Che fantastiche storie ci racconti
di trombe d’aria, di lontri, di feluche,
di mastri calafati, pesci spada, di naufragi
e ritorni fortunosi. Così anche noi smemorati
d’incanti torniamo alle magie di questa riva
che ci riporti intatta ripopolata di barche
e di sirene. Non dev’essere scherzo del destino
se il luogo privilegiato che t’accoglie
è chiamato da sempre Paradiso.

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