Archivi del giorno: 8 maggio 2014

SULLA POESIA DI ALFREDO DE PALCHI: L’ESTETICA DELLA DENUNCIA   – Commento di Antonio Sagredo. Parte II

i grattacieli di New York

i grattacieli di New York

 new york il chrysler building visto dagli altri grattacieli

new york il chrysler building visto dagli altri grattacieli

     

Alfredo De Palchi, in America,  mi fa pensare alle Americhe di:  Celine, di Majakovskij, di Garcia Lorca, a quello finto e fittizio ma terribile di Kafka, e di tanti altri autori estremi. Gli entusiasmi terribilmente attoniti di questi poeti (possessori del duende: stravolgimento radicale e sempre in moto, senza requie e quiete, che comincia dalla pianta dei piedi per non lasciarti più e che t’invischia affinché anche i pensieri oltre i sogni possano sanguinare a squarciagola!)  non si placano affatto… perché il nuovo mondo si mostra e si dimostra il più disumanizzato, ma possiede per paradosso quella sorta di giustiziera libertà per cui ti fa parlare fino a che non attenti alla sua libertà: limite terrificante, perché questa seconda libertà, se la violi, ti stronca, spietata! Il poeta è francamente realista:

… qui/esilio

migliore di quello vissuto al paese

con la sua crudeltà indecente

“>quotidiana, le prigioni e le  mie impossibili

fughe /è a questo che penso se qualcuno

             mi parla di rivoluzione

 

(da Bag of Files – New York 1961)

alfredo de palchi new york di notte

 alfredo de palchi grattacieliAlfredo De Palchi arriva in America a metà di ottobre del 1956.

   La visione di De Palchi (in Reportage – New York, 1957)  non è poi tanto dissimile dalle impressioni di Majakovskij nel suo viaggio americano  del 1925; ecco quanto scrive il poeta russo al suo primo impatto:

“Per molte ore il treno vola lungo la riva dell’Hudson a due passi dall’acqua. Dall’altra parte, altre linee proprio ai piedi delle montagne degli Orsi. Vapori e vaporetti si affollano fitti. Sovente sopra il treni balzano ponti. Sorgono pareti improvvise… sono le pareti dei docks, dei depositi  di carbone, degli impianti elettrici, delle officine metallurgiche e delle fabbriche dei medicinali”. [Il poeta russo è strabiliato] Un’ora prima della stazione si entra in una foresta ininterrotta di camini, di tetti, di muri alti due piani, di tralicci d’acciaio delle ferrovia sospesa. Per quanto si pieghi all’indietro il capo, non se ne vede la fine. ciò aumenta l’impressione di strettezza.. Sbigottiti, ci si lascia cadere sul sedile: non c’è speranza, gli occhi non sono usi a vedere cose simili. E allora che il treno si ferma: Pennsylvania Station.” [il poeta, scrive più avanti, scoprendo l’altra faccia della medaglia] “Si vedono cassette con rifiuti d’ogni sorta, dove i miserabili scelgono ossa e bocconi ancora commestibili. Stagnano maleodoranti pozzanghere della pioggia e dell’altro ieri Cartaccia e sudiciume vi arrivano fino alla caviglia, non in senso figurato ma realmente, effettivamente.”…. “L’aria di New York tuttavia fa vivere milioni di persone che non hanno nulla e non possono andare in nessun altro posto”.

   Si dilunga il poeta russo, criticamente inesausto, su questa capitale mondiale delle indegnità e delle provvisorietà

    E concedetemi allora di poter favoleggiare un incontro tra Majakovskij(che osservò da esterno, ma acutamente la società americana, disumanizzante e disperatamente umana; anche se la nuova società russa sorta dalla Rivoluzione non era da meno, ma almeno aveva la speranza di un miglioramento, che come sappiamo fu totalmente disatteso)ed Emanuel Carnevali che la visse dall’interno, pagando di persona. Non so se tra Carnevali e De Palchi siano stati fatti degli studi, ma credo che possano esistere delle linee convergenti. E l’Hudson del De Palchi (cantato nei versi tra il 1960 e il 1962) pure non è dissimile da quello del russo del 1925 se:

Alfredo De Palchi 2011

Alfredo De Palchi 2011

A queste rive

a strapiombo, l’Hudson

lurido di legni bottiglie

condom, i relitti della casa;

…………………………..

sono in questo spiano

di veleni appostati dall’uomo,….

……………………………..

che laggiù all’oceano sfocia l’immonda

tristezza;…

…. – e non so più contarti i passi

le movenze fastose che mi hanno

contaminato

e allontanato.

 

(da Movimenti)

(la  raccolta Le viziose avversioni racchiude poesie del periodo 1951-1996, e comprende le raccolte: Momenti, Movimenti, Mutazioni – i versi su citati sono in Movimenti). Ma i ricordi non vanno via, anzi ritornano più nitidi in questa America(come attestano i moltissimi versi delle Sessioni con l’analista, 1964-1966) – e  qui il chiavistello s’apre sulla esistenza passata, e

alfredo de palchi New-York

su me adolescente forzato all’arma –

capace si di dimenticare

                                                 …la pena lacerante, non l’odio

                                                di cui la ragione mi svergogna per voi tutti.

                                                io neppure so più amare,

                                                solo so bruciarvi coi miei anni

                                                di punizione..

ma di non credere più alla

                                                        fiaba della resurrezione!

 

(da Bag of Flies – New York 1961)

 

    Questa consapevolezza dolorosa quanta simile a quella di Tommaso-Riccardo (1946-1990), il poeta romano chevoleva curare lo sguardo dell’anima”:

                                                          Noi siamo crocefissi nella fiaba!

 (da  Opera – Il grande burattinaio della città felice)

alfredo de Palchi_1  Qui si impone una riflessione al poeta, poi che cadono molte credenze, i punti fermi non hanno più radici, se mai le hanno avute; in primis: la fede nel trascendentale – nel divino – cozza contro una realtà spietata che non ammette alcun legame(religione = re-ligo: è cosa che lega),se non con la stessa realtà, a cui bisogna sacrificare qualsiasi idealismo o sogno. Ma è ancora una sorta di autoflagellazione che sconforta l’evoluzione se è vero(è da credere?) che  “il resto non importaperché allora:

                                                                                                       ….. basta

                                                    che la mia sofferenza sia pari a quella

                                                    dell’animale sul tavolo delle ricerche –

alfredo de palchi Paradigm-5   Qui è d’obbligo ricordarsi del tavolo di dissezione o d’anatomia di Lautreamont!  Dunque, nonostante tutte le promesse che il poeta ha fatto a se stesso – del non più rimembrare il passato – non può rinunciare al ricordo di una sofferenza subìta: se la vuole rinnovare per soffrire la desidera ancor più di prima, ma non esistono più le circostanze oggettive (eventi del passato giovanile). Il poeta allora (si) esige e s’impone una sofferenza postuma altrimenti non sente più la necessità d’essere un capro espiatorio, una vittima a posteriori, come dire un rifarsi agnello sacrificale, un agnello-candido che non esiste più. Non bisogna essere umani troppo umani, e pare dire – ed è un dire che sa di medicinale scaduto – ad un  suo presunto doppio:

                                                                             … lasci a me il lavoro

                                              di recuperarmi, organizzare la mia confusione

                                               mentale e psicologica.

 alfredo de palchi constellation  Non più una analisi (mentale e psicologica” io non l’avrei scritto!), ma un autoanalisi: con questa si perpetua l’auto-torturarsi, e il problema non ha soluzione. Il problema stesso non ha necessità di voler essere risolto: il poeta non si risolve, ma s’assolve! Nei versi seguenti di Anonymous Constellation,1953-1973, il poeta s’assolve, ma come? Sostituendo(forse sarebbe meglio dire rimuovendo, giusto per restare nel mondo delle analisi interiori)  il vecchio o già usurato sistema di ricorrere a vicende drammatiche del passato(che sarebbe come un alibi per fare ancora poesia intimista e solipsistica)  con un interesse volto a cose esterne e non certo incoraggianti, come:miasma, magma, asfalto, bitume, sterco… come una sorta di:

 

sequenza di agitazioni [che]distrugge

a catena le forme compatte

 

più o meno della Natura, e dunque

 

forma arsa… tarlata d’insetti

oceani…. che si frangono con borbottio e scoppi…

scogli atolli continenti

in tumulti di uccelli e animali senza scampo

gelidi groppi di abitati

arresi alla non-ragione

 

pure l’uomo ( o il poeta?) non se la passa bene se

 

…. più oltre

vedo me, uomo

la sua agonia di animale

di sentore mortale

di mente s-centrata Continua a leggere

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Giuseppina Di Leo POEMETTO INEDITO “Dafne”

Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia.

sanniti 10

 roma donna acconciatura 3Dafne

Dimentico. Una cariatide sostenne
il tacco del mondo, il mio fu nel ricordo
disciolto come sale nella vastità del mare.
Troppo tempo è passato da quando
fui trasformata in arbusto e rami
deformarono le fragili braccia.

*

Sentivo le mani salire nelle lunghe dita contorte.
Foglie muschiate geminarono le mie parole.

 

*

Fu allora. Invocai l’intervento di un dio
che mi liberasse:
«Ho peccato di superbia, ti invoco».
Il dio apparve. E lei ricordò.

*

Ne rivide il profilo odiato, il naso leggermente ricurvo
di chi ama comandare, la bocca sottile senza passione,
pronto a dettare limiti che non fossero suoi compiacimenti.
Lei, invisibile al dio sovrano, lo sentì dire, e poi infierire, e ridere;
infine solo, ormai. Inaspettatamente sobrio, come chi guarisce
dopo una lunga convalescenza.

apollo e dafne

apollo e dafne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

«Così, come aveva vissuto gli ultimi mesi, continuò
a vivere gli ultimi tempi della propria esistenza».

La signora del bar fa delle confidenze
«il vicino di casa mette gli occhi sulla ragazza»;
la tempesta dei sensi riprese a calpestare con cura
sullo stesso motivo intonò una musica
l’importanza del nulla, ne traeva significato.

I dispiaceri e le rovine insieme alle gioie,
sono variazioni di uno stesso tema.
Ma, allora, cosa era importante?

apollo e dafne

apollo e dafne

 

 

 

 

 

 

 

 

Importante era poter rialzarsi, correre, volare.
Sì, imparare a volare, sfidare la nausea del cuore,
alzarsi in volo, come un aquilone tenuto
dal filo sottile del proprio sogno, quello di non morire.

 

*

Intonsa,
non c’era da stare molto allegri dopotutto.
Da lungo tempo, erano anni ormai
sentiva essudare effluvi odorosi di mirto,
di incenso fragranze come di vecchio albero
inciso nella sua corteccia; e tanto più vecchio
più profumata sarà la sua essenza.
Intorno non v’era altra traccia di vegetazione alcuna.

apollo e dafne

apollo e dafne

 

 

 

 

 

 

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